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Tre italiani per il Tibet

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Phillip

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Oct 14, 2009, 10:34:20 AM10/14/09
to
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“La distanza che vi è tra voi e il vicino che non vi è amico è in
verità più grande di quella che è tra voi e la persona che amate e che
vive al di là delle sette terre e dei sette mari. Giacché nel ricordo
non vi sono lontananze; e nell'oblio vi è un abisso che né la voce né
l'occhio potranno mai accorciare”
Kahlil Gibran


L'inizio degli anni '80 segna l l'apertura del Tibet al turismo
internazionale. Dapprima solo a pochi viaggiatori selezionati e
rigidamente inquadrati viene data la possibilità di visitare il Tetto
del Mondo. Il turismo portò nel Paese delle Nevi migliaia di stranieri
che il più delle volte simpatizzavano apertamente per la causa e le
ragioni del popolo tibetano. Per la prima volta i tibetani,
specialmente quelli di Lhasa e delle regioni centrali, poterono
incontrare direttamente delle persone che parlavano con simpatia della
loro cultura, sia religiosa sia laica. Tuttavia lo o studio della
civiltà tibetana tradizionale, con particolare riferimento agli
aspetti antropologici e culturali, che si definisce tibetologia ,
quasi tre secoli prima, per merito di tre grandi italiani: Ippolito
Desideri, Francesco Orazio di Pennabilli e Giuseppe Tucci. Il gesuita
Ippolito Desideri, nato a Pistoia nel 1684, fu il primo studioso
occidentale a scrivere del Tibet (Bod, pronuncia pö nel dialetto di
Lhasa; in cinese: 西藏; pinyin: Xīzàng) e del buddismo e, inoltre, a
redigere ben cinque importanti trattati in lingua tibetana. Studente
eccezionale al Collegio Romano, confermò la sua vocazione per le
missioni delle Indie dopo un pellegrinaggio a Loreto. Il Generale
della Compagnia di Gesu', Michelangelo Tamburini, lo scelse il 15
agosto, 1712, per aprire una missione in Tibet, un impegno benedetto
da Papa Clemente XI. Dopo aver navigato da Genova a Lisbona e da qui a
Goa, in India, proseguì via terra, raggiungendo, nel 1714 dopo aver
attraversato Delhi e Latore, Srinagar, allora capitale del regno di
Zain ul Abideen ed capitale estiva dello stato di Jammu e Kashmir,
dove si ammalò gravemente e rischio di morire. Guarito miracolosamente
riprese il suo viaggio in compagnia del padre portoghese Manoel
Freyre, suo superiore, attraversando l’aspro e difficile altopiano del
Tibet grazie all’aiuto di Casal, governatrice mongola del Tibet
occidentale, che si pose a capo della loro carovana. I due gesuiti
raggiungessero Lhasa il 17 di marzo 1716 e dopo qualche settimane
Freyre fece ritorno in India, lasciando Desideri unico missionario
Europeo in Tibet. Dopo circa tre mesi fu ricevuto in udienza dal re
mongolo del Tibet, Lajang (Lha bzang) Khan, il quale ne ricevette una
buona impressione tanto da consentirgli di professare la sua religione
e noleggiare una casa nella capitale. Tuttavia lo stesso re gli
consigliò di trascorrere un primo periodo in un monastero tibetano,
al fine di studiare la lingua e la religone autoctone invito che
Desideri accolse prontamente. Fu così che visse a lungo nel convento-
università buddhista di Sera, della setta reggente Gelukpa,
apprendendo la lingua, tanto da scrivere, tra 1718-1721 cinque libri
in tibetano, nei quali esponeva i dogmi del Cristianesimo e anche
rifiutava i concetti buddhisti della metempsicosi e della vacuità
(stong pa nyid), usando il modo di argomentazione scolastico del
buddhismo tibetano, ma accendo, al contempo, gran parte del buddhismo,
soprattutto la sua filosofia moral, in modo da avviare in modo
intelligente e compiuto il il primo tentativo di dialogo tra le due
religioni (al pari di quello operato un secolo prima da Matteo Ricci
nei confronti del confucianesimo). La permanenza di Desideri in Tibet
si interruppe bruscamente poiché i Cappuccini protestarono presso la
Santa Sede per l’assegnazione ai Gesuiti della evangelizzazione in
Tibet e il Superiore Generale della Compagnia di Gesù, nel 1719, gli
ordinò di tornare in India. Desideri protestò e ritardò la partenza
per due anni, fino a quando, per ordine papale, non lasciò il Tibet,
nel 1721, per raggiungere Agra, in India. Fino alla fine della sua
vita (avvenuta nel 1733) si dedicò alla pubblicazione del suo Notizie
Istoriche del Tibet., in cui descrisse minuziosamente tutti gli
aspetti della vita, la geografia ed il clima del paese, la gente,
tribù per tribù, l’amministrazione della giustizia, il cibo, le
abitudini, etc. Grazie a lui l’Europa ha scoperto la terra dei Lama ed
oggi egli è considerasto il primo Tibetologo, tanto che, nel 1916 il
grande studioso cinese Sven Hedin gli rese omaggio sc rivendo: “ fra
gli antichi visitatori del Tibet, Desideri si distingue come il più
importante ed intelligente”. Da un punto di vista storiografico va
detto che, per circa due secoli, Desideri è stato conosciuto solo per
una lettera privata inviata al confratello Ildebrando Grassi,
pubblicata nel 1722 in traduzione francese nelle Lettres édifiantes et
curieuses, famosa raccolta di lettere scritte dai gesuiti dalle varie
sedi di missione, raccolta continuamente ristampata e tradotta in
varie lingue nel corso del XVIII e del XIX secolo. Il Il voluminoso,
profondo e brillante resoconto desideriano fu caratterizzato da
vicende intricate e avventurose. Le prime notizie del manoscritto,
scoperto da Gherardo Nerucci nella collezione del pistoiese Filippo
Rossi Cassigoli, furono fornite da Carlo Puini in un articolo uscito
nel 1876 sul “Bollettino italiano degli studii orientali”. Molti anni
dopo lo stesso Puini pubblicò vari brani della relazione
frammentandola al servizio di una sua monografia dal titolo Il Tibet
(Geografia, storia, religione, costumi) secondo la relazione del
viaggio del P. Ippolito Desideri (1715-1721), Società Geografica
Italiana, Roma 1904. Una maggiore conoscenza internazionale derivò
dalla traduzione inglese, quasi integrale, curata da Filippo De
Filippi [An Account of Tibet. The Travels of Ippolito Desideri of
Pistoia, S.J., 1712-1727, edited by F. De Filippi, Routledge, Londra
1932 (2nd edn 1937)]. Solo fra il 1954 e il 1956 uscì, in tre tomi, la
versione integrale, nell’originale italiano, per la cura magistrale di
Luciano Petech. I tre tomi (Parti V, VI e VII, rispettivamente 1954,
1955, 1956) erano la parte finale di un’opera in sette tomi, dal
titolo I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal (abbreviata in
MITN), La Libreria dello Stato, Roma, 1952-1956 (nell’insieme vol. II
de “Il nuovo Ramusio”, collana a cura dell’IsMEO). Va infine ricordato
che dalle considerazioni finali della sua Relazione, il gesuita
pistoiese estrasse un piccolo documento autonomo, una sorta di
prontuario con consigli e avvertenze per i suoi successori. Questo
manualetto, chiamato poi da Petech Manuale missionario, fu pubblicato
per primo da Angelo De Gubernatis, nel 1876, con il titolo Istruzioni
ai padri missionari nel Tibet, e successivamente, nel 1928 da Luigi
Foscolo Benedetto (Di uno scritto poco noto del P. Ippolito Desideri
da Pistoia), e nel 1956 da Petech. Il più eminente tibetologo
occidentale, Giuseppe Tucci, nota che “l’arrivo del Desideri a Lhasa
segna una data memorabile nella storia degli studi tibetani perché
egli fu il primo a rivelare all’occidente il Tibet, non dico nei suoi
caratteri etnografici o nei suoi confini geografici, quanto piuttosto
nella sua profonda e intima realtà spirituale». La sua opera, «anche
oggi, a due secoli di distanza, è per profondità e chiarezza una delle
più sicure esposizioni delle credenze religiose del Tibet”. Altrove lo
stesso Tucci apprezza Desideri «per la sua larghezza di mente e per la
simpatia con la quale avvicinò il popolo di cui era ospite e la sua
cultura». Per questo poté studiare con i monaci tibetani, «si abituò
al loro modo di ragionare e perciò riuscì a veder chiaro dove oggi
molti non trovano altro che tenebra», e a compilare «quella Relazione
del Tibet che per la sua profondità e diligenza resiste all’urto dei
secoli e al perfezionarsi dell’indagine». Con la Relazione e con le
sue opere in lingua tibetana produsse un «mirabile incontro sul Tetto
del Mondo di S. Tommaso e di Tsongkha-pa ”. Il sinologo Giovanni
Vacca affermò che il missionario “cercò soltanto di penetrare
nell’animo dei tibetani, rendersi conto della loro vita quotidiana,
dei loro sentimenti e delle loro credenze religiose; volle porsi a
contatto con loro per poterli meglio stimare, amare, servire. Malgrado
che la sua opera sia stata troncata a metà, egli non lavorò e non
visse invano. La sua vita e il suo modo di agire, pieno di bontà, di
benevolenza, di rettitudine nel giudicare i tibetani, può utilmente
essere additata ad esempio”. Il secondo grande italiano che ci ha
consentito un incontro con il misterioso Tibet è un frate romagnolo,
Padre Francesco Orazio, nato a Pennabilli (vicino Rimini) nel 1680,
ultimo di tre fratelli, dalla nobile famiglia degli Olivierim, che., a
20 anni, terminati gli studi classici, entra nel monastero dei
Cappuccini di Pietrarubbia e che, finito il noviziato, nel 1712, è
inviato in Tibet dalla Sacra Congregazione di Propaganda Fide. Come
padre Ippolito anche Francesco Orazio di Penna di Billi si stabilisce
nel monastero di Sera e gli viene assegnato, come maestro, un Lama
istruito, che lo introduce alla lingua e ai principi della
spiritualità buddista. Egli resta nel monastero per nove mesi, con
libero accesso alla enorme biblioteca. E’ in quel periodo che inizia a
compilare il primo Dizionario Tibetano-Latino, la cui stesura
definitiva avviene nel 1733 e si compone di 33.000 lemmi. Divenuto
amico intimo del nuovo reggente K'an-c'en-nas dopo l’invasione
dzungara (1717-1720), padre Orazio (detto dai tibetani "Lama testa
bianca”), resta il solo occidentale a Lhasa, assieme al confratello
Padre Giovacchino da S.Anatolia, che esercita con successo la medicina
e fornisce le prime descrizioni, giunte in occidente, della Medicina
Tibetana (nata da una combinazione fra medicina tradizionale cinese ed
indiana, sviluppata da minoranze nazionali, principalmente dall’etnia
tibetana e diffusa in Tibet, nelle province del Qinghai, Sichuan e
Gansu ed anche in alcuni paesi dell’Asia meridionale, come India e
Nepal). E' questo un periodo prolifico per importanti opere letterarie
di Padre Orazio. Traduce il Lam-rim-c'en-mo (Le tre grandi vie che
conducono alla perfezione) di Tson-k'a-pa, la Vita del Buddha, Il
libro tibetano dei morti, ed altre importanti opere. La guerra civile
del 1727-28 non porta serio danno alla missione. P'o-lha-nas, il nuovo
reggente, conosce il Padre Orazio da vari anni e conferma i privilegi
della missione. I cappuccini continuano a frequentare la corte e la
loro attività missionaria limitata praticamente agli stranieri non da
fastidio a nessuno. Ma a Roma sembrava si fossero dimenticati di loro
e Orazio, che comincia ad avere problemi di salute, decide di scendere
in Nepal e di qui, si risolve di tornare a Roma, dove giunge nel 1736,
per chiedere aiuto. A Roma riesce ad ottenere l'interessamento del
Card. Belluga, un prelato spagnolo che lo aiuta a riorganizzare la
missione su basi finanziariamente solide. Oltre i fondi necessari
viene anche fabbricata una completa stamperia tibetana i cui caratteri
sono incisi su indicazioni di padre Orazio stesso. Viene curata anche
la preparazione diplomatica, con la spedizione di due brevi pontifici
al Dalai Lama e P'o-lha-nas accompagnati da ricchi doni. Nell'ottobre
1738 la nuova spedizione lascia l'Italia per giungere in India nel
settembre del 1739. Dopo un duro viaggio Padre Orazio e altri tre
confratelli giungono a Lhasa il 6 gennaio 1741. Viene recuperato
l'ospizio e nel mese di settembre vengono ricevuti prima dal reggente
e pochi giorni dopo al Potala dal settimo Dalai Lama. Entrambi
concedono un documento con cui si garantisce ai missionari la libertà
di culto e proselitismo. La missione, disponendo di uomini e mezzi
come non ne aveva mai avuti fino allora, svolge nei mesi seguenti
un'intensa attività di propaganda scritta e orale. Padre Orazio scrive
e stampa lettere ed opuscoli di confutazione della religione tibetana,
traduce la Dottrina Cristiana ed altre opere a carattere religioso.
Vengono convertiti una ventina di tibetani tra uomini e donne. Ma la
nuova comunità cristiana urta subito contro un ostacolo forse non
previsto dai missionari: la inestricabile connessione tra vita civile
e religiosa che esiste nel Tibet. E quando i nuovi convertiti tibetani
si rifiutano di accettare la benedizione del Dalai Lama e di
partecipare alle preghiere lamaiste a cui erano obbligati a titolo di
corvée dovuta allo stato ('u-lag), la questione assume un aspetto
politico ed intervengono i tribunali. Dopo un lungo processo il 22
maggio 1742 cinque cristiani tra uomini e donne sono fustigati sulla
pubblica piazza. Il colpo è durissimo e segna l'inizio della fine. Si
fa subito il vuoto attorno ai missionari. Grazie all'abilità
diplomatica, ed all'ascendente personale, Padre Orazio riesce a
ricucire i rapporti con la corte e ad essere ancora ricevuto in
udienza sia dal reggente che dal Dalai Lama, ma ormai è chiaro che la
missione non ha futuro e il 20 aprile 1745 gli ultimi missionari
lasciano la capitale alla volta del Nepal. Subito dopo l'uscita dei
missionari il convento viene distrutto dalla folla eccitata. Si salva
soltanto la campana che viene trasportata nel Jo-bo-k'an, dove tuttora
è appesa. Orazio arrivato quasi moribondo in Nepal sembra prima
riprendersi, poi alla notizia della distruzione della Chiesa di Lhasa
muore di scoramento a Patan il 20 luglio 1745 all'età di 65 anni, dei
quali 33 dedicati alla missione tibetana. Grande è oggi la
considerazione che i tibetani anno per padre Orazio, tanto che, per
ben tre volte dal 1994, Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del
Tibet, ha fatto visita suo al paesino natale, facendo inoltre mettere
a dimora, per il 250° anniversario dalla morte, avvenuta il 20 luglio
1745 all'età di 65, un gelso con il suo nome, nell’Orto dei Frutti
Dimenticati, un "museo dei sapori utile a farci toccare il passato",
voluto da Tonino Guerra realizzato a Pennabilli nel 1990. Durante la
sua seconda visita a Pennabilli, nel luglio 2005, Il Dalai Lama ha
inoltre detto: “250 anni fa Orazio della Penna era senza dubbio una
persona fuori dal comune, in quanto dotato di grande coraggio e grande
determinazione”. Del celebre Dizionario si erano perse le tracce Del
vocabolario si erano perse le tracce per più di centocinquant'anni,
mentre si sapeva di una campana fusa a Roma e portata a Lhasa da
Orazio dove era conservata nella cattedrale del Iokhang. La campana fu
ritrovata nel 1994 da Silvio Aperio, emissario di Marini a Lhasa. Nel
1999 fu ritrovato anche l’edizione originaria del Dizionario, in una
polverossisimma casa di Calcutta. Il vocabolario, che fra l'altro fu
copiato pari pari da un inglese che senza fatica si ritrovò
compilatore del primo dizionario Inglese-Tibetano, si era smarrito nei
meandri delle pianure indiane ed è oggi conservato nel comune di
Pennabilli. Giuseppe Tucci, infine, è considerato uno dei massimi
studiosi occidentali delle culture asiatiche di tutto il Novecento.
Attratto sin da giovane dalle civiltà antiche, si dedicò allo studio
dell'ebraico, e poi del sanscrito, del persiano e del cinese prima
ancora di iscriversi all'Università. Nel 1911, quando aveva 18 anni,
pubblicò una raccolta di epigrafi latine nella prestigiosa rivista
dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma, mentre datano al 1914 i
primi saggi di orientalistica, a proposito di testi religiosi antico-
iranici e sulla filosofia cinese. Laureatosi nel 1919, fu il
fondatore, con Giovanni Gentile, nel 1933, del prestigioso Istituto
Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO, divenuto IsIAO,
Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, nel 1995, dopo la fusione
con l’Istituto Italo-Africano), istituto che diresse fino al 1978,
essendone presidente dal 1947. Guidò numerose spedizioni scientifiche
e fruttuose campagne di scavi archeologici in Iran, Afghanistan,
Pakistan, Nepal e soprattutto in Tibet e promosse la pubblicazione
delle opere di Ippolito Desideri (quelle italiane per la cura di
Luciano Petech e quelle in lingua tibetana per la cura e la traduzione
del padre saveriano Giuseppe Toscano), del quale fu un grande
ammiratore, cominciando ad occuparsene nel 1933, quando in un suo
articolo (L’ultima mia spedizione sull’Imalaya, “Nuova Antologia”, a.
68°, fasc. 1460, 16.1.1933, pp. 245-258, faceva riferimento al «grande
Italiano il quale del Tibet e de’ suoi costumi ha lasciato una
mirabile descrizione. Autore di una immensa mole di pubblicazioni (sia
monografie che saggi dispersi sui più vari periodici) di grande valore
sul piano scientifico, ma anche spesso di attraente fascino
letterario, compendiò le sue ricerche sul Tibet in due famose opere:
- Indo-tibetica, 4 voll. in 7 tomi, Reale Accademia d’Italia, Roma
1932-1941 (traduzione inglese 1988-1989; attualmente in corso di
traduzione anche in cinese).
- Tibetan Painted Scrolls, 2 voll. in folio e una cartella con 256
tavv., Libreria dello Stato, Roma 1949 (reprint in tre voll., in
folio, Bangkok, 1999).
Una ampia bibliografia degli scritti di Tucci è pubblicata in: Raniero
GNOLI, Ricordo di Giuseppe Tucci, IsMEO, Roma 1985, in cui vi è un
elenco dettagliato ed una sufficiente analisi critica delle 360
pubblicazioni, tra articoli scientifici, libri e opere divulgative.
Tra le numerose onorificenze di cui fu insignito, ricordiamo il Premio
Jawaharlal Nehru per la comprensione internazionale, ottenuto nel 1978
e il Premio Balzan per la storia (ex aequo con Ernest Labrousse).
Tucci è morto il 5 aprile del 1984 e, nel 2005, gli è stato intitolato
a Roma il Museo Nazionale d'Arte Orientale, dove sono conservati gran
parte dei reperti riportati dalle spedizioni tibetane e dagli scavi
condotti successivamente per conto dell'IsMEO: nella valle dello Swat
in Pakistan, a Ghazni in Afghanistan, a Persepoli, Isfahan, Shahr-e
Sokhteh e Dahan-e Ghulaman in Iran.

Letture consigliate

- Beltramelli E.: Medicine allo specchio. L'intreccio delle
tradizioni terapeutiche tibetana e occidentale nel nord dell'India,
Ed. L'Harmattan Italia, Roma, 2003.
- Eliade M.: The Encyclopedia of Religion, Ed. Macmillan Publishing
Company, New York, 1987.
- Franchi G.R.: Contributi alla storia dell'orientalismo, Ed.
CLUEB, Bologna, 1985.
- Luca A.: Nel Tibet ignoto, Ed. Italia Press, Roma, 2008.
- Tucci G.: Il paese delle donne dai molti mariti, ed. Neri Pozza,
Milano, 2005.
- Tucci G.: Tibet paese delle nevi, Ed. Istituto Geografico De
Agostini, Nova

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