Quella ragazza che amavamo
di ADRIANO SOFRI
ORMAI la diversità dei pensieri si era tramutata in una dannazione reciproca
una messa al bando, una insofferenza esasperata. E neanche ora, neanche in
hora mortis nostrae, si rimarginerà, temo. Ma, forse solo per un piccolo
risarcimento, forse perché è la cosa più importante, possiamo riconoscerci
tutti - quasi tutti - in un acquisto dapprincipio imprevedibile, e che non
era nei propositi. Abbiamo tutti - quasi tutti: non fa bene ignorare il
cinismo e la cattiveria vera - voluto molto bene alla ragazza Eluana.
Le abbiamo voluto sempre più bene, man mano che passavano gli anni e la
ferita si esacerbava mille volte di nuovo e noi intanto diventavamo grandi o
vecchi, nascevamo e ci ammalavamo e, qualcuno, morivamo: e quel viso di
ragazza continuava a guardarci illeso dal tempo e dalla sventura. Prima
della fotografia, i ritrattisti delle famiglie del nord d'Europa, di quelle
che potevano permetterselo, dipingevano una volta all'anno il gruppo di
famiglia, sicché sulle pareti domestiche scorrevano le generazioni, i
bambini diventavano adulti, gli adulti vecchi, matrimoni rinnovavano la
scena, nuovi nati facevano la loro comparsa.
In quelle gallerie di quadri ricordo, c'erano alcune figure di bambini o di
giovani che non cambiavano più aspetto, il tempo non le lavorava più, perché
erano morti giovani o bambini, e una rossa crocetta dipinta sopra la testa
avvertiva della loro perdita, ma non si aveva cuore di espellerli dal gruppo
Il signor Englaro, rifiutandosi, contro la propria presumibile convenienza,
di esporre le fattezze di Eluana se non fino al punto in cui l'ebbe perduta,
ha suscitato in tutti noi lo stesso risultato pieno d'affetto e di rimpianto
Abbiamo voluto bene a quella ragazza meravigliosa, al modo in cui i suoi
occhi continuavano a guardarci così da lontano, così da vicino, e l'abbiamo
rimpianta come una nostra compagna di viaggio insieme perduta e illesa.
Abbiamo voluto bene, ogni giorno di più, anche alla Eluana che non vedevamo,
che non abbiamo mai visto, nella quale la ragazza dagli occhi profondi si
continuava e si consumava, e abbiamo avuto pietà di lei e di noi. Quel padre
che, chiuso in un suo cerchio senza uscita, combinava e ricombinava senza
ostentazione e senza falso pudore le belle fotografie della sua creatura,
come per ricominciare ogni volta a far scorrere la vita della sua carissima
figlia prima che la promessa si spezzasse, ce l'ha fatta amare, senza
proporselo.
Senza proporsi altro se non di avere la legge dalla propria parte, e le
persone, perché una buona legge dev'essere dalla parte delle persone e del
loro dolore. L'ha conservata così, nella memoria di una comunità che l'aveva
adottata, benché si lacerasse sul suo destino.
Se c'è una sottile speranza che l'Italia non esca più amara e incattivita da
una vicenda oltraggiosamente accanita, è in questo amore condiviso. Il
signor Englaro non ha mirato a nessuna convenienza. Non ha fatto conti. Ha
fatto quello che sentiva come il suo dovere. Se fosse stato un uomo politico
- cioè un politico, oltre che l'uomo che è - si sarebbe sottratto alla
piccola trappola della gara col tempo, che metteva in scena nel rullo di
tamburi del precipitoso finale il copione degli uni che bruciavano le ore
per salvare una vita, degli altri che bruciavano i minuti per sacrificarla.
("Il sacrificio non sia vano": frase pronunciata ieri sera in Senato, non so
con quanta consapevolezza, bestemmia più enorme di tutte, che accusa di un
sacrificio umano, e pretende di riscattarlo, per giunta con una legge folle)
Si sarebbe esposto alle intemperie sulla cima di un campanile friulano per
protestare: dopotutto il capo del governo si era spinto, non so con quanta
consapevolezza, a dire che quella sua figlia perduta avrebbe potuto
partorire. Avrebbe fatto uno sciopero della fame e della sete, per replicare
a chi lo accusava di voler assassinare per fame e sete la sua creatura. Li
avreste visti volare, allora, i sondaggi, angeli custodi della superstizione
e della demagogia contemporanea.
Verrebbe voglia di dire che bisogna tutti sforzarsi di richiudere questa
ferita, ma non sarà così. Le ferite non si chiudono. Non si chiuse quella di
Moro. La disputa sul corpo di Eluana è per l'Italia del nuovo millennio una
tragedia senza catarsi, senza redenzione, come fu quella sul corpo di Moro
per la fine del secolo scorso. Ho guardato il minuto di raccoglimento al
Senato: sembrava piuttosto, per quei grami presenti, la concentrazione nell
angolo prima dell'ultimo round.
Certi uomini politici - cioè certi politici, prima degli uomini che
dimenticano di essere - fanno molti conti. Vedrete: anche ora che il corpo
di Eluana non è più perquisibile dai Nas, mostreranno di voler procedere per
la loro strada. Legislatori tutti d'un pezzo, pronti a decretare la mia, la
vostra, l'impossibilità di ciascuno di rifiutare per sé la nutrizione
artificiale, una volta che ci trovassimo privati senza ritorno della nostra
coscienza. Pazzia. Silvio Berlusconi ha voluto dire che lui, nella
condizione di Beppino Englaro, non potrebbe mai "staccare la spina". Sia
risparmiata la prova a lui e a noi. Tuttavia la prova è stata imposta a
tanti, e qualunque sia la loro scelta, compresa quella di non rassegnarsi
mai al commiato, dev'essere rispettata, amata e sostenuta. Ma provi
Berlusconi a immaginare un'altra eventualità: che tocchi a lui di uscire da
una rianimazione in una condizione vegetativa irreversibile. Vorrebbe o no
poter decidere, finché il senno e la fortuna siano dalla sua, come debba
chiudersi la sua esistenza, o preferisce lasciarne il peso ai suoi figli,
per giunta votando ad horas l'obbligo a nutrirlo artificialmente senza fine?
Questo era già il punto, ora lo è ancora più nitidamente. Mettete via i
cartelli opposti che intimano: "Giù le mani da Eluana".
Salutiamola, Eluana, con l'amore che si sapeva riservare alle ragazze perite
tenerelle, pria che l'erbe inaridisse il verno. Quanto a noi, scriviamo
ciascuno sul proprio cartello: "Giù le mani da me, per favore".
(10 febbraio 2009)