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Osho: L'immortalita' dell'anima 1°cap. non esiste bugia piu' grande della morte

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lucy mnt

unread,
Jun 24, 2000, 3:00:00 AM6/24/00
to

Ho attraversato la vita assimilando bugie, le verita' sono mille e ognuno
invoca le sue.....ma c'e' una voce una sola che ti fara' vibrare di
piu'....seguila non pensarci su....(z)


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NESSUNO È MAI MORTO
E NESSUNO POTRÀ MAI MORIRE.
FIINCHÉ NON CAPIREMO
CHE LA MORTE NON ESISTE,
NE AVREMO PAURA E LA NOSTRA VITA
NON SARÀ AUTENTICA.


NON ESISTE BUGIA PIU' GRANDE DELLA MORTE :

Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. E si trionfa su ciò che si è
conosciuto. Sconfitte e falli-menti sono dovuti solo all'ignoranza e
all'oscu-rità. Con la luce, la sconfitta sarebbe impossibile perché la luce
porta alla vittoria.La prima cosa che vorrei dirti sulla morte è questa:
anche se sembra vera, non esiste bugia più grande. Non solo: sembra la
verità fondamen-tale della vita, quasi la circondasse da ogni lato. Benché
ce ne dimentichiamo, o la ignoriamo, la morte ci resta comunque accanto; è
perfino più prossima della nostra ombra.Addirittura siamo giunti a impostare
la nostra vita sulla paura della morte. La paura della morte ha creato la
società, lo stato, la famiglia e gli ami-ci. La paura della morte ci ha
spinto a inseguire il denaro e ad ambire posizioni elevate. E la cosa più
sorprendente è che anche i templi e le divinità sono nati per scongiurare la
morte. Ci sono perso-ne che, spaventate dalla morte, si inginocchiano a
pregare, e si rivolgono a Dio con le mani giunte, levate al cielo. Eppure
non c'e nulla di più falso della morte: per questo
tutti i sistemi di vita crea-ti, dandola per autentica, sono falsi.
Come facciamo a conoscere la falsità della mor-te? Come si può comprendere
che non esiste morte alcuna? Finché non lo sapremo, ne avremo sempre paura;
finché non arriveremo a conoscerne la fal-sità, la nostra vita non sarà mai
autentica. Se treme-remo di paura per la morte, non potremo mai vive-re.
Solo coloro per i quali la paura della morte si è dissolta per sempre
possono
vivere. Come potreb-be farlo una mente che vacilla perché ha paura? Come si
può vivere quando la morte sembra avvi-cinarsi a ogni istante? Come possiamo
vivere?
Per quanto tentiamo di dimenticare la morte, di fatto non la scordiamo mai.
Non importa che si costruisca il cimitero fuori città, essa continuerà a
mostrare il suo volto. Ogni giorno, da qualche parte, qualcuno muore, e le
fondamenta stesse della nostra vita vengono scosse.
Ogni volta che vediamo la morte manifestarsi, diventiamo consapevoli della
nostra morte. Quan-do piangiamo la scomparsa di qualcuno, non lo facciamo
solo perché quella persona è deceduta, ma anche perché intuiamo la nostra
fine; il dolore e la tristezza non sono dovuti solo alla morte del-l'altro,
ma anche all'evidenza della nostra morte.
La presenza di ogni morte ci ricorda sempre anche la nostra. E se siamo
circondati dalla morte, come possiamo vivere? In un simile contesto, vi-vere
è impossibile: non possiamo sapere cosa sia-no la vita, la sua gioia, la sua
bellezza e la sua
estasi; né è possibile raggiungere il tempio di Dio, la verità più alta
della vita.
I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a Dio.
Solo chi è ricolmo della gioia di vivere raggiunge il tempio di Dio. Il
regno di Dio è colmo di gioia e bellezza, ma le campane del suo tempio
suonano solo per coloro che sono liberi da ogni tipo di paura.
Questo sembra difficile, perché a noi piace vive-re nella paura. Ma delle
due, solo una può essere vera. Ricorda, se è vera la vita, allora la morte
non può esserlo; e se è la morte a esserlo, la vita non sarà altro che
illusione e menzogna: non potrà mai esse-re vera. Le due cose non possono
coesistere, anche se noi ci aggrappiamo a entrambe: noi abbiamo la
sensazione di essere vivi e morti allo stesso tempo.
Ho sentito di un mistico che viveva in una valle remota. Molta gente andava
da lui a porgli doman-de. Una volta, un uomo gli chiese qualcosa sulla vi-ta
e la morte. Il mistico disse: «Se vuoi sapere qual-cosa sulla vita, sei
benvenuto: le mie porte sono aperte. Ma se vuoi sapere della morte, per
favore va' da un'altra parte, perché io non sono mai morto né morirò mai;
non ho alcuna esperienza della morte. Se vuoi saperne qualcosa, chiedi a
coloro che sono morti, chiedi a chi è già morto». Poi il mi-stico rise e
aggiunse: «Ma come farai a interrogare chi è già morto? E non provare a
chiedere a me l'in-dirizzo di un morto, perché non posso dartelo: da quando
ho capito che io non posso morire, ho capi-to anche che nessuno muore o è
mai morto».Ma com'è possibile credere a questo mistico
quando tutti i giorni vediamo morire qualcuno? La morte è un evento
quotidiano, è la verità suprema; si rende evidente penetrando nel centro del
nostro essere; anche se chiudi gli occhi e lei è lontanissi-ma, resta
comunque evidente; per quanto tentia-mo di evitarla, di allontanarci,
continua a circon-darci. Come puoi negare questa verità?
Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente cre-de nell'immortalità dell'anima
per semplice pau-ra della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine, seduto
al tempio o nella moschea, c'è chi recita:
«Nessuno muore e l'anima è immortale». Si sba-glia a credere che con queste
semplici parole l'ani-ma diventi immortale. Quelle persone, vittime di
un'illusione, credono che, ripetendo: «L'anima è immortale», la morte
scompaia. La morte non si annulla recitando queste cose, ma conoscendola.
Ricordate tale strana contraddizione: noi accet-tiamo sempre l'opposto di
ciò che pronunciamo in continuazione. Quando qualcuno dice di essere
immortale, mostra semplicemente di sapere, in cuor suo, di dover morire. Se
sapesse di non mo-rire, non avrebbe bisogno di parlare continua-mente di
immortalità; solo chi ha paura seguita a parlarne. E ti accorgerai che la
gente teme di più la morte proprio in quei paesi e in quelle società dove si
parla maggiormente di immortalità dell'a-nima. In India si parla fino alla
nausea di immor-talità dell'anima, eppure chi ha più paura della morte di
noi, su questo pianeta? Nessuno! Com'è possibile conciliare le due cose?
Com'è possibile che, persone che credono nel-
l'immortalità dell'anima, ne diventino schiave? Tuttavia sarebbero pronte a
morire, sapendo che la morte non esiste. Coloro che sanno che la vita
è eterna e l'anima immortale sarebbero i primi a sbarcare sulla Luna, a
scalare il monte Everest, a esplorare gli abissi dell'oceano Pacifico! Noi
inve-ce non siamo tra questi: non scaliamo l'Everest, nè sbarchiamo sulla
Luna o esploriamo gli abissi dell'oceano Indiano, eppure siamo coloro che
cre-dono nell'immortalità dell'anima!
In realtà, abbiamo tanta paura della morte da ripetere in continuazione:
«L'anima è immortale». E ci illudiamo che forse, in questo modo, diventi una
realtà. Niente diventa vero dalla sua semplice ripetizione come idea.
La morte non si può cancellare ripetendo che non esiste. Dovrà essere
conosciuta, incontrata, vissuta; dovrà diventare qualcosa di familiare. Ma
noi continuiamo a fuggirne via; come potrem-mo vederla? Chiudiamo gli occhi
quando vedia-mo la morte. Quando passa un funerale la madre chiude il
bambino in casa, dicendò: «Non uscire; è morto qualcuno». Il luogo di
cremazione è fuori dalla città perché sia difficile vederlo e avere di
fronte agli occhi la morte. E se parli di morte con qualcuno, ti proibirà di
continuare a parlarne.
Una volta ho incontrato un sannyasin, un mo-naco indù, che parlava tutti i
giorni di immorta-lità dell'anima. Gli chiesi: «Sei consapevole che ti stai
avvicinando alla morte?». Replicò: «Non fare discorsi di malaugurio; non è
bene parlare di que-ste cose». Insistei: «Se una persona sostiene che
l'anima è immortale, trovare di malaugurio parla-re della morte scredita il
suo discorso. Non do-vrebbe vedere alcunché di pauroso sbagliato o infausto
nel parlare della morte, perché per lui non esiste». Fu lapidario: «Anche se
l'anima è im-mortale, non desidero affatto parlare della morte; non si
dovrebbero fare discorsi inutili e pericolo-si». Noi tutti facciamo la
stessa cosa: volgiamo le spalle alla morte e ne scappiamo lontano.
Ho sentito...
In un villaggio un uomo impazzì. Era un pome-riggio assolato e lui camminava
tutto solo per la strada. Camminava veloce cercando di non aver paura... Se
c'è qualcuno si può aver paura, ma se non c'è nessuno intorno come si fa a
spaventarsi? Eppure noi abbiamo paura anche quando non c'è nessuno. in
realtà abbiamo paura di noi stessi, e quando siamo soli la paura è ancora
più grande.
Quell'uomo era solo, e si spaventò al punto da mettersi a correre. Era un
pomeriggio tranquillo e sereno, e non vi era nessuno attorno a lui. Quando
si mise a correre, senti' il suono dei passi rimbom-bare precipitosi dietro
di
sé, e si spaventò ancor di più: forse qualcuno lo stava inseguendo. Allora,
impaurito, si guardò alle spalle con la coda dell'oc-chio e vide una lunga
ombra che lo inseguiva. Era la sua ombra, ma vedendo che gli correva dietro,
corse ancor più velocemente. A quel punto non fu più in grado di fermarsi,
perché più forte correva e più rapida l'ombra lo seguiva; alla fine impazzì.
Ma certa gente venera anche i pazzi...
Quando lo videro correre in quel modo per il
villaggio, in molti pensarono che stesse seguendo qualche pratica ascetica
di grande rilevanza. Non si fermava mai, se non nel buio della notte,
quan-do l'ombra spariva facendogli credere che nessu-no lo inseguisse più;
all'alba ricominciava a corre-re. Alla fine non si fermò più neanche di
notte:
pensò che, malgrado la distanza percorsa di gior-no, mentre riposava l'ombra
raggiungesse e ri-cominciasse a inseguirlo al mattino.
Allora si mise a correre anche di notte; impazzì completamente: non
mangiava, né beveva. Migliaia di persone lo osservavano, ricoprendolo di
fiori o porgendogli pane o acqua. La gente cominciò a ve-nerarlo ancor di
più; a migliaia lo rispettavano. Ma lui impazzì sempre più, finché un giorno
stramazzò a terra e mori'. Gli abitanti del villaggio in cui morì gli
eressero una tomba all'ombra di un albero e chie-sero a un vecchio mistico
della zona cosa scrivere sulla lapide. Il mistico dettò alcune righe.
Da qualche parte, quella 'lapide esiste ancora. Qualcuno ci si potrebbe
anche imbattere. Il mistico vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
spreca-to tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne
sapeva meno della sua stessa lapi-de, perché questa è protetta dall'ombra e
non corre, quindi non crea ombra alcuna».
Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare dalla
propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui scappiamo
comincia a inseguirci: più velocemen-te corriamo e più velocemente ci
insegue, perché si tratta della nostra stessa ombra. p.15 La morte è la
nostra ombra. Se continueremo a sfuggirla, non la guarderemo
mai in faccia e non la riconosceremo per ciò che è. Se quell'uomo si fosse
fermato e avesse visto cosa c'era dietro di lui, forse avrebbe riso e detto:
«Che razza d'uomo sono, scappo dalle ombre?». Nessuno potrà mai fuggire da
un'ombra, né vincere contro di essa. Questo non vuol dire, tuttavia, che
l'ombra sia più forte di noi e sia impossibile vincerla, ma semplicemente
che es-sa non esiste e non ha senso parlare di vittoria; su ciò che non
esiste non è possibile vincere. Per que-sto la gente continua a perdere
contro la morte, perché è solo un'ombra della vita.
Man mano che la vita procede, la sua ombra la se-gue. La morte è l'ombra che
si forma dietro la vita. Eppure, non vogliamo mai guardarci alle spalle per
vedere cosa sia in realtà. Infinite volte siamo caduti esausti dopo aver
fatto questa corsa. Non siamo ar-rivati a questa vita per la prima volta,
dobbiamo es-sere già esistiti; forse non proprio in questa, ma in un'altra;
forse non con questo corpo, ma con un al-tro; in ogni caso, la corsa è
rimasta la stessa.
Attraversiamo molte vite portandoci dietro la paura della morte, eppure non
riusciamo a veder-la né a riconoscerla. Siamo così terrorizzati che, quando
la morte si avvicina avvolgendoci com-pletamente nella sua ombra, per paura
cadiamo nell'incoscienza. In genere, nessuno resta consa-pevole nel momento
della morte. Se, anche solo per una volta, qualcuno lo fosse, la paura della
morte si dissolverebbe per sempre. Se, anche solo per una volta, qualcuno
potesse vedere che cos'è

morire e cosa accade nella morte, la volta succes-siva non avrebbe più paura
perché saprebbe che la morte non esiste. Non è che si sconfigge la mor-te:
possiamo vincere solo contro ciò che esiste. Ma è sufficiente conoscere la
morte perché scompaia, a quel punto non resterebbe nulla da vincere.
Siamo morti infinite volte in passato, ma ogni volta che la morte accadeva
non eravamo coscienti. È come quando un medico ti anestetizza prima di
un'operazione per non farti sentire il dolore. Ab-biamo così paura di morire
che nell'istante della morte cadiamo volontariamente nell'incoscienza.
Diventiamo inconsapevoli un attimo prima di mo-rire e poi rinasciamo in
stato di inconsapevolezza. Non vediamo né la morte né la nascita, ecco
perché non siamo mai in grado di comprendere l'eternità della vita. Nascita
e morte non sono altro che luo-ghi di sosta dove cambiamo vestiti o cavalli.
In passato non esistevano autostrade e la gente viaggiava in carrozze
trainate da cavalli. Spostan-dosi da un villaggio all'altro, quando i
cavalli era-no stanchi, venivano sostituiti con altri freschi al-la prima
stazione di cambio, fino al villaggio successivo. Ma chi cambiava i cavalli
non ha mai pensato di fare qualcosa che assomigliasse alla morte e alla
rinascita, perché nel farlo era comple-tamente conscio di sé.
Talvolta qualcuno viaggiava dopo'aver bevuto:
in quello stato, guardandosi intorno, si meraviglia-va nel vedere come tutto
fosse cambiato e apparis-se diverso. Mi hanno raccontato che uno di costoro
una volta commentò: «Non sarà che sono cambiato p.17 anch'io? Questo non mi
sembra lo stesso cavallo di prima; forse anch'io sono
diventato un altro?».
Morte e nascita sono semplici stazioni di cam-bio, dove si abbandonano carri
vecchi e cavalli stanchi per prenderne di nuovi. Ma entrambe queste azioni
accadono in uno stato inconscio. E chi nasce e muore in uno stato inconscio
non può vivere una vita consapevole. Opera in uno stato di semicoscienza, è
sveglio solo parzialmente.
Voglio dire che è essenziale osservare, com-prendere e riconoscere la morte.
Ma ciò è possibi-le solo nell'istante della morte stessa, mentre si sta
morendo. Ma se si può osservare la morte solo mentre si muore, sembra
impossibile compren-derla, perché in quell'istante si è inconsapevoli.
Un modo c'è. Possiamo fare questo esperimen-to: entrare nella morte per
nostra libera scelta. Aggiungerei anche che la meditazione, o il samadhi,
non sono altro che questo. L'esperienza di entrare volontariamente nella
morte è meditazio-ne, samadhi. Il fenomeno che un giorno accadrà
automaticamente, allorché si abbandonerà il cor-po, può essere creato
consapevolmente generan-do una distanza dentro di noi, tra il Sé e il corpo.
In questo modo, abbandonando il corpo dall'in-terno, possiamo fare
l'esperienza della morte, possiamo sperimentare ciò che accade morendo.
Possiamo sperimentare la morte oggi, questa sera stessa, perché morire vuol
dire semplicemen-te che il nostro corpo e la nostra anima sperimen-tano la
stessa separazione che accade quando un viaggiatore lascia un veicolo e
prosegue da solo.
Ho sentito di un uomo che andò a trovare un mi-stico musulmano, lo sceicco
Farid, e gli disse: «Mi hanno raccontato che, quando le mani e le gambe di
Mansur vennero tagliate, egli non provò dolo-re... il che è difficile da
credere; perfino una spina fa male quando punge il piede: come è possibile
che non si provi dolore quando le mani e le gambe vengono amputate? Sembrano
tutte storie inventa-te». E quell'uomo proseguì dicendo: «Inoltre si di-ce
che, quando Gesù fu appeso alla croce, non sentì dolore, riuscì perfino a
dire le sue ultime preghiere. È difficile credere che Gesù dicesse quelle
cose ap-peso alla croce, sanguinante e nudo, trafitto da spi-ne e con le
mani perforate da chiodi!».
Gesù disse: <(Perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Devi aver
sentito questa frase:
in tutto il mondo coloro che credono in Gesù la ri-petono continuamente. E
una frase molto sempli-ce. Gesù dice: «O Signore, perdona loro perché non
sanno quello che fanno». Leggendo questa frase, di solito si pensa che Gesù
stia dicendo che quella povera gente non sapeva di uccidere un uomo buono.
No, non era questo che Gesù inten-deva; egli voleva dire: «Questa gente
insensata non sa di uccidere un uomo che non può morire. Perdona loro perché
non sanno cosa stanno facen-do: fanno qualcosa di impossibile, cercano di
uc-cidere una persona, e questo è impossibile».XX
Quell'uomo disse a Farid: «E difficile credere che una persona sul punto di
essere uccisa mostri tanta compassione. In realtà dovrebbe essere pie-na di
rabbia». p.18
Farid rise di cuore e disse: «Hai fatto un'ottima domanda, ma ti risponderò
tra un attimo. Prima fammi un piccolo favore». Prese una noce di coc-co,
gliela porse dicendo di romperla, e facendo at-tenzione a non spezzare la
polpa. Ma la noce di cocco era acerba, per cui l'uomo disse: «Perdona-mi, ma
non posso farlo. La noce è completamente acerba, se l'aprissi romperei anche
la polpa». Fa-rid gli chiese di mettere da parte quella noce e gliene diede
una matura, chiedendogli di aprirla. «Puoi salvare la polpa di questa?»
chiese. «Sì, la posso salvare» rispose quell'uomo.
Farid disse: «Ti ho dato la risposta. Hai capi-to?». L'uomo rispose: «Non ho
capito niente. Che rapporto c'è tra una noce di cocco e la tua rispo-sta? E
tra la noce e la mia domanda?».
Farid disse: «Metti via anche questa noce di coc-co, non c'è bisogno di
romperla. Ti ho semplice-mente mostrato che esiste una noce di cocco non
matura, la cui polpa e il cui guscio sono uniti insie-me: colpendo il
guscio, rompi anche la polpa. Poi c'è la noce matura. Ebbene, in che modo la
noce matura è diversa da quella acerba? Esiste una sotti-le differenza: la
polpa di quella matura si è ritirata all'interno separandosi dal guscio; tra
i due si è creata una distanza. Ecco perché affermi che, anche dopo aver
rotto il guscio, si può salvare la polpa. Dunque, ho risposto alla tua
domanda!».
L'uomo disse: «Ancora non capisco». Il mistico rispose: «Va', muori e
comprendi; altrimenti non puoi cogliere ciò che sto dicendo. Ma anche a quel
punto non sarai in grado di comprendermi, perché
morendo non sarai più cosciente. Un giorno la polpa e il guscio saranno
separati, ma in quel mome to tu sarai caduto nell'incoscienza. Se vuoi
capire
comincia a imparare adesso come separare la polpa dal guscio; ora, mentre
sei ancora vivo».
Se il guscio, cioè il corpo, e la polpa, la consapvolezza, si separano, in
questo stesso istante morte è finita. Quando si creerà quella distanza
saprai
che il guscio e la polpa sono due cose separate, e che tu continuerai a
sopravvivere anche quando il guscio si sarà rotto: non sarai tu a spezzarti
o
a scomparire. In quello stato la morte, anche se accade, non può penetrare
in te. E questo vuol dire che solo ciò che tu non sei, muore. Cio' che tu
sei
sopravvive.
Questo è il vero significato della meditazione imparare a separare il guscio
dalla polpa. Possno essere separati perché sono separati. Li si puo'
percepire e conoscere come realtà separate, perché lo sono. Per questo
chiamo la meditazione ingresso volontario nella morte. E chi entra
volontariamente nella morte, la incontra e scopri «La morte è presente, ma
io
sono ancora qui».
Socrate stava per morire... Si stavano avvicinado gli ultimi momenti: si
triturava la cicuta per ucciderlo, e lui continuava a ripetere: «Si sta
facendo tardi, quanto ci vorrà ancora per preparare quel veleno?». I suoi
amici gli dicevano tra le lacrime: «e'matto? Noi vogliamo che tu viva
ancora un Po' Abbiamo corrotto chi deve preparare la pozio. perché agisca il
più lentamente possibile» Socrate uscì dalla stanza e disse all'uomo che
preparava il veleno: «Ci impieghi troppo: si di-rebbe che tu non abbia
alcuna esperienza. Sei nuovo a questo tipo di lavoro? Non hai mai pre-parato

una pozione di veleno? Non hai mai dato il veleno a un condannato?».
L'uomo replicò: «Ho somministrato veleni tutta la mia vita, ma non ho mai
visto un matto come te. Perché hai tanta fretta? Lo sto triturando
lentamen-te, perché tu possa respirare un po' di più e vivere un po' più a
lungo. Parli come un pazzo... si sta fa-cendo tardi? Ma hai così tanta
fretta di morire?».
Socrate disse: «Ho tanta fretta, perché voglio ve-dere la morte. Voglio
vedere com'è. Inoltre voglio vedere, quando sarà avvenuta, se sopravviverò o
meno. Se non sopravvivo, tutto finisce li; se invece sopravvivo, è finita la
morte. In realtà, voglio vede-re chi morirà al momento della morte: io o
lei? Vo-glio vedere chi sopravviverà. Ma come potrò mai vederlo, a meno che
non sia io a sopravvivere?».
Quando fu dato il veleno a Socrate, i suoi amici cominciarono a piangere e a
disperarsi. E cosa face-va lui? Diceva loro: «Il veleno è arrivato alle
ginoc-chia. Fino alle ginocchia le gambe sono completa-mente morte; se
venissero tagliate non me ne accorgerei. Eppure, amici miei, lasciatemelo
dire:
anche se le mie gambe sono morte, io sono ancora vivo. Questo significa che
una cosa è certa: non ero le mie gambe. Sono ancora qui, totalmente qui.
Nulla dentro di me è scomparso, per il momento».
Poi Socrate proseguì: «Ora entrambe le gambe se ne sono andate. Fino alle
cosce è tutto scom-parso. Se mi amputaste fino alle cosce, non senti-
rei nulla. Ma io sono ancora qui! E qui ci sono i miei amici che continuano
a piangere!».
Socrate sta dicendo: «Non piangete, osservate! E un'opportunità per voi: un
uomo sta morendo e vi informa di essere ancora vivo. Se ora mi ampu-taste
completamente le gambe, neanche in questo caso sarei morto, anche in questo
caso ci sarei an-cora. Adesso non sento più le mie mani; anch'esse
moriranno. Ah! Quante volte mi sono identificato con queste mani, le stesse
che ora se ne stanno an-dando; ma io sono ancora qui».
Socrate continuò a parlare in questo modo mentre moriva. Diceva:
«Lentamente, tutto si ac-quieta, ogni cosa scompare, ma io sono ancora
in-tegro. Tra un po' forse non potrò più parlarvi, ma non deducetene che io
non ci sia più. Poiché, se sono ancora qui dopo aver perso tanta parte del
mio corpo, come potrebbe arrivare una fine solo perché un'altra parte di
corpo scompare? Forse non potrò più parlare, poiché ciò è possibile solo
attraverso il corpo, tuttavia io sarò ancora presen-te». E all'ultimo
istante disse: «Ora, forse vi sto di-cendo l'ultima cosa: la lingua sta
venendo meno. Non potrò dire una sola parola in più, ma ancora vi dico: "Io
esisto"». Fino all'ultimo istante conti-nuò a dire: «Sono ancora vivo».
Anche in meditazione bisogna entrare lenta-mente in se stessi. E
gradualmente, una dopo l'al-tra, le cose cominciano a cadere. Si crea una
di-stanza con ogni cosa, e arriva un momento in cui sembra che tutto si
trovi a una distanza infinita. Ti sembrerà di vedere il cadavere di qualcun
altro p 22 disteso su una riva, mentre tu ci sei ancora. Il cor-po è ,
sdraiato,
eppure tu esisti ancora, comple-tamente separato, distinto e diverso dal
corpo.
Una volta fatta l'esperienza di vedere la morte faccia a faccia mentre si è
ancora vivi, non avremo mai più nulla a che fare con la morte. La morte
continuerà a presentarsi, ma sarà solo una sosta, un cambio di abiti; sarà
come prendere nuovi ca-valli a una stazione di sosta e iniziare un nuovo
viaggio con nuovi corpi, per nuove strade, in nuovi mondi. Ma a quel punto
la morte non potrà mai distruggerci. E lo puoi capire solo andandole
incontro, conoscendola, attraversandola.
Poiché abbiamo tanta paura della morte, non riusciamo neppure a meditare.
Molti vengono a dirmi di non riuscire a meditare; come potrei dir loro che
il vero problema è un altro? Il loro vero problema è la paura della morte...
e la meditazio-ne è un processo di morte. In uno stato di totale meditazione
raggiungiamo lo stesso punto tocca-to da un morto. La sola differenza è che
un morto vi arriva inconsapevolmente~ mentre noi vi giun-giamo
consapevolmente. Un morto non sa affatto cos'è accaduto, non sa in che modo
il guscio si è rotto e la polpa è sopravvissuta. Chi medita sa che si sono
separati.
La paura della morte è il motivo fondamentale per cui le persone non
riescono a entrare in medi-tazione; non ne esistono altri. Chi ha paura
della morte non può entrare in samadhi. Il samadizi è un invito alla morte
di propria volontà: «Vieni, sono pronto a morire. Voglio sapere se
sopravviverò o
meno alla morte. Ed è meglio saperlo consapevol-mente, perché se accadrà
inconsapevolmente non potrò conoscere nulla».
Per cui, la prima cosa che vorrei dirti è questa:
finché continuerai a fuggire dalla morte, ne sarai sconfitto; viceversa, il
giorno in cui ti ergerai di fronte a lei e l'incontrerai, quello stesso
giorno ti lascerà, mentre tu continuerai a esistere.
Tutti i miei discorsi, raccolti in questo libro, tratteranno di tecniche per
incontrare la morte. Spero che così molti arriveranno a sapere come morire,
e saranno in grado di farlo. E se riuscirai a morire qui, su questa
spiaggia...
È una spiaggia importante, questa. Fu proprio su queste sabbie che un tempo
camminò Krishna, quello stesso Krishna che disse ad Arjuna, allorché si
preparava a scendere sul campo di battaglia:
«Non ti preoccupare, non aver paura. Non temere di uccidere o essere ucciso,
perché io ti dico che nessuno muore e nessuno è in grado di uccidere».
Nessuno è mai morto e nessuno potrà mai morire; ciò che muore o può morire è
già morto; e ciò che non muore e non può essere ucciso non ha alcuna
possibilità di morire: è la vita stessa.
Questa sera ci siamo inaspettatamente riuniti sulla stessa spiaggia dove un
tempo camminava Krishna; queste sabbie hanno visto Krishna cam-minare. La
gente deve aver creduto che Krishna sia morto veramente, poiché noi
conosciamo la morte come unica verità; per noi tutti muoiono. Questo mare e
queste sabbie non hanno mai avu-to la sensazione che Krishna morisse; questo
cielo, queste stelle e questa Luna non hanno mai cre-duto alla morte di
Krishna.
In realtà, nella vita non c'è posto per la morte, ma tutti hanno creduto che
Krishna sia morto. Anche noi lo crediamo, perché siamo ossessionati dal
pensiero della nostra morte. Perché ci preoc-cupa tanto? In questo momento
siamo vivi, quin-di perché temere tanto la morte? Perché ci fa tanta paura?
In realtà, dietro questa paura c'è un segre-to che è bene comprendere.
Questa paura è legata a una logica ben precisa, una logica molto
interessante. Non abbiamo mai visto noi stessi morire, ma abbiamo visto
morire gli altri, e questo ci rafforza l'idea che anche noi dovre-mo morire.
Cerca di comprendere tramite questo esempio: una goccia vive nell'oceano
insieme a mi-gliaia di altre gocce, ma un giorno i raggi del sole la
colpiscono, trasformandola in vapore e facendola sparire. Le altre gocce
pensano che sia morta, e hanno ragione, poiché hanno visto quella goccia un
attimo prima, e ora è scomparsa. Eppure, la goc-cia esiste ancora nelle
nuvole, e a quest'ora sarà già ricaduta in mare, tornando a essere una
goccia. Ma come faranno le altre gocce a saperlo senza com-piere loro stesse
quel viaggio?
Quando vediamo qualcuno morire vicino a noi, pensiamo che quella persona non
ci sia più, che un'altra persona sia morta. Non capiamo che si
è semplicemente dissolta, è entrata in una dimensio-ne più sottile, per
prepararsi a un nuovo viaggio; come una goccia che è evaporata solo per
tornare a essere una goccia nel mare. Come potremmo com-
prenderlo? Tutto ciò che percepiamo è che un'altra persona se n'è andata, è
morta. Da questo punto di vista, tutti i giorni qualcuno muore e qualche
goc-cia va perduta. E lentamente in noi si fa strada la certezza che anche
noi moriremo. Una profonda paura prende piede: «Io morirò». Questa paura si
impadronisce di noi perché osserviamo gli altri. Vi-viamo guardando gli
altri, ecco il nostro problema.
Una notte ho raccontato ad alcuni amici questa storia.
Un mistico ebreo iniziò a preoccuparsi profon-damente della propria
infelicità... e chi non si preoccupa di questo? Siamo tutti presi dalle
no-stre ansie, e quella più grande è data dal vedere che gli altri sono
felici. Vedendoli felici, diventia-mo sempre più infelici: è la stessa
logica di cui parlavo poco fa, riferendomi alla morte. Noi ve-diamo la
nostra infelicità e vediamo le facce al-trui. Non vediamo la loro
infelicità, ma gli occhi scintillanti e le labbra sorridenti. Se osserveremo
noi stessi, vedremo che all'esterno continuiamo a sorridere, malgrado la
nostra infelicità. In realtà, un sorriso è un modo per nascondere
l'infelicità.
Nessuno vuole mostrare di essere infelice. Se non puoi essere veramente
felice, tenta almeno di sembrarlo, perché farsi vedere infelici è una
gran-de sconfitta e una profonda umiliazione. Per que-sto abbiamo un volto
sempre sorridente, mentre all'interno serbiamo la tristezza di sempre.
Den-tro di noi continuano ad accumularsi lacrime, mentre all'esterno
fingiamo di sorridere. In que-sto modo, quando qualcuno ci osserva
dall'esterno, ci trova sorridenti, mentre quando guarda dentro di sé, trova
infelicità. E questo per lui di-venta un problema: pensa che tutto il mondo
sia felice e solo lui non lo sia.
La stessa cosa capitò a quel mistico. Una notte, mentre pregava, disse a
Dio: «Non ti chiedo di non darmi l'infelicità perché, se la merito,
sicuramente dovrò riceverla, ma almeno ti chiedo di non dar-mene così tanta.
Ovunque vedo gente che ride, mentre io sono l'unico che piange; tutti
sembrano essere felici, io sono l'unico infelice; tutti paiono al-legri, io
sono l'unico triste, perso nell'oscurità. Do-po tutto, cosa ti ho fatto di
male? Ti prego fammi un favore: dammi l'infelicità di qualcun altro al
po-sto della mia. Scambia la mia infelicità con quella di qualcun altro a
tua scelta, e io l'accetterò».
Quella notte, dormendo, fece uno strano sogno. Vide un palazzo immenso con
mlioni di ganci appesi alle pareti, e milioni di persone che entra-vano,
recando ciascuna un fardello d'infelicità sulla schiena. Vedendo tanti
fardelli d'infelicità, rimase sconcertato e si spaventò: i fagotti portati
dagli altri erano molto simili al suo; la forma e le dimensioni erano le
stesse. Cadde in un'estrema confusione: aveva sempre visto i suoi vicini
sorri-dere, e tutte le mattine, quando chiedeva loro co-me andava, si
sentiva rispondere: «Molto bene». Adesso vedeva che quelle stesse persone si
porta-vano dietro la sua stessa quantità di infelicità.
Vide politici con i loro sostenitori, e guru con i loro discepoli: tutti con
lo stesso carico. Il saggio e l'ignorante, il ricco e il povero, il sano e
il malato:
il carico era per ognuno lo stesso. Il mistico rima-se sbalordito: per la
prima volta vedeva quei far-delli, mentre fino ad allora aveva visto solo i
volti delle persone.
All'improvviso una voce tuonò nella stanza:
«Appendete i vostri fardelli!». Tutti! incluso il mi-stico, fecero com'era
stato ordinato, affrettandosi a liberarsi dei propri problemi; nessuno li
voleva portare un secondo di più; anche noi, se ci fosse data una simile
possibilità, li appenderemmo su-bito da qualche parte.
Poi risuonò un'altra voce, che disse: «Adesso, ognuno di voi prenda il
carico che preferisce». Po-tremmo sospettare che il mistico prendesse
rapi-damente il carico di qualcun altro, ma non fece un errore simile. In
preda al panico, corse ad afferra-re il suo fardello, prima che qualcun
altro lo pren-desse; altrimenti avrebbe avuto un problema in più, visto che
avevano tutti lo stesso aspetto.
Il mistico pensò che fosse meglio avere il proprio fardello, almeno le sue
sofferenze gli erano familia-ri. Chissà quali dolori c'erano nei fardelli
degli al-tri? Un'infelicità con cui si ha familiarità è di per sé meno
triste: è un'infelicità nota, conosciuta.
Per cui, in stato dì panico, si precipitò a recupe-rare il suo fardello,
prima che qualcun altro potes-se metterci sopra le mani. Ma, guardandosi
intor-no, scoprì che tutti erano corsi a ripréndere i loro fardelli; nessuno
aveva preso quello di un altro. Chiese: «Perché avete tanta fretta di
riprendere i vostri fardelli?».
La risposta fu: «Ci siamo spaventati. p.28-29
Finora avevamo creduto che tutti gli altri fossero felici e solo noi non lo
fossimo». A chiunque il mistico ponesse quella domanda, la risposta era la
stessa:
tutti avevano sempre creduto che gli altri fossero felici. «Addirittura
pensavamo che anche tu fossi felice, perché cammina~ sempre con il sorriso
sul volto; non avremmo mai immaginato che anche tu portassi un carico di
tristezza dentro di te» dis-sero. Spinto dalla curiosità, il mistico chiese:
«Per-ché avete ripreso il vostro fardello e non lo avete scambiato con
quello di un altro?». Quegli altri ri-sposero: «Oggi, ognuno di noi aveva
pregato Dio chiedendogli di scambiare il proprio fardello d'infelicità. Ma
quando abbiamo visto che i far-delli erano uguali per tutti, ci siamo
spaventati; non avevamo mai immaginato una cosa simile. Per cui abbiamo
capito che era meglio riprenderci il nostro carico, quanto meno ci è noto e
ci è fami-liare. Perché accollarsi nuove tristezze? A poco a poco, ci siamo
abituati alle vecchie». Quella notte nessuno prese il fardello di qualcun
altro. Il misti-co si svegliò e ringraziò Dio, colmo di gratitudine, per
avergli permesso di riprendersi la sua infeli-cità. E decise che non gli
avrebbe mai più rivolto preghiere simili.
In realtà, la logica dietro a tutto ciò è la stessa. Quando confrontiamo il
viso degli altri con la no-stra realtà, commettiamo un grosso errore. E
quella stessa logica errata è all'opera con le nostre conce-zioni della vita
e della morte. Hai visto morire gli al-tri, ma non hai mai visto morire te
stesso. Vediamo la morte degli altri, ma non sappiamo mai se qual-
cosa dentro quelle persone sopravvive. Poiché di-ventiamo inconsapevoli nel
momento decisivo, la morte per noi resta un mistero. Ecco perché è
im-portante entrare di propria volontà nella morte. Se una persona vede la
morte anche per una sola volta, se ne libera, la vince. In realtà, non ha
senso parlare di vittoria, perché non c'è nulla da vincere: a quel punto,
semplicemente la morte non esiste più.
Se sommando due più due una persona scrive cinque, e il giorno dopo si
accorge che due più due fa quattro, potrà forse dire di aver vinto sul
cinque, rendendolo un quattro? In realtà, dirà di non aver affatto vinto,
perché non era un cinque. Scrivere cinque era stato un suo errore, una sua
illusione: i suoi calcoli erano sbagliati, perché il totale era quattro;
aveva pensato che fosse cinque, ma non lo era. Una volta constatato
l'errore, la questione è chiusa. Quell'uomo potrebbe forse dire: «Come posso
liberarmi dal cinque? Ora mi accorgo che due più due fa quattro, ma prima li
avevo sommati come cinque. Come mi posso liberare dal cinque?». Quell'uomo
non chiederà mai come conseguire una simile libertà, perché quando si scopre
che due più due fa quattro, la storia è finita. Il cinque non esiste più: da
cosa ci si deve mai liberare?
Non occorre liberarsi dalla morte, né trionfare su di essa; bisogna
conoscerla. La vera Conoscenza diventa libertà, la conoscenza stessa diventa
vit-toria. Per questo in precedenza ho detto che sape-re è potere, libertà,
e anche vittoria. Conoscere la morte ne decreta la fine; a quel punto,
all'improv-viso, saremo per la prima volta connessi alla vita. p.30-31

Ecco perché, parlando della meditazione, ho detto come prima cosa che si
tratta di un ingresso volontario nella morte. La seconda cosa che vor-rei
dirti è questa: chi entra di propria volontà nel-la morte trova,
inaspettatamente, l'ingresso alla vita. Sebbene quella persona fosse in
cerca della morte, di fatto trova la vita eterna; pur volendo entrare nel
palazzo della morte, si ritrova nel tem-pio della vita. E chi scappa dal
palazzo della mor-te non raggiunge mai il tempio della vita.
Posso farti notare che le mura di quel tempio so-no istoriate con le ombre
della morte? E che su quel-le mura sono tracciate le immagini della morte? E
poiché si fugge dalla morte, in realtà si sta scappan-do dal tempio della
vita? Solo quando accetteremo la morte, potremo accettare quelle mura. Se
riuscis-simo a entrare nella morte, raggiungeremmo il tem-pio della vita. La
divinità della vita dimora tra le mura della morte; le immagini della morte
sono in-cise dovunque, sulle mura del tempio della vita. Ma noi scappiamo
alla loro semplice vista.
Se sei stato a Khajuraho, avrai notato una cosa strana: tutt'intorno alle
mura sono scolpite scene di sesso, figure nude e oscene.
Ma se un uomo scap-passe alla loro vista, non potrebbe vedere la divi-nità
all'interno. Dentro c'è l'immagine di Dio e al
l'esterno di sesso, di passione e d'amore. Chi ha costruito i templi di
Khajuraho dev'essere stata gente splendida. Ha raffigurato
una profonda ve-rità della vita: il sesso è presente sulle mura esterne, e
se scapperai non potrai mai realizzare il brama
charya, il celibato, perché il bramacharya è all'inter-
no. Se riuscirai ad attraversare quelle mura, rag-giungerai anche il
bramacharya. Il samsara, il mondo mortale, è raffigurato sulle pareti, e
fuggirne lonta-no non ti porterà mai a Dio, perché colui che dimora dentro
le mura del samsara è Dio stesso.
Io ti sto dicendo esattamente la stessa cosa. Da qualche parte, in qualche
luogo, dovremmo costrui-re un tempio sulle cui mura è raffigurata la morte,
mentre la divinità della vita è assisa all'interno. Questa è la verità.
Pertanto, fuggendo dalla morte, evitiamo allo stesso tempo la divinità della
vita.
Io affermo entrambe le cose allo stesso tempo: la meditazione è un accesso
volontario nella morte, e chi entra volontariamente nella morte consegue la
vita. Ciò vuol dire: chi incontra la morte alla fine scopre che è scomparsa
e si ritrova tra le braccia della vita. Sembra contraddittorio - vai in
cerca della morte e ti imbatti nella vita - ma non lo è.
Per esempio, i miei vestiti... se cercherai me, ti imbatterai prima di tutto
in essi, sebbene io non sia i vestiti. E se ti farai condizionare dai
vestiti e scapperai via, non riuscirai mai a conoscermi. D'altra parte, se
ti avvicinerai sempre più a me, senza farti condizionare dai miei vestiti,
sotto di essi troverai il mio corpo. Ma anche il corpo, in senso più
profondo, è un indumento, e se lo sfug-girai non troverai mai chi sta dentro
di me. Se il corpo non ti spaventasse e tu continuassi il viag-gio
all'interno, sapendo che anch'esso è un vesti-to, incontreresti sicuramente
chi vi sta dentro, co-lui che tutti desiderano incontrare.
La cosa interessante è che il corpo è il muro, e il
Divino risiede con grazia all'interno. Il muro è la materia; dentro c'è il
Divino, la consapevolezza insediata in tutta la sua gloria. In verità,
questi so-no opposti: il muro materiale e la divinità della vita. Se
comprendi correttamente, il muro è la morte e il Divino la vita.
Quando un artista dipinge un quadro, crea uno sfondo scuro per far risaltare
il bianco. Le linee bianche sono più visibili su uno sfondo scuro. Se
qualcuno aborrisse il nero, non potrebbe vedere il bianco. Non saprebbe che
proprio il nero fa risal-tare il bianco.
In modo simile, le spine circondano le rose in fiore. Chi ha paura delle
spine non può arrivare alle rose. Evitando le spine eviterà anche i fiori.
Viceversa, chi accetta le spine e le avvicina senza paura, scopre con
stupore che le spine servono solo a proteggere il fiore; non sono altro che
il muro esterno del fiore, il muro di protezione. Il fiore spunta tra le
spine, e queste non sono sue nemiche. I fiori fanno parte delle spine e
queste dei fiori: scaturiscono entrambi dalla stessa ener-gia vitale della
pianta.
Ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte sono entrambe parti di una
vita più gran-de. Io respiro: il respiro entra ed esce. Lo stesso respiro
che esce, entra dopo un po'; e il respiro che entra, poi esce. Inspirare è
vita ed espirare è morte; entrambi gli atti sono parti di una vita più
grande: vita e morte che camminano fianco a fianco. La nascita è una tappa,
la morte un'altra;

ma se riuscissimo a penetrare all'interno, otter-remmo la visione di una
vita più grande.

Nelle pagine che seguono affronteremo le me-ditazioni sull'ingresso nella
morte, e al tempo stesso vi parlerò di molte delle sue dimensioni. Ora
faremo la prima meditazione. Vorrei spiegare qualcosa al riguardo.
Ormai devi aver capito il mio punto di vista:
dobbiamo raggiungere un punto interiore, in profondità, dove non è possibile
morire. Dobbia-mo lasciar cadere l'intera circonferenza esterna, co-me
accade nella morte. Nella morte il corpo, i senti-menti, i pensieri,
l'amicizia e l'inimicizia vengono meno; tutto scompare. Il mondo esterno si
dissolve completamente e solo noi restiamo, solo il Sé, solo la
consapevolezza permane imperturbabile.
IAnche in meditazione dobbiamo lasciar cadere ogni cosa e morire, mantenendo
solo l'osservato-re, il testimone interiore; allora avverrà una mor-te. In
tutto questo tempo di meditazione, se avrai il coraggio di morire e
abbandonarti, potrà acca-dere il fenomeno chiamato samaditi.
Samadhi, ricorda, è una parola bellissima. Lo sta-to di meditazione profonda
e la tomba di una perso-na vengono entrambi chiamati samadhi. Ci hai mai
pensato? Si chiamano samaditi tutti è due. In realtà hanno un segreto in
comune, un punto di incontro.
Quando una persona raggiunge il samaditi, il corpo diventa del tutto simile
a una tomba: a quel punto comprende che dentro di lui esiste qualcu-no,
mentre all'esterno esiste solo oscurità p..35

Quando qualcuno muore, costruiamo una tom-ba che chiamiamo samadhi. Ma
questo è un samadhi costruito dagli altri. Se riuscissimo a creare il
no-stro stesso samadhi, prima che gli altri lo facciano, avremmo creato
quel fenomeno di cui siamo alla ricerca. Gli altri avranno di certo
l'occasione di co-struire la nostra tomba, ma noi potremmo anche perdere
l'opportunità di creare il nostro samadhi. Se riuscissimo a crearlo, allora
morirebbe solo il corpo ma non la consapevolezza. Noi non siamo mai morti,
né potremo mai morire; nessuno è mai mor-to, né potrà mai esserlo. Per
comprenderlo, però, dovremo discendere tutti i gradini della morte.
Voglio mostrarti i tre passi che seguiremo. E chissà? Potrebbe anche
accadere adesso: potresti avere il tuo samadhi, non quello costruito dagli
al-tri, ma quello che crei tu, di tua volontà.
Ci sono tre fasi. La prima prevede di rilassare il corpo: devi rilassarlo
fino a sentirlo lontanissimo, come se non avessi più nulla a che fare con
esso. Devi togliere qualsiasi energia dal corpo e portar-la dentro di te.
Qualsiasi quantità di energia dia-mo al corpo fluisce in esso, e qualsiasi
quantità ne asportiamo scende all'interno.
Ci hai mai fatto caso? Quando litighi con qual-cuno, da dove viene tutta
quell'energia? Quando sei in collera, riesci a sollevare una roccia
gigante-sca, mentre quando sei calmo non riesci neppure a spostarla. Eppure
è sempre il tuo corpo: ti sei mai chiesto da dove viene quell'energia? Tu
hai fornito quell'energia, era indispensabile in un momento di pericolo,
poiché un nemico si parava
di fronte a te. Sapevi che la tua vita poteva essere minacciata se non
avessi sollevato quel masso, e hai riversato tutta la tua energia nel corpo.
Una volta è accaduto questo: un uomo era para-lizzato e costretto a letto da
due anni; non riusciva più ad alzarsi né a muoversi. I dottori si arresero,
dichiarando che la paralisi sarebbe durata per il re-sto della sua vita. Poi
una notte la casa andò a fuoco e tutti corsero fuori. Dopo essere usciti, si
accorsero che il capofamiglia era rimasto intrappolato all'in-terno, poiché
non poteva muoversi; che ne sarebbe stato di lui? Ma quando si guardarono
intorno, alla luce di alcune torce, scoprirono che il vecchio era già
uscito dalla casa. Gli chiesero se fosse scappato con le sue gambe. L'uomo
rispose: «Com'è possibi-le che abbia camminato? Come può essere succes-so?».
Ma di certo aveva camminato, era indubbio.
Si può spiegare così: quando la casa andò a fuo-co e tutti scapparono, per
un istante si dimenticò della paralisi e portò di nuovo tutta la sua energia
nel corpo. Ma quando la gente lo vide alla luce del-le torce e gli chiese
come avesse fatto a uscire, esclamò: «Ahimè, sono paralizzato!», e cadde a
terra. In quel momento l'energia lo abbandonò e non fu più in grado di
capire come fosse stato pos-sibile per lui camminare. Tutti cortinciarono a
spiegargli che non era veramente paralizzato; se era riuscito a camminare
per quel tratto, poteva camminare per il resto della vita, ma lui
continua-va a ripetere: «Non riuscivo a sollevare la mano, né il piede;
com'è successo?». Non poteva spiegarse-lo; né sapeva indicare chi lo avesse
portato fuori. p.36-37
Nessuno lo aveva portato fuori; era uscito da so-lo. Ma non sapeva che, di
fronte al pericolo, la sua anima aveva riversato tutta l'energia nel corpo;
quindi, poiché lui si sentiva paralizzato, l'aveva in-camerata di nuovo
all'interno, facendolo tornare immobile. Incidenti del genere non sono
accaduti una o due volte, sono centinaia i casi in cui persone colpite da
paralisi ne sono venute fuori in situazio-ni di pericolo, come una casa in
fiamme.
Sto dicendo questo: noi abbiamo riversato ogni energia nel corpo, ma non
sappiamo come ritirar-la. Di notte ci sentiamo riposati perché l'energia si
ritrae all'interno e il corpo si rilassa, rendendoci di nuovo freschi la
mattina. Ma alcuni non riesco-no a ritirare l'energia nemmeno di notte;
questa resta bloccata nel corpo e rende loro difficile ad-dormentarsi.
L'insonnia è indice che l'energia ri-versata in precedenza nel corpo non
riesce a tro-vare la strada per tornare alla fonte.
Nella prima fase di questa meditazione tutta l'energia dev' essere ritratta
dal corpo.
Ebbene, questa è la cosa interessante: è suffi-ciente percepirlo perché
l'energia ritorni. Se, per un istante, qualcuno riesce a sentire che la sua
energia si sta ritraendo e il corpo si rilassa, sco-prirà che esso si
rilassa ancora di più, e più anco-ra, fino ad arrivare a un punto in cui non
sarà possibile sollevare la mano, neanche volendolo. Pertanto, attraverso
questa percezione, è possibile ritrarre la nostra energia dal corpo.
Quindi, la prima cosa da fare è riportare l'ener-gia vitale, il prana, alla
fonte. Ciò acquieterà il corpo
- esattamente come fosse un guscio - e lo si potrà osservare, come se fosse
intervenuta la distanza che esiste tra il guscio e la polpa di una noce di
coc-co matura; cioè, si è creata una separazione e il cor-po è sdraiato,
immobile, al di fuori di noi, proprio come un guscio, come un vestito
smesso.
Il passo successivo è rilassare il respiro. In profondità il respiro
contiene l'energia vitale, il prana, ed è per questo che un uomo muore
quando il respiro cessa. Il respiro è il legame profondo con il corpo, il
ponte tra anima e corpo: ecco dov'è il contatto. Per questo chiamiamo prana
il respiro. Nell'istante in cui il respiro cessa, il prana ci lascia.
Esistono molte tecniche che fanno uso del respiro.
Cosa accade quando una persona rilassa com-pletamente il suo respiro e lo
tiene calmo e tran-quillo? Lentamente, il respiro arriva a un punto in cui
non si può più dire se, dentro di sé, si stia an-cora respirando oppure no.
Spesso una persona in quello stato comincia a chiedersi se è ancora vi-va,
oppure è morta, se il respiro persista o meno. Il respiro si fa così quieto
che non si sa più se si stia ancora muovendo.
Non devi controllare il respiro. Se proverai a trattenerlo, proromperà
all'esterno; se lo tratterrai fuori, irromperà all'interno: non lo potrai
mai con-trollare. Per questo dico che non devi fare nulla, sii semplicemente
più rilassato, sempre più quieto. Lentamente, a un certo punto, il respiro
comincia ad acquietarsi. Anche se accade solo per un attimo, in
quell'istante è possibile vedere una distanza in-finita tra il corpo e
l'anima. E come se in questo momento arrivasse un lampo e io vedessi tutte
le vo-stre facce in un baleno.
Dopodiché il lampo non c'è più, eppure io ho visto le vostre facce.
Quando il respiro cessa per un istante, esatta-mente a metà, un lampo
illumina improvvisa-mente tutto il tuo essere e diventa evidente che tu e il
corpo siete separati: in quell'istante è soprav-venuta la morte. Pertanto,
nel secondo stadio, de-vi rilassare il respiro.
Nel terzo stadio, va rilassata la mente. Se il re-spiro sarà rilassato ma la
mente non lo sarà, av-verrà l'illuminazione, ma tu non sarai in grado di
capire cos'è avvenuto, perché la mente resterà oc-cupata dai pensieri. Se un
lampo esplodesse ades-so, e io restassi perso nei miei pensieri, lo verrei a
sapere solo dopo che si è manifestato. Nel frat-tempo, il lampo è già
apparso e io ero perso nei miei pensieri. Certo, la luce esplode non appena
il respiro cessa, ma sarà notata solo se i pensieri ces-seranno; altrimenti
l'opportunità andrà perduta. Quindi la terza fase è quella di rilassare la
mente.
Dopo aver attraversato questi tre stadi, nel quar-to sederemo in silenzio.
Puoi sdraiarti o stare sedu-to, come preferisci. Sàrà più facile sdraiarsi;
possia-mo usare al meglio questa spiaggia bellissima. Tutti dovrebbero avere
uno spazio intorno a sé, e sdraiarsi. Se qualcuno vuole sedersi va
benissimo, ma se il corpo comincia a cadere all'indietro non va controllato:
quando si rilassa completamente, il corpo potrebbe cominciare a cadere, ma
se lo con-trolli non può rilassarsi fino in fondo.
Ora, nel quarto stadio rimarrai in silenzio per
dieci minuti. In questi giorni, durante quel silenzio, farai lo sforzo di
vedere la morte, di lasci~-accadere. Io ti accompagnerò con la mia voce
sentire il corpo, il respiro e la mente che si rilassano, poi resterò in
silenzio, le luci si abbasseranno e per dieci minuti resterai sdraiato,
tranquillo. Starai immobile, in silenzio, a osservare tutto che si muove
dentro dite.
Fa' abbastanza spazio intorno a te in modo che se il corpo cade, non finisca
addosso a qualcuno Chi desidera sdraiarsi deve fare spazio intorno a sé...
sarebbe meglio se si sdraiasse sulla spiaggia in silenzio... nessuno
dovrebbe
parlare o andarsene interrompendo questa fase.
Bene, mettiti a sedere... siediti lì dove sei sdraiati... Chiudi gli
occhi... chiudi gli occhi e rilassa il corpo. Lascialo lib~ro. Poi, man mano
che ti parlo, comincia ad accompagnarti a me nel sentire. Continuando a
sentire, il corpo si rilasse sempre più, finché giacerà a terra come fosse
senza vita, totalmente rilassato.
Comincia a sentire. Il corpo si sta rilassando, continua a rilassarlo...
continua a rilassare il tuo corpo e senti che si sta rilassando. Il corpo si
stai rilassando... sentilo... rilassa ogni parte del tuo corpo. E dentro
di te senti lo... il corpo si rilassa. La tua energia torna all'interno...
l'energia si sta ritraendo dal corpo, si volge all'interno... l'energia si
sta ritirando. Il corpo si sta rilassando... il corpo si sta rilassando...
il
corpo si sta rilassando... Lascia andare completamente, come se non fossi
più vivo... Lascia che il corpo cada così com'è... Lascia che sia
completamente libero... Il corpo si è rilassa-to... il corpo si è
rilassato... il corpo si è rilassato... Lasciati andare... lasciati andare.
Il corpo si è rilassato. il corpo si è completa-mente rilassato, come se non
vi fosse vita. Tutta l'energia del corpo è passata all'interno... Il corpo
si è rilassato... il corpo si è rilassato... il corpo si è rilassato...
Lasciati andare, lasciati andare com-pletamente, come se il corpo non ci
fosse più.
Siamo entrati all'interno. Il corpo si è rilassa-to... il corpo si è
rilassato... il corpo si è rilassa-to... Il respiro sta rallentando...
Rilassa anche il respiro... rilassalo completamente... lascia che entri ed
esca da solo.
Lascialo libero... non c'è bisogno di fermarlo o rallentarlo, lascia che sia

rilassato. Lascia che il re-spiro entri il più possibile... lascialo uscire
il più possibile... Il respiro si acquieta... il respiro si ac-quieta...
Senti: il respiro si sta calmando... il respiro si sta calmando e
rilassando... il respiro si sta rilas-sando... rallenta... si acquieta...
ora rilassa la mente e senti che i pensieri stanno rallentando... i pensieri
stanno rallentando... la mente si è calma-ta... la mente si è
calmata..........
****************************************************************

Dax

unread,
Jun 26, 2000, 3:00:00 AM6/26/00
to
scusami proprio non posso...
dove troverò mai il tempo per non leggere tutte queste cose...

lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...


>
> Ho attraversato la vita assimilando bugie, le verita' sono mille e ognuno

> ...
MEGA-CUT PAZZESCO


Tibetano

unread,
Jun 26, 2000, 3:00:00 AM6/26/00
to
"lucy mnt" ha scritto
> [ by OSHO RAJNEESH ]
> Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. [...]

> I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a Dio.
> [...]
> Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente crede nell'immortalità dell'anima
> per semplice paura della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine, seduto

> al tempio o nella moschea, c'è chi recita:
> «Nessuno muore e l'anima è immortale». [...]

> Ma certa gente venera anche i pazzi...
>[...] vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
> sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne
> sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta dall'ombra e

> non corre, quindi non crea ombra alcuna».
> Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare dalla
> propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui scappiamo
> comincia a inseguirci: più velocemente corriamo e più velocemente ci
> insegue, perché si tratta della nostra stessa ombra. [...]

Osho dovrebbe essere studiato nelle scuole....
forse formeremmo coscienze migliori....

¨ ~ t...@shi.delek ~ ¨
¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
www.tibet.3000.it/
www.consapevolezza.3000.it/
´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` °º¤ø,¸¸,ø¤º°`

Neuro

unread,
Jun 26, 2000, 3:00:00 AM6/26/00
to
vero!
Tibetano <e-mail:tibe...@lycosmail.com> wrote in message
qeG55.281020$VM3.2...@news.infostrada.it...

> "lucy mnt" ha scritto
> > [ by OSHO RAJNEESH ]
> > Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. [...]

> > I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a
Dio.
> > [...]
> > Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente crede nell'immortalità
dell'anima
> > per semplice paura della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine,

seduto
> > al tempio o nella moschea, c'è chi recita:
> > «Nessuno muore e l'anima è immortale». [...]

> > Ma certa gente venera anche i pazzi...
> >[...] vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
> > sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne
> > sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta dall'ombra

e
> > non corre, quindi non crea ombra alcuna».
> > Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare dalla
> > propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui
scappiamo

lucy mnt

unread,
Jun 26, 2000, 3:00:00 AM6/26/00
to
e' un libro bellissimo, di facile lettura e assimilazione, che dici continuo
a postarlo?
Magari taglio a meta i capitoli che sono un po' lunghetti, li divido in due
puntate,che dici lo levo il xpost, o continuo cosi' nella speranza che non
s'incaxxa nessuno.
baci Lucy
"Dax" <domen...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:2Px55.279945$VM3.2...@news.infostrada.it...

> scusami proprio non posso...
> dove troverò mai il tempo per non leggere tutte queste cose...
>
> lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
> Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...
> >
> > Ho attraversato la vita assimilando bugie, le verita' sono mille e
ognuno
> > ...
> MEGA-CUT PAZZESCO
>
>
>


lucy mnt

unread,
Jun 26, 2000, 3:00:00 AM6/26/00
to
Sono daccordo, offre molti spunti di riflessione ai giovanissimi, e anche
meno giovanissimi quelli che hanno passato i 20 :-)
"Tibetano" <e-mail:tibe...@lycosmail.com> ha scritto nel messaggio
news:qeG55.281020$VM3.2...@news.infostrada.it...

> "lucy mnt" ha scritto
> > [ by OSHO RAJNEESH ]
> > Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. [...]

> > I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a
Dio.
> > [...]
> > Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente crede nell'immortalità
dell'anima
> > per semplice paura della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine,

seduto
> > al tempio o nella moschea, c'è chi recita:
> > «Nessuno muore e l'anima è immortale». [...]

> > Ma certa gente venera anche i pazzi...
> >[...] vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
> > sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne
> > sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta dall'ombra

e
> > non corre, quindi non crea ombra alcuna».
> > Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare dalla
> > propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui
scappiamo

Dax

unread,
Jun 27, 2000, 3:00:00 AM6/27/00
to
Dai Lucia, non ti inca22are! Guarda che sono Ateo eppure mi piace più il
pensiero orientale che il nostro. E poi pensaci bene prima di baciarmi, non
vorrei prenderci gusto...

lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message

suJ55.282075$VM3.2...@news.infostrada.it...


> e' un libro bellissimo, di facile lettura e assimilazione, che dici
continuo
> a postarlo?
> Magari taglio a meta i capitoli che sono un po' lunghetti, li divido in
due
> puntate,che dici lo levo il xpost, o continuo cosi' nella speranza che non
> s'incaxxa nessuno.
> baci Lucy
> "Dax" <domen...@libero.it> ha scritto nel messaggio
> news:2Px55.279945$VM3.2...@news.infostrada.it...
> > scusami proprio non posso...
> > dove troverò mai il tempo per non leggere tutte queste cose...
> >
> > lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
> > Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...
> > >

> > > Ho attraversato la vita assimilando bugie, le verita' sono mille e
> ognuno

> > > ...
> > MEGA-CUT PAZZESCO
> >
> >
> >
>

Cane di Pavlov

unread,
Jun 27, 2000, 3:00:00 AM6/27/00
to
cara lucy del cimitero

come trovi il tempo di trascrivere tanta robba?


lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message

zpP55.294765$VM3.2...@news.infostrada.it...


> Sono daccordo, offre molti spunti di riflessione ai giovanissimi, e anche
> meno giovanissimi quelli che hanno passato i 20 :-)
> "Tibetano" <e-mail:tibe...@lycosmail.com> ha scritto nel messaggio
> news:qeG55.281020$VM3.2...@news.infostrada.it...
> > "lucy mnt" ha scritto
> > > [ by OSHO RAJNEESH ]

> > > Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. [...]


> > > I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti
a
> Dio.

> > > [...]
> > > Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente crede nell'immortalità
> dell'anima
> > > per semplice paura della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine,


> seduto
> > > al tempio o nella moschea, c'è chi recita:

> > > «Nessuno muore e l'anima è immortale». [...]


> > > Ma certa gente venera anche i pazzi...

> > >[...] vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
> > > sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che
ne
> > > sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta


dall'ombra
> e
> > > non corre, quindi non crea ombra alcuna».
> > > Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare
dalla
> > > propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui
> scappiamo

lucy mnt

unread,
Jun 27, 2000, 3:00:00 AM6/27/00
to
che male c'e' in qualche bacetto innocente
prendici pure gusto, che la vita e fatta anche di questo, basta tenere
lontano il fango, che alcuni tentano di buttare sopra giochi innocenti

VOLPINI

ciao smaaaaack

Lucy

non sono per nulla inncaxxxata
arismaaaaack
"Dax" <domen...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:0SS55.296068$VM3.2...@news.infostrada.it...


> Dai Lucia, non ti inca22are! Guarda che sono Ateo eppure mi piace più il
> pensiero orientale che il nostro. E poi pensaci bene prima di baciarmi,
non
> vorrei prenderci gusto...
>

> lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message

> suJ55.282075$VM3.2...@news.infostrada.it...
> > e' un libro bellissimo, di facile lettura e assimilazione, che dici
> continuo
> > a postarlo?
> > Magari taglio a meta i capitoli che sono un po' lunghetti, li divido in
> due
> > puntate,che dici lo levo il xpost, o continuo cosi' nella speranza che
non
> > s'incaxxa nessuno.
> > baci Lucy
> > "Dax" <domen...@libero.it> ha scritto nel messaggio
> > news:2Px55.279945$VM3.2...@news.infostrada.it...
> > > scusami proprio non posso...
> > > dove troverò mai il tempo per non leggere tutte queste cose...
> > >

> > > lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message

> > > Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...


> > > >
> > > > Ho attraversato la vita assimilando bugie, le verita' sono mille e
> > ognuno

> > > > ...
> > > MEGA-CUT PAZZESCO
> > >
> > >
> > >
> >
>
>


Tibetano

unread,
Jun 28, 2000, 3:00:00 AM6/28/00
to
"lucy mnt" ha scritto

> Sono daccordo, offre molti spunti di riflessione ai giovanissimi, e anche
> meno giovanissimi quelli che hanno passato i 20 :-)

invece, purtroppo, si preferisce incanalare le tendenze spirituali verso il
bigottismo più insensato e propinare storielle che parlano di frutti
sconsigliabili, paradisi perduti, peccati originali, mari che si aprono, profezie
industriose, popoli eletti, annunciazioni angeliche, stragi di innocenti,
concepimenti virginali, mitiche divinizzazioni, falsi testamenti, santità paoline,
primati pietrini, lazzari risorti, vangeli canonici che litigano con gli apocrifi,
santi assassini, pesci moltiplicati, presepi con buoi ed asinelli, magi, pastori,
stelle comete, 'sante' inquisizioni, diavoli tentatori, misteri in varie salse,
pàpa buoni, inverosimili apparizioni, etc... etc.... etc.... etc.....

> > "lucy mnt" ha scritto
> > > [ by OSHO RAJNEESH ]

> > > Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. [...]

> "Tibetano" ha scritto:


> > Osho dovrebbe essere studiato nelle scuole....
> > forse formeremmo coscienze migliori....

t...@shi.delek
« " Tibetano " »
http://users.iol.it/aetos/pro_tibet.html
http://utenti.tripod.it/tibetano/tibet.html
http://www.tibet.org/Languages/italian.html

Neuro

unread,
Jun 28, 2000, 3:00:00 AM6/28/00
to
mah, sarà ma per me il vangelo è il trittico scritto da De Sade!!
Neuro

Tibetano <e-mail:tibe...@lycosmail.com> wrote in message
Cph65.303127$VM3.2...@news.infostrada.it...

Thor the freethinker

unread,
Jun 28, 2000, 3:00:00 AM6/28/00
to
lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...

> NESSUNO È MAI MORTO


> E NESSUNO POTRÀ MAI MORIRE.
> FIINCHÉ NON CAPIREMO
> CHE LA MORTE NON ESISTE,
> NE AVREMO PAURA E LA NOSTRA VITA
> NON SARÀ AUTENTICA.
>
>
> NON ESISTE BUGIA PIU' GRANDE DELLA MORTE :
>

[cut]

Stai tranquilla, non sarò io ad incaxxarmi.
Veramente bella la "prima puntata", aspetto con ansia la prossima.

ciao

Thor the freethinker
<vic...@libero.it>


lucy mnt

unread,
Jun 28, 2000, 3:00:00 AM6/28/00
to
Arrivera' molto presto
sono contenta che ti e' piaciuto il primo capitolo del libro "L'IMMORTALITA'
DELL'ANIMA DI: OSHO RAJEENEHS, io lo trovo molto interessante trova
riscontro nella mia mente senza troppi conflitti la beffarda natura un po'
strafottente,ma rispettosa delle varie religioni e' il toccasana che in
questo momento mi e' molto utile, e poi lo trovo logico nelle sue teorie
sperimentabili in qualsiasi momento, di facile lettura, ma di "pesante
contenuto, a dire il vero l'ho postato per fare un piacere a me, che
rileggendolo in ng parecchie volte, assimilo cose che mi sfuggono
leggendolo una sola volta, ma mi sa che lo leggero una 3 volta prima di
cominciare l'altro in cantiere ^__^
Ciao Lucy
"Thor the freethinker" <vic...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:NCl65.304568$VM3.2...@news.infostrada.it...

> lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
> Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...
>
> > NESSUNO È MAI MORTO
> > E NESSUNO POTRÀ MAI MORIRE.
> > FIINCHÉ NON CAPIREMO
> > CHE LA MORTE NON ESISTE,
> > NE AVREMO PAURA E LA NOSTRA VITA
> > NON SARÀ AUTENTICA.
> >
> >
> > NON ESISTE BUGIA PIU' GRANDE DELLA MORTE :
> >

lucy mnt

unread,
Jun 29, 2000, 3:00:00 AM6/29/00
to
Tibetano ha scritto
.....

> invece, purtroppo, si preferisce incanalare le tendenze spirituali verso
il
> bigottismo più insensato e propinare storielle che parlano di frutti
> sconsigliabili, paradisi perduti, peccati originali, mari che si aprono,
profezie
> industriose, popoli eletti, annunciazioni angeliche, stragi di innocenti,
> concepimenti virginali, mitiche divinizzazioni, falsi testamenti, santità
paoline,
> primati pietrini, lazzari risorti, vangeli canonici che litigano con gli
apocrifi,
> santi assassini, pesci moltiplicati, presepi con buoi ed asinelli, magi,
pastori,
> stelle comete, 'sante' inquisizioni, diavoli tentatori, misteri in varie
salse,
> pàpa buoni, inverosimili apparizioni, etc... etc.... etc.... etc.....


be' magari leggendoli in una chiave Gnostmistfavolmitolallegorspiralidoso
magari
alla lunga......... si puo'.......trarne qualche cigliegina sottospirito ;-)
Ciao
Smaaaack
Lucy
"Tibetano" <e-mail:tibe...@lycosmail.com> ha scritto nel messaggio
news:Cph65.303127$VM3.2...@news.infostrada.it...

olonese

unread,
Jun 29, 2000, 3:00:00 AM6/29/00
to
Hey Tib sei "peggio" di Giordano Bruno(GianMariaVolontè)alla
fine del film quando poi gli serrano la lingua con uno strano oggetto
per portarlo in 'Campo dei fiori'.Meno male che adesso(Lucy ci assicura)
i tempi sono cambiati ;-) ................"non c'è Nerone"E.B.
"Ecclesia aborrit sanguine" fu la frase con la quale lo liquidarono al
potere
temporale . La santa madre chiesa cattolica evangelica apostolica e "romana"
infatti cos'è se non una continuazione e una sottile e geniale
trasformazione dell'impero
romano ormai in decadenza...............Tuttavia senza gli spericolati
contorsionismi
diplomatici che essa ha agito durante i secoli a danno di questo o
quell'invasore
noi saremmo ora solo una provincia spagnola o francese o austriaca o
turca...
.....mi sbaglio di tanto?............................un saluto.

"Tibetano" <e-mail:tibe...@lycosmail.com> ha scritto nel messaggio
news:Cph65.303127$VM3.2...@news.infostrada.it...

> "lucy mnt" ha scritto
> > Sono daccordo, offre molti spunti di riflessione ai giovanissimi, e
anche
> > meno giovanissimi quelli che hanno passato i 20 :-)
>

Neuro

unread,
Jun 29, 2000, 3:00:00 AM6/29/00
to
può essere, la bibbia cmq è un bel romanzo, palloso in certi punti
avvincente in altri!

Neuro
Tibetano <e-mail:tibe...@lycosmail.com> wrote in message
MTA65.308646$VM3.2...@news.infostrada.it...
> "Neuro" ha scritto

> > mah, sarà ma per me il vangelo è il trittico scritto da De Sade!!
>
> forse il tuo parallelo sarebbe più appropriato se riferito all'A.T.
> tuttavia imvho fra ciò che ha detto il Cristo storico e quello che è
giunto sulle
> nostre scrivanie c'è un bel budino di "aggiustamenti" che ne hanno
inquinato
> l'essenza originaria....
>
> ¨ ~ tashi delek ~ ¨

> ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
> www.Cristo.3000.it/

lucy mnt

unread,
Jun 29, 2000, 3:00:00 AM6/29/00
to

2° CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
DELL'ANIMA...... SECONDA PARTE :

(pagine da 61 a 77)

VEDERE LA VITA COME UN SOGNO


...........Un amico ha chiesto: «Che relazione c'è tra medi-tazione e
jati-smaran, il
ricordo delle vite passate?».

fati-smaran è un metodo per rievocare le vite passate, è un modo per
ricordare le nostre esisten-ze precedenti; è una forma di meditazione,
un'ap-plicazione specifica della meditazione. Per esem-pio, alla domanda:
«Cosa sono un fiume e un canale?», la risposta potrebbe essere che il canale
è un particolare tipo di fiume: programmato, con-trollato e sistematico. Il
fiume è caotico e incon-trollabile: arriverà anch'esso da qualche parte,
ma...p.-61 la sua destinazione è sconosciuta. La destinazione del canale è
garantita.
La meditazione è come un grande fiume che rag-giungerà senza dubbio
l'oceano. La meditazione ti porterà sicuramente a Dio. D'altra parte
esistono pratiche intermedie di meditazione che, come pic-coli affluenti,
possono essere indirizzate verso i ca-nali della meditazione. Jati-smaran è
uno di questi metodi ausiliari di meditazione. È possibile indi-rizzare la
forza della meditazione anche verso le vite passate perché meditazione vuoi
dire sempli-cemente mettere a fuoco l'attenzione. Esistono ap-plicazioni in
cui l'attenzione viene focalizzata su un oggetto dato, e una di queste è
lo jati-smaran: fo-calizzarsi sul ricordo sopito delle vite passate.
Tienilo a mente, i ricordi non vengono mai can-cellati: o sono latenti o
tornano in vita. Un ricordo latente solo in apparenza sembra essere
cancella-to. Se ti chiedessi cos'hai fatto il primo gennaio di vent'anni fa,
forse non riusciresti a rispondermi ma ciò non vuoi dire che quel giorno non
hai fatto nulla. Tuttavia, così d'acchito, quel primo gennaio di vent'anni
fa ti appare come un vuoto assoluto. Può non essere stato tale, bensì una
giornata den-sa di attività: oggi però sembra vuota. Allo stesso modo,
l'oggi diventerà una giornata vuota doma-ni. Tra dieci anni non ci sarà più
traccia di ciò che sta accadendo oggi.
Quindi non è che il primo gennaio di vent' anni fa non è mai esistito, o che
tu non esistevi in quel giorno. Ti si potrebbe chiedere: poiché non riesci a
ricordarti nulla di quel giorno, come puoi crede-
re che sia mai esistito? Invece è esistito, e c'è un modo per saperlo. La
meditazione può essere in-dirizzata anche in quella direzione. Non appena il
raggio della meditazione cadrà su quel giorno, ti stupirai nel vedere che
sembrerà più vivo di quanto sia mai stato in precedenza.
Per esempio, un uomo entra in una stanza buia e va in giro con una torcia.
Quando dirige la luce a si-nistra, il lato destro diventa buio, ma nulla di
ciò che vi si trova scompare. Quando torniamo a spo-stare la luce a destra,
quella parte torna di nuovo viva, mentre il lato sinistro resta avvolto dal
buio.
La meditazione ha una messa a fuoco, e se si vuole canalizzarla in una
direzione particolare, dev'essere usata come una torcia. Se invece si vuole
indirizzarla verso il Divino, bisognerebbe usarla come una lampada. Per
favore, comprendi bene questo punto.
La lampada non ha una messa a fuoco partico-lare, è indeterminata: si limita
a essere accesa e a diffondere la sua luce tutt'intorno. Una lampada non ha
la funzione di illuminare una parte o l'al-tra; tutto ciò che cade nel suo
raggio di luce viene illuminato. Una torcia, invece, è una lampada con una
precisa messa a fuoco.
Con una torcia concentriamo tutta la luce in modo che illumini una
direzione. Per cui è possi-bile che, sotto la luce di una lampada, le cose
sia-no visibili, ma in modo indistinto; per vederle chiaramente bisogna
concentrare la luce su un punto, come si fa con una torcia. In questo modo
qualcosa diventa evidente, però gli oggetti rimanenti..p.62-63 scompaiono
alla vista. In effetti, se un uomo volesse vedere chiaramente un oggetto,
dovrà fo-calizzare tutta la sua meditazione solo in una de-terminata
direzione e tenere al buio tutto il resto.
Chi vuole conoscere direttamente la verità del-la vita svilupperà la
meditazione come una lam-pada: questo sarà il suo unico obiettivo. E, di
fat-to, l'unico scopo della lampada è vedere se stessa. Se ci riesce è
sufficiente: è questo il suo scopo. Ma se si vuole fare un uso speciale
della lampada, co-me ricordare le vite passate, allora la meditazione andrà
canalizzata in una direzione.

Vi fornirò adesso due o tre spunti sul modo di analizzare la meditazione
verso il ricordo delle vite passate. Non vi darò tutte le indicazioni
perché, probabilmente~ pochissimi di voi sono interessati a farlo, quindi vi
darò solo due o tre suggerimenti che, ovviamente, non vi permetteranno di
avere esperienze con le vite passate, ma ve ne daranno un'idea. Non
discuterò la cosa nei dettagli, perché non è consigliabile a chiunque avere
esperienze in questo senso. Anzi, spesso può essere pericoloso.
Vorrei raccontare un episodio, in modo che quan-to sto dicendo sia chiaro.
Per circa due o tre anni una professoressa rimase in contatto con me, per
via della meditazione. Era interessatissima a speri-mentare lo jati-smaran,
il ricordo delle vite passate. Io l'aiutai, ma l'avvisai che sarebbe stato
meglio non fare quell'esperimento fino a quando la sua meditazione non si
fosse completamente sviluppa-ta, altrimenti avrebbe potuto essere
pericoloso. Già i ricordi di una sola vita sono difficili da sop-portare...
se quelli di tre o quattro vite dovessero spezzare la diga e irrompere
all'interno, una perso-na rischierebbe di impazzire. Per questo la natura
ha fatto in modo che ci scordassimo sempre il pas-sato: ci ha dato una
grande abilità a dimenticare più di quanto siamo in grado di ricordare,
altri-menti la mente non potrà reggere a un peso inso-stenibile. Un peso
maggiore richiede l'espansione delle facoltà mentali, e se i ricordi ti
cascassero ad-dosso prima che ciò sia avvenuto, comincerebbero i problemi.
Ma lei insisté e, senza fare attenzione al mio consiglio, si addentrò in
quella esperienza.
Quando il flusso dei ricordi della sua vita passa-ta finalmente si riversò
in lei, si precipitò da me alle due del mattino. Era in uno stato di
autentica pro-strazione. Disse: «Ciò che mi sta accadendo in qualche modo va
fermato. Non voglio nemmeno dare un'occhiata a queste cose». Ma non è così
faci-le fermare la marea dei ricordi, una volta che la me-moria si è
sciolta. E molto difficile chiudere una porta quando è stata sfondata...
perché in effetti la porta non è semplicemente aperta, viene sfondata. Ci
vollero circa quindici giorni, e solo a quel punto l'onda dei ricordi si
arrestò. Qual era il problema?
Questa donna affermava continuamente di es-sere molto devota, una donna
irreprensibile. Quando si trovò di fronte le scene della vita pas-sata in
cui era stata una prostituta e le immagini di questa sua attività
cominciarono a emergere, tutto il suo essere ne fu scosso; tutta la moralità
di questa vita ne fu sconvolta...p64-65


In questo tipo di rivelazione le visioni non sem-brano appartenere a qualcun
altro: era la stessa donna, che ora affermava di essere casta, che si vedeva
come una prostituta. Accade spesso: chi èstata una prostituta nella vita
passata diventa una persona devota nella successiva; è una reazione alle
sofferenze della vita precedente. È il ricordo del dolore e delle ferite
della vita passata che la tramuta in una persona virtuosa.
Accade spesso che uomini che erano mascalzo-ni nella vita precedente
diventino santi nella suc-cessiva. Per questo esiste una relazione profonda
tra farabutti e sant'uomini. Una reazione del ge-nere è molto frequente, e
il motivo è questo: ciò che abbiamo conosciuto ci ferisce e per questo
oscilliamo all'estremo opposto.
Il pendolo della nostra mente continua a muo-versi nella direzione opposta:
ha appena raggiunto la destra che già comincia a muoversi verso sini-stra,
tocca appena la sinistra e subito torna verso destra. Quando vedi il pendolo
di un orologio spo-starsi verso sinistra, stai certo che sta acquistando
forza per tornare a destra: si protenderà a destra tanto quanto si è proteso
a sinistra. Per questo acca-de spesso che una persona virtuosa diventi un
pec-catore, e un peccatore una persona virtuosa.
E un fenomeno più che frequente: questo tipo di oscillazioni accadono nella
vita di ognuno. Non pensare quindi che, come regola generale, chi è un santo
in questa vita lo sia stato anche in quella precedente. Non è
necessariamente così. Ciò che è necessariamente vero è l'esatto contra-
rio: quella persona è tanto gravata dal dolore per ciò che ha vissuto nella
vita precedente che, come comportamento, è cambiata del tutto.
Ho sentito una storia...
Un santo e una prostituta vivevano uno di fronte all'altra. Entrambi
morirono lo stesso gior-no. L'anima della prostituta venne portata in
pa-radiso e quella del santo, invece, all'inferno. Gli inviati venuti a
portarli via erano molto perplessi. Si chiedevano: «Cosa c'è di sbagliato?
C'è un er-rore? Perché dobbiamo portare il santo all'infer-no? Non era un
santo?».
Il più saggio tra loro disse: «Era certamente un santo, ma provava invidia
nei confronti della pro-stituta. Aveva continuamente la testa rivolta alle
feste e ai piaceri che si vivevano nella casa di fronte. Le note musicali
che arrivavano da quella casa lo scuotevano nel profondo del cuore. Nes-sun
ammiratore della prostituta, seduto davanti a lei, si turbava come lui
sentendo tintinnare i sona-gli alle sue caviglie. Tutta la sua attenzione
era sempre rivolta a quel luogo. Anche mentre prega-va Dio, le sue orecchie
ascoltavano i suoni che giungevano dall'altra casa.
«E la prostituta? Mentre languiva nella miseria, si chiedeva continuamente
in quale ignota beati-tudine vivesse il santo. Ogni volta che lo vedeva
portare fiori al tempio per le adorazioni del matti-no, si chiedeva: "Quando
sarò degna di portare i fiori all'altare? Sono tanto impura che a stento
trovo il coraggio di entrare nel tempio". Il santo non si è mai perso tra i
fumi dell'incenso, fra le luci...p.66-67 delle lampade e i canti devozionali
quanto la prostituta. La prostituta ha
sempre aspirato alla vita del santo, e il santo invece bramava i piaceri
della prostituta.»
I loro interessi e i loro comportamenti, tanto di-versi e opposti, erano
completamente cambiati. Questo accade spesso. Ci sono leggi ben precise che
operano dietro questi eventi.
Pertanto, quando alla mente di questa profes-soressa tornarono i ricordi
della sua vita prece-dente, ne rimase profondamente ferita. Lo era perché il
suo ego venne sconvolto. Ciò che appre-se della vita passata la sconvolse, e
ora voleva di-menticarlo. L'avevo avvisata fin dall'inizio a non richiamare
in vita la sua esistenza passata senza una preparazione sufficiente.
Poiché mi è stata posta questa domanda, ti dirò alcune cose che permettano
di capire il significato di jati-smaran. Ma non ti saranno d'aiuto a
speri-mentarlo. Chi desidera fare questa esperienza do-vrà affrontarlo
seguendo altre indicazioni.
La prima cosa è che, se lo scopo dello jati-sma-ran è semplicemente
conoscere le vite passate, al-lora bisogna distogliere completamente la
mente dal futuro. La nostra mente è orientata verso il fu-turo, non verso il
passato. Di solito, la mente ècentrata sul futuro, si muove verso il futuro.
Il flusso dei nostri pensieri è orientato verso il futu-ro, ed è
nell'interesse della vita che la mente sia orientata verso il futuro,
anziché verso il passato. Perché preoccuparsi del passato? E andato,
fini-to... pertanto noi pensiamo a ciò che deve avveni-
re. Per questo chiediamo agli astrologi cosa ci ri-serva il futuro. Ci
interessa sapere cosa accadrà nel futuro. Chi voglia ricordarsi il passato
deve lasciar andare completamente qualsiasi interesse per il futuro. Poiché
una volta che la torcia della mente è focalizzata sul futuro e il flusso dei
pen-sieri ha cominciato a muoversi verso di esso, non è più possibile
rivolgerlo al passato.
Quindi, la prima cosa da fare è abbandonare del tutto il futuro, per un
certo periodo di tempo. Biso-gna decidere di non pensare più al futuro per i
prossimi sei mesi. Se un pensiero sul futuro doves-se affiorare, andrà
salutato e lasciato andare; non dovrà avvenire alcuna identificazione, né ci
si la-scerà trasportare da qualsiasi sensazione legata al futuro. Per cui,
la prima cosa che una persona deve fare è bloccare la strada al futuro e
lasciarsi fluire verso il passato, per sei mesi. In questo modo, non appena
il futuro viene abbandonato, la corrente dei pensieri si volgerà al passato.
Poi, come prima cosa, dovrai tornare indietro in questa vita; non è
possibile cominciare subito da una vita passata. Esistono tecniche per
tornare in-dietro in questa vita. Per esempio, come ho detto prima, se non
ti ricordi cos'è avvenuto il primo gennaio di vent'anni fa, puoi usare una
tecnica per scoprirlo. Usando la meditazione che vi ho sugge-rito in
precedenza, dopo dieci minuti - quando la meditazione è scesa in profondità,
il corpo e il re-spiro sono rilassati, e la mente si è acquietata - a quel
punto devi conservare un solo pensiero nella tua mente: «Cos'è avvenuto il
primo gennaio di..p68-69 vent'anni fa?». Lascia che tutta la tua mente si
foca-lizzi su questo. Se
ciò resta come un' unica eco nella tua mente, nel giro di pochi giorni ti
sembrerà che una cortina si sia alzata all'improvviso: appare il primo
gennaio di vent'anni fa, e cominci a rivivere tutti i fatti di quel giorno,
dall'alba al crepuscolo; e vedrai il primo gennaio in modo più dettagliato
di quanto lo abbia mai visto, nella realtà, quello stesso giorno, poiché
allora potevi non essere altrettanto consapevole.
Come prima cosa, dunque, dovrai fare espe-rienza regredendo in questa vita.
Regredire fino all'età di cinque anni è molto facile; diventa più difficile
risalire oltre quell'età. Pertanto, di solito, non riusciamo a ricordarci
cos'è avvenuto prima dei cinque anni; quella è all'incirca l'età massima a
cui possiamo risalire. Alcuni potrebbero risalire fino al terzo anno, ma più
in là diventa estrema-mente difficile; è come se una barriera bloccasse
l'ingresso e fosse tutto ostruito. Una persona che acquisisse la capacità di
ricordare, riuscirebbe a risvegliare completamente il ricordo di qualsiasi
giorno fino all'età di cinque anni. In questo modo, la memoria comincia a
essere riportata in vita, an-che nei più piccoli dettagli.
Andrebbero fatti degli esperimenti. Per esem-pio, annota su un diario i
fatti di un giorno e poi mettilo via. Dopo due anni richiama alla memoria
quel giorno: apri il diario e confronta il tuo ricordo con quanto hai
scritto. Scoprirai con stupore che sei riuscito a ricordarti più di quanto
avevi scritto. I fatti ti torneranno sicuramente alla memoria.
Buddha ha chiamato questo processo alaya-vigyan. Esiste un angolo nelle
nostre menti che Buddha ha chiamato alaya-vigyan: il deposito della
consapevolezza. Come ammassiamo tutte le nostre cianfrusaglie nella
cantina di casa, allo stesso modo c'è un deposito della consapevolezza che
raccoglie i ricordi. Nascita dopo nascita, tutto si raccoglie lì e nulla ne
viene rimosso, perché non si sa mai quando potrebbe servire qualcosa. Il
corpo fisico cambia, ma nel prosieguo dell'esistenza quel deposito continua,
resta con noi. Non si sa mai quando potrebbe essere necessario. E tutto ciò
che abbiamo fatto, sperimentato, conosciuto e vissuto nelle nostre vite è
immagazzinato lì.
Chi riesce a ricordare fino all'età di cinque an-ni, può andare ancora
oltre, non è molto difficile. Il tipo di procedimento è lo stesso. Oltre i
cinque anni c'è un'altra porta che ti conduce alla nascita, al momento in
cui sei apparso sulla Terra. E fl si incontra un'altra difficoltà, perché
neppure i ri-cordi della propria permanenza nell'utero scom-paiono mai. E
possibile accedere anche a questi ri-cordi e arrivare all'istante del
concepimento, quando i geni della madre e del padre si incontra-no ed entra
l'anima. E si può arrivare alle vite passate solo dopo aver raggiunto questo
punto; non vi si può entrare direttamente. Va intrapreso questo viaggio a
ritroso, solo allora è possibile en-trare anche in una vita passata.
Raggiunta la vita passata, il primo ricordo a emergere sarà il suo ultimo
avvenimento. Ricor-da, comunque, che incontrerai delle difficoltà p.70-71
e tutto ti sembrerà senza senso. E come se proiettas-simo un film
all'indietro
o leggessimo un roman-zo partendo dalla fine: ci sentiremmo disorientati.
Allo stesso modo, accedere per la prima volta a una vita passata sarà
disorientante, perché la se-quenza degli eventi verrà vista a ritroso.
Andando a ritroso nella vita passata, ti imbatte-rai come prima cosa nella
morte, poi nella vec-chiaia, nella giovinezza, nell'infanzia e infine nel-la
nascita. In quell'ordine inverso sarà molto difficile distinguere una cosa
dall'altra. Per que-sto, quando i ricordi compariranno per la prima volta,
ti sentirai estremamente inquieto e perples-so, perché sarà difficile dare
loro un senso. Potre-sti venire a capo di un avvenimento solo dopo averlo
ricostruito molte volte. Quindi lo sforzo più grande nello scorrere a
ritroso tutti i ricordi delle vite passate è vedere svilupparsi all'indietro
avvenimenti che di solito accadono nell'ordine giusto. Ma, dopotutto, qual è
l'ordine giusto e quale quello sbagliato? Dipende solo da come en-triamo nel
mondo e come ne usciamo.
All'inizio gettiamo un seme e alla fine spunta un fiore. D'altro canto,
osservando questo feno-meno all'incontrario, il fiore verrebbe prima,
se-guito in sequenza dalla gemma, dalla pianta, dal-le foglie, dall'arbusto
e infine dal seme. Poiché non abbiamo dimestichezza con questo ordine
ro-vesciato, ci vuole molto tempo per rendere coe-renti i ricordi e
comprenderne chiaramente la na-tura. La cosa più strana è che per prima
viene la morte, seguita dalla vecchiaia, dalla malattia e poi
dalla giovinezza: le cose accadono all'incontrano. Oppure se sei stato
sposato e poi divorziato, sul filo della memoria il divorzio verrà prima,
segui-to dall'amore e poi dal matrimonio.
Sarà estremamente difficile seguire gli eventi in questa forma regressiva,
perché normalmente ve-diamo le cose in modo unidimensionale: le nostre menti
sono unidimensionali, lineari. Osservare le cose nel modo opposto è molto
difficile, non ci siamo abituati; nostra consuetudine è avere una direzione
lineare. Sforzandosi, tuttavia, è possibi-le comprendere gli eventi di una
vita passata se-guendo, in sequenza, l'ordine inverso. Di certo, sarà
un'esperienza incredibile.
Attraversare i ricordi nell'ordine inverso sarà un'esperienza davvero
sorprendente, perché ve-dere prima il divorzio e dopo l'amore e infine il
matrimonio renderà subito chiaro che il divorzio era inevitabile e insito in
quel tipo d'amore: ne era l'unico sbocco possibile. Ma a quell'epoca, mentre
ti sposavi, non avevi la minima idea che il matrimonio sarebbe finito nel
divorzio; mentre di fatto ne sarebbe stato il risultato. Se riuscissimo a
vederlo nella sua globalità, innamorarsi oggi sa-rebbe del tutto differente,
perché ora saremmo in grado di vedere il divorzio prima che accada,
po-tremmo vedere il nemico dietro l'amico.
Il ricordo delle vite passate capovolgerà com-pletamente questa vita, perché
d'ora in poi non potrai più vivere come hai fatto nelle~vite passate. Nella
vita precedente pensavi - e lo pensi tuttora
- che successo e felicità dipendessero dalla ricchezza...p.72-73

Ora vedrai, nella vita precedente, l'infeli-cità arrivare prirria del modo
in cui sei diventato ricco. Così ti sarà evidente che, invece di diventa-re
fonte di felicità, la ricchezza ti ha condotto al-l'infelicità; allo stesso
modo l'amicizia ha portato all'inimicizia, l'amore all'odio, e ciò che
conside-ravi unione alla separazione.
Allora, per la prima volta, vedrai le cose nella lo-ro giusta prospettiva,
in tutto il loro significato. E ciò ti cambierà completamente la vita e il
modo in cui stai vivendo ora: tutto sarà totalmente diverso.
Una volta un uomo andò da un monaco e disse:
«Sarei molto onorato, se tu mi accettassi come di-scepolo». Il monaco si
rifiutò e l'uomo ne chiese il motivo. Il monaco rispose: «Nelta vita
precedente ho avuto discepoli che poi sono diventati miei ne-mici. Adesso so
che accettare discepoli significa farsi dei nemici, e farsi degli amici è
gettare i semi dell inimicizia. Ora non voglio più alcun nemico, e quindi
non mi creo amici. So che essere soli è suffi-ciente. Trascinare una persona
vicino a te vuol dire in qualche modo spingerla lontano da te».
Buddha ha detto che l'incontro con la persona amata porta gioia, come pure
la partenza di qual-cuno che non si ama porta gioia, e la partenza della
persona amata porta tristezza, così come l'incontro con chi non si ama porta
tristezza. È così che perce-piamo le cose, ed è così che le comprendiamo.
D'al-tra parte, in seguito arriviamo a capire che chi per-cepiamo come il
nostro amato può diventare una persona odiata, e chi odiamo può diventare la
per-sona amata. Pertanto, richiamando in vita i ricordi
passati, il presente cambierà radicalmente e acqui-sterà una prospettiva
assolutamente nuova.
È possibile avere di questi ricordi, sebbene non Sia né necessario né
inevitabile, durante la medi-tazione; può succedere talvolta che si
affaccino spontaneamente. Se mentre stai meditando, al-l'improvviso
affiorassero ricordi di vite passate -senza che tu stia seguendo una pratica
specifica, ma semplicemente perché sei in meditazione -non prestare loro
troppa attenzione. Limitati a osservarli e a esserne un testimone, perché
di solito la mente non è in grado di sopportare tanta con-fusione
all'improvviso. Nel tentativo di tenerle testa, c'è la concreta possibilità
d'impazzire.
Una volta mi fu portata una ragazzina di circa undici anni.
Inaspettatamente, si era ricordata di tre o quattro vite passate. Lei non
aveva fatto al-cun esperimento, ma spesso, per qualche motivo, accadono
degli errori improvvisi. Era un errore della natura, non una sua particolare
dote. E co-me avere tre occhi o quattro braccia: quattro brac-cia sarebbero
molto più deboli di due, e non avrebbero la stessa efficacia; renderebbero
il cor-po più debole, non più forte.
Quella ragazzina di undici anni si ricordava tre vite passate, e su di esse
furono fatte molte inda-gini. Nella sua vita precedente aveva vissuto a
circa centocinquanta chilometri dall'attuale dimo-ra, morendo all'età di
sessant'anni. Le persone con cui viveva allora erano adesso residenti nella
mia città natale, e lei fu in grado di riconoscerle tutte. Anche in mezzo a
una folla di migliaia...p.74-75 di persone poteva riconoscere i suoi antichi
parenti:
suo fratello, le figlie, i nipoti, il genero. Poteva ri-conoscere i parenti
più lontani e raccontare loro cose che nemmeno si ricordavano.
Suo fratello minore era ancora vivo. Sulla sua testa c'era la cicatrice di
una piccola ferita. Chiesi alla ragazza se ne sapeva qualcosa. Lei rise e
dis-se: «Nemmeno lui ne sa nulla... ma ecco come se l'è procurata». Il
fratello non riusciva a ricordar-selo; disse di non averne alcuna idea.
La ragazza disse: «Nel giorno del suo matrimo-nio, mio fratello cadde mentre
saliva sul cavallo del corteo: all'epoca aveva dieci anni». Gli anziani del
villaggio confermarono la sua storia, ammet-tendo che in effetti il fratello
era caduto da cavallo. Lui invece non se ne ricordava affatto. Poi, tra lo
stupore generale, la ragazza dissotterrò un tesoro che aveva sepolto nella
casa in cui era vissuta.
Nella sua ultima nascita era morta a sessant'an-ni, e prima ancora era nata
in un villaggio da qual-che parte nell'Assam, morendo all'età di sette anni.
Non era in grado di dire il nome del villaggio, né di dare l'indirizzo di
dov'era vissuta, ma poteva par-lare la lingua dell'Assam come un bimbo di
sette anni; inoltre, poteva danzare e cantare come una bambina di sette
anni. Si fecero molte ricerche, ma non si trovò traccia della sua famiglia
di allora.
La ragazza aveva l'esperienza di sessantasette anni di vite passate, più gli
undici della presente. Nei suoi occhi potevi vedere un'ultrasettantenne,
sebbene avesse in realtà undici anni. Non riusciva a giocare con i bambini
della sua età, perché si sen-
tiva troppo vecchia. Dentro di sé portava i ricordi di settantotto anni e
vedeva se stessa come una donna di quell'età. Non riusciva ad andare a
scuola
perché, sebbene avesse solo undici anni, pote' facilmente vedere
l'insegnante come suo figlio. per cui, anche se il corpo aveva undici anni,
la
mente la personalità erano quelle di una donna di settantotto, incapace di
giocare e scherzare come i bambini, le interessavano solo le cose serie di
cui parlav no le donne anziane. La sofferenza e la tensione erano immense,
perché il corpo e la mente erano disarmonia: il suo stato era molto triste e
doloroso, Consigliai ai genitori di portare da me quella ragazza e lasciare
che l'aiutassi a dimenticare le vite passate: come c'è un metodo per
riportare
in vita i ricordi, ce n'è anche uno per cancellarli. Ma i su genitori erano
contenti di ciò che accadeva! Schiere
di persone venivano a vedere e adorare la bambina, essi non volevano che si
dimenticasse il pass to. Li avvisai che la ragazza sarebbe impazzita, ma si
rivelarono sordi al mio consiglio. Oggi è sull'orlo della follia, perché non
è in grado di sopportare peso di tanti ricordi. E un altro problema è: come
farà a sposarsi? Trova difficile pensare al matrimonio perché, di fatto, si
sente come una donna di settantotto anni. Non esiste armonia di alcun tipo
dentro di lei; il corpo è giovane ma la mente anzi na. E una situazione
molto complessa.Ma questo era un incidente. Anche tu, usanè una tecnica,
puoi aprire un varco. Non è necessario farlo, ma chi ne abbia ancora
desiderio puo' provare.p.76-77

.......continua alla prossima


lucy mnt

unread,
Jun 29, 2000, 3:00:00 AM6/29/00
to
CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
DELL'ANIMA...... TERZA e ultima parte del 2° capitolo :

(pagine da 77 a 91)

VEDERE LA VITA COME UN SOGNO


............. Prima di cominciare l'esperimento
èssenziale...


scendere in profonda meditazione, affin-ché la mente sia forte e silenziosa
quanto basta per restare un testimone allorché il flusso dei ri-cordi
irromperà. Quando un uomo rafforza il suo testimone, le vite passate non gli
sembrano altro che sogni e i ricordi non lo perseguitano minima-mente: ora
non hanno per lui alcun rilievo.
Quando le vite passate cominciano ad apparire come sogni, subito anche la
vita presente sem-brerà tale. Coloro che hanno definito maya questo mondo,
non lo hanno fatto per proporre una dot-trina o una filosofia.
Jati~smaran - il ricordo delle vite passate ne è la base. Chiunque abbia
ricor-dato le proprie vite passate, vede tutto come so-gno e illusione. Dove
sono gli amici delle vite passate? I parenti, la moglie e i bambini, le case
in cui ha vissuto? Dov'è quel mondo? Dove sono tutte le cose che prendeva
per tanto reali? Quelle preoccupazioni che gli levavano il sonno, la not-te?
Dove sono quei dolori e quelle angosce che sembravano tanto insormontabili e
gli gravavano sulla schiena come un peso morto? E cos'è succes-so alla
felicità che tanto desiderava? E tutto ciò per cui aveva sgobbato e
sofferto? Se riuscissi a ri-cordarti una vita di settant'anni, tutto ciò che
hai vissuto in quei settant'anni ti sembrerebbe un so-gno o una realtà? In
verità, ti apparirebbe come un sogno che è venuto, per poi sfumare.
Ho sentito una storia...
Una volta il figlio unico di un re era sul letto di morte. Era in coma da
otto giorni, senza morire né poter essere salvato. Da un lato il re pregava
per la
sua vita, ma dall'altro, vedendo tanto dolore e sof-ferenza, avvertiva allo
stesso tempo la futilità della vita. Per otto notti il re non riuscì a
dormire, ma una mattina, verso le quattro, il sonno lo prese
improv-visamente ed egli incominciò a sognare.
Di solito sognàmo ciò che non abbiamo comple-tato nell'arco della nostra
vita, per cui il re, seduto accanto all'unico figlio morente, sognò di avere
do-dici figli forti e di bell' aspetto. Vedeva se stesso co-me l'imperatore
di un regno immenso, il sovrano di tutta la Terra, con grandi e magnifici
palazzi; si vedeva felicissimo. E mentre sognava tutto ciò...
Nei sogni il tempo corre più veloce, è completa-mente diverso dalla vita
quotidiana. In un istante, un sogno può coprire l'arco di molti anni, e al
risve-glio ti sarà difficile capire come tutti quegli anni ab-biano potuto
essere condensati in un sogno durato pochi istanti! In realtà, il tempo
scorre velocissimo in un sogno; in un attimo possonò passare decenni.
Per cui, proprio mentre il re sognava quei dodici figli e le loro splendide
mogli, i palazzi e il regno sconfinato, il principe dodicenne morì. La
regina urlò e il sogno del re si interruppe bruscamente.
Al suo risveglio apparve sconvolto. La regina chiese preoccupata: «Perché
sei tanto spaventato, e non ci sono lacrime nei tuoi occhi? Perché non dici
qualcosa?». Il re disse: «No, non sono spaven-tato, ma confuso; sono
profondamente sconvolto. Mi chiedo: per chi dovrei piangere? Per i dodici
figli che avevo un attimo fa, o per questo che ho appena perso? Ciò che mi
turba è: chi è morto? La cosa strana è che, mentre ero attorniato da
quei..p.78-79 dodici figli, non ero affatto consapevole di questo:
non esisteva, non c'era alcuna traccia di lui, o di te. Adesso che sono
uscito dal sogno, tu sei qui, il figlio è qui e il palazzo è qui, mentre
quei palazzi e quei figli sono scomparsi. Cos'è vero? Questo o quello? Non
riesco a capirlo».
Quando ti ricorderai le vite passate troverai difficile capire se ciò che
vedi in questa vita è rea-le oppure no. Ti accorgerai di aver già visto le
stesse cose molte volte in precedenza, e nessuna di esse è mai durata in
eterno; tutto è andato per-duto. A quel punto sorgerà la domanda: «Ciò che
sto vedendo adesso è reale quanto ciò che vedevo un tempo? Perché anche
questo farà il suo corso e appassirà come tutti gli altri sogni precedenti».
Quando vediamo un film, quello che avviene ci appare come vero. Una volta
finito, ci vuole un po' per tornare alla realtà e riconoscere che ciò che
ab-biamo visto era solo un'illusione. In realtà, molta gente incapace di
dare sbocco alle proprie emozio-ni nella vita reale si commuove fino alle
lacrime da-vanti a un film. È un grande sollievo, perché altri-menti avrebbe
dovuto cercare un altro pretesto per dar sfogo alle proprie emozioni: al
cinema, invece, è permesso ridere e piangere. Quando usciamo dal cinema, la
prima cosa che notiamo è che ci siamo immedesimati profondamente con ciò che
avveni-va sullo schermo. Se tutti i giorni vedessimo lo stesso film,
l'illusione a poco a poco svanirebbe. Vi-ceversa, noi ci scordiamo cos'è
successo nell'ulti-mo film, e di nuovo, vedendone un altro, comincia-mo a
credere a quanto vediamo.
Se potessimo riacquistare i ricordi delle vite pas-sate, anche la vita
attuale assomiglierebbe a un so-gno. Quante volte questi venti hanno già
soffiato e queste nuvole sono passate nel cielo! Tutte sono ve-nute e se ne
sono andate, così come faranno anche queste stanno già scomparendo! Se lo
compren-dessimo, faremmo l'esperienza di ciò che è cono-sciuto come maya. E
sperimenteremmo anche che tutti i fenomeni, tutti gli accadimenti, sono
irreali; non sono mai uguali a se stessi, eppure sono cadu-chi. Un sogno
arriva, seguito da un altro, e poi da un altro ancora. Il pellegrino
percorre un istante ed entra in quello successivo. Attimo dopo attimo, gli
istanti continuano a scomparire, ma il pellegrino continua la sua strada.
Pertanto esistono due esperienze simultanee: la prima, il mondo oggettivo è
illusione, maya, e solo l'osservatore è reale; la seconda, ciò che appare
èfalso e solo colui che vede, solo il testimone, è au-tentico. Le apparenze
mutano tutti i giorni - sono sempre mutate - e solo il testimone,
l'osservatore, è lo stesso di un tempo, immutato. E ricorda, fino a quando
ciò che appare ti sembrerà reale, la tua attenzione non sarà diretta verso
colui che osser-va, il testimone. Solo quando le apparenze diven-tano
irreali, si è consapevoli del testimone.
Per questo dico che ricordare le vite passate èutile, ma solo dopo essere
scesi in profondità nella meditazione. Va' in profondità nella meditazione,
così da conseguire la capacità di vedere la vita co-me un sogno. Diventare
un mahatma, un asceta o un santo, è sogno quanto diventare un ladro;
puoi...p.80-81 fare sogni belli o sogni brutti. E la cosa interessante è che
il sogno di
essere un ladro facilmente si dis-solverà presto, mentre quello di essere un
mahatma richiederà un po' più di tempo, perché sembra molto piacevole.
Pertanto il sogno di essere un mahatma è più pericoloso che sognare di
essere un ladro, perché noi vogliamo prolungare i sogni pia-cevoli, mentre
quelli dolorosi si dissolvono da sé. Ecco perché tanto spesso accade che un
peccatore riesca a raggiungere Dio e un santo no.
Vi ho detto alcune cose sul ricordo delle vite passate, ma per praticarle
dovrete addentrarvi nella meditazione. Cominciamo sin da adesso ad andare
dentro di noi: solo così potremo preparar-ci a ciò che verrà in seguito.
Senza questa prepa-razione è difficile entrare nelle vite passate.
Per esempio, una grande casa ha delle cantine sotterranee. Se un uomo che si
trova all'esterno vo-lesse andare nelle cantine, dovrà prima entrare nel-la
casa, perché è da lì che si passa per raggiungerle. Le nostre vite passate
sono come delle cantine: un tempo vivevamo lì, e poi le abbiamo abbandonate;
adesso viviamo da qualche altra parte. In ogni ca-so, in questo momento
siamo fuori dalla casa; per scoprire i ricordi delle vite passate dovremo
entra-re in essa. Non c'è nulla di difficile, preoccupante o pericoloso nel
farlo.

Un altro amico ha chiesto: «Un mio amico yogi sostiene di essere stato un
passero nella vita preceden-te. E possibile?».
È possibile che, nel corso della sua evoluzione, un uomo sia stato un
animale, ma non è possibile che un uomo rinasca come animale.
Nell'evolu-zione non si può tornare indietro, la regressione èimpossibile. E
possibile progredire da una nascita inferiore, ma è impossibile tornare
indietro da un'incarnazione più evoluta. In questo mondo non si torna
indietro, è impossibile. Ci sono solo due possibilità: o andiamo avanti
oppure restia-mo dove siamo; non possiamo tornare indietro.
È come quando un bambino passa dalla prima alla seconda elementare: se viene
bocciato resta in prima; sarebbe impossibile farlo tornare indietro oltre la
prima elementare. Allo stesso modo, se vie-ne bocciato in seconda lo
lasciamo li, non possiamo riportarlo in prima. O restiamo parte di una
specie più a lungo o progrediamo verso quella successi-va: non possiamo
tornare a una specie inferiore.
È invece possibile essere stati in precedenza un animale o un uccello: il
tuo amico dev'esserlo stato! Quanto a lungo si rimane in una specie è un
altro discorso. Scavando nelle vite passate potremo ri-cordare tutte le
specie attraverso cui siamo passati. Forse siamo stati un animale, un
uccello, un picco-lo passero... sempre più in basso. Un tempo dove-vamo
essere a un punto tale di inerzi~ da rendere difficile localizzare un
qualsiasi segno di consape-volezza.
Anche le montagne sono vive, pur non conte-nendo quasi alcuna
consapevolezza; per il novan-tanove per cento sono composte d'immobilità e
per l'uno per cento di consapevolezza. Con l'evoluzione...p.83-82 della
vita, la consapevolezza aumenta e l'immobilità diminuisce. Dio è al
cento per cento consapevolezza. Tra Dio e la materia esiste una differenza
di percentuale. Tra Dio e la materia esi-ste una differenza di quantità, non
di qualità. Ec-co perché la materia alla fine può diventare Dio.
Non è né strano né difficile accettare che un uo-mo possa essere stato un
animale in una vita pas-sata. La cosa davvero sorprendente è che, anziché
come essere umani, ci comportiamo come anima-li! Non è affatto sorprendente
che in qualche vita passata noi siamo stati tutti animali, ma anche da
esseri umani la nostra consapevolezza può essere tanto bassa da farci
apparire uomini solo a livello fisico. Osservando i nostri comportamenti
sembra che, sebbene non siamo più animali, non siamo neppure esseri umani;
dobbiamo esserci bloccati da qualche parte a metà strada. Appena si
presen-ta un'opportunità, non perdiamo l'occasione per tornare di nuovo allo
stato animale.
Per esempio, stai camminando per strada come un vero signore quando qualcuno
ti colpisce e ti insulta. Immediatamente il gentiluomo dentro di te scompare
e ti ritrovi a esprimere lo stesso ani-male che devi essere stato nelle vite
passate. Grat-ta un po' la superficie ed emergerà la bestia, e in modo tanto
violento da mettere in dubbio che tu sia mai stato un essere umano.
Il nostro essere attuale contiene tutto ciò che siamo stati in passato.
Esistono strati su strati che racchiudono ciò che abbiamo vissuto in
passato. Scavando un po', raggiungeremo gli strati interiori
non del nostro essere; potremo anche raggiunge-re lo stato in cui eravamo
una roccia, perché an-che quello è un livello interiore. Nelle nostre
profondità siamo ancora una roccia; per questo quando qualcuno stimola quel
livello ci compor-tiamo come rocce, siamo in grado di agire come una roccia.
Possiamo anche comportarci come animali, e di fatto lo facciamo. Davanti a
noi si trovano semplicemente le nostre potenzialità, che non sono strati
interiori. Per questo, a volte, seb-bene si riesca a fare un salto e
arrivare a toccare queste potenzialità, dopo si ricade a terra.
Un giorno o l'altro potremo essere divinità, ma attualmente non lo siamo.
Abbiamo il potenziale per essere divini, ma ciò che siamo ora è dato da ciò
che siamo stati in passato.
Quindi, o scaviamo nel passato' imbattendoci in tutti i vari stati del
nostro essere, oppure progre-diamo nella catena delle nascite, sperimentando
gli stati dell'essere che si estendono davanti a noi. D'altra parte, come
quando saltando per un istan-te ci solleviamo da terra per poi ricaderci un
atti-mo dopo, allo stesso modo a volte spicchiamo un balzo dallo stato
animale a quello umano, ritor-nando poi allo stato precedente. Se osservi
atten-tamente, ti accorgerai che nell'arco delle venti-quattro ore solo
raramente siamo autentici esseri umani. E lo sappiamo tutti troppo bene!
Avrai visto i mendicanti: esercitano il loro me-stiere sempre al mattino,
mai di sera, perché a quell'ora è virtualmente impossibile restare esseri
umani. Al mattino l'uomo si sveglia fresco, riposato....p.84-85 e
rinfrancato dal riposo di una notte, e il mendicante spera in un po'
d'umanità. Di sera non si aspetta alcuna carità perché sa che l'uomo ha
attraversato l'intera giornata - il lavoro, il mer-cato, le manifestazioni e
le proteste, i giornali e i politici -' ogni cosa ha generato in lui un caos
ine-stricabile, e gli strati animali sono stati sollecitati. La sera l'uomo
è
stanco; è diventato un animale. Per questo nei night-club vedi animali
intenti a esibire tendenze animali. L'uomo, stanco di essere stato umano
tutto il giorno, desidera vino, fra-stuoni, giochi d'azzardo, balli e
spogliarelli; vuole stare in mezzo ad altri animali. I night nutrono
l'animale che è nell'uomo. Ecco perché la mattina è il momento migliore per
la preghiera, mentre la sera è inadeguata. In tutti i templi le campane
suonano al mattino; la notte si aprono le porte dei night, dei casinò e dei
ban Le prostitute non rie-scono a sedurre nessuno al mattino, solo di sera
attirano i loro clienti.
Dopo una dura giornata di lavoro, l'ùomo di-venta un animale; per questo il
mondo notturno èdiverso da quello diurno. Le moschee chiamano al-la
preghiera al mattino, e al mattino il tempio suo-na le campane. La speranza
è che l'uomo, a quell'o-ra fresco e riposato, sì volga verso Dio; speranza
che è minore la sera, quando l'uomo è stanco.
Per lo stesso motivo, la speranza che i bambini si volgano verso Dio è molto
grande, mentre èben poca per gli anziani, poiché sono al crepusco-lo della
loro vita: ormai deve aver sottratto loro ogni cosa. Ragion per cui il
viaggio verso il Sé va
iniziato al più presto, e portato avanti fin dalle prime luci dell'alba. La
sera scenderà sicuramen-te, ma prima che questo accada, se la mattina
ab-biamo intrapreso il nostro viaggio, la sera po-tremmo trovarci di nuovo
nel tempio del Divino.
Quindi il nostro amico ha ragione quando chie-de se è possibile che un uomo
sia stato un animale o un uccello in una sua vita passata. Tuttavia, ciò di
cui dobbiamo essere consapevoli è non continuare a essere un uccello o un
animale in questa vita.

Prima di entrare in meditazione è bene com-prendere alcune cose.
Innanzitutto, devi lasciarti andare completa-mente. Se ti trattieni anche
solo un po', ciò diven-terà un ostacolo nella meditazione. Lasciati andare
come se fossi veramente morto. La morte va accet-tata come se fosse arrivata
realmente, come se tutto il resto fosse morto e ci stessimo immergendo
sem-pre più in profondità, dentro di noi. Adesso resterà solo ciò che
permane in eterno. Abbandoneremo tutto ciò che può morire. Ecco perché ho
detto che questo è un esperimento con la morte.
L'esperimento è composto da tre fasi: primo, ri-lassare il corpo; secondo,
rilassare il respiro; ter-zo, rilassare la mente. Corpo, respiro e mente
vanno lasciati andare tutti e tre, a poco a poco. Prova ora a sederti a una
certa distanza dai tuoi compagni di meditazione. È possibile che qualcu-no
possa cadere, per cui mantieniti a una distanza ragionevole dal tuo vicino,
in modo che nessuno crolli addosso a un altro...p.86-87


Quando il corpo comincia a rilassarsi, potrebbe cadere in avanti o
all'indietro, non è prevedibile. Potete saperlo solo finché esercitate un
controllo su di esso. Una volta perso, il corpo cadrà auto-maticamente.
Abbandonata la presa dall'interno, chi lo tratterrà? È inevitabile che cada.
Ma se ti preoccupi di impedire questa caduta, resterai do-ve sei: non
entrerai mai in meditazione. Pertanto, quando il corpo sta per cadere,
consideralo una benedizione. Lascialo andare subito; non lo tratte-nere,
perché in questo caso non riuscirai a entrare dentro dite. E non farti
disturbare se qualcuno ti cade addosso; lascia che accada. Non ti
preoccu-pare se la testa di qualcuno giace per un po' nel tuo grembo, lascia
che accada.
Adesso chiudi gli occhi. Chiudili lentamente. Rilassa il corpo. Lascialo
completamente sciolto, come se non avesse più vita alcuna. Ritira tutta
l'energia dal corpo; portala all'interno. Non appe-na l'energia va
all'interno, il corpo si scioglierà.
Ora comincerò a dare suggestioni... ti infor-merò che il corpo si sta
sciogliendo, che stiamo diventando silenziosi... Senti il corpo che si
scio-glie. Lasciati andare. Va' dentro dite, come una persona che entra in
casa sua. Va' all'interno, en-tra... il corpo si rilassa... lascialo andare
comple-tamente... lascia che sia senza vita, come morto. Il corpo si
rilassa, il corpo si è rilassato, il corpo si ècompletamente rilassato...
Adesso suppongo che tu abbia completamente rilassato il corpo, che abbia
abbandonato ogni pre-sa su di esso... se il corpo cade, va bene; se si piega
in avanti, lasciatelo fare. Lascia che accada tutto ciò che dovrà accadere;
tu rilassati. Assicurati di non trattenere niente. Dai un'occhiata dentro
di te, per assicurarti che non stai trattenendo nulla... dovre-sti essere in
grado di dire: «Non sto trattenendo nulla. Mi sono lasciato andare
completamente».
Il corpo è sciolto e rilassato; il respiro rallenta, s'acquieta. Sentilo...
il respiro si rilassa... lascialo andare completamente. Lascia andare anche
il tuo respiro, non lo controllare più. Il respiro rallenta, s acquieta. Il
respiro si è acquietato, è rallentato...
Il respiro è rilassato... anche i pensieri si rilas-sano. Sentilo... i
pensieri diventano silenziosi... lasciati andare... Hai lasciato andare il
corpo, hai lasciato andare il respiro, ora lascia andare i pen-sieri.
Allontanati... va' dentro di te totalmente, al-lontanati anche dai pensieri.
Tutto è diventato silenzioso, come se tutto all'e-sterno fosse morto. Tutto
è morto... tutto è silen-zioso... solo la consapevolezza interiore rimane...
una lampada ardente di consapevolezza; tutto il resto è morto. Lasciati
andare, lasciati andare completamente... come se non esistessi più.
La-sciati andare totalmente... come se il corpo fosse morto, come se non ci
fosse più. Il respiro è im-mobile, i pensieri sono immobili, come se fosse
sopraggiunta la morte. E va' dentro dite, va' to-talmente all'interno.
Lasciati andare, lascia anda-re ogni cosa. Lasciati andare completamente,
non trattenere nulla. Sei morto.
Senti come se tutto fosse morto e solo una lam-pada restasse accesa
all'interno; il resto è morto ....p.88-89


Ogni altra cosa è morta cancellata. Perditi nel vuoto per dieci minuti. Sii
un testimone. Conti-nua a osservare questa morte. Ogni altra cosa in-torno a
te è scomparsa. Anche il corpo è ormai in-dietro, è alle tue spalle, molto
lontano; lo stiamo semplicemente osservando. Continua a osservar-lo, resta
un testimone. Per dieci minuti continua a guardare all'interno.
Guarda dentro dite... tutto il resto sarà morto, all' esterno. Lasciati
andare... sii completamente morto. Continua a osservare, resta un
testimo-ne... Lascia andare ogni cosa, come se tu e il cor-po foste morti.
Il corpo è immobile, i pensieri so-no immobili, solo la luce della
consapevolezza resta a osservare; solo colui che osserva, il testi-mone,
resta. Lasciati andare... lasciati andare... lasciati andare
completamente...
Qualsiasi cosa accada, lascia che accada... la-sciati andare completamente,
continua solo a guardare all'interno e a lasciar andare ogni altra cosa.
Abbandona completamente il controllo...
La mente è diventata silenziosa e vuota, è com-pletamente vuota... la mente
è svuotata, è total-mente svuotata... Se trattieni ancora qualcosa, la-scia
andare anche quello, lasciati andare del tutto, scompari, come se non
esistessi più. La mente è di-ventata vuota... è diventa silenziosa e
vuota... ècompletamente vuota...
Continua a guardare all'interno, guarda dentro dite con consapevolezza;
tutto è diventato silen-zioso. Il corpo rimane dietro, remoto; la mente
ri-mane dietro, solo una lampada rimane accesa,
una luce di consapevolezza, solo quella luce con tinua ad ardere...
Adesso, lentamente, fa' alcuni respiri. Conti-nua a osservare il tuo
respiro... A ogni respiro il silenzio diventerà più profondo. Respira
lenta-mente, tenendo lo sguardo fisso all'interno; resta un testimone anche
del respiro. La mente diven-terà ancor più silenziosa... Respira lentamente,
poi apri con delicatezza gli occhi. Se sei caduto al-l'indietro, prima fa'
un respiro profondo e poi al-zati lentamente. Non aver fretta se non riesci
ad alzarti o ad aprire gli occhi... Prima respira profondamente, poi apri
gli occhi lentamente... Alzati lentamente. Non fare nessun movimento brusco,
alzandoti o aprendo gli occhi ...p.90-91

Fine secondo capitolo...............
continua.....


lucy mnt

unread,
Jun 29, 2000, 3:00:00 AM6/29/00
to


2° CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
DELL'ANIMA......PRIMA PARTE :

(pagine da 43 a 61)

VEDERE LA VITA COME UN SOGNO

Il discorso precedente ha sollevato alcuni interro-gativi.
Un amico ha chiesto: «È possibile morire in totale consapevolezza ma com'è
possibile essere pienamente consapevoli quando si nasce?».

In realtà nascita e morte non sono due eventi separati ma due poli dello
stesso fenomeno, due facce della stessa medaglia. Se un uomo tiene in mano
un lato di una medaglia, automaticamente terrà anche l'altro. Non è
possibile averne in ma-no uno e chiedersi come avere l'altro:
automatica-mente hai anche quello.
Morte e nascita sono due poli dello stesso feno-meno. Se la morte
sopravviene consapevolmente, inevitabilmente lo sarà anche la nascita; se la
morte è inconscia, inconscia sarà anche la nascita. Se una persona muore in
piena consapevolezza, sarà to-talmente consapevole al momento della nascita.
Poiché tutti moriamo nell'inconsapevolezza e ri-nasciamo nello stesso stato,
non abbiamo alcuna memoria delle nostre vite passate. Tuttavia il loro..p43
ricordo resta sempre vivo in un angolo della mente e può essere riportato
alla luce, se lo vogliamo.
Con la nascita non si può fare nulla, diretta-mente; tutto ciò che si può
fare, va fatto in relazio-ne alla morte. Dopo, non è più possibile far
nulla:
tutto ciò che va fatto, deve essere compiuto prima della morte. Una persona
che muoia in stato di in-consapevolezza non può fare nulla fino alla
pros-sima nascita: non ha alternativa. Se muori incon-sapevole, rinascerai
inconsapevole. Ciò che va fatto, va fatto prima della morte; e prima che
av-venga abbiamo moltissime opportunità, l'oppor-tunità di una vita intera.
In questo lasso di tempo, è possibile fare uno sforzo verso il risveglio.
Quindi, aspettare la morte per risvegliarsi è un grandissimo errore. Non
puoi risvegliarti al mo-mento della morte. La sadhana, il viaggio verso il
ri-sveglio, dovrà cominciare molto prima. La morte richiede preparazione;
senza, si può essere certi che la morte ci coglierà inconsapevoli. Ma se non
sei ancora pronto a una nascita consapevole, in un certo senso
l'inconsapevolezza gioca a tuo favore.
Intorno al 1915, il governatore di Kashi subì un'operazione all'addome. Si
trattava della prima operazione al mondo effettuata senza anestesia. Tre
medici inglesi si erano rifiutati di praticarla, sostenendo che era
impossibile tenere aperta la pancia di un uomo per una o due ore, senza
ane-stesia. Temevano che, per il dolore insopportabi-le, il paziente
urlasse, si muovesse bruscamente o addirittura cadesse; poteva accadere di
tutto. Per questo i dottori non si sentivano di operare.
Ma il governatore sostenne che, finché fosse ri-masto in meditazione, non
c'era motivo di preoc-cuparsi, e in quello stato avrebbe potuto restare
insensibile al dolore anche per una o due ore. Non era assolutamente
disposto a subire alcuna anestesia, voleva essere operato in stato
cosciente. I medici rimasero riluttanti, perché pensavano fosse rischioso
far subire dolori così acuti a una persona non anestetizzata. Comunque, non
ve-dendo alternative, gli chiesero di entrare in medi-tazione per fare un
esperimento come prova. Gli praticarono un'incisione su una mano e non ci fu
nemmeno un sussulto. Solo due ore dopo il go-vernatore si lamentò della
ferita: fino ad allora non aveva sentito nulla. A quel punto, si decise di
operarlo come lui voleva.
Questa è stata la prima operazione al mondo in cui i medici abbiano aperto
lo stomaco di un pa-ziente senza anestetizzarlo. il governatore rima-se
perfettamente cosciente per tutto il tempo. Tan-ta consapevolezza richiede
una meditazione profonda. La meditazione dev'essere così profon-da da
rendere perfettamente consapevoli, senza ombra di dubbio, che il corpo e il
Sé sono separa-ti. Anche la più leggera identificazione con il cor-po può
essere pericolosa.
La morte è la più grande operazione chirurgica che esista. Nessun medico ha
mai praticato un'o-perazione così estrema, perché con la morte tutta
l'energia vitale, il prana, viene trapiantata da un corpo fisico a un altro.
Nessuno ha mai eseguito un'operazione così spettacolare, né potrà mai
far-la..p44-45.
Possiamo amputare o trapiantare parti del cor-po, ma con la morte tutta
l'energia vitale viene prelevata da un corpo e immessa in un altro.
La natura, benevolmente, ha fatto sì che fossimo completamente inconsci
durante questo evento. E per il nostro bene: forse non sopporteremmo tanto
dolore. E possibile che il motivo per cui entriamo nell'incoscienza sia
questo: il dolore della morte è assolutamente insopportabile. È nel nostro
interes-se cadere nell' incoscienza; la natura non ci permet-te di ricordare
il passaggio attraverso la morte.
In ogni vita ripetiamo praticamente tutti gli er-rori che abbiamo ripetuto
in quelle passate. Se so-lo potessimo richiamare alla memoria ciò che
ab-biamo fatto nelle vite passate, potremmo non ricadere negli stessi
baratri. E se solo potessimo ricordarci cosa abbiamo fatto nell'arco di
tutte le vite precedenti, non potremmo più restare ciò che siamo ora.
Sarebbe impossibile perché ogni volta abbiamo accumulato ricchezze che in
punto di morte si sono rivelate prive di qualsiasi valore. Se riuscissimo a
ricordarcelo, potremmo non portare più dentro di noi la stessa folle
cupidigia di dena-ro. Ci siamo innamorati migliaia di volte, ma ogni volta
si è rivelata una cosa priva di senso. Se po-tessimo ricordarcelo, la follia
di innamorarci di qualcun altro, e di farlo innamorare di noi,
scom-parirebbe. Migliaia e migliaia di volte siamo stati ambiziosi ed
egoisti; abbiamo ottenuto successo e posizioni elevate, e alla fine tutto si
è rivelato inu-tile, nient'altro che polvere. Se potessimo ricor-darcelo,
forse la nostra ambizione perderebbe la
sua forza e noi non saremmo più la stessa perso-na che siamo adesso.
Poiché non ci ricordiamo delle vite passate, continuiamo a muoverci
praticamente nello stes-so cerchio. L'uomo non comprende di aver già
at-traversato le stesse cose moltissime volte, e che sta tornando a farlo
ora, con le stesse speranze di sempre. E alla fine la morte manda in
frantumi ogni speranza. E ancora una volta il ciclo ricomin-cia... l'uomo si
muove in cerchio come un asino alla ruota del pozzo.
È possibile uscire da questa spirale, ma è neces-saria una grande
consapevolezza e una pratica continua. Non si può cominciare ad attendere la
morte tutto a un tratto, perché è impossibile di-ventare improvvisamente
consapevoli durante un avvenimento e un trauma tanto grandi. Do-vremo fare
esperienze graduali, cominciando len-tamente, da piccoli dolori, per vedere
come resta-re consapevoli mentre avvengono.
Per esempio, hai mal di testa. Inevitabilmente, quando ne diventi
consapevole, cominci a sentire che sei tu ad avere mal di testa, non che il
dolore è nella testa. Ebbene, si dovrà fare esperienza con piccoli mal di
testa e imparare a sentire: «Il dolore è nella testa e io ne sono
consapevole».
Quando Swami Ram andò in America, la gente all'inizio aveva difficoltà a
capire ciò che diceva. Anche il presidente americano rimaSe sconcertato
quando si recò a fargli visita, e commentò: «Che modo di parlare è mai
questo?», perché Ram par-lava sempre in terza persona. Non diceva: «Ho
fame»,...p46-47 o «Mi fa male la testa», bensì: «Ram ha fa-me», e «Ram ha
mal di testa».
All'inizio la gente trovava difficile seguirlo. Per esempio, una volta
disse: «L'altra notte Ram stava congelando». Quando gli chiesero a chi si
stesse ri-ferendo, rispose: «A Ram». E alla domanda: «Qua-le Ram?», rispose,
indicando se stesso: «Questo Ram, il povero diavolo che l'altra notte stava
con-gelando. Non abbiamo fatto che ridere, con me che gli chiedevo: "Come
sta Ram il freddoloso?"».
Diceva: «Ram stava camminando per la strada quando qualcuno ha cominciato a
insultarlo. Ci siamo fatti una bella risata e io gli ho chiesto: "Ti
piacciono gli insulti, Ram? Se vorrai essere rispet-tato, dovrai abituarti
agli insulti"». Quando la gen-te gli chiedeva: «A chi stai parlando? Quale
Ram?», lui indicava se stesso.
Comincia facendo esperienza con piccoli dolori. Tutti i giorni ne incontri
qualcuno, non mancano mai. E nell'esperimento dovrai includere non solo i
dolori, ma anche la felicità, perché è più difficile es-sere consapevoli
quando si è felici che non quando si è infelici. Non ci vuole molto a
sperimentare che la testa e il dolore sono due cose distinte, ma è più
difficile sentire: «Il corpo e la gioia data dallo stare bene sono separati
da me: io non sono neppure quello». E difficile conservare questa distanza
quando siamo felici, perché in quel caso vorremmo essere più vicini al
corpo, mentre nell'infelicità vorremmo esserne separati. Se fosse certo che
il do-lore è distinto da noi, vorremmo che fosse sempre così per poterne
essere liberi.p...48
Dovrai sperimentare come restare consapevole sia nell'infelicità che nella
felicità. Chi decide di fa re queste esperienze spesso si infligge dolori
volontari. Ecco il segreto alla base di qualsiasi ascetismo: è un
esperimento di dolore volontario. Per esempio un uomo digiuna. Digiunando,
ten-ta di vedere quali effetti abbia la fame sulla sua consapevolezza. Di
solito, una persona che digiu-ni non ha la minima percezione di cosa sta
facen-do: sa solo di essere affamato e spasima al pensie-ro del cibo che
mangerà domani.
Scopo fondamentale del digiuno è sperimentare che: «C'è la fame, ma è
lontana da me. Il corpo è af-famato, "io" no». Quindi, digiunando
volontaria-mente, si prova a conoscere se dentro di noi essa esista
realmente. Ram ha fame, ma «io» no. So che èpresente, e questa deve
diventare una consapevo-lezza costante fino a quando si crea una distanza
tra me e la fame: a quel punto, anche se è presente, «io» non ho fame. Solo
il corpo è affamato: io resto semplicemente colui che ne è informato. In
questo caso il digiuno ha un significato assai profondo e non è più la
condizione di chi è affamato.
Di solito chi digiuna ripete ventiquattr'ore al giorno di avere fame, di non
aver mangiato nulla per tutto il giorno. La sua mente fantastica
conti-nuamente sul cibo che mangerà il giorno dopo e fa programmi in merito.
Questo tipo di digiuno non ha senso: è pura privazione di cibo. La
differenza tra astenersi dal cibo e digiunare, upvasa, è questa:
digiuno vuol dire avvicinarsi sempre più. Ache co-sa? Al Sé, creando una
distanza con il corpo...p49
La parola upvasa non significa astinenza dal ci-bo; significa approssimarsi
sempre più al Sé, esse-re più vicini al Sé e più lontani dal corpo. A quel
punto potrebbe anche essere possibile mangiare rispettando il digiuno. Se un
uomo mangiasse sa-pendo che questa azione avviene altrove e la sua coscienza
ne è completamente distinta, avremmo l'upvasa. Ed è anche possibile che un
uomo non stia davvero digiunando, pur astenendosi dal ci-bo; potrebbe essere
troppo consapevole di soffrire la fame e di stare per morire a causa di
questa. Upvasa è consapevolezza psicologica della sepa-razione tra il Sé e
la fame fisica.
Si possono creare di propria volontà altre soffe-renze di questo tipo ma
una così intensa è un'e-sperienza molto profonda. E possibile sdraiarsi
sulle spine solo per sperimentare che le spine pungono il corpo e non il Sé;
dolori simili posso-no essere sollecitati per sperimentare la separa-zione
tra consapevolezza e piano fisico.
Ma al mondo esiste già abbastanza infelicità non voluta, per sollecitarne
ancora. Il dolore di-sponibile è già enorme: si dovrebbe cominciare da
quello. Le sofferenze arrivano comunque, anche senza stimoli. Se durante una
sofferenza involon-taria si conserva questa consapevolezza: «Io sono
separato dal mio dolore», il dolore diventa sahadana, disciplina spirituale.
Questa sahdana andrà continuata anche con la felicità che giunge da sola.
Nella sofferenza, èpossibile ingannarsi perché a noi piacerebbe cre-dere:
«Io non sono il dolore». Ma quando arriva la
felicità, l'uomo vorrebbe identificarsi con essa perché crede già di essere
felice. Per questo sahdana è ancora più difficile con la felicità.
Nulla, in effetti, è più doloroso che sentire essere separati anche dalla
nostra felicità. realtà, l'uomo vorrebbe immergersi completamente in essa,
fino a dissolversi e dimenticare E esserne separato. La felicità ci ubriaca;
la tristezza; ci disconnette e ci separa dal Sé. In qualche modo arriviamo a
credere che la nostra identificazione con il dolore avviene solo perché non
abbiamo altra scelta, ma alla felicità diamo il benvenuto con tutto il
nostro
essere.
Sii consapevole del dolore e della felicità ci giungono da sole, ma qualche
volta, come esperienza, sii consapevole anche del dolore che hai generato
tu,
perché è leggermente diverso. Non possiamo mai identificarci completamente
con
qualcosa che suscitiamo noi stessi. Lo stesso sap re che la cosa è voluta da
noi crea la distanza. L'ospite che arriva in casa tua non è il proprietario
ma un ospite. Allo stesso modo, quando invitiamo la sofferenza come nostra
ospite, è già qualcosa di separato da noi.
Mentre cammini a piedi nudi, una spina ti conficca nel piede: questo è un
infortunio moli doloroso, ed è diverso da quando prendi una spina e
intenzionalmente la premi contro il piede:
ogni istante sai che ti stai bucando il piede con una spina e osservi il
dolore. Non ti sto dicendo di andare a torturarti, perché già esiste dolore
a
sufficienza; voglio dire questo: prima sii consapevole...p.50-51 della
sofferenza e della felicità; poi, un gior-no, sollecita il dolore e osserva
quanto lontano da esso puoi spingere la consapevolezza.
Ricorda, l'esperimento di provocare il dolore ha un grande significato,
perché tutti desiderano la felicità e nessuno il dolore. E questa è la cosa
interessante: il dolore che non vogliamo arriva da solo, mentre la felicità
che cerchiamo non arriva mai. Anche quando arriva per caso, resta fuori
dalla porta. La felicità che sollecitiamo non arriva mai, mentre quella che
non chiediamo entra im-mediatamente. Quando una persona raccoglie tanta
forza da poter accogliere il dolore, vuol dire che è molto felice: è tanto
estatica che non ha più alcun problema a sollecitare il dolore; adesso
l'in-felicità può entrare nella sua vita e restarci.
Ma è un esperimento molto profondo. Fino a quando non saremo pronti per un
esperimento si-mile, dovremo provare a essere consapevoli di qualsiasi
dolore si presenti di per sé.
Se ogni volta che la sofferenza entrerà nella no-stra vita resteremo
consapevoli, riusciremo a re-stare coscienti anche quando arriverà la morte.
A quel punto la natura ci permetterà di restare sve-gli anche in quel
momento: capirà che, se un uo-mo riesce a essere consapevole nel dolore, può
es-serlo anche nella morte. Nessuno può restare consapevole nella morte
tutto a un tratto, senza una preparazione specifica fatta in precedenza.
Alcuni anni fa è morto F.D. Ouspensky, un grande matematico e filosofo
russo: era l'unica persona, in questo secolo, che avesse fatto tanti
esperimenti legati alla morte. Tre mesi prima di morire si ammalò
gravemente. I dottori gli consi-gliarono di restare a letto, ma lui non li
ascoltò, e fece sforzi al di là di ogni immaginazione: di not-te, invece di
dormire, camminava, correva, viag-giava, era sempre in movimento. I dottori
erano inorriditi, dicevano che aveva bisogno di riposo assoluto. Ouspensky
chiamò tutti gli amici più cari vicino a sé, ma non disse loro nulla.
Gli amici che rimasero con lui quei tre mesi, fi-no alla sua morte, hanno
detto di aver visto con i loro occhi, per la prima volta, qualcuno che
accet-tava la morte in modo consapevole. Gli chiesero perché non seguiva i
consigli dei medici, e lui ri-spose: «Voglio sperimentare tutti i tipi di
dolore, per paura che quello della morte sia così grande da rendermi
incosciente. Prima di morire voglio attraversare tutte le sofferenze; ciò
può creare in me una resistenza così grande da permettermi di essere
completamente consapevole quando arri-verà la morte». E per tre mesi fece
uno sforzo esemplare per attraversare tutti i tipi di dolore.
Gli amici hanno scritto che una persona forte e sana si sarebbe stancata,
non Ouspensky~ I dottori insistevano sul riposo assoluto per evitare che si
aggravasse, ma inutilmente. La notte in cui morì, Ouspensky non fece altro
che andare avanti e in-dietro per la stanza; i dottori che lo visitarono
dis-sero che nelle sue gambe non c'era più forza suffi-ciente per muoversi,
e tuttavia lui camminò tutta la notte. Disse: «Voglio morire in piedi, per
paura che, sedendomi o addormentandomi, muoia incoscien-te...p.52-53». E
sempre camminando, diceva agli amici:
«Ancora un po', altri dieci passi e sarà tutto finito. Sto per andarmene, ma
continuerà finché avrò fat-to l'ultimo passo. Voglio continuare a fare
qualcosa fino alla fine, altrimenti la morte potrebbe arrivare mentre sono
incosciente. Potrei rilassarmi e addor-mentarmi, e non voglio che questo
succeda nel mo-mento della morte».
Ouspensky morì muovendo l'ultimo passo. Po-chissima gente sulla Terra è
morta camminando come fece lui. Cadde al suolo mentre camminava:
cioè, cadde solo quando arrivò la morte. Com-piendo l'ultimo passo disse:
«Ecco: questo è l'ulti-mo passo; ora sto per cadere. Ma prima di andar-mene
lasciatemi dire che avevo abbandonato il corpo molto tempo fa. Adesso
vedrete il corpo che se ne va, ma io già da molto tempo ho visto che se n'è
andato, anche se ci sono ancora. I lega-mi con il corpo si sono spezzati
completamente e tuttavia, all'interno, io ci sono ancora. Adesso solo il
corpo cadrà; a me è impossibile cadere».
Nell'istante della morte, gli amici videro una strana luce nei suoi occhi:
gioia, serenità e radio-sità, qualcosa che si vede quando si è sulla soglia
dell'altro mondo. Ma per questo è necessaria una preparazione continua. Se
una persona si prepara con tutta se stessa, la morte diventa un'esperien-za
meravigliosa. Non esiste fenomeno più prezio-so di questo, perché ciò che si
rivela nel momento della morte non può mai essere conosciuto altri-menti. A
quel punto la morte sembra amica, per-
ché solo in quell'istante possiamo fare l'esperien za di essere un
«organismo vivente»; non prima.
Ricorda: più oscura è la notte, più brillanti sono le stelle. Il lampo di un
fulmine risalta come fil d'argento, se le nubi sono scure. Ugualmente
quando la morte ci circonda con tutta la sua pre senza, in quel momento il
centro stesso della vita si manifesta in tutta la sua gloria; mai prima. La
mor te ci circonda come oscurità, e nel mezzo il cuor' della vita - chiamalo
utman, l'anima - brilla in tutto il suo splendore: è il buio circostante a
renderlo lu minoso. Ma in quell'istante diventiamo inconsape voli. Quando la
morte si manifesta, attimo che po trebbe tramutarsi nell'occasione per
conoscere il nostro essere, diventiamo non coscienti. Per questo bisogna
prepararsi a innalzare la propria consape volezza. La meditazione è quella
preparazione.
La meditazione è l'esperimento di una mortE graduale e volontaria; è un
esperimento per an dare dentro di sé e poi abbandonare il corpo. Meditando
tutta la vita, al momento della morte
sarà in totale meditazione.
Quando la morte accade in piena consapevo lezza, l'anima della persona
rinasce in piena con sapevolezza. A quel punto, fin dal primo istante della
nuova vita, non si vive un giorno di igno ranza, ma di conoscenza.
Anche nel grembo materno la persona resta pienamente consapevole. Chi è
morto cosciente può rinascere solo una volta: dopo quella nascita non ne
sono possibili altre, perché chi ha speri-mentato....p.54-55 cosa siano la
vita, la morte e la nascita ot-tiene la liberazione.
Chiamiamo avatara, tirthankara, Buddha, Cristo, Krishna, le persone che sono
nate in piena consa-pevolezza. Ciò che le distingue da noi è la
consa-pevolezza; essi si sono risvegliati e noi dormia-mo. Poiché sono nati
consapevolmente, questo èil loro ultimo viaggio sulla Terra; hanno qualcosa
che noi non abbiamo e che, con costanza e perse-veranza, continuano a
mostrarci. La differenza tra chi si è risvegliato e noi è semplicemente
questa:
la morte precedente e la nascita successiva sono avvenute in stato di
consapevolezza, e quindi tut-ta la sua vita è vissuta con consapevolezza.
La gente del Tibet attua un'esperienza sottile, chiamata Bardo. È
un'esperienza molto preziosa, praticata solò in punto di morte. Quando
qualcuno sta per morire, tutti quelli che lo sanno si riunisco-no intorno a
lui per impartirgli il Bardo. Ma solo chi ha meditato in vita può
attraversare il Bardo, altri-menti non sarà possibile. Nell'esperienza del
Bar-do, non appena una persona muore, le si danno istruzioni dall'esterno
per farla restare completa-mente vigile. Le viene detto di continuare a
osser-vare tutto ciò che accade passo dopo passo, perché in quello stato
accadono molte cose che un moren-te non potrebbe mai capire. Non è facile
compren-dere nel modo giusto fenomeni nuovi.
Se una persona riuscirà a restare consapevole dopo la morte, per un po' non
saprà di esser morta. Solo quando portano via il suo cadavere e iniziano a
cremarlo saprà con certezza di essere morta, per-
ché di fatto all'interno non muore nulla, si crea sa una distanza. In vita,
questa distanza non e' mai stata sperimentata. L'esperienza è così nuova
danon
poter essere compresa con definizioni convenzionali. La persona sente solo
che qualcosa si è separato. Ma qualcosa è morto, e lo capisce quando la
gente intorno singhiozza e piange, cade addolorata sul suo corpo e si
accinge
a cremarlo.
C'è un motivo per cui il corpo viene portato cosi' presto alla cremazione:
garantire l'anima che corpo è morto e ridotto in cenere. Ma ciò può essere
compreso solo morendo in stato di consapevolezza, non inconsciamente.
Quindi, nel Bardo per far intravedere al morente il corpo che brucia-gli
viene suggerito: «Osserva attentamente il tuo corpo che brucia. Non scappare
o non allontanarti frettolosamente dalla sua vista. Quando la gen te porta
il tuo corpo alla cremazione, assicurati di accompagnarla e di essere
presente. Osserva con assoluta attenzione il corpo che brucia, affinché la
prossima volta tu non sia più attaccato al corpo fisico». Quando vedi
qualcosa che brucia fino alla cenere, ogni attaccamento a quell'oggetto
scom pare. Anche gli altri, naturalmente, vedranno i tuo corpo bruciare, ma
se lo vedrai anche tu, per derai tutto il tuo attaccamento verso di esso.
Normalmente, in novantanove casi su cento l'uomo al momento della morte non
è cosciente, ne è immemore, e fugge alla vista del corpo in fiamme, scappa
dal luogo della cremazione. Quindi nel Bardo si dice: «Osserva, non perdere
questa oppor tunità. Osserva il tuo corpo che brucia, osservalo...p56-57

una volta per tutte. Guarda come viene distrutto completamente ciò con cui
hai identificato il tuo Sé per tutto questo tempo. Osservalo ridotto
inconfu-tabilmente in cenere, affinché alla prossima nascita possa
ricordarti chi sei».
Nell'istante in cui muore, una persona entra in un nuovo mondo, di cui non
sa nulla. Quel mondo potrebbe spaventarci e farci paura, perché non è
si-mile né dissimile a nulla che conosciamo. Di fatto, non ha alcuna
connessione con la vita terrena. Af-frontare questo nuovo mondo fa più paura
che tro-varsi in una terra straniera, dove tutti sono estranei e hanno una
lingua e uno stile di vita sconosciuti. In questo caso si sarebbe ovviamente
turbati e con-fusi. Il mondo in cui viviamo è un mondo di corpi fisici.
Quando lo lasciamo comincia quello incor-poreo, un mondo di cui non abbiamo
mai fatto esperienza. La cosa fa ancor più paura, perché nel nostro mondo,
per quanto strano possa essere un posto e diversa la gente e il suo stile di
vita, esiste comunque un legame tra noi e loro: il regno degli esseri umani.
Entrare nel mondo degli spiriti incor-porei può essere un'esperienza
terrificante.
Di solito l'attraversiamo inconsciamente, e per questo non ci badiamo. Ma
chi l'attraversa in sta-to di veglia va incontro a grandi difficoltà. Per
questo nel Bardo si tenta di spiegare alla persona che tipo di mondo sarà
quello incorporeo, cosa vi accadrà e che tipo di esseri incontrerà. Solo
coloro che hanno meditato in profondità possono fare questa esperienza,
altrimenti non sarà possibile.
Di recente, ho sentito spesso che quanti pratica-
no la meditazione possono essere accompagnati nel Bardo in una forma o
nell'altra. Ma questo può accadere solo quando si è fatta un'esperienza di
meditazione profonda; altrimenti, non sarà nep-pure possibile capire ciò che
viene detto. Non si riuscirà a comprendere, né a seguire, quello che viene
detto al momento della morte. Per capirne il significato, occorre che la
mente sia vuota e silen-ziosa. Quando la consapevolezza comincia ad
af-fievolirsi e a scomparire e quando tutti i legami terreni vengono recisi,
solo una mente molto silen-ziosa può sentire i messaggi che arrivano da
que-sto mondo; diversamente, non si sentirà nulla.
Ricorda: si può fare qualcosa solo in relazione al-la morte; nulla è
possibile nei confronti della nasci-ta. Tuttavia qualsiasi cosa facciamo con
la morte, influenza anche la nascita, in quanto conseguenza. Nasciamo nello
stesso stato in cui moriamo.
Chi si è risvegliato è in grado di scegliersi il grembo. Ciò vuol dire che
non sceglie mai nulla ciecamente, inconsapevolmente. Sceglie i genitori come
un ricco sceglie la casa giusta. Un povero non può avere una casa scelta da
lui. Per scegliere, devi poterlo fare: puoi comprare una casa solo se te lo
puoi permettere. Un pover'uomo non sceglie mai la sua casa. Si dovrebbe dire
che, di fatto, è la casa a scegliere il povero: una casa povera sceglie un
uo-mo povero. Un miliardario sceglie tutto: dove co-struire la casa, dove
mettere porte e finestre, se far entrare la luce da est o da ovest, come
organizzare l'impianto di aerazione, quanto spaziosa dev'esse-re la casa,
come dev'essere il giardino...p.59-58


Chi si è risvegliato, oltre a scegliersi il grembo, può fare altre scelte.
Buddha o Mahavira, per esempio, non nascono in un qualsiasi spazio o
momento. Nascono dopo aver considerato tutte le possibilità: quale forma
avrà il corpo e da quali genitori sarà concepito; di che tipo sarà l'energia
e quanta ne avrà, di quali ricchezze godrà. Gli illu-minati nascono dopo
aver consideràto a fondo ogni dettaglio. Operano una scelta precisa di cosa
fare e dove andare. Per questo, sin dal primo gior-no vivono una vita
libera, scelta da loro.
La gioia di vivere una vita di propria scelta ètutt'altra cosa, perché la
libertà comincia con l'a-vere una vita scelta da noi. Non ci può essere la
stessa felicità in una vita che ti viene data, perché questa si trasforma in
schiavitù. In questi casi si viene semplicemente spinti verso la vita, e
tutto ciò che deve accadere, accade: la persona non ha in essa alcun ruolo
attivo.
Solo se avviene un simile risveglio, si può con-cretamente scegliere. Se la
nascita giunge per no-stra scelta, tutta la vita sarà una nostra scelta; a
quel punto potremo vivere come un jivan-mukta. Chi muore in stato di
risveglio, nasce in quello stato e vive come un essere liberato.
Sentiamo spesso la parola jivaan-mukta, anche se forse non sappiamo cosa
voglia dire. jiivan-mukta significa: colui che è nato in stato di risveglio.
So-lo una persona simile può essere un jivan-mukta; altrimenti, anche
prodigandosi tutta la vita per la propria liberazione, la libertà arriverà
solo nella vita successiva, non in questa. Per essere un jivan-60
mukta in questa vita, un uomo deve avere libertà di scelta fin dal giorno in
cui nasce. E ciò è possi-bile solo se nella vita precedente, in punto di
mor-te, si è conseguita una piena consapevolezza.
Ma ciò che conta è fare il primo passo: la vita èqui e la morte non è ancora
arrivata. Verrà di sicu-ro; nulla è più certo della morte. Possono esserci
dubbi su tutte le altre cose, ma per ciò che concer-ne la morte non esiste
assolutamente alcun dub-bio. Qualcuno dubita di Dio, altri dubitano
dell'a-nima, ma non incontrerai mai un uomo che dubiti della morte. È
inevitabile: verrà senz'altro; sta già venendo. A ogni istante si avvicina
sempre più. Possiamo utilizzare i momenti che ci restano pri-ma della morte
per il nostro risveglio. La medita-zione è una tecnica per raggiungere
questo scopo. Il mio sforzo con questa serie di discorsi sarà aiu-tarti a
comprendere che la meditazione è la tecni-ca funzionale a quel
risveglio................

.................continua alla seconda parte


Tibetano

unread,
Jun 30, 2000, 3:00:00 AM6/30/00
to
"olonese" ha scritto

> Hey Tib sei "peggio" di Giordano Bruno

grazie! Non credo di meritare tanto (^___^)

ciao
« Tibetano »
http://tibetano.3000.it/


dei

unread,
Jun 30, 2000, 3:00:00 AM6/30/00
to
proprio un bel romanzo concordo
"Neuro" <san...@tiscalinet.it> ha scritto nel messaggio
news:vuI65.310976$VM3.2...@news.infostrada.it...

lucy mnt

unread,
Jun 30, 2000, 3:00:00 AM6/30/00
to
Come al solito arrivo in ritardo, ma quando l'hanno dato sto' bel film?,
uffa non l'accendo mai la tv...
e che t'assicuro io ?
son cambiati i tempi? non sono per nulla daccordo, a mio parere si sono
solo camuffati bene, parlando di quei tempi, ora forse c'e' meno sangue,
perche' non possono ma i martiri di oggi , dissanguati ieri, sanguinano
nell'anima.
Nulla di nuovo sotto quel sole.
Baci Lucy
"olonese" <x...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:o3x65.308461$VM3.2...@news.infostrada.it...

Dax

unread,
Jun 30, 2000, 3:00:00 AM6/30/00
to
Oh santa Pupazza!
Andrà a finire che mi convincerai a leggerlo a furia di vederlo davanti! :-)

lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message

WSN65.312695$VM3.2...@news.infostrada.it...


>
>
>
> 2° CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
> DELL'ANIMA......PRIMA PARTE :
>
> (pagine da 43 a 61)

> ... e seguenti!


lucy mnt

unread,
Jun 30, 2000, 3:00:00 AM6/30/00
to
mannaggia la puazza non l'hai ancora letto?
be fa nulla sei ancora in tempo, se sei vivo
smaaaack
Lucy
"Dax" <domen...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:Qs875.2848$2s6....@news.infostrada.it...

> Oh santa Pupazza!
> Andrà a finire che mi convincerai a leggerlo a furia di vederlo davanti!
:-)
>
> lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
> WSN65.312695$VM3.2...@news.infostrada.it...
> >
> >
> >
> > 2° CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
> > DELL'ANIMA......PRIMA PARTE :
> >
> > (pagine da 43 a 61)
> > ... e seguenti!
>
>
>


olonese

unread,
Jul 1, 2000, 3:00:00 AM7/1/00
to

"lucy mnt" <kim...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:Is875.2847$2s6....@news.infostrada.it...

> Come al solito arrivo in ritardo, ma quando l'hanno dato sto' bel film?,
> uffa non l'accendo mai la tv...
L'hanno dato qualche mese fa in occasione della ricorrenza dei 400 anni
dal fattaccio.Ma io l'avevo già registrato molti anni prima, tratta del
tradimento,arresto e lungo processo a G.B. interp. da G.M.Volontè
mio attore preferito,è davvero un film notevole.

>e che t'assicuro io ?
Stavo solo scherzando, dopo tutto sei tu che hai introdotto l'argomento
della "santa cazza".............non ricordi..........;°)

> son cambiati i tempi? non sono per nulla daccordo, a mio parere si sono
> solo camuffati bene, parlando di quei tempi, ora forse c'e' meno sangue,
> perche' non possono ma i martiri di oggi , dissanguati ieri, sanguinano
> nell'anima

Sono perfettaMente daccordo.

> Nulla di nuovo sotto quel sole.
> Baci Lucy

baci lucy e GRAZIE x il lavoro che stai facendo anche a nome
della mia stampante............ciao

l'olonese


lucy mnt

unread,
Jul 1, 2000, 3:00:00 AM7/1/00
to
3° CAPITOLO DEL L'IMMORTALITA' DELL'ANIMA DI OSHO RAJEESH SECONDA PARTE:
(pagine da 115 a 135 )

L'INTERO UNIVERSO E' UN TEMPIO

Entrare in un tempio non è così facile: non puoi entrare in un luogo
qualsiasi e dire di essere in un tempio. forse il tuo corpo sarà in un
tempio, ma la tua mente? Come puoi dire con assoluta certez-za dove sarà la
tua mente tra un istante? E una volta che la mente e entrata nel tempio,
perché preoccuparsi se il corpo è nel tempio oppure no?
La mente che ha trovato l'ingresso al tempio al-l'improvviso scopre di
essere circondata da un tempio immenso, da cui non è più possibile uscire.
Ovunque tu vada, sei nel tempio. Anche se vai sul-la Luna... Armstrong vi è
sbarcato, vuol forse dire che ha lasciato il tempio di Dio? Non è affatto
pos-sibile uscire dal tempio di Dio. Pensi forse che ri-manga uno spazio in
cui poter stare, fuori dal tem-pio di Dio?
Quindi, quanti pensano che il tempio da loro eretto sia l'unico tempio di
Dio, e fuori da esso non esista nulla di divino, si sbagliano. E si
sba-gliano anche quanti pensano che quel tempio va-da distrutto, perché non
contiene Dio.
Perché prendersela con i poveri templi? Se riu-scissimo a liberarci
dall'illusione che Dio esiste solo in essi, i nostri templi potrebbero
diventare splendidi, incantevoli, meravigliosi. In effetti, un villaggio
senza un tempio sembra incompleto. Avere un tempio può essere una cosa molto
gioio-sa. Tuttavia, né un tempio indù, né uno musulma-no o uno cristiano
possono essere fonte di gioia. Solo il tempio di Dio può esserlo.
Ma la politica induista, musulmana e cristiana è tanto radicata da non
permettere a un tempio di
rappresentare l'essere divino. Ecco perché i tem pli e le moschee sono così
sgradevoli; una perso na sincera esita perfino a guardarli. Sono diventati
focolai di furfanti; vi si pianifica ogni sorta dI discordia. E i fautori di
quei dissidi non sanno ne cessariamente cosa stanno facendo. A mio modo di
vedere, nessuno pianifica il male con consapevolezza; è sempre programmato
nell'incoscienza Tutto il mondo è prigioniero di questo caos.
Se un giorno i templi dovessero sparire dalla faccia della Terra, non
avverrà
a causa degli atei ma di coloro che credono in Dio. Stanno gia' scomparendo,
quasi non ci sono più. Se vogliamo salvarli dovremo prima percepire
l'immenso
tempio che esiste intorno a noi, cioè l'esistenza stessa Allora anche i
templi più piccoli si salveranno sopravviveranno di conseguenza, come
simboli
della presenza divina. E come se io ti dessi in dono un fazzoletto... anche
se vale pochi soldi, custodirai gelosamente in un forziere.
Una volta visitai un villaggio. Alla stazione gente venne ad accogliermi e
qualcuno mi mise una ghirlanda intorno al collo. Io me la tolsi, dandola a
una ragazza che stava li' vicino. Dopo 5 anni tornai in quel villaggio e la
stessa ragazza
venne a dirmi: «Ho conservato la ghirlanda che mi hai dato l'altra volta.
Anche se i fiori sono a passiti e la gente dice che non~ emanano più
profumo, sono ancora freschi e fragranti come il primo giorno. Dopo tutto,
tu me li hai dati».
Visitai casa sua e lei mi mostrò una deliziosa scatola di legno dove la
ghirlanda era stata riposta con cura.

Entrare in un tempio non è così facile: non puoi entrare in un luogo
qualsiasi e dire di essere in un tempio. forse il tuo corpo sarà in un
tempio, ma la tua mente? Come puoi dire con assoluta certez-za dove sarà la
tua mente tra un istante? E una volta che la mente e entrata nel tempio,
perché preoccuparsi se il corpo è nel tempio oppure no?
La mente che ha trovato l'ingresso al tempio1 al-l'improvviso scopre di
essere circondata da un tempio immenso, da cui non è più possibile uscire.
Ovunque tu vada, sei nel tempio. Anche se vai sul-la Luna... Armstrong vi è
sbarcato, vuol forse dire che ha lasciato il tempio di Dio? Non è affatto
pos-sibile uscire dal tempio di Dio. Pensi forse che ri-manga uno spazio in
cui poter stare, fuori dal tem-pio di Dio?
Quindi, quanti pensano che il tempio da loro eretto sia l'unico tempio di
Dio, e fuori da esso non esista nulla di divino, si sbagliano. E si
sba-gliano anche quanti pensano che quel tempio va-da distrutto, perché non
contiene Dio.
Perché prendersela con i poveri templi? Se riu-scissimo a liberarci
dall'illusione che Dio esiste solo in essi, i nostri templi potrebbero
diventare splendidi, incantevoli, meravigliosi. In effetti, un villaggio
senza un tempio sembra incompleto. Avere un tempio può essere una cosa molto
gioio-sa. Tuttavia, né un tempio indù, né uno musulma-no o uno cristiano
possono essere fonte di gioia. Solo il tempio di Dio può esserlo.
Ma la politica induista, musulmana e cristiana è tanto radicata da non
permettere a un tempio di
rappresentare l'essere divino. Ecco perché i tem pli e le moschee sono così
sgradevoli; una perso na sincera esita perfino a guardarli. Sono diventa ti
focolai di furfanti; vi si pianifica ogni sorta d discordia. E i fautori di
quei dissidi non sanno ne cessariamente cosa stanno facendo. A mio mod< di
vedere, nessuno pianifica il male con consape volezza; è sempre programmato
nell'incoscienzc Tutto il mondo è prigioniero di questo caos.
Se un giorno i templi dovessero sparire dall faccia della Terra, non avverrà
a causa degli ate ma di coloro che credono in Dio. Stanno gi scomparendo,
quasi non ci sono più. Se vogliam salvarli dovremo prima percepire l'immenso
teri pio che esiste intorno a noi, cioè l'esistenza stess<' Allora anche i
templi più piccoli si salveranno sopravviveranno di conseguenza, come simbo
della presenza divina. E come se io ti dessi in d( no un fazzoletto... anche
se vale pochi soldi,] custodirai gelosamente in un forziere.
Una volta visitai un villaggio. Alla stazione gente venne ad accogliermi e
qualcuno mi mi. una ghirlanda intorno al collo. Io me la tolsi, da dola a
una ragazza phe stava fl vicino. Dopo 5 anni tornai in quel villaggio e la
stessa ragaz:
venne a dirmi: «Ho conservato la ghirlanda ci mi hai dato l'altra volta.
Anche se i fiori sono a passiti e la gente dice che non~ emanano più pr
fumo, sono ancora freschi e fragranti come il p:
mo giorno. Dopo tutto, tu me li hai dati».
Visitai casa sua e lei mi mostrò una deliziosa s( itola di legno dove la
ghirlanda era stata riposta con...p.116-7cura. I fiori erano appassiti e
rinsecchiti, senza più traccia del loro
profumo. Chiunque avrebbe chie-sto: «Perché conservi questo pattume in una
scato-la così bella? Che senso ha? La scatola è preziosa, ma questo pattume
non vale niente». Quella ragaz-za avrebbe buttato la scatola, ma non quel
pattu-me. In esso riusciva a vedere qualcos'altro, per lei era un simbolo:
il caro ricordo di qualcuno. Forse era pattume per il resto del mondo, non
per lei.
Se i templi, le moschee e le chiese potessero semplicemente esistere in
quanto segni dell'aspi-razione umana verso Dio... Ed è la verità: osserva la
guglia appuntita di una chiesa, lo slanciato mi-nareto di una moschea,
l'altissima cupola di un tempio. Non sono altro che simboli del desiderio
dell'uomo di elevarsi, del suo viaggio alla ricerta di Dio. Simboleggiano il
fatto che l'uomo non si appaga di una casa, ma vuole costruire anche un
tempio. l'uomo non si accontenta di vivere sulla Terra, vuole anche salire
al
cielo.
Hai mai osservato le lampade di terracotta che ardono nei templi? Ti sei mai
chiesto come mai queste lampade, che contengono ghi, burro purifi-cato,
vengono tenute accese nel tempio? Ti sei mai accorto che queste lampade sono
l'unica cosa sulla Terra la cui fiamma non va mai verso il basso, ma tende
sempre verso l'alto? Anche rovesciando la lampada la fiamma si muove verso
l'alto. Quella fiamma simboleggia le aspirazioni umane. Noi vi-viamo sulla
Terra, ma desideriamo stabilire la no-stra dimora nel cielo. Forse siamo
legati alla Terra
sotto di noi, ma aspiriamo comunque a muoverci liberamente nei cieli
sconfinati.
E hai mai notato con quanta rapidità una fiam-ma sorge e si dissolve? E hai
mai osservato che, quando la fiamma si è dissolta, è impossibile tro-varne
traccia? Anche questo è un simbolo: chi si eleva, si dissolve. La lampada di
terracotta è ma-teria solida, mentre la fiamma è molto fluida: non appena si
solleva è già scomparsa. Quindi la fiamma della lampada contiene un
messaggio. Simboleggia il fatto che, chiunque si elevi dalla materia, è
destinato a dissolversi.
È per puro amore che un uomo sceglie di bru-ciare del ghi nella sua lampada.
Non ci sarebbe nulla di sbagliato nell'uso del kerosene per una lampada -
Dio non te lo vieta - ma noi sentiamo che solo chi è diventato puro come il
ghi può ele-varsi. Anche la fiamma di kerosene va in alto - il kerosene non
è meno efficace del ghi - ma il ghi simboleggia questa nostra sensazione:
chi è di-ventato puro può innalzarsi.
Chiese, moschee e templi sono anch'essi simboli dello stesso genere. Possono
anche essere molto belli. Sono simboli meravigliosi, splendide
illu-strazioni create dall'uomo. Ma sono diventati ab-normi a causa
dell'insensatezza che è penetrata in loro. Adesso un tempio non è più un
tempio: è di-ventato il tempio degli indù. E non solo degli indù, ma dei
vashnava. E non solo dei vashnava, ma del guru tal dei tali. E così, per
frammentazioni succes-sive, tutti i templi sono diventati focolai dì giochi
politici. Nutrono il settarismo e l'intolleranza che....p.118-9 conducono
chi vi entra alla rovina. A poco a poco si sono tutti tramutati in
istituzioni che sfruttano e di-fendono continuamente i loro interessi
consolidati.
Non ti chiedo di abolire i templi, ma di liberarti di tutte le cose inutili
che ne sono divenute parte. gli interessi consolidati vanno distrutti. Ai
templi deve essere impedito di trasformarsi in istituzioni; devo-no essere
protetti dal settarismo e dall'intolleranza. Un tempio è un luogo splendido
fino a quando re-sta unicamente segno e simbolo di Dio, fino a quan-do
riflette un fenomeno di ascesa verso il cielo.
Voglio dire che fino a quando i templi conti-nueranno a essere focolai di
giochi politici, non saranno altro che fonti di disgrazie. E, di fatto,
at-tualmente i templi non sono altro che una fucina di giochi politici.
Quando si edifica un tempio per gli indù, questo immediatamente diviene un
ri-cettacolo di giochi politici, perché politica vuol dire settarismo. E la
religione è qualcosa che non ha assolutamente nulla a che fare con il
settari-smo. Religione significa sadhana, impegno perso-nale verso la
spiritualità, mentre politica vuol dire settarismo. Sii sempre consapevole
che la religio-ne ha a che fare con il viaggio interiore, ma non ha nulla a
che fare con il settarismo. La politica sopravvive grazie al settarismo,
questo sull'odio e l'odio sul sangue: e così il male si perpetua...
Come simbolo di Dio il tempio è diventato im-puro. Quell'impurità dev'essere
cancellata: solo al-lora il tempio sarà un simbolo di estrema bellezza. Un
villaggio con un tempio che non appartenga né agli indù, né ai musulmani, né
ai cristiani sarà un
villaggio meraviglioso. Il tempio diventerà un or-namento del villaggio e un
segno dell'infinito. Al-lora, coloro che entrano nel tempio non sentiranno,
per averlo fatto, di essersi avvicinati a Dio, mentre all'esterno ne erano
lontani; sentiranno semplice-mente che il tempio è un luogo che rende più
facile entrare in se stessi; il tempio serve solo a sperimen-tare bellezza,
quiete e solitudine. Allora il tempio sarà solo un luogo appropriato per la
meditazione. E la meditazione è il sentiero che porta a Dio.
Non per tutti può essere facile avere una casa tan-to tranquilla da poter
essere usata per la meditazio-ne, ma un villaggio, unendo i suoi sforzi, è
certa-mente in grado di edificare una dimora con queste caratteristiche. Non
tutti possono permettersi un maestro e un edificio scolastico privato, con
il pro-prio giardino e un parco giochi, per i propri figli. Se tutti lo
facessero, solo un numero limitato di bambi-ni verrebbe educato; per questo
costruiamo una scuola nel villaggio e provvediamo a tutto ciò che
ènecessario all'istruzione dei bambini dell'intero vil-laggio. Allo stesso
modo, ogni villaggio dovrebbe avere un luogo per la meditazione. Questo è
tutto ciò che un tempio e una moschea significano, nulla di più. Ora come
ora non sono luoghi per il viaggio interiore, ma centri di diffusione della
discordia.
Quindi non abbiamo affatto bisogno di abolire i templi. Dobbiamo, invece,
prenderci cura che non continuino a essere fucine di preoccupazioni. Noi
tutti dobbiamo prenderci cura che il tempio torni nelle mani della
religione, e non resti in quelle de-gli indù o dei musulmani....p120-21

Se i bambini di una città potessero andare indif-ferentemente alla moschea,
al tempio di Shiva o in chiesa, allora quella città sarebbe davvero
religio-sa, i suoi abitanti sarebbero ottime persone, i geni-tori non
sarebbero nemici dei propri figli. Sarebbe evidente che i genitori di questa
città amano i loro figli, e gettano le basi affinché non litighino tra
lo-ro. I genitori di questa città direbbero ai figli: «Una moschea è casa
tua come lo è un tempio. Va' ovun-que trovi pace. Siedi là, cerca Dio in
quei luoghi. Tutte le case appartengono a Dio, ma ciò che im-porta è averne
un barlume. E per averlo va' dentro te stesso. Oppure va' dove ti senti».
Quando questo diventerà realtà, al mondo nascerà il tempio giu-sto. Ancora
non siamo riusciti a costruirlo.
Io non sono tra coloro che desiderano liberarsi dei templi. Al contrario,
sostengo che i templi sono stati già distrutti dalle stesse persone che
afferma-no di esserne i custodi. Ma è difficile dire quando riusciremo a
capirlo. D'altra parte, la gente frain-tende; pensa che io sia un
distruttore di templi. Co-sa ci guadagnerei distruggendo un tempio? Tutto
ciò che di estraneo si è raccolto intorno ai templi va, ovviamente,
eliminato. E perfettamente giusto im-pegnarsi affinché questo accada.

Ancora una domanda, prima della nostra me-ditazione.
Al termine dell'incontro del mattino, un amico ha chiesto: «Accade mai che,
dopo aver lasciato il cor-po, le anime vaghino senza meta?».
Alcune anime trovano difficoltà a entrare in un nuovo corpo, subito dopo la
morte, per un motivo ben preciso, al quale forse non hai pensato. Tutte le
anime si possono dividere in tre categorie: inferio-re, per la gente con il
grado di consapevolezza più basso; superiore, per il grado di consapevolezza
più puro; e il terzo, per coloro che si trovano in mezzo e sono una
combinazione di entrambi.
Facciamo l'esempio di un damru, un piccolo tamburo: è largo alle estremità e
stretto al centro. Se lo rovesciassimo in modo che sia largo al cen-tro e
stretto alle estremità, comprenderemmo la situazione delle anime senza
corpo.
Alle estremità sottili vi sono pochissime anime. L'anima più abietta ha
difficoltà' a trovare un cor-po almeno quanto quella più elevata. Quelle che
si trovano nel mezzo, non esitano minimamente:
entrano in un corpo nuovo non appena hanno la-sciato il precedente. La
ragione è che per le anime mediocri, quelle che si trovano in posizione
inter-media, un ventre adatto è sempre disponibile.
Quando una persona muore, l'anima vede cen-tinaia di persone, centinaia di
coppie che fanno l'amore; quando ne trova una di suo gradimento, entra
nell'utero. Viceversa, molte anime superiori non possono entrare in un utero
qualsiasi. L'ani-ma superiore richiede l'unione di una coppia con un livello
eccezionalmente alto di consapevolez-za, affinché la sua nascita abbia le
potenzialità più elevate. Per questo un'anima superiore deve aspettare il
ventre appropriato. Allo stesso modo devono aspettare le anime più infime,
perché....p.122-3 neppure per loro è facile trovare un utero di tipo
inferiore. Ecco perché
sia il soggetto superiore che quello inferiore non nascono con tanta
facilità, mentre i mediocri non incontrano difficoltà alcu-na. Ci sono
sempre ventri disponibili a riceverli:
l'anima mediocre è attratta subito da uno di essi. In precedenza, vi ho
parlato del Bardo. In que-sta tecnica si dice al morente: «Vedrai centinaia
di persone accoppiarsi. Non aver fretta. Pensaci un po', prendi tempo, resta
un po' più a lungo là do-ve sei, prima di entrare in un utero. Non entrare
subito nel primo utero che ti attrae». È come se una persona andasse in
città a comprare tutto ciò che colpisce la sua fantasia. Entra nel primo
nego-zio che incontra e afferra la prima cosa che vede.
Nel Bardo si ammonisce il morente: «Sta' atten-to! Non correre, non aver
fretta, continua a cerca-re; pensaci, prendi in considerazione ogni cosa».
Gli viene detto questo perché centinaia di perso-ne, a ogni istante, si
stanno accoppiando. Egli ve-de con chiarezza centinaia di persone fare
l'amo-re, ma è attratto solo dalla coppia in grado di fornirgli un utero a
lui appropriato.
Tutte le anime, sia superiori che inferiori, devo-no aspettare fino a quando
non trovano un utero, o ventre, appropriato. Quelle inferiori non ne
trova-no facilmente uno che permetta loro di realizzare le proprie
potenzialità. E, allo stesso modo, quelle su-periori non trovano subito un
utero con caratteri-stiche loro adeguate. Le anime inferiori, rimaste senza
un corpo, sono ciò che chiamiamo spiriti ma-ligni, mentre quelle superiori
in attesa di rinascita
sono devata, spiriti divini. Fantasmi e spiriti mali-gni rappresentano il
genere più basso di anime, bloccate a causa della loro qualità inferiore.
Vice-versa, per l'anima comune un ventre è sempre di-sponibile. Morendo, vi
entra all'istante.

Sempre lo stesso amico ha chiesto: «Queste ani-me che attendono di rinascere
posso no entrare nel cor-po di qualcuno e infastidirlo?».

Anche questo è possibile, perché le anime infe-riori ancora senza un corpo
restano profonda-mente tormentate; mentre quelle superiori senza corpo sono
felici. Dovresti tenere a mente questa distinzione. Le anime superiori
vedono sempre il corpo come una schiavitù. Desiderano restare leg-gere, al
punto di non voler trascinarsi il peso di un corpo. E, in ultima analisi, se
ne vogliono libe-rare, perché per loro il corpo è addirittura una prigione.
Talvolta sentono che il corpo le obbliga a fare cose che non vale la pena
fare, per cui que-ste anime non sono particolarmente attratte dal corpo. Le
anime inferiori invece non sanno stare un solo istante senza un corpo; i
loro interessi e la loro felicità ne dipendono.
Alcuni piaceri si possono raggiungere anche senza un corpo. Per esempio,
l'anima di un pensa-tore può provare piacere a pensare senza abitare in un
corpo, perché il pensiero non ha nulla a che ve-dere con esso. Quindi, se
l'anima di un pensatore comincia a vagare senza entrare in un corpo,
non....p.124-5 mostra alcuna fretta di reincarnarsi, perché anche in quello
stato prova
piacere a pensare.
Ma chi per esempio ha la passione del cibo, avrà la necessità di un corpo,
perché altrimenti quel pia-cere diventa irrealizzabile, per cui, nel suo
caso, l'a-nima vaga estremamente inquieta alla sua ricerca. E se non riesce
a trovare un grembo adatto, può en-trare nel corpo di un'anima debole.
Un'anima de-bole è un'anima che non è padrona del proprio cor-po. Questo
accade quando l'anima ha paura.
Ricorda, la paura ha un significato profondo. Paura è ciò che ti fa
contrarre. Quando hai paura, ti contrai; quando sei felice, ti espandi.
Quando una persona ha paura, l'anima si contrae e, di conseguenza,
all'interno del corpo viene lasciata libera un'ampia zona, in cui un'altra
anima può entrare e prendervi dimora. Non solo, possono entrarvi molte anime
contemporaneamente inva-dendo subito quello spazio. Pertanto, quando un
uomo ha paura, nel suo corpo può entrare un' ani-ma. E l'unica ragione che
spinge uno spirito a far-lo è che ogni sua brama è legata al corpo: cerca di
soddisfare i propri desideri, penetrando in quello di un altro. Tutto ciò è
assolutamente possibile: ci sono fatti che possono provarlo. Sono fenomeni
assolutamente reali.
Pertanto una persona spaventata è sempre in pericolo; vive perennemente
contratta. E come se vivesse in una sola stanza della sua casa, mentre tutte
le altre restano vuote e possono essere occu-pate da altri ospiti.
Qualche volta entrano in un corpo anime supe-
non, ma lo fanno per ragioni assai diverse. Alcune azioni nobili hanno
bisogno di un corpo. per fare un esempio... una casa brucia e tra la folla
impotente nessuno ha il coraggio di fare qualcosa per salvare una persona
ancora prigioniera delle fiamme; all'improvviso un uomo si fa avanti, spegne
il
fuoco e salva chi era rimasto intrappolato all'interno. Più tardi, quando
tutto è finito, quell l'uomo stesso si chiede come ha fatto. È certo aver
agito sotto l'influenza di una potenza sconosciuta: non era lui che agiva,
ma qualcun altro. simili circostanze, quando un uomo non riesce a fare
appello a tutto il proprio coraggio per qualche buona causa, un'anima
superiore può entrare in un corpo e svolgere il compito richiesto dalle
circostanze. Ma si tratta di fenomeni rari.
Poiché per le anime superiori è difficile trovare il ventre adatto, talvdta
possono aspettare centinaia d'anni prima della nascita successiva. E, cio'
e' abbastanza sorprendente, queste anime appaiono sulla Terra quasi tutte
nello stesso periodo. esempio, Buddha e Mahavira nacquero in India 2500 anni
fa. Entrambi nacquero nel Bihar, e nello stesso periodo esistevano in quello
stato altri illuminati. I loro nomi ci sono sconosciuti per un' unico motivo
che non diedero l'iniziazione ad alcun discepolo e non ebbero seguito;
altrimenti erano dello stesso calibro di Buddha e Mahav Fecero un
esperimento molto coraggioso: nessuno di loro iniziò dei seguaci. Uno di
costoro Prabuddha Katyayana, un altro Ajit Keshkam un altro ancora Sanjav
Vilethi Putra. Po c'era ...p.126-7 Makhali Gosai e altri ancora. In
quell'epoca, otto persone dello stesso
genio e grandezza nacquero contemporaneamente nello stato del Bihan Con
tutto il mondo disponibile, queste otto anime aspettarono a lungo per poter
nascere nella picco-la area del Bihan E quando l'opportunità si pre-sentò,
fu colta da tutti istantaneamente.
Accade spesso, come per le anime malvagie, che si verifichi una catena di
nascite benefiche. Nello stesso periodo di Buddha e Mahavira, in Grecia
nacque Socrate, seguito poco dopo da Pla-tone e Aristotele. All'incirca
nello stesso periodo in Cina nacquero Confucio, Lao Tzu, Chuang Tzu, Mencio
e Meng Tzu. Gente incredibile nac-que all'improvviso in diverse parti del
mondo, quasi nello stesso momento. Il mondo intero si riempì di persone
affascinanti. Sembra che le ani-me di queste persone stessero aspettando da
tem-po, finché si presentò un'opportunità e gli Ayteri appropriati divennero
disponibili.
Quando, all'improvviso, gli uteri prescelti di-ventano disponibili, accade
che ve ne siano molti nello stesso momento. E simile allo sbocciare di un
fiore. Quando spunta la stagione giusta, scopri che un fiore è sbocciato,
poi un secondo, poi un terzo... i fiori erano semplicemente in attesa;
èsufficiente che il sole sorga all'orizzonte perché comincino a sbocciare. I
fiori hanno aspettato tut-ta la notte, e al sorger del sole si aprono.
Con le anime inferiori avviene la stessa cosa. Quando sulla Terra si crea un
ambiente adatto a lo-ro, nascono a catena. Per esempio, nella nostra epo-
ca sono nate persone come Hitler, Stalin e Mao Gente tanto mostruosa deve
aver atteso migliaia d'anni per nascere; non trova facilmente un utero
Stalin da solo uccise sei
milioni di persone in Unione Sovietica, e Hitler ne uccise dieci milioni.
Gli strumenti di morte escogitati da Hitler sono stati unici nella storia
del genere umano. Compi' omicidi di massa come nessuno prima di lui; a
confronto, Tamerlano e Gengis Khan sembrano dei novellini. Hitler inventò le
camere a gas per stermi-ni di massa. Pensava fosse complicato e costoso
uc-cidere le persone una alla volta per poi eliminarne i corpi, per cui
escogitò sistemi ingegnosi con cui operare uno sterminio di massa. Ne
esistono anche altri, ma si tratta di metodi molto dispendiosi.
Uccidere le persone a una a una richiede uno sforzo sicuramente nòtevole e
molto tempo. E uc-cidere le persone a una a una non è funzionale:
qua ne uccidi una, e là ne nasce un'altra. Quindi Hitler metteva cinquemila
persone in una camera a gas, e schiacciando un pulsante queste si
tra-sformavano virtualmente in vapore; semplice-mente evaporavano. La camera
rèstava vuota e di loro non restava alcun segno. Non una sola goccia di
sangue veniva versata, non una singola fossa scavata. Era tutto molto
pulito.
Nessuno può accusare Hitler di spargimento di sangue. Se Dio amministrasse
ancora la giustizia secondo i vecchi canoni, lo riconoscerebbe total-mente
innocente. Hitler non ha versato una sola goccia di sangue, non ha trafitto
alcun petto con la spada: ha semplicemente inventato un metodo...p.128-9
ingegnoso di uccidere, un metodo al di là di ogni immaginazione. Metteva la
gente in camere a gas, schiacciava un interruttore e la gente semplice-mente
evaporava; non restava alcun segno che quelle persone fossero mai esistite.
Hitler, per pri-mo, si liberò della gente nello stesso modo in cui si fa
bollire l'acqua per trasformarla in vapore:
trasformò in vapore dieci milioni di persone!
È molto difficile per un'anima come quella di Hitler trovare rapidamente un
nuovo corpo. Ed èbene che sia così, perché altrimenti la Terra avreb-be seri
problemi. Hitler dovrà aspettare molto tempo, perché è estremamente
difficile che si crei-no le circostanze nelle quali un concepimento così
basso possa accadere di nuovo.
Cosa vuol dire nascere attraverso un concepi-mento inferiore? Vuol dire che
generazioni di ante-nati hanno una lunga catena di azioni malvagie da
espiare. Nello spazio di una singola vita non si può accumulare tanto male
da giustificare il concepi-mento di una persona come Hitlen Quanto male e
quanti omicidi un uomo dovrebbe commettere in una vita, per generare un
figlio come Hitler? Quan-do un figlio come Hitler sceglie i genitori, è
neces-sario che essi abbiano compiuto una lunga catena di azioni nefande per
centinaia, migliaia, milioni di anni. Per esempio, solo se una persona
lavorasse migliaia di anni in un macello, senza soluzione di continuità, i
suoi geni e la sua stirpe potrebbero at-trarre un'anima come quella di
Hitler
La stessa cosa vale per un'anima buona. Per l'a-nima mediocre non è
difficile rinascere: ci sono
uteri ovunque, pronti a riceverla. Inoltre, le sue ri-chieste sono molto
comuni; bere, mangiare, arric-chirsi, fare l'amore, ottenere fama e gloria:
aspira-zioni molto ordinarie. Tutti desiderano queste cose, per cui l'anima
non ha problemi a trovare un utero. Qualsiasi genitore può dare a una
qual-siasi anima la possibilità di ottenere queste cose.
Se però un'anima fosse tanto pura da esitare perfino a toccare il suolo con
un piede, e amasse in modo così disinteressato e totale da non volere che
qualcuno ne venga turbato o avverta questo amore come un peso occorrerà
aspettare molto tempo perché rinasca. Affronteremo adesso la meditazione
serale.
Lasciatemi prima chiarire alcuni punti. Non se-detevi troppo vicino per
evitare di cadere uno sul-l'altro: questo non vi consentirebbe di andare in
profondità. Chi vuole sdraiarsi, può farlo. Anche in seguito, durante la
meditazione, se senti che il tuo corpo sta per cadere, non trattenerlo.
Lasciati andare completamente, lascia cadere il corpo.
Ora, spegni le luci.
Come prima cosa chiudi gli occhi. Rilassa il cor-po... rilassa completamente
il corpo, come se non esistesse più. Senti tutta l'energia del corpo che sta
penetrando all'interno... senti che stai entrando nel corpo... devi ritrarre
tutta l'energia all'interno.
Per tre minuti ti suggestionerò: ti dirò che il corpo si sta rilassando, e
tu devi sentirlo. Conti-nua a sentire il corpo e rilassalo. Lentamente
sen-tirai di averne perso il controllo; a quel punto, se...p.130-1
cominciasse a cadere lascialo cadere; non tratte-nerlo. Se cade in avanti,
lascialo cadere; se cade all'indietro, lascialo cadere. Da parte tua, non
mantenere alcun controllo sul corpo. Lascia che ogni controllo scompaia.
Questo è il primo stadio.
Adesso ti suggestionerò per tre minuti. Poi, ti suggestionerò per il
respiro, infine per i pensieri. Al-la fine, per dieci minuti, ci perderemo
nel silenzio.
Il corpo si sta rilassando. Sentilo: il corpo si sta rilassando... il corpo
si sta rilassando... il corpo si sta rilassando... Lasciati andare, come se
il corpo non esistesse più. Non controllarlo... il corpo si sta
rilassando... abbandona ogni controllo sul corpo, come se fosse morto.
Sei andato dentro dite. L'energia è stata risuc-chiata all'interno: adesso
il corpo è rimasto alle tue spalle, come un guscio vuoto. Il corpo si sta
rilas-sando... si è totalmente rilassato... Lasciati anda-re... Senti che il
corpo se ne è andato, andato, anda-to. Se vuole, lascialo cadere. Il corpo
si è rilassato, come se tu fossi morto, come se il corpo non esistes-se più,
come se il corpo fosse scomparso...
Rilassa anche il respiro. Il respiro si sta rilassan-do... senti che il
respiro si sta rilassando... il tuo respiro è completamente rilassato...
lasciati anda-re... Lascia andare il corpo; lascia andare anche il
respiro... il respiro si è rilassato.
Anche la mente si sta acquietando... la mente si sta acquietando... senti la
mente farsi completa-mente silente... Senti, all'interno, i pensieri che
rallentano, si acquietano... il corpo è rilassato, il respiro è rilassato,
la mente è silenziosa...
Tutto è silenzioso dentro dite... Stiamo affondan-do in questo silenzio;
stiamo affondando, cadiamo sempre più in profondità come dentro a un pozzo,
continua a cadere a profondità sempre più abissa-li... Allo stesso modo,
stiamo cadendo sempre più in profondità nel vuoto, shunya. Lasciati andare,
perdi completamente il controllo... Annega nel vuoto, continua ad
annegare... Dentro dite resterà solo la consapevolezza, ardente come una
fiam-ma... un semplice testimone intento a osservare.
Resta semplicemente un testimone. Continua a guardare dentro dite... Fuori è
tutto morto; il cor-po è diventato completamente inerte... Il respiro si è
calmato, i pensieri si sono calmati; all'interno, stiamo cadendo nel
silenzio... Continua a osser-vare, osserva senza interruzioni, osserva
conti-nuamente... crescerà un silenzio molto più inten-so e profondo. In
quello stato' di osservazione anche l'«io» scomparirà; resterà solo una luce
splendente, una fiamma che arde.
Adesso immergiamoci nel silenzio. Per dieci minuti continua a dissolverti
all'interno, sempre più profondamente...
... Perdi il controllo, lasciati andare. Continua semplicemente a osservare.
Per dieci minuti, sii semplicemente uno spettatore, un testimone.Tutto è
silenzioso... Guarda dentro dite, conti-nua a guardare all'interno... Lascia
che dentro di te ci sia solo un testimone che osserva... La mente sta
diventando sempre più siìenziosa... Vedrai il corpo giacere lontano, remoto,
come se apparte-nesse a qualcun altro... Uscirai dal corpo, come se lo
avessi abbandonato... Qualcun altro sembra che stia respirando...Va' ancora
più a fondo, sempre più in profon-dità... Continua a osservare, a guardare
all'inter-no, e la mente affonderà completamente nel nul-la. Scendi in
profondità, più in profondità dentro te stesso... continua a osservare... la
mente è di-ventata completamente silenziosa.Il. corpo resta indietro, è come
morto... Siamo usciti dal corpo... Lasciati andare, lasciati andare
completamente; non trattenerti, come se dentro di te fossi morto... La mente
sta diventando sempre più silenziosa... Il corpo è lontano... ce ne siamo
allontanati moltissimo, completamente... La mente è totalmente
silenziosa...Guarda dentro dite. L'«io» è sparito completa-mente, resta solo
la consapevolezza. Tutto il resto si è dissolto...Lentamente, fa' dei
respiri profondi. La mente è ora completamente silenziosa. Osserva ogni
re-spiro, e sentirai la mente farsi ancora più silenzio-sa. Anche il tuo
respiro adesso ti sembrerà distin-to e lontano da te. Respira piano e
lentamente... Osserva com'è lontano il respiro.Respira lentamente e
profondamente... Quindi apri lentamente gli occhi. Non è necessario alzarsi
subito. Se non riesci ad aprire gli occhi, non aver fretta. Apri gli occhi
lentamente e delicatamente, quindi per un attimo guarda intorno a te...La
meditazione serale è finita....p.132-4.

fine 3° capitolo..............continua al prossimo....

lucy mnt

unread,
Jul 1, 2000, 3:00:00 AM7/1/00
to

3° CAPITOLO DEL L'IMMORTALITA' DELL'ANIMA DI OSHO RAJEESH PRIMA PARTE:
(pagine da 92 a 115 )

L'INTERO UNIVERSO E' UN TEMPIO


Un amico ha chiesto: «Ci hai mostrato il metodo del-la negazione per
realizzare la verità dell'essere divino:
cioè il metodo che esclude ogni cosa, in quanto identità, per arrivare a
conoscere il Sé. È possibile ottenere lo stesso risultato con il
procedimento opposto? Non si può provare a vedere Dio in ogni cosa? Non si
può av-vertirlo nel Tutto?».

Sarà utile comprendere questo: chi non riesce a realizzare Dio dentro di sé,
non potrà mai realiz-zarlo nel Tutto. Chi non ha ancora riconosciuto Dio
dentro di sé, non potra mai riconoscerlo negli altri. Il Sé è ciò che ti sta
più vicino; al confronto chiunque, anche alla minima distanza, sarà
lonta-nissimo. E se non riesci a vedere Dio dentro dite, che è il luogo più
vicino, non puoi nemmeno ve-derlo in coloro che ti stanno lontani. Prima di
tut-to dovrai conoscere Dio in te stesso; come prima cosa, colui che conosce
dovrà conoscere il Divino, quella è la soglia più vicina.
Ma ricorda, la cosa interessante è che chi entra
nel Sé all'improvviso entra nel Tutto. La soglia sul Sé è la soglia sul
Tutto. Non appena un uomo è en-trato nel Sé, scopre di essere entrato nel
Tutto, per-ché all'esterno siamo diversi, ma all'interno no.
All'esterno, tutte le foglie sono diverse l'una dal-l'altra. Ma se una
persona riuscisse a entrare in una singola foglia, raggiungerebbe la radice
dell'albe-ro, dove tutte le foglie sono una. Vista singolar-mente, ogni
foglia è diversa, ma una volta che hai conosciuto la foglia nella sua
interiorità, avrai rag-giunto la fonte da cui tutte le foglie vengono e in
cui tutte si dissolveranno. Chi entra in se stesso, en-tra nello stesso
istante nel Tutto. La distinzione tra «io» e «tu» rimane fino a quando non
si entra in se stessi. Quando entreremo nel nostro «io», l'«io» sparirà e
così pure il «tu»: resterà solo il Tutto.
In realtà, «il Tutto» non è la somma di «io» e «tu». Il Tutto esiste là dove
«io» e «tu» sono entrambi scomparsi: ciò che resta è il Tutto. Se l'«io» non
si èancora dissolto, si può anche provare a sommare I«io» e «tu», ma la
somma non corrisponderà al ve-ro. Sommando una dopo l'altra tutte le foglie,
non creiamo alcun albero. Un albero è qualcosa di più della somma di tutte
le foglie. Di fatto, non ha nulla a che vedere con l'addizione; sommare è
fuorvian-te. Aggiungendo una foglia all' altra, diamo per ac-quisito che
ciascuna di esse sia separata. Un albero non è affatto composto di foglie
separate.
Per cui, non appena entriamo nell'«io», questo scompare. La prima cosa a
scomparire, quando entriamo dentro di noi, è la sensazione di essere
un'entità separata. E quando è scomparso l'"io",...P.92-93


scompaiono anche il «tu» e l'«altro». Ciò che ri-marrà a quel punto è il
Tutto.
Non è neppure giusto definirlo «il Tutto», per-ché «tutto» ha ancora la
connotazione dello stesso vecchio «io». Pertanto, coloro che sanno non lo
chiameranno «il Tutto»; chiederebbero: «La som-ma di cosa? Cosa stiamo
sommando?». Asserireb-bero inoltre che resta solo l'uno. E forse
esitereb-bero anche nel dire questo, perché l'affermazione dell'uno dà la
sensazione che ci sia il due: dà l'i-dea che, da solo, l'uno non ha senso
senza la cor-rispondente nozione del due. uno esiste solo nel contesto del
due. Quindi, coloro che hanno una profonda comprensione non dicono neppure
che resta l'uno, bensì che resta advaita, la non dualità.
Questo è molto interessante. Costoro dicono:
«Non resta la dualità». Non dicono: «Resta uno», ma «Non resta il due».
Advaita vuol dire che non esiste dualità.
Qualcuno potrebbe chiedere: «Perché fare un giro così tortuoso? Di'
semplicemente che esiste solo l'uno!». Il rischio nel dire «uno» è che
implica l'idea del «due». E quando diciamo che non esiste il due, ne
consegue che non esisterà il tre; implica che non esiste né l'uno nei molti
né il Tutto. Di fatto, questa divisione è nata dalla percezione ba-sata
sull'esistenza dell'«io». Con la cessazione dell' «io», ciò che rimane è il
Tutto, l'indivisibile.
Ma per comprenderlo, è possibile fare ciò che sta suggerendo il nostro
amico: visualizzare Dio in tutti? Farlo non sarebbe altro che fantasticare,
e fantasticare non equivale a percepire la verità.
Tempo fa alcuni amici portarono da me un sant'uomo, dicendomi che vedeva Dio
ovunque; negli ultimi trent'anni non aveva fatto che vedere Dio in ogni
cosa: piante, fiori, rocce, ovunque. Gli chiesi se ci era arrivato tramite
una pratica parti-colare, perché in tal caso le sue visioni erano false. Non
riuscì a seguirmi; tornai a chiedergli: «Hai mai fantasticato o desiderato
vedere Dio in ogni cosa?». Rispose: «Sì, certo. Trent'anni fa ho co-minciato
questa pratica: da allora cerco di vedere Dio nelle rocce, nelle piante,
nelle montagne, ovunque. E ho cominciato a vedere Dio in ogni cosa». Gli
chiesi di restare con me per tre giorni, e in quel lasso di tempo di non
vedere più Dio da nessuna parte.
Acconsentì. Ma bastò un solo giorno: il giorno dopo mi disse: «Mi hai
distrutto completamente. Sono passate solo dodici ore da quando ho smes-so
la mia pratica quotidiana, e ho già cominciato a vedere la roccia come una
roccia, e una montagna come una montagna. Mi hai strappato via il mio Dio!
Che persona sei?».
Dissi: «Se Dio può essere perso, solo perché non si rispetta una pratica per
dodici ore, allora ciò che vedevi non era Dio, ma una semplice con-seguenza
del tuo esercizio quotidiano». La stessa cosa accade quando una persona
ripete continua-mente qualcosa, creando un'illusione. No, Dio non è stato
affatto visto in una roccia; ciò che si deve fare è raggiungere uno stato in
cui non resti altro da vedere in una roccia, a eccezione di Dio. So-no due
cose diverse.P.94-95


Sforzandoti di vedere Dio, comincerai a veder-lo nelle rocce, ma quel Dio
non sarà altro che una proiezione mentale. Sarà un Dio che tu sovrappo-ni
alla roccia, grazie al lavoro della tua immagina-zione. Quel Dio sarà solo
una tua creazione, un invenzione della tua immaginazione; nient'al-tro che
un sogno, un sogno che hai consolidato, rinforzandolo in continuazione. Non
c'è nullà di male a vedere Dio in questo modo, ma così si vive
nell'illusione, non si accede alla verità.
Certo, un giorno accadrà che l'individuo in quanto tale scomparirà e, di
conseguenza, non vedrà altro che Dio. A quel punto non si ha la sen-sazione
che Dio sia nella roccia, piuttosto ci si chiederà: «Dov'è la roccia? Solo
Dio è!».
Stai seguendo la distinzione che sto facendo? Dunque non si sente che Dio è
nelle piante o nella roccia, cioè che la pianta esista e al suo interno ci
sia Dio; no, nulla del genere. Ciò che si sente è:
«Dov'è la pianta? E la roccia? E la montagna?». Perché tutto ciò che esiste
e viene visto non è altro che Dio. Quindi vedere Dio non dipende dal tuo
esercizio, da una pratica, ma dalla tua esperienza.
Il pericolo più grande, sul sentiero spirituale, è l'immaginazione. Possiamo
immaginare verità che dovrebbero, invece, diventare una nostra esperienza.
Tra il fantasticare e lo sperimentare c è una differenza. Se una persona
affamata sogna di mangiare, si sente appagata. E forse da sveglia il cibo
non l'avrebbe altrettanto appagata, perché nel sogno può mangiare ciò che
più le piace. Tut-tavia, al mattino si ritroverà con lo stomaco vuo-
to: il cibo del sogno non l'ha affatto nutrita. Se un uomo decidesse di
vivere del cibo che mangia in sogno, sicuramente prima o poi morirebbe. Per
quanto un cibo possa essere soddisfacente in so-gno, in realtà non è cibo;
non potrà mai diventare parte del tuo sangue, delle tue ossa, della tua
car-ne e del tuo midollo; un sogno crea solo illusioni.
Non solo i pasti possono essere fatti di sogni, anche Dio può esserlo; e
così moksha, la liberazio-ne. Esiste un silenzio fatto di sogni, ed esistono
verità fatte di sogni. La capacità più grande della mente umana è ingannare
se stessa. Ma, ingan-nandosi in questo modo, nessuno potrà mai otte-nere
felicità e liberazione.
Per cui non ti chiedo di cominciare a vedere Dio in tutte le cose, ma solo
di cominciare a guardare dentro dite e vedere cosa c'è. Quando, per vedere
cosa c'è all'interno, cominci a guardare dentro di te, il primo a scomparire
sarai tu; tu cesserai di esi-stere dentro dite. Scoprirai, per la prima
volta, che il tuo io era un'illusione che ora si è dissolta. Non appena
guardi dentro di te, subito l'«io», l'ego, scompare. Di fatto, la sensazione
(<io sono» persiste solo fino a quando non si guarda dentro se stessi. E
forse il motivo per cui non guardiamo all'interno èla paura che, facendolo,
ci perderemmo.
Al circo avrai visto lo spettacolo di un uomo con in mano una torcia accesa:
la fa ruotare, fino a formare un cerchio di luce. In realtà quel cerchio non
esiste, ma quando la torcia gira vorticosa-mente, da lontano sembra un
cerchio. Se andassi vicino, scopriresti che è solo una torcia che
si....P.96-97muove velocemente, quel cerchio di fuoco è falso. Allo stesso
modo, andando
dentro di noi e osser-vando attentamente, scopriremo che l'«io» è
asso-lutamente falso. Come il vorticare della torcia dà l'illusione di un
cerchio di fuoco, così il vorticare della consapevolezza dà l'illusione
dell'«io». Questa è una verità scientifica e non ha bisogno di venire
approfondita.
Forse non ci hai fatto caso, ma tutte le illusioni della vita sono causate
da
cose che ruotano a gran velocità. Il muro sembra solidissimo, anche la
roc-cia sotto i tuoi piedi sembra molto solida, ma se-condo gli scienziati
non esiste nulla che somigli a una roccia solida. Adesso è risaputo;
infatti, più gli scienziati hanno osservato la materia da vicino, più è
scomparsa. Finché lo scienziato ne è rimasto lontano, ha creduto nella sua
esistenza. In passato lo scienziato è stato praticamente l'unico ad
affer-mare che solo la materia esiste, adesso sono pro-prio gli scienziati a
dire che non esiste nulla di si-mile Essi affermano che è il rapido
movimento delle particelle elettriche a creare l'illusione della densità. La
densità, la solidità, in quanto tale, non esiste da nessuna parte.
Per esempio, quando un ventilatore elettrico si muove velocemente non siamo
in grado di vede-re le tre pale che si muovono; di fatto, quando è in
azione, è impossibile contarle. Se si muovesse an-cor più veloce,
sembrerebbe un pezzo di metallo circolare che ruota. Ed è possibile muoverlo
così velocemente che, sedendoti su di esso, non senti-
resti i vuoti tra le pale; avresti la sensazione di E sere seduto sulla
superficie di un metallo solidc
Nella materia le particelle si muovono a una velocità simile; esse non sono
materia, ma energia elettrica che si muove ad alta velocità. La materia
appare
densa a causa dell'alta velocità delle sue particelle elettriche; di per sé
non è altro che i prodotto di energia che si muove velocemente anche se
all'apparenza sembra reale, di fatto non lo è. Allo stesso modo, l'energia
della consapevolezza si muove a velocità tanto elevata da creare l'illusione
dell'«io».
Esistono due tipi di illusioni in questo mondo l'illusione della materia e
l'illusione dell'«io», l' ego. Entrambe le cose sono false, ma solo
facendoci più vicini a esse diventiamo consapevoli de loro non esistenza.
Quando la
scienza si avvicina
alla materia, questa scompare; quando la religione si avvicina all'«io»,
questo scompare. La relgione ha scoperto che l'«io» è non-esistente, e la
scienza ha scoperto che la materia è non-esistenza Più ci avviciniamo e più
ci disilludiamo.
Ecco perché dico: va' dentro dite, osserva attentamente; c'è qualche «io»
dentro dite? Non ti sto chiedendo di credere di non essere l' «io». Se lo
fai diventerà un falso credo. Se su quanto affermo cominci a pensare: «Io
non
sono; l'ego è falso. Io soi atmun, io sono Brahirian; l'ego è falso»,
piomberei nella confusione. Se questa è solo una cosa ripetitiva, non stai
facendo altro che ripetere falsità. Non sto chiedendo di ripetere le cose in
questo modo, sto dicendo: va' dentro dite, osserva e riconosci
chi....p.98-99 sei. Chi guarda dentro di sé e riconosce se stesso scopre
che: «Io non
sono». A questo punto, chi c'è all'interno? Se io non ci sono, ci dev'essere
qualcun altro. Il fatto che «io non sono» non vuoi dire che non ci sia
nessuno, perché anche per riconoscere l'illusione qualcuno dev'esserci.
Se io non sono, chi c'è? L'esperienza di ciò che resta dopo la scomparsa
dell'«io» è l'esperienza di Dio. E un'esperienza che si espande
immedia-tamente: caduto l'«io», cadono anche il «tu» e l' «egli», e rimane
solo un oceano di consapevolez-za. In quello stato vedrai che solo Dio è.
Quindi dire che Dio esiste potrebbe sembrare un errore, perché suonerebbe
ridondante.
E ridondante dire: «Dio è», perché Dio è un al-tro nome di «ciò che è».
L'essenza è Dio. Pertanto, dire: «Dio è» è una tautologia; non è corretto.
Co-sa significa dire: «Dio è»? Con l'essere identifi-chiamo qualcosa che
potrebbe non essere. Dicia-mo: «Il tavolo è», perché il tavolo potrebbe non
esistere domani, o non essere esistito ieri. Una co-sa che in precedenza non
è esistita potrebbe tor-nare a non esistere. Qual è dunque il senso della
nostra affermazione: «Dio è»? Dio non è qualcosa che non è esistito in
precedenza, né potrà non esi-stere domani; quindi dire: «Dio è» non ha
senso. Egli è. In realtà, un altro nome di Dio è «ciò che è». Dio vuoi dire
esistenza.
Secondo me, imponendo il nostro Dio su «ciò che è», andiamo verso la
menzogna e l'inganno E ricorda, gli Dei che abbiamo creato sono diversi fra
loro; ognuno ha il suo segno caratteristico. Un indù ha creato il suo Dio, e
un musulmano il suo. Il cristiano, il giamaista e il buddista hanno tutti il
loro Dio. Tutti hanno coniato le proprie definizio-ni e creato i propri Dei.
Esiste un'intera industria di Dio che prospera! La gente fabbrica e crea il
proprio Dio a casa sua. E poi questi fabbricanti di Dio si azzuffano al
mercato come venditori qualsiasi. Il Dio di ognu-no e diverso da quello di
ciascun altro.
Di fatto, finché «io sono», tutto ciò che creerò sarà diverso da ciò che hai
creato tu. Finché «io sono», la mia religione e il mio Dio saranno diver-si
da quelli degli altri, perché saranno la creazione dell'«io», dell'ego.
Poiché ci consideriamo entità separate, tutto ciò che creiamo avrà un
carattere separato. Se fosse garantita la libertà di creare la propria
religione, al mondo ne esisterebbero tante quante le persone; non di meno. È
perché manca la giusta libertà che ci sono così poche religioni.
Un padre indù si impegna con zelo perché suo figlio diventi indù prima che
raggiunga una pro-pria indipendenza. Un padre musulmano rende il figlio
musulmano prima che questi impari a usare la propria intelligenza, perché a
quel punto una persona non vorrà più essere né indù né musul-mana. Quindi è
necessario riempire un bambino di tante idiozie, prima che impari a usare la
pro-pria intelligenza.
Ogni genitore è ansioso di insegnare la sua reli-gione ai propri figli, fin
dall'infanzia, perché quan-do un bambino cresce, comincia a pensare e a
crea-re problemi. Solleverà ogni tipo di domanda, e...p.100-1..poiché non
potrà mai avere risposte soddisfacenti, farà cose con le quali i
genitori avranno difficoltà a confrontarsi. Ecco perché i genitori sono
tanto an-siosi di insegnare la religione nella primissima in-fanzia, quando
i bambini sono ancora all'oscuro di molte cose e vulnerabili a imparare ogni
tipo di as-surdità. È così che la gente è divenuta musulmana, indù,
cristiana, giamista, buddista... qualsiasi cosa è stato insegnato loro di
diventare.
Per questo spesso scopriamo che le persone de-finite religiose non sono
intelligenti. Non lo sono, perché ciò che chiamiamo religione è qualcosa che
ci ha intossicato, prima che l'intelligenza si ri-svegliasse, e che mantiene
la sua presa dentro di noi anche in seguito. Non c'è da meravigliarsi se
indù e musulmani combattono tra loro nel nome di Dio, dei loro templi e
delle loro moschee.
Dio ci giunge sotto molte forme? Il Dio che vene-rano gli indù è di un tipo
e quello dei musulmani di un altro? Ed è per questo che gli indù credono che
il loro Dio sia profanato se viene distrutta una statua, e i musulmani se
viene distrutta o incendiata una moschea?
In realtà, Dio è «ciò che è». Egli esiste tanto in una moschea quanto in un
tempio; tanto in un mattatoio quanto in un luogo di preghiera. Tanto in un
osteria quanto in una chiesa. E tanto presen-te in un ladro quanto in un
santo; non un briciolo di meno, è impossibile. Chi altro dimora nel la-dro,
se non il Divino? Egli è tanto presente in Ra-ma quanto in Ravana; la sua
presenza in Ravana
non è affatto minore. Esiste tanto in un indù quanto in un musulmano.
Ma il problema è questo: se arriviamo a credere che la stessa divinità
esiste in tutti, la nostra indu-stria di Dio ne soffrirà pesantemente.
Quindi, per impedire che accada, continuiamo a imporre i no-stri Dei. Quando
un indù guarda un fiore, proiet-terà e vedrà in esso il suo Dio, e
altrettanto farà il musulmano con il suo Dio. Possono perfino met-tersi a
litigare in base a quelle proiezioni, ma que-sto litigio è già qualcosa di
inverosimile, visto che i due sistemi hanno qualità opposte.
In realtà, ci sono litigi anche tra «negozi del divi-no» strettamente
imparentati. Per esempio, tra La Mecca e Benares esiste una distanza
considerevole. ma tra il tempio di Rama e di Krishna a Benares È pochissima;
eppure, anche qui esistono gli stessi problemi.
Ho sentito di un grande santo - lo chiamo «grande» e «santo» solo perché
così lo chiamava la gente
- devoto di Rama, che una volta si recò al tempio di Krishna. Quando si
trovò
di fronte alla statua d Krishna con il flauto in mano, rifiutò di inchinarsi
In piedi, davanti a essa disse: «Solo se tu raccogliessi l'arco e le frecce
mi inchinerei di fronte a te, perché allora saresti il mio Signore». Che
strano! Ponia mo condizioni anche a Dio: come deve presentarsi:
in che modo e con quale ruolo, come dev'esser l'ambiente; solo allora siamo
pronti ad adorarlo.
È così strano che si determini a cosa debba assomigliare il nostro Dio. Ma
così è stato da sempre Ciò che finora abbiamo identificato come
«Dio»...p.102-3un prodotto basato sulle nostre richieste. Finché questo Dio
artificiale
esisterà, non potremo cono-scere il Dio che non è determinato da noi; non
sare-mo mai in grado di conoscere Colui che ci determi-na. Pertanto dobbiamo
liberarci dal Dio che abbiamo creato, se vogliamo conoscere il Dio che è. Ma
è arduo; è difficile anche per la persona più sin-cera. Anche una persona
che in altri campi reputia-mo un uomo di conoscenza, trova difficile
liberarsi da questo Dio artificiale. Quest'uomo è attaccato all'assurdità
fondamentale come se fosse uno stu-pido qualsiasi. Uno stupido si può
perdonare, ma èdifficile perdonare un uomo di conoscenza.
Tempo fa venne in India Khan Abdul Gaffar Khan. Egli predica l'unità tra
indù e musulmani in tutta la nazione, ma lui stesso è un ligio musul-mano;
su questo non c'è il minimo dubbio. Predi-ca la concordia tra indù e
musulmani, eppure in-siste nell'andare a pregare alla moschea. Gandhi era un
ligio indù, che a sua volta predicava l'unità tra indù e musulmani. Tale il
guru, tale il discepo-lo: il guru era un convinto indù, il discepolo è un
convinto musulmano. E fino a quando nel mondo ci saranno indù e musulmani
tanto convinti, co-me sarà possibile l'unità tra di loro? Solo
irrigi-dendosi un po' meno è possibile l'unità. Questi fanatici indù e
musulmani sono la radice di tutti i problemi tra le due religioni, sebbene
quelle radi-ci siano pressoché invisibili. Coloro che predicano l'unità tra
indù e musulmani non hanno la più vaga idea di cosa ciò implichi. Finché il
problema Dio comporterà problemi di-
versi per persone diverse, e fino a quando la gente avrà divinità diverse,
luoghi di preghiera diversi, preghiere e testi sacri diversi - il Corano
sarà il pa-dre di alcuni e la Gita la madre di altri - gli annosi problemi
tra le religioni non avranno mai fine. Noi siamo attaccati al Corano e alla
Gita. Diciamo:
«Leggi il Corano e insegna alla gente a cessare ogni ostilità e unirsi.
Leggi la Gita e insegna alla gente a cessare ogni ostilità e a unirsi». E
non ci accorgia-mo come siano le stesse parole Corano e Gita la ve-ra causa
alla base di tutti i problemi.
Se viene tagliata la coda di una vacca, scoppia-no disordini tra indù e
musulmani, ma poi si dà la colpa ai delinquenti. E la cosa divertente è che
nessun teppista ha mai predicato che la vacca è la nostra sacra madre.
Questo lo insegnano i nostri mahatma, i santi e gli asceti, che
attribuiscono la responsabilità dei disordini ai «teppisti». Infatti, quando
viene tagliata quella coda, nell'ottica del mahatma non è la coda di una
vacca, ma la coda della sacra madre! E quando lo fanno notare alla gente,
scoppiano tumulti dei quali in seguito si dà la responsabilità ai teppisti.
Quindi, coloro che chiamiamo mahatma sono di fatto la radice di tutti questi
problemi. Se si faces-sero da parte, i teppisti diventerebbero innocui, non
avrebbero più motivazioni per creare discor-die: essi prendono forza dai
mahatma. Ma i mahat-ma restano così ben nascosti, che non ci accorgia-mo mai
che, con tutta probabilità, sono loro alla radice di quei disordini.
Qual è in realtà il nocciolo del problema? Il tuo....p.104-5 Dio, il Dio che
hai creato a casa tua. Cerca di libe-rarti dagli Dei
«costruiti». Non puoi creare Dio a casa tua: l'esistenza di un Dio simile
sarà un puro e semplice inganno.
Non ti sto chiedendo di proiettare Dio. Dopo-tutto, cosa potresti mai
proiettare nel nome di Dio? Un devoto di Krishna dirà di vedere Dio
na-scosto dietro un cespuglio con un flauto in mano, mentre un devoto di
Rama lo vedrà con arco e frecce. Ognuno vede Dio in modo diverso. Queste
percezioni non sono altro che una proiezione dei nostri desideri e delle
nostre idee. Dio non asso-miglia a nulla di tutto ciò. Non lo possiamo
trova-re proiettando idee e desideri; per trovarlo dovre-mo scomparire
completamente. Noi, con le nostre idee e i nostri desideri, dobbiamo
scomparire. Le due cose non possono camminare mano nella ma-no. Finché
esisterai in quanto ego, l'esperienza dì Dio è assolutamente impossibile.
Dovrai sparire in quanto ego: solo a quel punto sarà possibile farne
esperienza. Finché l'«io», il mio ego, esiste, io non posso accedere alla
soglia del Divino.
Ho sentito la storia di un uomo che rinunciò a tut-to e raggiunse la soglia
del Divino. Aveva rinunciato a soldi, moglie, casa, bambini, società... dopo
aver rinunciato a tutto, raggiunse la porta del Divino. Ma il guardiano lo
fermò dicendogli: «Ancora non puoi entrare; prima va' e abbandona ogni
cosa».
«Ma io ho lasciato tutto» si difese l'uomo.
«Hai evidentemente portato con te il tuo "io". A noi non interessa cosa dici
di aver abbandona-
to, ci interessa il tuo ~io"» spiegò il guardiano. «Va', abbandonalo, e poi
torna indietro.»
L'uomo disse: «Non ho nulla. La mia borsa èvuota; non ho soldi, moglie o
bambini. Non pos-siedo nulla».
Il guardiano replicò: «Il tuo "io~ e ancora nella borsa; va' e abbandonalo.
Queste porte sono sem-pre state chiuse per chi porta con sé l'io».
Come lasciare l' «io»? L'«io» non cadrà mai in ba-se ai nostri tentativi.
Come può l'io lasciar cadere se stesso? È impossibile. Sarebbe come se
qualcuno tentasse di sollevarsi tirandosi per i lacci delle scar-pe. Come
posso abbandonare l'«io»? Anche dopo aver lasciato cadere ogni cosa, l' «io»
continua a esi-stere. Al massimo si potrebbe dire: «Io ho abbando-nato
l'ego», ma questo dimostra che ci si porta an-cora dietro l'«io». Anche
abbandonando l'ego si diventa egoisti. Allora cosa si dovrebbe fare? È una
situazione alquanto complessa.
Ma io ti dico: non c'è nulla di difficile, perché non ti chiedo di
abbandonare nulla. Di fatto, non ti chiedo di fare nulla. L'«io», l'ego, si
rafforza con qualsiasi azione. Ti chiedo semplicemente di an-dare dentro
dite e cercare l' «io». Se lo trovi, abban-donarlo è impossibile. Se è
sempre presente, cosa si potrà mai abbandonare? E se non lo trovi, anche in
quel caso sarebbe impossibile abbandonarlo. Come puoi abbandonare qualcosa
che non esiste?
Va' dunque dentro dite, e vedi se l' «io» esiste o meno. Ti sto
semplicemente dicendo che chiunque guardi dentro di sé scoppia in una risata
fragorosa, perché non riesce a trovare alcun «io» da
nessuna....p.106-7parte. Allora cosa resta? Ciò che rimane, a quel punto, è
Dio. E potrebbe
mai essere separato da te ciò che resta con la scomparsa dell'«io»? Quando
l' «io» stesso cessa di esistere, chi creerà la separa-zione? È solo l' «io»
che separa te da me e me da te.
Il muro di questa casa dà la sensazione di divi-dere lo spazio in due, ma in
realtà lo spazio non può essere separato: è indivisibile. Per quanto spesso
sia il muro, lo spazio all'interno e all'ester-no della casa non viene mai
diviso: non si tratta mai di due entità, ma sempre e comunque di una sola.
D'altra parte, chi vive nella casa ha la sensa-zione che lo spazio sia stato
diviso in due: esterno e interno. Ma se il muro dovesse cadere, come si
distinguerebbe l'esterno dall'interno? Come im-maginarlo? Non resterebbe
altro che spazio.
Allo stesso modo noi abbiamo diviso la consa-pevolezza con le mura dell'io.
Quando cade il muro dell'io, non accadrà che io inizi a vedere Dio in te.
Niente affatto, accadrà questo: vedrò so-lo Dio, non te. Cercate di
comprendere con chia-rezza questa sottile differenza.
Dire che comincerei a vedere Dio in te sarebbe sbagliato, perché ora vedrei
solo il Divino, e non più te. Non vedrei Dio in un albero, ma solo Dio,
senza l'albero. Quando qualcuno afferma che Dio esiste in ogni atomo, ha
completamente torto, perché vede sia l'atomo che Dio. Non è possibile
vederli entrambi contemporaneamente. La verità della materia è che ciascun
atomo è Dio, non che Dio esiste in ciascun atomo. Dio non se ne sta se-duto
dentro un atomo: tutto ciò che è, è Dio. Dio è il nome che per amore si dà a
«ciò che è». «Ciò che è» è la verità; in amore lo chiamiamo Dio, ma il nome
non fa differenza. Per cui non ti chiedo di cominciare a vedere Dio in
tutti, ma ti dico: comincia a guardare dentro dite. Non appe-na comincerai a
guardare in te, tu scomparirai. E con la tua scomparsa ciò che vedrai sarà
Dio.

Un altro amico ha chiesto: «Se la meditazione conduce al samadhi e il
samadhi a Dio, che bisogno c'è di andare al tempio? Non dovremmo abolirli?».

Andare al tempio è inutile, ma anche abolirli è inutile. Perché preoccuparsi
di eliminare qualcosa in cui Dio comunque non esiste? Lascia i templi dove
sono. Perché liberarsene? Ma questo è un problema che è sorto spessissimo.
Per esempio, Maometto disse che Dio non si può trovare negli idoli, e i
musulmani pensarono subito che gli idoli andassero distrutti. E a quel punto
nel mondo cominciò ad accadere una cosa molto buffa: esistevano già persone
che impazzi-vano nel costruire idoli, ora spuntava un altro gruppo che
impazziva per distruggerli. Ebbene, chi produceva idoli continuò
fanaticamente a co-struire idoli, mentre gli iconoclasti erano occupati
giorno e notte a distruggerli. QualCuno dovrebbe informarsi in quale
circostanza Maometto ha det-to che Dio si trova distruggendo idoli. Forse
non èin un idolo, ma chi ha detto che si trova distrug-gendo idoli? E se
fosse così, perché Dio non do-vrebbe essere presente nell'idolo? Dio può
essere....p.108-9 anche nell'idolo. Se non lo fosse, come potrebbe essere
presente nella sua
distruzione?
Non dico di abolire i templi, ma di comprende-re che Dio è ovunque. Compresa
questa verità, tutto diventa il suo tempio, e diventa difficile di-stinguere
tra un tempio e un altro luogo. Ovun-que ci troveremo, saremo nel suo
tempio; qua-lunque cosa guarderemo sarà il suo tempio; ovunque ci
siederemo, sarà il suo tempio. A quel punto non esisterebbero più luoghi di
pellegri-naggio, perché tutto il mondo sarebbe un luogo santo. Allora
sarebbe privo di qualsiasi significa-to creare idoli specifici, perché ogni
cosa sarebbe una sua immagine.
Io non voglio spingerti ad abolire i templi o a dissuadere la gente dal
frequentarli. Non ho mai detto che Dio non è presente nel tempio. Ciò che
dico è semplicemente questo: chi lo vede solo nel tempio, non ha alcuna
conoscenza di Dio.
Chi ha compreso Dio, ne avvertirà ovunque la presenza, tanto in un tempio
quanto in un altro luogo. Allora come farà a distinguere cos'è un tem-pio e
cosa non lo è? Identifichi amo un tempio come un luogo dove è presente Dio,
ma se qualcuno sen-te ovunque questa presenza tutti i luoghi sono un tempio.
A quel punto non sarà più necessario co-struire templi separati o,
viceversa, abolirli.
Mi sono accorto che molto spesso la gente, an-ziché capire quello che dico,
intende qualcosa di diametralmente opposto. Si interessa di più a co-sa
bisogna abolire, distruggere, eliminare, senza
provare a comprendere ciò di cui parlo. Errori del genere si verificano di
continuo.
Uno degli sbagli fondamentali che l'uomo commette è udire qualcosa di
completamente di-verso da ciò che gli viene detto. In questo caso, al-cuni
di voi potrebbero avermi preso per un nemi-co dei templi, ma difficilmente
troverete una persona che li ama più di me. Perché dico questo? Per il
semplice motivo che a me piacerebbe che tutta la Terra fosse vista come un
tempio; il mio interesse è mutare ogni cosa in un tempio. Ma do-po avermi
ascoltato, qualcuno potrebbe capire che le cose andrebbero meglio se ci
liberassimo dei templi. Nessun obiettivo sarà mai raggiunto abolendo quei
templi. Le cose funzioneranno solo quando tutta la vita sarà divénuta un
tempio.
Quelli che vedono Dio nei templi e quelli che li distruggono hanno entrambi
torto. Chi vede Dio solo nei templi si sbaglia. Il suo errore è questo:
chi vedrà mai fuori dal tempio? Ovviamente, il suo errore è non vedere Dio
eccetto che nel tem-pio. Il tempio è molto piccolo e Dio è immenso:
non lo puoi confinare nei tuoi templi angusti.
L'altro errore è abolire i templi e distruggerli solo così, si pensa, sarà
possibile vedere Dio. I tuoi templi sono troppo piccoli per servire come
dimora di Dio... o bisogna impedire a qualcuno di vederlo. Ricorda, questi
templi sono così ridicolmente piccoli da non poter essere né la casa d Dio
né la sua prigione la quale, una volta abbattuta, lo dovrebbe rendere
libero. Devi capire esattamente cosa sto dicendo....p110-11


Questo è quello che intendo: solo quando si en-tra in meditazione, si entra
nel tempio. La medita-zione è l'unico tempio senza mura. La meditazio-ne è
l'unico tempio in cui, quando entri, sei davvero all'interno di un tempio. E
chi comincia a vivere in meditazione comincia a vivere nel tem-pio
ventiquattro ore al giorno.
Che senso ha andare in un luogo che general-mente identifichiamo come
«tempio» se non si vi-ve in meditazione? Non è così facile, mentre sei
im-merso nella tua attività, trovare all'improvviso la via che conduce al
tempio. Certo, è facile portare il tuo corpo al tempio: il corpo è una cosa
così insi-gnificante che puoi portarla con te, ovunque tu vo-glia, ma con la
mente non è altrettanto semplice. Un negoziante, intento a contare denaro
nel suo negozio, di fatto può alzarsi all'improvviso, se lo vuole, e portare
il suo corpo fino al tempio. E, solo perché il suo corpo si trova nel
tempio, egli potreb-be stoltamente credere di esserlo a sua volta; ma se per
un attimo sbirciasse nella propria mente, sco-prirebbe con sgomento di
essere ancora nel nego-zio a contare soldi!
Ho sentito di un uomo continuamente. tormen-tato dalla moglie ~ tutti gli
uomini lo sono, ma questo lo era un po troppo. Era un uomo religio-so e la
moglie non lo era affatto. Di solito accade il contrario - la moglie è
religiosa e il marito no -ma nella vita tutto è possibile! Secondo la mia
esperienza solo uno dei due coniugi può essere religioso. Moglie e marito
non possono mai essere religiosi insieme: uno sarà sempre l'opposto del-
l'altro. In questo caso, il marito era diventato reli-gioso per primo,
mentre la moglie non se ne era interessata; in ogni caso, tutti i giorni il
marito tentava di avvicinarla alla religione.
Una persona religiosa ha una debolezza fonda-mentale: vuole rendere gli
altri simili a sé. Questo è un comportamento molto dannoso, è fare
vio-lenza. E deleterio cercare di rendere gli altri simili a noi. Dire agli
altri il nostro punto di vista è suffi-ciente, ma farsi gli affari loro e
obbligarli a crede-re a ciò in cui crediamo equivale a usare una «vio-lenza
spirituale».
Tutti i guru indulgono su questo tipo di atti-vità. Raramente troverai una
persòna più violenta di un guru. Con le mani intorno al collo del
disce-polo, un guru tenta di imporgli quali vestiti in-dossare, come portare
i capelli, cosa bere e man-giare, quando dormire e svegliarsi; gli impone di
tutto! E con simili imposizioni, il guru pratica-mente uccide la gente.
Ebbene, il marito desiderava moltissimo rende-re religiosa la moglie. Di
fatto la gente prova un gran piacere nell'avvicinare gli altri alla
religione. Diventare religiosi è di per sé una grande rivolu-zione, ma la
gente prova un'intima soddisfazione nel tormentare gli altri affinché lo
diventino per-ché, così facendo, danno per scontato di essere già persone
religiose. Ma la moglie non ascoltava af-fatto il marito. Disperato, il
marito andò dal suo gurii chiedendogli divenire a casa sua, per convin-cere
la moglie.
All'alba di un mattino, intorno alle cinque, il...p.112-3
guru arrivò. Il marito era già nella stanza della preghiera mentre la
moglie spazzava il cortile. Il guru la fermò dicendole: «Ho sentito da tuo
mari-to che non sei una persona religiosa. Non adori mai Dio, non preghi
mai, non entri mai nel tem-pio che egli ha costruito nella tua casa. Guarda
tuo marito: sono le cinque ed è già al tempio».
La moglie rispose: «Non ricordo che mio mari-to sia mai andato al tempio».
Il marito, seduto nel tempio, sentì di sfuggita quanto diceva la moglie e
divenne rosso di rabbia. Una persona religiosa si arrabbia molto facilmente:
e accade a maggior ragione, al di là di qualsiasi immaginazione, se qualcuno
è seduto nel tempio. Solo il cielo sa se la gente si siede nel tempio per
nascondere il fuoco della propria rabbia o per qualche altro motivo. Quando
una persona diventa religiosa, crea un inferno al resto della famiglia.
Il marito si sentì gravemente offeso. Era a metà delle sue preghiere quando
udì sua moglie. Non riusciva a credere alle sue orecchie: ciò che diceva era
una menzogna bella e buona. Lui stava lì, se-duto nel tempio, e lei stava
dicendo al guru di non ricordare che suo marito ci fosse mai andato! Si
sbrigò a terminare le sue preghiere per correre fuori e porre riparo a una
simile menzogna.
Nel frattempo il guru aveva iniziato a rimpro-verare la moglie: «Cosa stai
dicendo? Tuo marito va regolarmente al tempio». A quelle parole, il marito
si mise a pregare a voce ancora più alta. Il guru disse: «Guarda con quanta
energia prega!».
La moglie replicò, ridendo: «Stento a credere
che anche tu ti lasci ingannare da queste preghi re recitate a voce alta!
Naturalmente sta invocando ad alta voce il nome di Dio, ma per quanto posso
vedere non è nel tempio bensì dal calzolaio
a mercanteggiare sul prezzo».
Adesso era troppo! Il marito non poté più trattenersi: interruppe le sue
preghiere e uscì di corsa d tempio. «Cosa sono tutte queste menzogne? Non
hai
visto che stavo pregando nel tempio?» urlò.
La moglie rispose: «Guarda meglio dentro te: stavi davvero pregando? O non
stavi forse mercanteggiando con il calzolaio? Non stavi litigando con lui?».
Il
marito fu sorpreso, perché cio' che stava dicendo era vero.
«Come fai a saperlo?» chiese.
La moglie spiegò: «Ieri sera, prima di andarE dormire, mi hai detto che la
prima cosa che avresti fatto questa mattina sarebbe stata andare comprare un
paio di scarpe di cui avevi un gran bisogno. Hai anche detto che avevi la
sensazione che il calzolaio chiedesse troppo per le scarpe la mia esperienza
mi fa dire che l'ultimo pensiero prima di andare a dormire diventa il primo
alla
mattina dopo. Quindi, ho semplicemente detto che dovevi essere dal
calzolaio»
Il marito disse: «Non ho nulla da aggiungere perché hai ragione: ero
effettivamente dal calzolaio a trattare sul prezzo delle scarpe. E più la
discussione s'accalorava, più forte ripetevo il nome di Dio. All'esterno
intonavo il nome di Dio, ma l'interno discutevo con il calzolaio. Hai
ragione
forse non sono mai stato al tempio»...p.114-5


Tibetano

unread,
Jul 2, 2000, 3:00:00 AM7/2/00
to
saluto tutto il n.g., vado un po' "al fresco"
ci rileggeremo (se Dio vorrà ^__^) a fine Luglio

saluterò per voi la magnifica Val d'Aosta....

ciao
« Tibetano »
http://tibet.3000.it/
http://tibetano.3000.it/
http://consapevolezza.3000.it/


lucy mnt

unread,
Jul 2, 2000, 3:00:00 AM7/2/00
to
Ciao Tib Buone Vacanze
Smaaaaaaaaaaaaaaaaack
Lucy
"Tibetano" <e-mail:tibe...@lycosmail.com> ha scritto nel messaggio
news:gkJ75.10616$2s6.1...@news.infostrada.it...

lucy mnt

unread,
Jul 2, 2000, 3:00:00 AM7/2/00
to
4° CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
DELL'ANIMA.....:

(pagine da 135 a 169)


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Un amico ha chiesto: «Secondo ciò che hai detto, si può sconfiggere la morte
solo grazie alla meditazione. Ma quando dormiamo lo stato noti è lo stesso?
E se è così1 perché la morte non può essere vinta con il sonno?».

La prima cosa da capire è che vincere la morte non implica affatto
l'esistenza di qualcosa da sconfiggere. Vincere la morte vuol dire
semplice-mente arrivare a comprenderne l'inesistenza. Non esiste nulla
definibile come morte che vada sconfitto. Quando lo si comprende, la nostra
lotta eterna e perdente contro di essa cesserà. Esistono nemici veri e altri
che, in realtà, esistono solo in apparenza. La morte è uno di quei nemici
che non hanno esistenza reale.
Quindi non pensare che la vittoria implichi, in un modo o nell'altro,
l'esistenza della morte e che noi la si debba sottomettere. Sarebbe come se
un matto lottasse con la propria ombra, e qualcuno gli facesse notare:
«Cuarda meglio, l'ombra non ha so-stanza; è solo un'apparenza». Se l'uomo
guardasse..p..p135 l'ombra e comprendesse cosa stava facendo, ride-rebbe di
se stesso: solo
così avrebbe sconfitto l'om-bra. Conquistare un'ombra significa
semplice-mente comprendere che non c'era la più piccola ombra contro cui
lottare; chiunque ci provasse, im-pazzirebbe. Chi lotta contro la morte
perderà, e chi la conosce la vincerà.
Ciò vuol anche dire che, se la morte non esiste, in realtà noi non moriremo
mai, che ne siamo consa-pevoli o meno. Il mondo non è formato da chi muo-re
e da chi non muore; no, non è così. Aquesto mon-do non muore mai nessuno.
Esistono invece due categorie di persone: quelle che lo sanno e quelle che
non lo sanno. Ecco l'unica differenza.
Nel sonno raggiungiamo lo stesso stato rag-giunto in meditazione. L'unica
differenza è che nel sonno siamo in uno stato inconscio e in medi-tazione
siamo totalmente coscienti. Chi restasse totalmente conscio nel sonno,
avrebbe la stessa esperienza che ha in meditazione.
Per esempio, se anestetizzassimo una persona e la portassimo con la barella
in un giardino in piena fioritura, colmo di profumi, di luce e di uccelli
cinguettanti, ne sarebbe completamente inconsape-vole. Riportandola indietro
e svegliandola, alla do-manda se il giardino le è piaciuto, non saprebbe
cosa rispondere. Ma se conducessimo quella per-sona allo stesso giardino da
sveglia, sperimente-rebbe tutto ciò che esisteva anche prima. Sebbene il
luogo sia lo stesso, nel primo caso non si era accorta di quell'ambiente
meraviglioso, mentre nel secon-do era completamente consapevole dei fiori,
del
profumo, del canto degli uccelli e del sorgere del sole. Quindi, anche se è
vero che nel sonno rag-giungiamo il punto che tocchiamo quando siamo
consapevoli, raggiungerlo in uno stato inconscio equivale a non raggiungerlo
affatto.
Nel sonno arriviamo nello stesso paradiso cui si perviene in meditazione, ma
in modo incon-scio. Ogni notte viaggiamo verso quel paradiso e facciamo
ritorno, senza accorgerci di nulla. Anche se la fresca brezza e
l'incantevole fragranza del posto ci toccano, e i canti degli uccelli
risuonano nelle nostre orecchie, non ne siamo mai consape-voli. Eppure, pur
tornando da questo paradiso to-talmente inconsapevoli, diciamo: «Questa
matti-na mi sento benissimo; sono molto rilassato. Questa notte ho dormito
benissimo».
Perché ti senti tanto bene? Se hai dormito bene, cos'è successo? Non può
essere semplicemente dovuto all'aver dormito: di certo devi essere stato da
qualche parte, ti dev'essere successo qualcosa, anche se al mattino non ti
rendi conto di nulla, a parte quella vaga sensazione di benessere. Chi ha
dormito bene la notte si sveglia rinfrescato: ciò di-mostra che la persona
deve aver raggiunto una fonte di giovinezza, anche se in stato inconscio.
Chi non riesce a dormire bene di notte, si sente più stanco al mattino della
sera precedente. E se una persona non dorme bene per qualche giorno diventa
difficile sopravvivere, perché il contatto con la sorgente vitale è
interrotto: non riesce più a raggiungere uno spazio essenziale.
La peggiore punizione al mondo non è la morte...p..136-7come punizione la
morte è lieve, perché è que-stione di pochi istanti. Il
castigo maggiore mai escogitato è impedire a un uomo di dormire. An-cor
oggi, in paesi come la Cina e la Russia i pri-gionieri vengono privati del
sonno. La tortura che subisce un prigioniero, quando per quindici gior-ni
non gli è concesso di dormire, è al di là di ogni immaginazione: in pratica
impazzisce, e rivela co-se che altrimenti non avrebbe mai detto al nemi-co;
spiffera tutto senza curarsi delle conseguenze.
In Cina hanno messo a punto metodi sistematici. Ai prigionieri non è
concesso di dormire per sei mesi. Di conseguenza impazziscono
completa-mente, dimenticano chi sono, il loro nome, la loro religione, la
loro città, la loro nazione, tutto. La pri-vazione del sonno getta la loro
coscienza nel disor-dine più totale: in quella condizione di caos posso-no
essere costretti ad apprendere qualsiasi cosa.
Quando i soldati americani catturati in Corea tor-narono dai campi di
prigionia russi e cinesi, la pri-vazione del sonno li aveva lasciati in uno
stato di prostrazione tale da farli diventare dichiaratamen-te contrari
all'America e favorevoli al comunismo. Come prima cosa si proibiva ai
soldati di dormire, e quando la loro mente era nella confusione più tota-le,
venivano indottrinati al comunismo. Gettate nel caos le loro identità, con
ripetute suggestioni veni-va detto loro di essere comunisti. In questo modo,
prima di essere rilasciati, il loro cervello era stato completamente lavato.
Osservando questi soldati, gli psicologi americani rimasero sbalorditi.
Se si impedisce a una persona di dormire, viene
tagliata via dalla sua stessa sorgente vitale. L'ateismo continuerà a
diffondersi nel mondo man mano che il sonno si farà più leggero. Crescerà
nei paesi in cui la gente ha il sonno più leggero, mentre la fede in Dio
crescerà in quelle dove il sonno è più profon-do. Ma questa fede in Dio e
questo ateismo sono due cose del tutto estranee all'uomo, perché nasco-no da
uno stato d'incoscienza. La persona con un sonno profondo trascorre il
giorno successivo in pace, mentre chi ha il sonno leggero resta stanco e
nervoso per tutta la giornata. Come potrà mai essere aperta a Dio una
persona stanca e nervosa? Una mente insoddisfatta e ansiosa, tesa e
collerica, rifiu-ta di riconoscere Dio e nega la sua esistenza:
Dietro la crescita dell'ateismo in Occidente non c'è la scienza, ma uno
stato disordinato e caotico di sonno. A New York almeno il trenta per cento
delle persone non riesce a dormire senza tranquil-lanti. Gli psicologi
stimano che, se questa situa-zione persisterà per i prossimi cento anni,
nessu-no riuscirà più a dormire senza medicine.
La gente è diventata completamente insonne. Se qualcuno che non ci riesce
dovesse chiederti come fai a dormire e la tua risposta fosse: «Tutto ciò che
faccio è mettere la testa sul cuscino e ad-dormentarmi», non verrai creduto.
Penserà che èimpossibile e avrà il sospetto che ci sia qualche trucco che
non conosce, perché anche lui poggia la testa sul cuscino senza che succeda
alcunché.
Dio non lo voglia, ma tra mille o duemila anni potrebbe accadere che tutti
perderanno il loro sonno naturale, e la gente si rifiuterà di
credere...p..138-9 che duemila anni prima bastava mettere la testa sul
cuscino per
addormentarsi. Penseranno che si tratti di una finzione, un racconto
mitologico dei Purana. Non crederanno che sia vero e diranno:
«Non è possibile, perché se non è vero per noi, co-me potrebbe esserlo stato
per qualcun altro?».
Ti invito a riflettere su tutto ciò, perché tre o quattromila anni fa
bastava chiudere gli occhi e si era in meditazione, con la stessa facilità
con cui adesso ti addormenti. A New York tra duemila an-ni sarà difficile
dormire; lo è già adesso. Sta diven-tando difficile a Bombay, e presto lo
sarà anche a Dwarka: è solo questione di tempo. Oggi è difficile credere che
ci sia stato un tempo in cui l'uomo chiudeva gli occhi ed entrava in
meditazione, per-ché adesso, sedendoti a occhi chiusi, non arrivi da nessuna
parte: i pensieri continuano a circondarti e tu resti dove sei.
In passato, per chi viveva vicino alla natura, la meditazione era facile
come il sonno. Prima è spari-ta la meditazione, adesso è la volta del sonno.
Pri-ma scompaiono le cose consce, poi quelle inconsce. Con la scomparsa
della meditazione il mondo è di-ventato praticamente irreligioso, e quando
sarà sparito anche il sonno lo sarà definitivamente. In un mondo insonne non
c'è speranza per la religione.
Non puoi immaginare quanto intimamente e profondamente siamo collegati al
sonno, quanto la vita di una persona dipenda dal modo in cui dor-me. Se non
dorme bene, tutta la sua vita diventa un caos: tutte le sue relazioni ne
vengono coinvol-te, ogni cosa ne è avvelenata e piena di rabbia. Se,
al contrario, una persona ha il sonno profondo la sua vita sarà colma di
freschezza, in essa la pace e la gioia fluiranno costantemente. Tutte le sue
rela-zioni, i suoi amori e ogni altro aspetto della sua vi-ta avrà i colori
della serenità. Ma perdendo il son-no, tutte le sue relazioni si
guasteranno: avrà una vita di litigi con la famiglia, la moglie, il figlio,
il padre, la madre, l'insegnante, gli allievi, con chiunque. Il sonno ci
porta a un punto nel nostro inconscio in cui siamo immersi in Dio, anche se
non a lungo. Persino la persona più sana, in un sonno di otto ore, raggiunge
il suo livello più profondo al massimo per dieci minuti. In questo lasso di
tempo è completamente persa e annegata nel sonno, tanto da non sognare
nulla.
Finché ci sono i sogni il sonno non è totale, si oscilla tra sonno e
veglia. Il sogno è uno stato di semincoscienza e semicoscienza. Sognare vuol
di-re non dormire, anche se gli occhi sono chiusi. l'esterno continua a
influenzarti. Le persone che hai incontrato durante il giorno sono ancora
con te nei sogni. I sogni occupano lo stato intermedio tra veglia e sonno. E
molta gente ha perso il son-no: non va mai al di là dei sogni, e non
raggiunge mai il sonno vero. Il fatto che al mattino non ti ri-cordi di aver
sognato per tutta la notte, non ha importanza. In America si stanno facendo
ricer-che approfondite sul sonno. Una decina di istituti di ricerca sta
conducendo esperimenti su migliaia di persone da più di dieci anni.
Gli americani mostrano interesse verso la medi-tazione perché hanno perso il
sonno. Credono che,...p.140-1forse, la meditazione possa restituir loro il
sonno e riportare un po' di
pace nelle loro vite. Ecco perché la considerano nulla più che un
tranquillante. Quando Vivekananda per primo portò la medita-zione in
America, un medico venne a dirgli: «Ho apprezzato enormemente la tua
meditazione. Èdavvero un calmante non farmacologico. Ti fa dor-mire senza
essere una medicina: è grandioso». L'influenza sempre più grande degli yogi
in Ame-rica non è merito loro, è dovuta semplicemente alla carenza di sonno.
Il sonno degli americani è scon-volto, per questo la loro vita è pesante,
depressa e nervosa. Ecco perché in America assistiamo al bi-sogno crescente
di tranquillanti: per ridare in qual-che modo il sonno alla gente.
Ogni anno, in America si spendono milioni di dollari in sonniferi. Dieci
grandi laboratori stanno conducendo esperimenti su persone che vengono
pagate per passare notti di sonno agitato e inquie-to. Ai loro corpi vengono
applicati ogni sorta di fili ed elettrodi che le analizzano sotto tutti i
pun-ti di vista, per capire cosa avviene dentro di loro.
Una scoperta incredibile, cui si è giunti grazie a questi esperimenti, è che
l'uomo sogna pratica-mente tutta la notte. Al risveglio, alcuni dicono di
non aver sognato e altri sì, ma in realtà hanno so gnato tutti. L'unica
differenza è questa: chi ha buona memoria se ne ricorda, chi l'ha più debole
no. In ogni caso, si è Scoperto che una persona completamente sana è in
grado di scivolare in un sonno profondo e senza sogni per dieci minuti.
I sogni possono essere rilevati tramite delle
macchine. Durante il sogno i nervi cerebrali sono attivi, ma quando i sogni
cessano anche i nervi ar-restano la loro attività, e la macchina registra
una pausa. Quell'intervallo indica che, in quel mo-mento, l'uomo non sta né
pensando né sognando, ma è perduto da qualche parte.
La cosa interessante è che le macchine registra-no i movimenti all'interno
della persona durante i sogni, ma quando arriva il sonno senza sogni,
in-dicano una pausa. In quella pausa non si sa dove scompaia quella persona.
Quindi, il sonno senza sogni indica che ha raggiunto un punto oltre la
portata della macchina. E in questo intervallo che l'uomo entra nel Divino.
La macchina è incapace di affèrrare questo spa-zio intermedio, questo
intervallo. Registra l'atti-vità interna finché l'uomo sogna; poi in
quell'in-tervallo egli scompare da qualche parte. Dopo dieci minuti la
registrazione ricomincia. E difficile dire dove sia stato quell'uomo in quei
dieci minu-ti. Gli psicologi americani sono molto incuriositi da questo
intervallo e considerano il sonno come il mistero più grande. Il fatto è
che, oltre a Dio, il sonno è l'unico mistero. Non ne esistono altri.
Tu dormi tutti i giorni, ma non hai idea di cosa sia il sonno. Un uomo dorme
un terzo della sua vi-ta, eppure non sa minimamente cosa sia il sonno. Il
motivo è questo: quando c'è il sonno, tu non ci sei. Ricorda, tu sei
presente finché il sonno non c'è. Per questo la tua conoscenza non va oltre
ciò che la macchina rileva. Come la macchina si arresta di fronte a
quell'intervallo, anche tu non riesci a raggiungere..p.142-3 la dimensione
in cui vieni trasportato, perché non sei altro che
una macchina.
E poiché neanche tu superi quello spazio di vuo-to, il sonno resta un
mistero al di là della tua com-prensione: accade perché l'uomo piomba nel
son-no profondo solo quando cessa il suo «esserci». Pertanto, più l'ego si
rafforza, più il sonno si inde-bolisce. Una persona egoista diventa incapace
di dormire perché il suo «ego», l'«io», si afferma co-stantemente
ventiquattro ore su ventiquattro. E l'«io» che tiene svegli, lo stesso «io»
che si muove per strada. L'«io» è talmente presente nell'arco del-le
ventiquattro ore che, al momento di andare a dormire, quando andrebbe
abbandonato, non si riesce più a liberarsene. Ovviamente, addormen-tarsi
diventa difficile. Finché l' «io» esiste, il sonno èimpossibile. E, come ho
detto in precedenza, finché l' «io» esiste è impossibile accedere a Dio.
Accedere al sonno e accedere a Dio sono esatta-mente la stessa cosa; l'unica
differenza è questa:
tramite il sonno si accede a Dio in stato inconscio, e tramite la
meditazione in stato conscio. E una diffe-renza enorme. È possibile accedere
a Dio attraver-soil sonno per migliaia di vite, senza arrivare mai a
conoscerlo; viceversa, se anche per un istante entri in meditazione avrai
raggiunto la stessa dimen-sione che per milioni di vite hai conosciuto nel
son-no profondo - anche se sempre in uno stato incon-scio - e la tua vita ne
verrà trasformata del tutto.
La cosa interessante è questa: quando una perso-na entra in meditazione,
entra nel vuoto in cui vie-ne trasportata nel sonno profondo e non sarà più
inconsapevole, neanche quando dorme. Quando Krishna nella Gita dice che lo
yogi veglia anche quando tutti dormono, non intende dire che non dorme mai.
In realtà, nessuno dorme bene come uno yogi ma, perfino nel sonno più
profondo, la parte di lui che è entrata in meditazione resta sve-glia. Tutte
le notti lo yogi si addormenta in questo stato di assoluto risveglio. Per
lui sonno e medita-zione sono una cosa sola, non esiste alcuna diffe-renza:
si addormenta sempre in piena consapevo-lezza. Quando una persona va dentro
se stesso attraverso la meditazione, non potrà più dormire in uno stato
inconscio.
Ananda visse molti anni con Buddha, dormen-do accanto a lui. Una mattina gli
chiese: «Per anni ti ho osservato mentre dormivi. Non cambi mai lato: dormi
tutta la notte nella stessa posizione. Le membra stanno sempre nella stessa
posizione, non fai il minimo movimento. Molte volte mi so-no svegliato per
controllare se ti eri mosso. Sono rimasto in piedi notti intere a
osservarti: le mani, i piedi, tutto è sempre nella stessa posizione; non
cambi mai lato. Controlli forse il tuo sonno in qualche modo, per tutta la
notte?».
«Non è affatto necessario alcun controllo» re-plicò Buddha. «Io dormo in uno
stato conscio, e quindi non ho bisogno di cambiare lato. Se volessi, potrei
farlo. Girarsi da una parte all'altra non è un bisogno del sonno, ma della
mente inquieta.» Una mente inquieta non è in grado di riposare nella stessa
posizione per tutta la notte, non parliamo...p.144-5 del giorno! Anche
mentre dorme, il corpo rivela continuamente la propria
inquietudine.
Se osservi una persona mentre dorme, ti accor-gerai che è sempre inquieta.
Scoprirai che muove le mani come quando è sveglia. Nei suoi sogni la
sorprenderai a correre e ansimare come durante il giorno: è senza fiato,
spossata. Di notte, in sogno, lotta e si arrabbia come di giorno. Di giorno
è pie-na di passione, così di notte. In una persona simi-le non c'è una gran
differenza tra il giorno e la notte, eccetto che la notte è sdraiata,
inconscia e spossata. Per questo Buddha disse: «Se volessi potrei cambiare
lato, ma non ce n'è bisogno».
Ma noi non ci rendiamo conto... Un uomo sedu-to su una sedia accavalla in
continuazione le gam-be. Prova a chiedergli: «Perché accavalli le gambe? È
comprensibile che si muovano mentre cammini, ma perché lo fanno mentre sei
seduto?». Non riu-scirai a finire la frase che l'uomo si fermerà
imme-diatamente. Ora non si muoverà più, se ne starà immobile, ma non saprà
spiegarti come mai prima stesse muovendo le gambe. Ciò dimostra in che modo
l'inquietudine interiore provoca agitazione in tutto il corpo. La mente è
inquieta, e non è in gra-do di rilassarsi in una posizione neanche per un
istante, non riesce a stare immobile e tiene agitato tutto il corpo: le
gambe si muovono, la testa si agi-ta, il corpo cambia posizione anche se è
seduto.
Ecco perché sederti immobile in meditazione ti sembra tanto difficile, anche
per soli dieci minuti. Da mille punti diversi il corpo ti stimola a
cam-biare posizione. Di questo non ce ne accorgiamo
finché non ci sediamo in meditazione. Allor comprendiamo che razza di corpo
è mai questo non vuole restare fermo neanche per un secondo La confusione,
la tensione e l'agitazione mentali lo scuotono da capo a piedi.
Tutto ciò scompare per circa dieci minuti nel sonno profondo; ma questi
dieci
minuti sono disponibili solo per una persona completamente na e serena,
non per tutti. Gli altri godono di questo sonno profondo da uno a cinque
minuti; la maggior parte delle persone solo un minuto due. La poca energia
che
riceviamo in quell'unico minuto di contatto con la sorgente vitale ci
permette di lavorare nelle successive ventiquatti ore. Per quanto piccola
sia
la quantità di olio che la lampada riceve in quel breve istante, ci serve
per portare avanti la nostra vita per ventiquattro ore. La lampada della
vita
brucia con qualsia quantità d'olio. Ecco perché è tanto fioca: non:
riceve abbastanza olio per avere una fiamma viva divenire una torcia
ardente.
La meditazione ti conduce lentamente alla fonte della vita. In tal caso non
è come prendersi ogni tanto una manciata di nutrimento, ma come trovarsi
semplicemente nella sorgente stessa. Allora non si riempie la lampada con
più olio: l'intero oceano di olio è a nostra disposizione. Ora cominci a
vivere proprio in quell'oceano. Con una vita con il sonno scompare; non nel
senso che non si dorme più, ma nel senso che, anche mentre si dorme,
alll'interno qualcuno resta sveglio. Allora i sogni non esistono più. Uno
yogi, che sia sveglio o dorme:...p.146-7 non sogna mai; i sogni per Lui
spariscono comple-tamente. E quando i sogni
spariscono, scompaiono anche i pensieri. Ciò che conosciamo come pensieri
nello stato di veglia sono chiamati sogni se dormia-mo. Tra sogni e pensieri
c'è solo una lieve differen-za: i pensieri sono sogni un po' più raffinati,
men-tre i sogni sono più naturali e primitivi. Dei due, solo uno è il
pensiero originario.
Infatti i bambini e le tribù aborigene pensano per immagini, non in parole.
I primi pensieri dell'uomo sono sempre per immagini. Per esempio, quando un
bambino ha fame, non pensa le parole «ho fa-me». Un bambino può visualizzare
il seno della ma-dre e immaginare di succhiare le mammelle. Può desiderare
fortemente il seno ma non può formula-re parole. La formazione delle parole
comincia mol-to tempo dopo; prima vengono le immagini.
Quando non conosciamo una lingua, usiamo le immagini per esprimerci con la
stessa efficacia. Se ti capita di andare in un paese straniero e di non
conoscerne la lingua, se vuoi bere puoi congiun-gere le mani a coppa e
portarle alle labbra: il tuo interlocutore capirà che hai sete, perché
quando le parole non sono disponibili, ci si affida al lin-guaggio delle
immagini. E la cosa interessante èche il linguaggio delle parole è diverso
da paese a paese, ma quello delle immagini è universale, perché è lo stesso
in ogni uomo.
Abbiamo inventato parole diverse, ma le imma-gini non sono una nostra
invenzione. Le immagini sono il linguaggio universale della mente umana. Per
questo un dipinto viene compreso in tutto il
mondo. Non c'è bisogno di cambiare lingua per comprendere una scultura di
Khajuraho o un di-pinto di Leonardo. Le sculture di Khajuraho ven-gono
capite anche da un cinese, da un francese e da un tedesco, nello stesso modo
in cui tu le compren-di. E se visiti il museo del Louvre in Francia, non
avrai alcuna difficoltà a capirne i quadri. Forse non comprendi i titoli
perché sono in francese, ma non avrai problemi nel capire i dipinti. Il
linguaggio delle immagini è il linguaggio universale.
Il linguaggio delle parole è utile di giorno, ma superfluo di notte. Di
notte torniamo primitivi. Nel sonno la nostra identità si dissolve: i titoli
ac-cademici, l'educazione universitaria, ogni cosa va perduta. Veniamo
ricondotti alla condizione del-l'uomo originario. Ecco perché le immagini
emer-gono nei sogni e le parole di giorno. Se volessimo fare l'amore durante
il giorno, potremmo usare il linguaggio delle parole, ma di notte l'unico
modo di esprimere l'amore è per immagini.
I pensieri sembrano non essere vivi come i so-gni: nei sogni ti appare
l'intera immagine. Ecco perché apprezziamo più un film basato su un ro-manzo
che il romanzo stesso. La sola ragione èche il romanzo è scritto nel
linguaggio delle paro-le, mentre il film in quello delle immagini. Il
lin-guaggio delle immagini è più vicino a noi, ed èpiù naturale. Di notte le
parole si trasformano in immagini: questa è tutta la differenza.
Quando i sogni scompariranno, scompariranno anche i pensieri, e quando
scompariranno i pen-sieri, scompariranno anche i sogni. Se il
giorno...p.148-9 fosse sgombro di pensieri, la notte sarebbe sgom-bra di
sogni. E ricorda, i
sogni non ti permettono di dormire, così come i pensieri non ti permettono
di risvegliarti.
Assicurati di aver compreso entrambe le cose: i sogni non ti fanno dormire,
e i pensieri non ti fanno risvegliare. Se i sogni scomparissero, il sonno
sareb-be totale; se i pensieri scomparissero, il risveglio sa-rebbe totale.
Se sonno e risveglio fossero totali, tra i due non ci sarebbe molta
differenza. L'unica sareb-be nel tenere gli occhi aperti o chiusi, oppure il
cor-po al lavoro o a riposo. Chi si è totalmente risveglia-to dorme
totalmente, ma la sua consapevolezza resta sempre la stessa. La
consapevolezza è una e immutabile; solo il corpo cambia. Nella veglia, il
corpo è al lavoro; quando dorme, è a riposo.

L'amico ha chiesto perché non si arriva a Dio nel sonno... La mia risposta
è: lo si può raggiungere se resti consapevole anche nel sonno. Ecco perché
la mia tecnica di meditazione è una tecnica basata sul sonno: dormire in
consapevolezza, entrare nel son-no con consapevolezza. Ecco perché ti chiedo
di ri-lassare il corpo, il respiro e la mente. Tutto ciò è una preparazione
al sonno. Pertanto, accade spesso che alcuni amici si addormentino durante
la medita-zione; è ovvio: si tratta di una preparazione al son-no. E mentre
si preparano, non si accorgono di quando si addormentano. Ecco perché ripeto
sem-pre un terzo suggerimento: resta sveglio dentro di te, sii consapevole
al tuo interno; lascia che il corpo sia totalmente rilassato, lascia che il
respiro sia più
rilassato di quando stai dormendo, ma dentro dite resta consapevole.
All'interno, lascia che la consa-pevolezza arda come una torcia, in modo da
non addormentarti.
Le condizioni iniziali di sonno e meditazione sono le stesse, ma c'è una
differenza nella condi-zione finale. La prima condizione è che il corpo sia
rilassato. Se soffri d'insonnia, la prima cosa che un medico ti insegnerà è
il rilassamento. Ti chiederà di fare la stessa cosa che ti sto chiedendo io:
rilassa il corpo, liberalo da tutte le tensioni; la-scia che sia
completamente leggero, come un ba-tuffolo di ovatta. Hai mai osservato come
dorme un gatto? Sembra che non esista più. Oppure hai mai osservato un
bambino che dorme? In sé non ha alcuna tensione: braccia e gambe sono
incredi-bilmente sciolte. Osserva un giovane e un anzia-no: ti accorgerai
che in loro tutto è teso. Quindi il
medico ti chiederà'di rilassarti completamente.
La stessa condizione si applica al sonno: il re spiro dev'essere rilassato,
lento e profondo. Avra notato che, mentre corri, il respiro si fa più veloce
anche mentre il corpo lavora, il respiro accelera la frequenza e la
pressione aumentà. Per dormire, la situazione dev'essere l'esatto opposto:
la pressio ne deve scendere e il respiro rilassarsi. Quindi la seconda
condizione è: rilassa il respiro.
Quando i pensieri sono più veloci, il sangue de ve circolare rapidamente nel
cérvello, e quandi ciò accade, il sonno diventa impossibile. Il sonno
richiede un flusso minore di sangue al cervello Ecco perché usiamo i
cuscini: per ridurre il flusso..p150-1 di sangue al cervello. Senza cuscino,
la testa sa-rebbe allo stesso livello
del corpo ~ di conseguen-za, il sangue avrebbe la stessa pressione dalla
te-sta ai piedi. Quando la testa è sollevata, il sangue ha più difficoltà a
salire; il suo afflusso al cervello diminuisce e si distribuisce per tutto
il corpo. Quindi, più si ha difficoltà a dormire, più cuscini bisogna
mettere sotto la testa per tenerla alta. Quando il flusso del sangue si
riduce, il cervello si rilassa e diventa facile addormentarsi.
Se i pensieri si affollano nella testa e corrono veloci, anche il sangue
deve scorrere velocemen-te, perché i pensieri usano il sangue come veicolo
per muoversi. Le vene cerebrali cominciano a la-vorare più velocemente.
Avrai notato che, quando una persona si arrabbia, le sue vene si gonfiano:
devono fare più spazio per permettere al sangue in eccesso di scorrervi.
Quando la collera sbolli-sce, anche la pressione diminuisce.
Quando si è arrabbiati, gli occhi e il volto diven-tano rossi: è il sangue
in eccesso che scorre attra-verso le vene. In quello stato, i pensieri sono
così rapidi che il sangue deve circolare con maggior ve-locità. Quando il
sesso si impadronisce della men-te, il respiro diventa molto pesante e il
sangue scorre più veloce, perché i pensieri e la mente co-minciano a essere
così veloci che tutte le vene del cervello devono pompare sangue ad alta
velocità.
Certo, le condizioni della meditazione sono fon-damentalmente le stesse del
sonno: rilassare il cor-po, il respiro e la mente. Quindi, sia per il sonno
che per la meditazione le condizioni iniziali sono ugual-
mente vere. La differenza è nella condizione finale. Nel primo caso sei in
un sonno profondo, nel secon-do rimani completamente sveglio: ecco tutto.
Questo amico ha ragione nel porre questa do-manda. Tra sonno e meditazione,
samadhi e su-shupti (sonno profondo), esiste una profonda rela-zione.
D'altra parte, tra i due esiste anche una differenza molto importante: la
differenza tra sta-to conscio e inconscio. Sonno e inconsapevolezza,
meditazione e risveglio.

Un altro amico ha chiesto: «Qual è la differenza tra ciò che chiami
meditazione e l'autoipnosi?».

La differenza è la stessa che esiste tra sonno e meditazione. E necessario
capire anche questo.
Il sonno è ciò che viene naturalmente, mentre il sonno indotto da uno sforzo
è autoipnosi. Questa èl'unica differenza. La parola hypnos significa anche
sogno. Ipnosi implica tandra, sonnolenza. Il primo è il tipo di sonno che
arriva da solo, il secondo è ar-tificiale, indotto. Se qualcuno ha
difficoltà a dormi-re, deve fare qualcosa. Se un uomo si sdraia e inizia a
pensare che il sonno sta arrivando, e questo pen-siero entra nel suo essere
e prende possesso della sua mente, il corpo comincerà a rispondere di
con-seguenza. Il corpo inizierà a rilassarsi, il respiro rallenterà, la
mente inizierà ad acquietarsi.
Se nel corpo si creano le condizioni adatte al son-no, comincerà a
funzionare di conseguenza. Il cor-po è molto obbediente, non è interessato
alla realtà in quanto tale. Se ogni giorno hai fame alle undici e...p.152 -3
il tuo orologio si fosse fermato sulle undici, baste-rebbe guardarlo perché
il tuo stomaco dica: «E ora di mangiare», anche se sono solo le otto di
mattina. Non sono ancora le undici - mancano tre ore - ma se l'orologio
segna quell'ora, lo stomaco sentirà fa-me, perché opera in modo meccanico.
Se sei abi-tuato ad andare a letto a mezzanotte e il tuo orolo-gio fosse per
caso avanti di due ore, quando segnerà la mezzanotte ti sentirai assonnato,
anche se sono solo le dieci. Il corpo dirà immediatamente:
«E mezzanotte, è ora di andare a letto!».
Il corpo è molto obbediente. E più è in salute, più obbedisce. Un corpo
malato è un corpo che non risponde più: hai sonno e il corpo rifiuta di
dormire, hai fame e il corpo non vuole mangiare. Un corpo obbediente è sano,
perché il corpo ci se-gue come un'ombra. Le difficoltà sorgono quan-do il
corpo non risponde più. Quindi, ipnosi vuoi dire semplicemente mettere
ordine nel corpo, far sì che obbedisca ai comandi.
La maggior parte delle nostre malattie sono fal-se; quasi il cinquanta per
cento di esse non esiste. Il motivo che sta dietro all'aumento delle
malattie nel mondo non è una loro crescita effettiva, ma l'illusione da
parte dell'uomo che le cose stiano così. Accertati di averlo compreso bene.
Col mi-glioramento delle conoscenze e delle condizioni economiche ci
dovrebbe essere un calo nel nume-ro delle malattie. Ma questo non è
avvenuto, per-ché è aumentata moltissimo l'abilità dell'uomo a mentire.
L'uomo non solo mente agli altri, ma an-che a se stesso: si inventa anche
nuove malattie.
Per esempio, se gli affari di qualcuno vanno male e quella persona è
sull'orlo della bancarotta forse non accetta di esserlo e ha paura di andare
al lavoro sa che là dovrà incontrare i suoi creditori. All'improvviso si
accorgerà di essere malato costretto a letto; questa malattia è creata dalla
sua mente, e ha un doppio vantaggio: ora può dire agli altri che la sua
malattia gli impedisce di curare gli affari - ha già convinto se stesso che
le cose stanno così, e può convincere altrettanto bene altri - inoltre la
sua
è una malattia incurabile. verità, non si tratta affatto di una malattia, e
piu' viene curato, più si ammalerà.
Se le medicine non riescono a curarti, sappi che la tua malattia non si può
curare con le medicine le sue cause si trovano da qualche altra parte, non
dipendono affatto da una cura. Puoi maledire l'arte medica e dire che il
dottore è stupido perche' non ti ha trovato la cura giusta; puoi provare
medicina ayurvedica o i trattamenti naturopati puoi passare dall'allopatia
all'omeopatia, niente funzionerà. Nessun dottore può aiutarti semplicemente
perché un medico può curare una malattia vera; non ha nessun potere su una
falsa
E la cosa interessante è che continuiamo a credere a malattie incurabili, e
vogliamo che durino.
Più del cinquanta per cento delle malattie femminili sono false. Le donne
hanno imparato una ricetta dall'infanzia, ricevono amore solo quando sono
malate, altrimenti no. Ogni volta che la moglie è malata il marito non va
più a lavorare prende una sedia e si accomoda accanto al lato....p.154-5
della moglie; forse maledice se stesso per questo comportamento, ma lo fa.
Quindi, ogni volta che una donna vuole attenzione da un uomo, pronta-mente
si ammala. Per questo ci imbattiamo spes-sissimo in donne malate: sanno che
ammalandosi possono dominare l'intera famiglia.
Una persona malata diventa un despota, un ti-ranno. Se dice: «Spegni la
radio!», questa viene subito spenta; se dice: «Spegni la luce e vai a
let-to», oppure: «Tutti stiano in casa e nessuno esca», i membri della
famiglia faranno come dice. Più in una persona esistono tendenze dispotiche,
più si ammalerà: chi vuole infatti urtare i sentimenti di una persona
malata? Ma ciò è pericoloso. In que-sto modo, diamo un aiuto concreto alla
sua malat-tia. Va bene che un marito sieda accanto alla mo-glie quando sta
bene, è comprensibile. Ma, per amor del cielo, non dovrebbe smettere di
andare in ufficio quando lei si ammala, altrimenti contri-buisce al suo
male. Sarebbe un pessimo affare.
Una madre non dovrebbe prestare troppa at-tenzione al bambino che si ammala:
altrimenti, ogni volta che vorrà attenzione, si ammalerà. Quando un bambino
si ammala, preoccupati me-no di lui, in modo che nella sua mente non si crei
alcuna associazione tra amore e malattia. Il bam-bino non dovrebbe avere
l'impressione che ogni qualvolta si ammala la madre lo coccola e gli
rac-conta delle fiabe. Al contrario, la madre dovrebbe coccolare il bambino
quando è felice, in modo che l'amore venga associato alla gioia e alla
felicità.
Abbiamo associato l'amore all'infelicità, e ciò è
molto dannoso, perché vuol dire che, quando ab-biamo bisogno d'amore,
evocheremo l'infelicità af-finché l'amore segua. Ecco perché chiunque cerca
amore si ammalerà, perché sa che la malattia porta amore. Ma l'amore non
dovrebbe mai essere cerca-to attraverso la malattia. Ricorda, la malattia
porta commiserazione, non amore, ed essere oggetto di pietà è una cosa
offensiva e molto degradante. L'a-more è una cosa del tutto diversa. Ma noi
non ab-biamo alcuna consapevolezza dell'amore.
Sto dicendo che il corpo segue le nostre sugge-stioni: se vogliamo
ammalarci, il povero corpo si ammala. L'ipnosi è utile per curare questo
tipo di malattie: ciò vuol dire che, per una malattia falsa, funzionerà una
medicina falsa. Se riusciamo a cre-dere di essere malati, possiamo anche
credere di non esserlo e liberarci dalla malattia. In questo sen-so l'ipnosi
è di estrema utilità. Oggi, difficilmente un grande ospedale di un paese
civilizzato non ha un ipnotizzatore nel suo staff. In Occidente il dot-tore
può essere accompagnato dall'ipnotizzatore, perché esistono molte malattie
per le quali il medi-co è completamente inutile e solo un ipnotizzatore può
fare qualcosa: semplicemente ipnotizzando il paziente e suggerendogli di
star bene.
Lo sapevi che solo il tre per cento dei serpenti èvelenoso? Tuttavia, se uno
crede che il morso di un serpente sia letale, muore col morso di qualsiasi
serpente. Basterebbe che fosse assolutamente cer-to di essere stato morso da
un serpente per morire; e non perché un serpente l'abbia effettivamente
morso, ma perché crede che ciò sia avvenuto...p.156-7

Unà volta un uomo passò la notte in una locan-da; mangiò la sera e ripartì
la mattina presto. Un anno dopo tornò alla stessa locanda. Il proprieta-rio
fu stupito nel vederlo. «Sta bene?» chiese al viandante.
«Sto bene. Perché, che succede?»
«Eravamo terrorizzati, perché l'ultima volta che è stato qui un serpente è
caduto nella pentola ed èstato cucinato insieme al cibo che le è stato
servito. Altre quattro persone che hanno mangiato quel ci-bo sono morte il
giorno dopo. Non potevamo sape-re cosa le era accaduto perché è ripartito
prestissi-mo; eravamo molto preoccupati per lei.»
Quando il viandante udì che cos'era successo, esclamò: «Cosa? Un serpente
nel mio cibo?». E cad-de stecchito. Un anno dopo! Era morto di paura.
Per disturbi di questo tipo, l'ipnosi è molto uti-le. Ipnosi significa
semplicemente questo: il falso che abbiamo creato intorno a noi può essere
neu-tralizzato da qualcosa di altrettanto falso. Ricor-da, se una spina
immaginaria ti ha punto il piede, non provare a toglierla con una spina
vera; è ri-schioso: quella immaginaria non sarà eliminata, e quella vera ti
ferirà il piede. Una spina falsa va tolta con una spina falsa.
Ebbene, qual è la relazione tra meditazione e ipnosi? Solo questa: ci vuole
l'ipnosi per estrarre la falsa spina conficcata nel tuo corpo.
Un esempio di ipnosi è quando ti dico che il corpo si sta rilassando; questa
è ipnosi. Di fatto, tu stesso hai dato per scontato che il corpo non si
possa rilassare. Per annullare questo assunto è ne-
cessaria l'ipnosi; altrimenti sarebbe impossibile Non fosse per questa
presunzione,
sentire anche solo una volta che il corpo è rilassato lo portera'
rilassarsi. Il
suggerimento che ti do in realta' non serve a rilassare il corpo, ma a
eliminare l'idea
che non si possa mai rilassare. E non lo si fare, senza creare dentro dite
l'idea alternativa che il corpo si sta rilassando. Il concetto errato sara'
neutralizzato
da quest'altro concetto errato
quando il corpo si rilassa, saprai che è rilassato il rilassamento è una
qualità
estremamente necessaria del corpo, ma tu sei così pieno di tensione devi
fare
qualcosa per liberartene.
Solo a questo serve l'ipnosi. Quando cominci sentire che corpo, respiro e
mente
si stanno rilassando e si acquietano, questo è ipnosi. Ma solo questo punto,
ciò
che viene dopo è meditazione, fino ad allora non c'è meditazione. Questa
comincia dopo,
quando sei in uno stato di consapevolezza.Quando diventi interiormente
cosciente
ecco osservare che corpo e respiro si sono rilassati, i pensieri sono
cessati o si
stanno ancora muovendo questa osservazione, questo essere testimoni questo
stato di
consapevolezza che osserva è meditazione. Tutto ciò che viene prima è solo
ipnosi.
Ipnosi significa sonno artificiale. Quando non abbiamo sonno, lo stimoliamo;
facciamo uno sforzo e sollecitiamo il sonno. Il sonno può essere stimolato
anche
preparandosi affinché arrivi lasciandosi andare. Ma ipnosi e meditazione non
sono la
stessa cosa: per favore, comprendilo. Finché le tue sensazioni sono dovute a
ciò
che ti suggerisco...p.158-9 è ipnosi; ma quando senti che i miei
suggeri-menti si fermano, e comincia la
consapevolezza, quello è l'inizio della meditazione. La meditazione comincia
quando tu diventi testimone.
L'ipnosi è necessaria perché sei prigioniero di un' ipnosi opposta. In
termini scientifici, quest'ulti-ma non è ipnosi, bensì de-ipnosi. Noi siamo
già ipnotizzati, anche se non siamo consapevoli di es-serlo diventati, né
siamo consci di quali stratagem-mi abbiamo usato per creare questa ipnosi.
Abbia-mo vissuto la maggior parte della nostra vita sotto l'influenza di
un'ipnosi. E allorché vogliamo esse-re ipnotizzati, non comprendiamo ciò che
stiamo facendo: viviamo tutta la vita in stato di ipnosi! Se ce ne
rendessimo conto, l'incantesimo ipnotico si spezzerebbe; e quando l'ipnosi
si spezza, diventa possibile andare dentro di sé, perché l'ipnosi,
fon-damentalmente, è un mondo di non-realtà.
Per esempio, qualcuno sta imparando ad andare su una bicicletta. Per fare
pratica, comincia su una strada larga. La strada è larga quindici metri, e
in mezzo c'è una pietra. Anche se pedalasse bendato, ci sarebbero ben poche
possibilità di sbatterci con-tro. Ma quella persona non sa ancora andare in
bi-cicletta. Non guarda mai la strada; i suoi occhi indi-viduano come prima
cosa la pietra, e la paura di andarci a sbattere lo coglie... il meccanismo
si è in-nestato. Non appena viene preso dalla paura di ur-tare la pietra,
resta ipnotizzato. Ciò significa che non vede più la strada e comincia a
vedere solo la pietra. Si spaventa, e il manubrio comincia a orien-tarsi
verso la pietra. Più si orienta in quel modo,
più l'uomo si spaventa. Naturalmente il manubrio si dirige là dove è
l'attenzione, e la sua attenzione èalla pietra perché ha paura di sbatterci.
In questo modo, la strada scompare dal suo sguardo e resta solo la pietra.
Ipnotizzato dalla pietra, ne è sospin-to contro. Più viene spinto, più si
spaventa; più èspaventato, più viene sospinto... alla fine urta con-tro
quella pietra!
Chiunque lo vedesse, si potrebbe chiedere come mai, in una strada tanto
larga, l'uomo è andato a sbattere proprio contro quella pietra. Come ha
fat-to a non evitarla? Ovviamente, era ipnotizzato. Si èconcentrato sulla
pietra per evitare di finirle ad-dosso, e questo ha fatto sì che non vedesse
altro. Quando la sua mente si è fissata sulla pietra, le sue mani hanno
automaticamente indirizzato la bici-cletta in quella direzione, perché il
corpo segue la tua attenzione. Più il suo timore aumentava, più si è dovuto
concentrare sulla pietra. Ne è rimasto ipnotizzato: la sua paura l'ha
condotto verso la pie-tra, e alla fine è andato a sbatterci contro.
Nella vita, facciamo spesso proprio gli errori che avremmo voluto evitare.
Ci lasciamo ipnotiz-zare da loro. Un uomo, per esempio, ha paura di perdere
la sua tranquillità e di arrabbiarsi. In que-sta situazione, si troverà ad
arrabbiarsi ventiquat-tro volte in ventiquattro ore. Più ha paura di
ar-rabbiarsi e più si arrabbierà: la rabbia lo avrà ipnotizzato; cercherà
pretesti continui per arrab-biarsi ventiquattro ore al giorno.
Qualcun altro che ha paura di guardare le belle donne perché teme che lo
eccitino sessualmente,...p.160 -1 vedrà belle donne tutto il giorno. Pian
piano, an-che le donne brutte gli
sembreranno belle; perfino gli uomini cominceranno a sembrargli delle
don-ne. Se vedesse di spalle un sadhu con i capelli lun-ghi, lo guarderebbe,
per accertarsi che sia un ma-schio o una femmina. Alla fine anche le foto e
i poster di donne cominceranno ad attrarlo e a ipnotizzarlo. Nasconderà
immagini di donne nu-de nella Gita e nel Corano, e le guarderà senza nemmeno
chiedersi come fanno dei semplici trat-ti colorati a ipnotizzarlo tanto. Ha
sempre voluto proteggersi dalle donne e ora ne ha paura; adesso vede donne
ovunque. Che vada al tempio, alla moschea o in qualsiasi altro luogo, non
vede altro che donne. Anche questa è ipnosi.
Una società sessuofoba alla fine diventa sessua-le. Una società che condanna
il sesso renderà ses-suale tutta la sua mentalità, perché sarà ipnotiz-zata
dalle stesse cose che critica; tutta la sua attenzione si concentrerà su di
esse. Più una so-cietà parla di castità e più la gente che vi nasce sarà
lasciva e avrà una mente perversa. Il motivo è che troppi discorsi sul
celibato concentrano la mente sulla sessualità.
Tutto questo è ipnosi - creata da noi - e noi ci viviamo all'interno. Tutto
il mondo è intrappolato in questa ipnosi. Ed è difficile spezzarla, perché
l'ipnosi cresce insieme a tutti i tentativi che faccia-mo per distruggerla.
Stando così le cose, Dio solo sa quanti tipi di ipnosi abbiamo già creato, e
ancora ne stiamo creando. E alla fine ci dobbiamo convivere. Il no-stro
risveglio richiede che siano spezzati. Ma per strappare questa falsa rete
che
ci avvolge, abbiamo bisogno di falsi strumenti. In un certo senso, ogni
sadhana, ogni pratica SPrituale, è un mezzo per rimuovere il falso che ci
circonda. Pertanto ogni sadhana è falsa. Le tecniche escogitate ovunque per
aiutarci a raggiungere Dio sono false, poiché non siamo mai stati lontani da
lui. Ce ne siamo allontanati solo nel pensiero. È proprio come se un uomo si
trovasse a dormirea Dwarka e sognasse di essere a Calcutta. Ora, in sogno,
comincerebbe a preoccuparsi: sua moglie malata e lui se ne sta qui, a
Calcutta; deve tornare Dwarka. Va in giro a chiedere alla gente, consulta
l'orario dei treni, cerca un aereo per tornare al piu' presto a Dwarka. Ma
qualsiasi consiglio gli venga dato su come arrivare a Dwàrka sarà sbagliato
e lo metterà nei guai, perché in primo luogo non si trova a Calcutta. Non
c'è
mai andato: era solo un sogno, un'ipnosi. Qualsiasi strada gli venga
indicata
per tornare a Dwarka, sarà fonte di problemi.E Nessuna strada ha alcun
significato; sono tutte false. Anche se quell'uomo tornasse a Dwarka,
Ia strada che deve percorrere sarebbe falsa. Non puo' trovare la strada
giusta
per tornare indietro, perché non potrebbe mai esisterne una: in primo luogo
non è mai andato a Calcutta. Cosa vuol dire per lui trovare la strada per
tornare indietro? il treno che lo riporterà a Dwarka sarà falso come lo era
Calcutta. Se va alla stazione, compra un biglietto e prende un treno per
Dwarka, sarà assolutamente falso; tutte le stazioni che vedrà
scorrere..p..162-3 al finestrino del treno saranno false. Alla fine arriverà
a Dwarka e si
risveglierà felice, ma si sor-prenderà scoprendo di non essere mai stato da
nessuna parte, ma di essere rimasto a letto tutto il tempo. Dunque, come può
aver fatto a tornare? L'andata e il ritòrno erano falsi!
Nessuno si è mai allontanato da Dio. Non si può perché, in primo luogo, solo
Lui è, e non esiste mo-do di allontanarsi da Lui. Quindi, qualsiasi
avvici-namento e allontanamento sarà falso. D'altra parte, poiché siamo già
partiti per un viaggio immagina-rio, dovremo fare ritorno; non c'è altro
modo. Do-vremo scoprire il modo per ritornare. Ma quando sarai tornato,
scoprirai che tutte le tecniche erano false e ogni sadhana menzognera. La
sadhana era ne-cessaria per risvegliarti dal sonno. Una volta com-preso,
forse nulla più andrà fatto e improvvisamen-te ti accorgerai di essere
ritornato.
È difficile da capire, perché tu sei già arrivato a Calcutta. Potresti dire:
«Ciò che stai dicendo ègiusto, ma io sono già a Calcutta. Indicami la via
del ritorno!».

Un altro amico ha chiesto: «Hai trovato Dio?».

Questo è esattamente il tipo di domanda che farebbe il viaggiatore diretto a
Calcutta. Vorrei chiedere a questo amico: «Tu hai mai perso Dio?», poiché,
se dico di averlo trovato, presuppongo di averlo dato per smarrito. Egli è
già ritrovato! An-che quando abbiamo la sensazione di averlo per-so, è
sempre con noi. Semplicemente, siamo sotto
ipnosi e abbiamo la sensazione di averlo smarrito. Quindi, un uomo che dica:
«Sì, l'ho trovato», si sbaglia. Ancora non capisce che, in fondo, non
l'a-veva mai perso. Pertanto, coloro che arrivano a conoscere Dio, non
diranno mai di averlo trovato; diranno: «Non è stato mai smarrito».
Il giorno in cui Buddha si illuminò, la gente si radunò intorno a lui e gli
chiese: «Cos'hai rag-giunto?». Buddha rispose: «Non ho raggiunto nulla. Sono
semplicemente giunto a vedere ciò che non avevo mai perso. Ho trovato ciò
che già possedevo». A quel punto, in un moto di compas-sione, la gente di
quel villaggio commentò: «Che peccato, hai lavorato per niente».
«Sì,» disse Buddha «in un certo senso è vero che ho lavorato inutilmente. Ma
ora ho ottenuto que-sto vantaggio: adesso non dovrò più lavorare. Adesso non
cercherò più alcunché, non farò alcun viaggio, non vagherò all'inseguimento
di qualco-sa: ecco ciò che ho guadagnato. Ora so di essere do-ve già ero.»
Noi ci allontaniamo solo nei nostri sogni; non raggiungiamo mai i luoghi in
cui abbiamo la sensa-zione di andare. Per questo, in un certo senso, tutte
le religioni, le sadhana e gli yoga sono falsi. Lo sono nel senso che si
tratta sempre di tecniche per ritor-nare. Eppure, malgrado questo, sono
molti utili.
Lo sciamano del villaggio, che neutràlizza il ve-leno di un serpente con
l'aiuto dei mantra, è mol-to utile per chi è stato morso, anche se il
serpente è falso. Senza di lui, la gente morirebbe per il morso di un
serpente che non esiste...p.164-5

Un uomo simile viveva vicino a me. Ora è morto. La gente veniva a trovarlo
da
molto lontano per farsi togliere il veleno dei serpenti. Era un uomo molto
astuto; aveva addomesticato alcuni serpen-ti. Quando arrivava qualcuno morso
da un serpen-te, usando le sue doti da sciamano, chiedeva che ti-po di
serpente fosse, dove lo avesse morso e se quel serpente fosse ancora vivo.
Dopo aver ottenuto tutte quelle informazioni, metteva in atto il suo
stratagemma e chiamava il serpente. Aveva già or-ganizzato ogni cosa: quale
serpente andava lascia-to libero, a quale segnale e così via. Nel giro di
un'ora, un serpente che corrispondeva alla descri-zione entrava sibilando
dalla porta. La cosa faceva sensazione, e l'uomo morso rimaneva sbalordito.
Raramente chi è morso da un serpente vede qualcosa con precisione: cosa lo
abbia morso, do-ve fosse, a cosa assomigliasse; è così sconvolto che nel
frattempo il serpente si è dileguato. Se il serpente era stato ucciso, lo
sciamano richiamava la sua anima, che tornava a essere visibile in un
serpente in suo possesso. Poi si metteva a rimpro-verarlo e ammonirlo per
aver morso quest'uo-mo... e a quel punto il serpente si metteva a pic-chiare
la testa sul pavimento, chiedendo perdono. Intanto il veleno nel corpo
dell'uomo cominciava a dissolversi: allora al serpente veniva detto di far
uscire tutto il veleno. Immediatamente esso rag-giungeva l'uomo morsicato,
portava la bocca alla ferita e l'uomo guariva.
Disgraziatamente, una volta accadde che un serpente morsicasse il figlio di
quest'uomo. Si ri-
trovò nei guai, perché nessuna delle sue cure fun-zionava. Venne di corsa da
me dicendomi: «Per favore, aiutami, ho un problema. Dimmi cosa de-vo fare?
Un serpente ha morso mio figlio e lui co-nosce i miei serpenti
addomesticati. È una vera disgrazia. Ti prego, dimmi cosa devo fare; sono
disperato. Mio figlio non sopravviverà!».
Rimasi meravigliato e chiesi: «Che ne è delle tue cure? La gente veniva
dalle terre più lontane!».
«In quei casi funzionava,» disse «ma anch'io sarei nei guai se un serpente
mi morsicasse: non sarei in grado di salvarmi. Conosco i trucchi del mio
mestiere e non mi fiderei di nessuno che mi curasse in quel modo.» Il
ragazzo morì. Egli non riuscì a salvare suo figlio.
Falsi strumenti sono necessari per rimuovere ciò che è falso. E hanno il
loro valore, perché noi viviamo in ciò che è falso. Quindi non è il caso di
interrogarsi più di tanto; di fatto all'inizio è solo ipnosi. Le fasi
iniziali sono ipnosi e sonno; solo lo stadio finale è meditazione, ed è la
parte più pre-ziosa. Prima di arrivare a questo stadio, è assolu-tamente
necessaria questa preparazione, affinché tu possa uscire dalle falsità in
cui ti sei smarrito.
Non chiedere mai: «Hai trovato o no Dio?». E tutto sbagliato. Chi troverà
Dio? E chi verrà trova-to? Ciò che è, è. Quando giungerai a comprender-lo,
vedrai che non hai mai perso nulla, né sei mai andato da qualche parte.
Nulla è mai stato di-strutto e nulla è mai morto. Ciò che è, è. Quel giorno
tutti i viaggi e tutto il tuo andare da qual-che parte cesseranno....p.166-7

E ora questa domanda: «Cosa significa liberarsi dal ciclo di nascita e
morte?».

Liberarsi dal ciclo di nascita e morte non vuoi di-re non rinascere più.
Vuoi dire che ora non c'è più né «venire» nè «andare», nè in qualche luogo,
nè in alcuna dimensione. A quel punto rimani radicato dove sei. Il giorno in
cui ciò accadrà, sorgenti di fe-licità sgorgheranno copiose tutt'intorno a
te. Non possiamo sperimentare la gioia se ci troviamo in un luogo
immaginario, possiamo trovarla solo se siamo là dove esistiamo realmente.
Possiamo esse-re felici solo essendo ciò che siamo, non possiamo mai essere
felici essendo ciò che non siamo. Quin-di, attraversare il ciclo della
nascita e della morte vuoi dire vagabondare in luoghi illusori. Ci siamo
persi in un luogo dove non siamo mai stati e non avremmo mai dovuto essere,
mentre abbiamo per-so di vista ciò che realmente siamo. Libertà dalla
nascita e dalla morte vuol dunque dire tornare là dove siamo, tornare a
casa.
Entrare in Dio vuoi dire essere esattamente ciò che siamo adesso. Non è che
un giorno ti imbatti in Dio da qualche parte, e salutandolo gli dici:
«Gra-zie al cielo, ti ho incontrato!». Non esiste un Dio del genere, e se ti
accade di incontrarne uno, sappi che è solo ipnosi. Un Dio simile sarà una
tua creazione, e incontrarlo sarà altrettanto falso che l'averlo per-duto.
Non è questo il modo in cui troverai Dio.
Il nostro linguaggio è spesso fuorviante, perché le espressioni «trovare
Dio» o «raggiungere Dio» ci danno l'impressione che sia possibile vedere
Dio faccia a faccia. Parole come queste son~ profondamente fallaci.
Prestando loro ascolto, se ne ricava l'idea che qualcuno si riveli a te, che
ti guardi negli occhi e sia possibile abbracciarlo Questo è completamente
errato. Se mai incontre rai un Dio simile, sta' attento! Sarà assolutamentE
una creazione della tua mente: sarà ipnosi.
Dobbiamo uscire da ogni ipnosi e percorrere a ritroso il cammino, fino al
punto in cui non esistevano nè sonno, nè ipnosi, ed eravamo totalmente
consapevoli e radicati nei nostri esseri. L'espe rienza che si avrà allora
sarà l'esperienza dell'unità della vita; sarà l'esperienza dell'esistenza
in quanto una e indivisibile. Il nome di quell'esperienza è Dio.
Adesso prepariamoci per la meditazione della mattina...p.168-9

Fine quarto capitolo, continua al prossimo

Neuro

unread,
Jul 3, 2000, 3:00:00 AM7/3/00
to
Ciao amico che il fresco sia con te...
Neuro

lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message
ryJ75.10729$2s6.1...@news.infostrada.it...

lucy mnt

unread,
Jul 9, 2000, 3:00:00 AM7/9/00
to

"lucy mnt" <kim...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:GkN75.11650$2s6.1...@news.infostrada.it...
> 5° E ULTIMO CAPITOLO DEL LIBRO di OSHO RAINEEHS: L'IMMORTALITA'
> DELL'ANIMA.....:
>
> (pagine da 170 a 203)
>
>
>TROVA LA TUA STRADA:


Trova la tua strada


Un amico ha chiesto: «Una volta hai detto che non c'è verità più grande
della morte. Ma da qualche parte hai anche detto che la morte non esiste
affatto. Quale delle due affermazioni è vera?».

Sono entrambe vere. Quando dico che non c'è verità più grande della morte,
attiro la tua atten-zione sul fatto che il fenomeno della morte è una realtà
fondamentale di ciò che chiamiamo «vita» e pensiamo sia la «vita»; mi
riferisco anche alla personalità dell'uomo, a ciò che definisco l'«io». La
personalità e ciò che chiamiamo «vita» mori-ranno. La morte è inevitabile.
Tu morirai, io mo-rirò e anche questa vita andrà distrutta, cancella-ta,
tramutata in polvere, questo è certo. Quando dico che non c'è verità più
grande della morte, voglio ricordarti che tutti moriremo.
E quando dico che la morte non esiste, voglio ricordarti che nell'«io» e nel
«tu» esiste qualcuno che non morirà mai. Ed esiste anche un'altra vita,
diversa da quella che conosci: una vita senza
morte. Entrambe queste affermazioni sono vere, l'una non esclude l'altra. Se
pensi che solo una lo sia, non riuscirai a comprendere la verità nella sua
interezza.
Se qualcuno dice che buio e ombra esistono, ha ragione: buio e ombra sono
delle realtà. Ma chi ne-gasse la loro esistenza avrebbe ugualmente ragio-ne.
Egli intenderebbe dire che il buio non ha un'esi-stenza positiva. Se ti
chiedessi di portarmi due borse piene di ombra o di far uscire il buio da
una stanza, non potresti. Come mai? Perché il buio ha un'esistenza negativa:
è semplice assenza di luce.
L'oscurità esiste, ma non è altro che assenza di luce. Chi negasse la sua
esistenza avrebbe ragio-ne. Esistono la presenza e l'assenza di luce, ma
nulla di simile all'oscurità in quanto tale. Possia-mo fare tutto ciò che
vogliamo con la luce, ma nulla con l'oscurità. Per eliminare il buio devi
ac-cendere la luce; per crearlo, spegnerla. Con il buio non puoi fare nulla
direttamente.
Quando corri per strada, dietro dite appare la tua ombra: sta correndo con
te. Tutti la possono vedere e nessuno può negare che ci sia. Eppure si può
dire che non esista, perché non ha un'entità propria; esiste perché il tuo
corpo si frappone alla luce solare. Quando la luce è nascosta dal tuo
cor-po, si forma un'ombra; quando il sole arriva so-pra la testa, i raggi
solari non sono ostruiti e non si formano ombre. Se riuscissimo a costruire
un uomo di vetro, le ombre non esisterebbero, per-ché sarebbe attraversato
dai raggi.
Quando la luce trova un ostacolo, si forma...p.170-1
un'ombra; essa non è altro che assenza di luce. Chi dicesse che l'ombra
esiste non avrebbe torto, ma affermerebbe solo una parte della verità.
Do-vrebbe aggiungere che non esiste, perché la verità diventi completa.
L'ombra è qualcosa che esiste e al tempo stesso non esiste. Purtroppo noi,
con il nostro modo di pensare, non riusciamo a vedere nulla che non sia
diviso in due parti indipendenti.
Una volta un uomo venne processato per omici-dio. Coloro che avevano
assistito al delitto vennero chiamati come testimoni, e uno disse: «Il
crimine èstato commesso all'aperto: in cielo brillavano le stelle. Le ho
viste bene come l'omicidio». Il secon-do testimone disse: «Il crimine è
stato commesso dentro la casa, vicino alla porta, contro un muro. Alla
parete c'erano macchie di sangue, e poiché io mi trovavo nei pressi, mi sono
sporcato di sangue. L'omicidio è avvenuto all'interno della casa».
Il giudice era perplesso. Come potevano dire en-trambi la verità? Ovviamente
qualcuno stava men-tendo. L'assassino cominciò a ridere, e il giudice gli
chiese cosa c'era di tanto divertente. L'uomo disse:
«Mi lasci dire che hanno entrambi ragione. La casa non era finita: mancava
il soffitto e si vedevano le stelle. Il delitto ha avuto luogo sotto le
stelle, ma vi-cino alla porta e accanto al muro macchiato di san-gue. Quindi
hanno entrambi ragione».
La vita è tanto complessa che anche cose con-traddittorie si rivelano vere.
Non è ciò che noi crediamo: è vasta, contiene molte contraddizioni.
In un certo senso, la morte è la più grande delle verità, poiché il nostro
modo di vivere arriverà a
una fine; così come siamo, noi moriremo, e anche il contesto che abbiamo
creato andrà distrutto. Coloro che costituiscono tutto il nostro mondo -la
moglie, il marito, il figlio, il padre, l'amico -moriranno. Tuttavia la
morte è falsa, perché nel fi-glio è nascosto qualcuno che non lo è, e non
mo-rirà mai. Nel padre è nascosto qualcuno che non lo è, e non morirà mai.
Egli morirà, ovviamente, ma dentro e oltre di lui esiste qualcuno - distinto
e lontano dal padre più di qualsiasi parente - che non morirà mai. Il corpo
perirà, ma in esso vive una persona immortale. Entrambe queste cose so-no
vere. E quindi, entrambe vanno ricordate, per comprendere la natura della
morte.

Un altro amico ha chiesto: «Le cose che vogliamo distruggere, come le catene
della fede cieca o la super-stizione, sembrano trovare un ulteriore sostegno
nei tuoi discorsi. Sembra, da quanto stai dicendo, che la vi-ta dopo la
morte, gli dei, i fantasmi 'e la trasmigrazione delle anime esistano
davvero. In questo caso sarebbe difficile liberarsi delle superstizioni; non
diventerebbe-ro ancora più forti?».

Due cose vanno comprese. La prima: definire qualcosa una superstizione senza
adeguate ricer-che equivale a crearne una ancora più grande, ed è indice di
una mente molto superstiziosa. Tu ri-tieni che chi crede ai fantasmi e agli
spiriti mali-gni sia superstizioso, mentre tu che non ci credi ti senti
molto intelligente. La domanda è: che cos'è superstizione? Chi crede ai
fantasmi, senza aver...p.172-3 approfondito il fenomeno, è superstizioso; ma
an-che chi non ci crede> senza
averlo indagato, sareb-be superstizioso. Superstizione vuol dire credere in
qualcosa senza sapere se sia vera. Solo perché qualcuno ha credenze
contrarie alle tue non vuol dire che sia superstizioso. Un credente in Dio
può essere ingenuo tanto quanto un non credente.
È bene comprendere la definizione di supersti-zione. Significa questo:
credere ciecamente in qual-cosa, senza verifiche. I russi sono atei
superstiziosi e gli indiani teisti superstiziosi: entrambi sono vitti-me di
una fede cieca. I russi non si sono mai preoc-cupati di accertare
l'inesistenza di Dio per poi avere un credo conseguente, né gli indiani di
dimostrarne l'esistenza prima di riporre la loro fede in lui. Quin-di, non
fare l'errore di credere che solo i teisti siano superstiziosi, perché anche
gli atei hanno le loro su-perstizioni. E la cosa strana è che esiste anche
una superstizione scientifica. Sembra contraddittorio:
come può esistere una superstizione scientifica?
Se hai studiato geometria, avrai incontrato la definizione di Euclide
secondo cui una retta ha lunghezza ma non larghezza. Ebbene, cosa può essere
più superstizioso di questo? Non è mai esi-stita una retta senza larghezza.
Ai bambini viene insegnato che un punto non ha larghezza né lun-ghezza, e
anche i maggiori scienziati lavorano in base a questo postulato. Può mai
esistere un pun-to senza lunghezza né larghezza?
Siamo tutti abituati a una numerazione deci-male. Ma qualcuno potrebbe
chiedere: non è for-se una superstizione? Perché a base dieci? Nessu-
no scienziato può spiegarlo. Perché non sette? Cosa c'è di sbagliato nel
sette?
Perché non tre? Esistono matematici - Leibniz era uno di questi che usano
una
numerazione con base tre. Leibniz usava questo sistema: uno, due, tre,
seguito da
dieci, undici, dodici e tredici; poi da venti, ventuno, ventidue e ventitré.
Questo era il suo sistema di numerazione: se la cavava molto bene, e
~sfidava
chiunque non fosse d'accordo a dimostrare che aveva torto. Egli mise in
discussione la necesità del sistema decimale.
In seguito, Einstein disse che perfino tre cifre erano troppe e ne bastavano
due;
una era troppo poco, ma due erano sufficienti. Che la matematica debba avere
dieci
numeri è una superstizione scientifica. Ma il matematico non è pronto ad
abbandonarla; dice: «Come fai a lavorare con meno di dieci cifre?». Anche
questa
è una fede, che ha più senso delle altre.
Da un punto di vista scientifico crediamo migliaia di cose che in realtà
sono solo superstizioni. Anche gli scienziati sono superstiziosi, e
attualmente,
mentre le superstizioni religiose ';stanno scomparendo, quelle scientifiche
sono in aumento. La differenza è questa: se chiedi a chi e' religioso come
ha fatto a
conoscere Dio, ti risponderà che è scritto nella Gita, mentre se chiedi al
matematico perché pensa che ci siano dieci nella matematica, ti risponderà
che è scritto nel libro del matematico tal dei tali.
Qual è la differenza tra i due? Un tipo di risposta si basa sulla Gita o sul
Corano, l'altro su un libro ..p.174-5 di matematica. Ciò dimostra che
dobbiamo capire esattamente cosa sia una
superstizione. Su-perstizione vuoi dire: credere in una cosa senza
conoscerla. Noi accettiamo e rifiutiamo molte co-se senza saperne nulla:
questa è superstizione.
Immagina l'abitante di un villaggio che sia pos-seduto da un fantasma: la
gente civilizzata dirà che si tratta di superstizione. Ammettiamo pure che
gli ignoranti siano superstiziosi; li abbiamo già bollati come tali in
quanto, essendo analfabeti, non sono in grado di offrire spiegazioni alla
loro fede. Per-tanto, tutta la gente istruita del villaggio riterrà che la
storia di quest'uomo posseduto da uno spirito maligno sia falsa, ma non sa
che all'Università di Harvard, in America, esiste un dipartimento dove si
conducono ricerche sugli spiriti e i fantasmi, e dove circolano addirittura
foto di fantasmi. Non ha idea che, in questo momento, scienziati famosi
so-no coinvolti in un'approfondita ricerca sui fanta-smi e gli spiriti,
ricerca che sta dando risultati tali per cui, prima o poi, si dovrà
concludere che sono loro, gli uomini istruiti, a essere superstiziosi,
men-tre chi definivano superstizioso, sebbene non sa-pesse nulla di ciò in
cui credeva, diceva la verità.
Se leggi Ryon o Oliver Lodge, resterai sorpreso. Oliver Lodge era uno
scienziato famoso, che stu-diò spiriti e fantasmi per tutta la vita. Prima
di morire, lasciò un documento in cui diceva: «Tutte le verità scientifiche
da me scoperte rivelano solo la metà delle verità legate all'esistenza di
spiriti e fantasmi. Noi non ne abbiamo conoscenza perché
la superstizione da persone istruite ci impedisce di fare ricerche su ciò
che accade nel mondo».
Se qualcuno dicesse di poter leggere nella, mente di un'altra persona,
diremmo che si tratta di super-stizione. In Russia, dove risiedono quelli
che po-tremmo chiamare scienziati «rigorosi», vive Fòdev, un grande
scienziato. Da Mosca, senza alcun mez-zo visibile, ha comunicato i suoi
pensieri alla men-ite di una persona a migliaia di chilometri di distan-za,
a Thilisi. Sono state fatte indagini scientifiche e il fatto si è rivelato
vero. Gli scienziati si occupano di queste ricerche perché prima o poi
saranno utili nei viaggi spaziali. In caso di guasto meccanico in una
navicella spaziale, cosa probabile, con questi mezzi sarà possibile mettersi
in contatto con gli astronauti. Altrimenti l'astronave potrebbe andare
perduta per sempre. Ecco perché gli scienziati rus-si stanno conducendo
ricerche sulla' telepatia, arri-vando a risultati sorprendenti.
Fiodev ha condotto questi esperimenti con l'aiu-to di un amico. A Thilisi,
lontana migliaia di chilo-metri, costui stava nascosto dietro un cespuglio,
in un parco, con una radio in mano. Lui e Fòdev erano in contatto. Dopo un
po' lo avvisò che un uomo si era seduto sulla panchina numero dieci, e
chiese a Fòdev di mandare a quest'uomo il messaggio di addormentarsi entro
tre minuti. Luomo era ben sveglio; fumava e mormorava tra sé. Fòdev
comin-ciò a mandargli suggestioni - la stessa cosa che fac-cio io - del
tipo: «Ti stai rilassando, ti stai rilassan-do». Da una distanza di migliaia
di chilometri, Fòdev suggerì insistentemente per tre minuti:..p.176-7

«Addormentati, addormentati». Concentrandosi sulla panchina numero dieci,
ripeté continuamen-te lo stesso suggerimento: «Addormentati, addor-mentati».
Dopo tre minuti esatti, l'uomo seduto sulla panchina si era addormentato, e
la sigaretta gli era scivolata dalle mani.
Questa avrebbe potuto essere una coincidenza, forse l'uomo sulla panchina
era stanco. Quindi l'a-mico disse a Fòdev che l'uomo si era davvero
ad-dormentato, ma che avrebbe potuto essere una coincidenza, per cui gli
chiese di svegliano esatta-mente dopo sette minuti. Fòdev suggerì all'uomo
di svegliarsi, e precisamente dopo sette minuti egli aprì gli occhi e si
alzò. L'uomo sulla panchina era un perfetto sconosciuto; non aveva alcuna
idea di cosa fosse avvenuto, e l'amico di Fòdev si avvicinò chie-dendogli se
non avesse sentito nulla di insolito.
Egli rispose: «Sì, certamente... sono molto tur-bato. Sono venuto qui per
aspettare una persona, e d'un tratto ho sentito che il mio corpo si stava
addormentando. Ho perso il controllo e mi sono assopito. Poi ho sentito
intensamente come se qualcuno mi stesse dicendo: "Svegliati, svegliati.
Svegliati tra sette minuti!". Non riesco a darmi una spiegazione di tutto
ciò». Non aveva idea di cosa fosse successo.
La comunicazione di pensieri a distanza, con un medium, è diventata una
verità scientifica, ma per un uomo colto si tratta di superstizione. Si
possono curare uomini malati, oppure qualcuno morso da un serpente, da
migliaia di chilometri di distanza, non è molto difficile. Ebbene, esisto-
no molti tipi di superstizione, e quella dell'uomo colto è più pericolosa di
quella dell'ignorante perché egli non considera tale la sua superstizio-ne.
Per lui è il risultato di una grande riflessione.

Adesso l'amico che ha posto questa domanda dice che dobbiamo spezzare la
catena delle super-stizioni. Prima accertati che quella catena esista,
altrimenti potresti spezzare braccia e gambe di qualcun altro. Le catene si
possono spezzare sole se esistono. Ma se non esistessero? Devi anche es-sere
sicuro che si tratti proprio di una catena e non di un ornamento che poi
dovrai ricostruire. Sono cose che richiedono molta cautela.
Io sono assolutamente contrario alla supersti-zione. Tutte le forme di
superstizione vanno di-strutte; ma questo non significa che io sia
super-stizioso circa questa distruzione. Non vuol dire che qualcuno debba
andare in giro a distruggere qualcosa, senza averla compresa, o che debba
smantellare qualcosa, senza la dovuta considera-zione. Una simile azione
arbitraria diventerebbe un'altra superstizione.
Ogni epoca ha le sue superstizioni. Ricorda, le superstizioni hanno anche le
loro mode. In ogni epoca assumono un aspetto diverso. L'uomo non abbandona
mai le sue superstizioni, si limita a so-stituire le vecchie con le nuove;
le altera e le modi-fica. Di questo purtroppo non ci accorgiamo mai.
Per esempio, una volta si pensava che il tilak, il segno che in India si
mette sulla fronte, denotasse la religiosità. Ma che legame hanno uno con
l'altra?...p.178-9
Eppure è ciò che si pensava. Chi non si applicava il tilak veniva guardato
dall'alto in basso come un miscredente. Oggi questa vecchia superstizione
non è più in voga ma ne esistono altre ugualmente folli. Se un uomo indossa
la cravatta viene conside-rato una persona distinta, altrimenti è uno
qualsia-si. E la stessa cosa: non fa nessuna differenza. La cravatta ha
sostituito il tilak, ma l'uomo è rimasto lo stesso. Dov'è il cambiamento?
La cravatta non è meglio del tilak. Anzi, forse èpeggio, perché al limite
l'applicazione del tilak aveva un senso; la cravatta in India non ha alcun
significato, sebbene possa averlo altrove: è utile in paesi freddi, dove
aiuta a proteggere il collo dalle basse temperature. Un uomo facoltoso,
oltre a ba-dare all'eleganza, si protegge il collo con il nodo della
cravatta. Ma la cravatta in un paese caldo co-me questo è un po'
inquietante: ci si chiede se quella persona sia ricca oppure pazza!
Essere ricchi non deve voler dire soffrire il caldo o farsi un cappio al
collo. La cravatta non è altro che un cappio, un nodo. Eppure, chiunque
abbia la concezione del decoro il magistrato, l'avvocato, il politico - esce
con questo nodo scorsoio al collo! Ed è la stessa gente che bolla chi
indossa il tilak come superstizioso! Ma poiché la cravatta è una
super-stizione di quest'epoca, è accettabile, mentre il tilak, che
appartiene al passato, non lo è.
Quindi, se la cravatta ha senso in un paese fred-do, anche l'applicazione
del tilak può avere un si-gnificato, ed è profondamente sbagliato e dannoso
definirlo una superstizione, senza aver prima ap-
profondito la motivazione. Forse non ti sei mai chiesto perché si applica un
tilak. Per lo più si tratta di una superstizione, ma all'inizio c'erano
ragioni scientifiche. Il tilak viene applicato sulla fronte, nel punto tra
gli occhi dove è situato l'agya chakra, il terzo occhio. E sufficiente
meditare un po' perché questo punto si riscaldi, ma con l'applicazione di
pasta di sandalo, si raffredda. L'applicazione della pasta di sandalo è
dunque una tecnica altamente scientifica, che oggi è andata perduta.
Oggigiorno tutti si applicano della pasta di sandalo, che abbia-no meditato
o meno, che abbiano consapevolezza o no dell'agya chakra.
Come la cravatta ha un fondamento nei paesi freddi, il tilak lo ha per chi
mediti sull'agya chakra, perché la pasta di sandalo raffredda quel punto.
Meditando sull'agya chakra, la stimolazione di quell'area causa un
riscaldamento che va mitigato, perché potrebbe danneggiare il cervello. E se
ci mettessimo in testa di bandire il tilak, lo leverem-mo sia dalla fronte
di chi lo porta sconsideratamen-te che da quella del povero diavolo che lo
ha appli-cato per i suoi buoni motivi ma che, se non lo rimuovesse, verrebbe
bollato come superstizioso.
Sto dicendo che non c'è modo di determinare co-sa sia superstizioso e cosa
no. Di fatto, la stessa cosa può essére superstiziosa in determinate
condizioni e scientifica in altre, dipende dalle circostanze.
Per esempio, in Tibet vige la consuetudine di fa-re il bagno una volta
l'anno: è logico, perché lassù l'aria è più pura ed essendovi un clima
freddo la gente non suda. Fare il bagno tutti i giorni danneggiegerebbe
..p180-1
semplicemente il corpo: lo priverebbe di molto del suo
insostituibile calore naturale. Resta-re nudi in Tibet potrebbe rivelarsi
troppo dispen-dioso. Un uomo che restasse nudo per un giorno intero potrebbe
aver bisogno del quaranta per cen-to di cibo in più per recuperare le
calorie perdute. In un paese come l'India, chi va in giro senza vestiti
viene riverito come una persona che abbia fatto vo-to di rinuncia. Mahavira
era saggio: stava nudo in un paese caldo come il nostro, dove più il calore
non si ferma sul corpo più si è freschi. Ma se un se-guace di Mahavira
arrivasse nudo in Tibet, merite-rebbe di essere accolto in una clinica
psichiatrica. Vivere nudi in Tibet sarebbe completamente irra-zionale.
Eppure le cose vanno proprio cosi...
Quando un lama tibetano arriva in India, non si fa mai il bagno. Una volta
stavo con alcuni di loro a Bodh Gaya; puzzavano tanto che era una tortura
sedergli vicino. Quando chiesi loro perché si com-portassero così,
risposero: «Seguiamo la regola di fare il bagno una volta l'anno». Ecco dove
distin-guo scienza e superstizione. Ciò che è scienza in Ti-bet, è
superstizione in India. Qui questi lama puz-zano, e non si accorgono che i
loro corpi sudano molto e tutt' intorno è pieno di polvere.
Non riusciamo a concepirlo ma esistono paesi in cui la polvere non esiste.
Quando Kruscev venne per la prima volta in India e fu portato ad Agra per
vedere il Taj Mahal, per strada vide un mulinello di polvere mentre prendeva
forma. Fermò la macchi-na, scese e si mise al centro di quel mulinello,
feli-cissimo. «Che fortuna, non avevo mai fatto un'e-
sperienza del genere» disse. Noi non ci sentiamo fortunati a stare in mezzo
a
tanta polvere. Ma al suo paese ci sono mucchi di neve, non di polvere Per
lui
era un'esperienza affascinante, come per noi stare nella neve. Quando
camminiamo sulla neve dell'Himalaia ci sentiamo eccitatissimi!
Pertanto, non cominciare a distruggere a destra e a manca pensando che si
tratti di catene, senza aver prima considerato l'epoca, il contesto e
l'utilità di ciò che distruggi. Una mente scientifica esita sempre. L'uomo
dalla
mente scientifica non prende mai decisioni affrettate, sentenziando «Questo
è
giusto e quello sbagliato».
Piuttosto afferma: «Questo potrebbe essere giusto; ma vorrei studiarlo
ancora». Nemmeno alla fine conclude con perentorietà: «Va bene, questo e'
sbagliato: distruggilo». La vita è tanto misteriosa che nulla si può
affermare
in termini così categorici. Tutto ciò che possiamo dire è: «Per ciò che
sappiamo noi, siamo arrivati a conoscere questo basandoci su tale conoscenza
quella cosa appare sbagliata». Questo è tutto. Un uomo dall'atteggiamento
scientifico dirà: «Basandosi sulle informazioni disponibili attualmente, la
tal cosa oggi non sembra corretta; comunque, con ulteriori informazioni
potrebbe apparire giusta domani. Una cosa giusta oggi potrebbe rivelarsi
sbagliata domani Un uomo simile non prende mai una decisione affrettata su
cosa
sia giusto e cosa sbagliato. È sempre alla ricerca, con mente umile e
indagatrice.
È comodo avere una superstizione, ma lo è a che distruggerla. Il lato
piacevole nell'avere superstizioni...p182-3 è che ci risparmiano il fastidio
di pensare:
crediamo in ciò che credono tutti. Non vogliamo nemmeno sapere perché le
cose stanno così. Perché preoccuparsene? Si segue semplicemente la folla.
Avere superstizioni è conveniente.
D'altra parte ci sono persone impegnate a di-struggere superstizioni; anche
questo ha una sua convenienza. Un uomo che distrugge superstizioni sembra
molto razionale, ma in realtà non lo è. Es-sere razionali non è facile:
vedere le cose razional-mente equivale ad avere ogni nervo teso. Un uomo
razionale guarda tanto in profondità nelle cose da rendere difficile
qualsiasi affermazione categori-ca. Per questo le sue affermazioni sono
sempre al condizionale. Egli dice: «In base a certe condizio-ni è giusto non
fare il bagno in Tibet, mentre in base ad altre è profondamente
superstizioso non farlo in India». L'uomo che pensa razionalmente parla
questo tipo di linguaggio.
D'altra parte, un riformatore sociale non appare interessato a ciò che sta
dicendo: il suo interesse è distruggere determinate cose. Io dico: va' e
di-struggi - ci sono molte cose che meritano di essere distrutte - ma la
prima, in ogni caso, è l'avventa-tezza, la tendenza ad agire senza aver
prima consi-derato la situazione razionalmente. In breve, se di-struggi
qualcosa senza prima averla considerata adeguatamente, tale distruzione non
ha valore. Va creata la propensione a pensare razionalmente, e distrutta
quella a credere avventatamente. Questo ci porterà a scoprire contesti
diversi e significati più profondi. Dovremo svolgere un'intensa ricer-
ca, pensando, riflettendo e considerando tutte le possibilità.
La psicoanalisi è molto popolare in Occidente, e la cosa interessante è che
svolge esattamente lo stesso tipo di lavoro che il buon vecchio stregone
svolgeva nei villaggi.
Ti sorprenderà sapere che quando un sadhu, un mendicante che ricerca il
Divino, un semplice uomo di villaggio, senza alcuna conoscenza medica, dà in
nome di Dio un pizzico di cenere a un malato, dicia-mo che è superstizione.
Tuttavia funziona, e la gente viene curata come può farlo un trattamento
allopa-tico. È molto interessante: la proporzione di malati curati è la
stessa. E per capire ciò che accade, vengo-no condotti in questo ambito
molti
esperimenti.
In un ospedale di Londra è stato effettuato un esperimento unico. Un
centinaio di pazienti con lo stesso tipo di malattia è stato diviso in due
gruppi. A cinquanta di essi vennero fatte iniezioni col far-maco comunemente
usato, mentre ad altri cinquan-ta venne iniettata acqua. La cosa
sorprendente è che in entrambi i casi guarì la stessa percentuale di
per-sone. Da qui l'interrogativo: cos'era successo?
Di fronte a questi risultati, fu necessario esami-nare la cosa più da
vicino. Si scoprì che la sensazione che la medicina venisse somministrata
funzionava più della medicina stessa. Anzi, la somministrazio-ne della
medicina funziona meno dell'idea che si tratta di un farmaco costoso o che
il dottore è famo-so. Un medico meno noto può non riuscire a guari-re un
paziente, non perché non conosca il suo me-stiere, ma perché non è famoso.
Un medico...p.184-5 affermato impressiona. subito un paziente.
L'abbi-gliamento solenne,
l'aspetto autoritario, i suoi ono-rari, l'automobile costosa, la lunga
attesa per un appuntamento, colpiscono l'immaginazione al punto che diventa
del tutto irrilevante sapere se ècosciente di cosa ti sta prescrivendo.
La verità è che per essere reputato un buon dot-tore non hai bisogno di
raffinate conoscenze medi-che; ciò di cui hai bisogno è un'ottima conoscenza
della pubblicità; il punto è quanto sai farti pubbli-cità. Paga più la
pubblicità della scienza medica.
Alcuni anni fa un'indagine medica ha rivelato che in Francia ci sono circa
ottantamila dottori e centosessantamila ciarlatani. Quando il paziente
èstufo dei medici professionisti, viene curato da chi non sa nulla di
medicina, ma conosce i trucchi per trattare un paziente. Ecco perché
esistono tanti tipi di «medicine». Riesci a immaginarti come posso-no, tutti
questi generi di «medicine», abbondare in un'epoca così scientifica? Anche
la naturopatia funziona, un impacco di fango sullo stomaco fun-ziona, un
clistere d'acqua funziona, il carisma del medico-stregone funziona. Perfino
l'omeopatia, nient' altro che pilloline di zucchero, funziona. Tut-te
funzionano, così come funziona l'allopatia.
Per cui sorge la domanda: come mai un paziente guarisce? Se un ciarlatano di
villaggio prescrive un po' di cenere e guarisce i suoi pazienti, dovremo
stare attenti a distruggere certe superstizioni. An-che l'uomo con uno
stetoscopio intorno al collo e una grossa automobile è in grado di curare i
pa-zienti con i suoi mezzi scientifici; ma qui è in fun-
zione un'altra magia: quella della macchina e dello stetoscopio.
Io conosco un ciarlatano. Senza alcuna laurea, ha guarito molti pazienti che
io gli mandavo, e che erano stati dichiarati incurabili dagli altri dottori.
E un uomo intelligente, con una notevole compren-sione della natura umana.
Di fatto, è così che si di-venta medici professionisti! Nella sua clinica,
solo il modo in cui viene fatta la prima visita farà svani-re metà della tua
malattia. E un medico molto astu-to; tutti gli altri dottori si sentono
intimiditi da lui.
Egli lavora in una sala di consultazione grandis-sima, solenne: al centro si
trova un ampio tavolo sul quale fa sdraiare i suoi pazienti. Sul petto del
paziente è sospesa una cosa che sembra uno steto-scopio. Questo aggeggio è
collegato a due tubi tra-sparenti che contengono acqua colorata. Quando
applica quello strumento al petto del paziente, il battito del cuore fa
sobbalzare l'acqua nei tubi. Ve-dendo tutto questo, il paziente è convinto
di tro-varsi di fronte a un grande medico; non ne aveva mai visto uno così,
prima. Quella cosa che usa co-me stetoscopio, ma che non è collegata alle
orec-chie, con l'acqua che va su e giù, gli dà la certezza di non trovarsi
di fronte a un medico comune.
Sai perché un medico allopatico scrive le sue ri-cette in una grafia tanto
incomprensibile? Perché se tu potessi leggerle, scopriresti che sono cose
tanto comuni che puoi andare a comprarle anche al mercato; quindi, vengono
scritte apposta in modo da impedirti di leggerle. La verità è che, se
dovessi riportare quella ricetta allo stesso dottore,...p.186-7nemmeno lui
sarebbe in grado di capire cosa c'è scritto. Un'altra cosa
interessante è che i nomi di tutte le medicine debbono essere scritti in
greco e latino. Il motivo è semplice: se fossero scritti in in-glese, hindi
o gujarati, non pagheresti tanto per un iniezione: sapresti che non è altro
che un in-truglio di semi di cumino!
Questi sono tutti trucchi da prestigiatore. Per nulla diversi dal guaritore
del villaggio che dà ai suoi pazienti un pizzico di cenere: se viene visto
co-me un uomo qualsiasi, la cura non funziona. Se in-vece si presenta
indossando una tunica amaranto, quei granelli di cenere hanno più effetto. E
se l'uo-mo ha fama di essere virtuoso, onesto, generoso e fedele alla
verità, quel pizzico di cenere sarà ancor più efficace. E se ha fama di non
accettare soldi, di non poterli neppure toccare, la cenere avrebbe
l'ef-fetto di una scarica elettrica. Per cui non è la cenere che funziona,
ma gli altri fattori. Occorre un'atten-ta riflessione per decidere se questo
tipo di cure debbano continuare a esistere, perché bandendole, ne andranno
trovate altre egualmente false che le sostituiscano. E una cosa senza fine.
L'uomo deve imparare a pensare, solo così non si ammalerà più per ignoranza,
né contrarrà ma-lattie inesistenti. Finché continueranno a verifi-carsi
false malattie, continueranno ad apparire falsi dottori. Se elimini quelle
pseudocure, ne spunteranno di nuove; e se elimini anche queste, ne
spunteranno altre ancora. Al mondo esistono moltissime forme di cure, ma non
c'è modo di ap-purare quali siano vere; tutte sostengono di essere
efficaci nel debellare le malattie. E hanno tutte le loro buone ragioni:
curano davvero le malattie.
Più sondiamo la psiche umana, più diventa chia-ro che le malattie esistono
in un luogo imprecisato della mente. E finché vi resteranno, le pseudocure
continueranno a esistere. Per questo non mi inte-ressa tanto eliminare
quelle vecchie metodiche, quanto mettere una fine alle malattie presenti
nella mente umana. Se le malattie scomparissero dalla mente dell'uomo, e la
sua consapevolezza si risve-gliasse, permettendogli di comprendere, non
sa-rebbe più circondato da problemi così fastidiosi. Non raccogli cenere
perché un uomo la distribui-sce in un villaggio; niente affatto, qualcuno la
di-stribuisce perché tu sei desideroso di raccoglierla.
Nessuno ti domina di sua volontà: sei tu che non puoi fare a meno di un
leader Ecco perché qualcuno deve diventare la tua guida. Eliminan-done una,
ne troverai un'altra; eliminando anche questa, ne troverai una terza. In
realtà, nel mo-mento in cui rimuovi un leader hai già scelto chi lo
sostituirà. Ecco perché i leader di tutto il mon-do conoscono benissimo la
necessità di guidare partiti all'opposizione. Sanno perfettamente che,
quando la gente si stufa di un leader eleggerà il secondo, e quando si stufa
di questo' rieleggerà il primo. Ecco perché in tutto il mondo la politica si
basa su due schieramenti che si fronteggiano. La gente è sempre la stessa,
in ogni parte del mondo.
Mi trovavo a Raipur durante le ultime elezioni. Un mio amico, da sempre
residente a Raipur; era stato eletto varie volte consecutive al
Parlamento,...p188-9 ma questa volta era stato sconfitto. Un altro amico
mio, un perfetto
sconosciuto da poco trasferitosi in quella città, era stato eletto al posto
suo. Chiesi al primo amico com'era potuto succedere: lui aveva perso e uno
sconosciuto aveva vinto le elezioni?
Mi spiegò: «E evidente: la gente si è abituata a me. Costui è un volto
nuovo; la gente non lo co-nosce ancora. Non ti preoccupare lascia che
an-che lui diventi una figura familiare e verrà scon-fitto. Dovrò aspettare
il mio momento, allora sarò di nuovo uno sconosciuto, e avrò la meglio».
Il punto principale non è rimuovere questo o quel leader, cancellare questa
o quella superstizio-ne. L'importante è introdurre un cambiamento ra-dicale
nell'uomo. Una mente scientifica non sarà affatto interessata alla
superstizione; d'altra parte, questa continuerà a esistere finché l'uomo
sarà ap-pagato nella sua cecità. Se un uomo non è pronto ad aprire gli
occhi, la cecità sarà inevitabile.
Vorrei chiedere: chi tra noi è davvero pronto ad aprire gli occhi? Nessuno,
perché con gli occhi aperti potremmo vedere verità che non vogliamo vedere.
Ecco perché continuiamo a tenerli chiusi e a immaginare ogni sorta di
fantasia. Hai mai aper-to gli occhi e osservato la vita da vicino? Ti sei
mai visto con gli occhi aperti? E una cosa che non vuoi fare mai, perché in
quel caso vedresti cose orribili.
Ogni uomo crede di essere molto pio, un mahat-ma. Ma aprendo gli occhi e
guardando da vicino, scoprirebbe con orrore che dentro di lui si nascon-de
il peccatore più grande mai esistito. Non vuole vederlo, naturalmente,
perché a quel punto gli sa-
rebbe difficile essere un mahatma. Ecco perché chiude gli occhi. Non solo,
ma per farlo si serve di persone che possono aiutarlo a tenerè gli occhi
chiusi: riunisce intorno a sé tutti coloro che lo so-stengono, dicendogli
che è un grande mahatma. Raduna intorno a sé seguaci a non finire, e
perso-ne che collaborano per tenerlo nella cecità.
Esistono trucchi meravigliosi per attirare la gente. Frodi incredibili si
consumano da questo punto di vista. Uno degli espedienti migliori è ur-lare
in continuazione: «Non avvicinatevi a me! Non voglio nessuno intorno a me!».
La gente re-sta molto impressionata da questo stratagemma, e si accalca
intorno a un uomo 'simile. Più lui le al-lontana, più le persone pensano che
sia un grande mahatma. Un mahatma ordinario darebbe il benve-nuto alle
persone, ma costui brandisce il bastone e le allontana. Non mostra riguardo
alcuno.
Ho sentito di un uomo che per anni aveva fre-quentato una spiaggia
californiana. era diventato una sorta di attrazione. Di lui si diceva che
era un uomo semplice, ingenuo fino all'assurdo: se gli porgevi una banconota
da dieci dollari e una mo-netina da dieci centesimi, prendeva la monetina
tutto contento. Questa era la misura, della sua inno-cenza. Per curiosità,
un uomo lo andò a trovare cin-que o sei volte, vedendolo sempre circondato
da una folla. La gente gli chiedeva: «Amico, cosa vuoi:
questa o quella?». E lui prendeva senza indugio la monetina, dicendo che gli
piaceva il suo scintillio. La gente pensava che fosse molto ingenuo.Il
curioso trovava difficile immaginare che, dopo ...p190-1
tanti anni, quel tipo non fosse ancora in grado di riconoscere un biglietto
da dieci dollari! Quel-l'innocenza era eccessiva! Una sera, dopo che la
folla si era dispersa, gli si avvicinò dicendogli: "Ti ho osservato negli
ultimi vent'anni, e mi stupisco di quanto possa durare questo gioco. Ancora
non riconosci un biglietto da dieci dollari?».
Il tizio rise e disse: «Sapevo che si trattava di un biglietto da dieci
dollari sin dal primo giorno! Ma se lo avessi fatto notare, il gioco sarebbe
finito lì, in quel momento. Poiché non riconosco il valore di quella
banconota, ho ricevuto monetine da mi-gliaia di spettatori. Se l'avessi
riconosciuta anche solo una volta, sarebbe stata l'unica banconota che avrei
ricevuto; nessuno me ne avrebbe mai data un'altra. Quindi, se voglio davvero
fare sol-di, devo dare un calcio alle ricchezze immediate, e le banconote
cominceranno ad accumularsi da sole. Come puoi vedere, ho un ottimo senso
degli affari, e i miei vanno a gonfie vele: durante il gior-no arrivo a
raccogliere fino a cinquecento dollari. E non vedo come questo gioco possa
finire».
Anche il sedicente mahatma conosce il valore dei soldi, sebbene ti dica di
non averli mai toccati. Ma i suoi discepoli, seduti intorno a lui
raccolgo-no le offerte e le mettono al sicuro... perché il mahatma non
tocca mai i soldi!
Cosa si può fare se un uomo vuole restare cie-co? Chi sarà tanto stupido da
fare qualcosa? Quel tipo sulla spiaggia non è responsabile del raggiro, di
certo lo sono coloro che lo avvicinano: quella gente vuole burlarsi di lui,
e quel poveraccio è co-
stretto a mettere in atto la sua recita. E vorrei ag-giungere: se non
l'avesse fatto lui, qualcun altro avrebbe fatto la stessa cosa. E la gente è
veramen-te stupida: laddove riesce a farlo, ripete con altri quello stesso
gioco. Vuole che qualcuno gli porti via i soldi. Per questo spettacoli
simili continue-ranno a ripetersi. Potranno cessare solo quando cominceremo
a distruggere la stupidità umana.
Pertanto, non essere troppo ansioso di spezzare le catene della
superstizione, perché se l'uomo che le porta resta lo stesso, ne fabbricherà
delle al-tre; non può vivere senza catene. Così com'è, que-sto tipo d'uomo
ne creerà di nuove.
Tutte le religioni si sforzano di spezzare queste catene, e tutte ne creano
di nuove; per questo le cose non cambiano mai. Il mondo ha visto tantis-sime
religioni: sono venute tutte per riformare, proclamando la volontà di
sradicare le supersti-zioni dominanti, senza mai riuscire a distruggere
veramente nulla. Naturalmente, chi è stufo delle vecchie superstizioni le
sostituisce con quelle nuove e si sentirà felicissimo, come se avesse
in-trodotto un cambiamento.
In realtà, un uomo intelligente non si aggrappa mai ad alcunché; nemmeno a
un credo, per non parlare di superstizioni. Vive in modo intelligen-te,
senza aggrapparsi a nulla. Non crea mai alcu-na catena, poiché conosce
l'immensa gioia data dal vivere in libertà.
Non creare catene di alcun genere!
Il problema autentico è risvegliare nell'indivi-duo quel tanto di
consapevolezza capace di generare...p.192-3
in lui il desiderio di divenire libero, intelligen-te, autorealizzato e
pienamente consapevole. Se si riuscisse a ridurre la tendenza a vivere
ciecamente
- a diventare un seguace, una vittima, un credente in qualcuno - tutte le
superstizioni si sbriciolereb-bero. E allora non ci sarebbero più
superstizioni che sopravvivono mentre altre scompaiono; crol-lerebbero
tutte, cesserebbero subito. Diversamen-te, continueranno a perpetuarsi.
Di fatto, va compreso che nulla muta con un semplice cambio di abiti. Lascia
che ognuno in-dossi ciò che preferisce. Se qualcuno vuole indos-sare vestiti
ocra, perché fermarlo? Se qualcuno vuole indossare vestiti neri, lascialo
fare. Si deve comprendere che un cambio di vestiti non equi-vale a una
svolta nella vita. Compreso questo, non c'è bisogno di cambiare abiti,
perché l'uomo che te li farà cambiare li sostituirà immediata-mente con
altri di tipo nuovo.
Un sannyasin, vestito dei suoi indumenti ocra, andò a trovare Gandhi
dicendogli di essere stato colpito dalle sue idee e di voler servire il
paese. Ciò che Gandhi gli disse è molto significativo. Disse:
«Va bene, ma prima abbandona la tue vesti ocra, poiché ostacoleranno questa
tua intenzione: indi-cano che la gente è al tuo servizio. In genere, la
gen-te serve chi indossa abiti di questo colore, anziché esserne servita».
Ciò è assolutamente vero. Ma Gandhi, dopo avergli fatto abbandonare le vesti
ocra, le rivesti' con il khadi, il cotone filato a mano.
Adesso chi porta il khadi fa cose che perfino chi indossa vesti ocra non ha
mai fatto. Qual è la dif-ferenza? p194
La gente in khadi accetta di essere servito, nessun povero con abiti
ocra ha mai accettato tanti servigi! In realtà il nuovo abito è costato
tanti
simo a questa nazione. Il sannyasin era molto contento di aver messo fine
alla superstizione dell'abito ocra. Ora però indossa il khadi ed è legato
alla sua superstizione. Dov'è la differenza?
Il punto non è far abbandonare una cosa per sostituirla con un'altra. Il
punto
è arrivare a comprendere la mentalità che tende ad aggrapparsi:
alle cose. Gandhi non ha affinato l'intelligenza quell'uomo, che è rimasto
lo stupido di sempre
Gli ha semplicemente fatto cambiare vestiti, rendendolo felice. Ma dev'è la
differenza? Eppure, le cose sono sempre andate così...
Gli ultimi cinquemila anni della storia dell'umanità sono stati un
susseguirsi di sventure. Lo sforzo di distruggere le superstizioni non ha
mai cambiato l'uomo, ma ha portate a sostituire le vecchie superstizioni con
le nuove. Tutto ciò che offriamo all'uomo, egli lo fa suo. «Benissimo,» dice
«perfetto Abbandonerò la mia vecchia superstizione e mi aggrapperò a
quest'altra!» E noi ci sentiamo alle stelle, perché ha accettato la nostra
superstizione
Un giovane veniva a trovarmi. Giorno e notte parlava delle scritture.
Conosceva a memoria Upanishiad, la Gita e i Veda. Gli dissi: «Smettila con
queste sciocchezze! Non ne ricaverai nulla!». Si arabbiò molto, tuttavia
continuò a venirmi a trovare. Una persona che si arrabbia con te non la
smette più di venirti a trovare, perché anche la rabbia diventa una forma di
relazione. Di certo era molto...p.194-5collera con me, ma continuava a
venire a trovarmi. Con il passar dei giorni,
ascoltandomi, qualcosa lo toccò. Un giorno venne a dirmi: «Ho fatto un
fagot-to della Gita, delle Upanishad e dei Veda e li ho getta-ti in un
pozzo»
«Quando mai ti ho detto di buttarli?» gli chiesi.
«Ho dovuto vuotare la libreria per fare spazio ai tuoi libri. Adesso sono
completamente d'accor-do con ciò che dici» fu la sua risposta.
Replicai: «Ma questo ha reso le cose più diffici-li. Nulla è cambiato. Ti
stavo semplicemente di-cendo di non condividere tutto ciò che dice un
li-bro. Non ti ho mai chiesto di buttarlo via e aggrapparti al mio. Che
cambiamenti ha portato questo tuo modo di agire?».
I cosiddetti guru sono molto felici se la gente fa proprie le loro
superstizioni. È così che, anche se le superstizioni cambiano, l'uomo
continua a re-stare superstizioso.
A quel punto dissi al giovane di buttare anche i miei libri nello stesso
pozzo «Com'è possibile?» protestò. Non avrebbe mai potuto farlo, asseriva.
Per cui conclusi: «In tal caso, tutto resterà come prima. Adesso il mio
libro è diventato la tua Gita. Cosa c'era di sbagliato nella Gita del povero
Krish-na? Se avevi bisogno di portarti dietro qualcosa, la sua Gita era
sufficiente: serviva al tuo scopo: era molto più spessa del mio libro, e ti
aggiungeva ab-bastanza peso. In che modo adesso le cose sono di-verse?
Quando mai ho rimproverato Krishna? Quando mai ho detto che si sbagliava?».
Ecco in che modo le cose sono sempre andate e
continuano ad andare. Accade semplicemente questo: l'uomo resta lo stesso di
sempre, solo i suoi giocattoli cambiano. Ci si sente contenti per-ché
qualcuno fa proprio il nostro giocattolo; gioiamo all'idea che qualcuno
abbia fatto suo ciò che pensiamo. L'ego è appagato nel vedere che qualcuno
ha cominciato a credere più in noi che in Krishna. Ma questo non porta alcun
cambia-mento nell'umanità, non è di alcun beneficio al-l'essere umano. Ci
dobbiamo preoccupare di eli-minare, dall'interno, questa mentalità umana che
tende ad aggrapparsi a qualcosa. Come può l'uo-mo vincere la sua cecità?

Suggerisco all'amico che ha posto questa do-manda di non mettersi a
distruggere le supersti-zioni; piuttosto, cambi la mente superstiziosa.
Cambi quella mentalità che genera e nutre le su-perstizioni, in modo che
possa nascere un uomo nuovo. Ma questo è un compito difficile; richie-derà
un grosso sforzo. Non è facile. Per essere realizzato, occorre avere un modo
di pensare estremamente scientifico.
Non aver tanta fretta di negare l'esistenza di fantasmi e spiriti maligni.
Essi sono più reali dite. Non c'è falsità alcuna nella loro esistenza, ma
do-vrai indagare. E spesso accade che, chi ha paura dei fantasmi, comincia a
negarne l'esistenza. Le sue affermazioni non sono dovute a studi
ap-profonditi, vuole soltanto soddisfare un suo desi-derio: non vuole che i
fantasmi esistano. Se esi-stessero, sarebbe difficile percorrere una
strada...p196-7buia. Quindi ripete a voce alta: «I fantasmi non esistono.
Nemmeno per
sogno! Sono tutte super-stizioni; noi distruggeremo le superstizioni!». In
realtà sta dicendo di essere terrorizzato dai fanta-smi. Se i fantasmi
esistessero veramente, sarebbe per lui un vero problema, pertanto non devono
esistere: ecco il suo desiderio. Una mente simile non potrà mai rendere
inesistenti i fantasmi.
Se i fantasmi esistono, esistono; che tu ci creda o meno, non fa differenza.
Ciò che è, è, ed è meglio approfondire la cosa, perché tutto ciò che esiste,
in un modo o nell'altro, è collegato a noi; è inevitabile. Per questo è
meglio comprendere quei fenomeni, riconoscerli e trovare il modo di
stabilire un contat-to con loro. Non è un problema semplice.
Lo spazio vuoto che vedi tra te e qualcun altro potrebbe non essere
necessariamente vuoto. Po-trebbe esserci qualcuno seduto lì; forse non
riesci a vederlo, ma questa è un'altra storia. L'idea che pos-sa esserci
qualcuno seduto vicino a te, fa paura: ec-co perché evitiamo di lasciare
spazi vuoti, pigian-doci l'uno contro l'altro, oppure riempiendo le nostre
stanze con mobili, calendari, immagini di dei e dee, qualsiasi cosa. Essere
in uno spazio vuo-to, o in una casa vuota, ci spaventa. Accatastiamo persone
e mobili per non lasciare spazi vuoti. Ma anche in questo caso, resta
parecchio spazio vuoto, che non è affatto vuoto. E rispetto a questo spazio
vuoto esiste una scienza specifica.
Se si vuole lavorare in questa direzione, lo si può fare con sistematicità,
perché si tratta di una scienza specifica, con le sue leggi e i suoi metodi.
In ogni caso, prima di cominciare a lavorare in questo campo, non dire mai
che queste cose esi-stono o non esistono. E meglio sospendere il giu-dizio e
astenersi per un po' dalle conclusioni; di' semplicemente di non sapere.
Una mente scientifica cui venisse chiesto se i fantasmi esistono,
risponderebbe in un modo ben preciso: «Non lo so, perché non ho ancora
analiz-zato la cosa a fondo; non ho guardato neppure in me stesso. Come
posso sapere se i fantasmi esisto-no o meno? Ancora non sono neppure in
grado di trovare me stesso!». Non aver mai fretta di ri-spondere «sì» o
«no». Chi fornisce una risposta categorica, sarebbe un superstizioso.
Continua a pensare e ricercare. Di fatto, un uomo intelligente risponderà
con estrema esitazione.
Una volta qualcuno chiese a Einstein come di-stingueva uno scienziato da un
uomo superstizio-so. Einstein rispose: «Se fai cento domande a un uomo
superstizioso, sarà pronto a darti cento e una risposta. Se le fai a uno
scienziato, professerà ignoranza assoluta per novantotto di esse e delle
restanti due dirà: "Ne so qualcosa, ma è un sapere non definitivo; domani
potrebbe cambiare"».
Ricorda, una mente scientifica è l'unica mente innocente. Una mente
superstiziosa non lo è. In apparenza sembra il contrario. Una mente
super-stiziosa sembra molto semplice, ma non lo è. E as-sai astuta e
complicata. La più grande astuzia del-la mente superstiziosa consiste nel
proclamare come vero ciò di cui non è a conoscenza. Una per-sona con una
mente del genere non sa nulla, nepure...p.198-9
della pietra posta sull'uscio di casa sua, ma per la frenesia di dimostrare
che il suo Dio ha ra-gione e il tuo ha torto, esce e va a uccidere
qualcu-no. Di fatto, non sa nemmeno spiegare cosa sia una roccia... E se non
sa dimostrare che una roc-cia è musulmana o indù, come potrà dimostrare
facilmente che Dio lo è? Eppure non esiterà a uc-cidere! Ma ricorda,
ricorrere alla violenza dimo-stra che le cose per le quali queste azioni
vengono compiute si basano su superstizioni.
La gente non si scatena mai per fatti basati sulla conoscenza, è
impossibile. Ogni volta che c'è un conflitto, è certo che si tratta di
qualcosa che èfrutto di una superstizione; perché un uomo su-perstizioso
vuole dimostrare attraverso il conflit-to di avere ragione, non ha altri
mezzi. Se un uo-mo mi saltasse addosso e puntandomi una spada alla gola
dicesse: «Dimmi che ho ragione o ti ta-glio la testa!», potrebbe tagliarmi
la testa, ma na-turalmente ciò non proverebbe che ha ragione. Nessuno ha mai
dimostrato di aver ragione deca-pitando qualcun altro.
Anche se tutti i musulmani si riunissero e mas-sacrassero tutti gli indù,
non avrebbero mai di-mostrato di aver ragione, e lo stesso vale per gli
indù, se sterminassero i musulmani. Avrebbero semplicemente dimostrato di
essere degli stupidi, tutto qui. La spada ha mai dimostrato la verità di
qualcosa? Ma in realtà, questo è l'unico mezzo a disposizione dell'uomo
superstizioso: quali altri mezzi ha per affermare che la tal cosa è giusta?
Non ha alcuna idea, né prova, né ipotesi; non ha
mai dimostrato alcunché. Sa una cosa sola: la ra-gione è del più forte.
Tutto il mondo si comporta così. Non sto dicen-do che solo i leader
religiosi sono coinvolti in questi atti di violenza; anche i politici lo
sono. Le bombe all'idrogeno decideranno se ha ragione la Russia o l'America.
È inevitabile: non esistono al-tri mezzi. È lo stesso tipo di follia. È così
che si può risolvere chi dei due abbia ragione? Come si può stabilire se
Marx sia nel giusto? Con la spa-da? O con la bomba all'idrogeno? Quale delle
due? Andrebbe decretato con l'uso del pensiero, ma l'uomo non è ancora
libero di pensare, perché è circondato da superstizioni.
Per cui ricorda, il punto che voglio far risaltare non mira a spezzare le
catene, ma a eliminare la mente superstiziosa che crea queste catene. Se
quella mente rimane, per quante catene tu possa spezzare, ne nasceranno di
nuove. E ricorda, a cep-pi nuovi ci si incatena più volentieri, perché sono
più luccicanti. E ricorda anche questo: la catena nuova è sempre più
resistente della vecchia, per-ché ora le tue conoscenze su come creare altre
su-perstizioni si sono sviluppate e affinate. Spesso mi capita di vedere che
le persone impegnate a di-struggere superstizioni non ottengono altro, se
non di sostituirle con delle nuove molto più tenaci.
La mente superstiziosa va messa da parte, o continuerà a generare
superstizione. Sii cauto, e fa' che anche gli altri siano cauti. «Sii cauto»
vuol dire: pensa, ricerca, indaga. Farla solo dopo aver fatto la giusta
esperienza, e ammetti subito che...p.200-1potrebbe anche non essere giusta.
La gente doma-ni potrebbe farne un'altra,
e anche tu potresti do-ver passare attraverso diverse esperienze, senza
dover escludere che ciò che hai sperimentato sia un'allucinazione.
Quindi, fino a quando quell'esperienza non sia stata verificata da una
ventina di ulteriori espe-rienze, è meglio non pronunciarsi. Ecco perché uno
scienziato conduce un esperimento, lo ripete un migliaio di volte, lo fa
ripetere a migliaia di perso-ne, e solo a quel punto arriva a una
conclusione. Ma neppure allora giunge a una conclusione in-confutabile. Chi
vuole arrivare subito a una con-clusione, non si può permettere di pensare.
Un uo-mo tanto impaziente inevitabilmente si riempie di superstizioni. E noi
tutti abbiamo una gran fretta.

Un amico, con la sua domanda, ha chiesto tutto ciò che l'umanità intera
ricerca e non è ancora riu-scita a trovare! Infatti chiede: «Esiste Dio?
Cos'è jeevatman, l'anima individuale? Dov'è moksha? Chi ha creato il
paradiso? Esiste un inferno? Perché l'uo-mo è apparso sulla Terra? Qua! è lo
scopo della vita?».

Egli ha tanta fretta che vuole sapere tutto in un istante. Un uomo tanto
impaziente diventerà cer-tamente superstizioso. La ricerca richiede una
grande, enorme pazienza. Non importa se nello spazio di una vita non
troveremo ciò che stiamo cercando; comunque continueremo nella ricerca. In
realtà per un uomo che pensa, non è importan-te raggiungere, ma ricercare.
Per un uomo di su-
perstizione è importante raggiungere: la ricerca decisamente secondaria.
Un uomo superstizioso è ansioso di sapere, come riuscirci? «Dov'è Dio?»
egli chiede. Non gli interessa sapere, come prima cosa, se Dio esista o
meno, non è interessato alla ricerca di Dio; non è pane per i suoi denti.
Egli
dice: «Tu cercalo e poi mostramelo». Ecco perché va alla ricerca di un
guru.
Chiunque voglia trovare a tutti i costi un guru finirà con l'essere
superstizioso; è inevitabile. Di fatto, essere alla ricerca di un guru
implica: «Tu hai trovato; adesso per favore mostraci ciò che hai trovato.
Poiché hai già trovato, che senso ha per noi continuare a cercare? Ci
inchiniamo ai tuoi piedi. Per favore dona anche a noi ciò che hai
raggiunto». Vuoi che qualcun altro ti ponga la mano sulla testa e ti faccia
realizzare Dio. Pertanto, la gente va in giro ad accettare mantra, vuole
esser iniziata, paga compensi, massaggia piedi e si mette al servizio di
qualche guru, nella speranza che le conquiste di qualcun altro diventino
sue.
Questo non potrà mai accadere, e rivela chiaramente la morsa della mente
superstiziosa.
I risultati di qualcun altro non possono mai divenire tuoi. Quel povero
diavolo li ha ottenuti dopo una lunga ricerca, e
tu li vuoi gratuitamente? ricorda, se ha ricercato, avrà anche capito
durante il suo indagare che i risultati si ottengono ricercando per conto
proprio, non chiedendo agli altri Per questo non creerà neppure discepoli.
Vogliono avere discepoli solo coloro che non hanno ancora raggiunto alcuna
vera realizzazione e che ancora...p.202-3 sono aggrappati a un altro guru,
al di sopra di loro. Esiste una lunga
catena di guru, e tutti sperano di ottenere qualcosa dall'altro.
Molti guru sono già morti, ma la gente resta co-munque aggrappata a loro,
nella speranza di rice-vere qualcosa. E una catena che si perde nei
mil-lenni passati, ma quelle persone si aggrappano le une alle altre,
sperando di ottenere qualcosa. Questo è il segno di una mente superstiziosa.
La caratteristica di una mente che indaga, e ri-flette, è questa: «Se Dio
c'è, lo cercherò. Se riu-scirò a trovarlo, sarà per mio merito e mio diritto
di nascita; per la dedizione di tutta la mia vita, il mio sacrificio e la
mia meditazione. Sarà frutto del mio sforzo».
E ricorda, se Dio diventasse disponibile libera-mente, una mente speculativa
lo respingerebbe. Direbbe: «Non è giusto accettare qualcosa che non è frutto
del mio impegno; lo realizzerò solo in base a quello». E ricorda: ci sono
cose che posso-no essere ottenute solo con il proprio sforzo. Dio non è tra
le cose che si vendono al mercato, una merce disponibile ovunque. La verità
non è un ar-ticolo venduto nel reparto dì un grande magazzi-no, dove puoi
andare a comprarla. Anche se esi-stono negozi del genere...
Ci sono grandi magazzini e bazar dove è appe-sa un'insegna con scritto: «La
verità reale è in vendita qui». Anche la verità può essere vera o falsa!
Ogni negozio ha un'insegna che dice: «Il Maestro autentico vive qui. Gli
altri sono impo-stori e vivono altrove. Questo è l'unico negozio
autentico. Compra da noi! Permettici di servirti!». E quando sei entrato in
uno di questi negozi, il proprietario non ti lascerà uscire facilmente.
Tutto questo inganno crea la mente superstiziosa.
Vorrei dirti: abbi fede nella ricerca, non nelle pre-ghiere. Raggiungerai
Dio non pregando, ma trami-te la conoscenza. Inoltre, non credere mai a ciò
che gli altri dicono. Qualcuno potrebbe aver realizzato qualcosa -
naturalmente è possibile - quindi non essere neppure miscredente, perché
sarebbe un'al-tra superstizione. Non credere né sii scettico. Se ar-rivasse
qualcuno a dire di aver scoperto Dio, digli:
«Congratulazioni. Dio è stato molto compassione-vole con te, poiché ti ha
concesso di trovarlo. Ma abbi la cortesia di non mostrarmelo. Lascialo
tro-vare anche a me, altrimenti resterò un incapace».
Se vieni portato a una destinazione già rag-giunta da qualcun altro, vi
arriverai storpio. I pie-di si rinforzano camminando. Raggiungere una
destinazione non è molto importante; la cosa dav-vero importante è che il
viaggiatore si rafforzi lungo il cammino. Ottenere qualcosa non è tanto
importante quanto la trasformazione di colui che l'ha ottenuta.
Dio, moksha e la conoscenza non sono beni pre-confezionati. Sono il frutto
di una vita di sforzi e di ricerca. La suprema fioritura arriva quando
ègiunto il suo momento. Ma se vai al mercato, puoi trovare fiori di plastica
che durano in eterno e ingannano facilmente; li devi solo spolverare. Ma chi
possono ingannare? Chi passa per la stra-da potrà credere che i fiori alla
tua finestra siano...p.204-5 veri, ma tu non puoi essere ingannato, perché
tu stesso li hai comprati.
Per avere fiori veri bisogna piantare i semi, sfor-zarsi, coltivare la
pianta. Poi, quando il loro mo-mento è giunto spuntano i fiori. Non vengono
ap-plicati da fuori. L'esperienza di Dio è simile al fiore, e la ricerca
alla pianta. Abbi cura della pianta e il fiore arriverà da solo. Ma noi
abbiamo fretta. Dicia-mo: «Lascia stare la pianta; dacci solo il fiore!».
Talvolta, quando i bambini non riescono a ri-solvere un problema aritmetico
a scuola, danno una sbirciata al libro di matematica e trascrivono il
risultato. Anche se la riposta è esatta, è comple-tamente sbagliata. Come
può essere corretta la so-luzione di chi non ha sviluppato il problema? La
sua soluzione è giusta - può aver scritto «cinque»
- e anche chi ha sviluppato il problema ha scritto «cinque». Ma non vedi una
differenza tra questi ultimi e chi ha copiato la risposta? E che differen-za
fa copiarla dalla Gita o dal Corano?
Anche se la risposta data da entrambi è la stes-sa, non e uguale. C'è una
differenza fondamenta-le. lì punto non è trovare la risposta e arrivare al
«cinque», bensì imparare come si arriva al risulta-to. E chi sbircia in un
libro non l'ha capito: ha solo preso la risposta.
Pertanto, se hai imparato qualcosa da qualche parte o l'hai ricevuta da
qualcuno, se l'hai sentita in giro e l'hai fatta tua, avrai in mano un Dio
co-piato da un libro. E un Dio morto, senza vita, buono a nulla. Una
religione viva si crea vivendo-la, non rubando risposte da un libro.
Ma noi siamo tutti ladri. Rimproveriamo bambini e li ammoniamo a non rubare.
Anche l'insegnante li ammonisce perché non si limiti a cercare le risposte
in un libro, perché non rubi le risposte da qualche parte, ma se provassimo
a
chiedere all'insegnante stesso se le sue risposte sono rubate oppure no,
avremmo l'impressione che lo sono tutte.
Il guru è un ladro, il discepolo è un ladro, l'insegnante è un ladro. Tutte
le loro risposte sulla vita sono rubate. Non si possono trovare pace e
felicità nelle risposte rubate. La felicità si ottiene attraversando lo
stesso
processo grazie al quale fiori sbocciano da soli. Non vengono presi a
prestito da qualche parte....p.206-7


IL LIBRO E' FINITO MA LA STORIA CONTINUA, SENZA
UN FINALE, UNA SOLA MORALE, CHE NON C'E' NULLA DI CERTO NEMMENO LA MORTE
BACI LUCY

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

CHI E' OSHO:

Io non sono affatto "timorato di dio". La paura non può condurre nessuno a
Dio. Solo una totale assenza di paura ti può condurre a lui. Né sono un
credente, da nessun punto di vista. Credere è di per sé cecità. Come può la
cecità condurci alla realtà suprema? E non sono neppure un seguace di una
qualsiasi religione, perché la religione non può essere racchiusa in
categorie, come fossero compartimenti stagni. é una ed è indivisibile.
Ieri, quando ho affermato queste cose, una persona mi ha chiesto: "Allora
sei ateo?"
Non sono ateo, né sono teista. Queste distinzioni sono superficiali,
semplici giochi da intellettuali. Non hanno assolutamente nulla a che vedere
con l'esistenza. L'esistenza non è divisa in "ciò che è" e "ciò che non è":
queste distinzioni sono opera della mente. Di conseguenza, sia l'ateismo che
il teismo sono prodotti della mente, non toccano affatto il regno dello
spirito. Lo spirito trascende entrambe le cose, il positivo e il negativo.
Ciò che è, dimora oltre il positivo e il negativo.
In altre parole, essi sono un'unica entità, e non sono divisi da alcuna
linea di demarcazione. Nessun concetto accettato dall'intelletto può toccare
quella dimensione. In verità, il teista deve liberarsi dalla sua fede, e
l'ateo dalla sua mancanza di fede. Solo allora possono entrare nella
dimensione del vero. Entrambe le idee sono ossessioni dell'intelletto. E
ogni ossessione è un'imposizione. Non ci è richiesto di decidere cosa sia la
verità, dobbiamo semplicemente aprirci e vedere la verità, così com'è.
Ricorda che non dobbiamo decidere nulla, per ciò che concerne il vero,
dobbiamo solo vederla. Colui che lascia cadere ogni supposizione
dell'intelletto, ogni concezione logica, ogni ossessione e presupposto della
mente, si apre alla verità, come i fiori si aprono alla luce. Ed è in questo
aprirsi che diventa possibile la visione
Pertanto, io chiamo religioso colui che non è teista né è ateo. La
religiosità è un salto dalla nozione di dualità, all'unità.
Là dove non vi è pensiero, ma solo assenza di pensiero; là dove non vi è
scelta, ma solo assenza di scelta; dove non vi sono parole, ma totale
assenza di parole, là si entra nella sfera della religione.

Tratto da: "SEMI DI SAGGEZZA bye OSHO RAJEENESH
°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Be' Ragazzi che dirvi, ho conosciuto anche io da poco Osho Rajneesh, molte
delle sue teorie, sono il coronamento ad una ricerca che dura da anni e mai
si arrestera' ci sono persone nella vita con il loro carismi la loro
personalita, e sopratutto con cio' che dicono, che riescono a stabilire
quelle parentele spirituali che a volte si scoprono per caso, sono molto
felice di averlo conosciuto, e spero di conoscere molti personaggi che mi
entusiasmino come purtroppo seriamente pochi altri riescono a fare, io mi
fido del mio strano istinto, quando ho deciso di fare a meno di lui, ecco il
tradimento compiuto ai danni della mia anima, ma poi chi lo dice che proprio
questo istinto anche quando ci sembra voglia farci prendere strade, a noi
non consone, alla fin fine non ci diriga, sulle nostre strade, i nostri
sentieri, mah, non saprei....... tutto e' utile anche l'ignoranza se ci
conduce la' dove termina la corsa, ed inizia la vita, e percorriamo questo
sentiero da quando non eravamo altro che spermatozoi...... molti lo chiamano
paradiso, altri nirvana, non ha importanza, l'importante e' ESSERCI
BACI
Lucy


Sassandro

unread,
Aug 28, 2000, 3:00:00 AM8/28/00
to
Non ho mai capito perché i seguaci di Osho non vogliono ammettere
l'esistenza della morte, non riescono neanche ad ammettere che OSHO stesso
sia morto, io ci sono stato a Puna nell'Ashram del nostro grande Osho,
spendendo tra l'altro piu' di mille e cinquecento dollari per i seminari,
diciamo così, e per comprare i costosi libri di divulgazione, ma i devoti
negano che il Maestro Osho sia morto, dicono che è passato *dall'altra
parte* o *non è piu' tra noi...*
Non capisco proprio... eppure i piu' grandi pensatori e filosofi concordano
che la Morte è una liberazione, una svolta, da S. Francesco a Niezsche...
pure Gesu' e Budda sono morti alla fine, perché non accettare la morte di un
semplice Maestro di vita come Osho...? vorrei che qualcuno mi rispondesse.
Tra l'altro questo costoso Maestro di Vita possedeva ben 12 ROLLS ROYCE,
AVEVA LA CASA TEMPESTATA D'ORO E DI BRILLANTI...

E vorrei anche che mi dicesse come mai bisogna essere vestiti completamente
di bianco per visitare la casa del grande maestro Osho, con guardasaso un
funzionalissimo negozio di articoli di abbigliamento proprio accanto
all'entrata della casa...

Alessandro - Roma

lucy mnt <kim...@libero.it> wrote in message

Ey955.274137$VM3.2...@news.infostrada.it...
>
> Ho attraversato la vita assimilando bugie, le verita' sono mille e ognuno

> invoca le sue.....ma c'e' una voce una sola che ti fara' vibrare di
> piu'....seguila non pensarci su....(z)
>
>
> °*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*


>
>
> NESSUNO È MAI MORTO
> E NESSUNO POTRÀ MAI MORIRE.
> FIINCHÉ NON CAPIREMO
> CHE LA MORTE NON ESISTE,
> NE AVREMO PAURA E LA NOSTRA VITA
> NON SARÀ AUTENTICA.
>
>
> NON ESISTE BUGIA PIU' GRANDE DELLA MORTE :
>
>
>

> Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. E si trionfa su ciò che si è
> conosciuto. Sconfitte e falli-menti sono dovuti solo all'ignoranza e
> all'oscu-rità. Con la luce, la sconfitta sarebbe impossibile perché la
luce
> porta alla vittoria.La prima cosa che vorrei dirti sulla morte è questa:
> anche se sembra vera, non esiste bugia più grande. Non solo: sembra la
> verità fondamen-tale della vita, quasi la circondasse da ogni lato. Benché
> ce ne dimentichiamo, o la ignoriamo, la morte ci resta comunque accanto; è
> perfino più prossima della nostra ombra.Addirittura siamo giunti a
impostare
> la nostra vita sulla paura della morte. La paura della morte ha creato la
> società, lo stato, la famiglia e gli ami-ci. La paura della morte ci ha
> spinto a inseguire il denaro e ad ambire posizioni elevate. E la cosa più
> sorprendente è che anche i templi e le divinità sono nati per scongiurare
la
> morte. Ci sono perso-ne che, spaventate dalla morte, si inginocchiano a
> pregare, e si rivolgono a Dio con le mani giunte, levate al cielo. Eppure
> non c'e nulla di più falso della morte: per questo
> tutti i sistemi di vita crea-ti, dandola per autentica, sono falsi.
> Come facciamo a conoscere la falsità della mor-te? Come si può comprendere
> che non esiste morte alcuna? Finché non lo sapremo, ne avremo sempre
paura;
> finché non arriveremo a conoscerne la fal-sità, la nostra vita non sarà
mai
> autentica. Se treme-remo di paura per la morte, non potremo mai vive-re.
> Solo coloro per i quali la paura della morte si è dissolta per sempre
> possono
> vivere. Come potreb-be farlo una mente che vacilla perché ha paura? Come
si
> può vivere quando la morte sembra avvi-cinarsi a ogni istante? Come
possiamo
> vivere?
> Per quanto tentiamo di dimenticare la morte, di fatto non la scordiamo
mai.
> Non importa che si costruisca il cimitero fuori città, essa continuerà a
> mostrare il suo volto. Ogni giorno, da qualche parte, qualcuno muore, e le
> fondamenta stesse della nostra vita vengono scosse.
> Ogni volta che vediamo la morte manifestarsi, diventiamo consapevoli della
> nostra morte. Quan-do piangiamo la scomparsa di qualcuno, non lo facciamo
> solo perché quella persona è deceduta, ma anche perché intuiamo la nostra
> fine; il dolore e la tristezza non sono dovuti solo alla morte
del-l'altro,
> ma anche all'evidenza della nostra morte.
> La presenza di ogni morte ci ricorda sempre anche la nostra. E se siamo
> circondati dalla morte, come possiamo vivere? In un simile contesto,
vi-vere
> è impossibile: non possiamo sapere cosa sia-no la vita, la sua gioia, la
sua
> bellezza e la sua
> estasi; né è possibile raggiungere il tempio di Dio, la verità più alta
> della vita.


> I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a
Dio.

> Solo chi è ricolmo della gioia di vivere raggiunge il tempio di Dio. Il
> regno di Dio è colmo di gioia e bellezza, ma le campane del suo tempio
> suonano solo per coloro che sono liberi da ogni tipo di paura.
> Questo sembra difficile, perché a noi piace vive-re nella paura. Ma delle
> due, solo una può essere vera. Ricorda, se è vera la vita, allora la morte
> non può esserlo; e se è la morte a esserlo, la vita non sarà altro che
> illusione e menzogna: non potrà mai esse-re vera. Le due cose non possono
> coesistere, anche se noi ci aggrappiamo a entrambe: noi abbiamo la
> sensazione di essere vivi e morti allo stesso tempo.
> Ho sentito di un mistico che viveva in una valle remota. Molta gente
andava
> da lui a porgli doman-de. Una volta, un uomo gli chiese qualcosa sulla
vi-ta
> e la morte. Il mistico disse: «Se vuoi sapere qual-cosa sulla vita, sei
> benvenuto: le mie porte sono aperte. Ma se vuoi sapere della morte, per
> favore va' da un'altra parte, perché io non sono mai morto né morirò mai;
> non ho alcuna esperienza della morte. Se vuoi saperne qualcosa, chiedi a
> coloro che sono morti, chiedi a chi è già morto». Poi il mi-stico rise e
> aggiunse: «Ma come farai a interrogare chi è già morto? E non provare a
> chiedere a me l'in-dirizzo di un morto, perché non posso dartelo: da
quando
> ho capito che io non posso morire, ho capi-to anche che nessuno muore o è
> mai morto».Ma com'è possibile credere a questo mistico
> quando tutti i giorni vediamo morire qualcuno? La morte è un evento
> quotidiano, è la verità suprema; si rende evidente penetrando nel centro
del
> nostro essere; anche se chiudi gli occhi e lei è lontanissi-ma, resta
> comunque evidente; per quanto tentia-mo di evitarla, di allontanarci,
> continua a circon-darci. Come puoi negare questa verità?
> Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente cre-de nell'immortalità
dell'anima
> per semplice pau-ra della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine,


seduto
> al tempio o nella moschea, c'è chi recita:

> «Nessuno muore e l'anima è immortale». Si sba-glia a credere che con
queste
> semplici parole l'ani-ma diventi immortale. Quelle persone, vittime di
> un'illusione, credono che, ripetendo: «L'anima è immortale», la morte
> scompaia. La morte non si annulla recitando queste cose, ma conoscendola.
> Ricordate tale strana contraddizione: noi accet-tiamo sempre l'opposto di
> ciò che pronunciamo in continuazione. Quando qualcuno dice di essere
> immortale, mostra semplicemente di sapere, in cuor suo, di dover morire.
Se
> sapesse di non mo-rire, non avrebbe bisogno di parlare continua-mente di
> immortalità; solo chi ha paura seguita a parlarne. E ti accorgerai che la
> gente teme di più la morte proprio in quei paesi e in quelle società dove
si
> parla maggiormente di immortalità dell'a-nima. In India si parla fino alla
> nausea di immor-talità dell'anima, eppure chi ha più paura della morte di
> noi, su questo pianeta? Nessuno! Com'è possibile conciliare le due cose?
> Com'è possibile che, persone che credono nel-
> l'immortalità dell'anima, ne diventino schiave? Tuttavia sarebbero pronte
a
> morire, sapendo che la morte non esiste. Coloro che sanno che la vita
> è eterna e l'anima immortale sarebbero i primi a sbarcare sulla Luna, a
> scalare il monte Everest, a esplorare gli abissi dell'oceano Pacifico! Noi
> inve-ce non siamo tra questi: non scaliamo l'Everest, nè sbarchiamo sulla
> Luna o esploriamo gli abissi dell'oceano Indiano, eppure siamo coloro che
> cre-dono nell'immortalità dell'anima!
> In realtà, abbiamo tanta paura della morte da ripetere in continuazione:
> «L'anima è immortale». E ci illudiamo che forse, in questo modo, diventi
una
> realtà. Niente diventa vero dalla sua semplice ripetizione come idea.
> La morte non si può cancellare ripetendo che non esiste. Dovrà essere
> conosciuta, incontrata, vissuta; dovrà diventare qualcosa di familiare. Ma
> noi continuiamo a fuggirne via; come potrem-mo vederla? Chiudiamo gli
occhi
> quando vedia-mo la morte. Quando passa un funerale la madre chiude il
> bambino in casa, dicendò: «Non uscire; è morto qualcuno». Il luogo di
> cremazione è fuori dalla città perché sia difficile vederlo e avere di
> fronte agli occhi la morte. E se parli di morte con qualcuno, ti proibirà
di
> continuare a parlarne.
> Una volta ho incontrato un sannyasin, un mo-naco indù, che parlava tutti i
> giorni di immorta-lità dell'anima. Gli chiesi: «Sei consapevole che ti
stai
> avvicinando alla morte?». Replicò: «Non fare discorsi di malaugurio; non è
> bene parlare di que-ste cose». Insistei: «Se una persona sostiene che
> l'anima è immortale, trovare di malaugurio parla-re della morte scredita
il
> suo discorso. Non do-vrebbe vedere alcunché di pauroso sbagliato o
infausto
> nel parlare della morte, perché per lui non esiste». Fu lapidario: «Anche
se
> l'anima è im-mortale, non desidero affatto parlare della morte; non si
> dovrebbero fare discorsi inutili e pericolo-si». Noi tutti facciamo la
> stessa cosa: volgiamo le spalle alla morte e ne scappiamo lontano.
> Ho sentito...
> In un villaggio un uomo impazzì. Era un pome-riggio assolato e lui
camminava
> tutto solo per la strada. Camminava veloce cercando di non aver paura...
Se
> c'è qualcuno si può aver paura, ma se non c'è nessuno intorno come si fa a
> spaventarsi? Eppure noi abbiamo paura anche quando non c'è nessuno. in
> realtà abbiamo paura di noi stessi, e quando siamo soli la paura è ancora
> più grande.
> Quell'uomo era solo, e si spaventò al punto da mettersi a correre. Era un
> pomeriggio tranquillo e sereno, e non vi era nessuno attorno a lui. Quando
> si mise a correre, senti' il suono dei passi rimbom-bare precipitosi
dietro
> di
> sé, e si spaventò ancor di più: forse qualcuno lo stava inseguendo.
Allora,
> impaurito, si guardò alle spalle con la coda dell'oc-chio e vide una lunga
> ombra che lo inseguiva. Era la sua ombra, ma vedendo che gli correva
dietro,
> corse ancor più velocemente. A quel punto non fu più in grado di fermarsi,
> perché più forte correva e più rapida l'ombra lo seguiva; alla fine
impazzì.


> Ma certa gente venera anche i pazzi...

> Quando lo videro correre in quel modo per il
> villaggio, in molti pensarono che stesse seguendo qualche pratica ascetica
> di grande rilevanza. Non si fermava mai, se non nel buio della notte,
> quan-do l'ombra spariva facendogli credere che nessu-no lo inseguisse più;
> all'alba ricominciava a corre-re. Alla fine non si fermò più neanche di
> notte:
> pensò che, malgrado la distanza percorsa di gior-no, mentre riposava
l'ombra
> raggiungesse e ri-cominciasse a inseguirlo al mattino.
> Allora si mise a correre anche di notte; impazzì completamente: non
> mangiava, né beveva. Migliaia di persone lo osservavano, ricoprendolo di
> fiori o porgendogli pane o acqua. La gente cominciò a ve-nerarlo ancor di
> più; a migliaia lo rispettavano. Ma lui impazzì sempre più, finché un
giorno
> stramazzò a terra e mori'. Gli abitanti del villaggio in cui morì gli
> eressero una tomba all'ombra di un albero e chie-sero a un vecchio mistico
> della zona cosa scrivere sulla lapide. Il mistico dettò alcune righe.
> Da qualche parte, quella 'lapide esiste ancora. Qualcuno ci si potrebbe
> anche imbattere. Il mistico vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
> spreca-to tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne
> sapeva meno della sua stessa lapi-de, perché questa è protetta dall'ombra


e
> non corre, quindi non crea ombra alcuna».
> Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare dalla
> propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui scappiamo

> comincia a inseguirci: più velocemen-te corriamo e più velocemente ci
> insegue, perché si tratta della nostra stessa ombra. p.15 La morte è la
> nostra ombra. Se continueremo a sfuggirla, non la guarderemo
> mai in faccia e non la riconosceremo per ciò che è. Se quell'uomo si fosse
> fermato e avesse visto cosa c'era dietro di lui, forse avrebbe riso e
detto:
> «Che razza d'uomo sono, scappo dalle ombre?». Nessuno potrà mai fuggire da
> un'ombra, né vincere contro di essa. Questo non vuol dire, tuttavia, che
> l'ombra sia più forte di noi e sia impossibile vincerla, ma semplicemente
> che es-sa non esiste e non ha senso parlare di vittoria; su ciò che non
> esiste non è possibile vincere. Per que-sto la gente continua a perdere
> contro la morte, perché è solo un'ombra della vita.
> Man mano che la vita procede, la sua ombra la se-gue. La morte è l'ombra
che
> si forma dietro la vita. Eppure, non vogliamo mai guardarci alle spalle
per
> vedere cosa sia in realtà. Infinite volte siamo caduti esausti dopo aver
> fatto questa corsa. Non siamo ar-rivati a questa vita per la prima volta,
> dobbiamo es-sere già esistiti; forse non proprio in questa, ma in
un'altra;
> forse non con questo corpo, ma con un al-tro; in ogni caso, la corsa è
> rimasta la stessa.
> Attraversiamo molte vite portandoci dietro la paura della morte, eppure
non
> riusciamo a veder-la né a riconoscerla. Siamo così terrorizzati che,
quando
> la morte si avvicina avvolgendoci com-pletamente nella sua ombra, per
paura
> cadiamo nell'incoscienza. In genere, nessuno resta consa-pevole nel
momento
> della morte. Se, anche solo per una volta, qualcuno lo fosse, la paura
della
> morte si dissolverebbe per sempre. Se, anche solo per una volta, qualcuno
> potesse vedere che cos'è
>
> morire e cosa accade nella morte, la volta succes-siva non avrebbe più
paura
> perché saprebbe che la morte non esiste. Non è che si sconfigge la mor-te:
> possiamo vincere solo contro ciò che esiste. Ma è sufficiente conoscere la
> morte perché scompaia, a quel punto non resterebbe nulla da vincere.
> Siamo morti infinite volte in passato, ma ogni volta che la morte accadeva
> non eravamo coscienti. È come quando un medico ti anestetizza prima di
> un'operazione per non farti sentire il dolore. Ab-biamo così paura di
morire
> che nell'istante della morte cadiamo volontariamente nell'incoscienza.
> Diventiamo inconsapevoli un attimo prima di mo-rire e poi rinasciamo in
> stato di inconsapevolezza. Non vediamo né la morte né la nascita, ecco
> perché non siamo mai in grado di comprendere l'eternità della vita.
Nascita
> e morte non sono altro che luo-ghi di sosta dove cambiamo vestiti o
cavalli.
> In passato non esistevano autostrade e la gente viaggiava in carrozze
> trainate da cavalli. Spostan-dosi da un villaggio all'altro, quando i
> cavalli era-no stanchi, venivano sostituiti con altri freschi al-la prima
> stazione di cambio, fino al villaggio successivo. Ma chi cambiava i
cavalli
> non ha mai pensato di fare qualcosa che assomigliasse alla morte e alla
> rinascita, perché nel farlo era comple-tamente conscio di sé.
> Talvolta qualcuno viaggiava dopo'aver bevuto:
> in quello stato, guardandosi intorno, si meraviglia-va nel vedere come
tutto
> fosse cambiato e apparis-se diverso. Mi hanno raccontato che uno di
costoro
> una volta commentò: «Non sarà che sono cambiato p.17 anch'io? Questo non
mi
> sembra lo stesso cavallo di prima; forse anch'io sono
> diventato un altro?».
> Morte e nascita sono semplici stazioni di cam-bio, dove si abbandonano
carri
> vecchi e cavalli stanchi per prenderne di nuovi. Ma entrambe queste azioni
> accadono in uno stato inconscio. E chi nasce e muore in uno stato
inconscio
> non può vivere una vita consapevole. Opera in uno stato di semicoscienza,
è
> sveglio solo parzialmente.
> Voglio dire che è essenziale osservare, com-prendere e riconoscere la
morte.
> Ma ciò è possibi-le solo nell'istante della morte stessa, mentre si sta
> morendo. Ma se si può osservare la morte solo mentre si muore, sembra
> impossibile compren-derla, perché in quell'istante si è inconsapevoli.
> Un modo c'è. Possiamo fare questo esperimen-to: entrare nella morte per
> nostra libera scelta. Aggiungerei anche che la meditazione, o il samadhi,
> non sono altro che questo. L'esperienza di entrare volontariamente nella
> morte è meditazio-ne, samadhi. Il fenomeno che un giorno accadrà
> automaticamente, allorché si abbandonerà il cor-po, può essere creato
> consapevolmente generan-do una distanza dentro di noi, tra il Sé e il
corpo.
> In questo modo, abbandonando il corpo dall'in-terno, possiamo fare
> l'esperienza della morte, possiamo sperimentare ciò che accade morendo.
> Possiamo sperimentare la morte oggi, questa sera stessa, perché morire
vuol
> dire semplicemen-te che il nostro corpo e la nostra anima sperimen-tano la
> stessa separazione che accade quando un viaggiatore lascia un veicolo e
> prosegue da solo.
> Ho sentito di un uomo che andò a trovare un mi-stico musulmano, lo sceicco
> Farid, e gli disse: «Mi hanno raccontato che, quando le mani e le gambe di
> Mansur vennero tagliate, egli non provò dolo-re... il che è difficile da
> credere; perfino una spina fa male quando punge il piede: come è possibile
> che non si provi dolore quando le mani e le gambe vengono amputate?
Sembrano
> tutte storie inventa-te». E quell'uomo proseguì dicendo: «Inoltre si di-ce
> che, quando Gesù fu appeso alla croce, non sentì dolore, riuscì perfino a
> dire le sue ultime preghiere. È difficile credere che Gesù dicesse quelle
> cose ap-peso alla croce, sanguinante e nudo, trafitto da spi-ne e con le
> mani perforate da chiodi!».
> Gesù disse: <(Perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Devi aver
> sentito questa frase:
> in tutto il mondo coloro che credono in Gesù la ri-petono continuamente. E
> una frase molto sempli-ce. Gesù dice: «O Signore, perdona loro perché non
> sanno quello che fanno». Leggendo questa frase, di solito si pensa che
Gesù
> stia dicendo che quella povera gente non sapeva di uccidere un uomo buono.
> No, non era questo che Gesù inten-deva; egli voleva dire: «Questa gente
> insensata non sa di uccidere un uomo che non può morire. Perdona loro
perché
> non sanno cosa stanno facen-do: fanno qualcosa di impossibile, cercano di
> uc-cidere una persona, e questo è impossibile».XX
> Quell'uomo disse a Farid: «E difficile credere che una persona sul punto
di
> essere uccisa mostri tanta compassione. In realtà dovrebbe essere pie-na
di
> rabbia». p.18
> Farid rise di cuore e disse: «Hai fatto un'ottima domanda, ma ti
risponderò
> tra un attimo. Prima fammi un piccolo favore». Prese una noce di coc-co,
> gliela porse dicendo di romperla, e facendo at-tenzione a non spezzare la
> polpa. Ma la noce di cocco era acerba, per cui l'uomo disse: «Perdona-mi,
ma
> non posso farlo. La noce è completamente acerba, se l'aprissi romperei
anche
> la polpa». Fa-rid gli chiese di mettere da parte quella noce e gliene
diede
> una matura, chiedendogli di aprirla. «Puoi salvare la polpa di questa?»
> chiese. «Sì, la posso salvare» rispose quell'uomo.
> Farid disse: «Ti ho dato la risposta. Hai capi-to?». L'uomo rispose: «Non
ho
> capito niente. Che rapporto c'è tra una noce di cocco e la tua rispo-sta?
E
> tra la noce e la mia domanda?».
> Farid disse: «Metti via anche questa noce di coc-co, non c'è bisogno di
> romperla. Ti ho semplice-mente mostrato che esiste una noce di cocco non
> matura, la cui polpa e il cui guscio sono uniti insie-me: colpendo il
> guscio, rompi anche la polpa. Poi c'è la noce matura. Ebbene, in che modo
la
> noce matura è diversa da quella acerba? Esiste una sotti-le differenza: la
> polpa di quella matura si è ritirata all'interno separandosi dal guscio;
tra
> i due si è creata una distanza. Ecco perché affermi che, anche dopo aver
> rotto il guscio, si può salvare la polpa. Dunque, ho risposto alla tua
> domanda!».
> L'uomo disse: «Ancora non capisco». Il mistico rispose: «Va', muori e
> comprendi; altrimenti non puoi cogliere ciò che sto dicendo. Ma anche a
quel
> punto non sarai in grado di comprendermi, perché
> morendo non sarai più cosciente. Un giorno la polpa e il guscio saranno
> separati, ma in quel mome to tu sarai caduto nell'incoscienza. Se vuoi
> capire
> comincia a imparare adesso come separare la polpa dal guscio; ora, mentre
> sei ancora vivo».
> Se il guscio, cioè il corpo, e la polpa, la consapvolezza, si separano, in
> questo stesso istante morte è finita. Quando si creerà quella distanza
> saprai
> che il guscio e la polpa sono due cose separate, e che tu continuerai a
> sopravvivere anche quando il guscio si sarà rotto: non sarai tu a
spezzarti
> o
> a scomparire. In quello stato la morte, anche se accade, non può penetrare
> in te. E questo vuol dire che solo ciò che tu non sei, muore. Cio' che tu
> sei
> sopravvive.
> Questo è il vero significato della meditazione imparare a separare il
guscio
> dalla polpa. Possno essere separati perché sono separati. Li si puo'
> percepire e conoscere come realtà separate, perché lo sono. Per questo
> chiamo la meditazione ingresso volontario nella morte. E chi entra
> volontariamente nella morte, la incontra e scopri «La morte è presente, ma
> io
> sono ancora qui».
> Socrate stava per morire... Si stavano avvicinado gli ultimi momenti: si
> triturava la cicuta per ucciderlo, e lui continuava a ripetere: «Si sta
> facendo tardi, quanto ci vorrà ancora per preparare quel veleno?». I suoi
> amici gli dicevano tra le lacrime: «e'matto? Noi vogliamo che tu viva
> ancora un Po' Abbiamo corrotto chi deve preparare la pozio. perché agisca
il
> più lentamente possibile» Socrate uscì dalla stanza e disse all'uomo che
> preparava il veleno: «Ci impieghi troppo: si di-rebbe che tu non abbia
> alcuna esperienza. Sei nuovo a questo tipo di lavoro? Non hai mai
pre-parato
>
> una pozione di veleno? Non hai mai dato il veleno a un condannato?».
> L'uomo replicò: «Ho somministrato veleni tutta la mia vita, ma non ho mai
> visto un matto come te. Perché hai tanta fretta? Lo sto triturando
> lentamen-te, perché tu possa respirare un po' di più e vivere un po' più a
> lungo. Parli come un pazzo... si sta fa-cendo tardi? Ma hai così tanta
> fretta di morire?».
> Socrate disse: «Ho tanta fretta, perché voglio ve-dere la morte. Voglio
> vedere com'è. Inoltre voglio vedere, quando sarà avvenuta, se sopravviverò
o
> meno. Se non sopravvivo, tutto finisce li; se invece sopravvivo, è finita
la
> morte. In realtà, voglio vede-re chi morirà al momento della morte: io o
> lei? Vo-glio vedere chi sopravviverà. Ma come potrò mai vederlo, a meno
che
> non sia io a sopravvivere?».
> Quando fu dato il veleno a Socrate, i suoi amici cominciarono a piangere e
a
> disperarsi. E cosa face-va lui? Diceva loro: «Il veleno è arrivato alle
> ginoc-chia. Fino alle ginocchia le gambe sono completa-mente morte; se
> venissero tagliate non me ne accorgerei. Eppure, amici miei, lasciatemelo
> dire:
> anche se le mie gambe sono morte, io sono ancora vivo. Questo significa
che
> una cosa è certa: non ero le mie gambe. Sono ancora qui, totalmente qui.
> Nulla dentro di me è scomparso, per il momento».
> Poi Socrate proseguì: «Ora entrambe le gambe se ne sono andate. Fino alle
> cosce è tutto scom-parso. Se mi amputaste fino alle cosce, non senti-
> rei nulla. Ma io sono ancora qui! E qui ci sono i miei amici che
continuano
> a piangere!».
> Socrate sta dicendo: «Non piangete, osservate! E un'opportunità per voi:
un
> uomo sta morendo e vi informa di essere ancora vivo. Se ora mi ampu-taste
> completamente le gambe, neanche in questo caso sarei morto, anche in
questo
> caso ci sarei an-cora. Adesso non sento più le mie mani; anch'esse
> moriranno. Ah! Quante volte mi sono identificato con queste mani, le
stesse
> che ora se ne stanno an-dando; ma io sono ancora qui».
> Socrate continuò a parlare in questo modo mentre moriva. Diceva:
> «Lentamente, tutto si ac-quieta, ogni cosa scompare, ma io sono ancora
> in-tegro. Tra un po' forse non potrò più parlarvi, ma non deducetene che
io
> non ci sia più. Poiché, se sono ancora qui dopo aver perso tanta parte del
> mio corpo, come potrebbe arrivare una fine solo perché un'altra parte di
> corpo scompare? Forse non potrò più parlare, poiché ciò è possibile solo
> attraverso il corpo, tuttavia io sarò ancora presen-te». E all'ultimo
> istante disse: «Ora, forse vi sto di-cendo l'ultima cosa: la lingua sta
> venendo meno. Non potrò dire una sola parola in più, ma ancora vi dico:
"Io
> esisto"». Fino all'ultimo istante conti-nuò a dire: «Sono ancora vivo».
> Anche in meditazione bisogna entrare lenta-mente in se stessi. E
> gradualmente, una dopo l'al-tra, le cose cominciano a cadere. Si crea una
> di-stanza con ogni cosa, e arriva un momento in cui sembra che tutto si
> trovi a una distanza infinita. Ti sembrerà di vedere il cadavere di
qualcun
> altro p 22 disteso su una riva, mentre tu ci sei ancora. Il cor-po è ,
> sdraiato,
> eppure tu esisti ancora, comple-tamente separato, distinto e diverso dal
> corpo.
> Una volta fatta l'esperienza di vedere la morte faccia a faccia mentre si
è
> ancora vivi, non avremo mai più nulla a che fare con la morte. La morte
> continuerà a presentarsi, ma sarà solo una sosta, un cambio di abiti; sarà
> come prendere nuovi ca-valli a una stazione di sosta e iniziare un nuovo
> viaggio con nuovi corpi, per nuove strade, in nuovi mondi. Ma a quel punto
> la morte non potrà mai distruggerci. E lo puoi capire solo andandole
> incontro, conoscendola, attraversandola.
> Poiché abbiamo tanta paura della morte, non riusciamo neppure a meditare.
> Molti vengono a dirmi di non riuscire a meditare; come potrei dir loro che
> il vero problema è un altro? Il loro vero problema è la paura della
morte...
> e la meditazio-ne è un processo di morte. In uno stato di totale
meditazione
> raggiungiamo lo stesso punto tocca-to da un morto. La sola differenza è
che
> un morto vi arriva inconsapevolmente~ mentre noi vi giun-giamo
> consapevolmente. Un morto non sa affatto cos'è accaduto, non sa in che
modo
> il guscio si è rotto e la polpa è sopravvissuta. Chi medita sa che si sono
> separati.
> La paura della morte è il motivo fondamentale per cui le persone non
> riescono a entrare in medi-tazione; non ne esistono altri. Chi ha paura
> della morte non può entrare in samadhi. Il samadizi è un invito alla morte
> di propria volontà: «Vieni, sono pronto a morire. Voglio sapere se
> sopravviverò o
> meno alla morte. Ed è meglio saperlo consapevol-mente, perché se accadrà
> inconsapevolmente non potrò conoscere nulla».
> Per cui, la prima cosa che vorrei dirti è questa:
> finché continuerai a fuggire dalla morte, ne sarai sconfitto; viceversa,
il
> giorno in cui ti ergerai di fronte a lei e l'incontrerai, quello stesso
> giorno ti lascerà, mentre tu continuerai a esistere.
> Tutti i miei discorsi, raccolti in questo libro, tratteranno di tecniche
per
> incontrare la morte. Spero che così molti arriveranno a sapere come
morire,
> e saranno in grado di farlo. E se riuscirai a morire qui, su questa
> spiaggia...
> È una spiaggia importante, questa. Fu proprio su queste sabbie che un
tempo
> camminò Krishna, quello stesso Krishna che disse ad Arjuna, allorché si
> preparava a scendere sul campo di battaglia:
> «Non ti preoccupare, non aver paura. Non temere di uccidere o essere
ucciso,
> perché io ti dico che nessuno muore e nessuno è in grado di uccidere».
> Nessuno è mai morto e nessuno potrà mai morire; ciò che muore o può morire
è
> già morto; e ciò che non muore e non può essere ucciso non ha alcuna
> possibilità di morire: è la vita stessa.
> Questa sera ci siamo inaspettatamente riuniti sulla stessa spiaggia dove
un
> tempo camminava Krishna; queste sabbie hanno visto Krishna cam-minare. La
> gente deve aver creduto che Krishna sia morto veramente, poiché noi
> conosciamo la morte come unica verità; per noi tutti muoiono. Questo mare
e
> queste sabbie non hanno mai avu-to la sensazione che Krishna morisse;
questo
> cielo, queste stelle e questa Luna non hanno mai cre-duto alla morte di
> Krishna.
> In realtà, nella vita non c'è posto per la morte, ma tutti hanno creduto
che
> Krishna sia morto. Anche noi lo crediamo, perché siamo ossessionati dal
> pensiero della nostra morte. Perché ci preoc-cupa tanto? In questo momento
> siamo vivi, quin-di perché temere tanto la morte? Perché ci fa tanta
paura?
> In realtà, dietro questa paura c'è un segre-to che è bene comprendere.
> Questa paura è legata a una logica ben precisa, una logica molto
> interessante. Non abbiamo mai visto noi stessi morire, ma abbiamo visto
> morire gli altri, e questo ci rafforza l'idea che anche noi dovre-mo
morire.
> Cerca di comprendere tramite questo esempio: una goccia vive nell'oceano
> insieme a mi-gliaia di altre gocce, ma un giorno i raggi del sole la
> colpiscono, trasformandola in vapore e facendola sparire. Le altre gocce
> pensano che sia morta, e hanno ragione, poiché hanno visto quella goccia
un
> attimo prima, e ora è scomparsa. Eppure, la goc-cia esiste ancora nelle
> nuvole, e a quest'ora sarà già ricaduta in mare, tornando a essere una
> goccia. Ma come faranno le altre gocce a saperlo senza com-piere loro
stesse
> quel viaggio?
> Quando vediamo qualcuno morire vicino a noi, pensiamo che quella persona
non
> ci sia più, che un'altra persona sia morta. Non capiamo che si
> è semplicemente dissolta, è entrata in una dimensio-ne più sottile, per
> prepararsi a un nuovo viaggio; come una goccia che è evaporata solo per
> tornare a essere una goccia nel mare. Come potremmo com-
> prenderlo? Tutto ciò che percepiamo è che un'altra persona se n'è andata,
è
> morta. Da questo punto di vista, tutti i giorni qualcuno muore e qualche
> goc-cia va perduta. E lentamente in noi si fa strada la certezza che anche
> noi moriremo. Una profonda paura prende piede: «Io morirò». Questa paura
si
> impadronisce di noi perché osserviamo gli altri. Vi-viamo guardando gli
> altri, ecco il nostro problema.
> Una notte ho raccontato ad alcuni amici questa storia.
> Un mistico ebreo iniziò a preoccuparsi profon-damente della propria
> infelicità... e chi non si preoccupa di questo? Siamo tutti presi dalle
> no-stre ansie, e quella più grande è data dal vedere che gli altri sono
> felici. Vedendoli felici, diventia-mo sempre più infelici: è la stessa
> logica di cui parlavo poco fa, riferendomi alla morte. Noi ve-diamo la
> nostra infelicità e vediamo le facce al-trui. Non vediamo la loro
> infelicità, ma gli occhi scintillanti e le labbra sorridenti. Se
osserveremo
> noi stessi, vedremo che all'esterno continuiamo a sorridere, malgrado la
> nostra infelicità. In realtà, un sorriso è un modo per nascondere
> l'infelicità.
> Nessuno vuole mostrare di essere infelice. Se non puoi essere veramente
> felice, tenta almeno di sembrarlo, perché farsi vedere infelici è una
> gran-de sconfitta e una profonda umiliazione. Per que-sto abbiamo un volto
> sempre sorridente, mentre all'interno serbiamo la tristezza di sempre.
> Den-tro di noi continuano ad accumularsi lacrime, mentre all'esterno
> fingiamo di sorridere. In que-sto modo, quando qualcuno ci osserva
> dall'esterno, ci trova sorridenti, mentre quando guarda dentro di sé,
trova
> infelicità. E questo per lui di-venta un problema: pensa che tutto il
mondo
> sia felice e solo lui non lo sia.
> La stessa cosa capitò a quel mistico. Una notte, mentre pregava, disse a
> Dio: «Non ti chiedo di non darmi l'infelicità perché, se la merito,
> sicuramente dovrò riceverla, ma almeno ti chiedo di non dar-mene così
tanta.
> Ovunque vedo gente che ride, mentre io sono l'unico che piange; tutti
> sembrano essere felici, io sono l'unico infelice; tutti paiono al-legri,
io
> sono l'unico triste, perso nell'oscurità. Do-po tutto, cosa ti ho fatto di
> male? Ti prego fammi un favore: dammi l'infelicità di qualcun altro al
> po-sto della mia. Scambia la mia infelicità con quella di qualcun altro a
> tua scelta, e io l'accetterò».
> Quella notte, dormendo, fece uno strano sogno. Vide un palazzo immenso con
> mlioni di ganci appesi alle pareti, e milioni di persone che entra-vano,
> recando ciascuna un fardello d'infelicità sulla schiena. Vedendo tanti
> fardelli d'infelicità, rimase sconcertato e si spaventò: i fagotti portati
> dagli altri erano molto simili al suo; la forma e le dimensioni erano le
> stesse. Cadde in un'estrema confusione: aveva sempre visto i suoi vicini
> sorri-dere, e tutte le mattine, quando chiedeva loro co-me andava, si
> sentiva rispondere: «Molto bene». Adesso vedeva che quelle stesse persone
si
> porta-vano dietro la sua stessa quantità di infelicità.
> Vide politici con i loro sostenitori, e guru con i loro discepoli: tutti
con
> lo stesso carico. Il saggio e l'ignorante, il ricco e il povero, il sano e
> il malato:
> il carico era per ognuno lo stesso. Il mistico rima-se sbalordito: per la
> prima volta vedeva quei far-delli, mentre fino ad allora aveva visto solo
i
> volti delle persone.
> All'improvviso una voce tuonò nella stanza:
> «Appendete i vostri fardelli!». Tutti! incluso il mi-stico, fecero com'era
> stato ordinato, affrettandosi a liberarsi dei propri problemi; nessuno li
> voleva portare un secondo di più; anche noi, se ci fosse data una simile
> possibilità, li appenderemmo su-bito da qualche parte.
> Poi risuonò un'altra voce, che disse: «Adesso, ognuno di voi prenda il
> carico che preferisce». Po-tremmo sospettare che il mistico prendesse
> rapi-damente il carico di qualcun altro, ma non fece un errore simile. In
> preda al panico, corse ad afferra-re il suo fardello, prima che qualcun
> altro lo pren-desse; altrimenti avrebbe avuto un problema in più, visto
che
> avevano tutti lo stesso aspetto.
> Il mistico pensò che fosse meglio avere il proprio fardello, almeno le sue
> sofferenze gli erano familia-ri. Chissà quali dolori c'erano nei fardelli
> degli al-tri? Un'infelicità con cui si ha familiarità è di per sé meno
> triste: è un'infelicità nota, conosciuta.
> Per cui, in stato dì panico, si precipitò a recupe-rare il suo fardello,
> prima che qualcun altro potes-se metterci sopra le mani. Ma, guardandosi
> intor-no, scoprì che tutti erano corsi a ripréndere i loro fardelli;
nessuno
> aveva preso quello di un altro. Chiese: «Perché avete tanta fretta di
> riprendere i vostri fardelli?».
> La risposta fu: «Ci siamo spaventati. p.28-29
> Finora avevamo creduto che tutti gli altri fossero felici e solo noi non
lo
> fossimo». A chiunque il mistico ponesse quella domanda, la risposta era la
> stessa:
> tutti avevano sempre creduto che gli altri fossero felici. «Addirittura
> pensavamo che anche tu fossi felice, perché cammina~ sempre con il sorriso
> sul volto; non avremmo mai immaginato che anche tu portassi un carico di
> tristezza dentro di te» dis-sero. Spinto dalla curiosità, il mistico
chiese:
> «Per-ché avete ripreso il vostro fardello e non lo avete scambiato con
> quello di un altro?». Quegli altri ri-sposero: «Oggi, ognuno di noi aveva
> pregato Dio chiedendogli di scambiare il proprio fardello d'infelicità. Ma
> quando abbiamo visto che i far-delli erano uguali per tutti, ci siamo
> spaventati; non avevamo mai immaginato una cosa simile. Per cui abbiamo
> capito che era meglio riprenderci il nostro carico, quanto meno ci è noto
e
> ci è fami-liare. Perché accollarsi nuove tristezze? A poco a poco, ci
siamo
> abituati alle vecchie». Quella notte nessuno prese il fardello di qualcun
> altro. Il misti-co si svegliò e ringraziò Dio, colmo di gratitudine, per
> avergli permesso di riprendersi la sua infeli-cità. E decise che non gli
> avrebbe mai più rivolto preghiere simili.
> In realtà, la logica dietro a tutto ciò è la stessa. Quando confrontiamo
il
> viso degli altri con la no-stra realtà, commettiamo un grosso errore. E
> quella stessa logica errata è all'opera con le nostre conce-zioni della
vita
> e della morte. Hai visto morire gli al-tri, ma non hai mai visto morire te
> stesso. Vediamo la morte degli altri, ma non sappiamo mai se qual-
> cosa dentro quelle persone sopravvive. Poiché di-ventiamo inconsapevoli
nel
> momento decisivo, la morte per noi resta un mistero. Ecco perché è
> im-portante entrare di propria volontà nella morte. Se una persona vede la
> morte anche per una sola volta, se ne libera, la vince. In realtà, non ha
> senso parlare di vittoria, perché non c'è nulla da vincere: a quel punto,
> semplicemente la morte non esiste più.
> Se sommando due più due una persona scrive cinque, e il giorno dopo si
> accorge che due più due fa quattro, potrà forse dire di aver vinto sul
> cinque, rendendolo un quattro? In realtà, dirà di non aver affatto vinto,
> perché non era un cinque. Scrivere cinque era stato un suo errore, una sua
> illusione: i suoi calcoli erano sbagliati, perché il totale era quattro;
> aveva pensato che fosse cinque, ma non lo era. Una volta constatato
> l'errore, la questione è chiusa. Quell'uomo potrebbe forse dire: «Come
posso
> liberarmi dal cinque? Ora mi accorgo che due più due fa quattro, ma prima
li
> avevo sommati come cinque. Come mi posso liberare dal cinque?». Quell'uomo
> non chiederà mai come conseguire una simile libertà, perché quando si
scopre
> che due più due fa quattro, la storia è finita. Il cinque non esiste più:
da
> cosa ci si deve mai liberare?
> Non occorre liberarsi dalla morte, né trionfare su di essa; bisogna
> conoscerla. La vera Conoscenza diventa libertà, la conoscenza stessa
diventa
> vit-toria. Per questo in precedenza ho detto che sape-re è potere,
libertà,
> e anche vittoria. Conoscere la morte ne decreta la fine; a quel punto,
> all'improv-viso, saremo per la prima volta connessi alla vita. p.30-31
>
> Ecco perché, parlando della meditazione, ho detto come prima cosa che si
> tratta di un ingresso volontario nella morte. La seconda cosa che vor-rei
> dirti è questa: chi entra di propria volontà nel-la morte trova,
> inaspettatamente, l'ingresso alla vita. Sebbene quella persona fosse in
> cerca della morte, di fatto trova la vita eterna; pur volendo entrare nel
> palazzo della morte, si ritrova nel tem-pio della vita. E chi scappa dal
> palazzo della mor-te non raggiunge mai il tempio della vita.
> Posso farti notare che le mura di quel tempio so-no istoriate con le ombre
> della morte? E che su quel-le mura sono tracciate le immagini della morte?
E
> poiché si fugge dalla morte, in realtà si sta scappan-do dal tempio della
> vita? Solo quando accetteremo la morte, potremo accettare quelle mura. Se
> riuscis-simo a entrare nella morte, raggiungeremmo il tem-pio della vita.
La
> divinità della vita dimora tra le mura della morte; le immagini della
morte
> sono in-cise dovunque, sulle mura del tempio della vita. Ma noi scappiamo
> alla loro semplice vista.
> Se sei stato a Khajuraho, avrai notato una cosa strana: tutt'intorno alle
> mura sono scolpite scene di sesso, figure nude e oscene.
> Ma se un uomo scap-passe alla loro vista, non potrebbe vedere la divi-nità
> all'interno. Dentro c'è l'immagine di Dio e al
> l'esterno di sesso, di passione e d'amore. Chi ha costruito i templi di
> Khajuraho dev'essere stata gente splendida. Ha raffigurato
> una profonda ve-rità della vita: il sesso è presente sulle mura esterne, e
> se scapperai non potrai mai realizzare il brama
> charya, il celibato, perché il bramacharya è all'inter-
> no. Se riuscirai ad attraversare quelle mura, rag-giungerai anche il
> bramacharya. Il samsara, il mondo mortale, è raffigurato sulle pareti, e
> fuggirne lonta-no non ti porterà mai a Dio, perché colui che dimora dentro
> le mura del samsara è Dio stesso.
> Io ti sto dicendo esattamente la stessa cosa. Da qualche parte, in qualche
> luogo, dovremmo costrui-re un tempio sulle cui mura è raffigurata la
morte,
> mentre la divinità della vita è assisa all'interno. Questa è la verità.
> Pertanto, fuggendo dalla morte, evitiamo allo stesso tempo la divinità
della
> vita.
> Io affermo entrambe le cose allo stesso tempo: la meditazione è un accesso
> volontario nella morte, e chi entra volontariamente nella morte consegue
la
> vita. Ciò vuol dire: chi incontra la morte alla fine scopre che è
scomparsa
> e si ritrova tra le braccia della vita. Sembra contraddittorio - vai in
> cerca della morte e ti imbatti nella vita - ma non lo è.
> Per esempio, i miei vestiti... se cercherai me, ti imbatterai prima di
tutto
> in essi, sebbene io non sia i vestiti. E se ti farai condizionare dai
> vestiti e scapperai via, non riuscirai mai a conoscermi. D'altra parte, se
> ti avvicinerai sempre più a me, senza farti condizionare dai miei vestiti,
> sotto di essi troverai il mio corpo. Ma anche il corpo, in senso più
> profondo, è un indumento, e se lo sfug-girai non troverai mai chi sta
dentro
> di me. Se il corpo non ti spaventasse e tu continuassi il viag-gio
> all'interno, sapendo che anch'esso è un vesti-to, incontreresti
sicuramente
> chi vi sta dentro, co-lui che tutti desiderano incontrare.
> La cosa interessante è che il corpo è il muro, e il
> Divino risiede con grazia all'interno. Il muro è la materia; dentro c'è il
> Divino, la consapevolezza insediata in tutta la sua gloria. In verità,
> questi so-no opposti: il muro materiale e la divinità della vita. Se
> comprendi correttamente, il muro è la morte e il Divino la vita.
> Quando un artista dipinge un quadro, crea uno sfondo scuro per far
risaltare
> il bianco. Le linee bianche sono più visibili su uno sfondo scuro. Se
> qualcuno aborrisse il nero, non potrebbe vedere il bianco. Non saprebbe
che
> proprio il nero fa risal-tare il bianco.
> In modo simile, le spine circondano le rose in fiore. Chi ha paura delle
> spine non può arrivare alle rose. Evitando le spine eviterà anche i fiori.
> Viceversa, chi accetta le spine e le avvicina senza paura, scopre con
> stupore che le spine servono solo a proteggere il fiore; non sono altro
che
> il muro esterno del fiore, il muro di protezione. Il fiore spunta tra le
> spine, e queste non sono sue nemiche. I fiori fanno parte delle spine e
> queste dei fiori: scaturiscono entrambi dalla stessa ener-gia vitale della
> pianta.
> Ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte sono entrambe parti di
una
> vita più gran-de. Io respiro: il respiro entra ed esce. Lo stesso respiro
> che esce, entra dopo un po'; e il respiro che entra, poi esce. Inspirare è
> vita ed espirare è morte; entrambi gli atti sono parti di una vita più
> grande: vita e morte che camminano fianco a fianco. La nascita è una
tappa,
> la morte un'altra;
>
> ma se riuscissimo a penetrare all'interno, otter-remmo la visione di una
> vita più grande.
>
> Nelle pagine che seguono affronteremo le me-ditazioni sull'ingresso nella
> morte, e al tempo stesso vi parlerò di molte delle sue dimensioni. Ora
> faremo la prima meditazione. Vorrei spiegare qualcosa al riguardo.
> Ormai devi aver capito il mio punto di vista:
> dobbiamo raggiungere un punto interiore, in profondità, dove non è
possibile
> morire. Dobbia-mo lasciar cadere l'intera circonferenza esterna, co-me
> accade nella morte. Nella morte il corpo, i senti-menti, i pensieri,
> l'amicizia e l'inimicizia vengono meno; tutto scompare. Il mondo esterno
si
> dissolve completamente e solo noi restiamo, solo il Sé, solo la
> consapevolezza permane imperturbabile.
> IAnche in meditazione dobbiamo lasciar cadere ogni cosa e morire,
mantenendo
> solo l'osservato-re, il testimone interiore; allora avverrà una mor-te. In
> tutto questo tempo di meditazione, se avrai il coraggio di morire e
> abbandonarti, potrà acca-dere il fenomeno chiamato samaditi.
> Samadhi, ricorda, è una parola bellissima. Lo sta-to di meditazione
profonda
> e la tomba di una perso-na vengono entrambi chiamati samadhi. Ci hai mai
> pensato? Si chiamano samaditi tutti è due. In realtà hanno un segreto in
> comune, un punto di incontro.
> Quando una persona raggiunge il samaditi, il corpo diventa del tutto
simile
> a una tomba: a quel punto comprende che dentro di lui esiste qualcu-no,
> mentre all'esterno esiste solo oscurità p..35
>
> Quando qualcuno muore, costruiamo una tom-ba che chiamiamo samadhi. Ma
> questo è un samadhi costruito dagli altri. Se riuscissimo a creare il
> no-stro stesso samadhi, prima che gli altri lo facciano, avremmo creato
> quel fenomeno di cui siamo alla ricerca. Gli altri avranno di certo
> l'occasione di co-struire la nostra tomba, ma noi potremmo anche perdere
> l'opportunità di creare il nostro samadhi. Se riuscissimo a crearlo,
allora
> morirebbe solo il corpo ma non la consapevolezza. Noi non siamo mai morti,
> né potremo mai morire; nessuno è mai mor-to, né potrà mai esserlo. Per
> comprenderlo, però, dovremo discendere tutti i gradini della morte.
> Voglio mostrarti i tre passi che seguiremo. E chissà? Potrebbe anche
> accadere adesso: potresti avere il tuo samadhi, non quello costruito dagli
> al-tri, ma quello che crei tu, di tua volontà.
> Ci sono tre fasi. La prima prevede di rilassare il corpo: devi rilassarlo
> fino a sentirlo lontanissimo, come se non avessi più nulla a che fare con
> esso. Devi togliere qualsiasi energia dal corpo e portar-la dentro di te.
> Qualsiasi quantità di energia dia-mo al corpo fluisce in esso, e qualsiasi
> quantità ne asportiamo scende all'interno.
> Ci hai mai fatto caso? Quando litighi con qual-cuno, da dove viene tutta
> quell'energia? Quando sei in collera, riesci a sollevare una roccia
> gigante-sca, mentre quando sei calmo non riesci neppure a spostarla.
Eppure
> è sempre il tuo corpo: ti sei mai chiesto da dove viene quell'energia? Tu
> hai fornito quell'energia, era indispensabile in un momento di pericolo,
> poiché un nemico si parava
> di fronte a te. Sapevi che la tua vita poteva essere minacciata se non
> avessi sollevato quel masso, e hai riversato tutta la tua energia nel
corpo.
> Una volta è accaduto questo: un uomo era para-lizzato e costretto a letto
da
> due anni; non riusciva più ad alzarsi né a muoversi. I dottori si
arresero,
> dichiarando che la paralisi sarebbe durata per il re-sto della sua vita.
Poi
> una notte la casa andò a fuoco e tutti corsero fuori. Dopo essere usciti,
si
> accorsero che il capofamiglia era rimasto intrappolato all'in-terno,
poiché
> non poteva muoversi; che ne sarebbe stato di lui? Ma quando si guardarono
> intorno, alla luce di alcune torce, scoprirono che il vecchio era già
> uscito dalla casa. Gli chiesero se fosse scappato con le sue gambe. L'uomo
> rispose: «Com'è possibi-le che abbia camminato? Come può essere
succes-so?».
> Ma di certo aveva camminato, era indubbio.
> Si può spiegare così: quando la casa andò a fuo-co e tutti scapparono, per
> un istante si dimenticò della paralisi e portò di nuovo tutta la sua
energia
> nel corpo. Ma quando la gente lo vide alla luce del-le torce e gli chiese
> come avesse fatto a uscire, esclamò: «Ahimè, sono paralizzato!», e cadde a
> terra. In quel momento l'energia lo abbandonò e non fu più in grado di
> capire come fosse stato pos-sibile per lui camminare. Tutti cortinciarono
a
> spiegargli che non era veramente paralizzato; se era riuscito a camminare
> per quel tratto, poteva camminare per il resto della vita, ma lui
> continua-va a ripetere: «Non riuscivo a sollevare la mano, né il piede;
> com'è successo?». Non poteva spiegarse-lo; né sapeva indicare chi lo
avesse
> portato fuori. p.36-37
> Nessuno lo aveva portato fuori; era uscito da so-lo. Ma non sapeva che, di
> fronte al pericolo, la sua anima aveva riversato tutta l'energia nel
corpo;
> quindi, poiché lui si sentiva paralizzato, l'aveva in-camerata di nuovo
> all'interno, facendolo tornare immobile. Incidenti del genere non sono
> accaduti una o due volte, sono centinaia i casi in cui persone colpite da
> paralisi ne sono venute fuori in situazio-ni di pericolo, come una casa in
> fiamme.
> Sto dicendo questo: noi abbiamo riversato ogni energia nel corpo, ma non
> sappiamo come ritirar-la. Di notte ci sentiamo riposati perché l'energia
si
> ritrae all'interno e il corpo si rilassa, rendendoci di nuovo freschi la
> mattina. Ma alcuni non riesco-no a ritirare l'energia nemmeno di notte;
> questa resta bloccata nel corpo e rende loro difficile ad-dormentarsi.
> L'insonnia è indice che l'energia ri-versata in precedenza nel corpo non
> riesce a tro-vare la strada per tornare alla fonte.
> Nella prima fase di questa meditazione tutta l'energia dev' essere
ritratta
> dal corpo.
> Ebbene, questa è la cosa interessante: è suffi-ciente percepirlo perché
> l'energia ritorni. Se, per un istante, qualcuno riesce a sentire che la
sua
> energia si sta ritraendo e il corpo si rilassa, sco-prirà che esso si
> rilassa ancora di più, e più anco-ra, fino ad arrivare a un punto in cui
non
> sarà possibile sollevare la mano, neanche volendolo. Pertanto, attraverso
> questa percezione, è possibile ritrarre la nostra energia dal corpo.
> Quindi, la prima cosa da fare è riportare l'ener-gia vitale, il prana,
alla
> fonte. Ciò acquieterà il corpo
> - esattamente come fosse un guscio - e lo si potrà osservare, come se
fosse
> intervenuta la distanza che esiste tra il guscio e la polpa di una noce di
> coc-co matura; cioè, si è creata una separazione e il cor-po è sdraiato,
> immobile, al di fuori di noi, proprio come un guscio, come un vestito
> smesso.
> Il passo successivo è rilassare il respiro. In profondità il respiro
> contiene l'energia vitale, il prana, ed è per questo che un uomo muore
> quando il respiro cessa. Il respiro è il legame profondo con il corpo, il
> ponte tra anima e corpo: ecco dov'è il contatto. Per questo chiamiamo
prana
> il respiro. Nell'istante in cui il respiro cessa, il prana ci lascia.
> Esistono molte tecniche che fanno uso del respiro.
> Cosa accade quando una persona rilassa com-pletamente il suo respiro e lo
> tiene calmo e tran-quillo? Lentamente, il respiro arriva a un punto in cui
> non si può più dire se, dentro di sé, si stia an-cora respirando oppure
no.
> Spesso una persona in quello stato comincia a chiedersi se è ancora vi-va,
> oppure è morta, se il respiro persista o meno. Il respiro si fa così
quieto
> che non si sa più se si stia ancora muovendo.
> Non devi controllare il respiro. Se proverai a trattenerlo, proromperà
> all'esterno; se lo tratterrai fuori, irromperà all'interno: non lo potrai
> mai con-trollare. Per questo dico che non devi fare nulla, sii
semplicemente
> più rilassato, sempre più quieto. Lentamente, a un certo punto, il respiro
> comincia ad acquietarsi. Anche se accade solo per un attimo, in
> quell'istante è possibile vedere una distanza in-finita tra il corpo e
> l'anima. E come se in questo momento arrivasse un lampo e io vedessi tutte
> le vo-stre facce in un baleno.
> Dopodiché il lampo non c'è più, eppure io ho visto le vostre facce.
> Quando il respiro cessa per un istante, esatta-mente a metà, un lampo
> illumina improvvisa-mente tutto il tuo essere e diventa evidente che tu e
il
> corpo siete separati: in quell'istante è soprav-venuta la morte. Pertanto,
> nel secondo stadio, de-vi rilassare il respiro.
> Nel terzo stadio, va rilassata la mente. Se il re-spiro sarà rilassato ma
la
> mente non lo sarà, av-verrà l'illuminazione, ma tu non sarai in grado di
> capire cos'è avvenuto, perché la mente resterà oc-cupata dai pensieri. Se
un
> lampo esplodesse ades-so, e io restassi perso nei miei pensieri, lo verrei
a
> sapere solo dopo che si è manifestato. Nel frat-tempo, il lampo è già
> apparso e io ero perso nei miei pensieri. Certo, la luce esplode non
appena
> il respiro cessa, ma sarà notata solo se i pensieri ces-seranno;
altrimenti
> l'opportunità andrà perduta. Quindi la terza fase è quella di rilassare la
> mente.
> Dopo aver attraversato questi tre stadi, nel quar-to sederemo in silenzio.
> Puoi sdraiarti o stare sedu-to, come preferisci. Sàrà più facile
sdraiarsi;
> possia-mo usare al meglio questa spiaggia bellissima. Tutti dovrebbero
avere
> uno spazio intorno a sé, e sdraiarsi. Se qualcuno vuole sedersi va
> benissimo, ma se il corpo comincia a cadere all'indietro non va
controllato:
> quando si rilassa completamente, il corpo potrebbe cominciare a cadere, ma
> se lo con-trolli non può rilassarsi fino in fondo.
> Ora, nel quarto stadio rimarrai in silenzio per
> dieci minuti. In questi giorni, durante quel silenzio, farai lo sforzo di
> vedere la morte, di lasci~-accadere. Io ti accompagnerò con la mia voce
> sentire il corpo, il respiro e la mente che si rilassano, poi resterò in
> silenzio, le luci si abbasseranno e per dieci minuti resterai sdraiato,
> tranquillo. Starai immobile, in silenzio, a osservare tutto che si muove
> dentro dite.
> Fa' abbastanza spazio intorno a te in modo che se il corpo cade, non
finisca
> addosso a qualcuno Chi desidera sdraiarsi deve fare spazio intorno a sé...
> sarebbe meglio se si sdraiasse sulla spiaggia in silenzio... nessuno
> dovrebbe
> parlare o andarsene interrompendo questa fase.
> Bene, mettiti a sedere... siediti lì dove sei sdraiati... Chiudi gli
> occhi... chiudi gli occhi e rilassa il corpo. Lascialo lib~ro. Poi, man
mano
> che ti parlo, comincia ad accompagnarti a me nel sentire. Continuando a
> sentire, il corpo si rilasse sempre più, finché giacerà a terra come fosse
> senza vita, totalmente rilassato.
> Comincia a sentire. Il corpo si sta rilassando, continua a rilassarlo...
> continua a rilassare il tuo corpo e senti che si sta rilassando. Il corpo
si
> stai rilassando... sentilo... rilassa ogni parte del tuo corpo. E dentro
> di te senti lo... il corpo si rilassa. La tua energia torna all'interno...
> l'energia si sta ritraendo dal corpo, si volge all'interno... l'energia si
> sta ritirando. Il corpo si sta rilassando... il corpo si sta rilassando...
> il
> corpo si sta rilassando... Lascia andare completamente, come se non fossi
> più vivo... Lascia che il corpo cada così com'è... Lascia che sia
> completamente libero... Il corpo si è rilassa-to... il corpo si è
> rilassato... il corpo si è rilassato... Lasciati andare... lasciati
andare.
> Il corpo si è rilassato. il corpo si è completa-mente rilassato, come se
non
> vi fosse vita. Tutta l'energia del corpo è passata all'interno... Il corpo
> si è rilassato... il corpo si è rilassato... il corpo si è rilassato...
> Lasciati andare, lasciati andare com-pletamente, come se il corpo non ci
> fosse più.
> Siamo entrati all'interno. Il corpo si è rilassa-to... il corpo si è
> rilassato... il corpo si è rilassa-to... Il respiro sta rallentando...
> Rilassa anche il respiro... rilassalo completamente... lascia che entri ed
> esca da solo.
> Lascialo libero... non c'è bisogno di fermarlo o rallentarlo, lascia che
sia
>
> rilassato. Lascia che il re-spiro entri il più possibile... lascialo
uscire
> il più possibile... Il respiro si acquieta... il respiro si ac-quieta...
> Senti: il respiro si sta calmando... il respiro si sta calmando e
> rilassando... il respiro si sta rilas-sando... rallenta... si acquieta...
> ora rilassa la mente e senti che i pensieri stanno rallentando... i
pensieri
> stanno rallentando... la mente si è calma-ta... la mente si è
> calmata..........
> ****************************************************************
>
>

Neuro

unread,
Aug 28, 2000, 3:00:00 AM8/28/00
to
"Sassandro" <sand...@libero.it> ci rese partecipi del suo pensiero
:

>Non ho mai capito perché i seguaci di Osho non vogliono ammettere
>l'esistenza della morte, non riescono neanche ad ammettere che OSHO stesso
>sia morto, io ci sono stato a Puna nell'Ashram del nostro grande Osho,
>spendendo tra l'altro piu' di mille e cinquecento dollari per i seminari,
>diciamo così, e per comprare i costosi libri di divulgazione, ma i devoti
>negano che il Maestro Osho sia morto, dicono che è passato *dall'altra
>parte* o *non è piu' tra noi...*
>Non capisco proprio... eppure i piu' grandi pensatori e filosofi concordano
>che la Morte è una liberazione, una svolta, da S. Francesco a Niezsche...
>pure Gesu' e Budda sono morti alla fine, perché non accettare la morte di un
>semplice Maestro di vita come Osho...? vorrei che qualcuno mi rispondesse.
>Tra l'altro questo costoso Maestro di Vita possedeva ben 12 ROLLS ROYCE,
>AVEVA LA CASA TEMPESTATA D'ORO E DI BRILLANTI...
>
>E vorrei anche che mi dicesse come mai bisogna essere vestiti completamente
>di bianco per visitare la casa del grande maestro Osho, con guardasaso un
>funzionalissimo negozio di articoli di abbigliamento proprio accanto
>all'entrata della casa...
>
>Alessandro - Roma

intelligenti osservazioni, ma sarebbe stato carino quotare...
Cmq io non ho letto tutto il libro quotato da Lucy e non dovrei
criticare, ma per me la morte esiste e come, è l'unica certezza...


Neuro- ICQ 72176425- www.cioaweb.net/neuro76

dei

unread,
Aug 29, 2000, 2:43:19 AM8/29/00
to
bella favola
"Sassandro" <sand...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:%6wq5.149732$dF5.2...@news.infostrada.it...

Neuro

unread,
Aug 29, 2000, 3:00:00 AM8/29/00
to
"dei" <d...@tin.it> ci rese partecipi del suo pensiero :

>bella favola
>"Sassandro" <sand...@libero.it> ha scritto nel messaggio
>news:%6wq5.149732$dF5.2...@news.infostrada.it...
>> Non ho mai capito perché i seguaci di Osho non vogliono ammettere
>> l'esistenza della morte, non riescono neanche ad ammettere che OSHO
>stesso
>> sia morto, io ci sono stato a Puna nell'Ashram del nostro grande Osho,
>> spendendo tra l'altro piu' di mille e cinquecento dollari per i seminari,
>> diciamo così, e per comprare i costosi libri di divulgazione, ma i devoti
>> negano che il Maestro Osho sia morto, dicono che è passato *dall'altra
>> parte* o *non è piu' tra noi...*
>> Non capisco proprio... eppure i piu' grandi pensatori e filosofi

[cut]

QUOTATE GENTE QUOTATE!!!


Neuro- ICQ 72176425- www.cioaweb.net/neuro76

Sassandro

unread,
Aug 29, 2000, 3:00:00 AM8/29/00
to
Mi sembravano talmente ovvie, scontate, le affermazioni del msg precedente
al mio, che per rispetto a chi non ha o non può avere un PC superpotente non
mi sembrava carino quotare,,, ci hai pensato tu... grazie.
Ale - Roma

Neuro <neu...@ciao.it> wrote in message
c66lqskbbrohg1q5a...@4ax.com...
> "Sassandro" <sand...@libero.it> ci rese partecipi del suo pensiero
> :

dei

unread,
Aug 30, 2000, 3:00:00 AM8/30/00
to
andrebbe bene anche hitler o stalin visto la bassezza l'ignoranza e la
stupidità dell'uomo moderno

"Tibetano" <e-mail:tibe...@lycosmail.com> ha scritto nel messaggio
news:qeG55.281020$VM3.2...@news.infostrada.it...


> "lucy mnt" ha scritto
> > [ by OSHO RAJNEESH ]

> > Si diventa liberi da ciò che si è conosciuto. [...]


> > I templi e le preghiere creati per paura della morte non sono rivolti a
Dio.

> > [...]
> > Qualcuno, ovviamente, ci prova. La gente crede nell'immortalità
dell'anima
> > per semplice paura della morte; non sa, ma crede. Tutte le mattine,


seduto
> > al tempio o nella moschea, c'è chi recita:

> > «Nessuno muore e l'anima è immortale». [...]


> > Ma certa gente venera anche i pazzi...

> >[...] vi fece scrivere: «Qui giace un uomo che ha
> > sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne
> > sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta dall'ombra


e
> > non corre, quindi non crea ombra alcuna».
> > Anche noi corriamo; forse ci chiediamo come possa un uomo scappare dalla
> > propria ombra, ma anche noi scappiamo dalle ombre. E ciò da cui
scappiamo

> > comincia a inseguirci: più velocemente corriamo e più velocemente ci
> > insegue, perché si tratta della nostra stessa ombra. [...]


>
> Osho dovrebbe essere studiato nelle scuole....
> forse formeremmo coscienze migliori....
>

> ¨ ~ t...@shi.delek ~ ¨


> ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸

> www.tibet.3000.it/
> www.consapevolezza.3000.it/

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