Un giorno non meglio definito in una scuola non meglio precisata.
Una persona anziana, invitata dal preside a raccontare la sua vita, sta parlando mentre un ragazzo si alza e chiede: Scusi, ma quand’è che tutto è cominciato?
La domanda, candida ma insidiosa, scaturiva forse dal ricordo del bellissimo film “Vincitori e vinti” con Spencer Tracy che il babbo gli aveva fatto vedere tempo prima.
E anche in quell’occasione la risposta fu analoga a quella del Giudice tedesco interrogato a Norimberga. Tutto iniziò quando ognuno di noi nelle Istituzioni accettò che persino manifestare in piazza fosse vietato, vietato addirittura non per legge ma con una semplice Direttiva alle prefetture. Come un veleno a dosi crescenti, nell’indifferenza di tanti.
I ragazzi ammutolirono, appena il giorno prima l’insegnante di storia, aveva spiegato loro l’avvento della dittatura negli anni venti del secolo precedente.
Fu così che la voce tenue ma ferma dell’anziano squarciò quell’agghiacciante silenzio. Purtroppo - disse, citando il filosofo Giambattista Vico - molteplici sono gli avvenimenti che ci portano a ritenere che nella storia gli stessi o simili eventi si ripropongano ciclicamente, seppure con modalità diverse.
Riprese comunque il suo racconto, ricostruendo i passaggi.
Un governo legittimo era stato ribaltato con una specie di “golpe bianco”, architettato chissà dove e messo in atto da un banalissimo micro-partito. Nessuno, salvo un paio di giornali e qualche piccola emittente radio televisiva, osò contestare e contrastare questa prima forzatura del meccanismo democratico. In verità la democrazia versava già in condizioni molto precarie, avendo sopportato diversi tentativi di aggressione, fino ad allora non riusciti ma che avevano lasciato la povera in condizioni di debolezza evidente.
Il balzo precedente era stato limitare le libertà personali fondamentali, approfittando di una, allarmante ma mai del tutto chiarita fino in fondo, pandemia virale.
Prima i medici: chi dissentiva sul basare la lotta al virus esclusivamente su una serie di vaccini in fase sperimentale, sebbene utilissimi per le persone più fragili, fu minacciato di essere radiato dall’Ordine, e chi di loro non si adeguava a somministrarli financo ai ragazzini e a farseli somministrare venne comunque sospeso dall’esercizio della professione.
Incredibile, ancora si sperava che la cosa finisse lì. Ma poi fu la volta degli insegnanti.
I più capirono che il cerchio si stringeva e si rassegnarono ad aderire alla “più grande campagna vaccinale della storia” organizzata e sorvegliata da un generale dell’esercito, plenipotenziario e in pratica legibus solutus.
Un altro ragazzo, allora, si fece coraggio e chiese: ma non vi fece correre un brividino lungo la schiena vedere ogni giorno al telegiornale un uomo in tenuta militare ribadire che tutti dovevano correre negli hub vaccinali e che infatti tutti stavano eseguendo di corsa il suo ordine?
L’insegnante, pur orgoglioso dello spirito critico della sua classe, dovette malinconicamente abbassare il capo.
L’anziano riprese.
Infine, di fronte a quattro o cinque milioni di persone (circa il 10% del totale della popolazione) che, per convinzione o per paura, continuavano a dimostrarsi reticenti ad aderire alla “grande campagna” di cui sopra, l’unica persona - ovviamente non eletta da nessun cittadino - che nel frattempo aveva in pugno le redini del Paese decise di spingere ancora più a fondo sull’acceleratore. Per lavorare, cioè per guadagnarsi la pagnotta, diventava necessario disporre di un foglio che attestasse l’avvenuta vaccinazione o l’esecuzione di un tampone ogni 48 ore (di cui naturalmente i sacrifici e i costi erano a carico del lavoratore...).
Le timide proteste dei sindacati, fecero subito capire all’uomo solo al comando che poteva davvero «tirare dritto», come i più realisti del re riferivano adulanti.
In Consiglio dei Ministri gli atti li faceva arrivare sul tavolo a riunione in corso, ma nessuno osava rifiutarsi di votare a scatola chiusa. Anche a quel simulacro di Parlamento, le Decretazioni d’urgenza pervenivano a mala pena il giorno prima della votazione e anche lì, per pusillanimità o per non perdere la cospicua indennità in caso di scioglimento, il 90% dei parlamentari alzava ubbidiente la propria manina.
Ah, soggiunse l’anziano oratore, se ci fosse stato fra i ministri o i parlamentari il bambino della favola di Andersen, che grida a squarcia gola “Ma il re è nudo!”.
Dall’ultima fila, uno dei ragazzi di solito più distratti e scalmanati, domandò: ma per quale ragione scivolaste così spensieratamente nell’autoritarismo, benché fosse in cashmere piuttosto che in orbace?
L’anziano ammise che tutto ruotava intorno al dio quattrino, fu bombardando a manetta tutti i giorni su tutti gli organi di informazione che quanto accadeva serviva per far girare l’economia, un’economia che però creava sempre più disuguaglianze e ingiustizie, ma che doveva restare ben salda nelle mani di pochi ricchi oligarchi, per cui smettemmo di farci domande (ma anche di farle a lorsignori).
Insomma, ancora una volta la retorica del potere ci aveva obnubilato le coscienze, proprio come nel XX secolo.
Meno male che passata la nottata, proprio il bambino di Andersen, anzi tanti bambini e ragazzi seppero finalmente prendere in mano la situazione, ma questo possono raccontarvelo meglio i vostri papà, che erano partiti riunendosi ogni Venerdì per discutere di crisi climatica e poi dovettero occuparsi anche di crisi democratica. Non fu facile recuperare diritti e libertà, ma seppero riuscirci e grazie a loro io sono qua adesso a parlarne.
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