Questa domanda � il punto di partenza della filosofia politica occidentale.
La corrispondenza tra i pensatori moderni � che la sovranit� e la legge sono
legittimate dal consenso di quelli che devono obbedirgli. Questi ultimi
dimostrano il loro consenso in due modi: attraverso un "contratto sociale"
reale o implicito, in base al quale ogni singolo individuo si accorda con
gli altri sui principi del governo; e attraverso un processo politico in cui
ognuno partecipa alla creazione e all'approvazione della legge. Il diritto e
il dovere alla partecipazione � ci� che noi intendiamo - o dovremmo
intendere - con la parola "cittadinanza", e la distinzione tra comunit�
politiche e comunit� religiose che pu� essere sintetizzata cos�: le comunit�
politiche sono composte da cittadini mentre quelle religiose sono formate da
soggetti che hanno deciso di "sottomettersi" a un credo. Se vogliamo una
definizione semplice dell'Occidente com'� oggi, il concetto di cittadinanza
� un buon punto di partenza. Ecco quello che cercano i milioni di migranti
che si spostano in giro per il mondo: un ordine che conferisca sicurezza e
libert� in cambio di consenso.
Questo � quello che vuole la gente, anche se non basta a renderla felice.
Qualcosa si perde in una vita basata puramente sul consenso e in un
rispettoso adeguarsi ai propri vicini, un qualcosa che i musulmani
conservano in una potente immagine grazie alle parole del Corano. Ci� che �
andato perso pu� essere chiamato in diversi modi: senso, significato, scopo,
fede, fratellanza, sottomissione. La gente ha bisogno della libert� ma ha
anche bisogno di un obiettivo grazie al quale si pu� rinunciare ad essa.
Questa � l'idea contenuta nella parola "Islam": la sottomissione volontaria,
dalla quale non c'� via di uscita.
Non c'� bisogno di dire che le connotazioni della parola "sottomissione"
sono diverse per quelli che parlano arabo e quelli che parlano turco, malese
o bengalese. I turchi, che vivono sotto una legge secolare legata ai sistemi
legali dell'Europa post-napoleonica, sono disposti raramente a pensare che,
come musulmani, dovrebbero trascorrere l'esistenza in uno stato di
sottomissione permanente a una legge divina che governa l'intera vita
sociale e politica. Quel 20 per cento dei musulmani che sono arabi,
tuttavia, sente i ritmi ipnotici del Corano come una fortissima corrente
compulsiva e ha la tendenza a prendere l'"Islam" alla lettera. Per loro,
questo particolare atto di sottomissione pu� significare non solo la
rinuncia alla libert� ma anche all'idea stessa di cittadinanza.
Tutto questo pu� comportare la rinuncia a un confronto aperto, da cui
dipende l'ordine secolare, per dirigersi verso "l'ombra del Corano", come l'ha
definita Sayyid Qutb in uno sconvolgente libro che da allora ha ispirato la
Fratellanza Musulmana. La cittadinanza non � precisamente una forma di
fratellanza, almeno non di quel tipo che deriva da un atto condiviso di
sincera sottomissione: si tratta invece di un rapporto tra sconosciuti, di
un isolamento collettivo, in cui soddisfazione e significato sono confinati
alla sfera privata. Il grande successo della civilt� occidentale � quello di
aver creato questa forma di 'solitudine rinnovabile' e, nel descriverla,
sorge la domanda se vale la pena difenderla e, se � cos�, in che modo farlo.
La mia risposta � s�, vale la pena difenderla, ma solo se riconosciamo la
verit� che rende nitido l'attuale conflitto con l'islamismo: il sentimento
della cittadinanza non � abbastanza, e sopravviver� soltanto se sar�
associato a significati a cui la nuova generazione pu� unire le sue speranze
e la sua ricerca di identit�. Non c'� nessun dubbio che l'ordine secolare e
la ricerca di significato hanno coesistito abbastanza felicemente quando la
Cristianit� forniva a entrambi il suo supporto benigno. Specialmente in
Europa, per�, la Cristianit� si � ritirata dalla vita pubblica e ora viene
rimossa anche dalla vita privata.
Per le persone della mia generazione, per un po', l'idea di poter ritrovare
un significato attraverso la propria cultura � sembrata possibile. Le
tradizioni artistiche, musicali, letterarie e filosofiche della nostra
civilt� portano cos� tante 'tracce significanti' di un mondo in
trasformazione che avevamo pensato che sarebbe stato sufficiente
tramandarle. Ogni nuova generazione poteva quindi ereditare con i mezzi che
aveva a disposizione le risorse spirituali di cui aveva bisogno. Ma abbiamo
fatto i conti senza tener presente due fatti di grande importanza:
innanzitutto il secondo principio della termodinamica ci dice che ogni
ordine decade senza un'iniezione di energia; e a seguire l'avvento di quello
che ho chiamato "la cultura del ripudio": quelli che sono designati a
'iniettare l'energia' si sono sempre pi� stancati del loro compito e alla
fine hanno abbandonato il bagaglio culturale sotto il cui peso vacillavano.
Questa cultura del ripudio � passata nei media e nelle scuole, ha
attraversato il terreno spirituale della civilt� occidentale, lasciandosi
dietro un senso di vuoto e di sconfitta, la sensazione che non rimane pi�
niente in cui credere o da appoggiare, se non esclusivamente la libert� di
credere. E credere nella libert� di credere non � n� una convinzione n� una
libert�. Questa condizione incoraggia l'esitazione al posto della
convinzione e l'incertezza al posto della capacit� di scegliere. Cos� non
deve sorprenderci se tanti musulmani che vivono nelle nostre citt� oggi
considerano la civilt� che li circonda come destinata al fallimento, anche
se si tratta di una civilt� che gli ha permesso di fare qualcosa che non
avrebbero mai trovato laddove trionfa la loro religione: ossia la libera,
tollerante e secolare rule of law. Siccome sono cresciuti in un mondo di
certezze ora si ritrovano circondati soltanto da dubbi.
Se tutto ci� che pu� offrire la civilt� occidentale � il ripudio del suo
passato e della sua identit�, essa non potr� sopravvivere: lascer� spazio a
una qualsiasi civilt� futura che sia in grado di dare ai giovani speranza e
consolazione, e soddisfare la loro necessit� di trovare un'appartenenza
sociale, una necessit� che � cos� radicata nella profondit� dell'animo
umano. Cos� come l'ho descritto, il sentimento della cittadinanza non
soddisfa questa necessit�: questa � la ragione per cui cos� tanti musulmani
lo rifiutano, mentre vanno in cerca di quella "fratellanza" consolatrice
(ikhwan) che � stata cos� spesso l'obiettivo dei revival islamici. Ma la
cittadinanza � un risultato a cui non possiamo rinunciare se vogliamo che il
mondo moderno sopravviva: abbiamo costruito la nostra prosperit�, la nostra
pace e stabilit� su di essa e - anche se non ci fornisce la felicit� - essa
ci definisce. Non possiamo rinunciarvi senza smettere di essere noi stessi.
Ci� che � necessario non � tanto rifiutare la cittadinanza come fondamento
dell'ordine sociale ma darle un cuore. E nella ricerca di questo cuore,
dovremmo allontanarci dal multiculturalismo sempre pronto a chiedere scusa e
che ha avuto un effetto tanto distruttivo nell'autostima occidentale, per
tornare ai doni che abbiamo ricevuto dalla tradizione giudeo-cristiana.
Il primo di questi doni � il perdono. Vivendo nello spirito del perdono, non
solo confermiamo il valore fondante della cittadinanza ma cerchiamo anche la
nostra strada verso quella appartenenza sociale di cui abbiamo bisogno. La
felicit� non viene dalla ricerca del piacere, e non � neppure garantita
dalla libert�. La felicit� viene dal sacrificio, che � il grande messaggio
trasmesso da tutte le opere memorabili della nostra cultura. Questo
messaggio � andato smarrito nel fragore del ripudio, ma saremo capaci di
sentirlo nuovamente se concentreremo le nostre energie per ritrovarlo. E il
perdono � primo atto sacrificale nella tradizione giudeo-cristiana. Chi
perdona mette da parte il risentimento e rinuncia a qualcosa che gli � stato
a cuore. A ogni passo, il Corano invoca la grazia, la compassione e la
giustizia di Dio. Ma il Dio del Corano non � un Dio indulgente. Nella sua
manifestazione coranica, Dio perdona con moderazione e con ovvia riluttanza.
E' poco divertito dalla follia e dalla debolezza umane e, a ben vedere, non
si diverte per niente. Il Corano, a differenza della Bibbia ebraica o del
Nuovo Testamento, � una "zona franca" dello scherzo.
Questo ci porta a un'altro dono della nostra civilt�: l'ironia. C'era gi�
una potenziale vena ironica nella Bibbia ebraica, che poi venne amplificata
dal Talmud. Ma un nuovo tipo di ironia domina i giudizi e le parabole di
Cristo, che guardano allo spettacolo della follia umana e ci dimostrano
ironicamente come accettarla. Un esempio significativo � il giudizio di
Cristo nel caso della donna adultera: "Chi � senza peccato, scagli la prima
pietra". In altre parole: "Non fatemi ridere; non avete mai voluto fare ci�
che ha fatto lei, o forse l'avete gi� commesso nel vostro cuore?". Alcuni
suggeriscono che questa storia � un'inserzione successiva - una delle tante
che i primi cristiani selezionarono dalle riserve di saggezza attribuite al
Redentore dopo la sua morte. Anche se fosse vero, questa ipotesi si limita a
confermare l'idea che la religione cristiana ha fatto dell'ironia un punto
centrale del suo messaggio. E' stato S�ren Kierkegaard, un inquieto
cristiano dell'epoca post-illuministica, a vedere nell'ironia la virt� che
univa Socrate a Cristo.
L'ultimo Richard Rorty considerava l'ironia come uno stato psicologico
intimamente connesso alla visione postmoderna del mondo - un venir meno del
giudizio che nondimeno porta a un tipo di consenso, a un accordo comune sul
non giudicare. Ma il temperamento ironico � pi� conosciuto come una virt�,
una disposizione dell'animo tesa alla soddisfazione pratica e al successo
morale. Se dovessi azzardare una definizione di questa virt�, la descriverei
come l'abitudine di riconoscere l'alterit� di qualsiasi cosa, persino di se
stessi. Anche se sei convinto che le tue azioni sono giuste e le tue
opinioni veritiere, guardale come le azioni e le opinioni di qualcun'altro e
quindi riformulale di conseguenza. Definita in questo modo, l'ironia �
abbastanza diversa dal sarcasmo: � un modo di accettare pi� che di rifiutare
le cose. Mostra tutte e due i lati della medaglia: attraverso l'ironia,
imparo ad accettare l'altra persona su cui rivolgo il mio sguardo, e imparo
ad accettare me stesso, cio� chi mi sta guardando. Con tutto il rispetto di
Rorty, l'ironia non � libera dal giudizio: semplicemente riconosce che chi
giudica sar� giudicato e giudicher� se stesso.
Potrei affermare che l'eredit� democratica dell'Occidente deriva dall'abitudine
al perdono. Perdonare l'altro significa che, nel tuo cuore, gli dai la
libert� di essere. Quindi significa anche riconoscere l'individuo come
sovrano della sua vita e libero di comportarsi in modo giusto o sbagliato.
Di conseguenza, una societ� che lascia uno spazio permanente al perdono
tende automaticamente verso una direzione democratica, giacch� si tratta di
una societ� in cui la voce dell'altro viene tenuta in considerazione in
tutte le decisioni che lo riguardano. L'ironia - il riconoscimento e l'accettazione
della alterit� - incrementa questa tendenza democratica e aiuta a ostacolare
anche quella mediocrit� e quel conformismo che sono gli svantaggi di una
cultura democratica.
Il perdono e l'ironia sono alla base della nostra civilt�. Sono ci� di cui
dobbiamo essere pi� orgogliosi e il mezzo principale per disarmare i nostri
nemici. Stanno alla base del nostro concetto di cittadinanza fondato sul
consenso. E sono anche espressione della nostra concezione del diritto come
un mezzo di risolvere i conflitti scoprendo qual � la soluzione pi� giusta
per essi. Spesso non ci si rende conto che la nostra concezione dei diritto
ha poco a che fare con la sharia musulmana, che invece � considerata un
sistema di ordini emanati da Dio e che appare incapace - n� ha la
necessit� - di ulteriori giustificazioni.
Anche per i cristiani e gli ebrei, i comandamenti di Dio sono importanti; ma
non sono considerati sufficienti per il buon governo delle societ� umane.
Devono essere integrati da un'altro tipo di legge che risponde alle forme
mutevoli del conflitto umano. La dimostrazione di questo discorso � la
parabola del "tributo della moneta" ("Date a Cesare quel che � di Cesare, e
a Dio quel che � di Dio"), cos� come la dottrina papale delle due spade,
delle due forme di diritto, umano e divino, da cui dipende il buon governo.
Il diritto applicato dai nostri tribunali richiede che le parti abbiamo
"sottoscritto" solo la giurisdizione secolare. La legge tratta ciascuna
parte come un individuo responsabile, che agisce liberamente da s�. Questa
caratteristica del diritto � particolarmente vivida nelle menti delle
popolazioni di lingua inglese, dove il sistema del common law consiste
principalmente in una serie di libert� - ottenute dal cittadino nei
confronti dello Stato - e che lo Stato deve sostenere. La sharia consiste
invece negli obblighi imposti da Dio e che i tribunali devono applicare. E'
un mezzo per assicurare la "sottomissione" alla volont� di Dio, cos� come �
stato rivelato nel Corano e nella Sunna.
Come facciamo a sopportare idee del genere nella situazione attuale? In
particolare, come pu� il ricordo degli aspetti pi� profondi della nostra
eredit� giudaico-cristiana aiutarci a rispondere alla minaccia posta dal
terrorismo islamico, e come come possiamo raggiungere la cos� tanto
indispensabile riconciliazione con l'Islam senza la quale la nostra eredit�
politica sarebbe in pericolo?
Nell'immaginario popolare, terrorismo e islamismo sono diventati una sola
cosa, e i commentatori benintenzionati rispondono assicurandoci che non c'�
niente di nuovo nel terrorismo, cos� come non c'� niente nell'Islam che
predisponga i fedeli a usare la violenza. Non furono i giacobini della
Rivoluzione francese a scatenare la bestia? Non fu il terrorismo a trovare
il suo rifugio politico tra i nichilisti russi del XIX secolo, per poi
essere adottato dai movimenti radicali del XX secolo?
E' una risposta ragionevole che ci spinge a esplorare la ragione pi�
profonda di queste domande. Che cosa spinge la gente a usare il terrore?
Viene scelto come un espediente tattico, come suggeriscono i suoi apologeti?
Oppure come uno scopo fine a se stesso? Da un certo punto di vista, �
plausibile risalire all'Illuminismo per trovare le origini del terrorismo
moderno, nell'idea dell'eguaglianza umana, e in quella attitudine al
risentimento che Nietzsche giustamente distinse nel cuore delle comunit�
moderne, ossia il desiderio di distruggere ci� che uno desidera ardentemente
quando lo vede nelle mani degli altri.
Questo tipo di diagnosi ignora il fatto che il terrorismo, cos� com'� stato
codificato dai nichilisti russi e registrato a loro nome, � radicalmente
disconnesso da qualsiasi obiettivo. E' pur vero che a volte i terroristi - i
bolscevichi, l'IRA, l'ETA - si sono battuti per una Causa, facendo credere
che raggiungendo la "dittatura del proletariato", l'Irlanda unita o uno
stato nazionale Basco, i loro scopi sarebbero stati raggiunti e a quel punto
questi gruppi avrebbero disarmato. Ma di solito la Causa � vaga e utopica,
tanto da sembrare irreale, e il fatto di non essere raggiunta sembra parte
integrante della sua propria ragion d'essere, una maniera per giustificare
il costante rinnovarsi della violenza.
I terroristi possono essere nello stesso tempo completamente senza Causa, o
possono dedicarsi a una Causa cos� vaga e metafisica che nessuno (per ultimi
loro stessi) potrebbe ritenerla raggiungibile. I nichilisti russi erano
gente del genere, come li raccontano Dostoyevsky e Turgenev. Nello stesso
modo si comportavano le Brigate Rosse italiane e la Baader-Meinhof tedesca
ai tempi della mia giovinezza. Come ha dimostrato Michael Burleigh nel suo
lavoro magistrale Blood and Rage ("Sangue e rabbia"), il terrorismo moderno
si � interessato molto pi� della violenza che di qualsiasi altra cosa che
potesse essere ottenuta attraverso la violenza. L'incarnazione di questa
figura � il Professore descritto da Joseph Conrad nel romanzo L'agente
segreto che brinda "alla distruzione dell'esistente".
Il carattere vago o utopico della Causa � quindi una parte importante del
ricorso al terrorismo, nel senso che la Causa non definisce o limita l'azione.
Aspetta di essere riempita di significato dal terrorista, che in realt� non
cerca di cambiare il mondo ma se stesso. Per ammazzare qualcuno che non ti
ha mai offeso, n� ti ha mai dato un motivo per essere punito, devi credere
di essere avvolto in un mantello angelico che sia in grado di giustificarti.
Allora vedrai le tue uccisioni come la dimostrazione che sei certamente un
angelo. La tua esistenza riceve la sua prova ontologica finale.
I terroristi ricercano un'ebbrezza morale, un senso di superiorit� rispetto
a ogni ordinario giudizio umano. Questa sensazione si irradia da una facolt�
di cui il terrorista crede di avere la prerogativa, la stessa facolt� di cui
gode Dio. In altre parole, il terrorismo di questo tipo � una ricerca di
significato, ossia il vero significato che la cittadinanza - concepita in
termini astratti - non pu� fornire. Persino nella sua forma pi�
secolarizzata, il terrorismo coinvolge un tipo di appetito religioso.
E' molto difficile ammazzare l'innocente signora Smith e i suoi figli mentre
stanno facendo shopping. Per cui questa strategia di costruzione dell'Io non
pu� iniziare semplicemente con il desiderio di uccidere. La signora Smith
deve diventare qualcos'altro, un simbolo di una condizione astratta, un tipo
di incarnazione del nemico universale. I terroristi moderni tendono a fare
affidamento su dottrine che rimuovono l'umanit� dalla gente ed � questo il
loro obiettivo. Le teorie di Marx servirono allo scopo molto bene, creando l'idea
della borghesia, il "nemico di classe", che nell'ideologia bolscevica aveva
la stessa funzione degli ebrei nel nazismo. La signora Smith e i suoi figli
stanno dietro questo bersaglio, che � l'astratta famiglia borghese.
Semplicemente accade che, quando la bomba colpisce il suo bersaglio fatto di
finzioni, la granata trapassa facilmente l'obiettivo finendo nel corpo reale
della signora Smith. Grande dispiacere per la famiglia Smith ma spesso ti
imbatterai in terroristi che stanno cercando di farsi perdonare in qualche
modo e dicono che non era colpa loro se la signora Smith � saltata in aria e
che, sinceramente, la gente non dovrebbe stare ferma dietro bersagli di
questo tipo.
I terroristi islamici, a un certo livello, sono animati dalla stessa
sconcertante ricerca di significato e dalla identica necessit� di stare al
di sopra delle loro vittime in una posizione di redenzione trascendentale.
Idee come quelle di libert�, eguaglianza, o verit� storica, non influenzano
il loro modo di pensare, e questi individui non hanno alcun interesse di
ottenere il potere e i privilegi di cui godono i loro obiettivi. Le cose di
questo mondo per loro non hanno un valore reale, e se talvolta sembra che
cerchino il potere � solo perch� gli permetterebbe di creare il regno di
Dio - uno scopo che loro, come noialtri, sappiamo essere impossibile e
quindi infinitamente rinnovabile nella scia del fallimento. La loro
indifferenza verso la vita degli altri s'intona con la trascuratezza nei
confronti della propria. La vita non ha alcun valore particolare; la morte
li richiama costantemente dal vicino orizzonte della loro visione. Ed � solo
nella morte che percepiscono l'unico significato che gli importa realmente:
la trascendenza finale di questo mondo e la responsabilit� nei confronti di
altre persone che questo mondo esige da noi.
Tutti quelli vaccinati dalla cultura del ripudio, e che sono riluttanti a
comprendere la ricerca di significato tra i principi universali dell'umanit�,
tendono a pensare che i conflitti siano unicamente 'politici', cio� basati
sul modello del 'chi ha potere su chi'. Tendono a pensare che la causa del
terrorismo islamico sia nella "ingiustizia sociale" contro cui protestano i
terroristi, e che il fallimento di qualsiasi altro tentativo di correggere
le cose rende necessari i loro metodi deplorevoli. A me pare che questo sia
un travisamento radicale delle cause del terrorismo in generale e dell'islamismo
in particolare. Il terrorista islamico, come il nichilista europeo, �
interessato principalmente a se stesso e alla sua condizione spirituale, e
non ha un vero desiderio di cambiare le cose di questo mondo, un luogo che
non gli appartiene. Lui vuole appartenere a Dio, non al mondo, e questo
significa essere testimoni della legge di Dio e che il suo regno verr� nel
distruggere tutto ci� che si intromette sul suo cammino, incluso il proprio
corpo. La morte � l'ultimo atto di sottomissione del terrorista: attraverso
la morte, egli si dissolve in una nuova e immortale Fratellanza. Il terrore
inflitto dalla sua morte non solo esalta il mondo della fratellanza ma
lancia un colpo devastante contro il mondo rivale degli stranieri, dove
invece il principio vincolante � la cittadinanza, non la fratellanza.
Questa � la ragione per cui dovremmo accorgerci che affrontiamo un nuovo
tipo di minaccia che non ha obiettivi limitati o negoziabili, che non
possiamo affrontare facilmente in un confronto militare, e che non potremo
dissuadere con dei metodi comuni. Non c'� niente che possiamo offrire agli
islamisti che gli permetta di credere che sono riusciti a ottenere il loro
obiettivo. Se riuscissero a distruggere una citt� occidentale con una bomba
nucleare o ad ammazzare tutta una popolazione con un virus letale, lo
considererebbero come un trionfo, anche se questa azione non avrebbe creato
alcun beneficio materiale, politico e religioso.
Certo, la maggioranza dei musulmani sarebbe sconvolta da un evento di questo
tipo e considererebbe un'uccisione di massa come quelle contemplate da
al-Qaeda alla stregua di un oltraggio assolutamente proibito dalla legge di
Dio. E ci sono dei segnali incoraggianti su musulmani giudiziosi che stanno
cercando di trovare un modo di esprimere il proprio impegno pubblico a
favore della coesistenza con le altre due religioni abramitiche e di
favorire l'amore per il prossimo, anche se questo prossimo appartiene a una
fede diversa. Testimonianza di questo fenomeno sono le lettere del 2007
destinate ai leader religiosi occidentali, sottoscritte da 140 rinomati
accademici musulmani, che chiamavano al dialogo tra le fedi e al mutuo
rispetto come fondamento della coesistenza. Nonostante questo, dobbiamo
segnalare due fatti importanti. Il primo � che l'Islam non � mai riuscito a
stabilire nessuna fonte decisiva di autorit� religiosa. Ogni leader
spirituale si � autonominato tale, come l'Ayatollah Khomeini, e non ha
credibilit� al di fuori della propria cerchia di seguaci. La gente spesso
pensa che � un peccato che l'Islam non abbia avuto una Riforma Protestante.
Ma in realt� l'Islam ha vissuto una serie infinita di Riforme Protestanti, e
ognuna di esse pretende di essere l'unica verit� nella questione dell'obbedienza
degli uomini a Dio.
La seconda cosa importante - e credo che siano connesse - � che i musulmani
dimostrano una notevole abilit� di chiudere un occhio sulle atrocit�
commesse in nome della loro fede e di radunarsi contro chiunque cerchi di
screditarla. Le celebri vignette danesi hanno provocato un oltraggio, unendo
dappertutto i musulmani in atti di distruzione e in richiami alla vendetta.
Pochi giorni dopo, la moschea di al-Askari a Samarra, uno dei luoghi pi�
sacri della comunit� sciita, venne fatta saltare in aria da alcuni
islamisti. Ma dov'erano i contestatori, fuori dall'Iraq? I terroristi
islamici hanno ucciso molti pi� musulmani che non-musulmani. Perch� quelli
che rivendicano di parlare in nome del mondo musulmano non hanno mai
menzionato questa statistica? Nella vicenda, la questione centrale legata
alle vignette infami era di farci vedere le atrocit� commesse nel nome del
Profeta. Da approvare o no?
I musulmani devono affrontare questo problema. Ma un radicato doppio
standard spesso fa s� che una rabbia moralistica gli impedisca di diventare
buoni musulmani, al punto di trasformarli in nemici della propria fede.
Questi doppi standard sono il risultato diretto della perdita dell'ironia.
Derivano dall'incapacit� di accettare l'alterit� di qualsiasi cosa, di
sostenere qualcosa che vada aldil� dalla propria opinione, e persino della
propria fede, al punto da riconoscere anche la fede di qualcun altro. In
realt�, questa ironia non � sempre mancata nell'Islam: le opere dei maestri
del sufismo ne sono piene. Ma i maestri del sufismo (e penso specialmente a
Rumi e Hafiz) appartengono alla grande e riconosciuta cultura islamica verso
cui gli islamisti hanno voltato le spalle, abbracciando il bigottismo dalla
mentalit� ristretta di Ibn Abd-al-Wahhab o la nostalgia autoingannevole
della Fratellanza Musulmana e Sayyid Qutb.
Il confronto in cui ci troviamo immischiati dunque non � politico o
economico; non � il primo passo verso un patteggiamento o una resa dei
conti. Si tratta di un confronto esistenziale. La domanda che ci viene posta
�: "Che diritto hai di esistere?". Nel rispondere "Assolutamente nessuno",
noi invitiamo a ripetere "E' proprio quello che pensavo". Una risposta pu�
evitare una minaccia solo se la capovolge; ci� significa che bisogna essere
assolutamente convinti che noi abbiamo il diritto di esistere e che siamo
preparati a riconoscere lo stesso diritto ai nostri nemici, ma con l'unica
condizione che questa sia una mutua concessione. Nessun'altra strategia ha
una remota possibilit� di avere successo.
Al-Qaeda potrebbe essere debole; l'intera cospirazione per distruggere l'Occidente
poco pi� che una finzione nelle menti dei neoconservatori che, allo stesso
tempo, potrebbero essere una finzione nelle menti dei liberali. Ma la
minaccia non viene da una cospirazione o da una organizzazione. La minaccia
viene da individui che subisco un'esperienza traumatica che non riusciamo a
capire fino in fondo, l'esperienza del musulmano d�racin� di fronte alla
modernit�, e senza il beneficio dei due doni del perdono e dell'ironia.
Questo genere di persona � un imprevedibile sottoprodotto di circostanze
improvvise e incomprensibili, e i nostri migliori sforzi di capire le sue
ragioni - fino adesso - suggeriscono che non c'� alcuna politica capace di
impedire gli attacchi.
Quindi quale posizione dovremmo prendere in questo confronto esistenziale?
Credo che dovremmo enfatizzare le grandi virt� e i successi che abbiamo
costruito sulla nostra eredit� di tolleranza e mostrare la volont� di
criticare e di rimediare a tutte le voci a cui � stato dato uno spazio
indebito ed eccessivo. Dovremmo far risuscitare la distinzione di Locke tra
libert� e licenza e rendere assolutamente chiaro ai nostri figli che la
libert� � una forma di ordine, non una licenza per l'anarchia e l'auto-indulgenza.
Dovremmo smettere di prendere in giro le cose che sono state importanti per
i nostri genitori e i nostri nonni, e dovremmo essere orgogliosi di cosa
sono riusciti a ottenere. Non � arroganza ma � il giusto riconoscimento dei
nostri privilegi.
Dovremmo anche abbandonare tutto quel vaniloquio multiculturalista che ha
confuso cos� tanto la vita pubblica dell'Occidente e dovremmo riaffermare l'idea
centrale dell'appartenenza sociale nella tradizione occidentale, che � l'idea
di cittadinanza. Nel lanciare il messaggio che noi crediamo in ci� che
abbiamo, che siamo pronti a condividerlo, ma non preparati a vederlo
distrutto, stiamo facendo l'unica cosa possibile tra quelle realizzabili per
ripianare il conflitto attuale. Siccome il perdono � nel cuore della nostra
cultura, questo messaggio sicuramente dovrebbe essere sufficiente, persino
se lo diffondiamo con ironia dello spirito.
� City Journal