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OT: Le difficoltà attuali secondo Umberto Galimberti

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casellip...@gmail.com

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Dec 3, 2019, 11:22:20 PM12/3/19
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Un video in cui il prof. Galimberti fà delle interessanti riflessioni: https://m.youtube.com/watch?v=M6Y0OQb1ik8

Alessia Guidi

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Dec 7, 2019, 10:41:32 AM12/7/19
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Il giorno mercoledì 4 dicembre 2019 05:22:20 UTC+1, casellip...@gmail.com ha scritto:
> Un video in cui il prof. Galimberti fà delle interessanti riflessioni: https://m.youtube.com/watch?v=M6Y0OQb1ik8

https://www.la7.it/dimartedi/video/scontro-salvini-galimberti-sullimmigrazione-09-12-2014-142961

Alessia Guidi

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Dec 7, 2019, 1:43:47 PM12/7/19
to
Il giorno mercoledì 4 dicembre 2019 05:22:20 UTC+1, casellip...@gmail.com ha scritto:
> Un video in cui il prof. Galimberti fà delle interessanti riflessioni: https://m.youtube.com/watch?v=M6Y0OQb1ik8


Hai dato al tuo post il titolo: "Le difficoltà attuali secondo Galimberti" e, dal pezzetto che hai linkato, sembrerebbe quasi che, secondo il filosofo, le difficoltà attuali derivino dalle migrazioni, dalla "invasione".

Poiché conosco un po' il pensiero di Galimberti, la cosa mi è suonata strana per cui mi sono andata a cercare, e ho ascoltato con piacere, tutta la conferenza sulla bellezza che il filosofo tenne nel 2016 alla Gipsoteca del Canova a Possagno (che è vicino a te e se non l'hai mai vista, te la consiglio caldamente)
(E' attualmente in corso a Roma una mostra delle opere di Canova che spero di riuscire a visitare durante le prossime festività).

La conferenza è veramente interessante, benché non facile né immediata.

https://www.youtube.com/watch?v=3kxpRThCMXo

A un certo punto il filosofo parla di giovani, delle aspettative dei giovani odierni in un mondo che non li sa più valorizzare proprio nel momento del loro vigore massimo - sia fisico, sia riproduttivo, sia soprattutto intellettuale e creativo. E quando una società non sa più esaltare questo vigore, la decadenza è inevitabile.

Di migrazioni parla dal minuto 1:19:20 per rispondere a una domanda dal pubblico, che però non si capisce molto bene.

Dal pezzo che hai linkato tu è stata tagliata la testa, che dice cose interessanti:

<<le migrazioni ci sono sempre state, non so perché ci stupiamo adesso. Forse perché da quando migravamo noi a oggi non ce ne sono più state. Ma non so, se noi italiani che che rivendichiamo una "identitàh italiana" (detto in modo irridente) o addirittura lombardo-veneta come vuole il nostro Salvini o chi per lui, ma stiamo scherzando?

<<Noi abbiamo avuto i greci, i normanni, gli angioini, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci... tutti li abbiamo avuti... i musulmani! I quali nel 200, nel 300 avevano una cultura enormemente superiore alla nostra tant'è che Tommaso D'Aquino studia sulle traduzioni che i musulmani gli offrono delle opere greche, di Aristotele... è sempre stata una terra di passaggio, ma tutta l'Europa. Chi sono i tedeschi se non le popolazioni nordiche venute giù, dei barbari romani. Il problema è un altro. L'umanità si muove continuamente, sulla base che prima di morire prova a raggiungere un pezzo di terra dove un pezzo di pane lo trovo.

<<Inutile far discorsi, quando lo stomaco è vuoto, è vuoto. [...]>>

Dopo di che inizia il pezzo che hai linkato tu. Fino a qui Galimberti ci dice che le migrazioni ci sono sempre state e sono ciò che ci hanno reso ciò che siamo.

Nel pezzo da te linkato Galimberti parla dell'Impero romano e sostiene che è caduto per decadenza, per la "corruzione dei costumi" http://anticorruzione.eu/2015/04/la-corruzione-dei-costumi/ (cioè di saggezza, etica, moralità=cultura). Per farla breve, i romani non sapevano più fare nulla e dovettero "importare" popolazioni barbariche che lavorassero al posto loro.

Ascoltando la conferenza nella sua interezza, Galimberti insiste tutto il tempo sull'importanza della cultura e sul fatto che prima abbiamo reso i nostri giovani degli incolti, poi gli abbiamo tolto ogni aspettativa perché non sappiamo più valorizzare il loro vigore, soprattutto quello creativo e intellettuale.

In sostanza Galimberti ci sta dicendo che, così come l'Impero romano - per sopravvivere - dovette importare "barbari", anche noi, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo fare affidamento sui migranti, che sono giovani e biologicamente vigorosi, anche sul piano intellettuale e creativo.

Galimberti ci ricorda che i romani, ormai decadenti nei costumi (cultura), dopo 3 secoli si sono ritrovati con un imperatore barbaro, Diocleziano. Che per inciso fu quello che con le sue riforme e le politiche innovative riuscì a rallentare la decadenza dell'Impero, che in Occidente resistette altri quasi 150 anni.
https://it.wikipedia.org/wiki/Diocleziano - tanto per dire.

In Oriente (Bisanzio) continuò fin dentro il nuovo millennio.

Al min. 7:11 del tuo spezzone Galimberti dice che 2 milioni di immigrati in Italia sono diventati imprenditori. Perché loro, e non i ragazzi italiani?

Perché, dice, <<quanto tu hai un ideale ti sforzi... Quando tu vieni dal benessere... sono andato a fare una conferenza alla Confcommercio a Vicenza e c'erano questi padri disperati che dicevano "i nostri figli non vogliono più portare avanti le nostre iniziative, le nostre imprese" e dicevano questi padri, "io ci ho messo tutta la vita per fare 'sta roba, mio figlio non la vuole più proseguire". E io dicevo... "perché quando suo figlio ha avuto 18 anni lei gli ha regalato la Porsche? Cosa puoi aspettarti se gli regali la Porsche? Quello fa il Porsche, punto". Eh no, noi abbiamo delle responsabilità! Gli abbiamo fatto provare la penuria? Gli abbiamo fatto provare la necessità? Non esistono le virtù morali, esistono le necessità che ti rendono virtuoso.>>

Non so che cosa tu intendessi dire intitolando il tuo lancio di link con "Le difficoltà attuali secondo Galimberti".

Dopo aver ascoltato la sua conferenza per intero, direi che secondo lui quelle difficoltà stanno proprio nella "decadenza dei nostri costumi" e, se vogliamo sopravvivere, possiamo farlo solo attraverso chi viene reso virtuoso dalle difficoltà. Che oggi come oggi sono proprio i migranti.

Nella conferenza integrale sono interessantissime le riflessioni di Galimberti sulla ANIMA e sulla IDENTITà. Insomma, è da ascoltare perchè offre moltissimi spunti di riflessione. Estetica filosofica in pieno, il valore dell'arte e della bellezza.















casellip...@gmail.com

unread,
Dec 8, 2019, 8:12:47 AM12/8/19
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@ Alessia

Anche quest'ultimo tuo post fa parte della serie "vediamo se abbocca"? ;-)

Alessia Guidi

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Dec 8, 2019, 1:51:42 PM12/8/19
to
Il giorno domenica 8 dicembre 2019 14:12:47 UTC+1, casellip...@gmail.com ha scritto:
> @ Alessia
>
> Anche quest'ultimo tuo post fa parte della serie "vediamo se abbocca"? ;-)

Beh no, casomai sei stato tu a "vediamo chi abbocca". ;-)

Hai intitolato il tuo post "Le difficoltà attuali secondo Umberto Galimberti" senza aggiungere altro di tuo pugno.

Hai postato uno spezzone tratto da una conversazione molto, molto più ampia. Dallo spezzone non si comprende bene quali sarebbero le "difficoltà attuali", per chi e in che misura.

Dall'incipit dello spezzone sembrerebbe quasi che, secondo Galimberti, le difficoltà attuali sarebbero motivate dalle migrazioni. L'ascolto della conferenza integrale da cui quello spezzone è tratto (e in fondo anche lo spezzone stesso) non parla di "difficoltà attuali". Parla di altro, molto altro e tutt'altro.

Al più Galimberti identifica quella che secondo lui è la causa della decadenza della società attuale: la perdita, la mancanza di Cultura con la C maiuscola.

Nel mio post non sono nemmeno andata "fuori tema", né ti ho addebitato "intenzioni nascoste". Ho semplicemente analizzato il discorso di Galimberti che ci hai proposto - l'ho fatto nella sua interezza.

Non ti ho nemmeno chiesto per quale motivo hai dato quel titolo al tuo post, solo constatato che non hai dato motivazioni.

Non ti ho chiesto di elaborare il tuo pensiero, non ti ho tirato in ballo.

Se volevi "fare abboccare" qualcuno, il tuo tentativo è fallito.

Se poi vuoi dialogare e confrontarti sul titolo - comprensibile solo a te - che hai voluto dare al tuo post io sono qui, come sempre. Le "sterili provocazioni" invece le rimando al mittente. :-D

Ti ringrazio per lo spezzone, perché da esso sono giunta alla conferenza integrale (molto interessante) da cui è tratto e da lì a quest'altra conferenza di cui ho trascritto (per me, riflessioni mie) i primi 20 minuti circa.

Galimberti dice cose molto, molto interessanti e parecchio pertinenti allo scopo stesso di questo NG, che ho voluto e cofondato ormai 20 anni fa.

Sono cose anche parecchio pertinenti a quello che è sempre stato un mio rammarico nel modo di porsi

- di chi ha idee diverse da quelle espresse in questo luogo di discussione (es. gli scientologist);

- di chi pensa che i critici di Scientology dovrebbero limitarsi a ripetere slogan, ma slogan al contrario di quelli che ripetevano durante la loro appartenenza (senza rendersi conto che slogan erano e restano);

- di chi ho criticato (es. gli "antisette"), che preferiscono sparlare di me e dileggiarmi in luoghi a cui mi è precluso l'accesso, rifiutando il confronto;

- di chi per anni mi ha attaccata e diffamata senza dare motivazioni plausibili, nonostante le ripetute richieste.

In sostanza, Galimberti dice molto su chi rifiuta il dialogo cioè il confronto, la messa alla prova delle proprie idee.

Personalmente ho sempre ripetutamente invitato tutti al dialogo e al confronto, richiesta spesso caduta nel vuoto.

Peccato. Il rifiuto del confronto è un gioco in cui tutti perdono.

=========

Umberto Galimberti, 2019. I pregiudizi del nostro tempo. https://www.youtube.com/watch?v=3vFVmgBZZu8


Prima mi va un ringraziamento al sacerdote che mi ha offerto la chiesa, ospitando un uomo che non è cristiano perché è greco, e sono io. Quindi lo ringrazio di cuore per la sua generosità e la sua ospitalità, perché probabilmente la storia andrà avanti finché le culture diverse parleranno tra di loro. Quando invece subentreranno le procedure di esclusione, allora la storia si fermerà - soprattutto la storia occidentale.

Poi Alberto Albertini ha detto che bisogna ascoltare i filosofi, ma i filosofi non sanno niente. Questa non è una battuta spiritosa. Socrate diceva di sé che lui era un dotto ignorante, dotto non perché sapeva le cose, ma perché sapeva quell'unica cosa di essere ignorante. Perché i filosofi non hanno un sapere.

Il sapere ce lo avevano i sapienti, il sapere ce l'hanno gli uomini di religione, che hanno una verità rivelata. Oggi il sapere ce l'ha la scienza. E' un sapere provvisorio, infatti la scienza è sempre in progresso, ma loro lo sanno di avere un sapere provvisorio, però hanno un sapere.

I filosofi no. I filosofi non hanno nessun sapere.

La parola filosofia significa amore per il sapere. Ma Platone ci ha spiegato che l'amore è mancanza. La mamma di Eros si chiama Penìa, che vuol dire povertà, misera, penuria. Platone ce lo descrive come questo povero Eros che gira scalzo, dorme sotto i ponti, non sa dove deporre il capo, non sa come mettere vicino il pranzo con la cena. Porta tutti i caratteri di sua madre: la mancanza.

I filosofi sono dei mancanti. Mancano. Mancano di sapere. Però lo amano. E quindi Platone dice che Eros è filosofo perché ama. Anche voi amate quello che non possedete. Quando lo possedete non lo amate più, lo godete. Ciascuno faccia la sua parabola tra l'innamoramento e l'amore.

Però amore mancante, il filosofo non sa niente... perché non sa niente? Perché il suo compito non è tanto di distribuire un sapere, anche perché i greci ritenevano che il sapere non era qualcosa che i maestri possiedono da trasmettere ai loro allievi. Questo è il metodo che dovremmo chiamare catechetico. Ecclesia doces, ecclesia discens. Maestro - allievo, io so e ti insegno.

No.

I greci non pensavano così. I greci pensavano che la verità fosse in ciascuno di noi. E però, forse confusa con l'infinità di opinioni sbagliate, di atti di fede impropri, di pregiudizi... dice che noi la verità la possediamo e assomiglia alla statua di Glauco, che una volta che è caduta in mare e lì è rimasta, si è riempita di licheni, di muschi, di cozze, al punto che quando è stata estratta somigliava a qualsiasi altra cosa fuorché a Glauco.

E allora qual è la funzione della filosofia nei confronti della statua di Glauco? Quella di pulirla, disboscarla, di togliere tutto quello che si è appiccicato sopra, di restituirla nella sua bellezza. E come avviene questo?

Avviene in questa maniera: la filosofia non è nata all'università, è nata in piazza. Socrate si metteva a parlare in piazza oppure sotto i portici e incominciava a chiedere a quelli che erano lì intorno a lui: che cos'è la bellezza? Che cos'è la verità? Che cos'è la giustizia? Che cos'è la bontà? E ciascuno dava il suo parere.

Il compito di Socrate non era di dire che cos'è la verità, cos'è la bellezza, cos'è la giustizia. No perché non la sapeva, lui è ignorante, non ha un sapere. La sua capacità è di vedere se la tua opinione sta in piedi oppure è frutto di suggestione, dell'acquisizione di un falso sillogismo, perché qualcuno ti ha persuaso, oppure perché qualcuno appartiene a una certa religione, oppure perché appartiene ad un certo partito, oppure perché è suggestionato da un certo personaggio... andiamo a vedere qual è il fondamento della tua opinione. Perché se la tua opinione non sta in piedi con le sue gambe, la dobbiamo mettere fuori gioco.

La filosofia è la pulizia delle opinioni.

La filosofia non consiste d'altro che mettere in crisi le opinioni correnti. Stabilire se quello che tu pensi ha un fondamento oppure no. Questo si chiama filosofia. Quindi non è la distribuzione di un sapere. E' la messa alla prova del vostro sapere.

Finché si arriva ad un'opinione, discutendo con coloro che la ascoltavano, quando un'opinione detta da uno aveva un fondamento, cioè si giustificava da sé, era bene argomentata, non si appoggiava ai falsi sillogismi dei sofisti, non si appoggiava agli effetti emotivi dei retori, non si appoggiava ad una fede, non si appoggiava ad una credenza, ad una ideologia, ma si appoggiava su propri fondamenti, allora quell'opinione veniva assunta come verità. Una verità definitiva? No.

Finché non fosse apparsa una ancora più fondata che metteva fuori gioco questa. Questa è la filosofia. Non è altro che questo: critica delle opinioni diffuse.

E in questo tempo ci sarebbe un gran bisogno di critica delle opinioni diffuse.

Bene, le opinioni. Che cosa sono le opinioni? I greci le chiamavano doxa. Dokeo vuol dire sembrare. A me sembra che le cose vadano così. Quando uno dice "secondo me" non sta dicendo qualcosa di serio, sta dicendo solo la sua opinione, quel che a lui sembra. Ma quello che a lui sembra non è la verità. E allora le opinioni dovrebbero essere messe in gioco. In che modo?

Ci sono due modi, dice Socrate, di discutere. Un modo eristico e un modo veritativo. Eristico è quando uno cerca di aver ragione sull'avversario e usa tutti gli strumenti retorici, falsificazioni linguistiche, pur di aver ragione. Di questo abbiamo un esempio tutti i giorni in televisione quando c'è un talk show. Non si cerca la verità, si cerca di far fuori l'avversario. Questa non è filosofia, dice Platone parlando di Socrate, questa è eristica.

La filosofia abbiamo detto che è filìa. Filìa vuol dire amore, prevede che coloro che discutono si amino, non abbiano la voglia di oltrepassare l'altro, di far fuori l'avversario, ma siano animati dall'amore per la verità. Quindi il loro intendimento non è tanto quello di superare l'avversario nella dialettica, ma di mettersi insieme a cercare la verità, dove per verità si deve intendere quell'opinione che sta su da sé. Questa opinione che sta su da sé i greci la chiamavano episteme. Istemi è ciò che sta su, come una colonna. Epì, su di sé, non sui falsi sillogismi dei sofisti, non sulla mozione degli affetti indotta dai retori, non sulle false credenze, ma sui suoi argomenti.

Bisogna passare dalla doxa, dalla propria opinione, alla verità. Non una verità definitiva, una verità provvisoria al momento, quella che sta in piedi da sola. Questo è il compito della filosofia. Nient'altro che questo.

Sembra un compito da poco, ma se si riuscisse a portare la gente alla revisione delle proprie opinioni avremmo fatto un grande, grande passo avanti.

Invece la gente non vuole rivedere le proprie opinioni, perché le proprie opinioni rappresentano per lui la sua identità, quel che IO penso, questo IO, parola terribile dal mio punto di vista, quel che IO penso è la mia identità.

E addirittura si fanno passare le proprie opinioni per principi. I miei principi. Che sono vecchie abitudini mentali. Poi il mondo cambia e io vado avanti coi miei principi. No, vanno cambiati, i tuoi principi. Le tue idee vanno modificate. Siamo capaci di modificare le idee?

E' molto difficile, perché uno se deve mettere in crisi la propria idea, va in crisi lui.

La parola crisi viene dal greco krino. Krino vuol dire giudico. Siamo capaci di giudicare le nostre idee? O ci attacchiamo come l'edera ai muri, perché rappresentano la nostra identità - e se sono idee diffuse, addirittura la nostra appartenenza. E rinunciare all'identità e all'appartenenza non sono cose facili. Bisogna fare un certo sforzo. Bisogna oltrepassare questa difficoltà psicologica di mettere in crisi le proprie idee. Questo è il grande lavoro della filosofia.

Molto spesso... stasera tu hai citato il Cardinal Ravasi...

Il Cardinal Ravasi ogni tanto mi invita a parlare con lui in quello che lui chiama il Cortile dei Gentili, cioè una discussione... lui da una parte che fa il cristiano, io dall'altra parte che faccio il greco, e però facciamo questa sceneggiata molto simpatica, ci vogliamo bene, siamo amici, abbiamo fatto anche una scuola insieme e quindi è una vecchia storia tra me e lui.

Però gli dico io adesso non vengo più perché siccome tu hai la verità assoluta, è inutile che io stia qui a raccontare quello che devo raccontare, perché se uno ha la verità assoluta, automaticamente è escluso dal dialogo filosofico. Perché se tu hai la verità assoluta... basta, finito. Io sono un poveraccio rispetto alla tua verità assoluta.

"Ma la mia è una verità di fede", dice lui. E qui fa un grande capitombolo. Verità di fede. La fede non ha nessuna parentela con la verità.

La verità ha attinenza col sapere, non con la fede. Io non credo che 2+2 fa 4. SO che 2+2 fa 4. Ma credo nella resurrezione di Gesù Cristo perché non so se è vero oppure no. La fede ha a che fare costantemente col dubbio, non con la verità. CREDO che il mondo sia stato creato da Dio, perché non c'ero, non ne ho nessuna prova. Tra fede e verità non c'è nessuna parentela, non c'è una verità di fede.

La verità è intollerante. Se 2+2 fa 4 non fa 5, non fa neanche 3, non tollera questi errori. Ma la fede, che di solito è intollerante... quante guerre si sono fatte per la fede? Quante guerra tra musulmani e cristiani? Quante guerre per ragioni fideistiche? Ma la fede non PUO' essere intollerante, perché non sa. La fede crede. Crede perché non sa. E se non sa, deve essere tollerante.

Che cos'è la tolleranza? La tolleranza non è qualcosa che..., non è un atteggiamento così, io tollero gli immigrati, io tollero il mio vicino di casa che fa un rumore della madonna tutte le sere ... no, questa non è tolleranza, è buona educazione e nient'altro.

La tolleranza prevede che io, per parlare con te in quello che so che si chiama dialogo, e che noi chiamiamo dialogo socratico - posto che noi sappiamo dialogare e io credo di no - la tolleranza prevede che io ipotizzi che tu che stai parlando con me, che hai un parere diverso dal mio, possiedi un gradiente di verità superiore al mio. Questo è l'atteggiamento per incominciare a parlare. Non si va a parlare difendendo le proprie idee, allora puoi anche evitare di andare a parlare.

Tu vai a parlare se incominci a dire "forse le mie idee possono essere modificate" e ti disponi nei confronti dell'altro ipotizzando che l'altro abbia un gradiente di verità superiore al tuo. A questo punto si può incominciare a dialogare.

Ma per questo bisogna amarsi, filosofia ... filia... amore, amicizia. Non guerra. [...]

Noi nasciamo con certe idee, che chiamiamo pregiudizi. Sono giudizi fatti prima di esaminare la realtà. Noi siamo nati in Lombardia, abbiamo avuto certi genitori, abbiamo conosciuto certi insegnanti, abbiamo letto certi libri, abbiamo visto una certa televisione, ci siamo fatti certe idee. Queste idee sono il nostro pregiudizio. Sono le idee che abbiamo in testa prima di esaminare il reale. Su queste idee si fonda la nostra identità. Voi non pensate come un musulmano semplicemente perché siete nati qui. Se nascevate là pensavate in un altro modo.

Bene, possiamo abbandonare i nostri pregiudizi? No, non possiamo, non ce la facciamo. Non siamo in grado. Perché abbandonare i nostri pregiudizi vorrebbe dire abbandonare la nostra identità. Se il nostro pregiudizio è quello di essere nati a Brescia, di avere conosciuto questi insegnanti, di avere parlato con questi genitori, di avere avuto questa educazione, di aver conosciuto questa gente, di aver letto certi libri... se io abbandono questo non so più chi sono. Si possono abbandonare i pregiudizi? No. Sono il punto di partenza per incominciare a parlare.

A condizione però che io mi disponga nei confronti dei pregiudizi dell'altro nella forma che l'altro può avere un gradiente di verità superiore al mio. Perché se io mi confronto con l'altro solo per aver ragione posso evitare anche di parlare.

Allora i pregiudizi ce li abbiamo tutti, non possiamo uscire, bisogna starci dentro bene. Starci dentro bene vuol dire cominciare a muoverli questi pregiudizi, non trattenerli come lapidi o comandamenti di Dio.

Perché i nostri pregiudizi, per quanto siano fondamentali dal punto di vista psicologico, non possono essere diversi da quel che sono per il fatto che sono nato qui... però posso anche mettermi in questione, le mie idee possono essere anche dialettizzate, possono anche essere messe a confronto, in questo caso è un modo di stare bene nel proprio pregiudizio e cominciare a lasciarselo modificare dal giudizio degli altri. Senza che per questo abbiamo il terrore di perdere la nostra identità. Questo è l'atteggiamento di star bene nel proprio pregiudizio. E il luogo in cui noi possiamo modificare il nostro pregiudizio è quello che si chiama dialogo.

Il dialogo non è una cosa tranquilla, non è una cosa dolce, non è una cosa morbida... quando si dice dobbiamo dialogare...

Ma per carità, ogni volta che sento queste frasi mi chiedo: "ma lo sanno che cosa vuol dire dialogo?"

In greco, tutte le parole che cominciano per "dia" dicono la massima opposizione. Diametro è la massima distanza tra due punti della circonferenza. Diavolo è il massimamente distante da Dio. Diametro, dialogo... dialogo è la massima distanza dei pareri. Se noi la pensiamo alla stessa maniera è inutile che stiamo a discutere. Non serve a niente. Non c'è dialogo. Sono pacche sulle spalle e basta con cui si rafforza la nostra appartenenza e quindi il nostro pregiudizio.

Per allentare il nostro pregiudizio dobbiamo incominciare a mettere in questione il nostro pregiudizio attraverso il dialogo. Cioè attraverso il confronto con gli altri pregiudizi. Ecco perché è importante dialogare, cioè confrontarci con quelli che sono diversi da noi. Non con quelli che hanno lo stesso parere nostro. Perché con quelli non muoviamo niente delle nostre idee, le lasciamo lì belle fossolizzate, marmoree. Che rafforzeranno la nostra identità, ma non serviranno a niente. Anche perché il mondo cambia e noi stiamo lì ancorati alle idee che abbiamo maturato da quando eravamo piccini senza mai metterle in questione.

[Min. 19:28] Facciamo degli esempi [....]






casellip...@gmail.com

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Dec 8, 2019, 3:28:19 PM12/8/19
to
@ Alessia

Non ho aggiunto nulla di mio pugno perché mi pare che il contenuto del video sia più che esaustivo. Nel video non cita nemmeno Salvini ma tu in uno dei post di risposta mi metti un breve faccia a faccia tra Salvini e Galimberti. Boh! Mi sembra una fissa oramai avercela con Salvini! :-0

Sai bene che uno dei miei argomenti preferiti è e rimane la tematica della resilienza. Bene, nel video Galimberti, citando vari esempi, ne mette in risalto in maniera a mio avviso molto pertinente vari aspetti. L'immigrazione va contestualizzata in riferimento a quello che Galimberti afferma essere uno dei principali problemi della società attuale. Il progressivo decadimento della capacità, soprattutto nelle nuove generazioni, di affrontare con la necessaria grinta e determinazione le sfide di un mondo in continua evoluzione. Tutto quí.

Gli slogan elettorali pro o contro immigrazione quí non c'entrano nulla e francamente non capisco come tu abbia fatto ad inserirli in questa discussione.

Per il resto penso di averti espresso i miei pensieri in privato. Se mi consentì di poterli esprimere e mettere in atto.

Buona serata. :-)
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