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La Voce in più - DALMAZIA 14/05/05 Intervista a Giorgio Varisco : Oggi Zara esiste soltanto nel ricordo degli italiani esuli

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Axel Famiglini

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May 14, 2005, 9:25:13 AM5/14/05
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La Voce in più - DALMAZIA Anno I n°3 sabato 14 Maggio 2005


ESULI pag.5

Intervista a Giorgio Varisco, membro della Giunta dell'Associazione Dalmati
Italiani nel Mondo

Oggi Zara esiste soltanto nel ricordo degli italiani esuli


GIORGIO VARISCO


di Roberto Palisca

Giorgio Varisco, membro del Consiglio nazionale della Federazione degli
esuli e della Giunta dell'Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, è nato a
Zara nel 1946. La lasciò ancora in fasce, insieme a sua madre Caterina, al
padre Vittorio e alla sorella Gianna, il 2 gennaio del 1947. La sua famiglia
non sottoscrisse l'opzione. Le locali autorità ne ordinarono il rimpatrio
"perché cittadini italiani indesiderati". Il nonno paterno, di origine
chioggiotta infatti non aveva mai cessato di essere cittadino italiano anche
durante il periodo austriaco.
A Giorgio Varisco comunque la Dalmazia è sempre rimasta nel cuore, perché,
come spesso avvenne tra i tanti italiani che scelsero la via dell'esodo, i
genitori lo crebbero e lo educarono nell'orgoglio di essere dalmata. Non per
nulla del resto, a sua madre il Capo di Stato conferì il titolo di Cavaliere
della Repubblica Italiana. Caterina Fradelli - che, come come tiene a
rilevare suo figlio Giorgio, per tutti fu sempre e soltanto Rina - ricevette
quell'alto riconoscimento per l'impegno profuso per la conservazione delle
tombe degli italiani nel cimitero di Zara. Sforzi che portò avanti grazie
all'intelligenza delle locali autorità tramite quel "Madrinato Dalmatico per
la Conservazione del cimitero degli italiani di Zara" che istituì con le sue
amiche di gioventù, le educande del Collegio San Demetrio di Zara, e che
ancora oggi, con rinnovato impegno, continua la sua opera. Nata a Zara nel
1907 si spense a Padova nel 2001. È sepolta a Zara, nella tomba di famiglia,
proprio in quel cimitero per la tutela delle cui tombe tanto si impegnò
finché era in vita: riposa all'ombra di quei pini che le erano tanto cari,
vicino al mare.
A parte gli alti meriti della signora Rina, la famiglia dalmata Varisco è
nota in tutta Italia per aver dato alla Patria un caduto illustre: il
colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, medaglia d'oro al valor civile,
che venne ucciso a Roma nel 1979 dalla Brigate Rosse. Quel "carabiniere
gentiluomo", come allora fu definito dalla stampa nazionale per le sue doti
di signorilità e correttezza, fu al centro delle più importanti e riservate
inchieste politiche e giudiziarie del dopoguerra italiano. Nel suo incarico
di responsabile del Nucleo traduzioni e scorte del Tribunale di Roma svolse
quasi per intero la sua carriera militare. Aveva frequentato il Collegio di
Brindisi dove studiarono molti giovani esuli. Era cugino di Giorgio. Dopo
l'esodo la famiglia di Giorgio Varisco si trasferì in Veneto, dove lui ha
continuato a vivere e dove risiede tutt'oggi. Frequentò le elementari a
Belluno. Poi a Padova continuò gli studi universitari, fino a conseguire la
laurea in Scienze politiche, in indirizzo economico internazionale.
Ultimati gli studi ha svolto incarichi di dirigente d'azienda e di
amministratore di società nella mansione di direttore amministrativo e
finanziario, in imprese operanti nei settori metalmeccanico, dell'industria
del legno, dell'arredamento e delle calzature. Nella legislatura 1998 -2003
ha ricoperto anche l'incarico di assessore al bilancio in uno dei più
importanti Comuni della Provincia di Padova. Oggi svolge attività di
consulenza di organizzazione aziendale a piccole e medie imprese operanti
nel Veneto, coltivando tra l'altro la speranza che gli venga offerta prima o
poi anche la possibilità di lavorare per lo sviluppo economico della sua
Dalmazia. Nella sua Zara Giorgio Varisco oggi ritorna spesso, insieme alla
moglie, Maria Teresa ed ai figli, Matteo ed Antonio. Lo fa appena glielo
consentono gli impegni di lavoro.

"Lo sente forte dunque questo legame con la terra natale?" Gli chiediamo.
"La dalmaticità fa parte di me - esordisce Giorgio Varisco - anche se la mia
vita si è svolta
sempre lontano dalla mia città natale. Io sono nato a Zara il 23 novembre
del 1946 e la mia famiglia lasciò la città distrutta poco tempo dopo, il 2
gennaio del 1947. Io avevo appena quaranta giorni. Non ho dunque nessun
ricordo diretto della città e dei bombardamenti su Zara, anche se l'esodo
della mia famiglia lo vivo ancora nei
ricordi dell'infanzia che in qualche modo continuano ancor oggi. Le
circostanze ci evitarono la dura esperienza dei campi profughi. Certo i
primi anni dell'esodo dovevano esser stati molto duri, senza mezzi e con
molte privazioni. Dovunque in Italia abbiamo trovato, oggi come allora, una
grande solidarietà, ma anche comportamenti apertamente ostili".

In famiglia era come se vivessimo ancora là
"La nostra era una famiglia molto unita e per quanto possibile, coniugava la
giornata nelle tradizioni, come se vivesse ancora a Zara. Tradizioni che si
rivelavano in mille occasioni.
A tavola, con le "fritole de magro" a Natale e l'agnello arrosto e le pinze
fatte in casa a Pasqua; durante le festività religiose, con le preghiere a
San Simeone e con i racconti e le memorie di una città che non conoscevo,
dove tutto era, doveva essere, sembrava dover essere assolutamente bello".

Zara ha però sofferto come poche altre città adriatiche le pesanti
conseguenze belliche e la guerra, come ogni guerra di bello anche nei
racconti ha ben poco
"Sì, è vero. Ma per i bambini la guerra è spesso un gioco. Io ero bambino e
la guerra in casa nostra non era un argomento ricorrente. Mio padre non ne
parlava volentieri. Se poteva evitava l'argomento. Non ho ricordi di suoi
racconti. Il suo comportamento mi fece comprendere che fu una guerra
orribile da qualunque parte fu combattuta. Per l'età ed i compiti che aveva
svolto a Zara e nell'ufficio logistico militare di Cattaro non doveva aver
mai combattuto in prima linea. Certo doveva aver sofferto duramente quel
periodo almeno quanto con l'esilio. Mamma in questo contesto è stata sempre
molto più loquace. Ricordava con uguale impegno i giorni felici e quelli
tristi. Ricordare per lei rappresentava un dovere. Anzi un diritto. Il
diritto di tramandare la memoria. Tanto che prima di lasciarci scrisse:
"Chiedo perdono ai miei figli d'aver vissuto di ricordi, quasi per fermare
il tempo, nel bene e nel male; Zara è rimasta sempre con me, quella dei
giorni felici della gioventù e della maturità, come nella disperazione
dell'esilio".

A spasso per le calli di Zara con la memoria
Ricordo che a Belluno, la sera, quando eravamo tutti a letto, sentivo
parlare i miei genitori. Ascoltarli era come assistere ad un gioco. Mamma
cominciava: "Oggi che calle femo?" E papà rispondeva: "Calle dei papuzzeri".
"Da dove cominzio? "Dal negozio del..." Iniziava così un itinerario infinito
di nomi, di date, di fatti, di aneddoti, che continuava, tra qualche risata
o a volte qualche discussione animata, finché mi addormentavo. Mamma ci ha
lasciato alcuni ricordi dei giorni di guerra che dedicò agli aiuti ed alla
solidarietà che ricevettero gli italiani di Zara dai dalmati albanesi,
croati o serbi in quel duro periodo. In essi non dimentica, dopo l'entrata
dei partigiani in città, il nemaza talijane - niente per gli italiani, che
le veniva gridato quando cercava di acquistare qualcosa
per vivere. Ma ricordava anche chi le fu amico, chi, ad esempio le procurò
una coppia di conigli; o l'aver condiviso per giorni un magro pasto di mele
cotogne bollite o arrostite con fratelli dalmati senza distinzione di
nazionalità. La storia della mia famiglia credo, è molto simile a quella di
mille altre famiglia di esuli, andati via
dall'Istria e dalla Dalmazia."

I Varisco come famiglia avevano lunghe radici in Dalmazia?
"Verso la metà del 1800 si trasferirono a Zara da Chioggia con alcune barche
per svolgere l'attività di pescatori. Nel 1885 nonno Gaspare sposò Zanetta
Armanini, che noi in famiglia abbiamo sempre chiamato nonna Giovanna, e che
era discendente di un'antica famiglia veneta presente in Dalmazia dal 1400.
Ancora
oggi degli Armanini risiedono a Sali, sull'Isola Lunga. Dal loro matrimonio
nacquero ben otto figli il più giovane dei quali era Antonio, ovvero mio
padre. Una curiosità. In famiglia si perpetuava l'uso chioggiotto, anche
oggi attuale da quelle parti, di cambiare i nomi o dare dei
nomignoli per identificare le persone. I Varisco non potevano fare
eccezione. Pertanto mio nonno Gaspare era chiamato Antonio e mio padre
Antonio era conosciuto da tutti solo come Vittorio. La famiglia di mia madre
invece ha origini autoctone. I Fradelich, poi Fradelli, imparentati con i
Bakotich, si nominano a Spalato già nel 1650, durante la guerra di Candia.
Di origine contadina la famiglia è nota per aver dato alla chiesa numerosi
sacerdoti. Nonno Matteo nacque nel 1850, si laureò a Vienna in Lettere
antiche e per quarant'anni insegnò latino e greco
al ginnasio italiano di Zara. Nonna Ida, che era nata Schlacht, nacque a
Spalato nel 1866. Era figlia di Giuseppe Schlacht, un ingegnere di Graz che
aveva avuto incarico dal governo di Vienna di diffondere il telefono in
Dalmazia. Dal loro matrimonio nacquero Andrea e Caterina, che era mia
madre".

"Anche i suoi genitori, come lei, ritornavano a Zara volentieri?
"Mio padre purtroppo no. Come molti esuli non aveva più voluto far ritorno a
Zara e finchè rimase in vita neanche mia madre volle farlo. Lui ci lasciò
nell'estate del 1968. L'anno dopo accompagnai mamma per la prima volta a
rivedere la città. Per me era la scoperta di un mondo che non conoscevo, ma
che sentivo mio e per
il quale nutrivo un grande rispetto. Più che un viaggio fu un pellegrinaggio
nel quale accompagnai mia madre dovunque per la città. Parlava col mare, con
le pietre, con le calli, con i Santi nelle chiese, con i morti del suo
cimitero, dimostrando un'inusuale vitalità. Da allora ritorno a Zara tutti
gli anni, quando mi è possibile, non solo d'estate, quando la città è più
vera. Da giovane mamma era stata insegnante all'asilo del quartiere di Borgo
Erizzo e ricordo che, quando si sparse la voce che a Zara c'era "la maestra
dei piccoli" per noi fu un incessante entrare ed uscire da questa a quella
casa. Tutti la volevano salutare. In centro città era diverso in quanto
erano pochissimi gli zaratini rimasti".

Entrambi i genitori le hanno tramandato dunque un immenso amore per Zara
"Sì, soprattutto mia madre e le origini e l'educazione ricevuta dai miei
gentiori, mi hanno consentito di presentarmi sempre come dalmata. Anche
spiegando spesso, a chi non lo sapeva,
come la Dalmazia fosse terra di confi ne, dove per secoli vivevano in pace
croati, serbi,
albanesi ed italiani. Mi auguro che domani questo accada nuovamente. Come
dice il mio amico Ottavio Missoni, anche lui esule dalmata, oggi Zara non
esiste più. Esiste nel ricordo, nell'amore di una generazione di italiani
esuli che va scomparendo. Oggi esiste Zadar, una città totalmente diversa.
Lo spiegava un giorno
non ricordo bene a chi. A qualcuno che non capiva perché noi dalmati
italiani esuli la consideravamo
un'altra città, diversa da Zara. Missoni, che è uno scettico che non ama la
politica e che mantiene il gusto scanzonato del ragazzotto che era anche
oggi che ha ormai più di 80 anni, diceva:
"Vede, non saprei come spiegarle: è come se domani lei si svegliasse nella
sua città e la trovasse abitata da svizzeri". Chissà poi perché svizzeri. Fu
un'improvvisazione ma certamente l'esempio aveva raggiunto lo scopo".

«Chi oggi governa la città non cerca contatti con noi esuli
"Per noi esuli di Zara resta incomprensibile il fatto che oggi chi governa
la città, dopo tanti anni, non abbia cercato un rapporto con noi, con gli
italiani di Zara sparsi in Italia e nel mondo. Forse il motivo è dovuto al
fatto che la Zadar di oggi vuole essere tanto croata almeno quanto lo fu la
Zara italiana. Ma così nella storia della città vi è una specie di "buco
nero" che va dal 1918 al 1943. Mi chiedo come mai e perché i giovani che ci
vivono oggi e che sono liberi da ricordi e fardelli del passato, non sono
almeno curiosi di sapere che fi ne hanno fatto almeno 25 anni di storia
della loro città. Prima o poi lo scopriranno".

Lei oggi come mi diceva, ci ritorna spesso ciò nonostante
"Quando vado in Dalmazia non mi fermo soltanto a Zara. Conosco abbastanza
bene tutta la costa e anche l'interno, un po' meno le isole dato che non
vado in barca. Negli anni e con fatica, perché non parlo la lingua croata,
ho cercato di farmi anche una cultura economica di questa terra. E credo che
oggi, che siamo ad un passo dall'entrata della Croazia nella Comunità
europea, agli italiani si dovrebbe concedere la
possibilità, anzi direi che dovremmo essere invitati a svolgere e a
sviluppare attività economiche
che in gran parte languono per un'infinita serie di ragioni che tutti
conoscono. Sarebbe senza dubbio interessante poter dar corso ad attività di
produzione con prospettive per l'esportazione
che creino ricchezza al Paese secondo modelli economici occidentali. Il
turismo non è certo suffi ciente a sostenere l'economia croata, neppure
sulla sola costa. Le attività che si potrebbero avviare, a mio parere,
potrebbero di conseguenza essere le più svariate, complementari al turismo
ma anche l'edilizia, lo sviluppo
dell'agricoltura. Si tratta di avere idee e mezzi. Ma sarebbe necessario
anche che le riforme
in atto in Croazia venissero sollecitate e procedessero a tempi più spediti,
così come avviene in altri Paesi dell'Europa orientale, con prevista una
maggiore attenzione per gli investitori
internazionali. Oggi nella Repubblica Ceca ad esempio, gli enti
territoriali, i comuni e
lo stato, offrono terreni ed infrastrutture a costo zero purché qualcuno
investa in attività produttive
che prevedano l'utilizzo di personale locale.
In Croazia invece la burocrazia, le garanzie di legge richieste ed interessi
particolari hanno spesso impedito un corretto sviluppo industriale che
finora proprio per queste ragioni, si è rivolto altrove. Peccato".


I meriti dell'Unione Italiana


In chiave economica cosa si sente di dire sulle iniziative dell'Unione
Italiana? Un argomento
questo molto attuale.
"L'Unione Italiana ha grandi meriti, primo tra tutti quello di aver
mantenuto unita la comunità nazionale italiana contribuendo ad evidenziare
le specificità dell'istrianità. Sentimento comune in tutta la regione senza
distinzione
di lingua ed origine etnica che si rivela nel consenso politico che ottiene
anche la Dieta democratica istriana. Con riguardo alle iniziative economiche
non ho conoscenze dirette ma seguo sulla stampa con molto interesse tutte le
iniziative in atto. Ritengo che nell'ambito dei migliorati rapporti con la
Federazione degli Esuli, l'argomento economia potrebbe avere maggiore peso
ed attenzione per entrambe le componenti e con il patrocinio del Ministero
del Commercio Estero, potrebbero essere attuato un programma di interventi
anche con la nomina di esperti delegati a coordinare le iniziative in atto e
promuoverne di nuove non solo in Istria, ma
anche in Dalmazia".
I

Luciano Monzali:
«Italiani di Dalmazia -
Dal Risorgimento
alla Grande Guerra»
"Italiani di Dalmazia - Dal Risorgimento alla Grande Guerra"
scritto da Luciano Monzali ed edito dalla "Lettere Editore" per la
Biblioteca di Nuova storia contemporanea, è un libro che ricostruisce
i momenti più signifi cativi della storia degli italiani di Dalmazia
durante gli ultimi decenni della dominazione asburgica e analizza il
sorgere e il consolidarsi di un rapporto politico fra minoranza italiana
dalmata e Italia liberale negli anni precedenti lo scoppio della
I Guerra mondiale. Sul piano politico la maggior parte dei dalmati
italiani si riconobbe nel movimento liberale autonomista, al punto
che scrivere la storia della minoranza italiana negli ultimi decenni
della Dalmazia asburgica signifi ca studiare le vicende di questo partito
che, sorto nel 1860 in nome di un ideale regionalista di "nazione
dalmatica", divenne poi il movimento difensore degli italiani di
Dalmazia.
L'importanza strategica dell'assetto dell'Adriatico orientale, il
divampare delle lotte nazionali in Dalmazia e l'aggravarsi delle condizioni
di vita degli italiani in Austria spinsero il governo di Roma
a intervenire direttamente nella vita politica dalmata, sostenendo fi -
nanziariamente il partito autonomo-italiano: verso la fi ne dell'Ottocento
si crearono così legami politici fra gli italiani di Dalmazia
e il governo di Roma, che il successivo scoppio della prima guerra
mondiale tramutò in alleanza con l'obiettivo di assicurare l'unione
di una parte della Dalmazia allo Stato italiano.
L'autore, Luciano Monzali, nato a Modena il 16 febbraio del
1966, laureato in Scienze Politiche all'Università di Bologna nel
1990, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Storia delle
Relazioni
Internazionali presso l'Università "La Sapienza" di Roma
nel 1994. Dal 1995 collabora all'attività didattica della cattedra di
Storia dei Trattati e Politica Internazionale, Facoltà di Giurisprudenza,
Università di Parma. Dal novembre 1999 è titolare di un assegno
di ricerca presso la sopraccitata Facoltà. Dal 2001 è ricercatore
in Storia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell'Università di Bari. È autore tra l'altro di "La questione
etiopica nella politica estera italiana (1396-1915)" edito a Parma
nel 1996, e di numerosi saggi sulla politica estera dell'Italia liberale
e fascista. Ha curato la pubblicazione di Luigi Albertini, "I giorni di
un liberale - Diari 1907-1923" uscito a Bologna nel 2000.
LIBRI
L'ultimo zaratino italiano battezzato a Zara
"Proprio stamattina vedo sul muro
un annuncio mortuario: Caterina Fradelli
Varisco. La gente passa; pochi
danno un'occhiata al manifesto. È
affisso a un muro sfuggito alle distruzioni
della città Un muro che all'inizio
del secolo avrà sicuramente
sentito il suo primo pianto di neonata.
L'avrà veduta da bambina correre
tutti i giorni per le calli della sua cara
città.
Da giovane sposa insieme al corteo
nuziale gli sarà passata dinanzi.
Ci è passata accanto anche tutti i giorni
in cui si recava a prendere l'acqua
in Piazza dei Cinque Pozzi, perché viveva
in un appartamentino con stanze
piccole e umide in una casa mezza in
rovina, a Ceraria, insieme al marito,
alla madre e al figlioletto di un anno.
Quel grande stabile andò distrutto già
con il primo attacco aereo.
Caterina Fradelli Varisco non ha
lasciato la città con il piroscafo "Sansego",
come altri 5.000 suoi concittadini.
Né con un'altra nave. Né con
l'idrovolante. Né con il biplano postale
tedesco. Lei non voleva lasciare
la sua Zara.Sono arrivati i partigiani,
ma Caterina Fradelli Varisco non andava
via. Ha partorito un altro figlio
e ha voluto battezzarlo nella chiesa di
San Giovanni. Quel bambino è stato
l'ultimo zaratino italiano battezzato a
Zara. Solo allora se ne è andata.
È venuta a mancare nelfebbraio di
quest'anno. Domani i suoi figli porteranno
e seppelliranno i suoi resti
al cimitero di Zara. Perché lei voleva
così.
Sul muro in Via Mihovil Klaic
n.1 c'è il suo annuncio mortuario. Di
fronte a quel muro c'è la Torre cittadina
della Gran Guardia. Sulla torre
non c'è l'orologio. Il tempo per Caterina
Fradelli Varisco si è fermato.
È a casa!
Igor Gluic, nel giorno dei morti.
Testo tradotto e pubblicato dal
giornale "Zadarski List" con il titolo
"Nel giorno dei Morti" ("Na Dusni
dan") il 3 novembre del 2001


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