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ditelo a tria

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gino...@libero.it

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Oct 24, 2018, 8:18:11 AM10/24/18
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Lontano lontano c’era un regno pieno di medici disoccupati e pieno d’ammalati mal curati essendo gli stessi in bolletta dura.

Il Re era vecchio e rimbambito e si scervellava inutilmente per trovare un rimedio.

“Ahimè, neppure un medico disoccupato va a visitare chi non può pagarlo. Però è una vergogna. Pagherei i medici io stesso, ma le casse dello Stato sono vuote”.

Così rimuginava il vecchio Re mentre la carrozza lo conduceva a visitare il suo regno. Trotta e ritrotta, l’agile quadriglia giunse in un’ampia pianura desolata, un tempo ricca di messi dorate.

“Ma cos’è successo?” domandò al cocchiere.

“Sire, c’è troppo frumento in circolazione. I contadini sono andati in città a lavorare nelle fabbriche e qui tutto è in rovina. E pensare che parecchi dei vecchi contadini, diventati cittadini, ora son finiti in cassa integrazione. Sa com’è! Con tutti ‘sti robotti, ‘sti compiuteri e ora ‘sti cinesi: si produce tanta roba che non si sa dove metterla”.

“Cavolo” pensò il Re “i cassintegrati mi costano, mi sa che si debba fare una bella guerra per rompere un po’ di roba, così vuotiamo i magazzini e rimettiamo i cassintegrati a lavorare grazie ai danni della guerra.”

Il Re difatti ricordava gli ammaestramenti ricevuti in gioventù dal Ministro delle Finanze di suo Padre che prima di lui aveva affrontato più volte un simile problema. Erano i giorni in cui il Real Padre lo conduceva seco alle autunnali cacce allo stambecco e gli tornarono alla mente i ciocchi scoppiettanti nell’immenso camino mentre l’Illustre Genitore si lamentava coi cortigiani per la scocciatura di dover fare la guerra solo per banali necessità commerciali. “Nei secoli passati s’andava alla guerra per conquistare una bella provincia o per accontentare il Papa, mica per far piacere ai fabbricanti d’armi, consumare le vettovaglie invendute e per gli appalti della ricostruzione” così diceva il Real Padre.

“Dovrò adeguarmi anch’io” si tormentava il Re. Sì, si tormentava perché in fondo in fondo egli era un buon diavolaccio di Re e nonostante fosse un po’ rimbambito, pensa e ripensa gli venne persino un’idea:

“L’è vero che l’oro per far talleri è finito, ma se io faccio fare alla mia zecca dei bei talleri d’oro-del-giappone, i miei sudditi imbranati, che non conoscono la legge d’Archimede, non s’accorgeranno certo che si tratta di vile metallo così con codeste monete fasulle potrò pagare i medici disoccupati affinché vadano a visitare i malati mal curati. Già questo renderà più felice lo mio regno. Inoltre i medici avranno i talleri per comprare la roba che ora non si produce solo perché non c’è nessuno che abbia i soldi per comprarla, così come s’evince da queste campagne abbandonate e dai cassintegrati di cui mi racconta il cocchiere, tutta gente che si gratta la pancia e depreda pure le casse dello Stato a causa dell’indennità di disoccupazione!”

Così il Re fece, e il regno rifiorì, ma in giro si cominciò a mormorare che il Re era una cattiva persona.

“Come mai il nostro Re aveva tenuto imboscato l’oro che serviva per le necessità della nostra economia?” Così scriveva il giornale repubblicano lasciando trapelare fra le righe che quel ‘tesoro’ era stato imboscato per loschi affari, magari per trascinare poi il paese in guerra.

Allora il re s’incavolò:

“Oh bischeri! Ma un vedete che l’è oro-del-giappone? E voi maledetti professoruncoli di finanza e banchieri da strapazzo un l’avete capita che la ricchezza dipende solo dal lavoro ben fatto e che la moneta l’è una registrazione contabile e nulla più? Che serve a rappresentare la ricchezza? La moneta serve solo a scambiare i beni senza doverli barattare direttamente, cosa che l’è di molto scomoda come ben sapete: grazie alla moneta io ti do una cassetta di mele, tu mi dai uno tallero e io col tallero mi ci compero tre o quattro belle bistecche florentine con tanto d’osso. Sì certo, se la moneta è d’oro vero, è garantita perché ha valore di per sé e si sta più tranquilli, ma che problemi furonci con le mie monete fasulle? Voi tutti l’avete accettate senza problemi e tutto è filato a meraviglia”.

Il popolo attonito taceva, ma ecco che il capo dei banchieri, spalleggiato dal decano dei professori di finanza, si levò torvo in viso gridando “Questo è un sacrilegio, è un ...” ma non poté proseguire perché il Re brandì lo scettro e alto gridò:

“Seduti voi due rompicoglioni. Lo so benissimo che questa mia esternazione potrebbe spezzare il magico circuito essendo ora noto che le nuove monete non valgono un fico. Ma poiché di questo regno io son signore e li giannizzeri obbediscono allo mio comando, io stabilisco e impongo che oltre ai talleri d’oro, potranno circolare talleri di carta da me emessi e garantiti che dovranno essere accettati in pagamento così come fussero d’oro. Capisco bene che se mi mettessi a stampar cartaccia monetaria a vagonate succederebbe un’inflazione disastrosa, ma solennemente vi prometto di stampar solo la moneta che serve per mettere al lavoro coloro che si grattano la pancia. Se poi la ricchezza prodotta in questo paese dovesse necessariamente diminuire per qualche disastro naturale o altre imponderabili cose non soggette al nostro volere, io stesso brucerò la moneta cartacea in eccesso prelevandola dalle riscossioni delle tasse. Se di me non vi fidate, fate la rivoluzione e proclamate la Repubblica, così invece di un ladro potenziale, ne avrete a disposizione qualche migliaio. E ora zitti e marciare”

Reuccio lento di comprendonio, lento alle decisioni e all’ira, ma reuccio di pelo. Non occorre dire che le cose funzionarono benissimo alla faccia de’ banchieri, de’ professoroni e del giornale repubblicano. Così che poco dopo il nostro Re venne acclamato Principe Illuminato.

Ma un Illuminato è pur sempre un uomo e un po’ di vanagloria albergava in un angolo del suo cuore cosicché gli punse vaghezza di farsi fare una Piramide d’oro a imperitura gloria dello suo regno.

“Ma Sire” sbottò il Tesoriere “costa troppo!”.

“Troppo?” ribatté l’Illuminato “Ma sei proprio uno zuccone, l’esperienza non t’insegna? L’oro è sprecato ad usarlo come moneta: cambierò tutti i talleri d’oro con talleri di carta, nulla cambierà per l’economia dello mio regno ed ecco a disposizione il metallo necessario”

E così detto fatto fece, ma il giornale repubblicano scatenò un can-can indiavolato: “megalomane... culto della personalità... schiaffo alla miseria...” e chi più ne ha più ne metta. Allora il Re ci ripensò e con l’oro racimolato fece fare milioni di splendidi gioielli di cui fece omaggio a tutto il gentil sesso dello suo regno cosicché da quel giorno Egli venne chiamato Principe Illuminato Munifico.

Non occorre poi vi dica che non ci fu alcun problema alla circolazione monetaria del regno e persino il professore di finanza e il capo de’ banchieri dovettero ammettere che l’oro era solo un bene intermedio utile per barattare con qualche scomodo di meno, ma che la cartamoneta poteva funzionare egualmente bene, anzi era meglio, perché se ne poteva aggiungere e togliere dal mercato alla bisogna... naturalmente a patto che il Re non si mettesse a stampar cartaccia a più non posso e darsi poi alla pazza gioia.
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