Il Buddha ha detto che di tutti i periodi per arare, l'autunno è il migliore, e di
tutti i diversi tipi di combustibile per il fuoco lo sterco di vacca è il
migliore, e di tutti i diversi tipi di consapevolezza, la consapevolezza
dell'impermanenza e della morte è la migliore. La morte è certa, ma quando colpirà
è incerto. Se davvero guardiamo le cose in faccia, non sappiamo cosa verrà prima
il domani o la morte. Non possiamo essere del tutto sicuri che i vecchi se ne
muoiano per primi e i giovani rimangano. L'atteggiamento più realistico che
possiamo coltivare è sperare il meglio, ma essendo pronti al peggio. Se il peggio
non accade, allora tutto va bene, ma se accade, che non ci colga a nostra
insaputa. Ciò si applica anche alla pratica del Dharma: siate preparati al peggio,
poiché nessuno' di noi sa quando morirà.
Ogni giorno veniamo a sapere di morti nei giornali, o della morte di un amico, di
qualcuno che conoscevamo vagamente, o di un parente. A volte avvertiamo la
perdita, a volte quasi ne siamo contenti, ma in un certo senso ci aggrappiamo
all'idea che non accadrà a noi. Pensiamo di essere immuni dall'impermanenza, e
così rinviamo la pratica spirituale che ci potrebbe preparare alla morte, pensando
che avremo tempo nel futuro. Quando il tempo inevitabilmente arriva, la sola cosa
che ci rimane è il rimpianto. E necessario che ci si impegni nella pratica subito,
così non importa quando verrà la morte, noi saremo preparati.
Quando il tempo della morte arriva, nessuna circostanza lo può impedire. Non
importa che tipo di corpo possiate avere, non importa quanto resistenti voi siate
alla malattia, la morte di certo colpirà. Se riflettiamo sulle vite dei Buddha e
dei Bodhisattva passati, esse sono ora soltanto memoria. Grandi maestri indiani,
come Nagarjuna e Asanga, diedero grandi contributi al Dharma e operarono per il
beneficio degli esseri senzienti, ma tutto ciò che di loro ora rimane è il nome.
Lo stesso vale per i grandi uomini di governo e leader politici. Le storie delle
loro vite sono così vivide da farli quasi sembrare vivi. Quando andiamo in
pellegrinaggio in India, troviamo luoghi, come il grande monastero di Nalanda, in
cui Nagarjuna e Asanga studiarono e insegnarono. Ora Nalanda giace in rovina.
Quando vediamo le tracce lasciate dalle grandi figure della storia, le rovine ci
mostrano la natura dell'impermanenza. Come dice l'antico aforisma buddhista, sia
che si vada sottoterra o nel mare o nello spazio, non riusciremo mai a evitare la
morte. I membri della nostra stessa famiglia prima o poi saranno separati l'uno
dall'altro come un mucchio di foglie che il vento soffia via. Tra un mese, tra
due, qualcuno di noi comincerà a morire, e altri moriranno entro pochi anni. Tra
ottanta, novant'anni, tutti noi, incluso il Dalai Lama, saremo morti. E allora
soltanto le nostre realizzazioni spirituali ci aiuteranno.
Non c'è nessuno che dopo esser nato si allontani sempre più dalla morte. Ci
avviciniamo sempre più, invece, come animali condotti al macello. Così come i
mandriani picchiano le loro vacche e i loro buoi e li riconducono nella stalla,
così noi, tormentati dalle sofferenze di nascita, malattia, vecchiaia e morte, ci
avviciniamo sempre più alla fine della nostra vita. Ogni cosa nell'universo è
soggetta a impermanenza e alla fine si disintegrerà. Come disse il VII Dalai Lama,
ragazzi che paiono fortissimi e sani ma muoiono giovani sono in realtà maestri che
ci insegnano l'impermanenza. Di tutte le persone che conosciamo o abbiamo visto,
non ne rimarrà nessuna tra cento anni. Non si può evitare la morte coi mantra o
cercando rifugio in un potente leader politico.
Durante gli anni della mia vita ho incontrato così tante persone. Esse ora sono
soltanto oggetti della mia memoria. Oggigiorno incontro molte più persone nuove.
E' come assistere a un dramma; dopo aver recitato la loro parte, le persone
cambiano costume e riappaiono. Se passiamo le nostre brevi vite sotto l'influenza
del desiderio e dell'odio, se per il bene di quelle nostre brevi vite accresciamo
le nostre illusioni, il danno che faremo sarà di ben lunga durata, poiché
distruggerà le nostre prospettive di ottenere la felicità ultima.
Se talvolta non abbiamo successo in futili questioni mondane, non importa poi
tanto, ma se sprechiamo questa preziosa opportunità che ci è offerta dalla vita
umana, alla lunga avremo ingannato noi stessi. Il futuro è nelle nostre mani sia
che vogliamo subire estreme sofferenze cadendo nei regni d'esistenza non umana,
sia che vogliamo ottenere forme superiori di rinascita, sia che vogliamo
raggiungere lo stato di illuminazione. Shantideva dice che in questa vita abbiamo
l'opportunità, abbiamo la responsabilità, abbiamo la capacità di decidere e
determinare quali saranno le nostre vite future. Dovremmo addestrare le nostre
menti per far sì che le nostre vite non vadano sprecate - neanche per un mese o un
giorno - e per prepararci al momento della morte.
Se possiamo coltivare la comprensione di questo concetto, la nostra motivazione
alla pratica spirituale ci verrà dall'interno ed è questo il più forte fattore
motivazionale che esista. Geshe Sha-ra-wa (1070-1141) diceva che il suo miglior
insegnante, era la meditazione sull'impermanenza. Il Buddha Shakyamuni diceva nel
suo primo insegnamento che l'origine della sofferenza era l'impermanenza.
Quando si troveranno ad affrontare la morte, i migliori praticanti saranno felici,
i praticanti di medio livello vi saranno preparati, e anche i praticanti del
livello inferiore non avranno rimpianti. Quando giungiamo all'ultimo giorno della
nostra vita, è molto importante non avere neanche una minima fitta di rimpianto, o
la negatività di cui facciamo esperienza al momento della morte potrebbe
influenzare la nostra prossima rinascita. Il modo migliore di rendere
significativa la vita è iniziare il sentiero della compassione.
Se riflettete sulla morte e sull'impermanenza, comincerete a rendere significative
le vostre vite. Potreste pensare che dal momento che prima o poi dovrete morire,
non c'è alcun senso a cercare di pensare alla morte adesso, poiché ciò non farà
che deprimervi e preoccuparvi. Ma la consapevolezza della morte e
dell'impermanenza può avere grandi benefici. Se le nostre menti sono dominate
dall'idea che non saremo soggetti alla morte, allora non saremo mai seri nella
nostra pratica e non avanzeremo mai lungo il sentiero spirituale. La convinzione
che voi non morirete è il maggiore inciampo al progresso spirituale: non vi
ricorderete del Dharma, non seguirete il Dharma anche se ve ne ricorderete e non
seguirete il Dharma in modo puro anche se magari lo seguirete fino a un certo
punto. Se non contemplate la morte, non prenderete mai sul serio la vostra
pratica. Vinti dalla pigrizia, mancherà impegno e slancio nella vostra pratica,
sarete tormentati dalla stanchezza. Avrete grande attaccamento alla fama, alla
ricchezza materiale e alla prosperità. Quando ci importa molto di questa vita,
tendiamo a operare per quelli a cui vogliamo bene i nostri parenti, amici e ci
sforziamo di renderli felici. Poi quando altri tentano di far loro danno,
immediatamente definiamo questi altri nostri nemici. In tal modo, illusioni quali
il desiderio e l'odio si accrescono come d'estate un fiume in piena. Tali
illusioni automaticamente ci inducono a indulgere a ogni sorta di azioni negative,
le cui conseguenze implicheranno la rinascita nel futuro in forme d'esistenza
inferiore.
Grazie a una piccola accumulazione di merito, noi abbiamo già ottenuto una
preziosa vita umana. Ogni merito restante si manifesterà con una certa misura di
prosperità in questa vita. E poi il piccolo capitale che avevamo sarà già tutto
speso, e se non accumuliamo niente di nuovo, è un po' come spendere i nostri
risparmi senza fare un nuovo deposito. Se ci limitiamo a esaurire il nostro cumulo
di merito, prima o poi saremo sprofondati in una vita futura di sofferenza ancora
più intensa.
E' detto che se non abbiamo la giusta consapevolezza della morte, moriremo in
preda a paura e rimpianto. Sentimenti che possono mandarci nei regni inferiori.
Molte persone evitano di parlare della morte. Evitano di pensare al peggio, così
che quando il peggio accade, sono colte di sorpresa e del tutto impreparate. La
pratica buddhista ci consiglia di non ignorare le sventure ma di riconoscerle e di
affrontarle, preparandoci a esse sin dall'inizio, così che quando realmente faremo
esperienza della sofferenza essa non sarà del tutto intollerabile. Limitarsi a
evitare un problema non aiuta a risolverlo, ma anzi lo rende peggiore.
Alcuni osservano che la pratica buddhista sembra porre un particolare accento
sulla sofferenza e il pessimismo. Credo che ciò sia del tutto sbagliato. La
pratica buddhista in realtà mira a raggiungere una pace eterna - qualcosa di
inconcepibile per la mente comune - e a eliminare le sofferenze una volta per
tutte. I buddhisti non si soddisfano soltanto della prosperità in questa vita o
della prospettiva di prosperità in vite future, ricercano invece una felicità
ultima. Ora, la concezione buddhista fondamentale è che dal momento che le
sofferenze sono una realtà, limitarsi a evitarle mentalmente non risolverà il
problema. Quel che si dovrebbe fare è affrontare la sofferenza, confrontarsi con
essa e analizzarla, osservarla, determinarne le cause, e scoprire quale sia il
modo migliore di tenervi testa. Quando coloro che evitano di pensare al dolore ne
sono poi colpiti, si trovano impreparati e soffrono più di coloro che si sono
familiarizzati con le sofferenze, con la loro origine, e col modo in cui si
presentano. Un praticante del Dharma pensa quotidianamente alla morte, riflette
sulle sofferenze degli esseri umani, la sofferenza che si prova alla nascita, la
sofferenza dell'invecchiare, la sofferenza della malattia e la sofferenza della
morte. Ogni giorno, i praticanti del tantra esperimentano il processo della morte
con l'immaginazione. È come morire mentalmente ogni giorno. Grazie alla
familiarità con la morte, saranno assai preparati quando davvero l'incontrano. Se
dovete attraversare un terreno pericoloso e spaventoso, dovreste essere preparati
in anticipo a scoprire dove stanno i pericoli e sapere come affrontarli. Non
pensarci in anticipo sarebbe una sciocchezza. Che lo vogliate o meno dovete andare
là, è quindi meglio essere preparati in modo da sapere come reagire quando le
difficoltà si presentano.
Se avete una perfetta consapevolezza della morte, sarà per voi una certezza che
presto dovrete morire. E se poi venite a sapere che morirete oggi, o domani,
grazie alla vostra pratica spirituale cercherete di distaccarvi dagli oggetti di
attaccamento liberandovi dei vostri possessi e considerando ogni prosperità
mondana come priva di ogni essenza e significato. Cercherete di mettere ogni
vostra energia nella pratica. Il vantaggio dell'essere consapevoli della morte è
che rende la vita significativa, e provando felicità all'approssimarsi della
morte, morirete senza alcun rimpianto.
Se riflettete sulla certezza della morte in generale e sull'incertezza del momento
in cui verrà, farete ogni sforzo per prepararvi al futuro. Capirete che la
prosperità e le attività
della vita sono prive di essenza e di importanza. Allora, operare a beneficio di
voi stessi e degli altri nella lunga durata vi sembrerà molto più importante, e la
vostra vita sarà guidata da questo concetto. Come ha detto Milarepa, dal momento
che prima o poi dovrete lasciare tutto, perché non sbarazzarsene subito? Malgrado
tutti i nostri sforzi, incluso prendere medicine o praticare cerimonie di lunga
vita, è assai improbabile che qualcuno riesca a vivere più di cento anni. Ci sono
alcuni casi eccezionali, ma tra sessanta o settant'anni la maggior parte delle
persone che ora leggono questo scritto non saranno vive. Tra un centinaio d'anni,
si rifletterà sul nostro tempo come ormai parte della storia.
Quando la morte arriva, la sola cosa che può aiutarci è la compassione e la
comprensione della natura della realtà che
ci siamo fatti fino a quel momento. A questo proposito, è molto importante prender
e in esame se vi sia o no vita dopo la morte. Vite passate e future esistono per
le seguenti ragioni. Alcune configurazioni di pensiero risalenti all'anno scorso,
all'anno precedente a quello e persino all'infanzia possono essere richiamate alla
memoria adesso. Ciò mostra chiaramente che è esistita una consapevolezza
antecedente alla consapevolezza presente. Anche il primo istante di coscienza in
questa vita non si produce senza una causa, né nasce da qualcosa di permanente o
inanimato. Un momento della mente è qualcosa che è chiaro e consapiente. Deve
perciò essere stato preceduto da qualcosa che è chiaro e consapiente, un
precedente momento della mente. Non è possibile che il primo momento della mente
in questa vita possa giungere da qualcosa che non sia una vita precedente.
Anche se il corpo fisico può agire come causa secondaria di sottili cambiamenti
della mente, non ne può essere la causa primaria. La materia non può mai
trasformarsi in mente e la mente non può trasformarsi in materia. Quindi, la mente
deve provenire dalla mente. La mente di questa vita presente proviene dalla mente
della vita precedente e fungerà da causa della mente della prossima vita. Se
riflettete sulla morte e ne siete costantemente consapevoli, la vostra vita
diverrà significativa.
Una volta compresi i grandi svantaggi che derivano dal nostro istintivo
aggrapparci alla permanenza, dobbiamo contrastarlo ed essere costantemente
consapevoli della morte così da essere motivati a intraprendere la pratica del
Dharma più seriamente.
Tsong-kha-pa dice che l'importanza della consapevolezza della morte non è limitata
al solo grado iniziale. E importante attraverso tutti i gradi del sentiero; è
importante all'inizio, a metà, e anche alla fine.
La consapevolezza della morte che dobbiamo coltivare non è quella comune paura
paralizzante di essere separati dai nostri cari e dai nostri possessi. Piuttosto,
dobbiamo imparare a temere di morire senza aver posto fine alle cause che
indurranno la rinascita in forme inferiori di esistenza, e di morire senza avere
accumulato le cause e le condizioni necessarie per una rinascita futura
favorevole. Se non assolviamo questi due impegni, allora al momento della morte
saremo presi da forte paura e rimorso. Se passiamo tutta la vita indulgendo ad
azioni negative indotte dall'odio e dal desiderio, causiamo un danno non solo
temporaneo ma anche di lunga durata, poiché accumuliamo e mettiamo da parte un
grosso cumulo di cause e condizioni per la nostra rovina nelle vite future. La
paura di ciò ci ispirerà a fare persino della nostra vita di ogni giorno qualcosa
di significativo. Una volta raggiunta la consapevolezza della morte, vedremo la
prosperità e i fatti di questa vita come cose senza importanza e opereremo per un
futuro migliore. Questo è lo scopo della meditazione sulla morte. Se abbiamo paura
della morte ora, cercheremo di trovare un metodo per superare la paura e il
rimpianto che proveremo in punto di morte. Tuttavia, se cerchiamo di evitare la
paura della morte adesso, in punto di morte saremo afferrati dal rimorso.
Tsong-kha-pa dice che quando la nostra contemplazione dell'impermanenza diviene
molto ferma e stabile, tutto ciò in cui ci imbattiamo ci insegnerà
sull'impermanenza. Egli dice che il processo dell'approssimarsi alla morte inizia
subito al momento del concepimento e che quando siamo vivi, le nostre vite sono
costantemente tormentate dalla malattia e dall'invecchiamento. Mentre siamo sani e
vivi, non dovremmo farci sedurre dall'idea che non moriremo. Non dovremmo provare
un'immemore felicità quando stiamo bene; è meglio essere preparati al nostro fato
futuro. Per esempio, se qualcuno sta cadendo da un'altissima scogliera non può
provare felicità nel cadere prima di schiantarsi al suolo.
Anche quando siamo vivi c'è molto poco tempo per la pratica del Dharma. Anche se
presumiamo che potremmo vivere a lungo, forse un centinaio d'anni, non dovremmo
mai cedere all'idea che avremo tempo di praticare il Dharma più avanti. Non
dovremmo farci influenzare dalla procrastinazione, che è una forma di pigrizia.
Passiamo metà della vita nel sonno, e per la maggior parte del tempo che ci resta
ci facciamo distrarre dalle attività mondane. Quando diventiamo vecchi, la nostra
forza fisica e mentale decresce, e anche se ci viene il desiderio della pratica,
sarà troppo tardi perché non avremo la capacità di praticare il Dharma. Come dice
una scrittura, metà della vita passa nel sonno, per dieci anni siamo bambini e
dopo altri vent'anni siamo già vecchi, e il tempo che passa tra queste età è
tormentato da preoccupazioni, dolore, sofferenza e depressioni, e quindi c'è a
malapena il tempo per la pratica del Dharma. Se viviamo una vita di sessant'anni e
pensiamo a tutto il tempo che passiamo come bambini, a tutto il tempo che passiamo
dormendo, e al tempo in cui siamo troppo vecchi, ci accorgeremo che ci sono
soltanto cinque anni circa che possiamo dedicare alla seria pratica del Dharma. Se
non facciamo uno sforzo deliberato di intraprendere la pratica del Dharma, ma
viviamo invece come facciamo normalmente, siamo certi di passare la nostra vita
nell'ozio senza scopo. Gungthang Rimpoche ha detto, in parte in tono scherzoso:
"Ho passato venti anni senza pensare a praticare il Dharma e poi ho passato altri
vent'anni pensando che l'avrei fatto più avanti e poi ho passato dieci anni
pensando all'occasione che avevo perduto di praticare il Dharma".
Quando non ero che un bambino, non molto è accaduto. All'età di quattordici o
quindici anni, ho cominciato a prendere serio interesse al Dharma. Poi, sono
venuti i Cinesi e io ho passato molti anni in ogni sorta di disordini politici.
Sono andato in Cina e nel 1956 ho visitato l'India. Dopo di ciò sono tornato in
Tibet, e di nuovo una parte del mio tempo è stata dedicata ad affari politici. La
cosa migliore che ricordo è il mio esame di geshe [il più alto titolo accademico
nelle università monastiche tibetane], dopo di ciò ho dovuto lasciare il mio
paese. Da più di trent'anni ormai sono in esilio e sebbene sia riuscito a
dedicarmi un po' allo studio e alla pratica, gran parte della mia vita è passata
invano senza gran beneficio. Non ho ancora raggiunto il punto in cui dovrò
rimpiangere di non aver praticato. Se penso all'idea di praticare il più Supremo
Yoga Tantra, ci sono alcuni aspetti del sentiero che non posso praticare perché i
miei costituenti fisici hanno cominciato a deteriorarsi con gli anni. Il tempo per
praticare il Dharma non viene spontaneamente ma ha bisogno di essere riservato
deliberatamente.
Se dovete partire per un lungo viaggio, a un certo punto è necessario fare
preparativi. Come spesso amo dire, dovremmo dedicare il cinquanta per cento del
nostro tempo e della nostra energia alle preoccupazioni per la nostra vita futura
e circa il cinquanta per cento agli affari di questa vita.
Ci sono molte cause di morte e pochissime cause del rimanere vivi.
Perdipiù, quelle cose che in genere consideriamo sostegni della vita, come il cibo
e le medicine, possono diventare cause di morte. Oggi si ritiene che molte
malattie siano causate dalla nostra dieta. I prodotti chimici usati per concimare
le colture e nell'allevamento degli animali contribuiscono alla cattiva salute e
causano squilibrio nel corpo. Il corpo umano è così sensibile, così delicato, che
se è troppo grasso, avete ogni sorta di problemi: non riuscite a camminare bene,
avete la pressione alta, e il vostro stesso corpo vi diventa di peso. D'altra
parte, se siete troppo magri, avete poca forza o vigore, e ciò conduce a ogni
sorta di altri guai. Da giovani vi preoccupa non essere inclusi tra gli adulti, e
da vecchi avvertite di essere stati estromessi dalla società. E' questa la natura
della nostra esistenza. Se il danno fosse qualcosa che vi è inflitto dall'esterno
allora potreste in qualche modo evitarlo; potreste andare sotto terra o immergervi
nell'oceano. Ma quando il danno viene dall'interno, non c'è molto che possiate
fare. Mentre siamo liberi da malattia e difficoltà e abbiamo un corpo sano,
dobbiamo trarre vantaggio da ciò e coglierne l'essenza. Cogliere l'essenza della
vita significa cercare di raggiungere uno stato che è totalmente libero da
malattia, mortalità, decadenza e paura - ossia, uno stato di liberazione e
onniscienza.
L'uomo più ricco del mondo non può portare con sé neanche uno dei suoi possessi in
punto di morte. Tsong-kha-pa dice che se dobbiamo lasciare questo corpo, che ci è
stato così caro e abbiamo definito come nostro e che ci ha accompagnato sin dalla
nascita come il nostro più vecchio compagno, allora non si fa neanche questione di
non lasciare i nostri possessi materiali. La maggior parte delle persone dedicano
così grande energia e tempo al solo impegno di ottenere una certa prosperità e
qualche felicità in questa vita. Ma al momento della morte, tutte le nostre
attività mondane, come aver cura dei nostri parenti e amici e competere con i
nostri rivali, devono essere lasciate inconcluse. Anche disponendo di cibo
bastante per un centinaio di anni, al momento della morte ve ne andrete affamati,
e pur avendo vestiti che basterebbero per cento anni, al momento della morte ve ne
andrete nudi. Quando la morte colpisce non c'è differenza tra il modo in cui muore
un re, lasciando dietro a sé il suo regno, e il modo in cui muore un mendicante,
lasciando dietro a sé il suo bastone.
Dovreste cercare di immaginare una situazione in cui siete malati. Immaginate di
avere una grave malattia e di aver perduto tutta la vostra forza fisica; vi
sentite esausti, e neanche le medicine bastano. Quando il momento della morte
giunge, il dottore parlerà in due modi: ai/alla paziente dirà: "Non preoccuparti,
migliorerai. Non c'è niente di cui preoccuparsi; rilassati". Alla famiglia, dirà:
"La situazione è molto grave. Dovreste fare i preparativi per le cerimonie da
celebrare". E in quel momento non ci sarà più per voi l'opportunità di completare
faccende non concluse o di completare i vostri studi. Stando sdraiati, il vostro
corpo sarà così debole che potrete a malapena muovervi. Poi il calore corporeo
gradualmente scompare e sentite che il corpo è divenuto rigido, come un albero
cadutovi sul letto. Comincerete realmente a vedere il vostro proprio cadavere. Le
vostre ultime parole saranno appena udibili, e le persone attorno a voi dovranno
sforzarsi di capire quel che state dicendo. L'ultimo cibo che mangerete non sarà
un pasto delizioso ma una mistura di pillole che non avrete la forza di
inghiottire. Dovrete lasciare gli amici più intimi; e potranno passare eoni prima
che li rincontriate. Il respiro cambia ritmo e diviene rumoroso. Gradualmente si
farà più irregolare, e inspirazioni ed espirazioni si faranno sempre più rapide.
Infine, ci sarà un'ultima espirazione molto profonda, e quella sarà la fine del
vostro respiro. Ciò segna la morte così come è comunemente intesa. Dopo di ciò, il
vostro nome, che così tanta gioia al solo udirlo dava un tempo ad amici e
familiari, sarà preceduto da un prefisso, "il fu".
È cruciale che al momento della morte la mente sia in uno stato virtuoso. È
l'ultima occasione che abbiamo, ed è un'occasione da non perdere. Anche se
avessimo vissuto una vita molto negativa, al momento della morte dobbiamo
sforzarci grandemente di coltivare uno stato virtuoso della mente. Se siamo capaci
di sviluppare una profondissima e potentissima compassione al momento della morte,
c'è speranza che nella prossima vita rinasceremo in un'esistenza favorevole. In
senso generale, un cerchio di persone intime attorno può avere una funzione
fondamentale. Quando qualcuno e malato e sta per morire, è una sciagura se altri
permettono che il morente provi desiderio od odio. Il minimo che si possa fare è
mostrare al morente immagini dei Buddha o dei Bodhisattva così che lui o lei
vedendoli cerchi di sviluppare grande fiducia in essi e muoia in una disposizione
mentale propizia. Se ciò non è possibile, è molto importante che i presenti e i
parenti non causino turbamento nel morente. In quel momento un'emozione molto
forte, come il desiderio o l'odio, può produrre nella persona uno stato di grande
sofferenza e molto probabilmente causare una rinascita inferiore.
Con l'approssimarsi della morte, potrebbero apparire segni che sono indizi del
futuro. Coloro che hanno menti virtuose sentiranno che stanno procedendo dal buio
verso la luce o verso lo spazio aperto. Si sentiranno felici, avranno visioni di
cose belle e morendo non sentiranno alcuna sofferenza acuta.
Se al momento della morte si hanno sentimenti molto forti di desiderio o di odio,
si avranno allucinazioni di ogni sorta e si proverà grande angoscia. Alcuni
sentono come se stessero entrando nel buio; altri sentono che stanno bruciando. Io
ho incontrato alcune persone che erano state molto malate, e mi hanno detto che
quando erano molto gravi avevano avuto visioni di venire bruciati. Questo è un
indizio del loro fato futuro. Come conseguenza di tali segni, il morente si
sentirà molto confuso e urlerà e gemerà, sentendo come se il suo intero corpo
venisse tratto giù. Lui o lei proverà acuto dolore al momento della morte. Tutto
ciò deriva in ultimo dall'attaccamento focalizzato su se stessi. Il morente sa che
la persona amata da coloro che gli stanno attorno sta morendo.
Quando coloro che per la gran parte della propria vita si sono abbandonati
all'azione negativa muoiono, si dice che il processo di diminuzione del calore
corporeo inizia dalla parte superiore del corpo fino a giungere al cuore. Per chi
ha praticato la virtù, si dice che il processo di diminuzione del calore inizia
dal basso, dalle gambe, e alla fine giunge al cuore. In ogni caso, la coscienza si
diparte di fatto dal cuore.
Dopo la morte si entra nello stato intermedio, il bardo. Il corpo nello stato
intermedio ha diversi aspetti straordinari: tutti i sensi fisici sono completi, e
l'aspetto fisico è identico all'aspetto fisico dell'essere in cui alla fine avrà
rinascita. Per esempio, se dovrà rinascere come essere umano, avrà un aspetto
fisico identico a un essere umano. Se dovrà rinascere come animale, avrà allora
l'aspetto fisico di un particolare animale. L'essere di stato intermedio ha una
vista talmente potente che può vedere attraverso oggetti solidi ed è capace di
muoversi dovunque senza impedimento. Gli esseri di stato intermedio sono visibili
soltanto a esseri intermedi dello stesso tipo. Per esempio, se un essere
intermedio è destinato a rinascere come umano, sarà visibile soltanto a esseri
intermedi che sono destinati rinascere come umani. Gli esseri intermedi del regno
degli dei camminano verso l'alto e guardano verso l'alto, e gli esseri intermedi
del regno umano camminano diritto e guardano diritto. Gli esseri intermedi di
coloro che si sono dati ad azioni negative e sono destinati rinascere in regni
inferiori si muovono a testa in giù.
Il periodo di tempo passato in questo stato intermedio è di sette giorni. Dopo una
settimana, se l'essere di stato intermedio trova circostanze appropriate,
rinascerà nel regno d'esistenza appropriato. In caso contrario, dovrà di nuovo
morire di una piccola morte e sorgere di nuovo come essere intermedio. Ciò può
accadere sette volte, ma dopo quarantanove giorni non può più rimanere come essere
di stato intermedio e deve rinascere, gli piaccia o meno. Quando è giunto il
momento di rinascere, vedrà esseri del proprio tipo che giocano, e gli potrà
venire il desiderio di unirsi a loro. I fluidi rigenerativi dei futuri genitori,
il seme e l'ovulo, gli appariranno differenti. Anche se i genitori non staranno
congiungendosi, l'essere intermedio avrà l'illusione che in realtà lo stiano
facendo e proverà attaccamento per loro. Se qualcuno ha probabilità di nascere
femmina, si dice che proverà avversione per la madre e, spinta dall'attaccamento,
tenterà di congiungersi col padre. Se qualcuno ha probabilità di nascere maschio,
proverà avversione per il padre ma avrà attaccamento per la madre e tenterà di
congiungersi con lei. Mosso da tale desiderio, lui o lei va dove sono i genitori.
Poi, nessuna parte del corpo dei genitori appare a quell'essere salvo gli organi
sessuali, e in seguito a ciò l'essere si sentirà frustrato e adirato. Quell'ira
serve come condizione della sua morte dallo stato intermedio; la rinascita avviene
poi nel ventre. Quando i genitori copulano e raggiungono l'orgasmo, si dice che
una o due gocce di spesso seme e l'ovulo si mescolano, come panna sulla superficie
del latte che bolle. In quel momento la coscienza dell'essere intermedio cessa ed
entra in quella mistura. Ciò segna l'ingresso nel ventre. Anche se i genitori non
stanno copulando, l'essere intermedio ha l'illusione che lo stiano facendo e andrà
in quel luogo. Ciò implica che vi siano casi in cui, anche se i genitori non
copulano, la coscienza può sempre entrare negli elementi fisici. E questo spiega
cosa avvenga oggi con la fecondazione in provetta; quando i fluidi vengono
prelevati dai genitori e mescolati e conservati nella provetta, la coscienza può
entrare nella mistura senza che ci sia copulazione reale.
Shantideva dice che anche gli animali operano al fine di provare piacere ed
evitare il dolore in questa vita. Dobbiamo volgere l'attenzione al futuro;
altrimenti non saremo diversi dagli animali. La consapevolezza della morte è il
fondamento stesso di tutto il sentiero. Sinché non avete sviluppato questa
consapevolezza, tutte le altre pratiche sono impedite. Il Dharma è la guida che ci
conduce attraverso un terreno ignoto; il Dharma è il cibo che ci sostiene nel
nostro viaggio; il Dharma è il capitano che ci condurrà alla spiaggia ignota del
nirvana. Quindi, ponete ogni energia di corpo, parola e mente nella pratica del
Dharma. Parlare della meditazione sulla morte e sull'impermanenza è molto facile,
ma la pratica reale è davvero molto difficile. E quando pratichiamo, a volte non
notiamo un gran cambiamento, soprattutto se ci limitiamo a comparare ieri con
oggi. C'è il pericolo di perdere la speranza e di scoraggiarsi. In tali
situazioni, è di grande aiuto non comparare giorni o settimane, ma tentare di
comparare piuttosto il nostro stato di mente presente con quello di cinque anni fa
o di dieci anni fa; allora vedremo che c'è stato un certo cambiamento. Potremo
notare qualche cambiamento nelle nostre concezioni, nella nostra comprensione,
nella nostra spontaneità, nella nostra risposta a queste pratiche. E ciò è di per
sé una fonte di grande incoraggiamento: davvero ci dà speranza, poiché ci mostra
che se facciamo lo sforzo c'è il potenziale per un progresso ulteriore. Lasciarsi
scoraggiare e decidere di rinviare la nostra pratica a epoca più favorevole è
davvero molto pericoloso.
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tratto da:
"La Via della Liberazione
Insegnamenti fondamentali del Buddhismo tibetano"
Sua Santità il Dalai Lama
Pratiche Editrice - Milano 1998
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