http://www.ecomancina.com/somalia1.htm SOMALIA . Gli italiani torturavano i prigionieri: ecco le prove
Nell' imminenza dell' arrivo del contingente italiano in Afganistan
riproponiamo un intervista di Panorama ad un militare che testimoniò con
racconti ed immagini le sevizie e le torture portate alla popolazione Somala
dai nostri militari.
Anno 1993, campo di Johar. Un testimone racconta.
di GIOVANNI PORZIO
Nome: Michele Patruno. Età: 26 anni, di Canosa di Puglia. Grado:
caporalmaggiore in congedo dal 185° Reggimento artiglieria paracadutisti
"Folgore". Attuale professione: rappresentante di commercio.
In un caffè di Bari, lo scorso aprile, Patruno commenta ad alta voce la
notizia, pubblicata su un quotidiano, delle torture inflitte ai somali da un
gruppo di militari belgi. "Noi italiani" si lascia sfuggire "abbiamo fatto di
peggio". Un giornalista, Vittorio Stagnani, lo sente, lo avvicina, lo
convince a parlare (alla fine di aprile comparirà un breve articolo sulla
Gazzetta del Mezzogiorno). E a tirar fuoridal cassetto una sconvolgente
sequenza fotografica: durante la sua permanenza in Somalia nel 1993 come
volontario nel corso dell?operazione Ibis (dall?8 febbraio al 18 aprile, e
dal 7 maggio al 29 maggio), Patruno ha fotografato i militari italiani mentre
torturano alcuni prigionieri somali in presenza di ufficiali della Folgore.
Panorama ha raccolto la testimonianza dell?ex paracadutista, chiamato alle
armi come soldato di leva il 17 marzo 1992 e congedato il 16 giugno 1993.
Domanda. Perché i somali venivano arrestati?
Risposta. Erano catturati durante le missioni di pattugliamento perché erano
armati oppure perché avevano reagito contro le nostre colonne. Venivano
tradotti ai campi militari e interrogati perché svelassero dove nascondevano
le armi o dove si trovavano eventuali complici. Ma io non ho mai visto un
singolo somalo sparare contro noi militari, anche perché avrebbero avuto la
peggio: noi ci spostavamo sempre in pattuglie di 20 o 30 uomini, loro da soli
o in piccoli gruppi.
Cosa facevate dei prigionieri?
Dopo gli interrogatori venivano consegnati alla polizia somala che, per
quanto ne so, li condannava a morte per attentati contro i militari. Io però
non sono stato testimone di queste esecuzioni.
Venivano interrogati dai militari?
Sì. Spesso c?era un interprete.
C?erano degli specialisti in torture, gente addestrata per questo?
No, ma c?erano gli addetti a raccogliere informazioni dai somali catturati e
curavano a modo loro il servizio.
Erano dei graduati a condurre gli interrogatori?
Sì. I militari di leva facevano da guardia ai prigionieri.
Sa dirmi chi era il somalo che in una delle foto è legato e incappucciato?
No, non sono a conoscenza dei casi particolari. I somali arrivavano al campo
dopo i giri di perlustrazione.
Posso dirle che il cappuccio è un sacchetto di nylon, uno di quelli che
usavamo per mettere la sabbia e recintare. Anche nel caso dell?altra foto,
quel somalo legato sotto il mezzo, non so dirle perché lo avessero preso.
Ha scattato lei tutte queste foto?
Sì.
Lei è capitato per caso nei campi?
Sì. Facevo parte della scorta del comandante della squadra del campo di
Johar, il capitano Giovanni Iannucci. Eravamo in sette, ci muovevamo con lui.
Io ero chiamato "Devil 2", cioè ero il vice di Devil, il comandante della
batteria di cui facevo parte. La batteria, nell?artiglieria, corrisponde al
plotone.
Come avvenivano i rastrellamenti?
Entravamo nei villaggi e perquisivamo le capanne in cerca di armi. Spesso
facevamo devastazioni e lasciavamo i somali senza casa. Le capanne sono di
fango e canne e sono molto basse, così per non prenderci il fastidio di
entrare le scoperchiavamo. Distruggevamo anche le riserve d?acqua: le tengono
in anfore di terracotta, noi le spaccavamo per vedere se c?erano armi. Per
procurarsi quell?acqua magari i somali avevano fatto chilometri a piedi. Una
volta, nella casa di un somalo, trovammo un proiettile, uno solo, calibro
7,62. L?uomo non aveva altre armi, ne ero sicuro, voleva bene agli italiani e
ci fece vedere la foto del figlio cadetto a Modena. Niente. Buttammo giù
tutto.
Ma il comandante della sua squadra era al corrente degli episodi di tortura?
Sì, sicuramente. Anche se non ne parlava con noi militari di leva.
Come spiega questo accanimento contro i prigionieri?
È come i tifosi allo stadio. C?è sempre qualcuno che eccede nei
comportamenti. Anche nella Folgore: è una grande famiglia e ci sono teste
calde che si sentono forti perché riescono a mettere un piede su una persona
legata. Ma non è un atteggiamento diffuso. Anche durante le distribuzioni
alimentari c?era chi si comportava in modo da provocare disordini, ma erano
episodi sporadici.
Cosa facevano esattamente?
Facevano lo sgambetto, spintonavano la gente per provocare la reazione dei
somali. Io avrei voluto reagire, ma non potevo far niente, visto che i miei
superiori stavano a guardare.
Torniamo alle torture. Sa di militari che sono stati rimproverati o
sanzionati in seguito a questi fatti?
Che io sappia no, ma non posso nemmeno escluderlo perché io mi trattenevo
poco nei campi e non so se in seguito siano stati presi provvedimenti. In
ogni caso non sarebbero stati provvedimenti pubblici, perché di fronte ai
somali non si poteva certo manifestare dissensi tra di noi. Vorrei comunque
evitare che queste immagini fossero associate alla Brigata Folgore, al modo
di essere dei paracadutisti. Io mi sento un paracadutista, la Folgore mi ha
lasciato un bellissimo ricordo nonostante questi incidenti: sarebbero
successi anche se in Somalia ci fosse andato un altro corpo. Ci sono stati
anche episodi edificanti: ufficiali che ci hanno permesso di accogliere dei
bambini somali, dar loro da mangiare, vestirli. Insomma, quando nel mucchio
c?è una mela marcia fa sembrare tutto marcio.
Perché i prigionieri venivano legati in questo modo? Per motivi di sicurezza?
Venivano legati e incappucciati. Non sta a me giudicare se fosse proprio
necessario farlo in quel modo.
Ma a voi, prima di partire per la Somalia, era stato spiegato come
comportarvi con i prigionieri? Quali regole seguire, l?atteggiamento da
tenere...
A noi non fu spiegato nulla, anche perché l?operazione, almeno per quanto
riguarda i militari di leva, fu un po? improvvisata. Ricevemmo solo un
addestramento di routine. L?esperienza, poi, uno se la fa sul campo.
Quindi non avete avuto un briefing specifico su questo argomento?
Ci dissero soltanto di rispettare i somali e la loro religione, di non
disturbare le preghiere, ci parlarono del Ramadhan: norme generiche di
comportamento. Ma la realtà in Somalia era molto diversa.
Lei era militare di leva?
Sì.
I soldati nelle foto sono di leva?
In queste foto (quelle dove si vede la tortura con gli elettrodi, ndr) c?è un
ufficiale, quello con la barba e la pistola nella fondina. Gli altri sono
soldati di leva, di guardia alle tende dove stavano i prigionieri.
Mi spiega la sequenza delle tartarughe? Che cosa significa T914?
È un adesivo di quelli che si trovano sui mezzi e distinguono i battaglioni
uno dall?altro. T914 è probabilmente la sigla del 9° Col Moschin, ma non ne
sono sicuro.
Era un gioco per passare il tempo?
Sì, un gioco crudele.
Lo facevate in gruppo?
Sì, ma non era una cosa abituale. Si faceva passare il furgone sopra
l?animale per vedere quanto resisteva. Le foto sono state scattate al comando
Italfor, nel giardino dell?ambasciata italiana a Mogadiscio nord. Le
tartarughe frequentavano i nostri campi dove credevano di stare al sicuro dai
somali che le cacciano per le loro carni prelibate e, si dice, afrodisiache.
Noi scommettevamo sulla loro resistenza: ci sedevamo sopra, poi provavamo con
i camion VM 90 Fiat, 30 quintali, per vedere quanto avrebbero resistito.
Quanto?
Poco, un minuto, un minuto e mezzo.
Gli ufficiali non dicevano niente?
Non ci hanno mai incitato a farlo, ma non ci hanno mai osteggiato.
Torniamo alle immagini più raccapriccianti, quelle in cui si vede un somalo
nudo, disteso per terra. Cosa stanno facendo al prigioniero?
Stanno applicando degli elettrodi ai testicoli del somalo. La corrente è
prodotta da un generatore a manovella di quelli in dotazione per alimentare
gli impianti radio. È l?attrezzatura di cui sono dotati i reparti radio, i
reparti magazzino e i mezzi di trasporto per l?emergenza.
Sa dirmi di più su questo episodio?
Non so chi sia il somalo. So che stanno applicando gli elettrodi ai genitali.
Prima li avevano applicati alle mani, come si vede in una delle foto, ma con
scarsi risultati. Poi ci fu una persona che consigliò di applicarli ai
testicoli perché contengono liquidi e conducono meglio la corrente.
Chi consigliò questo trattamento?
Un ufficiale medico.
Il prigioniero è sopravvissuto?
Non lo so. Non ci fermavamo mai più di un giorno al campo. Quando ritornammo
a Johar c?erano altri prigionieri.
Che fine facevano le persone sottoposte a tortura?
Morivano, anche perché già debilitate fisicamente.
Che tipo di torture erano praticate?
Quelle che si vedono nelle foto non sono quelle del primo giorno. Si
cominciava privando i prigionieri di acqua e cibo, tenendoli legati:
pressione psicologica per indurli a parlare. Poi si passava a metodi più
pesanti, e si dava libero spazio alla fantasia dei militari. Era un
crescendo: far mangiare pane con peperoncino piccante per accrescere la sete,
fino alle sigarette accese sotto i piedi, le scosse elettriche, le botte. Li
gettavano contro la concertina, il filo spinato americano, fatto con migliaia
di rasoi affilati. Si arrivava a queste cose per puro sadismo.
Insisto: durante gli interrogatori erano presenti degli ufficiali, o i
prigionieri erano lasciati in balia dei soldati?
Gli ufficiali erano presenti agli interrogatori. Ma anche quando non c?erano
gli interrogatori, c?erano i soldati di guardia ai prigionieri che potevano
maltrattarli.
Ma le torture avvenivano anche in presenza di ufficiali o no?
Credo che avvenissero sempre in presenza di ufficiali. Ma non solo, perché
anche quando non c?erano gli ufficiali i militari potevano comportarsi in
modo "particolare": non dare acqua ai prigionieri o far loro lo sgambetto
quando li accompagnavano a urinare. Ma ripeto, nel momento degli
interrogatori, quando avvenivano le torture, era sempre presente un graduato.
Lei sa se alcuni di questi prigionieri sono morti in seguito alle torture?
Sì. Ma non l?ho visto di persona. Mi fu riferito da altri militari, quelli
che restavano al campo.
Di quanti le fu riferito?
Cinque o sei.
Nella foto, sotto la tenda, s?intravede un somalo.
Era l?interprete. C?era quasi sempre anche una ragazza che parlava italiano e
a volte si muoveva con la colonna. Faceva da interprete e lavava la roba ai
militari.
Dunque quello con la barba è un ufficiale...
Sì, un sottotenente.
Non si vedono i gradi...
Al campo nessuno li portava, si andava in giro in maglietta.
Sa se siano state aperte inchieste su questi episodi?
Che io sappia, no.
A quale epoca si riferiscono le foto?
Aprile-maggio 1993.
Lei aveva chiesto di essere arruolato nella Folgore?
Sì, ma solo per il servizio militare. Non ho mai pensato di entrare
nell?esercito. Non volevo sprecare il mio tempo, volevo far qualcosa che mi
fosse utile durante il servizio di leva.
Dunque non sono state le cose che ha visto che l?hanno convinta a lasciare
l?esercito?
Ripeto che non ho mai avuto intenzione di restare nell?esercito. Quegli
episodi comunque a mio parere sono fatti isolati, non certo la regola. In
tutte le grandi organizzazioni, in tutti gli ambienti di lavoro ci sono teste
calde, c?è chi vede e tace.
Però, il fatto che lei per puro caso abbia assistito a questi episodi
potrebbe far pensare che non si sia trattato di casi così isolati e
sporadici... Lei ha girato in tutti i luoghi dove c?erano gli italiani?
No, sono stato solo in alcuni: Mogadiscio, Balad e Johar.
Perché lei si è deciso solo adesso a tirare fuori questa storia?
È stato un caso. Ero al bar e commentavo l?episodio dell?esercito belga. Mi
ha sentito un giornalista... e così ho deciso di raccontare tutto.
E prima non le era mai venuto in mente di parlare?
Un paio di volte, ma la voglia mi passò immediatamente. La vedevo come una
cosa lontana dalla mia realtà, avevo paura delle conseguenze. Inoltre, non
avevo dato molto peso alla vicenda: avevo fatto vedere le foto a degli amici,
ma anche loro non diedero importanza alla cosa.
Lei parla oggi solo perché si è verificato un fatto accidentale?
È anche un fatto di coscienza. Una volta, durante un rastrellamento, trovammo
un somalo con una doppietta, stava andando a caccia, la zona è ricca di
selvaggina, facoceri e uccelli. Alla vista della colonna militare gettò il
fucile in un cespuglio. Lo perquisimmo, lui continuava a negare di essere
armato ma qualcuno lo aveva visto mentre nascondeva la doppietta. Negava
perché il fucile era per lui lo strumento di sopravvivenza. L?arma fu
trovata, fu legato, picchiato e portato al campo, ma era chiaro che era solo
un cacciatore. Prima cercavo di rimuovere questi fatti, non mi soffermavo a
pensarci. Poi quando ho cominciato a parlare mi sono reso conto che molte
cose che sembrano bianche sono in realtà grigie, a volte anche nere, che
intorno a noi c?è molta falsità. Credo che sia giusto che si sappia la
verità.
Quanto pesa nella sua decisione di parlare il fatto di guadagnarci dei soldi,
di vendere quelle foto?
Poco, glielo assicuro, molto poco.
Diceva prima che tra i prigionieri ci sarebbero stati cinque o sei morti...
Ci fu un caso in cui i militari italiani spararono contro un camion che non
si era fermato a uno stop e uccisero due donne e un bambino; sul camion fu
poi verificato che non c?erano armi.
Mi riferisco a morti in seguito alle torture praticate dai militari italiani.
Non li ho visti personalmente, non posso metterci la mano sul fuoco. Ma la
sera al campo si parlava di quello che era successo. Ho sentito frasi come:
"Quello è morto, è venuta la polizia somala a prenderlo". Mi è stato riferito
da altri colleghi che erano presenti.
Il vostro comandante, generale Bruno Loi, era a conoscenza di questi fatti?
Lui si muoveva molto, era molto operativo, girava con la scorta personale
composta dai parà del 9° Col Moschin. Era sempre presente nei campi dai quali
via radio venivano fatte richieste di rinforzi.
È vero che i soldati italiani morti in Somalia furono più di quelli di cui si
è avuto notizia?
In alcuni casi le cose sono state nascoste e sono state avvertite solo le
famiglie. Sappiamo chi sono quelli caduti in scontri a fuoco. Ma alcuni sono
morti per errori di altri militari. A Balad un soldato professionista,
andando in mensa, aveva dimenticato di scaricare l?arma dalla quale, cadendo,
partì un colpo che uccise un ragazzo. Un altro giovane, forse non bene
addestrato, si è ucciso caricando in modo errato un Mg. Uno si suicidò perché
per punizione dovette fare 15 giorni consecutivi di guardia. So che questi
fatti non sono stati rivelati perché quando parlavo con la mia famiglia o
sono ritornato non ho mai avuto riscontri.
(ha collaborato Vittorio Stagnani)
06.06.1997
Tratto da PANORAMA
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