Esule e apicoltore, con il sogno di un ritorno
«Dobbiamo tutelare peculiarità, prodotti e sapori al di qua e al di là dei
confini»
Da Cherso al Carso. E in mezzo Trieste, città che sperimenta, porta dei
Balcani, punto di riferimento per il centro e l'est del vecchio continente e
tanto altro ancora. C'è chi, ancora prima del progetto di Euroregione
promosso da Riccardo Illy, ha culturalmente pensato a un'ipotesi
territoriale di questo tipo, a ripristinare relazioni, dialogo tra zone
contese, sofferte e sofferenti ma comunque vicine, parenti. Il Circolo
Istria, per esempio, lavora da anni per un progetto condiviso e
condivisibile a cavallo di confini duri, aspri, condizionati da esodi e
violenze, contrapposizioni e contraddizioni. A questi propositi hanno avuto
modo di aderire, in tempi diversi, Marino Vocci, Giorgio Depangher, Guido
Miglia, per citarne alcuni. Tra di essi pure Livio Dorigo, presidente in
carica del circolo, ma anche responsabile del Consorzio Apicoltori
triestini, delegato per il capoluogo del prestigioso «Cordons Bleus de
France», sognatore capace di praticità sostenibili nel recupero di identità
territoriali agricole.
Livio Dorigo è soprattutto un esule atipico, tornato a Trieste dopo una vita
dedicata alla zootecnia e alla veterinaria per tentare di riannodare antichi
fili con la sua terra d'origine, l'Istria. «Nel mio lungo esilio in diverse
città italiane - spiega il settantacinquenne medico - ho capito
profondamente di desiderare il ritorno nella mia Istria. Al di la del
dolore, delle sofferenze e delle incomprensioni, ho cercato dal 1986 a oggi
di recuperare un rapporto con gli istriani, italiani, sloveni e croati che
siano. Il nostro Circolo ha lavorato e continua a lavorare per portare
l'Italia in Istria e l'Istria in Italia. Non ho mai nascosto le difficoltà
di rapporto tra chi ha lavorato in situazioni e blocchi diversi. Quel che
posso dire è che la componente italiana è e sarà sempre essenziale per la
cultura istriana. E gli esuli devono riuscire a superare odii e traversie,
depurare i loro ricordi dai forti rancori accumulati. Ricordare è
necessario, ma recuperare un equilibrio al di la dell'emotività non è solo
possibile ma necessario. Lontano da coloro che ancora continuano a soffiare
sul fuoco per alimentare rancori che possono uccidere definitivamente il
ruolo di Trieste nella nuova Europa».
Livio Dorigo aveva 13 anni quando Pola, la sua città, si trovò immersa nel
caos più totale all'alba dell'8 settembre del 1943. «Nella mia adolescenza -
ricorda - potevo percepire l'angoscia dello sbandamento provato dalle molte
truppe di stanza in città. E sono stato poi lucido testimone dell'annessione
tedesca, della liberazione/occupazione delle truppe jugoslave, dei morti di
Vergarolla del 1946 dopo i quali Pola non fu più la stessa». Uno degli avi
di Dorigo, nativo del Friuli, arrivò a Pola per fondare la «Fratellanza
Umanitaria», di ispirazione mazziniano-garibaldina. «Potete capire il dolore
di lasciare una città che rappresentava tutto per la mia famiglia. Del dopo,
ricordo di essermi sentito diverso e fragile in Sacile. Le cose andarono
meglio a Roma, talmente grande da aiutarmi a rimuovere, come tanti, il
dramma dell'esilio».
Negli anni successivi Dorigo, grazie a una borsa di studio, si laurea a
Perugia in medicina veterinaria, inserendosi come assistente volontario
nella Facoltà di Veterinaria, cattedra di ispezione alimenti e
approvvigionamenti annonari. Questa specializzazione caratterizzerà i suoi
successivi incarichi: per due anni a Roma nel Ministero della Sanità, a
vigilare sui percorsi delle derrate alimentari nella nazione. E poi a
Trieste, nel 1962, in qualità di veterinario di confine a Prosecco. E
successivamente a Cremona, nel ruolo di veterinario provinciale in una delle
capitali del bestiame italiano, a maturare una grande esperienza sulle
malattie degli animali, sugli abusi di estrogeni e antibiotici a fini
alimentari. «Tra mucche e ovini - puntualizza - ho ricominciato a ripensare
all'Istria. Sono stato aiutato in questo dall'opera di Fulvio Tomizza, che
ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare. Dalle sue pagine ho
recuperato la visione colorata dei miei luoghi».
A Varese, qualche anno dopo, Dorigo lavora ancora nel settore zootecnico,
dirige la locale Comunità Montana, diventa responsabile dell'Usl locale.
«Nel 1986 ho tirato i remi in barca. Ho scelto di tornare a Trieste,
pensionato, perché da qui è più facile avvertire il profumo dell'Istria. E
poi c'era dell'altro lavoro da fare. Tanto. Io non ho mai chiuso le porte,
non ho mai condiviso quelle posizioni di totale chiusura verso le nostre
vecchie terre. Con il Circolo Istria, assieme a altri amici, si è cercato di
recuperare rapporti con la nostra terra d'origine, con le comunità italiane
che li operano. Un lavoro difficile ma non impossibile».
In questi ultimi anni il Circolo Istria ha tentato, spesso con successo, di
ripristinare un dialogo interrotto. Attraverso lo scambio culturale e
tecnico sul versante agricolo e zootecnico, circolo, apicoltori, allevatori
hanno creato un ponte tra Trieste, capitale morale dell'esodo, e le terre
giuliane d'oltre confine. Forte delle esperienze maturate in campo
zootecnico, Livio Dorigo non perde d'occhio le peculiarità che esistono,
ininterrotte, da Cherso al Carso. E organizza convegni, seminari, incontri e
approfondimenti per lo studio e la tutela delle biodiversità esistenti: ci
sono api, pecore, capre, bovini istriane che nel corso dei secoli si sono
specializzati a resistere alla bora e a sopravvivere sull'arido Carso.
«Parliamo di recupero di risorse genetiche autoctone, strutture produttive
che da millenni si sono adattate ai nostri climi. Questo ci permette di
disporre di prodotti alimentari di altissima qualità: olii, vini, carni, ma
anche formaggi e latte. L'obiettivo è di tutelare queste peculiarità al di
qua e al di la di confini, che solo ostacolano un ambiente che è uno solo.
Trieste, diciamolo, può davvero essere il capoluogo da Cherso al Carso.
L'importante è non perdere l'ultimo treno a causa delle beghe politiche. C'è
già qualcuno che si sta muovendo velocemente per soffiarci questo ruolo.
Attenzione dunque a non dormire troppo...»
Gli apicoltori triestini dunque dialogano da anni con quelli della regione e
del resto d'Italia, ma anche con quelli di Buie e di Grisignana, e del
Carso, ovviamente. C'è scambio di esperienze, informazioni, tecnologie, e la
comune volontà - già impostata - di chiedere un marchio di Denominazione di
Origine Protetta per tutti i mieli prodotti a cavallo dei confini. La
prestigiosa «Commanderie des Cordons Bleus de France», depositaria dell'alta
cucina, ha già allacciato un rapporto con il Circolo Istria. Mieli, vini,
formaggi e carni «da Cherso al Carso» potranno a breve diventare materie
prime per le loro preziose ricette. C'è ancora un aspetto da non trascurare:
qualità del prodotto vuol dire anche tutela e salvaguardia della salubrità
del territori e dell'ambiente. «In questo - afferma Dorigo - l'agricoltura e
la zootecnia delle nostre terre rispondono a quelle direttive comunitarie
che prevedono nel settore primario un elemento fondamentale per la
conservazione e la valorizzazione di un territorio, anche in senso
paesaggistico».
L'amore per l'apicoltura, le conoscenze zootecniche di Dorigo e del
Consorzio sono anche momento di divulgazione didattica. Più di 6 mila alunni
di diverse scuole triestine e regionali infatti hanno partecipato a delle
lezioni di educazione ambientale tenute dai tecnici del consorzio.
Maurizio Lozei