Il processo migratorio albanese in Italia ha avuto un andamento irregolare, delineandosi sostanzialmente in tre fasi: la prima risale al 1991 ed distinta in due ondate quella di marzo e quella di agosto differenziate fra loro sia per i motivi che hanno spinto gli albanesi ad intraprendere la via della fuga, sia per il comportamento adottato dalle autorit italiane nei loro confronti.
Sei anni pi tardi, nel 1997, si verificata una seconda ondata migratoria profondamente diversa dalla prima: infatti, il fallimento della maggior parte delle societ finanziarie nazionali aveva condotto il Paese alla miseria, costringendo molti alla fuga nel tentativo di mettersi in salvo e costruirsi una nuova vita in un altro Stato. con la guerra del Kosovo (1999) che si verifica quella che viene chiamata "l'ondata invisibile": trascurati dalle autorit, 100.000 albanesi lasciarono il loro Paese chiedendo asilo politico come cittadini Kosovari.
Fra l'una e l'altra ondata migratoria avvenuto il vero esodo della popolazione albanese gestito dalle organizzazioni del traffico clandestino: uno stillicidio durato a lungo anche se non sempre con gli stessi ritmi.
"Durante gli anni del monopartitismo il governo albanese ha propagandato un'immagine negativa dell'immigrazione presentandola come una piaga sociale frutto del capitalismo" (1) e conseguentemente ha chiuso tutte le frontiere e impedito ogni tentativo di lasciare il Paese. Nell'immaginario collettivo il fenomeno migratorio stato associato alle deportazioni territoriali degli oppositori politici e "alle tristi circostanze politico-militari in cui si venuta a situare l'emigrazione" (2). solo dal 1990 che gli albanesi sono tornati a varcare i confini nazionali ed il fenomeno non passato inosservato. Le ragioni di questo esodo, che ha assunto proporzioni sempre pi allarmanti devono essere ricercate non solo in oltre quarant'anni di forte isolamento, ma soprattutto nella difficile fase transitoria che l'Albania ha attraversato dopo la caduta del regime stalinista di Enver Hoxha.
La sua morte (11 aprile 1985) coincide con l'elezione di Gorbacv a segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, il quale si fa interprete di tutto ci che il leader albanese aveva detestato, iniziando a riformare il sistema socialista dell'Unione Sovietica unendo elementi dell'economia di mercato e indirizzi politici democratici al fine di invertire il processo di disfacimento morale e materiale che investe il Paese di fronte alle nuove sfide imposte dai processi di globalizzazione. Si avvia in questo modo un processo epocale che in pochi anni porta alla caduta del muro di Berlino (1989) (3).
L'Albania, diversamente dai Paesi dell'Est-Europa che avevano intrapreso un cammino di riforme in senso democratico, continuava a sostenere l'idea di essere l'unico Paese a costruire il "vero socialismo nel mondo". Quarant'anni di totalitarismo non avevano fatto altro che isolare l'Albania dalle nazioni europee tramite leggi e norme decise da un potere verticista. La nazione "shqipetare" non aveva conosciuto nulla di simile alla "Primavera di Praga" del '68 o al movimento polacco di Solidarnosc negli anni ottanta (4). Le manifestazioni di dissenso e i tentativi di opposizione erano sistematicamente stroncati sul nascere dalla "Sigurimi" (polizia politica): lo Stato non lasciava alcuno spazio, sia pure minimo, di libert ed iniziativa privata.
Con il crollo del muro di Berlino e l'avvento al potere del delfino di Hoxha, Ramiz Alia (segretario generale del partito nel 1986 e capo dello stato nel 1987), il regime comunista albanese non poteva pi ignorare i radicali mutamenti che si erano verificati in molti paesi comunisti; vero che Edward A. Ackerman nel lontano 1938 aveva definito l'Albania come "la Svizzera dei Balcani", ma aveva aggiunto anche che "la metafora regge se si pensa che l'Albania, come la Svizerra, un piccolo paese montagnoso a cui scabri rilievi e la posizione centrale hanno permesso di mantenere una certa indipendenza" (5), e le somiglianze si fermano qui. L'Albania negli ultimi anni del regime comunista (1985-1990) era un Paese poverissimo, con un'economia prevalentemente agricola e con uno sviluppo industriale interamente programmato e viveva una profonda crisi economica che lo ha portato alla fame: questo fu il risultato della mancanza di riforme efficaci. I tentativi di Alia per affrontare la crisi economica non ebbero il successo sperato a causa della scarsa produzione industriale, della bassa qualit dei prodotti, della cattiva gestione delle esportazioni e soprattutto perch la cauta apertura all'esterno non fu accompagnata da trasformazioni interne, ritenute pericolose perch potevano favorire una restaurazione del capitalismo. La perestrojka (6) era giunta anche in Albania nel 1988 sotto il nome di perteritje ma il regime la considerava un attacco, potenzialmente dannoso per il Paese, all'ideologia marxsita-leninista.
Solo nel 1990 rendendosi conto della grave situazione economica, Alia ha iniziato a fare i primi passi verso una riforma pi strutturata concedendo alcune aperture. Prima di tutto si cerc di dare all'Albania una nuova identit nazionale eliminando quel concetto di differenza che contrapponeva gli albanesi agli altri popoli della penisola balcanica: era venuto il momento in cui l'Albania doveva essere un normale Paese balcanico legato ai suoi vicini sia sul piano storico-culturale che su quello degli interessi economici. Ci fu sufficiente perch ad Alia fosse attribuito l'epiteto di "Gorbacv dei Balcani" (7). La volont di sbloccare un'economia che aveva messo in ginocchio l'intero Paese (8) fu tradotta in scelte politiche ed economiche che favorirono l'inizio della decentralizzazione del potere decisionale. Il governo autorizz i privati cittadini ad intraprendere direttamente attivit commerciali con la Jugoslavia, la Grecia e con i Paesi leader dell'economia mitteleuropea; ad alcune industrie fu permesso di definire autonomamente, seppur in misura limitata, il piano di produzione e di intraprendere la vendita privata; la proibizione (prevista costituzionalmente) di accettare investimenti stranieri fu aggirata attraverso l'obbligo di creare joint-venture; inoltre si cerc di abolire il sistema cooperativo.
A queste riforme ne seguirono altre che modificarono il codice penale abrogando i reati di propaganda religiosa, di propaganda e manifestazione antistatale, limitando il numero di quelli puniti con la pena di morte (da trentaquattro passarono a undici) ed attenuando le pene per chi tentava di uscire illegalmente dal Paese.
Tuttavia la diffusione di statistiche false circa i livelli di produzione e la situazione economica generale (9), non bast ad ingannare la popolazione: questa aveva maturato la consapevolezza che le cifre e le parole non avrebbero risolto la situazione di miseria in cui l'Albania si trovava (10). Era necessario trovare il coraggio di opporsi con forza ai dirigenti nazionali; chi meglio delle nuove generazioni poteva assumere il compito di rompere il lungo silenzio imposto dal regime comunista? Nel luglio del 1990 centinaia di giovani si diressero, spinti dalla speranza di una vita migliore, verso le ambasciate come fossero la luce che li avrebbe guidati verso l'occidente.
All'epoca, le ambasciate straniere a Tirana non potevano essere aperte al pubblico come succedeva in tutte le altre parti del mondo: questo a causa dell'isolamento dell'Albania e dell'impossibilit per i cittadini di ottenere i visti per l'estero. Intorno ai mesi di aprile-maggio 1990 il governo inizia a concedere il diritto di ottenere un passaporto per recarsi a lavorare all'estero: tutto questo ha comportato lunghe file agli sportelli delle ambasciate. Per scongiurare il pericolo di assalti agli uffici delle ambasciate, il Ministero degli Esteri chiese al corpo diplomatico di organizzare pritje populli (11). Tuttavia ci non fu sufficiente ad evitare, il 2 luglio 1990, l'invasione delle ambasciate da parte di cittadini che richiedevano asilo politico (12).
In ogni modo il cambio di regime era preannunciato dal caso dei fratelli Popa, anticomunisti perseguitati dal regime: il 12 dicembre del 1985, sei membri della famiglia Popa (quattro sorelle e due fratelli) entrarono nell'ambasciata italiana a Tirana fingendo di essere turisti italiani. I fratelli Popa erano stati brutalmente perseguitati per motivi ideologici e religiosi ed in quanto figli di un farmacista, che avendo studiato a Napoli fu accusato di collaborazionismo durante l'invasione fascista (13). Furono poi confinati nella campagna Kulle di Sukth e costretti a vivere in gallerie sotterranee prive di prese di luce naturale. Il gesto compiuto dai fratelli Popa scosse fino alle fondamenta, considerate sino a quel momento "indistruttibili", il sistema totalitario e fece nascere nella coscienza degli albanesi l'idea che forse non tutto era perduto.
Sulla scia del Caso Popa altri tentativi di singoli cittadini si erano verificati anche prima del 2 luglio, ma erano rimasti episodi isolati. Nel frattempo erano tante le persone, arrivate anche dalle altre citt, che passavano la notte nei parchi e nei giardini della capitale, osservando il comportamento delle ambasciate nei confronti di quei pochi che vi si erano rifugiati. Tranne l'ambasciata cinese e quella cubana, le altre avevano accolto generosamente gli "invasori", ma si temeva comunque che questi potessero poi essere consegnati alle autorit albanesi. Era una convinzione diffusa che a giorni le ambasciate sarebbero state assaltate. Dopo l'ingresso, il 22 giugno, di un gruppo di giovani che con un camion spalancarono il cancello dell'Ambasciata Italiana, il Ministero degli Interni e la Direzione di Polizia di Tirana iniziarono a prendere le misure necessarie per impedire una, oramai pi che probabile, fuga di eclatanti dimensioni.
Il 2 luglio 1990 verr ricordato come la data in cui uomini, donne e bambini hanno rotto il lungo silenzio contro il regime comunista indirizzandosi verso le ambasciate per entrare nei "templi della speranza". L'ingresso nelle ambasciate ebbe inizio in serata e fu un feroce scontro tra il popolo che tentava la via della "salvezza" e le forze di polizia che avevano ricevuto l'ordine di fermarli (14). Si pu affermare che la liberazione del paese pass attraverso questa "fuga" verso le ambasciate: circa tremila persone si rifugiarono all'ambasciata tedesca; altre cinquemila in quelle italiane, francesi, greche, turche, polacche, ungheresi e slovacche (15).
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