Hanno paura del greco, allagano il Liceo Parini
Susanna Ripamonti
MILANO Da che mondo è mondo gli studenti che vogliono evitare
un’interrogazione o un compito in classe marinano la scuola o si fingono
malati, quando non c’è la possibilità di affrontare più schiettamente il
problema. Un piccolo inganno al quale pochi possono sostenere di non aver
fatto mai ricorso. Ma nessuno aveva mai pensato di allagare la scuola, di
provocare centinaia di milioni di danni, di impedire a un’intera comunità
scolastica di mille ragazzi di accedere alle classi, per evitare un
compito di greco, come è successo al Parini, liceo dell’èlite milanese. È
un caso di disarmante stupidità o entrano in gioco variabili più complesse?
Vediamo i fatti: sabato scorso, al termine delle lezioni, con estrema
meticolosità e sicuramente con premeditazione, cinque studenti di una
prima liceo, due ragazzi e tre ragazze (di cui non scriviamo il nome)
hanno ostruito con stagnola, acciaio a presa rapida e silicone tutti gli
scarichi dei lavandini dei bagni, hanno aperto i rubinetti, hanno
sigillato le porte e hanno devastato la scuola. Ragazzi di buona famiglia,
ci dicono, che non appartengono alla categoria dei brutti, sporchi e
cattivi. I loro genitori potrebbero assomigliare, per tipologia, a quegli
ex pariniani che negli anni ‘60 finirono sotto processo per aver
pubblicato sulla «Zanzara» il più celebre giornalino scolastico,
un’inchiesta particolarmente coraggiosa sui comportamenti giovanili.
Ragazzi con tutti gli strumenti culturali per capire le conseguenze di un
gesto così abnorme. E che dopo la bravata hanno confessato, con una
lettera al preside, di essere gli autori di questa devastante idiozia.
Quattro di loro ieri mattina si sono presentati in presidenza accompagnati
dai genitori, ma pare che del gruppetto facessero parte altri studenti
rimasti nell’ombra. I danni che hanno provocato ammontano a 500 mila euro
e saranno le loro famiglie a pagare, si spera, obbligandoli per le
prossime estati a lavorare per risarcire il danno. «Perchè - come dice una
psicologa del Beccaria - a questo punto è importante che loro stessi si
mettano in gioco, che qualcuno li aiuti a capire la gravità del loro gesto
e a sopportarne le conseguenze». Nessuno vorrebbe vederli rinchiusi in un
carcere minorile, ma sarebbe un guaio se tutto si risolvesse coi soldi di
papà.
Nella lettera, i quattro «pentiti» si scusano dicendo che non volevano
provocare danni così ingenti. Non sapevano che un allagamento provoca
infiltrazioni, intonaci che crollano. «Probabilmente - dice il loro
insegnante di greco, Aldo Scarpis- hanno agito con la stessa leggerezza e
con la stessa irresponsabilità di chi, dopo essersi fatto quattro canne,
va a schiantarsi con l’auto contro un muro». L’autodenuncia non significa
che le indagini siano chiuse: di loro si sta occupando la procura minorile
che procede per danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico
servizio.
Il preside Carlo Arrigo Pedretti e il loro insegnante li definiscono
«ragazzi normali» non particolarmente brillanti, ma non diversi da molti
loro compagni di classe. A scuola i giudizi più duri arrivano dagli
studenti, che non concedono attenuanti: «sono degli imbecilli e devono
essere espulsi». Scarpis cerca di ragionare: «Non si può dar la colpa solo
a questi ragazzi sebbene si debbano responsabilizzare. Lui non ama le
prediche, fa l’insegnante e ritiene che l’unico atteggiamento corretto sia
quello di mettersi a lavorare «per trovare motivazioni al lavoro che
facciamo». Probabilmente il «commando» dei giovani vandali non tornerà al
Parini e a Scarpis interessa lavorare su quelli che restano: «È a loro che
dovremo far capire che questi ragazzi non sono da crocefiggere: non sono
mostri, non sono terroristi islamici. Sono ragazzi come tutti gli altri,
che esprimono quella cultura dello svacco che caratterizza un intera
generazione». Resta una domanda, non retorica: è corretto addossare a
un’intera generazione, a genitori che fanno con attenzione il loro
mestiere, a una scuola che tenta di svolgere la propria funzione
educativa, responsabilità che sono soprattutto individuali?
Elogio della scuola allagata
L’allagamento del Liceo classico Parini di Milano ha fatto scalpore in
questa settimana, forse più per il nome della scuola e la sua storia nella
città di Milano che per il fatto in sé: atti vandalici sono purtroppo
frequenti nelle scuole e si ingigantiscono durante la stagione delle
occupazioni.
Tuttavia quanto accaduto può essere uno spunto importante per una breve
riflessione sulla scuola nel nostro paese.
Anche recentemente (Citati su Repubblica) si sono levate voci a denuncia
del degrado del nostro sistema scolastico, che sembra sempre meno in grado
di fornire ai suoi studenti una preparazione competitiva con quella dei
coetanei europei e sempre più vittima di un pressapochismo culturale ed
educativo che consegna le generazioni del futuro all’apatia e
all’irresponsabilità.
Ebbene, ragioniamo su quanto è accaduto a Milano: una scuola viene
allagata quasi completamente durante il fine settimana con più di
trecentomila euro di danni, il Preside, i docenti e gli studenti non si
scagliano contro l’abbandono nel quale le istituzioni lasciano la scuola,
ma si interrogano seriamente sulle proprie responsabilità educative.
Nessuna polemica, nessuna caccia alle streghe, subito si dice chiaramente
che sono stati studenti della scuola, ma i ragazzi, che pure sanno, non
vogliono arrivare alla denuncia, anche il Preside e i docenti invitano i
colpevoli a farsi avanti e costoro, nel giro di qualche giorno, si
autodenunciano, alla loro Comunità.
In un paese nel quale due grandi aziende private ed una di mano pubblica
falliscono o quasi in un turbinare di rimandi alle altrui responsabilità,
con la sola conseguenza che migliaia di risparmiatori e tutti i cittadini
si vedono accollare i costi della totale irresponsabilità di sedicenti
manager privati o pubblici, questa semplice comunità scolastica mi pare
sia da prendere ad esempio di come civilmente si può gestire un fatto
grave come quello accaduto, privilegiando gli aspetti educativi rispetto a
quelli penali e il dialogo rispetto agli isterismi da talk show.
E’ vero, la nostra scuola non è perfetta e probabilmente non prepara
abbastanza, soprattutto in campo scientifico, ma il Liceo classico Parini
di Milano forma persone vere, che sanno ancora dire “sono stato io, ho
sbagliato, perdonatemi”: forse imparare questa lezione vale di più che
saper tradurre quella benedetta versione di greco per evitare la quale è
stata allagata la scuola!
Giuseppe Bonelli
A scuola come a casa propria
PIERFRANCESCO ROSSI
La vicenda dell'allagamento del liceo Parini è diventata - come era giusto
che fosse - uno scandalo nazionale. Io ho quattordici anni e provo, come
tanti miei compagni, un grande rispetto per il liceo-ginnasio che
frequento, ma, anche prima del “fattaccio”, mi era capitato di osservare
che, in generale, c'è tra i miei coetanei un atteggiamento poco rispettoso
verso la propria scuola.
I cinque studenti che hanno reso inagibile il più prestigioso liceo
milanese hanno confessato di aver fatto ciò che hanno fatto per far
saltare la versione di greco, ma io credo che, alla base, ci sia altro.
Infatti, vivendo tutti i giorni a contatto con una realtà infestata da
tanti possibili “allagatori”, mi rendo conto che i ragazzi hanno sempre
meno riguardo per la propria scuola per motivi molto più complessi e
sottili della normale - e sana - paura del compito di greco.
La scuola è sempre stata, e spero che lo rimanga per tanto tempo ancora,
il luogo più importante dove gli adolescenti si incontrano
quotidianamente, fanno amicizia e si scambiano opinioni. È inevitabile,
perciò, che diventi un posto estremamente familiare. Ma ci sono anche i
professori che pretendono tanto, il preside severo, gli obblighi da
rispettare…, tutte cose che, a parecchi, danno quel sapore di doverosità
ed estraneità che a casa propria non c'è.
A casa, neanche il più incallito dei teppisti si sarebbe mai permesso di
tappare i rubinetti e di farsi una bella piscina coperta, e questo per due
motivi: ne sarebbe andata di mezzo anche la propria “cameretta” e la mamma
avrebbe fatto sentire voce e randello. Anche per bravate meno gravi
dell'allagamento, insomma, a casa ci sarebbe stata una giusta punizione o
una sana sgridata.
Ma a scuola, spesso, queste cose mancano, come manca un vero
coinvolgimento dei ragazzi che faccia loro sentire la scuola come “casa
propria”.
Me ne accorgo in classe, o per i corridoi, o nel bagno: i muri sono pieni
di scritte, spesso volgari, talvolta romantiche, ma pur sempre non
permesse. Ma tutto tace. E quando si esce dal bagno un tanfo da zona
industriale impregna i vestiti e i capelli: non si può fumare, ma lo fanno
tutti e tutti lo sanno e tutto viene preso alla leggera. Ormai tra i
ragazzi regna l'idea che ogni cosa possa restare impunita. E così, anche
per ragazzi che si definiscono “normali”, come gli inzuppatori del liceo,
l'idea di fare una bravata coincide col pensiero di una marea di risate
con i compagni, una tirata d'orecchie del bidello che però è simpatico e
ci capisce, e poi passa tutto. Ci si scorda in fretta di una ragazzata!
Se il Parini fosse dovuto rimanere chiuso solo per poche ore, se magari
solo pochi centimetri d'acqua avessero bagnato i pavimenti - come nei
piani dei cinque ragazzi - la versione di greco sarebbe stata rinviata, e
probabilmente si sarebbe ripetuta la divertente bravata perché il compito
venisse rimandato ancora. Non si sarebbe mai conosciuta la mano che di
notte aveva aperto i rubinetti e, in fin dei conti, non se ne sarebbe
neanche parlato tanto, perché tutti avrebbero pensato a qualche isolato
vandalo esterno al liceo. Fatti del genere succedono da decenni. Ho
scoperto che, parecchi anni fa, perfino il mio liceo, ad Avellino, fu
allagato, con lo stesso sistema ma meno gravemente. Allora, mi dicono,
nessuno ha mai saputo di chi fu la colpa. Tutto ciò mi porta a pensare
che, forse, è stata una fortuna per tutti che il fatto accaduto al Parini
sia sfuggito di mano ai suoi ideatori: l'avremo capito, finalmente, che
anche la minima ragazzata va presa sul serio, e non solo dal punto di
vista della repressione?
È probabile, chissà, che in questo caso il motivo principale sia stata
veramente la paura della versione, ma di certo non si può immaginare di
evitare tali abnormi reazioni eliminando il compito in classe! Nonostante
il presidente dell'Associazione Nazionale Presidi, Prof. Rembado,
dimostrando tutta la sua arguzia, abbia affermato che “quella per il
compito in classe è davvero una paura anacronistica e senza fondamento”,
io continuo a credere che un po' di timore sia sano e necessario e che
possa solo portare a studiare con più impegno e con la consapevolezza che
tutto ciò non può che far bene. E molti ragazzi l'hanno capito. Un ragazzo
“normale” non avrebbe mai sfondato le porte della scuola, non avrebbe
neanche pensato di allagarla. I pochi, spero pochi, teppistelli in giro
vanno certo controllati e anche puniti, se necessario, ma gli altri
meritano - è banale dirlo? - una scuola decisamente migliore di quella di
oggi.
Se la scuola, un giorno, riuscisse a meritarsi l'appellativo di “seconda
casa” dei ragazzi, mi piace pensare che anche quelli che, oggi, non la
frequentano volentieri, comincerebbero a vederla con occhi più aperti e
desiderosi di scoprire.
Piove, governo ladro e viva la scuola pubblica
L’edificio del Liceo Parini in Via Goito, per la gente come me, genitore
di pariniano, ex-pariniana e figlia di pariniano, non è né brutto né
bello, è. Quell’edificio è il liceo, il liceo per antonomasia,
ingiudicabile. E’ prima di tutto un oggetto di emozione, come una bella
musica che ha accompagnato un amore di gioventù.
Penso però che si possa dire, con meno pregiudizi, che un buon liceo
classico sia il miglior investimento possibile nella cultura dei propri
figli. La cultura infatti non è strumentale ad ottenere qualcosa, ma fine
a se stessa: unico obiettivo, il massimo livello possibile di
consapevolezza, quindi il massimo livello di umanità - intesa qui in
contrapposizione a bestialità, con tutto il rispetto per le bestie,
naturalmente.
E la cultura è cosa diversa dall’addestramento ad un mestiere: è la via
per la comprensione, per l’apertura mentale, per la capacità di pensiero
complesso, di ragionamento autonomo, innovativo. Non ha mai impedito a
nessuno, tuttavia, di eccellere in un qualsiasi mestiere, che io sappia.
Mi sembra che il liceo classico incarni questo approccio alla cultura,
sapere per saper fare, l’approccio “top-down”, idealmente. Approccio che
naturalmente non pretende di essere una scorciatoia. Segnalo anzi che sono
una fan del progetto Brocca, dove la cultura classica si fonde, al prezzo
di un po’ di lavoro in più per i nostri viziatissimi figli, con una più
succosa dose di cultura matematica e scientifica, e, udite udite, economia
e diritto! Un progetto magnifico per quella consapevolezza di cui sopra. E
se queste sembrano idee “élitariste”, ricordo a tutti che stiamo parlando
di scuola pubblica, un diritto inalienabile, la migliore garanzia di
accesso per tutti al privilegio della cultura.
Naturalmente quando si prende un corpo sociale composto di centinaia di
persone, non si può pretendere che tutti la vedano così, o che questa sia
la motivazione corrente, ma i peggiori cittadini-studenti che ho visto io
in questi giorni non sono quei disgraziati che hanno allagato il liceo –
alla fine mi fanno soprattutto pena e, a dire il vero, non so neppure chi
siano -, ma alcuni che mi son parsi sentirsi investiti della
responsabilità di guidare il branco nella ribellione (rivoluzione?)
sloganistica e aprioristica, contro l’autorità costituita. Piove, governo
ladro: dove sta la rivoluzionarietà di questo pensiero?
E non protestano perché, per inghippi burocratici di stampo squisitamente
italiota, il liceo da anni era sprovvisto di un custode (assurda vicenda e
legittima protesta, se ci fosse stata) e neppure perché le difese
dell’edificio dall’intrusione erano insufficienti (lezione per il futuro),
ma perché “essi” ci hanno dato il Teatro Dal Verme per la nostra
assemblea, furbacchioni!, e chissà come hanno in mente di fregarci in
cambio, come minimo un grande fratello a suon di telecamere.nei corridoi,
nei bagni, e chissà dove altro. Naturalmente, (e fortunatamente) pure
fantasie.
Cos’è? E’ che invecchiando si diventa più pragamatici, o è vero, come mi
sembra, che la protesta studentesca non ha cambiato né metodi né
linguaggio negli ultimi 40 anni e l’aggressione verbale continua contro
Sua Astratta Malevolenza, l’autorità pubblica, suona ormai irrilevante?
Va detto che la maggior parte dei ragazzi, fuori dall’assemblea, in realtà
parlavano di cose più pertinenti, parlavano di responsabilità e di se
stessi. E c’e’ da sperare che, come spesso succede, questo episodio –
senz’altro negativo-, possa avere di rimbalzo un effetto meravigliosamente
positivo, anzi si può già dire che è successo. E’ parso risvegliarsi nei
ragazzi l’interesse per la propria scuola, si può dire un amore, il senso
che la scuola è un loro strumento di crescita, un privilegio non poi tanto
scontato. Si è risvegliata bruscamente la consapevolezza che il “pubblico”
siamo noi.
Non sarebbe dunque male se questo insegnasse loro che non è sbagliato
interessarsi costruttivamente al “pubblico”, allo stato nelle sue forme,
stato che proprio nel garantire per tutti giustizia, salute e cultura ha
la sua prima ragione di essere, stato che, in fondo, dovremmo per
l’appunto essere noi. E qui si sta parlando del concetto astratto di
stato, ovviamente, prescindendo per un attimo, e non è sempre facile,
dalle specifiche istanze momentanee dell’idea.
Magari più ragazzi si potrebbero sentire spinti da questo interesse a
lavorare con le loro belle e fresche teste a sviluppare idee e modelli
possibili e migliori.
Non sarebbe male se i nostri figli sviluppassero un senso di
responsabilità da cittadino, giacché cittadini del mondo sono loro: il
patriottismo non c’entra più. C’entra il riconoscersi nei vari livelli, e
lungo i vari canali di aggregazione sociale, in quanto animali interessati
a quello che il far società con gli altri può dare in più, rispetto al
farsi solo i fatti propri. Naturalmente con una tacca o due in più di
consapevolezza e autonomia, rispetto alle formiche.
Molti dei nostri rappresentanti nel “pubblico” badano prevalentemente ai
loro interessi personali? e chissenefrega, non è una novità; combattiamo
senza tregua la prevaricazione, la corruzione, l’ipocrisia, ma facciamo
dei distinguo, per poter andare avanti, ogni tanto, e almeno sul piano
ideale!
La noiosa litania ripetitiva della “protesta indignata” e indistinta a
mitraglia, si è rivelata, per la sinistra, una strategia politica da Will
Coyote. Il progressismo, credo, deve farsi carico di costruire una
coscienza civica un po’ più propositiva e un po’ meno vittimistica, non ci
si può appiattire sul piove, governo ladro.
Francesca Manfredini
> da http://www.scuolaoggi.org/index.php?action=detail&artid=1882
Sbagliato, era
http://www.scuolaoggi.org/index.php?action=detail&artid=1879
> Penso però che si possa dire, con meno pregiudizi, che un buon liceo
> classico sia il miglior investimento possibile nella cultura dei propri
> figli. La cultura infatti non è strumentale ad ottenere qualcosa, ma fine
> a se stessa: unico obiettivo, il massimo livello possibile di
> consapevolezza, quindi il massimo livello di umanità - intesa qui in
> contrapposizione a bestialità, con tutto il rispetto per le bestie,
> naturalmente.
> E la cultura è cosa diversa dall’addestramento ad un mestiere: è la via
> per la comprensione, per l’apertura mentale, per la capacità di pensiero
> complesso, di ragionamento autonomo, innovativo. Non ha mai impedito a
> nessuno, tuttavia, di eccellere in un qualsiasi mestiere, che io sappia.
> Mi sembra che il liceo classico incarni questo approccio alla cultura,
> sapere per saper fare, l’approccio “top-down”, idealmente. Approccio che
> naturalmente non pretende di essere una scorciatoia. Segnalo anzi che sono
> una fan del progetto Brocca, dove la cultura classica si fonde, al prezzo
> di un po’ di lavoro in più per i nostri viziatissimi figli, con una più
> succosa dose di cultura matematica e scientifica, e, udite udite, economia
> e diritto! Un progetto magnifico per quella consapevolezza di cui sopra. E
> se queste sembrano idee “élitariste”, ricordo a tutti che stiamo parlando
> di scuola pubblica, un diritto inalienabile, la migliore garanzia di
> accesso per tutti al privilegio della cultura.
Qui la signora si è un po' lasciata prendere la mano. Non entro nel merito
di una diatriba noiosissima liceoclassico vs. istitutotecnico. Osservo
piuttosto che:
1) che qualcuno ci dica a noi informatici le meraviglie del metodo
top-down, vuol dire che non è sufficientemente noto quali contenuti e
metodologie si affrontano nelle nostre scuole. Colpa nostra che diciamo
abbastanza in giro queste cose.
2) il metodo top-down non è l'unica maniera di affrontare i problemi. A
volte si ragiona in modo bottom-up oppure middle-out. Comunque, dal punto
di vista didattico, risulta equivalente partire dal sapere per arrivare al
saper fare, piuttosto che induttivamente riflettere sull'esperienza per
arrivare alla sistematizzazione delle conoscenze.
3) se quei ragazzi del parini avessero fatto più educazione tecnica alla
scuola media e non fossero arrivati in prima liceo non avendo mai
affrontato al ginnasio nessuna materia scientifica escluse due ore
settimanali di matematica, probabilmente non sarebbero restati così di
stucco nel constatare che un allagamento non comporta solo che bisognerà
asciugare per terra con le pezze, ma anche infiltrazioni tali da poter
provocare gravi crolli in una struttura d'epoca.
LAPSUS
SCUOLA
di STEFANO BARTEZZAGHI
--------------------------------
Eh già, cos´è una scuola? Dal problema della vita bassa a quello
dell´acqua alta, dissennatezze piccole e grandi degli adolescenti
costringono gli adulti a riconsiderare certezze scontate. Un professore
dice che gli allagatori del Parini hanno agito sulla base di una «realtà
virtuale». I soliti babau: tv e videogiochi. Ma la televisione agisce
soprattutto sugli adulti (i liceali notoriamente ne vedono pochissima) e
la vera realtà virtuale è pensare alla scuola come un tapis roulant che
cammella deliziosi pupattoli all´età dei brufoli, e della cosiddetta
maturità.
La scuola è una comunità, fornita di una sede e di regole scritte e non
scritte. Il danneggiamento della comunità è punito con l´allontanamento
temporaneo (e senza perdita di diritti), come fu già con l´ostracismo
nelle città-stato. Ma se il danno materiale ha chiari responsabili, quello
morale deve essere elaborato dalla comunità stessa: che può buttar fuori
cinque suoi membri, ma non può espellere i loro moventi, il fondo scuro
che l´allagamento doveva sciacquare per un paio d´ore. Se la comunità
ritrova le sue ragioni, o meglio se le reinventa, alla fine non sarà stato
consolidato e rimesso a nuovo soltanto l´edificio. E allora, ancora una
volta: su con la vita.
L´AMACA
di MICHELE SERRA
L´allagamento del Parini ha innescato un gran bel dibattito su quanto sono
soli e sconosciuti gli adolescenti, e quanto distratti e maldestri i
genitori. Tutto bene e tutto giusto, ma con un sovrappiù abbastanza
fastidioso di contrizione adulta, di senso di colpa per "non avere saputo
capire". Per la verità, l´adolescenza è un´età così misteriosa che spesso
non la capiscono neanche gli adolescenti. C´è in essa una dose di
imponderabilità e di rischio che non è controllabile, e anche per questo
non è controllata.
Piuttosto, si potrebbe introdurre nella discussione una variante
abbastanza inaudita: invece di ripetere sempre quanto siano trascurati i
poveri figli teen ager, e quanto siamo colpevoli noi imbottendoli di soldi
e vacanze, libertà e fiducia (tutte cose che, a pensarci bene, mica fanno
schifo?), provare a dire quanto poco si interessino, i figli, della vita
di noi adulti, quanto sconosciuti siamo noi a loro, quanto incapaci (per
mollezza, per viltà) di chiedere attenzione e rispetto per i nostri
casini, i nostri problemi, le nostre inadempienze, le nostre regole o
mezze regole. E per colmo, noi adulti nemmeno possiamo allagare il Parini.
Milano, i presidi non accettano il trasferimento. La Moratti dovrà
rispondere
Rifiutati da quattro licei i vandali del Parini
Lettera di 22 prof al ministro: espulsi per un anno
Gli studenti con l´allagamento hanno provocato danni per oltre 300 milioni
TERESA MONESTIROLI
MILANO - Ormai sono «i ragazzi che allagano le scuole» e per loro non c´è
posto nei licei milanesi. Con parole più o meno gentili, arrampicandosi
sui vetri per cercare di non offendere le famiglie, i presidi di quattro
classici statali chiudono le porte in faccia agli studenti che il 17
ottobre hanno allagato il Parini per saltare il compito in classe di
greco, provocando danni per 330 mila euro e costringendo la scuola a
chiudere per sette giorni. Dopo la preside Mirella De Carolis del liceo
Carducci («Hanno bisogno di un ambiente più protetto dopo aver fatto una
cosa di così clamoroso. Io non voglio essere accogliente con chi ha creato
disagio in un altro istituto»), ora anche il Manzoni, il Tito Livio e il
Beccaria respingono le richieste di trasferimento. «La legge non mi
obbliga ad accettare studenti che provengono dallo stesso Comune», spiega
il preside Carlo Manzo del liceo Tito Livio-Omero. Mentre Luigi Barbarino,
a capo del classico Manzoni, gli fa eco: «Non sarebbero i benvenuti. I
problemi si esportano e credo che i miei professori non sarebbero
d´accordo. Le difficoltà vanno affrontate dove accadono». Duro il commento
del direttore scolastico regionale Mario Giacomo Dutto che ricorda: «La
scuola pubblica deve garantire il posto a tutti. Sarebbe veramente molto
grave se questi studenti non trovassero ospitalità nelle scuole statali o
paritarie della città. Mi farò carico personalmente del problema se le
famiglie mi chiederanno un supporto».
L´unico a spalancare le porte ai rei confessi è il dirigente scolastico
del Berchet Innocente Pessina che, scandalizzato del comportamento fra i
colleghi, afferma: «Si è venuto a creare un clima di intolleranza ed
eccessiva intransigenza nei confronti di cinque ragazzi che hanno
sbagliato ma non vanno criminalizzati. Ho ricevuto un genitore e con sua
figlia nel mio studio. L´ho trovata molto spaventata. Ora riunirò il
consiglio di classe di una prima liceo per capire se ci sono le condizioni
tecniche per accogliere la ragazza». D´accordo nella necessità di dare una
seconda chance ai colpevoli anche la preside del liceo Beccaria,
Mariagrazia Meneghetti che per il momento ha dovuto rifiutare
un´iscrizione per mancanza di posto.
Mentre le famiglie dei responsabili cercano un´alternativa al Parini, a
scuola i professori si spaccano sulla punizione da assegnare agli studenti
«allagatori». Se il preside, seguito da un ridotto gruppo di professori,
difende la linea morbida della sospensione di 15 giorni - massima sanzione
prevista dal nuovo statuto degli studenti firmato nel 1998 da Luigi
Berlinguer - la maggior parte dei professori è d´accordo con la lettera
firmata da 22 docenti e indirizzata al ministro dell´Istruzione Letizia
Moratti in cui si chiede se la scuola è autorizzata all´espulsione dei
ragazzi dal liceo. Secondo il nuovo regolamento, che ha ammorbidito le
sanzioni disciplinari, l´allontanamento da scuola è previsto solo in caso
di reato. Il ministro, che ancora non ha ricevuto la lettera, risponderà
nei prossimi giorni.
Il ministro risponde ai professori che chiedevano una pena dura: "La
scuola deve educare"
Vandali, no a un anno di espulsione la Moratti frena i docenti del Parini
I sostenitori della linea dura: "Risposta pilatesca" Martedì il verdetto
TERESA MONESTIROLI
MILANO - «La decisione sulle sanzioni disciplinari spetta solo alla
scuola». Il ministro dell´Istruzione Letizia Moratti interviene nello
scontro fra il preside e i professori del liceo classico Parini di Milano
sulla punizione da assegnare ai responsabili dell´allagamento
dell´istituto. E, alla lettera di 22 docenti che chiedono un chiarimento
sullo Statuto degli studenti, risponde: «La scuola deve svolgere un ruolo
di responsabilizzazione e recupero degli studenti che hanno sbagliato»
ricordando che la sua «missione fondamentale è l´educazione dei ragazzi
alla responsabilità, alla convivenza civile, al rispetto degli altri e
della comunità in cui vivono».
Dunque niente allontanamento da scuola per un anno, come auspicato da
molti professori, ma «recupero» di chi ha sbagliato, nel rispetto del
regolamento scolastico che prevede come massimo provvedimento disciplinare
15 giorni di sospensione. «Sono felice della presa di posizione del
ministro. Lo Statuto è chiaro e le regole vanno rispettate», commenta il
direttore scolastico della Lombardia Mario Giacomo Dutto che ieri
pomeriggio ha incontrato il preside del Parini, Carlo Arrigo Pedretti, per
rassicurarlo sulla corretta interpretazione della legge. «Una risposta
pilatesca» è invece la reazione della professoressa Laura Chiappella,
ideatrice della lettera al ministro e tra le sostenitrici della necessità
di una punizione «esemplare» per i ragazzi colpevoli, anche per evitare
casi di emulazione, come quello dell´istituto d´arte di Sorrento, chiuso
fino a lunedì a causa di un allagamento.
La decisione ora spetta alla scuola. Martedì pomeriggio il consiglio di
classe della prima E si riunirà per stabilire la punizione, dopo aver
ascoltato la posizione di tutti e cinque gli studenti. Un piccolo processo
che si preannuncia burrascoso in una scuola spaccata tra chi chiede la
forca e chi invoca il perdono. «Non mi farò influenzare dalle
dichiarazioni di alcuni colleghi - spiega il professore Riccardo Lazzari,
della prima E - Sarebbe stato più corretto che i docenti esprimessero le
loro opinioni in un collegio docenti». E mentre Marilena Adamo,
consigliere comunale Ds, si trova d´accordo con la Moratti («Tocca alla
scuola stabilire la strada del riscatto»), Fiorello Cortiana dei Verdi,
segretario della commissione Istruzione del Senato, ha presentato
un´interrogazione urgente al ministro su una vicenda che «sta diventando
tanto grottesca quanto dannosa per il sistema educativo».
IL CASO
Il no ai ragazzi responsabili dell´allagamento del Parini: la scuola
tradisce se stessa
Se il liceo chiude le porte
UMBERTO GALIMBERTI
Se la scuola pensa che un adolescente non possa cambiare è meglio che
chiuda i battenti, non perché sono incominciati i lavori di restauro
dell´edificio ammalorato dall´allagamento, ma perché manca la ragione di
base per cui professori e studenti si debbano trovare ogni giorno a scuola
per dispensare e acquisire non solo istruzione, ma anche educazione e, se
necessario, rieducazione.
Leggendo le cronache dei giornali che hanno seguito da vicino la vicenda
dell´allagamento del liceo Parini, sembra che questo principio sia venuto
meno. I professori della scuola, infatti, non si sono riuniti per
discutere come recuperare questi ragazzi alle regole del viver civile, ma
come e per quanto tempo sospenderli dalla scuola: se per quindici giorni
come prevede il regolamento scolastico, o se per un intero anno come una
possibile interpretazione del regolamento forse potrebbe consentire.
Il principio della punizione, che come si usa dire in questi casi deve
essere «esemplare», ha messo subito fuori gioco l´ipotesi della
rieducazione.
Ma che significa «punire» in questo caso? Significa sospendere dalla
scuola (che fino a prova contraria è l´istituzione preposta all´educazione
dei giovani) chi dell´educazione forse ha più bisogno degli altri. E
allora viene da pensare che tra scuola ed educazione non c´è parentela,
perché, chiudendo il sillogismo, o a scuola vieni già educato o la scuola
dovrà allontanarti.
Che è come dire che la scuola non riconosce più nell´educazione la sua
ragione d´essere, il suo compito specifico, lo scopo della sua esistenza.
E a me questo pare più grave del pur gravissimo atto che ha portato alcuni
studenti ad allagare l´edificio che ogni mattina frequentano per imparare
a crescere.
La mentalità che preferisce «punire» (leggi «allontanare dalla scuola»),
invece che rimboccarsi le maniche e rieducare chi forse ne ha più bisogno,
non è circoscritta alla scuola danneggiata, il liceo Parini, ma è diffusa
nella gran parte degli istituti scolastici milanesi, se è vero che la
preside del liceo classico Carducci ha dichiarato: «Io non voglio essere
accogliente con chi ha creato disagio in un altro istituto». Sulla stessa
linea sono i presidi degli altri licei milanesi: il Manzoni, il Tito
Livio, il Beccaria che respingono le richieste di trasferimento perché,
spiega il preside del Tito Livio-Omero: «La legge non mi obbliga ad
accettare studenti che provengono dallo stesso Comune». Mentre il preside
del Manzoni dichiara che: «Non sarebbero i benvenuti. I problemi si
esportano e credo che i miei professori non sarebbero d´accordo».
Fin qui i licei statali. Faccio personalmente una telefonata a un liceo
privato cattolico che gode fama di indubbia serietà. Mi si risponde che:
«Occorre prima verificare la disponibilità dei professori ad accogliere i
ragazzi, che in ogni caso non devono essere figli di separati, perché i
figli dei separati hanno più problemi degli altri».
Porte chiuse quindi, sia nelle scuole pubbliche sia in quelle private. E
mentre al Parini si discute non di educazione o di procedure di recupero
ma, con toni molto accesi che dividono i consigli di classe, sull´entità
della punizione, con interpellanza al ministro della Pubblica istruzione,
le altre scuole dichiarano la loro indisponibilità all´accoglienza.
Risultato: cari ragazzi statevene a casa. In alternativa andate all´estero
perché la scuola italiana non prevede tra i suoi compiti la rieducazione
di chi ha sbagliato.
Apprendo sempre dai giornali che il Preside del Parini ha convocato i
genitori per sapere che cosa intendono fare per i loro figli. Neanche
l´ipotesi di convocare i professori per chieder loro: «Come possiamo
recuperare questi ragazzi?». A questo punto mi vien da dire che
l´allagamento del Parini ha danneggiato un edificio scolastico, ha messo a
soqquadro l´ordinato andamento di una scuola, ma ha anche messo in
evidenza l´abissale distanza che esiste tra la nostra scuola e le finalità
educative, e se necessario rieducative, che la dovrebbero animare.
Si può colmare questa distanza? Io penso di sì. Esistono ottimi professori
che sanno parlare non solo con la classe, ma con i singoli studenti, che
sanno seguirne i percorsi di vita, che non si appellano all´indolenza o
alla cattiva volontà dei ragazzi, perché sanno che la volontà non esiste
al di fuori dell´interesse, che l´interesse non esiste separato dal legame
emotivo, che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra
professore e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di
assoluta incomprensione.
Cari professori del Parini riaccogliete i vostri studenti e non lasciateli
per strada esposti a percorsi a rischio. Il problema non è nella durata
della loro sospensione affinché la punizione sia esemplare, ma nella
vostra capacità di riaccoglierli. Non dimentichiamo che, oltre agli
studenti che allagano la scuola, ce n´è un gran numero che ogni anno si
uccide. Non è colpa dei professori, ma forse con qualche attenzione in più
«personalizzata» anche questi suicidi si potrebbero evitare. A
ricordarcelo è Freud, non certo un lassista o un buonista, che in un breve
saggio del 1910 scrive: «La scuola secondaria deve fare qualcosa di più
che evitare di spingere i giovani al suicidio; essa deve creare in loro il
piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro
esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad
allentare i legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra
incontestabile che la scuola non faccia ciò e che per molti aspetti
rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un
sostituto della famiglia e di suscitare l´interesse per la vita che si
svolge fuori, nel mondo. Non è questa l´occasione per fare una critica
della scuola secondaria nella sua attuale struttura: mi è tuttavia forse
consentito di mettere l´accento su un singolo punto. La Scuola non deve
mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai
quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi,
seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la
prerogativa di inesorabilità, propria della vita; non deve voler essere
più che un gioco di vita».
Ultima considerazione. I giornali dovrebbero evitare di chiamare «vandali»
dei ragazzi che hanno compiuto un «atto» vandalico, perché non si deve mai
far coincidere l´essere di una persona con un suo atto, per quanto
esecrabile esso sia. Perché in questo modo si nega a quella persona la
possibilità di un ravvedimento, le si vanifica l´intenzione di
cambiamento, le si toglie la speranza, la si inchioda al suo passato, e
così facendo le si proibisce il futuro. Anche in questo caso nulla di
educativo.
Milano, 06/11/2004
Il Parini ci ha rotto
di Michele Corsi
Da settimane le edizioni locali e ora anche quelle nazionali del Corriere
della Sera e di Repubblica ci propinano infinite puntate della telenovela
Parini. Non è certo colpa delle bravissime giornaliste che seguono
normalmente le questioni scolastiche della nostra metropoli e che ben
conosciamo per competenza e professionalità. Sospettiamo fortemente i loro
"capi", che, non sappiamo bene per quale ragione, immaginano che sfruttare
a fondo questo caso faccia guadagnare audience. Credo di farmi interprete
di un disagio diffuso se dico: smettetela per favore, non se ne può più.
Qualche acida considerazione si impone.
Il Parini s'è allagato. La cosa ovviamente è assai incresciosa. E' una
scuola pubblica, per rimetterla in piedi ci vorranno soldi pubblici, a
soffrirne i disagi sono studenti della scuola pubblica. Dunque: la mia
massima solidarietà. Dopodiché: qualcuno pensa sul serio che il Parini sia
l'unica scuola che versa in condizioni strutturali difficili? Ci sono fior
di edifici scolastici comunali, ad esempio, che cadono a pezzi. Per non
parlare degli edifici scolastici inesistenti: in vari comuni
dell'hinterland in rapida espansione non si assicura il diritto delle
bambine e dei bambini a frequentare la scuola d'infanzia. Non sono
problemi seri? Perché, cari direttori, non aprite un bel filone
d'inchiesta su queste carenze? Non pensate che potrebbero coinvolgere un
più vasto pubblico di quello costretto a subire la telenovela Parini?
Ci viene il sospetto che tutta questa attenzione rivolta al Parini sia
dovuta alla sua fama di scuola elitaria e che dovrebbe "formare la futura
classe dirigente" (da una delle tante interviste deliranti rilasciate in
questi giorni). Però non comprendiamo la logica dei nostri quotidiani:
perché suppongono che una scuola elitaria, debba per forza interessare il
vasto pubblico? Il pubblico, che è vasto, non è una elite. I normali
lettori del Corriere e della Repubblica non si interessano al Parini in
misura maggiore dell'attenzione che amerebbero rivolgere a qualsiasi altra
scuola. Al contrario, pensiamo sia un dovere civile dei nostri media,
occuparsi delle scuole di cui nessuno si occupa. Ad esempio quelle
stracolme di disagio sociale, quelle dove lavorano colleghe e colleghi ai
quali sono state tagliate le risorse minime per far fronte a problemi così
gravi che un allagamento, al confronto, fa ridere.
Il dibattito sul grado di punizione che meriterebbero i quattro ragazzini
che hanno aperto i rubinetti ha qualcosa di degradante e deprimente. Mi
sento umiliato come insegnante nel sapere che venti colleghi hanno spedito
alla ministra una lettera in cui le chiedevano di poter cacciare via per
sempre i famigerati quattro (per farli iscrivere, immaginiamo, in una
scuola non così d'elite). Siete riusciti nell'incredibile impresa di far
apparire progressista la Moratti, che ha detto: la scuola deve educare.
Credo che la signora non sappia nemmeno cosa voglia dire quella frase,
forse l'ha letta in un fogliettino dei Baci Perugina, però è riuscita
nell'intento di sembrare umana. Cari colleghi del Parini, immagino che tra
voi ci sia anche qualcuno con la testa sulle spalle, ma l'immagine della
scuola che state dando è angosciante. Non so cosa discutete nel collegio
docenti, ma una qualche domandina sul valore pedagogico dell'1 meno meno
ve la siete fatta? Qualche brivido nella schiena quando sentivate tutti
quegli studenti e quei genitori che schiumavano tanta rabbia e sete di
vendetta da farceli sembrare i parenti stretti degli elettori di Bush, vi
è venuto? Ogni tanto, tra una versione di greco e l'altra, vi siete
chiesti: ma i nostri ragazzi sono felici?
Il nostro mondo di adulti è di una bruttezza rivoltante, eppure quei 4
poveretti che hanno aperto i rubinetti sembrano diventati la causa e il
simbolo del degrado morale della metropoli e della scuola pubblica. Posso
dirlo? Non ci credo. Non ci credo. Non ci credo. Spero che esista da
qualche parte in questa fredda metropoli un dirigente o un collegio
docenti o una assemblea studentesca che abbia il fegato di dire: venite da
noi, noi vi accogliamo, siamo contenti di avervi qui con noi. Se accadesse
non farebbero parte delle "generazioni di pariniani" di cui abbiamo letto
nei vaneggiamenti di qualche intervistato, però potranno consolarsi
pensando che, allo stesso modo, non faranno mai parte dell'italica "classe
dirigente". Che, come sapete, fa cose ben peggiori che aprire rubinetti.
Alcuni sconosciuti la scorsa notte sono penetrati nell'istituto
professionale Alcide De Gasperi di Morciano di Romagna, in provincia
di Rimini, e hanno allagato parzialmente la scuola, dichiarata
inagibile dai vigili del fuoco, soprattutto per eventuali problemi
all'impianto elettrico.
I vandaloi sono entrati nella scuola attraverso la finestra di un
bagno rotta al piano terreno. Saliti al primo piano, hanno aperto il
rubinetto di un idrante, per poi darsi alla fuga. Ad accorgersi del
raid č stato questa mattina un bidello verso le 8,30, durante un
normale giro di controllo. Sono stati allagati il primo piano, del
pian terreno e di parte del seminterrato. Di sicuro domani i circa 500
studenti del De Gasperi non potranno seguire le lezioni nel proprio
istituto.
http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/rep_nazionale_n_867062.html
Gioachino Colombrita
Cesena
«Cari prof, non espellete i ragazzi del Parini»
Luigi Berlinguer: «Risarciscano il danno». Domani la decisione sugli
studenti che hanno allagato l’istituto
Susanna Ripamonti
MILANO La sentenza è prevista per domani. I consigli di classe del Liceo
Parini decideranno quale punizione infliggere agli studenti responsabili
di aver allagato la scuola. I docenti sono divisi tra chi vorrebbe pene
esemplari (espulsione per un anno) e chi parla di perdono e recupero, ma
esiste un «codice», lo Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti che
fu elaborato quando ministro dell’istruzione era Luigi Berlinguer, che
definisce delitti e pene nell’ambito della comunità scolastica. E proprio
consultandolo l’ex ministro indica una possibile soluzione: «I ragazzi si
rimbocchino le maniche e risarciscano il danno, con un lavoro di
riparazione che non sia un gioco. Certamente devono sentire il bruciore
della sanzione, devono capire che dal loro comportamento deriva uno
svantaggio, ma in un clima di recupero, che non li allontani dalla scuola,
perchè un espulsione non servirebbe a nulla».
Professor Berlinguer, ci sono docenti che dicono: io sono pagato per fare
l’insegnante e non l’assistente sociale. Lei cosa ne pensa?
«Posso solo pensare che questa sia una terribile fesseria, chi ragiona in
questi termini non ha capito nulla della missione di un insegnante. La
scuola deve solo istruire o deve anche e soprattutto educare? Si può
davvero pensare che degli adolescenti non siano recuperabili e che
comunque non sia compito della scuola educarli ad essere dei cittadini,
oltre che persone colte e istruite? C’è chi pensa che dall’istruzione
derivi automaticamente l’educazione, ma questo non è vero soprattutto
nella scuola di massa, dove gli studenti sono numerosi e culturalmente
eterogenei e la scuola deve spesso sostituirsi a carenze educative della
famiglia. Capisco che per i docenti sia faticoso impegnarsi in un’azione
educativa anche personalizzata, che tenga conto di casi particolari, ma ci
possiamo rinunciare? Credo che anche le famiglie debbano cogliere questa
occasione: genitori e docenti si devono tenere molto stretti tra loro per
convergere nella rispettiva funzione educativa. Mi pare tuttavia che molti
insegnanti e il preside del Parini, si siano mostrati all’altezza della
situazione e vista l’enorme difficoltà del caso, meritino tutto il nostro
rispetto».
Domani il consiglio di istituto dovrà prendere una decisione, lei cosa
suggerisce?
«L’espulsione mi sembra la soluzione più dannosa, che risponde alla logica
di chi non vuole sporcarsi le mani, non vuole contaminarsi coi peccatori
ed escludendoli elude il problema. Io credo che i docenti debbano cogliere
questa occasione drammatica, perchè se è vero che istruzione ed educazione
funzionano di più nei grandi momenti emotivi, sono sicuro che quei ragazzi
vivono una grande emozione, anche se frustrante. Non si può distinguere il
vissuto dal pensato. L’esperienza fa parte della cultura e da questa
lezione essi devono imparare. Allontanarli significa per la docenza del
Parini rinunciare a una opportunità».
Alcuni docenti si sono rivolti al ministro Moratti per chiedere come
interpretare lo Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti. Che cosa
prevede in casi di questa gravità?
«Quando lo abbiamo approvato vigeva il regio decreto del 1925. Per fortuna
quella stagione politica e scolastica non esiste più, ed era durata fin
troppo. È uno statuto severo, che tra i doveri elenca l’obbligo di
utilizzare correttamente strutture e macchinari, di non arrecare danni al
patrimonio della scuola e poi stabilisce una nuova cultura delle sanzioni,
ispirata alla costituzione repubblicana e alla giurisprudenza dei
Tribunali minorili, dove la sanzione è sempre e doverosamente ispirata al
recupero di chi viene punito. Allontanare, scaricare un ingombro è contro
questa civiltà a cui tutti siamo impegnati per patto costituzionale,
soprattutto gli educatori. Non è uno statuto utopistico o lassista: i
principi sanzionatori rispondono alla finalità di riparare il danno e
soprattutto puntano a responsabilizzare i ragazzi».
E in casi come questo, quale “pena” è prevista?
«In pratica si offre agli studenti la possibilità di convertire la
sanzione in attività anche materiali in favore della comunità scolastica,
ma è il consiglio di istituto che in piena autonomia deve interpretarlo e
decidere, anche usando un po’ di fantasia. Per esempio si può chiedere ai
ragazzi di rinunciare al proprio tempo libero e di lavorare per riparare i
danni provocati, come ho visto fare in molte scuole italiane».
In altri termini, condanna ai lavori forzati?
«Assolutamente no. I ragazzi devono accettare questa conversione della
sanzione, la devono considerare giusta, perchè solo così si emenda un
macchia. Se poi è vero che essi soffrono per la consapevolezza del grave
danno inferto alla scuola e alla propria immagine, la severità della
sanzione e il clima di volontario recupero, sono l’unica soluzione che può
garantire un risultato».
Adulti educatori e responsabili
La vicenda del liceo Parini induce a varie considerazioni, su piani
diversi, in un complesso intreccio di temi e ambiti. Più che un intreccio,
un groviglio, come accade tutte le volte che la strada maestra è smarrita,
e il bandolo della matassa pare introvabile, e , a cercarlo, si intrica di
più la questione. Nel guazzabuglio è festa grande per chi vuol speculare
in chiave politica, sociologica, etica,ecc.
Il fatto è noto: quattro studenti allagano la scuola per evitare di
doversi sottoporre a prove e conseguenti valutazioni. I danni sono elevati.
Ad un gesto, ovviamente condannabile, di quattro adolescenti, devono dare
risposta gli adulti.
Quali adulti? Quelli che hanno, nei loro confronti, compiti e
responsabilità “da adulti”, sia perché genitori, direi
genitori-adulti-normativi, sia perché insegnanti, cioè
adulti-professionisti dell’educazione e dell’istruzione. Gli
uni e gli altri RESPONSABILI, meglio ADULTI-RESPONSABILI, ciascuno per la
parte che gli compete.
E allora, anche prescindendo dall’episodio del Parini, prima di
presumere di dare le “risposte giuste”, tentiamo perlomeno di
porci le “giuste domande”, “pescando” in mille
altri episodi di un passato, che si ripete, e in una lunga esperienza
scolastica.
1- Ci sono ancora gli Adulti?
In particolare: ci sono ancora genitori-adulti?. Mi spiego:Da anni i
bambini che entrano per la prima volta a scuola, in prima elementare,
mostrano sempre più spesso comportamenti di questo tipo. La maestra dice:
”Pierino, siediti al tuo posto”. Pierino: ”No, non
voglio”. Maestra: ”Sii bravo. Fai come ti dico. Dobbiamo fare
una cosa che ti piacerà”. Pierino: ”Allora falla tu”. La
maestra tenta, con dolcezza, in ogni modo. Niente. La maestra azzarda una
domanda: ”Ma ai tuoi genitori obbedisci?”. Risposta:
“Sono io che comando ai miei genitori. Loro ubbidiscono: è più
divertente”. Il dialogo, riportato in sintesi, è reale. Lo stesso
episodio ha mille versioni di analogo significato. Si tratta di un
comportamento infantile che si va generalizzando e genera nelle maestre
crisi, dubbi, stress. Un tempo i genitori dicevano ai figli: “Devi
obbedire alla maestra, ecc., ecc….”L’obbedienza non è
più una virtù , e va bene. Ma educare alla responsabilità, al rispetto di
persone e cose , alla correttezza dei rapporti dovrebbe essere ancora una
cosa “virtuosa”.
Genitori che comprano tutto, che non dicono “no”, che
“obbediscono” al proprio bambino, che
rinunciano a qualsiasi intervento normativo, agiscono da genitori? Sono
adulti?
Molti genitori si sentono condizionati dagli altri, che ai propri figli
non negano nulla, e non se la sentono di negare o di privare i propri
figli di tutto ciò che agli altri è dato, per superfluo o diseducativo che
sia. E’ forse una società di non-adulti?
2- Cacciando l’alunno da scuola, lo educo?
Ho dovuto impegnarmi non poco, nel mio passato ruolo di dirigente
scolastico, per convincere certi insegnanti della scuola
dell’obbligo, che l’alunno ineducato, “reo” di
gravi mancanze, non lo si educa sospendendolo dalle lezioni. Perché non ha
bisogno di meno scuola, per educarsi. Semmai di più scuola. La scuola
serve di più a quelli che educazione e istruzione non hanno.
Sempre che si tratti di una scuola che cerca ogni valido mezzo per
educare, responsabilizzare, recuperare e motivare. E che solo in un
contesto del genere possa anche avvalersi della “sanzione
disciplinare”, qualora le valutazioni di quegli
“adulti-professionisti-dell’educazione-e-dell’istruzione-nonché-responsabili-dei-processi-a-tal-fine-attuati”,
che sono i docenti, abbiano deciso nelle sedi collegiali idonee, che una
efficace e congrua azione educativa, non possa prescindere , secondo il
caso, dalla sanzione del caso, se di sanzione educativa, e non solo
punitiva, si tratta.
Se poi il fatto commesso dallo studente a scuola costituisce un grave
illecito o un reato eccepibile dalla magistratura minorile o ordinaria,
sarà la Giustizia a svolgere il ruolo che le compete.
Giudicare e punire non è il primo compito del docente. A ciascuno i suoi
compiti e le sue responsabilità .
3-Autonomia e responsabilità.
Non di rado i docenti mi chiedevano di punire un alunno. Respingendo,
motivatamente, la richiesta spiegavo ai docenti qual era il loro compito
in caso di problemi comportamentali degli alunni, nonché qual era il tipo
di intervento che mi potesse competere come capo d’istituto.
Non era negare ai docenti la comprensione d’un loro problema,
privandoli della mia collaborazione.
Piuttosto la mia collaborazione stava nel guidarli a riportare la
questione, correttamente, verso procedure appropriate ed efficaci.
Anzitutto attraverso la competenza in materia, prevista per legge, che è
attribuita, prioritariamente, al collegio dei docenti.
C’era talvolta nei docenti il timore di affrontare il problema, di
entrare in contrasto con la famiglia, di esporsi a critiche. Ricorrere al
superiore gerarchico, perché intervenisse d’autorità (e nel caso
sarebbe stato, invece, un abuso d’autorità) permetteva loro di
liberarsi della “patata bollente”.
Non so se rivolgendosi al Ministro, alcuni docenti del Parini abbiano
cercato una soluzione di questo tipo al loro problema o se il loro intento
era altro e migliore.
Penso peraltro che la scuola dell’autonomia esiste come tale solo se
c’è una precisa presa in carico ad opera di ciascuno, della propria
parte di responsabilità personale, professionale, collegiale. E coscienza
della responsabilità professionale c’è in chi conosce il proprio
mestiere, nelle sue peculiarità e nei suoi limiti d’azione, e lo
esercita nel rispetto dei rapporti interni ed esterni
all’istituzione scolastica autonoma; rapporti gerarchici compresi.
L’autonomia è propria degli Adulti. La responsabilità pure. E la
scuola non può non essere Adulta.
Vittorio Zedda
> da http://www.retescuole.net/contenuto?id=20041106175635
> Milano, 06/11/2004
> Il Parini ci ha rotto
> di Michele Corsi
da http://www.retescuole.net/contenuto?id=20041108013407
Scuola di Ragiogneria, 08/11/2004
Il Parini ha rotto le acque
di Professor Zero
Caro Proff. Corsi
Desidero manifestarle il mio personale apprezzamento per l’ultimo suo
intervento sul Liceo Parini, anche se mi rendo conto che adesso appartengo
a quella schiera di persone che hanno contribuito a logorarci fino a
determinare la rottura oggetto del suo intervento.
Non potevo però esimermi dal dire la mia su di un evento che ha smosso le
coscienze civiche dei milanesi; chi si scandalizza per lo sfregio al luogo
di cult, chi si scervella per dare un significato matematico all’uno meno
meno. Io mi permetto solo di evidenziare la mancanza di eccezionalità
nell’evento, è così che normalmente si allevano i manager del futuro, per
averne una conferma basta osservare i manager del presente, la scuola è
semplicemente un campo di allenamento all’arte dell’intimidazione: se tu
non mi ubbidisci ti do “uno meno meno”, se tu mi dai “uno meno meno” io
questa scuola la trasformo in un cesso.
In un primo momento avevo salutato questa performance come una splendida
opera d’arte, e lo sarebbe stata se gli autori avessero mantenuto
l’anonimato, poi con il pentimento della banda dei quattro, si è rivelata
quale naturale conseguenza del ferreo Piano Formativo pariniano; ne faremo
uscire uomini e donne temprati al punto giusto che, una volta nel mondo
del lavoro, potranno proseguire il loro cammino verso sempre più ambiziosi
obiettivi, e forse un giorno arriveremo a concludere la vera grande opera
d’arte: trasformare tutto in un grande cesso.
Suo
Proff. Zero
Ci volevano 22 professori del Parini perché il ministro Moratti facesse
una bella figura
In un interessante articolo scritto per Scuolaoggi da Giuseppe Bonelli si
tesseva una sorta di “elogio della scuola allagata” soprattutto per la
maniera civile con la quale gli operatori della scuola avevano saputo
gestire un fatto grave senza il corollario degli isterismi da talk show.
Il nostro amico non aveva fatto i conti, però, con ben 22 professori del
Parini, che, morsi dalla tarantola del riflesso d’ordine, avevano una gran
voglia di infliggere agli “allagatori” (confusi, evidentemente, come in un
noto gioco della settimana enigmistica del cambio di vocale, con quei
grandi rettili di color scuro o nerastri, gli “alligatori” dei grandi
fiumi americani) una punizione esemplare come l’espulsione dalla scuola o
una sospensione di almeno un anno, supportata persino dal famoso art. 18
in quanto sorretta da una evidentissima giusta causa.
La capitana dei 22, una doppia squadra da 11, professoressa Laura
Chiappella (spero tanto che non sia parente del grande mediano della
Fiorentina Beppe Chiappella) che ci combina?
Invece di presentarsi, insieme ai suoi colleghi, agli Organi Collegiali
dell’Istituto (Collegio dei docenti, consigli di classe, consiglio di
Istituto) per dibattere sul tipo di provvedimenti educativi (anche
sanzioni adeguatamente motivate possono essere educative: perché no?) da
adottare, non trova di meglio che scrivere una accorata lettera al
Ministro Moratti per chiedere l’interpretazione autentica dello Statuto
degli Studenti. Per chiedere, soprattutto, se lo Statuto potesse
sintonizzarsi sulle pulsioni repressive sue e dei suoi colleghi.
Il Preside del Parini, che non conosco ma immagino come una persona
moderata e di grande buon senso, è stato tirato per i capelli ed è “andato
giù pesante”, definendo una vera e propria cretinata la trepidante
iniziativa di Chiappella&C. Doveva essere proprio incazzato il preside
(melius: dirigente scolastico). Un capo di istituto di un Liceo Classico
è, in genere, fornito di un forbito vocabolario ed avrebbe potuto usare un
eufemismo sedativo, quale ad esempio “manifestazione di pensiero non
sufficientemente approfondita”. Certe volte, però, le espressioni forti e
popolari rendono l’idea con sufficiente chiarezza sia per il colto sia per
il rustico.
Il Ministro Moratti di solito non indovina una sola azione né quando vuole
riformare la scuola di base né quando pretende di riformare l’Università,
perché scatena reazioni indignate tra gli operatori scolastici, tra il
Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, tra i professori
universitari e persino tra la Corte dei Conti. In questo caso ritorna
felice e sorridente, per l’inaspettato assist fornitole dai ventidue ed
impartisce la meritata lezione: la scuola non è una caserma né un
tribunale, ma un’istituzione deputata ad una funzione eminentemente
educativa!
Federico Niccoli
PARINIANA E DINTORNI: DIALOGO FRA PRESIDI
(raccolto da Aristarco Ammazzacaffè)
- Pare che i ragazzi dell'impresa al Parini siano delle "pecorelle
smarrite…"
- Che magari "hanno bisogno del pastore", a differenza degli altri.
- Proprio così. Non hai letto i giornali dopo l'evento?
- Non sono la mia lettura preferita.
- …E che "in questo momento hanno bisogno di essere amorevolmente curati"
- A dirlo è stato l'insegnante di religione? O Berlusconi?
- Che c'entra Berlusconi?
- Il presidente-pastore mancava dalla lista.
- Devo ridere?
- Allora chi?
- Il preside.
- Però! Innovativo.
- Che pare anche li voglia "prendere sotto la sua tutela".
- Sono orfani?
- No, pistola. Si chiamano così a Milano.
- E altrove?
- Sempre pistola. Che dicesi di cosa che spara, incapace di misurare le
conseguenze del bum.
- E gli altri?
- Chi?
- Gli altri studenti.
- Quelli che vanno male sembra stiano progettando la distruzione dell'ala
non danneggiata. Sperano in tal modo di ottenere anche loro la tutela del
preside. Così gli fan vedere - dicono - al prof di matematica, che si
ostina a mettere “tre” a tutti. E anche a quello di latino che sembra
invece preferire gli “uno meno meno”; almeno a detta della studentessa. Ma
perché prima hai detto "innovativo"?
- Riferito al preside?
- Sì.
- Ridisegna il profilo del dirigente a scuola: perdono e tutela. Ci pensi?
E anche le nuove frontiere dell'educazione. Nonchè il nuovo identikit per
la scuola pubblica. Per chiuderne un po' e realizzare la parità, almeno
numerica, con le private.
- Comunque, tra il preside cappellano e il prof "uno-meno-meno"?
- Scelgo la mamma che, dopo il colloquio coi carabinieri: "Dai, Francesco,
stringi la mano al maresciallo". Così ignara ed eterea, la signora.
- E Francesco?
- "Docile ed educato, obbedisce e porge la destra al sottufficiale". Così
il cronista de “La Repubblica”. Per farci sognare. E a-gratis, senza
Lexotan.
- Ma hanno preso un provvedimento?
- Cercheranno di arrivarci per il 15 novembre. Sembra che bisogna
preparare prima la lettera di convocazione del Consiglio di classe e
successivamente spedirla ai professori e ai genitori dei ragazzi coinvolti
(che abitano tutti nientemeno che a Milano e qualcuno dall'altro capo
della città). Pare anche che il preside, per accelerare i tempi e dare un
segnale di governo efficace del tutto – e di sensibilità educativa -,
abbia proposto di anticipare la spedizione della lettera a prima della sua
stesura. Ma la cosa, messa i voti non è passata. E così si è perso altro
tempo. Dov'è finita - mi chiedo - l'efficienza e il rigore lombardo! Meno
male che c'è ancora qualcuno - come la preside del "Carducci" – che,
interrogata la scorsa settimana sulla possibilità di accogliere nel suo
Istituto i ragazzi del Parini, ha vigorosamente affermato, a dimostrazione
del piglio che al riguardo la piglia - due cose fondamentali: primo "di
non aver mai (lei) compiuto atti illegali" (che è sempre una cosa
apprezzabile, se interessa); secondo, che "a quattro anni (sempre lei) era
già una piccola preside". Proprio così.
- Però! E io che ancora oggi faccio fatica ad esserlo, che son vicino alla
pensione!
- E sui docenti che scrivono al Ministro?
- Chi? Gli ostracisti?
- Considererai che l'allontanamento che propongono è solo per un anno.
- Se è così non li seguo. Meglio radiarli.
- Gli studenti?!
- No, i docenti della lettera. Chiedere tra l'altro al Ministro di dare
"cortesemente" (pari pari) la sua interpretazione sulle punizioni dentro
la Statuto degli studenti! Sicuramente per metterla in difficoltà.
- In difficoltà?
- Temo che non sa cosa sia.
- Cosa?
- Lo Statuto.
- Ma va.
- Se lo sapeva, l'avrebbe abrogato. E' di Berlinguer. Sugli insegnanti
della lettera poi: per una cosa che riguarda la tua responsabilità e le
tue competenze, ti rivolgi al Ministro? E' il risultato di cinque anni di
autonomia? O di tre anni e passa di governo Berlusconi? Indagare.
- Però il Ministro è stato bravo.
- Ha avuto la sua gratificazione. Qualcuno finalmente l'ha presa in
considerazione. Chi mai prima, dal mondo della scuola, le ha chiesto lumi
e per giunta "cortesemente"?
- Ma sono due interpretazioni opposte della lettera.
- O solo intenzioni contrapposte nel gruppo docenti della lettera?
- O eterogenesi dei fini?
- Indagare. Anche qui allora.
- Così passa il tempo. E rimangono i problemi. Che è quel che conta.