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da "Riforma" settimanale delle chiese battiste, metodiste, valdesi

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Bruno Gambardella

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Jan 18, 2004, 5:49:01 PM1/18/04
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Ritorno alla vita

«Figlio mio, il Battista predicava il ravvedimento, ma il battesimo con lo
Spirito Santo e con il fuoco è quello di Dio. Solo a lui spetta il giudizio
sul mondo, non a te!»

Mauro Pons

«7Una gran folla andava da Giovanni per farsi battezzare, ed egli diceva
loro: "Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere che potete sfuggire al
castigo ormai vicino? 8Fate vedere con i fatti che avete cambiato vita e non
mettetevi a dire: 'Noi siamo discendenti di Abramo'. Perché vi assicuro che
Dio è capace di far sorgere veri figli di Abramo anche da queste pietre. 9La
scure è già alla radice degli alberi, pronta per tagliare: ogni albero che
non fa frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco". 10Tra la folla
qualcuno lo interrogava così: "In fin dei conti che cosa possiamo fare?".
11Giovanni rispondeva: "Chi possiede due abiti ne dia uno a chi non ne ha, e
chi ha dei viveri li distribuisca agli altri". 12Anche alcuni agenti delle
tasse vennero da Giovanni per farsi battezzare. Gli domandarono: "Maestro,
noi che cosa possiamo fare?". 13Giovanni rispose: "Non prendete niente di
più di quanto è stabilito dalla legge". 14Lo interrogavano infine anche
alcuni soldati: "E noi che dobbiamo fare?". Giovanni rispose: "Non portate
via soldi a nessuno, né con la violenza, né con false accuse, ma
accontentatevi della vostra paga". 15Intanto le speranze del popolo
crescevano e tutti si chiedevano: "Chissà, forse Giovanni è il Messia!".
16Ma Giovanni disse a tutti: "Io vi battezzo con acqua, ma sta per venire
uno che è più potente di me. Io non sono degno neppure di allacciargli i
sandali. Lui vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. 17Egli tiene
in mano la pala per separare il grano dalla paglia. Raccoglierà il grano nel
suo granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco senza fine". 18Con queste
parole e molte altre parole Giovanni esortava il popolo e gli annunziava la
salvezza»

(Luca 3, 7-18)


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GENNARINO finì di appor-re gli ultimi bolli sulle car-te dell'
amministrazione carceraria e del tribunale di sorveglianza grazie alle
quali, per la prima volta, Giovanni avrebbe avuto la possibilità di
allontanarsi dalla città dove, da quasi dieci anni, era ospite della sezione
di massima sicurezza del carcere locale. Lui e Gennarino si erano conosciuti
e obbligatoriamente frequentati nel corso di quasi vent'anni, perché
entrambi, anche se per ragioni opposte avevano frequentato varie carceri
italiane. Mi raccomando, guagliò - disse Gennarino - fai il bravo! Cerca di
goderti questo Natale e, se ti ricordi, comprami un biglietto della
lotteria. Si strinsero la mano e Giovanni fu subito preso in custodia dai
due carabinieri che lo avrebbero accompagnato alla stazione per metterlo sul
treno che, dopo una notte di viaggio, lo avrebbe riportato nella sua città.

Fuori dal carcere

DA cinque anni ormai Giovanni svolgeva un lavoro fuori dal carcere, presso i
Servizi sociali, prima con i tossicodipendenti e poi con gli immigrati, e in
certo senso aveva così concluso, come mai avrebbe pensato, un cammino che
era iniziato con tutti altri presupposti. La voce del maresciallo lo
richiamò alla realtà: «Il suo permesso è di 72 ore, questo significa che noi
verremo a riprenderla qui alla stazione venerdì sera, per riaccompagnarla in
carcere. Quando arriva troverà dei colleghi che l'aspettano per portarla a
casa di sua figlia. Come sa lei è tenuto a passare a firmare il registro di
presenza alla stazione dei carabinieri più vicina alla residenza dei suoi
familiari o farsi trovare in casa per le telefonate di controllo, ma questo
glielo spiegheranno meglio i colleghi di su. Buon viaggio e buon Natale!».

Che Natale sarà?

GIÀ, pensò Giovanni, ma sarà veramente un buon Natale? E, nel salire sul
vagone del treno, venne preso da quello stesso turbamento, da quella stessa
incertezza che lo aveva colto al momento di lasciare la cella che ormai era
la sua casa. Che cosa l'aspettava? Maria e il suo compagno, ma anche quella
città in cui tutto era iniziato e in qualche modo era anche finito. Sarebbe
stato in grado di sopportare il peso dei ricordi che quelle strade, quelle
case, il suo quartiere avrebbero dolorosamente suscitato in lui? Certo molte
cose dovevano essere cambiate nel frattempo: in fin dei conti, ormai, si
poteva considerare uno straniero e certamente quelli che erano stati i suoi
compagni, quelli che non erano morti o in prigione, non si sarebbero neanche
sognati di salutarlo se lo avessero incontrato per strada e riconosciuto, ma
all'assalto dei suoi fantasmi avrebbe saputo resistere?

Il mondo in bianco e nero

SISTEMATI i bagagli nello scompartimento per fu-matori, Giovanni si sedette
sul sedile da cui avrebbe potuto guardare il paesaggio dalla prospettiva di
fuga creata dall'avanzare veloce del treno in marcia. Non voleva pensare a
dove sarebbe arrivato entro poche ore piuttosto, se proprio doveva vedere
qualcosa, preferiva fermare il suo sguardo su quello che stava lasciando ma
che sarebbe tornato a essere il suo mondo reale entro pochi giorni. Tirato
fuori dalla confezione il suo mezzo toscano extravecchio lo accese
distrattamente, lasciandosi catturare dal vortice a spirale del fumo che
saliva verso l'alto. Quando si è giovani, pensò, la visione che hai delle
cose, della realtà, è sempre estremizzata. O bianco o nero, o vero o falso,
o giusto o sbagliato, o amore o odio, o dalla mia parte o contro di me! Le
mezze misure non esistono o, se esistono, sono per gli altri, per quelli che
non capiscono o non vogliono capire, per quelli che hanno rinunciato a
essere vivi. Inavvertitamente gli sfuggì una risata amara e triste. «Ma
almeno - si sentì dire a voce alta -, quelli sono certamente ancora vivi!».
E subito tacque, spaventato dal pensiero successivo: quelli almeno che non
abbiamo ucciso! «E io - riprese subito a voce alta -, io sono ancora vivo?
Sono vivi quelli che abbiamo ferito, i familiari di quelli a cui abbiamo
rubato la vita? Potrò mai tornare alla vita? C'è un perdono che mi possa
riconciliare con il male di cui sono stato responsabile?».

Una scheggia nella carne

UNA fitta feroce lo colpì al fianco, piegandolo in due, lasciandolo senza
fiato. E nello stesso momento una frase gli risuonò nella testa: «Perché io
non avessi a insuperbire a motivo della eccellenza delle rivelazioni, m'è
stata messa una scheggia nella carne, un angelo di Satana, per
schiaffeggiarmi onde io non insuperbisca». Cosa significa questo? pensò. Da
quale lontano ricordo emerge questa parola? chi la pronunciò? e di chi era?
Confusamente vide emergere dalle nebbie del dolore il viso di suo padre, l'
uomo silenzioso che aveva accompagnato i giorni della sua infanzia e
adolescenza, quell'uomo che misteriosamente aveva rinunciato al suo
ministero pastorale per ritirarsi nel silenzioso lavoro della biblioteca
comunale e nella loro casa sperduta sulle pendici più alte della montagna,
vide quel volto dietro al divisorio di vetro a resistenza da sfondamento del
parlatorio, la prima e unica volta che lo venne a trovare in carcere, dopo
anni dalla cattura.

«Papà, ti ricordi?»

ALLORA, per la prima e ultima volta, Giovanni tentò di spiegare a qualcuno
le ragioni della sua scelta: lo fece con le parole dell'Evangelo, quello che
aveva ripreso a leggere in carcere nella speranza di trovare in esso una
pace interiore che nemmeno oggi era ancora riuscito a conquistare; lo fece
perché pensava che in questo modo avrebbe parlato un linguaggio
comprensibile per il padre, ma anche perché lì c'era un nocciolo di verità a
cui tutto si collegava. «Papà, ti ricordi di come rimasi colpito da quello
che era successo in Cile, di come fremevo di indignazione per quelle morti,
per il terrore che vedevo negli occhi di quelle donne e di quegli uomini
rinchiusi nello stadio di Santiago, i pianti che facevo di fronte ai loro
corpi martirizzati. Ti ricordi che andai alla manifestazione nazionale in
città, anche se tu non volevi. Tutto cominciò di lì. Cominciai a informarmi,
a studiare, a frequentare quelli che tu chiamavi gruppuscoli.
Ti ricordi che mi misi anche a leggere l'Evangelo e una sera ti obbligai ad
ascoltare la mia interpretazione di quella pagina sulla predicazione di
Giovanni il Battista, insistendo con te sul fatto che le chiese avevano
tradito la loro missione, non solo perché non predicavano più il
ravvedimento, ma perché avevano ridotto a morale l'etica della
responsabilità personale? Ti ricordi che ti dissi che non potevo accettare
una fede che acquieta le coscienze, rassicura le persone nelle loro
certezze, non mette in discussione il loro egoismo? Ti ricordi come sostenni
che la fede in Gesù non può essere disgiunta dalla trasformazione della
società in termini di giustizia sociale, di attenzione per i minimi, di una
lotta per un mondo migliore? Eravate tutti fermi, così come erano fermi i
compagni che parlavano di rivoluzione, ma non la facevano mai, solo
strategie politiche: tutti a parlare di classe operaia, di liberazione dei
popoli, delle masse che devono essere protagoniste del loro destino e delle
loro scelte. Tante parole, ma pochi fatti: io ho scelto di agire!».

A Dio solo il giudizio

«GIOVANNI, figlio mio, il Battista predicava il ravvedimento, ma il
battesimo con lo Spirito Santo e con il fuoco è quello di Dio. Solo a lui
spetta il giudizio sul mondo, non a te! E ora, questo errore di valutazione
sarà per te una spina nel fianco per sempre». Giovanni si lasciò andare sul
sedile, esausto e iniziò a piangere. E la vita tornò a scorrere.


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