Strani destini ad Hollywood -Polanski e Kozinski

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Artamano

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Sep 5, 2006, 5:23:51 PM9/5/06
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Maurizio Blondet
05/09/2006

Roman Polanki e Sharon Tate
Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i
nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi,
tratti dalle opere di Blondet; dopo Il capitolo VII de «I fanatici
dell'Apocalisse»,
intitolato «Il primo tentativo», ed il capitolo XV di quello che Blondet
definisce il suo libro migliore e cioè «Cronache dell'Anticristo»,
Effedieffe, 2001, pubblichiamo oggi il capitolo XVI di quest'ultimo.

La nostra storia, dotata di vita propria, vuole che seguiamo alcuni
personaggi fino all'appuntamento con il loro destino.
Il luogo del destino - sanguinoso, tragico, un'orgia mortale - è una villa
di Hollywood.
La data, l'8 agosto 1969.
La villa è quella di un antico allievo di Toeplitz alla scuola di
cinematografia di Lodz, compagno di studi di Andrzej Wajda: Roman Polanski.
Un piccolo ragazzo ebreo polacco che ha fatto fortuna.
Con il suo primo film, «Il coltello nell'acqua», ha conquistato una
nomination all'Oscar e si è trasferito ad Hollywood; e lì, l'infelicità che
sembra circondare Roman come uno sciame oscuro s'è dissolta.
Polanski è un regista allegramente famoso; gira film di successo,
invariabilmente sul satanismo; ha sposato un'attrice bellissima, Sharon
Tate.
Quella sera d'agosto, nella splendida villa, Sharon Tate - che è incinta -
ha invitato parecchi ospiti.
E' una festa.
Roman Polanski è assente.
Ci sono però tanti amici del suo ambiente.
C'è, ad esempio, Wojtek Frykowski.
Non varrebbe la pena di parlarne, se non si trovasse lì, ignaro,
all'appuntamento
col suo destino.
E' il figlio di un uomo d'affari polacco, un re dell'economia «parallela» (a
stretto contatto con la malavita) della Polonia comunista.

Wojtek è ricco, situazione insolita in Polonia; un eccentrico, violento
playboy dell'Est.
Ha avuto due mogli.
La prima, una prostituta; la seconda una poetessa molto in voga.
Poi è arrivato negli Stati Uniti al seguito di Roman, e qui ha conosciuto la
sua terza donna: Abigail Folger, figlia di un magnate del caffè.
Wojtyek ha un bambino di pochi anni, Bartek, che è rimasto in Polonia.
La villa, quella notte, è spiata da un altro eccentrico, da un altro - a suo
modo - playboy.
E', come sappiamo, Charles Manson: un marginale, un senza tetto, un ex
detenuto dotato però di qualità a suo modo straordinarie.
Ben noto, e spesso invitato, nelle ville degli attori di Hollywood per certe
sue capacità sessuali fuori del comune.
Manson, «il figlio di Satana», ha radunato attorno a sé una «famiglia» fatta
di ragazzine spostate e tossicodipendenti.
Quella sera, ha ordinato alla «famiglia» di scatenare «Yhelter skelter».
E' il titolo di una canzone dei Beatles (significa «alla rinfusa»), ma per
Manson è il nome segreto dell'Apocalisse di cui crede di conoscere tutte le
fasi.
Un massacro di «ricchi maiali bianchi» da attribuire a bande di negri, sì da
innescare una guerra razziale alla fine della quale sarà lui, Manson, il
nuovo re e messia degli Stati Uniti.
Manson l'Anticristo.
Come andò, l'hanno scritto i giornali, e l'ha descritto il «deputy attorney»
Vincent Bugliosi, incaricato dell'indagine.
I laghi di sangue sul pavimento.
Le scritte col sangue sui muri: «Healter Skelter», «Death to Pigs».
Sharon Tate sgozzata coi suoi ospiti, Wojtek Frykowski compreso.
E' stato pugnalato, grosso e vigoroso com'è, da una ragazza minuta della
«famiglia».


Wojtek Frykowski e Sharon Tate poco prima del massacro

Non andremo oltre: le connessioni e le implicazioni americane di questa
tragedia, di questo massacro, le abbiamo già raccontate altrove, (1)
adombrando una speciale «programmazione psichica» di Manson nelle carceri
statunitensi che ha frequentato.
La storia non ci consente di attardarci; vuol portarci in Polonia, con un
salto temporale vertiginoso. Accanto a Bartek, il figlio dell'assassinato
Wojtek Frykowski.
Ormai - la storia ci ha fatto saltare fino al 1999 - Bartek non è più un
bambino.
E' un apprezzato cineoperatore.
Oltre ai beni lasciatigli dal padre, Bartek ha potuto godere fin qui di un
altro, strano lascito: 35 mila dollari l'anno inviatigli da Charles Manson.
Non che Manson mandi quei soldi di sua volontà; è la Corte di Los Angeles ad
aver ordinato che gli introiti, non disprezzabili, delle canzoni che il
«figlio di Satana» continua a scrivere in carcere e che hanno un certo
successo, vadano al figlio dell'assassinato nel '68.
Anche il gruppo pop «Gun's and Roses» di Los Angeles, che ha usato parole di
Manson come «track nascosto» nella sua canzone «The spaghetti's incident»,
deve versare i diritti d'autore relativi a Bartek Frykowski.
Bartek è un trentenne avviato al successo.
E' diventato l'amante di Karolina Wajda, figlia del grande regista, attrice
a sua volta di moderata bravura.
Una sera del '99, Bartek arriva a casa di Karolina.
E là, in quella casa, incontra il suo destino: lo ritrovano ucciso a
pugnalate.
Come suo padre trent'anni prima.


Bartek Frykowski

Com'è accaduto?
Chi è stato?
Karolina Wajda è rimasta in casa per tutta quella notte ma, interrogata dai
poliziotti, non sa dare una risposta.
C'è il sospetto che menta.
E' sospettabile, naturalmente.
Ma non viene incriminata.
Come si fa a incriminare la figlia del Vate della Polonia, Andrzej Wajda?
Non è tutto: i direttori dei giornali e degli altri media polacchi, compresi
i rotocalchi pettegoli, si incontrano e si accordano per tacere
completamente la notizia.
Sarebbe un boccone ghiottissimo per la stampa, pensate: il figlio pugnalato
come il padre, l'inquietante parallelo di due destini, il ritorno ricorrente
del Male, le elucubrazioni possibili sulla maledizione di Charles Manson, la
possibilità di rievocare la strage in casa di Roman Polanski nel '68...
niente.
Silenzio stampa totale.
In Polonia, pochi sono a conoscenza di questa storia.
Se noi la sappiamo, è perché ce l'ha raccontata Igor Miecik, abile
giornalista del rotocalco polacco Superexpress: ce l'ha raccontata a voce,
perché nemmeno lui ha potuto stamparla.
La nostra storia non vuole ancora finire.
Si rifiuta, e ci porta di nuovo indietro nel tempo, a quella notte dell'8
agosto 1969, a Hollywood.
Ci vuol mostrare un uomo che evitò di misura l'appuntamento col destino
nella villa di Roman Polanski, al massacro che non risparmiò Sharon Tate e i
suoi ospiti.

Di un ospite mancato, quella sera di sangue, ci vuol parlare la storia.
Di un invitato che si astenne, sul punto di arrivare all'incontro col
destino.
Era stato invitato, quell'uomo.
E s'era recato all'aeroporto per prendere l'aereo che doveva portarlo alla
festa di Sharon Tate.
Ma invece si fermò nell'aeroporto JFK di New York, tutto il giorno e tutta
la notte seguente, mentre nella villa in cui era stato invitato si compiva
l'orrendo
macello.
Interrogato dalla polizia, quell'uomo non ha saputo spiegare in modo chiaro
perché s'era fermato per così lunghe ore all'aeroporto.
Ha parlato, in modo poco convincente, di un bagaglio smarrito da recuperare.
La polizia ha sospettato; almeno, ha sospettato che sapesse quello che stava
per accadere nella villa di Los Angeles.
Che qualcuno l'avesse avvertito.
Quell'uomo era uno scrittore molto in voga.
Uno scrittore «americano», anche se la sua nazionalità era polacca, e la sua
ascendenza - ma forse già lo immaginate - ebraica.
Era Jerzy Kosinski.
L'autore di «Being There», da cui è stato tratto il film «Oltre il Giardino»
(1980), con Peter Sellers e Shirley McLaine, e di un best seller, «The
Painted Bird», ossia «L'Uccello dipinto» (1965).
Uno scrittore irrefrenabile e pornografico, funambolico ed escatologico, a
suo modo ammirevole e orribile.

E' nato nel 1933 a Lodz, figlio di una pianista e di un industriale tessile
comunista, israeliti, che hanno cambiato il loro cognome vero, Lewinkopf, in
un più «polacco» Kozinski.
Jerzy è amico di Roman Polanski dagli anni '50.
E' arrivato in America (così ha raccontato lui) con un trucco geniale;
all'università
di Lodz dov'era assistente, convinse i suoi docenti e i funzionari del
Partito di aver ricevuto una borsa di studio e un invito da una università
degli Stati Uniti, esibendo perfino una corrispondenza - con tanto di
francobolli statunitensi e carta intestata falsa - con professori americani
inesistenti.
Ottenuto il permesso di partenza, è sbarcato a New York nel 1954: ha 24
anni, tre dollari in tasca
e una pelliccia di lupo sulle spalle.
Operaio, lavapiatti, apprendista scrittore in una lingua non sua, fa
innamorare di sé la vedova di un magnate dell'acciaio, Mary H. Weir: e fino
alla morte della donna, nel 1968, godrà gli agi di una bella vita turbinosa.
Una vita indomabile.
Con un sottofondo atroce, oscuramente satanico.
Da bambino, Jerzy Lewinkopf alias Kosinski fu affidato dai genitori ebrei a
contadini polacchi di un villaggio chiamato Dibrowa Gornicza.
Quei contadini cattolici - la famiglia Warchol - lo hanno nascosto dalla
furia nazista, protetto e nutrito.
Erano, inoltre, impegnati nella resistenza antinazista e non-comunista.
Il padre di Kosinski (Mieczislaw Kosinski, ricordate il nome) era invece
comunista: quando l'Armata Rossa entrò in Polonia, si affrettò a denunciare
i salvatori di suo figlio come partigiani anticomunisti.


Lo scrittore Jerzy Kosinski

Parecchi membri della famiglia Warchol sono sopravvissuti ad anni di
durissima detenzione, conseguenza di quell'accusa.
Alcuni vivono ancora.
A sentire il cognome «Kosinski», piangono.
Anche perché «L'Uccello Dipinto» di Jerzy è stato pubblicato in polacco, ed
essi l'hanno potuto leggere.
Qui, Jerzy Kosinski ha raccontato della sua vita fra loro, fra i contadini
polacchi cattolici.
E ha descritto i suoi benefattori come bruti crudeli, bestie affondate nella
superstizione e nella miseria, ossessionati dal sesso che praticavano anche
con animali, nel più orrendo dei modi. Il protagonista del libro è
ovviamente un bambino ebreo, terribilmente tormentato dai contadini bruti,
che lo tengono come schiavo-giocattolo.
Nel libro abbondano, narrati con compiacimento, atti di indicibile violenza:
almeno una dozzina di omicidi, tre o quattro stupri, un paio di
fustigazioni.
Occhi vengono cavati col cucchiaio, bambini sono gettati nei cessi, dati in
pasto ai cani.
E questa la «verità» secondo Kosinski?
Il suo biografo americano (2) sostiene che l'esperienza infantile di
dissimulazione assoluta, la necessità di fingersi cristiano fra i contadini
(i genitori di Jerzy gli avevano vietato persino di orinare con gli altri
ragazzini, per non rivelare la sua circoncisione) abbia reso Kosinski
incapace una volta per tutte di verità.
Il suo irrefrenabile raccontare è un irrefrenabile mentire, un modo di
sfogare il suo compulsivo, totale nichilismo.
Il suo è un mondo senza gratitudine, senza perdono, senza senso alcuno.

In «Being There» il protagonista è un demente, totalmente vuoto nella mente
e nel cuore, che proprio in quanto assolutamente idiota viene elevato e
trascinato alle più alte sfere della società, grazie all'infinita falsità
delle forze sociali che manipolano lui, e tutto e tutti.
In «Steps», un altro romanzo kosinskiano, il mondo è descritto come una
trappola assurda che distrugge gli uomini; ma gli uomini sono morti anche
prima, non sono che cadaveri animati solo dal desiderio sessuale più
meccanico e crudo.
Il racconto mirabolante della falsa borsa di studio americana, con cui
convinse il Partito a lasciarlo emigrare in USA, è quasi certamente una
menzogna: il suo biografo Parker Sloan non è riuscito a trovarne alcuna
prova.
Il «Village Voice», nel luglio 1982, scoprì e rivelò che il capolavoro di
Kosinski, «Being There», era un plagio di un romanzo polacco d'anteguerra,
«La carriera di Nikodem Dzyma»; ovviamente ignorato dal pubblico americano;
e che per scrivere gli altri suoi libri in buon inglese Kosinski aveva fatto
largo uso di traduttori e «collaboratori editoriali», i quali scrivevano per
lui nell'inglese che lui non conosceva abbastanza.
Insomma i romanzi e i testi così ammirati non erano suoi.
Del resto le sue opere, che sfornava abbondanti, divennero col tempo sempre
più triviali, narcisistiche, alla fine illeggibili.
Kosinski doveva ormai la sua fama soprattutto alle sue apparizioni
televisive, dove la sua presenza grifagna e acutamente maligna era diventata
un ingrediente piccante nei talk-show pettegoli.
E la sua notorietà poggiava ormai soprattutto sulla sua scandalosa vita
sessuale, di cui si compiaceva pubblicamente: frequentatore abituale di sex
club di Manhattan, dove si dedicava al suo piacere esclusivo - quello di
voyeur - con più donne insieme, e al sesso di gruppo.

Si aggiunga infine questo tocco: Kosinski negava ostinatamente la sua
origine ebraica, a tutti nota.
Era, insomma, un essere che non consisteva in altro che nelle sue maschere;
ermeticamente protetto dietro le parodie di se stesso che proiettava al
mondo.
Una vita così costituita di menzogna, così deliberatamente priva di
gratitudine e di luce, così decisamente volta al nulla e alla malvagità, e
alla fine autodistruttiva - Kosinski si tolse la vita, cinquantenne,
soffocandosi con un sacco di plastica nel 1991 - pone un problema grave, ci
pare, che supera di molto la descrizione di una psicologia, per quanto
abnorme.
Le categorie cui si deve ricorrere non sono più quelle della psichiatria, ma
della teologia: se il demonio è stato definito Padre della Menzogna, ci
sembra inevitabile scorgere in Kosinski un figlio privilegiato di quella
Menzogna radicale, metafisica.
Ci pare di vedere in Kosinski una specie di mistico luciferino, e nella sua
parabola scintillante e vuota (ed ora subito dimenticata) la scia di una
volontaria Caduta.
E il Padre - tremiamo nello scriverlo - può aver ben avvertito quel suo
Figlio prediletto di non arrivare nella villa di Los Angeles, dove un altro
figlio del male, Charles Manson, si preparava a compiere il massacro
satanico.
Solo con l'uso accorto delle categorie del satanico - categorie
profondamente cattoliche - possiamo spiegarci, senza troppo stupirci, un
particolare rivelato dal biografo americano: Kosinski era un conoscente di
Karol Wojtyla.
Quando il vescovo di Cracovia veniva a New York, Jerzy Kosinski lo
incontrava.

Parker Sloan, il biografo dell'inquietante scrittore, racconta di una
passeggiata per le strade di New York, durante la quale Kosinski cercava di
magnificare al futuro Pontefice l'abbondanza di riviste pornografiche nelle
edicole, di spettacoli di spogliarello, di locali a luce rossa.
Ci sembra normale che la creatura del Tentatore svolga la sua opera.
E ci sembra comprensibile - nelle categorie metafisiche della lotta fra la
Luce e le Tenebre - che attorno al Papa futuro si agitassero speranze e
manovre di personaggi confusi o sviati o malignamente consapevoli della
lotta in corso.
Tanto più che a questo pandemonium agitantesi attorno a Wojtyla siamo in
grado di aggiungere un'altra figura.
Si tratta, ancora una volta, di un polacco di origini ebraiche,
pseudo-cattolico, e che ha trovato il successo in America.
Il suo nome è Zbigniew Brzezinski: figura eminente della Commissione
Trilaterale e del Council on Foreign Relations (ossia dei «pensatoi» che
promuovono le politiche voluta dai poteri forti finanziari statunitensi),
che è stato il consigliere della Sicurezza Nazionale del presidente Carter.
Ci risulta di persona che Brzezinski ha cercato e ottenuto dal Papa una
relazione cordiale, esibendo la sua (per noi alquanto sospetta)
«polonicità». (3)


Zbigniew Brzezinski

Ora, è notevole che in quegli anni '70, negli Stati Uniti, ossia nel centro
dell'impero mondiale, fossero presenti in posizioni di gran rilievo vari
ebrei polacchi segnati da uno stigma di assoluta spregiudicatezza, in cui
intravvediamo il marchio del frankismo, del settecentesco Anticristo: il
globalizzatore Zbigniew Brzezinski alla Casa Bianca, Jerzy Kosinski il
mentitore compulsivo
fra gli autori di best-seller ed ospite dei talk show (questi veicoli dell'
etat d'esprit collettivo americano), e Roman Polanski, il regista geniale,
fin troppo esperto di magia nera e (con «Rosemary's Baby») annunciatore
ironico dell'Anticristo a New York, ad Hollywood.
E perché, allora, la sfera oscura in cui questi tre pescavano le loro
radici, la sfera che agiva con tanta efficacia a Lodz e a Cracovia, non
avrebbe dovuto sperare in un altro polacco, un Papa in Vaticano, da
manipolare discretamente?
Se tale progetto c'è stato, è fallito per molti versi.
Già lo stesso Polanski forse, avendo osato mostrare in Rosemary's Baby
qualcosa che non doveva essere rivelato, ha dovuto essere «punito» con la
strage di Los Angeles, con l'infanticidio del suo bambino nel ventre di
Sharon Tate.
Ancor meno Wojtyla sembrò essersi lasciato guidare e manipolare dai
tentatori astuti.
Anche lui è stato punito, un colpo di pistola di un Lupo Grigio - il nome
stesso che fu di Mustafà Kemal, il dunmeh detto Ataturk - ha cercato di
tranciarne la vita indesiderata nella sfera oscura che agisce nel mondo
attraverso molte mani.
Anche quel proiettile ha fallito.
Forse, una più alta protezione vegliava: il Papa stesso ne era convinto,
poiché si era dichiarato salvato dalla Vergine di Fatima, colei che
schiaccia il Serpente.

Maurizio Blondet

Note
1) Maurizio Blondet, Complotti vecchi e nuovi, («Manson e i suoi fratelli»),
Il Minotauro, pagine 29-38.
2) James Parker Sloan, «Jerzy Kosinski, a Biography», Dutton, 1996.
3) In realtà, Brzezinski è un pubblico spregiatore dei valori nazionali,
anzi è l'ideologo principe del mondialismo. Per lui il mondo deve essere
governato (parole sue) dalla «élite transnazionale composta di uomini
d'affari
internazionali, docenti, funzionari pubblici. I legami che uniscono questa
élite scavalcano le tradizioni nazionali e i loro interessi sono più
funzionali che patriottici» (Z. Brzezinski, «Between Two Ages: America's
Rote in the Technotronic Era», New York, 1970, pagina 299).


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