Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attivit culturali gestisce il Museo del Cenacolo Vinciano tramite il Polo museale della Lombardia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. Nel 2019 stato visitato da 445 728 persone, risultando essere il quindicesimo pi visitato in Italia.[3]
Nel 1494 Leonardo da Vinci era deluso dall'abbandono forzato del progetto del monumento equestre a Francesco Sforza, a cui aveva lavorato quasi dieci anni.Quell'anno ricevette per un altro importante incarico da Ludovico il Moro, il quale aveva infatti eletto la chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie a luogo di celebrazione della casata Sforza[4].
Il duca di Milano aveva finanziato importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento di tutto il complesso; Donato Bramante aveva appena finito di lavorarvi, quando si decise di procedere con la decorazione del refettorio[5].
In questa scena, Leonardo dovette rappresentare, verso il 1497, i Ritratti dei duchi di Milano con i figli[6], oggi scarsamente leggibili. Sulla parete opposta l'artista avvi l'Ultima Cena (o Cenacolo), che lo risollev dalle preoccupazioni economiche e nella quale rivers tutte le conoscenze assimilate nel corso di quegli anni. Restano numerosi studi per il Cenacolo di Leonardo, tra cui la Testa di Cristo, conservata alla Pinacoteca di Brera.
Come noto Leonardo non amava la tecnica dell'affresco, la cui rapidit di esecuzione, dovuta alla necessit di stendere i colori prima che l'intonaco asciughi imprigionandoli, era incompatibile con il suo modus operandi, fatto di continui ripensamenti, aggiunte e piccole modifiche, come testimonia dopotutto il brano di Bandello. Scelse di dipingere quindi su muro come dipingeva su tavola: i recenti restauri hanno permesso di appurare che l'artista, dopo aver steso un intonaco piuttosto ruvido, soprattutto nella parte centrale, e steso le linee principali della composizione con una specie di sinopia, lavor al dipinto usando una tecnica tipica della pittura su tavola. La preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico; prima di stendere i colori l'artista interponeva un sottile strato di biacca (bianco di piombo), che avrebbe dovuto far risaltare gli effetti luminosi. In seguito venivano stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa realizzata probabilmente emulsionando all'uovo oli fluidificanti.[7]Questa tecnica permise la particolare ricchezza della pittura, con una serie di piccole pennellate quasi infinite e una raffinata stesura tono su tono, che consent una migliore unit cromatica, una resa delle trasparenze e degli effetti di luce, e una cura estrema dei dettagli, visibili solo da distanza ravvicinata; ma fu anche all'origine dei problemi conservativi, soprattutto in ragione dell'umidit dell'ambiente, confinante con le cucine.[8]
La fama del Cenacolo vinciano testimoniata, oltre che dalle fonti scritte, dalle numerose copie che se ne fecero, sia a grandezza naturale (affreschi, tele e tavole), sia su supporti leggeri, come disegni e incisioni o anche attraverso sculture. Queste copie appaiono oggi particolarmente preziose per capire come il dipinto dovesse figurare in origine.[10]
Tra le opere a grandezza naturale spicca, per pregio e antichit, la copia del Giampietrino, assistente di Leonardo, opera proveniente dalla Certosa di Pavia (1520 circa). Acquistata nel 1821 dalla Royal Academy di Londra, fu esposta per 25 anni al Magdalen College di Oxford[11], per poi ritornare alla Royal Academy nel 2017[12] dove si trova tuttora esposta, sebbene tagliata nella parte superiore.
Un'altra ancora, leggermente pi piccola, quella attribuita a Marco d'Oggiono a olio su tela (549260 cm, 1520 circa) ora al Muse de la Renaissance nel castello di couen, poco a nord di Parigi, di propriet del Louvre. Anche il museo dell'Ermitage di San Pietroburgo ne possiede una, attribuita genericamente a un "artista lombardo" del XVI secolo, forse l'unica in cui appare chiaramente il soffitto come doveva essere in origine, con i lacunari contornati da sottili righe colorate[13][14].
Tra le copie, c' quella a mosaico e di identica grandezza, realizzata da Giacomo Raffaelli su commissione del vicer Eugenio Beauharnais che intendeva donarla a Napoleone I per il Louvre, ma che oggi si conserva nella chiesa dei Minoriti di Vienna. Un'altra copia esposta nel Da Vinci Museum dell'abbazia belga di Tongerlo. In Ticino esiste una copia di un anonimo allievo di Leonardo nella chiesa parrocchiale di Ponte Capriasca, vicino a Lugano (1550 circa).[15] A Torino, nella cattedrale di San Giovanni Battista, sulla parete opposta all'altare maggiore, presente una copia dell'Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, opera del pittore vercellese Luigi Cagna. Ulteriore copia quella rinvenuta nel convento dei Cappuccini a Saracena, in Calabria. L'affresco dell'Ultima Cena calabrese, di cui sono ignoti sia l'autore che la data di realizzazione, si trova nel refettorio del complesso conventuale[16].
Per quanto riguarda le sculture, vanno ricordate la copia nella cappella di Santa Kinga, scolpita nella roccia salina della miniera di sale di Wieliczka, e la vara della Cena di Caltanissetta, realizzata da Francesco e Vincenzo Bianchi.
Appena terminato il dipinto, Leonardo si accorse che la tecnica che aveva utilizzato mostrava subito i suoi gravi difetti: nella parte a sinistra in basso si intravedeva gi una piccola crepa. Si trattava solo dell'inizio di un processo di disgregazione che sarebbe continuato inesorabile nel tempo; gi una ventina di anni dopo la sua realizzazione, il Cenacolo presentava danni molto gravi, tanto che Vasari, che la vide nel maggio del 1566, scrisse che "non si scorge pi se non una macchia abbagliata"[17]. Per Francesco Scannelli, che scriveva nel 1642, dell'originale non era rimasto altro che poche tracce delle figure, e anche quelle tanto confuse che non se ne poteva ricavare alcun'indicazione sul soggetto.
Le cause che provocarono quel degrado inarrestabile erano legate all'incompatibilit della tecnica utilizzata con l'umidit della parete retrostante, esposta a nord (che il punto cardinale pi facilmente attaccabile dalla condensa) e confinante con le cucine del convento, con frequenti sbalzi di temperatura; lo stesso refettorio era poi interessato dagli effluvi e dai vapori dei cibi distribuiti.
Per capire quanto siano stati devastanti i danni basta confrontare l'originale con una delle numerose copie dell'opera, come quella del Giampietrino: l'idea quella che, ragionevolmente, i colori originali fossero sostanzialmente simili a quelli visibili nella copia, molto pi brillanti e accesi.
L'opera sub numerosi tentativi di restauro nel tempo, che cercarono di porre rimedio ai danni, stabilizzando le cadute e spesso, provvedendo a vere e proprie ridipinture. Si tent soprattutto di evidenziare i contorni offuscati, per recuperare la leggibilit generale, e di tamponare i fenomeni di degrado. Kenneth Clark, nell'introduzione al catalogo della mostra Studi per il Cenacolo[18], scrisse che in molti casi gli apostoli che vediamo oggi non sono pi quelli dipinti da Leonardo: Pietro, con la fronte bassa da criminale, una delle figure che disturbano di pi nell'intera composizione; ma le copie mostrano che la sua testa era in origine piegata indietro e vista di scorcio. Il restauratore non stato capace di seguire questo difficile brano di disegno e cos ne uscita una deformit. Lo stesso insuccesso si verifica quando si tratta di avere a che fare con pose non comuni come quelle delle teste di Giuda e di Andrea. Le copie mostrano che Giuda era prima in profl perdu, un fatto confermato dal disegno di Leonardo a Windsor. Il restauratore l'ha rigirato, collocandolo in netto profilo e pregiudicandone cos l'effetto sinistro. Andrea era quasi di profilo; il restauratore l'ha portato a una veduta convenzionale di tre quarti. E inoltre ha trasformato il dignitoso vecchio in un tipo spaventoso di ipocrisia scimmiesca. La testa di Giacomo Minore interamente opera del restauratore, che con essa d la misura della propria inettitudine[19].
All'inizio del XIX secolo le truppe napoleoniche trasformarono il refettorio in bivacco e stalla. Negli anni dieci del Novecento il pittore Luigi Cavenaghi reincoll le particelle che si andavano staccando dal muro[20].
Danni ancora pi gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento venne bombardato nell'agosto del 1943: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase salvo tra cumuli di macerie, protetto solo da un breve tetto e da una difesa di sacchi di sabbia, rimanendo esposto per vari giorni ai rischi causati dagli agenti atmosferici.
Nel 1977, dopo molti studi e ricerche, prese il via un grande e delicato progetto di restauro. Un'operazione destinata a durare pi di un ventennio, e a mobilitare scienziati, critici d'arte e restauratori di tutto il mondo. La superficie del Cenacolo era ormai ovunque scrostata e lesionata; in milioni di interstizi microscopici si era infilata la polvere, trattenendo l'umidit delle pareti, e creando cos le condizioni per la graduale e inesorabile scomparsa del dipinto.
Nel lavoro di ripulitura ci si resi conto che il Cenacolo era stato in parte spalmato di cera per essere predisposto al distacco: un distacco che non fu mai eseguito. L'impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli in maniera disomogenea, avevano peggiorato notevolmente le condizioni, gi di per s molto delicate, della pellicola pittorica, consegnando ormai alla fine degli anni settanta un Cenacolo che sembrava irreparabilmente compromesso. Solo una meticolosa e rigorosa opera di restauro, sostenuta da rilievi ed esami tecnologici approfonditi, ha permesso di restituire all'umanit uno dei capolavori della storia dell'arte pi travagliati.
Tra le tante scoperte insperate, si trovato il buco di un chiodo piantato in corrispondenza della testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l'andamento di tutta la prospettiva (punto di fuga). Si sono riscoperti anche i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo: questa parte fu infatti distrutta nel XVII secolo dall'apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina.
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