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Da: giovanni2 <amaryll...@gmail.com>
Data: Mon, 24 Aug 2009 16:10:28 -0700 (PDT)
Locale: Mar 25 Ago 2009 04:10
Oggetto: I due volti del Dalai Lama
Durante la sua visita in Germania di questa settimana il Dalai Lama
verrà di nuovo festeggiato come un salvatore. La guida del Tibet è
riconosciuta come simbolo di tolleranza. Tuttavia voci critiche dalla
comunità dei tibetani in esilio in India richiedono inutilmente
libertà religiosa e democrazia.
Arriva sempre preceduto da una grossa colonna di auto, come un
presidente di Stato. Guardie del corpo lo circondano, star del cinema
e boss di aziende fanno benevolmente da ali, governanti si affrettano
nel venirlo a salutare. Questa settimana a Francoforte sarà molto
probabilmente come l’anno passato a NoriMberga. Il Dalai Lama salutò
allora i presenti con il suo amabile, infantile gesto. Tuttavia
durante il suo discorso al palazzo comunale i presenti rimasero
sconcertati, senza parole, come riportò il giornale locale il giorno
successivo.
Cercando di lusingare il pubblico, il Dalai Lama affermò infatti che
già da bambino aveva visto foto molto attraenti, “very attractive” di
Norimberga, “con generali e le loro armi”, con “Adolf Hitler e
Hermann
Göring”.
Alcuni degli ascoltatori rimasero “imbarazzati”, altri “per breve
tempo sconcertati”. Il sindaco di Norinberga Ulrich Maly parla di un
“attimo di terrore”, poi l’ospite d’onore sarebbe riuscito a uscire
dal pasticcio con l’affermazione che da bambino sarebbe stato
impossibile per lui prevedere la catastrofe nazista. Se il Papa si
fosse lasciato andare a simili dimostrazioni di simpatia nella città
dei congressi del partito nazista e delle leggi razziali, le urla
sarebbero corse per tutta la Repubblica. Invece simili affermazioni
vengono perdonate alla guida dei buddisti tibetani, sebbene egli, Sua
Santità, avrebbe qualche motivo per un confronto critico col passato
nazista. Egli, che porta il titolo “Oceano di Saggezza”, é sempre
stato nei più affettuosi rapporti con il suo maestro di un tempo, il
famoso scalatore e scrittore (“Sette anni in Tibet”) Heinrich Harrer,
un convinto nazista, che a lungo ha cercato di nascondere il suo
esser
stato Comandante Maggiore di squadra delle SS. La corte tibetana
coltivava allora strette relazioni col regime nazista. Le spedizioni
di SS a Lhasa furono accolte con tutti gli onori. Sua Santità non ha
ancora fino ad oggi preso le distanze in modo chiaro da quelle
infamanti relazioni. E questo non é il solo capitolo oscuro della sua
storia di successo.
Il Dalai Lama invece preferisce lasciare in disparte ogni dubbio,
sorridendo. Quasi ovunque gode di una venerazione addirittura da
divinità. In Occidente appare come una supericona della modernità, in
Himalaya invece governa come un signore medievale. Un mansueto
buonista, che può rivelare sorprendenti tratti intolleranti, finanche
dittatoriali. Il triste destino del suo popolo, l’oppressione di
Pechino, l’espulsione dal Tibet distolgono lo sguardo dai problemi
interni al regime del Dalai Lama.
Qui da noi riempie gli stadi come una popstar. A Norimberga l’hanno
ascoltato attentamente 7000 persone, ad Amburgo due anni fa erano in
30 000, a Francoforte ne vengono attese in questi giorni alla
Commerzbank Arena 40 000. Spesso i fan prenotano i biglietti a prezzi
tra i 10 e i 230 € già più di un anno prima.
In combinazione con le sue mega apparizioni pubbliche si é sviluppato
negli anni un supermercato dello spirito senza eguali. Su Amazon sono
in lista 728 libri in tedesco e 908 in inglese sul e del Dalai Lama,
13200 video sono su Youtube, quasi otto milioni di risultati su
Google. Il figlio di un contadino tibetano é il più popolare di tutti
i vincitori del premio Nobel per la pace ancora viventi.
Appartenenti di tutte le religioni e anche atei vanno in
pellegrinaggio al One – Man – Show. “Ci siamo guardati dritti negli
occhi” urlava una giovane iperfelice di Mönchengladbach e prometteva
dopo l’incontro di smettere subito di fumare. “Riesce a farmi sentire
bene” diceva una ascoltatrice a Boston e riassumeva così l’entusiasmo
per il Dalai Lama: “È la sua aura, la semplicità”.
Proprio lì dove lo spirito dell’Illuminismo ha le sue radici, cioè in
Europa e negli Stati Uniti, il salvatore buddista dà vita a nuove
roccaforti della sua religione. Anche nella generazione del ‘68, il
cui atteggiamento era sempre molto critico, trova consenso. Lo Stern
lo festeggiò nel 1971 come “il santo sulla montagna”, lo Spiegel ne
parlò entusiasta due anni prima come “dio da poter toccare”.
Il presidente del consiglio direttivo del gruppo mediatico Springer
(gruppo editoriale per esempio del giornale scandalistico “Bild” e
del
giornale conservatore “Die Welt”; ndt) Mathias Döpfner, l’ex regina
del porno Dolly Buster, la star del calcio Mehmet Scholl, l’ex
ministro dell’economia Otto Graf Lambdsdorff, l’inventore delle Love
Parade Dr. Motte – infinite celebrità tedesche venerano Tenzin
Gyatso,
il quattordicesimo Dalai Lama.
Perché questo infinito entusiasmo? Perché il cristianesimo ha perso
in
Occidente credito e credenti e si é creato un vuoto, in cui si é
sviluppato il Buddismo come una sorta di religione del benessere
(Wellness – Religion in tedesco). Perché la pacifica calma che
incarna
il Dalai Lama semplicemente ha un effetto benefico nella dura
battaglia della concorrenza, poiché il suo irradiare positività
sembra
allontanare ogni paura delle crisi e poiché in Occidente prolifera un
romanticismo tibetano, un trasfigurazione del regno delle nevi sul
tetto del mondo, nel cui più remoto angolo nel 1935 è nato Tenzin
Gyatso in un rifugio con una grondaia di legno di ginepro.
L’esperto d’Asia Orville Schell, direttore del “Centro per i rapporti
sino-americani” di New York, ha in innumerevoli opere spiegato come
si
é sviluppato il mito del Tibet a partire dal suo secolare isolamento,
come cioè un sapere manchevole lasci fiorire le fantasie. Tutto é
cominciato nel 1933 con il romanzo di James Hilton “Lost Horizon”,
che
apparve inizialmente in tedesco con il titolo “Irgendwo in
Tibet” (“Da
qualche parte in Tibet”), che si svolge nel paradiso del sole Shangri
– Là, dove nessuno deve lavorare e tutti vivono in eterna pace. La
fabbrica di sogni di Hollywood ne ha attinto a piene mani, creando
una
simbiosi tra il Tibet e la cultura pop e con il film “Kundun” ha
eretto un monumento a Tenzin Gyatso. “Poiché il Tibet é ancora così
inaccessibile” – osserva Schell – “esso esiste nella rappresentazione
occidentale più come un sogno che come realtà, un terra su cui
possiamo proiettare tutta le nostre nostalgie (“Sehnsüchte” nel
testo)
postmoderne”.
“Io sono per voi, quello che volete che io sia” dice il Dalai Lama. E
così la star dell’alpinismo Reinhold Messner lo vede come un
combattente per la protezione dell’ambiente. Al regista premio Oscar
Florian Henckel von Donnersmarck piace che faccia della felicità il
contenuto centrale della sua religione”. L’attrice Uma Thurman spera
nell’assoluzione per il suo film pieno di sangue e violenza “Kill
Bill”: “Il Dalai Lama riderebbe a crepapelle”, se lo vedesse. E il
Dalai Lama sta al gioco, incurante, rimanendo “aperto” a tutte le
interpretazioni, fino all’indifferenza.
Per presidenti e capi di governo é l’ideale mezzo di comunicazione,
al
suo fianco perfino George W. Bush appare pacifico o l’iperattivo
Sarkozy mite. E il noioso presidente dell’Assia Roland Koch sembra
come se avesse anch’egli un po’ d’Esprit. Presso i conservatori e i
politici di destra il gioco della strumentalizzazione reciproca
funziona particolarmente bene. Il Dalai Lama era strettamente legato
con il politico austriaco di estrema destra Jörg Haider, che più
volte
andò a trovare in Carinzia.
La guida dei Tibetani ha giá 74 anni, ma é in tour senza pausa per
l’Occidente da relativamente poco tempo. Nel giugno del 1979 il Dalai
Lama tenne a Mont Pélerin, in alto sopra il lago di Ginevra, per la
prima volta in Europa una lezione pubblica davanti ad un grande
pubblico. “L’interesse per il Dalai Lama era allora piuttosto basso,
non ci fu nemmeno una volta bisogno della protezione della polizia”,
afferma uno degli organizzatori dell’epoca, che oggi vive in
Svizzera.
Nel frattempo il Dalai Lama é divenuto popolare nel mondo, non più
però in tutti i conventi dei buddisti tibetani. “Nella nostra
comunità
ci fu più di dieci anni fa una rottura” spiega un compagno di strada
di un tempo. A prima vista si trattava di un santo protettore, che la
confraternita non poteva più venerare; nel cuore della disputa
religiosa c’era invece una battaglia di potere che fino ad oggi si é
combattuta a suon di intrighi, calunnie, intimidazioni. Per paura di
repressioni il confidente del Dalai Lama di un tempo chiede di
rimanere anonimo.
La “Comunitá dei Tibetani in Svizzera” intima a tutti i tibetani
della
Confederazione che abbiano compiuto il diciottesimo anno di cessare,
con effetto immediato, la venerazione del santo protettore tibetano
Dorje Shugden e di sottoscrivere un elenco di otto punti. “Quei pochi
tibetani che criticano pubblicamente, in modo infondato e
smodatamente
Sua Santitá il Dalai Lama, sono da noi riconosciuti come
collaboratori
del regime cinese”.
Questa strategia – chi non é con me é contro di me o anzi sta con i
miei arcinemici – e il tono rigido non si adattano un granché con il
mite modo di presentarsi che il Dalai Lama mostra in Occidente. La
sua
corte in Dharamsala é strutturata in modo feudale come nel vecchio
Tibet, dominata da oracoli e rituali che con la tolleranza e la
trasparenza occidentali hanno poco in comune. L’improvviso divieto
pronunciato dal Dalai Lama nel 1996 del culto del santo patrono
Shugden, venerato dal XVII secolo – uno delle centinaia di santi nel
canone buddista – ha fatto cadere molti credenti tibetani in uno
stato
di insicurezza. Per loro tale divieto é incomprensibile. Per chi
guarda dall’esterno è difficilmente comprensibile la spietatezza con
cui tale divieto viene imposto. Prima del bando venerava Shugden
circa
un terzo dei 130 000 tibetani in esilio, ora in India si dichiara
pubblicamente a favore di quel culto solo qualche migliaio. A
proposito di come si attengano a tale divieto i 5000000 di tibetani
in
Cina non ci sono fonti indipendenti.
Il giornalista Beat Regli mostrò nel 1998 sulla televisione svizzera
per la prima volta le sconvolgenti immagini del conflitto che covava
nella comunità tibetana in esilio in India. Monaci di età avanzata
che
tra le lacrime rimpiagevano di non essere già morti prima del bando
del culto di Shudgen. Una famiglia disperata a cui era stata
incendiata la casa. Schede segnaletiche, con cui i malvisti venivano
stigmatizzati. E un Dalai Lama che difendeva il suo bando di
scomunica
senza compromessi. “Wrong, wrong”, sbagliato, sbagliato, ripeteva il
Dalai Lama, freddo e con una asprezza, di cui nessuno in Occidente lo
riteneva capace, lui, il sempre sorridente vincitore del premio Nobel
per la pace.
In Dharmsala prosegue ancora oggi tale scontro. I monaci che si
oppongono agli ordini del Dalai Lama denunciano massicce
discriminazioni. Parenti e amici sono messi sotto pressione. I negozi
appendono cartelli alle porte “Ingresso vietato” ai credenti di
Shugden.
Nell’anno passato il monastero Gaden Shartse nella città di Mundgod
nel sud dell’India festeggiava l’inaugurazione di una nuova sala di
preghiera. “Sarebbe dovuta essere una grande festa”, racconta un
monaco allora presente ma che ha oggi paura a far sapere il suo nome.
Era venuto persino il Dalai Lama e con lui le molte delle più alte
autorità. Tuttavia negli interventi e nei discorsi fu trattato solo
il
vecchio tema di scontro a proposito di Dorje Shudgen. Poi ai monaci
sarebbe stato intimato di sottoscrivere una dichiarazione circa il
non
praticare più in futuro il culto di Shugden. Il dissidio é tanto
andato avanti che la direzione del convento poco tempo dopo ha dovuto
lasciar costruire un muro alto quanto un uomo attraverso il cortile
del convento.
Il dissidio religioso tiene occupata nel frattempo la giustizia
civile. Su richiesta della “Comunità Dorje Shugden”, il più alto
tribunale di Nuova Delhi dovrebbe chiarire se la “discriminazione
religiosa” degli adepti di Shugden sia compatibile con il diritto
indiano. Una decisione é attesa per la fine dell’anno.
Il Dalai Lama dice che il culto di Shugden nuocerebbe alla sua vita e
“agli affari del Tibet”. Non vengono date ulteriori spiegazioni. Gli
oppositori suppongono che il santo venga tolto di mezzo poiché
sarebbe
in concorrenza con l’oracolo statale del Dalai Lama; il santo Shugden
viene infatti interpellato come oracolo.
Il governo tibetano in esilio nega ogni accusa. “Ce ne è solo una
manciata di questi uomini (i seguaci di Shugden, ndt) ed essi sono
totalmente al soldo della Repubblica Popolare Cinese. Questi sono i
soli che parlano ancora oggi di questo tema” dice Samdhong Rinpoche,
primo ministro del governo in esilio. Essere al soldo dei cinesi,
questo é la peggiore accusa che si può fare ad un tibetano.
La capitale dei rifugiati tibetani si trova a McLeod Ganj, un luogo
appena fuori la capitale distrettuale Dharamsala, dodici ore di bus a
nord di Nuova Dehli. Nel 1960 si trasferì qui il Dalai Lama con
dozzine dei suoi più stretti collaboratori, nella residenza un tempo
dei comandanti del presidio britannico. Migliaia di seguaci lo hanno
seguito. Nel frattempo molti indiani della regione chiamano il luogo
“Little Lhasa”. McLeod Ganj é un luogo molto piccolo, solo due
trafficate strade a senso unico che serpeggiano verso la montagna.
Circa 600000 turisti della rinascita spirituale vengono qui ogni
anno.
I caffé e i bar fanno soffiare nella valle musica ad alto volume.
Banchetti di souvenir con i loro articoli kitsch – religiosi
fiancheggiano le strade, un negozio offre la “moda dei monaci”. I
giovani tibetani indossano jeans e t-shirt, i turisti dall’occidente
vestono come gli attori in un film biblico. Little Lhasa é divenuta
il
Ballermann (locale alla moda di Palma de Majorca, molto amato dai
turisti tedeschi, ndt) per chi è alla ricerca del senso della vita.
Il piccolo quartiere governativo é un po’ fuori mano, ai piedi della
montagna, con i suoi minuscoli ministeri, il parlamento e una
biblioteca in un palazzone a forma di cassetta a due piani. Il Dalai
Lama sottolinea spesso che i tibetani in esilio in India avrebbero
messo in piedi un sistema democratico. C’e’ un parlamento con un
numero di deputati da 43 a 46. Le sedute vengono registrate su DVD e
spedite a tutti gli insediamenti di esuli dal Tibet. In teoria il
parlamento potrebbe prendere decisioni contro il Dalai Lama. “Questo
non è tuttavia ancora mai accaduto“”dice Penpa Tsering, il Presidente
del Parlamento. “Tutti hanno una grande fiducia in Sua Santità. Egli
vede la questione tibetana da molte prospettive, riceve molte
informazioni ed é molto, molto logico”.
A lungo i componenti della famiglia di Sua Santità hanno occupato
poltrone importanti, dal 2001 il primo ministro viene eletto
direttamente dal popolo. All’elezione del 2006 questi fu confermato
nel suo incarico con oltre il 90% dei voti. La struttura politica a
Little Lhasa é disposta soprattutto in modo tale da confermare le
decisioni del Dalai Lama e cementare il suo potere. I partiti non
hanno alcun ruolo. La costituzione dei tibetani in esilio non prevede
una separazione tra stato e chiesa, sebbene essa si riconosca con
eloquenti parole negli “ideali della democrazia”.
Nel 1990 apparve per la prima volta il giornale tibetano indipendente
“Mang-Tso“ (Democrazia) – e divenne rapidamente il più importante
mezzo di comunicazione della comunità di rifugiati a Little Lhasa.
“Noi scrivevamo a proposito di brogli elettorali, corruzione e tutto
ciò che c’é anche in qualsiasi altro paese”, racconta Jamyang Norbu,
all’epoca caporedattore. “Mang-Tso” era scomodo. La redazione non si
lasciò intimorire nemmeno quando diversi redattori ricevettero
minacce
di morte, mentre i giovani strilloni del giornale venivano minacciati
per strada. Nel 1996 tuttavia la situazione precipitò subito dopo un
servizio a proposito della setta Aum, che aveva commesso gli attacchi
nella metropolitana di Tokio nel 1995 con gas velenosi, attacchi in
cui morirono in tutto 12 persone e centinaia furono ferite. Con il
capo della setta terroristica, Shoko Asahara, il Dalai Lama si era
più
volte incontrato. Ancora settimane dopo gli attacchi col gas il Dalai
Lama definiva l’assassino guru della setta un “amico, per quanto non
del tutto perfetto”; solo tempo dopo il Dalai Lama ha preso le
distanze dalla setta Aum. A causa di questo articolo “le autoritá
religiose hanno messo prontamente sotto pressione il giornale”, così
come scrisse allora l’organizzazione “Reporter senza frontiere”.
“Mang-
Tso” dovette chiudere; fu la fine della “Democrazia”.
Critica e pubblici dibattiti non sono graditi a Little Lhasa. Il
Dalai
Lama preferisce chiedere consiglio agli dei e ai demoni. L’oracolo
ufficiale dello Stato di Sua Santità si chiama Thupten Ngodup, classe
1958, che vive nel monastero di Nechung, proprio dietro il Palazzo
del
ParlameNto, una volta scese le scalinate.
Da secoli il Dalai Lama si lascia consigliare da questo oracolo a
proposito di tutte le importanti decisioni politiche e religiose.
Dopo
la morte del suo predecessore nel 1987, Thupten Ngodup fu investito
del ruolo di veggente ufficiale del Dalai Lama. Corre voce che egli
abbia ravvisato per la prima volta la sua abilità in diversi sogni e
visioni. Come ulteriore indicazione delle sue capacità
extrasensoriali
é valso anche il suo perdere spesso sangue dal naso. Se il Dalai Lama
ha una domanda, Thupten Ngodup indossa la sua pesante veste
cerimoniale di 40 Kg. L’incenso viene acceso e degli aiutanti gli
mettono un’imponente corona sul capo. Quindi l’oracolo danza sulla
musica dei corni e dei cembali fino a che non cade in trance e inizia
a mormorare frasi che sono comprensibili solo ad orecchie addestrate.
Il Dalai Lama crede fermamente alle sue profezie. Ha infatti avuto a
dire in una constatazione retrospettiva che “l’oracolo ha sempre
avuto
ragione”.
La democrazia é tutt’altro. Tuttavia la critica allo stile di governo
del Dalai Lama trova raramente risonanza. Ciò viene infatti ad essere
inibito dalla solidarietà con un popolo oppresso che ha come nemico
la
superpotenza cinese. Cacciato dalla sua terra il patriarca tibetano
deve stare a guardare come lì vengano commesse terribili ingiustizie
e
venga cancellata l’antica cultura.
Il gruppo dirigente comunista a Pechino designa nella sua campagna
persecutoria il Dalai Lama come “lupo in abito da monaco”, come
“diavolo con il viso di un uomo e il cuore di una bestia”.
Contemporaneamente le forze di sicurezza cinesi schiacciano ogni moto
liberale sull’altopiano tibetano. Nessuna sorpresa se dunque la
maggior parte degli occidentali parteggino per la parte più debole.
Tuttavia il Tibet – ben altro rispetto alla rappresentazione che se
ne
ha in Occidente – non é mai stato un paradiso. Quando nel 1950 vi
penetrarono le truppe cinesi, il Tibet si trovava nel più profondo
medioevo. Monaci e nobili si spartivano il potere; la maggior parte
degli uomini viveva come schiavi, servi della gleba o in schiavitù
per
debiti. Una brutale polizia religiosa proteggeva il sistema a
manganellate e frustate. Molti monasteri disponevano di proprie celle
di prigionia. Perfino l’amico del Dalai Lama Heinrich Harrer (il
sopramenzionato comandante maggiore delle SS, ndt) rimaneva spesso
scioccato: “Il potere dei monaci in Tibet é più unico che raro e si
lascia paragonare solo con una ferrea dittatura. Sospettosi, questi
sorvegliano su qualsiasi influsso che provenga dall’esterno che possa
mettere in pericolo il loro potere. Sono saggi abbastanza da non
credere loro stessi per primi alla illimitatezza delle loro forze, ma
sono pronti a punire chiunque esterni dubbi in tal senso”. Harrer
racconta di un uomo che aveva rubato una lampada d’oro in un tempio.
Gli fu tagliata la mano pubblicamente. Poi “il suo corpo mutilato fu
cucito dentro la pelle bagnata di uno yak. Quando la pelle fu
asciutta, venne buttato nel più profondo burrone”.
I cinesi si acclamarono dopo l’ingresso in marcia come i liberatori
del popolo tibetano, distrussero monasteri e allestirono un nuovo
apparato d’oppressione, ora comunista. La propaganda di Pechino ha
spesso sottolineato che il Dalai Lama, al contrario dei suoi slogan
pacifici, ha appoggiato l’opposizione armata nel suo paese, anche con
la collaborazione degli “imperialisti stranieri”. E a dire il vero,
entrambi i fratelli più vecchi del Dalai Lama avevano instaurato
contatti con i servizi segreti americani. Negli anni seguenti la CIA
addestrò a Camp Hale, sulle Montagne Rocciose, circa 300 tibetani
alla
guerriglia. In una notte di luna piena nell’ottobre 1957 si
lanciarono
sul Tibet da un B17 nero senza indicazioni di nazionalità i primi
combattenti scelti tibetani. Nel caso di arresto da parte dei cinesi
ogni combattente aveva con sé un’ampolla di cianuro.
Gli agenti tibetani protessero il Dalai Lama anche durante la sua
fuga
in India, attraverso telegrafi ad alfabeto Morse erano in contatto
con
la CIA. In seguito gli americani finanziarono l’allestimento di una
armata di ribelli nel regno nepalese del Mustang. Solo quando
all’inizio degli anni ‘70 il commercio con la Cina si intensificò, il
programma fu cessato.
Molti sostenitori del Dalai Lama che vedono il Buddismo più come un
culto esoterico che come una religione rimangono stupefatti quando
sentono parlare della collaborazione del loro idolo con i sevizi
segreti americani, o se vengono a sapere che la diffusione del
Buddismo in Asia si svolse in maniera tanto sanguinosa quanto quella
dell’Islam in Arabia o delle crociate cristiane. Continuamente si
svolgono ancora in singoli monasteri in Tibet brutali conflitti. Il
buddismo non é necessariamente più tollerante di altre religioni. In
una intervista con “Playboy” il Dalai Lama definì le pratiche
omosessuali come “comportamenti illeciti”, e allo stesso modo i suoi
insegnamenti definivano “il praticare sesso orale o anale con la
propria moglie o partner”. Su consiglio delle sue case editrici
americane sono stati tolti passaggi dello stesso tono dal suo libro
“Ethics for the New Millenium”.
Il Dalai Lama é un uomo di armonia, vuole riuscire ad accontentare
tutti. Tuttavia, in futuro dovrà affrontare i conflitti. Dopotutto la
critica cresce anche nella comunità in esilio. “Sua Santità vive come
in una bolla, senza contatto con il mondo esterno”, ci dice
l’attivista da anni Lhasang Tsering, che oggi gestisce una libreria a
Little Lhasa. “Politica e religione dovrebbero essere finalmente
divise”.
È quello che richiede anche Jamyang Norbu. “Il Dalai Lama non é un
uomo cattivo”, afferma il caporedattore di un tempo del giornale
“Mang-
Tso”, “ma comincia ad essere un ostacolo al nostro sviluppo”. E
aggiunge: “Noi non abbiamo affatto la democrazia. Molto é perfino
peggio oggi che nel 1959. Nei tempi passati c’erano tre centri del
potere politico: il Dalai Lama, i monasteri e i nobili.”Oggi é
rimasto
solo il Dalai Lama come unica persona di potere”.
di Tilman Müller e Janis Vougioukas su “Stern”.