Regina caeli, sive tu Ceres alma frugum parens originalis, quae, repertu
laetata filiae, vetustatae glandis ferino remoto pabulo, miti commostrato
cibo nunc Eleusiniam glebam percolis; seu tu caelestis Venus, quae primis
rerum exordiis sexuum diversitatem generato Amore sociasti et aeterna subole
humano genere propagato nunc circumfluo Paphii sacrario coleris; seu Phoebi
soror, quae partu fetarum medelis lenientibus recreato populos tantos
educasti praeclarisque nunc veneraris delubris Ephesi; seu nocturnis
ululatibus horrenda Proserpina triformi facie larvales impetus comprimens
terraeque claustra cohibens lucos diversos inerrans vario cultu propitiaris;
ista luce feminea conlustrans cuncta moenia et udis ignibus nutriens laeta
semina et solis ambagibus dispensas incerta lumina; quoque nomine, quoque
ritu, quaqua facie te fas est invocare: tu meis iam nunc extremis aerumnis
subsiste, tu fortunam conlapsam adfirma, tu saevis exanclatis casibus pausam
pacem tribue.
Ho cercato di fare un lavoro abbastanza completo, per lo meno per quanto
riguarda l'analisi testuale. L'analisi logico-grammaticale non l'ho fatta:
le costruzioni più difficili sono degli ablativi assoluti, niente
subordinate strane nè costruzioni incomprensibili. Per le spiegazioni e per
alcuni pezzi rimando alle note. Per la traduzione è accettabile ma mi affido
a qualche buon traduttore che la metta a posto, soprattutto nelle parti che
ho evidentemente lasciato perdere (sono al massimo 3). Confesso che è stato
un lavorone ma bello. In bocca al lupo per l'esame! Ma per l'orale???
Ciao
TheBitterEnd
-------------------
TRADUZIONE:
(1) Regina del cielo, o piuttosto tu, o Cerere, alma creatrice prima delle
messi che, contenta d'aver ritrovato tua figlia nel lontano pascolo
selvaggio del frutto per la vecchiaia, coltivi ora con cura il suolo di
Eleusi, con linfe mature che si mostrano nel loro splendore; (2) ma anche
tu, o celeste Venere, che ai primordi del mondo hai unito la diversità di
sesso nel generato Cupido, e che ora sei onorata dai discendenti del genere
umano, che nel frattempo si è diffuso, nel santuario di Pafo a te sacro; (3)
e tu, o Diana, sorella di Apollo, che hai fatto crescere così tanti popoli
dopo aver rassicurato il parto delle pecore gravide con rimedi atti a
rendere il male più sopportabile, tu che sei ora venerata nei gloriosi
santuari di Efeso; (4) ma anche tu, o Proserpina, che per i notturni ululati
reprimi gli assalti di spettri dall'aspetto triforme e governi i luoghi
chiusi della terra vagando per differenti boschi sacri, sei propiziata da
vari culti. (5) O Regina del cielo, che illumini con questa luce di donna
ogni mura e nutri per mezzo di umidi raggi la felice discendenza e
distribuisci, con i giri del Sole, luce dubbia. (6) E' possibile invocare te
con ogni nome, ogni rito e ogni aspetto: soffermati proprio ora sulle mie
estreme fatiche, rafforza la rovina della sorte, concedi una pausa di pace
alle implacabili disfatte superate con una dura fatica.
-------------------
NOTE AL TESTO:
(1) Il pezzo fa innanzitutto parte del secondo capitolo dell'undicesimo
libro delle "Metamorfosi" di Apuleio. Tutto il pezzo è una sorta di inno o
ringraziamento conclusivo a quattro divinità del mondo romano, che l'autore
ha preso in considerazione per narrare delle vicende di Amore e Psiche, di
cui parla appunto l'intera opera. L'inizio parte con "regina caeli", e non
saprei dire se esso si riferisca solo alla prima delle quattro divinità
(Cerere) oppure a tutte e quattro, data la coordinazione per mezzo di "sive
tu Ceres alma... seu tu caelestis Venus... seu Phoebi soror... seu horrenda
Proserpina", come per dire che regine del cielo sono sia Cerere che Verere
che Diana che Proserpina. Il mio dubbio è però appunto su Proserpina che in
qualità di regina infernale dei morti (in quanto moglie di Ades) non può
essere una regina "del cielo". L'appellativo "regina caeli" lo riprenderò
comunque in seguito, alla fine della "lista" delle quattro divinità. La
prima di queste è Cerere, dea del raccolto e delle messi (cfr. "cereale"),
Madre Terra e sorella di Zeus, che ha insegnato agli uomini la coltivazione
dei campi, alla quale Psiche si rivolge, oltre che a Giunone, per
nascondersi dall'ira di Venere, madre di Amore, più comunemente conosciuto
come Cupido. Essa viene definita "alma" (cfr. il verbo "alo" = nutrire,
allevare, far crescere), poichè legata alla maternità, al nutrire, alla
fecondazione, alla semina ed alla crescita; è, in altre parole, una dea che
nutre e che dà la vita per mezzo dei frutti dei campi da lei creati ("alma
frugum parens originalis"), che sono fonte di lavoro e di nutrimento. La
figlia ritrovata da Cerere è Proserpina, rapita da Plutone per amore e
condotta negli Inferi. Cerere dopo aver cercato invano la figlia in ogni
dove per nove giorni e nove notti, venne a sapere che era stata rapita da
Plutone con il consenso di Zeus e di tutti gli dei. Ella decise allora di
ritirarsi sull'Olimpo e di abbandonare i campi. Zeus, non potendo accettare
che la fertilità dei campi cessasse e che venissero i tempi della carestia e
della morte, concesse a Cerere che la figlia potesse risalire a vederla per
un lungo periodo dell'anno. A questo fa riferimento il testo quando dice
"repertu laetata filiae, vetustatae glandis ferino remoto pabulo".
"Eleusiniam glebam" è probabilmente un'altro modo per dire "il terreno
presso eleusi", città dell'attica celebre per i misteri di Cerere, ma anche
"il campo di Cerere", ovvero ogni terreno, essendo "Eleusina Mater", in
Virgilio, la "Madre Cerere".
(2) Venere viene qui definita "caelestis", come per indicare una figura ed
una bellezza quasi intangibile ed eterna in quanto non facente parte del
mondo dei comuni mortali. "Paphii sacrario" si riferisce al santuario di
Pafo, città di Cipro, sede del culto di Venere.
(3) Adesso è il turno di Diana, dea della caccia. "Partu fetarum" l'ho
tradotto come "parto delle pecore gravide", che per analogia potrebbe
comprendere il parto di ogni animale, anche se non capisco per quale motivo
avrebbe dovuto rendere la fatica più sopportabile. L'autore, come prima ha
ricordato il santuario di Pafo sacro a Venere, ora ricorda quello di Efeso,
città della Ionia nell'Asia Minore, celebre per il famoso tempio dedicato a
Diana.
(4) Proserpina è l'ultima delle quattro divinità nominate da Apuleio, che
probabilmente sono state disposte a chiasmo: agli estremi madre e figlia
(Cerere e Proserpina) e al centro le due rivali (Venere e Diana). "Triformi
facie larvales" (=esseri/spettri dal triforme aspetto) si riferisce
probabilmente a Cerbero, il cane a tre teste custode degli Inferi, che
Proserpina riesce evidentemente a sopportare a malapena, dati i suoi
continui ululati notturni che le recano non poco disturbo. Anche qui viene
ripreso il motivo del "da chi o dove è venerata?": l'autore si limita a
dirci che Proserpina viene annoverata in vai culti. Si noti l'uso dei tre
verbi passivi "coleris" (2), "veneraris" (3) e "propitiaris" (4), per
indicare appunto il popolo o il luogo presso cui si venera la dea in
questione.
(5) "Moenia" è qui da intendersi nel senso di città, e probabilmente come
ogni città sacra a quella dea, come è Eleusi per Cerere, Pafo per Venere, o
Efeso per Diana. "Udis ignibus" (= umide fiamme) è un'antitesi, un
paradosso. "Solis ambagibus" è il giro che il sole compie dall'alba al
tramonto, per mezzo del quale distribuisce luce e vita.
(6) Questa è la parte conclusiva del ringraziamento, in cui l'autore tira le
fila del suo discorso. Dice che è possibile invocare la "regina caeli" in
tre modi e chiedendo altrettanti tre favori. "Quoque nomine" (=con qualunque
appellativo) riprende il fatto che il suo inno è diretto a quattro divinità
che con diversi nomi ne rappresentano uno solo; "quoque ritu" indica il
fatto che è possibile invocare la divinità nel modo che è richiesto da ogni
diversa usanza; "quaqua facie" riprende il motivo universale dell'approccio
con la divinità: tutti possono invocarla. Si noti la sottile variatio tra
"quoque" (nominativo: "quisque") e "quaqua" (nominativo: "quisquis"): il
significato rimane pressochè identico. Le tre richieste che l'autore fa si
rivelano
altrettanto interessanti. Con la prima egli la prega di soffermarsi e di
fare immediatamente attenzione ("iam nunc") al suo lungo e duro lavoro; con
la seconda le chiede di dare un ultimo colpo di grazia alla sorte, essendo
stata vinta questa dall'inaspettato amore tra Psiche e Cupido; con l'ultima
di concedere una pace duratura ai litigi e ai tormenti.
Si noti infine il parallelismo e il preciso schema su cui è costruito
l'intero brano:
a) Cerere viene definita "alma", Venere "caelestis", Diana "soror Phoebi" e
Proserpina "horrenda" (NB: non l'ho tradotto perchè non so come si
traduca!);
b) nell'inno alle quattro divinità si fa prima riferimento al semper o
all'ante (in quest'ultimo caso per mezzo dell'utilizzo di ablativi assoluti
con valore temporale, da tradursi quindi con "dopo che...") ovvero a quello
che sempre rappresenteranno e che hanno rappresentato, poi al nunc (v. la
ripetizione per ben tre volte: "nunc Eleusiniam... nunc circumfluo... nunc
veneraris..."), per indicare la loro importanza attuale. Non ricalca questo
schema la parte in cui si parla di Proserpina (4).
"TheBitterEnd" <the_bit...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:xtnxc.99044$Qc.38...@twister1.libero.it...
"TheBitterEnd" <the_bit...@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:xtnxc.99044$Qc.38...@twister1.libero.it...