RAPPORTI CULTURALI E RELIGIOSI BERGAMO - DALMAZIA
Bergamo - Sede dell'Ateneo - 25 marzo 1987
5 ° parte
Ponziano Loverini, il noto gandinese direttore dell'Accademia "Carrara"
della nostra città dal 1899 al 1926, nel 1884 dipinge un bozzetto per un
quadro storico mai realizzato, bozzetto che sia il Pinetti nel 1930,(87) sia
recentemente (1983) il Monteverdi,(88) nelle loro biografie dell'artista,
riproducono con il titolo "il seppellimento della bandiera di S. Marco a
Zara". Anzi il Monteverdi chiarisce che il bozzetto "(...) si rifa a un
curioso episodio (...)". È storia: dopo la caduta di Venezia, ogni cittadina
dalmata depone, ripiegato, il gonfalone di S. Marco sull'altare della
propria chiesa. Siccome il bozzetto del Loverini si rifa al seppellimento,
l'episodio si riferisce non a Zara, come affermano il Pinetti ed il
Monteverdi, ma a Perasto, cittadina situata alle Bocche di Cattaro.(89)
I fatti sono andati così. Il 22 agosto 1797 il comandante della fortezza di
Perasto, Giuseppe Viscovich, "(...) prima di cedere le armi al generale
austriaco, seppellisce il gonfalone di S. Marco sotto l'altare maggiore
della chiesa"(90)e, richiamatosi al motto ti co nu, nu co ti - tu, S. Marco,
con noi, noi con te - pronuncia un breve discorso. Un testimone oculare, in
una pubblicazione di 25 anni dopo, ne riporta il testo in italiano,(91)
mentre danno una visione dialettale veneta altri autori, tra i quali Cesare
Cantù.(91) Il finale di questo discorso merita di essere qui ripetuto, e
nel dialetto veneto perché più efficace, anche per dimostrare che
l'aggettivo curioso usato dal Monteverdi non è proprio adatto.(92)
In sti nostri ultimi sentimenti, coi quali sigilemo la nostra gloriosa
corsa soto al Serenissimo Governo Veneto rivolgemose verso sta insegna che
lo rappresenta e su ela sfoghemo el nostro dolor. Per 377 ani la nostra fede
, el nostro valor l'à sempre custodìa per tera e per mar...per 377 ani le
nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre per ti,
o San Marco! e se i tempi presenti infelicissimi per imprevidenza, per
dissension, per arbitrii illegali, per vizi offendenti la natura e el gius
delle genti, non avesse ti tolto dall'Italia, per ti in perpetuo sarave stae
le nostre sostanze, el sangue, la vita nostra; e piutosto che vederle vinto
e disonora dai toi, el coragio nostro, la nostra fede se aver ave sepelìo
soto de ti. Ma za che altro no ne resta da far per ti, el nostro cor sia l'onorarissima
to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagrime. Per 377
ani TI CO NU, NU CO TI.
L'estate scorsa, don Romano Gerichievich, parroco di Lagosta all'epoca
della mia permanenza sull'isola,(93) mi ha informato di aver saputo, in
occasione di una sua visita a Perasto, che il gonfalone di S. Marco è stato
tolto da sotto l'altare per essere collocato in un museo.
Questa comunicazione è partita da un artista bergamasco vissuto in Dalmazia
e termina con un artista dalmata vissuto in bergamasca: Gandino mi da ancora
lo spunto con la balaustra in bronzo dell'altare maggiore della sua
basilica. L'ing. Elia Fornonì nel Gandino e la sua basilica pubblicato nel
1914, scrive: "(...) Il miglior dono pervenuto all'antica chiesa(94) è
quello ch'ebbe dai fratelli Andrea, Silvestro e Nicola Giovanelli. È una
stupenda balaustrata in bronzo di Corinto(95) con ricche colonnette e
bassorilievi preziosissimi, quale vedasi ancora oggi all'ingresso del
presbiterio. È un dono veramente principesco. Porta su di una cartella la
scritta: FRANCISCUS LAGUSTINUS EPIDAU-RIUS FACIEBAT A PARTU VIRGINIS 1590
(...)". In nota lo stesso Fornoni aggiunge: «Di questo Francesco Lagustino
trovo notizia nelle parti del Consiglio Comunale sotto la data 10 novembre
1591 nelle quali è detto veneziano, fonditore di campane, e gli si affida la
rifusione della campana detta del richiamo.(96) Credo questa la sola
notizia di questo esimio artista. La commissione al Lagustino fu votata il
18 novembre 1590".
Altri scrivono della balaustrata, ma o sommariamente o rifacendosi alle
notizie del Fornoni.
L'autore di questa stupenda opera d'arte è, quindi, un Francesco Lagustinus
Epidaurius . Epidauro, all'epoca, corrispondeva, come abbiamo visto in
precedenza, a Ragusa; quindi il "nostro" era un epidauriense ma anche
lagostino, cioè dell'isola di Làgosta, compresa nella Libera repubblica di
Ragusa?(97)
Nella primavera dal 1943 quando approdo a Làgosta, gli abitanti dell'isola
sono circa 1500 e sono chiamati lagostani. Però molte piccolissime isole,
disabitate, che fanno corona all'isola, sono chiamate scogli lagostini(98)
Faccio conoscenza anche con un sacerdote, nativo, di Lagosta, con un cognome
della bassa bergamasca: Sangaletti." Don Marino Sangaletti, ancora oggi,
non mi sa dare notizie dell'origine del suo cognome - uno dei pochissimi
cognomi "italiani" fra la quasi totalità con finale eh -, però le sue
ricerche portano a queste conclusioni documentate. Nei primi decenni del
1600 un incendio distrugge l'archivio parrocchiale, il parroco dell'epoca
inizia la nuova anagrafe parrocchiale che riporta la nascita, il giorno di
Natale del 1669, di un Marino Sangaletti, il primo dei successivi numerosi
Sangaletti. Discendenti, forse da uno dei bergamaschi lapicidi venuti a
Sebenico nel '500?(100)
Per capire la "cultura" che rivela il lagustino di Gandino, di grande
interesse è la lettura del Libro degli Ordinamenti e delle Usanze della
Universitade et dello Comun della Isola de Lagusta, dato alle stampe nel
1901 a Zagabria.(101)
Torniamo al Francesco Lagostino di Gandino.
Una pubblicazione su Làgosta in lingua croata edita a Spalato nel 1958, è un
compendio anche della storia dell'isola. È scritto: "(...) Francesco Antizza
(...) era nella seconda metà del XVI secolo famoso come fonditore di
cannoni, di campane e di opere d'arte a Ragusa e in Italia, dove si firmava
Francesco Lagostino, Franciscus Lagustinus Epidaurius, orgogliosamente
proclamava le sue origini. Suo figlio Gaudenzio che praticava la stessa
arte, è arrivato sino in Polonia".(102) Quindi sappiamo che l'autore sia
della balaustrata della basilica sia della campana del richiamo è della
famiglia Antizza, cognome tuttora esistente a Làgosta.
L'esame dei registri di battesimo, matrimonio e morte conservati
nell'ordinarissimo archivio parrocchiale di Gandino, ha dato modo al
diligente conservatore don Francesco Ghilardi(103) ed a me di accertare: 18
maggio 1596 è battezzato Giovanni Antonio figlio di Francesco L'augustino di
Ragusa abitante a Gandino, e di Giulia - all'epoca gli atti di battesimo
indicano la madre con il solo nome -, avendo come padrino Davide
Giovanelli. Il 5 maggio 1600 nasce Gaudenzio da messer Francesco L'augustin
e da madonna Giulia, avendo come padrino un altro Giovanelli. Il 22 ottobre
1602 nasce una femmina, Gloritia, che nell'ottobre dell'anno dopo morirà.
Altra figlia, Gloritia Angelica, da Francesco Augustini, nasce il 28
settembre 1605 avendo come padrino Giorgio Giovanelli. Non abbiamo trovato
l'atto di matrimonio del Lagostino. Come si vede: non compare mai il cognome
suo Antizza; il primo figlio nasce quando il "nostro" ha già fuso la
balaustrata da sei anni (è del 1590) e la campana del richiamo da cinque
anni (è del 1591). E di quattro figli, tre hanno come padrino un Giovanelli.
Ma la documentazione raccolta da don Francesco Ghilardi è più dettagliata:
al Lagostino "(...) anzitutto viene affidata la fusione della campana
maggiore, poi due altre, più una campanella nel 1589 (...) nel 1595 fonde
una campana per il vicario Francesco Turianus; ancora nel 1597 per una
lampada e per altri lavori minori". La campana fusa per il Turianus, è
conservata nel locale museo ed è "firmata" Franciscus Lacustinus.(104)
E del figlio Gaudenzio che continua l'opera del padre anche in Polonia, come
afferma la pubblicazione del 1958 che ho richiamato? È il Gaudenzio nato nel
1600 a Gandino dove la famiglia risiede ancora nel 1605 (nascita della
figlia Gloritia Angelica): è stimolo appetitoso per chi vuoi seguire la
vita artistica sia del Francesco, sia del figlio Gaudenzio, gandinese per
nascita.
È opportuno chiudere richiamando ancora Niccolo Tommaseo, precisamente ciò
che egli scriveva in un opuscolo del 1861: "(...) Non è irriverenza verso al
presente la riconoscenza al passato. I veneti comportavano che la piccola e
povera provincia di Dalmazia chiamasse a sé col nome di nazione, e così la
chiamavano anch'essi; e la nazione senz'altro, significava Dalmazia".(105)
L'opuscolo del Tommaseo, l'anno scorso, è stato così annotato: "Con
l'istituzione della Repubblica popolare federativa di Jugoslavia, (...) la
Dalmazia non rappresenta alcuna circoscrizione politica o amministrativa a
sé stante, ed il suo nome è cancellato dalla toponomastica ufficiale; esso
tuttavia sopravvive nell'uso degli abitanti, e - per la sua notorietà
internazionale - viene ancora impiegato nella propaganda turistica."(106)
II tempo prestabilito per questa comunicazione, non mi consente di trattare
anche degli stemmi di famiglie dalmate di origine bergamasca: sarà una
AGGIUNTA.
Ho consultato lo stemmario (segnalatomi dal figlio di Gioacchino Perasti,
bergamasco per residenza ultratrentennale), conservato nella Biblioteca
Marciana di Venezia, pubblicato nel 1873 a Nurnberg e riguardante Der Adel
des Konigreich Dalmatien (la nobiltà del regno di Dalmazia): dettagliato ed
illustrato da 76 tavole per complessivi 912 stemmi.
Ho ritenuto opportuno confrontare ogni stemma con quello dello stesso
cognome disegnato ed acquarellato da Cesare De' Gherardi Camozzi Vertova nel
suo Stemmi delle famiglie bergamasche e oriunde della provincia di Bergamo
o ad essaper diverse ragioni attinenti (1888), conservato nella Biblioteca
Civica "A. Mai" di Bergamo.
Delle notizie e degli stemmi della pubblicazione conservata nella Marciana
riporto la traduzione in italiano. (107)
Per la descrizione degli stemmi ho utilizzato i due manuali Hoepli:
Grammatica Araldica di Fedele Tribolati, 1904 (stampa anastatica 1983) e
Dizionario Araldico di Piero Guelfi Camaiani, (ristampa anastatica 1982).
Der adel des Konigreich Dalmatien
ADDOBBATI (pag. 2):
È famiglia appartenente alla cittadinanza di Zara, che proviene da Bergamo,
in Italia. Pietro Addobbati, figlio di Alessandro da Bergamo, morto il 6
maggio 1495, è progenitore della linea dalmata. Stemma (tavola n. 57): campo
azzurro, torre d'argento con cinque merli ghibellini, sole d'oro, tre gigli
araldici d'argento.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova ADOBATI o ENADOBATI o
SERADOBATI (n. 123): quattro parti uguali, bianco e rosso, al centro
stella a sei punte d'oro, sopra giglio araldico nero.
BAIAMONTI (pag. 26)
Un Baiamonti proviene da Bergamo, la famiglia è ora stabilita a Spalato,
della stessa è l'avv. Antonio Baiamonti, dal 1868 podestà di Spalato e
membro del Parlamento di Vienna. Però non si serve di predicato nobile.
Stemma (tavola n. 17): campo azzurro con levriere braccante di argento su
monte verde a tre cime
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
non risulta
de BENVENUTI (pag. 4):
Questa famiglia proviene da Disenzano (Comune di Albino Distretto di
Bergamo) in Lombardia. Primo è Andrea, figlio di un Benvenuto Nigroni de
Disenzano, autenticamente documentato nell'anno 1226, nel 1252 un Gherardo
è de Albino. La famiglia inizia con Marino de Benvenuti di Albino nell'anno
1550. Un suo discendente di nome Bonaventura de Benedetti (figlio di Angelo
Nobile di Bergamo) il 20 luglio 1786 è accolto nella nobiltà di Zara, lo
stesso è venuto da Bergamo in Dalmazia (...). (pag. 97):
La linea della discendenza della famiglia è la seguente: Marino de Benvenuti
da Albino vicino a Bergamo in Lombardia (1550); Giovanni Battista (1578);
Angelo (1599), Nobile e Conte della città di Ancona, sposato con Deonora
contessa Mazzoleni chiamata Camerata da Ancona (...); Angelo (1629)
cittadino di Bergamo (...); Angelo nobile di Bergamo, sposalo con Maria
Lotti di Venezia; Bonaventura, nobile di Bergamo (..).
Stemmi (tavola 1): due parti orizzontali: superiore azzurro con torso di
cavallo rampante d'argento; inferiore a sbarre, cinque rosse e quattro
d'argento;
(tavola 19): due parti orizzontali: superiore rosso, due rose araldiche
d'argento con gambo e due foglie verdi; inferiore argento reticolato.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
BENVENUTI (nn. 252, 3150):
due parti orizzontali: superiore azzurro con torso di cavallo rampante
d'argento, inferiore a sette bande quattro rosse e tre d'oro.
BONICELLI (pag. 99)
Giovanni Bonicelli (Bonicellus) da Bergamo, nell'anno 1686 studia diritto a
Padova e lasciò appendere il suo stemma in quell'aula. Un simile stemma
vedi per Franchinboni (...) Stemma (tavola 58): tre parti orizzontali:
superiore, crampo argento con due rami verdi intrecciati che partono dalla
linea di separazione; centrale, campo azzurro con due leoni rampanti d'oro;
inferiore, tre bande argento e tre rosse.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
BONICELLI ( n. 338): due parti orizzontali: superiore, campo d'argento con
pianta a due rami intrecciati e due leoni rampanti rossi; inferiore, cinque
sbarre nere e quattro rosse.
CALVI (pag. 32)
Non sono indicate le origini. Stemma (tavole 22-23): tre parti orizzontali:
superiore, campo oro, aquila nera; centrale, campo azzurro busto di uomo
d'argento; inferiore, tre sbarre d'argento, tre rosse.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
CALVI
due parti orizzontali: superiore campo oro con aquila nera (nn.
505-506-507); inferiore campo rosso con busto di uomo d'argento (n. 505),
campo azzurro con busto di uomo rosso (n. 506), campo marrone con busto di
uomo nero (507). N. 3721: tre parti orizzontali: superiore campo oro e
aquila nera; centrale campo azzurro e busto di uomo d'argento e due stelle
d'oro; inferiore, quattro sbarre rosse e quattro bianche.
CARSANA (pag. 33) Vecchia famiglia, dalla quale proviene un arcivescovo di
Zara, appartenente alla Cittadinanza di costì.
Stemma (tavola 23): due parti verticali: in una quattro bande rosse e
quattro azzurre; nell'altra campo azzurro sei stelle a sei punte d'oro; la
parola CARSANA.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
CARSANA (n. 2239) Arcivescovo di Zara due parti verticali: una campo azzurro
quattro sbarre ognuna a piccole sbarre oro rosso oro; l'altra divisa in tre
parti orizzontali, superiore, campo azzurro con tre rombi d'oro,
centrale, azzurro bordato longitudinalmente d'oro, inferiore come il
superiore.
CASTELLI (pag. 33) Vecchia famiglia proveniente da Bergamo; fin dal 1683 si
dedicò ad un importante commercio di seta. Una discendenza fu accolta dalla
Nobiltà Veneta nell'anno 1687 (...). La discendenza venuta in Dalmazia
fiorisce tuttora (1868) a Zara.
Stemma (tavola 23): campo azzurro, castello d'argento a tre torri che
poggia su campagna verde.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
CASTELLI (n. 2280) Nobile Veneto originario di Bergamo.
quattro parti che si ripetono incrociate :due campo oro aquila-nera; due
campo azzurro torre d'argento a tre merli.
COLNAGO (pag. 36) Vecchia famiglia proveniente da Bergamo, nel 1649 si
stabilì a Traù dove, nel 1753, con Giovanni Luca Colnago, si spense. Stemma
(pag. 25): campo rosso, monte a tre cime d'argento che sostiene un albero
fronzuto verde.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
COLNAGO manca
FONDRA (pag. 43) Il casato di questa linea maschile che si è spenta, è il
seguente: Giovanni Giacomo; costruttore di una solida torre, di nome
"Fon-dra" dal fiume Brembo nel veneziano. Egli ebbe due figli che diedero
origine a diverse linee (...) La veneziana-dalmatica discendente da
Ambrogio: egli venne a Venezia all'inizio del XVI secolo
CITTADINI DI FONDRA: non interessano.
Stemma (tavola 6): quattro parti, una campo azzurro con elefante d'oro che
sorregge una torre d'argento, l'altra campo rosso con croce di Malta
d'argento; inferiori, una a quattro sbarre azzurre e tre rosse, una campo
rosso con tre dadi d'argento.
Stemma (tavola 30): due patti orizzontali, superiore campo d'argento con due
rami di albero intrecciati verdi, inferiore campo rosso con due leoni
rampanti albero e campagna verdi.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
FONDRA manca
n. 657 CITTADINI DI FONDRA E BORDOGNA, e n. 881
LECINI (pag. 53) La vecchia famiglia proviene da Bergamo, un ramo della
quale si stabilì a Zara, dove però è da tempo estinta, come testimonia una
pietra sepolcrale (...). Stemma (tavola 35): campo azzurro con leone
rampante d'argento, ascia d'argento negli artigli della zampa anteriore
destra, giglio araldico d'argento in quelli anteriori sinistri, stelle a
otto punte d'oro.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
LICINI o LIZZINI (n. 2486): campo azzurro con cane d'argento, nella zampa
destra regge giglio araldico d'oro.
MEZZA ROTTA (pag. 61) Lodovico Mezza Rotta fu vescovo di Traù dall'anno
1435 al 1437. Poiché lo stemma è quasi simile a quello dei Nobili Rota di
Venezia, poteva forse sussistere una sicura relazione tra le due famiglie?
I Rota veneziani provengono da Molino, dove dapprima sono venuti da Bergamo
e poi da Venezia (...). Stemma (tavola 40) due parti orizzontali: superiore
campo rosso con mezza ruota d'argento e quattro raggi; inferiore campo
d'argento con monte a tre cime verde. t
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
MEZZA ROTTA manca
DE MILESI (pag. 15) Vecchia famiglia della città di Spalato (...).
Stemma (tavola 10): due parti verticali, una campo azzurro albero e
biscione verde due leoni rampanti d'argento campagna verde; l'altra campo
d'argento cuore rosso con croce verde.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
MILESI
sono numerosi tutti divisi in due parti orizzontali: superiore campo a
diversi colori albero o rami di albero intrecciati verdi due leoni rampanti;
inferiore sempre a sbarre in numero e colori diversi.
PETRICIOLI (pag. 18) Una nobile famiglia proveniente da Bergamo da un certo
Valentino Petricioli, sposato a Isabetta Plorino, e il primo noto in
Dalmazia
Stemma (tavola 12): due parti orizzontali, superiore campo azzurro con tre
gigli araldici d'oro; inferiore campo azzurro con stella a otto punte d'oro.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
PETRICIOLI manca
DE PONTE (pag. 16) Vecchia famiglia proveniente da Bergamo, della quale il
primo noto è Marco Ponte (...). Stemma (tavola 12): due parti verticali;
una campo rosso con metà aquila nera con corona e artigli d'argento; l'altra
in due parti orizzontali, superiore azzurro; inferiore campo azzurro
separato da fascia d'oro, con albero verde a due rami intrecciati.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
PONTE o DA PONTE Diversi simili a quello della famiglia dalmata
n. 3317: nobili di Zara originari di Bergamo o Ponte Lemine -dallo stemma
della famiglia aggregata il 6 gennaio 1693 alla Nobiltà Dalmata-
riconoscimento 4 marzo 1761: due parti verticali, una campo rosso metà
aquila nera con corona e artigli d'argento; un campo azzurro con albero
verde tagliata a metà orizzon-talmente da fascia d'oro.
ROTTA (pag. 76) non indicata origine - ved. MEZZA ROTTA. Stemma (tavola
46): campo azzurro, ruota d'oro a sei raggi, tre stelle d'oro, monte a tre
cime d'argento.
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
ROTTA o ROTA Fra i numerosi, n. 2282; nobili veneti originari di Bergamo:
due parti orizzontali, superiore campo rosso con ruota d'argento a quattro
raggi; inferiore campo d'argento monte a tre cime verdi
DE ZANCHI
(pag. 24): Una vecchia nobile famiglia proveniente da Bergamo in Lombardia,
per cento anni stabilitasi in Verona, venne accettata dal nobile Concilio
nel 1526. In bergamasca possedeva beni e castelli, ai quali era unito il
titolo di Conte, che anche la Repubblica ve-neta rispettò. Fra gli antenati
si trovano Vescovi, Canonici e Cavalieri di Gerusalemme, inoltre Alessandro
de Zanchi fu il primo Governatore del castello di Verona (...), Il casato
dei Nobili de Zanchi, in Dalmazia inizia con Francesco (nato il 30 marzo
1642 in Alzano di Bergamo, morto nel 1708) (...). Lo stesso nel 1674 venne a
Zara in qualità di commerciante (..).
(pag. 90): nell'archivio della Nobiltà in Vienna (...) Antonio Zanchi di
nobile famiglia proveniente da Bergamo, dal 1515 negli stati imperiali
stabilendosi a Fiume (...) Antonio (...) conferito Predicato "catto",
deriva da un castello nel bergamasco (...) lo stesso il 13 febbraio 1647
ottenne dall'amministrazione comunale di Bergamo un'attestazione della sua
nobiltà (...)
Stemmi (tavole 15 e 54): numerosi, però in tutti castello con torretta
d'argento e due mezzelune d'oro
Stemmario De' Gherardi Camozzi Vertova
ZANCHI
n. 2045: conti
campo azzurro con castello e
con torretta d'argento,due
mezze lune d'oro che guardano
la torretta
Note :
(87) Angelo Pinetti, Ponziano Loverini. Bergamo/1930 l.I.A.G. pag. 40:
"(...) il seppellimento della bandiera di S. Marco a Zara. Nel coro del
Duomo di Zara, dietro l'altare maggiore, in una tomba sotto la divina mensa
che vedesi scoperchiata, il 17 luglio 1797 (...) il podestà della terra tra
pianti e preghiere del popolo seppellisce la bandiera veneta in attesa di
giorni migliori. Modello di quadro storico non eseguito (Anno 1884)". A pag.
41 è riprodotto il bozzetto.
(88) Mario Monteverdi, Ponziano Loverini. Edizioni il
Conventino/Bergamo/1983, pag. 58. Nella stessa pagina è riprodotto il
bozzetto.
(89) Giuseppe Praga, Storia di Dalmazia ibid. (48). Pag. 218: "(...) piccola
Perasto, la gonfaloniera del vessillo di battaglia".
(90) Luigi Federzoni, La Dalmazia che aspetta. N. Zanichelli, Bologna, 1915
(91) LA RIVISTA DALMATICA gennaio-marzo 1985, n. 1. Nota a pag. 46 di
Tullio Chiaroni: "(...) mons. Vincenzo conte Ballovich (nella sua opera
"Notizie intorno alla miracolosa immagine di Maria Vergine S.ma detta dello
Scarpello ed al celebre suo santuario -Venezia, II ed. 1823), il quale
riporta il testo del famoso discorso pronunziato il 22 agosto 1797 dal
capitano di Perasto, conte Giuseppe Viscovich, in lingua italiana. Ne danno
invece una versiole dialettale veneta Cesare Cantù, Girolamo Dandolo,
Samuele Romanin".
(92) LA LETTURA - rivista mensile del Corriere della Sera - n. 6 giugno
1941: Dalmazia nostra, pag. 517.
ZARA ibid. (49) - giugno 1986 n. 6.
(93) Don Romano Gerichievich è nato a Curzola il 13 gennaio 1913; ordinato
sacerdote a Zara nel 1936, nel 1940 è nominato parroco di Làgosta, dove il
25 gennaio 1944, è arrestato dai titini. Il giorno dopo è condannato a
morte, pena commutata in dieci anni di carcere e lavori forzati. È liberato
l'8 ottobre 1949 per scambio di detenuti "politici" Italia/Jugoslavia in
seguito al trattato di pace. Dopo nove anni di ministero nella Diocesi ii
Venezia, entra nella Congregazione Religiosa dei Salesiani nel 1958.
Attualmente insegna a l'Istituto Salesiano "Tusini" di Bardolino (Verona).
(94) Prof. D.G. Zambetti. La Valgandino illustrata - Soc. Tipo-litogr.
bergamasca, BG, 1906. La "antica chiesa" è la precedente all'attuale.
Quest'ultima è stata costruita nel XVII secolo.
(95) ENCICLOPEDIA UNIVERSALE CURCIO ibid. ( ) vol. 2° voce: "(Corinto
per la avorazione delle statue e dei vasi".
(96) Don Francesco Ghilardi (Cornale 1909), a Gandino da giugno 1933 "era
collocata sul campanile e veniva suonata soltanto per convocare i gandinesi
a pubblico arengo; successivamente era suonata come segno cinque minuti
prima che il clero uscisse dalla sacristia per le funzioni".
(97) RASSEGNA MARCHIGIANA, 1930. B. Molasoli, L'arte in Dalmazia - Làgosta.
Il doge Pietro Orseolo II verso il mille sottomette Làgosta a Venezia. È
tradizione che il doge abbia imposto la ricostruzione dell'abitato,
distrutto dai veneziani, in luogo dal quale non si potesse vedere il mare.
Il vecchio abitato, difatti, è costruito nella parte bassa di una conca
dalla quale non si vede il mare. Làgosta nel 1216 si sottomete alla
repubblica di Ragusa.
(98) LA RIVISTA DALMATICA - gennaio-giugno 1981 n°1-2 - pag. 5, nota 9 di
Oddo-ne Talpo: "II Comune di Làgosta, che comprendeva l'isola omonima, gli
adiacenti isolotti di Cazza, Cazziòl e gli Scogli Lagostini, aveva una
superficie di 55 Kmq, con 1558 abitanti. L'isola si trova nella parte
meridionale dell'Adriatico centrale, a 135 Km. a sud di Zara ed a 105 Km.
dalla Testa del Gargano. È separata dalla vicina isola di Curzola dal Canale
di Làgosta largo 12 Km.". Per un confronto: la superficie del Comune di
Bergamo è di Kmq. 38,76.
LA RIVISTA DALMATICA - ottobre-dicembre 1982 n. 4. Teresa Capello e Carlo
Tagliarini, Dizionario degli etnia e dei toponimi (deti). Bologna, Patron,
1981. Recensione di Tullio Chiaroni. "Insieme con l'aggettivo lagostano
(più comune in funzione di etnico vero e proprio, cioè riferito alle
persone), si trova anche lagostino (per es., nella dizione scogli
lagostini".
(99) Don Marino Sangaletti, nato a Làgosta il 20 agosto 1913; laureato in
lettere all'Università Cattolica del S. Cuore di Milano; direttore degli
Istituti della stessa Università "Ludovicianum* (1943/1947), per
sacerdoti/studenti, e "Augustinianum" (1947/1950), per giovani studenti;
insegnante di latino e greco all'Istituto "Leone XIII" di Milano
(1950/1982); abitante a Milano.
(100) Dr. Tullio Covacev: "è documentato che per la costruzione del Duomo
di Sebenico (prima metà del 1500), furono chiamati dalla bergamasca
specialisti nel lavorare la pietra. È la famosa pietra bianca dalmata, con
cave sulle isole di Lissa e Curzola: la Casa Bianca di Washington è di
pietra dalmata".
(101) È a cura di Frane Radic con traduzione e commento in serbo croato.
"(...) Questo libro è delli ordinamenti e delle usanze della universitade,
ed dello Commun della isola de Làgosta, fatte, et ordinate per tutti li
huomeni della universitade di quella isola in publico arengo de populo: in
lo tempo de ser Biasi de Sorente Conte della detta isola: per lo nobile et
savio huomo misser Bartolomeo Gradenigo honorabile Conte de Ragusa, le qual
usanze et ordinamenti sono conceduti et confirmati alla ditta universitade,
et allo Commun de Làgosta per lo preditto misser Bartolomeo Conte. Anno
Domini 1310 (...) die decimo mensis januarij". Sono 189 capitoli riflettenti
diversi reati (compreso l'omicidio), la famiglia, il pascolo, le vigne, gli
scogli di Làgosta, le votazioni, la pesca, ecc. Si leggono curiose
disposizioni e interessanti notizie. Al capitolo 156 è previsto che gli
ebrei non possono trattenersi più di otto giorni sull'isola, pena una multa
per ogni giorno in più. Sotto l'anno 1367 sono elencati i venti consiglieri
lagostani ed il conte, non lagostano, annualmente nominato direttamente da
Ragusa: è il sindaco odierno con più ampi poteri. Quindi, prima del 1310,
Làgosta aveva già propri statuti recepiti da Ragusa, all'epoca così
italianamente denominata.
- in appendice alla Storia di Dalmazia del Praga ibid. (48), è una ricca
bibliografia riguardante la "Abbondantissima produzione storiografica
municipale, che ha la sua ragione di essere nel fatto che la Dalmazia è
quasi tutta nella storia delle sue città". Non è però citato lo Statuto di
Làgosta.
(102) LASTOVO, ediz. Logos, Spalato 1985.
(103) Ibid. (96).
(104) LA VALGANDINO - periodico mensile - numero speciale agosto 1982 sulle
campane di Gandino.
Ibid. "Alessandro Turre (Turrianus) fu Vicario della Repubblica Veneta a
Gandino dal 1592 al 1593. Era nobile e giureconsulto (cfr. LA VALGANDINO,
1929).
(105) N. Tommaseo, Via Facti ibid. (50).
(106)LA RIVISTA DALMATICA, gennaio-marzo 1986 n. 1 - pag. 12 nota (6).
(107)L'unità etnica della Dalmazia è confermata dall'avere un proprio
stemma: campo azzurro - raramente rosso - con tre teste coronate di
leopardo d'oro disposte ai vertici di un triangolo (due in alto una in
basso). Ma la stampa che precede ogni tomo dell'ILLIRICI SACRI, ibid. (81)
e che illustra la sottomissione della Dalmazia a Venezia, riproduce lo
stemma con, invece delle tre teste di leopardo, tre teste di uomo con barba
baffi e corona: tre re? Perché?
Fine,