Messaggero Veneto 31/08/06 Storie di esuli a 56 anni di distanza- Villaggio dell'esule di Gorizia

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Pytheas

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Sep 1, 2006, 6:15:59 AM9/1/06
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STORIE

DI ESULI

A 56 ANNI DI DISTANZA


Sono passati 56 anni dall'inaugurazione del Villaggio dell'esule di
Campagnuzza, ma per tanti dei suoi abitanti il ricordo oggi è ancora vivo
come allora. Abbiamo raccolto le testimonianze di sei persone che vi si
stabilirono, tutte per la stessa ragione, provenienti da Pola, da Dignano d'Istria
o da altri centri limitrofi. Qualcuno al momento del trasferimento aveva
solo pochi mesi, quindi fa riferimento alle parole e ai racconti dei
genitori o dei parenti. Altri erano dei bambini di qualche anno e rammentano
episodi o i primi giorni di scuola tra i banchi della "Ferretti". Altri
ancora hanno fatto personalmente domanda di assegnazione della casa, dopo
aver dovuto lasciare la propria città natale e il proprio alloggio.
Tra gli esuli c'è chi ha dovuto sopportare mesi e mesi in alloggi di
fortuna, come campi di raccolta o le Casermette, mentre una minoranza è
riuscita a procurarsi un alloggio prima ancora di arrivare in Campagnuzza.
Ma per tutti indifferentemente si è trattato di un sollievo, se non
addirittura di un sogno, avere a disposizione un appartamento nuovo,
confortevole e spazioso, a due piani e con un pezzo di giardino a fianco.
Oggi non sono più tanto numerose le famiglie degli esuli, perché qualcuno se
ne è andato, altri si sono trasferiti o sono emigrati. Ma chi è rimasto è
affezionato alla sua abitazione, che ha rappresentato un modo per
ricominciare a vivere, tanto da raccontare volentieri e con commozione la
propria esperienza.

Per accedere agli alloggi realizzati in Campagnuzza gli esuli dovevano
presentare una domanda L'inaugurazione avvenne nel febbraio del 1950

L'abbraccio di Gorizia a chi aveva perso tutto

File di casa divise in 4 appartamenti: un borgo costruito dopo l'esodo del '47

IL VILLAGGIO DELL'ESULE

File e file di case divise in quattro appartamenti, ognuno a due piani, con
diverse stanze e un proprio ingresso. Ogni alloggio era circondato da un
giardino e, in qualche caso, c'era anche la possibilità di disporre al piano
inferiore di uno spazio per un'attività commerciale. Era il Villaggio dell'esule
di Campagnuzza, costruito con gli aiuti americani per accogliere chi era
stato costretto a lasciare l'Istria dopo l'esodo del 1947. Non a caso le
strade in questione portano ancora oggi nomi emblematici, come via Zara, via
Capodistria, via Pola e piazza Fiume. L'inaugurazione avvenne nel 1950, alla
presenza delle autorità dell'epoca, tra le quali il sindaco Ferruccio
Bernardis.
Per accedere alle case appena costruite a Campagnuzza, gli esuli dovettero
presentare domanda. Dopo aver lasciato l'Istria, Fiume, Pola, la Dalmazia o
altri centri limitrofi, molti erano stati costretti a sistemarsi in alloggi
di fortuna, per lo più in stanze in cui erano accolte intere famiglie, nella
zona delle Casermette o in campi di raccolta allestiti nell'intero
territorio della provincia.
Sapere della costruzione del Villaggio fu quindi un sollievo, pur restando
il dolore e l'amarezza per aver dovuto lasciare la propria casa natale. Per
assegnare gli appartamenti in questione fu elaborata un'apposita
graduatoria, in cui si teneva conto delle condizioni di salute, del numero
di bambini di ciascuna famiglia, del lavoro svolto.
Tutte le abitazioni erano uguali, fresche di costruzione e spaziose. C'era
addirittura la possibilità di intraprendere un'attività commerciale, con lo
spazio per un negozio sotto l'alloggio. Così il Villaggio via via si
trasforma: è subito costruita una scuola elementare, la "Ferretti", e sono
aperti i primi negozi, per rispondere alle necessità degli abitanti. Non è
facile ricostruire la storia del rione, nel senso che non esistono al
momento delle pubblicazioni specifiche. Bisogna quindi affidarsi ai ricordi
di chi ha vissuto direttamente i fatti, cioè di chi nel 1950 si è trasferito
nel quartiere.
Di grande aiuto è poi il libretto realizzato dalla parrocchia della Madonna
della Misericordia nel 1998, in ricordo del primo parroco, don Luciano
Manzin, in occasione del trentennale della sua scomparsa. Per capire l'importanza
attribuita alla sua figura dagli abitanti del Villaggio basta leggere
qualche riga dell'introduzione della pubblicazione, curata dall'attuale
parroco, don Arnaldo Greco: «Don Luciano ha speso gli anni robusti della sua
esistenza per la gente esule dall'Istria, dalla Dalmazia e dalla città di
Fiume. Ha dedicato vent'anni della sua vita alla gente del Villaggio, che ha
considerato sua per tre volte. Per le stesse origini, per la comune e
tragica esperienza dell'esodo e perché suoi figli affidatigli dalla volontà
di Dio».
Don Manzin in un primo momento fu animatore spirituale tra Lucinico e
Gorizia degli esuli e, una volta costruito il Villaggio, divenne la guida
degli abitanti. Il primo luogo di culto fu un capannone in via Pola, che era
servito all'esercito austro-ungarico prima della Grande guerra per
conservare il fieno per i cavalli. Vi furono celebrati matrimoni, funerali e
battesimi, oltre a tutte le cerimonie più importanti e salienti per la vita
della comunità locale.
La parrocchia fu istituita nel 1955, mentre la chiesa fu costruita nel 1959
su progetto dell'architetto Giordano Malni. Non è casuale il nome scelto:
dopo la consacrazione dell'arcivescovo Giacinto Giovanni Ambrosi, fu
intitolata alla Madonna della misericordia, per ricordare l'antico santuario
mariano di Pola.
Francesca Santoro

ARRIVO' DA POLA DUE ANNI DOPO LA FINE DELLA GUERRA

«Nel 1950 la prima a entrare»

Mirella Ziberna ricevette le chiavi dall'ambasciatrice Usa

Una forte nostalgia per la propria terra, ma anche una grande solidarietà
tra chi si è trovato a vivere le stesse vicende. Tanto che ancora oggi
Mirella Ziberna è rimasta in contatto con esuli come lei e partecipa alle
riunioni che sono promosse ogni anno. «Il 19 febbraio del 1950 ho ricevuto
le chiavi dell'appartamento, dalle mani dell'ambasciatrice americana. La
cerimonia si è svolta proprio vicino a casa mia, in piazza Fiume», racconta,
guardando una foto dell'epoca. Da allora non ha mai lasciato la sua
abitazione, in via Zara, dove risiede tuttora. Con i suoi familiari, Mirella
Ziberna è stata tra i primi abitanti delle allora nuove strutture di
Campagnuzza: «Siamo stati tra i primi a entrare nel Villaggio dell'esule. Mi
sposai già nel '44, e nel '47 fui costretta a lasciare la mia città natia,
Pola. A Gorizia appena arrivati trovammo una sistemazione di fortuna, in un
primo momento in una stanza ammobiliata. Mio marito e io non eravamo soli,
in quanto abitavamo con mia mamma e mia nonna».
Per entrare in possesso di una delle case di Campagnuzza era necessario fare
un'apposita domanda, ed essere inseriti in una graduatoria. Determinante per
la famiglia di Mirella Ziberna è stato il posto di lavoro: «Sia mio marito
sia io lavoravamo all'ufficio alimentazione, alla Sepra. Poi io ho dovuto
dare le dimissioni, perché ci fu detto che era meglio che due coniugi non
lavorassero nello stesso posto. Ma almeno ci fu data la possibilità di
entrare in possesso di un'abitazione».
Al di là del sollievo di poter contare su una casa, Mirella Ziberna racconta
che soprattutto i primi tempi non sono stati facili: «Lasciare la nostra
città fu una tragedia. Ho sofferto di una fortissima nostalgia, del mare,
della casa che avevamo dovuto abbandonare, della vita che facevamo a Pola.
Fortunatamente mio marito a Gorizia trovò subito un lavoro, quindi almeno da
quel punto di vista non ci furono problemi. Ma in principio è stato
veramente brutto dover ricominciare da capo».
Per far fronte almeno in parte alla lontananza da Pola, annualmente da
allora sono organizzate delle riunioni. Mirella Ziberna ha una ricca
documentazione fotografica, dal momento che ha conservato tutti gli scatti
realizzati nelle varie occasioni: «Ogni anno facciamo i nostri raduni. Un
tempo eravamo anche 200 o 250. Ancora oggi siamo in contatto: nelle scorse
settimane c'è stata una riunione a Grado, ma sfortunatamente proprio questa
volta che non era lontano non ho potuto essere presente». (f.s.)
PARLA L'EX SINDACO: IL PADRE AVEVA UN NEGOZIO DI BARBIERE

«La sento ancora casa mia»

Gaetano Valenti visse nel villaggio assieme alla famiglia


Non vive più a Campagnuzza da molti anni, ma la considera ancora casa sua a
tutti gli effetti. Anche Gaetano Valenti abitò al Villaggio dell'esule,
proprio all'inizio dell'area, e tanti tuttora si ricordano del negozio di
barbiere gestito dal padre. «Ho tanti ricordi legati al Villaggio dell'esule,
abitavamo in via Capodistria 1. Quella è ancora casa mia», spiega l'ex
sindaco. Prima di arrivare in Campagnuzza, la famiglia Valenti ha abitato
per un periodo alle Casermette: «Non è stato un periodo di sofferenza, ero
troppo piccolo. Per me era una specie di gioco. Ricordo ancora l'asilo, una
maestra dolcissima e una cuoca. Ancora oggi scopro di aver voglia di
mangiare la pasta con il cucchiaio, come capitava allora. Ma appena fu
possibile ci trasferimmo al Villaggio dell'esule, che quando arrivammo non
era ancora al completo, dato che era stato appena costruito».
Una sistemazione che permise alla famiglia di vivere più comodamente, con l'annesso
spazio per il negozio di barbiere: «Avevamo tre stanze da letto, una per i
miei genitori, una per due delle mie sorelle, dato che l'altra era a Torino,
e una per mio fratello e me. In più c'era l'orto, e sotto all'appartamento
la possibilità di collocare l'attività di mio padre. Tuttora molti dei miei
elettori mi dicono che si ricordando del negozio, e mi raccontano aneddoti
ed episodi».
Il consigliere regionale conserva un bel ricordo degli anni trascorsi a
Campagnuzza: «Frequentai l'elementare "Ferretti", ma la mia vera scuola
furono i campi, che circondavano il Villaggio dell'esule e che ci
permettevano di correre e giocare. Io vissi in Campagnuzza finché mi sposai,
mentre mio padre rimase fino al 1996. Mi sarebbe piaciuto tenere l'abitazione
e rimetterla a posto, perché la considero ancora casa mia. Poi le cose sono
andate diversamente e ho dovuto rinunciarvi». Tra coloro che si sposarono
nella chiesetta provvisoria di Campagnuzza, posta in un capannone dietro al
Filzi, ci fu la sorella di Gaetano Valenti, Marisa Maccari.
Anche per lei la casa di via Capodistria ha un significato profondo: «Fu un
sollievo entrare in una casa vera e propria dopo aver vissuto alle
Casermette per un anno. Per noi fu come raggiungere una meta, dal momento
che la nostra famiglia era divisa. Mio padre abitava a Trieste, mio fratello
da una zia, eravamo insomma tutti sparpagliati, e finalmente potemmo
riunirci. Ci abitai solo fino al 1957, perché una volta sposata mio marito e
io ci trasferimmo in centro». (f.s.)
FACEVA IL REPORTER E RACCOLSE MOLTO MATERIALE SUL BORGO

«Tutti i miei ricordi nelle foto»

Sergio Cionci ne ha scattate tante il giorno dell'apertura


Articoli e soprattutto decine e decine di fotografie, molte delle quali
scattate in occasione dell'inaugurazione. Sergio Cionci ha documentato
personalmente la nascita del quartiere di Campagnuzza, in cui è andato a
vivere con la famiglia nel 1950, subito dopo la cerimonia di taglio del
nastro. A differenza di altri abitanti del rione, Cionci e la sua famiglia
non furono costretti a stabilirsi né alle Casermette né in altri campi
profughi.
Ma avere a disposizione una casa nuova e confortevole fu comunque motivo di
grande sollievo: «Entrammo in un appartamento di via Zara quando il
Villaggio era stato appena inaugurato. Io ero già sposato, avevamo una
figlia e ne aspettavamo un'altra. Così quando presentammo domanda per un'abitazione
entrammo in graduatoria. Dopo che abbiamo dovuto lasciare Pola ci sistemammo
in via Massimo d'Azeglio, in un appartamento. Per noi fu quindi diverso
rispetto ad altri, nel senso che non dovemmo vivere in condizioni disagiate
come invece è capitato a molti altri. Per chi era stato costretto a
stabilirsi in una stanza alle Casermette o in un campo profughi fu un sogno,
per noi fu l'occasione per allargarci e avere a disposizione una casa tutta
nostra».
Il suo lavoro era ben diverso da quello del giornalista, ma Sergio Cionci ha
raccolto molto materiale sul Villaggio: «Ero un ragioniere, non ho mai avuto
la qualifica di giornalista. Ma ho lavorato all'"Arena di Pola" per molti
anni, diciamo che facevo il reporter. Ho realizzato un servizio sul
Villaggio dell'esule, e il giorno dell'inaugurazione ho scattato decine e
decine di fotografie. Tra le altre autorità c'erano il prefetto Palamara, l'ambasciatrice
americana di cui non ricordo il nome, i rappresentanti dello staff della
Unracasas che costruirono le abitazioni, l'arcivescovo Margotti e il
sindaco, Ferruccio Bernardis».
Dalla sua documentazione si può capire come era strutturato il Villaggio
prima ancora che vi entrassero le famiglie: «Ho scattato foto alle vie, alle
case e alle varie costruzioni. In un'immagine di via Zara si vedono
addirittura i tigli appena piantati, gli stessi che oggi sono nell'occhio
del ciclone, e si discute tanto se vadano tagliati o meno». (f.s.)

L'ARRIVO IN CITTA' DAL VICINO CAMPO PROFUGHI DI FARRA

«A noi sembrava il Paradiso»

Bruno Castellan: prima eravamo 11 in una stanza


Passare da una stanza destinata a undici persone a una casa vera e propria,
fresca di costruzione e con tanto di giardino. È quanto accadde a Bruno
Castellan e ai suoi familiari, che furono quindi decisamente sollevati
quando fu assegnata loro un'abitazione al Villaggio dell'esule. Chiaramente
come per gli altri abitanti del rione di Campagnuzza non fu facile lasciare
la città natia, ma la vita cambiò decisamente con la nuova sistemazione.
«Entrammo al Villaggio dell'esule nel 1950. Le case erano appena state
costruite, erano nuovissime. Per noi fu come arrivare in paradiso». Ilda
Castellan allora aveva poco più di un anno, ma tra i ricordi di quando è
cresciuta e i racconti dei genitori riesce e ricostruire perfettamente l'accaduto.
A 56 anni di distanza è quindi lei a ripercorrere le vicende del passato:
«Siamo originari di Dignano d'Istria, e quando fummo costretti ad andarcene
fummo ospitati in un campo profughi a Farra. Dovevamo stare in undici nella
stessa stanza, e non avevamo neanche una finestra. Quando cominciarono a
costruire il Villaggio dell'esule facemmo subito domanda per entrare nella
graduatoria. Ci fu assegnato un alloggio tra i primi, in quanto mia madre
aveva dei problemi di salute e in un certo senso ci fu data la precedenza».
Ilda Castellan ricorda perfettamente i commenti dei genitori sul nuovo
alloggio: «Ci trasferimmo in cinque, dato che oltre ai miei genitori c'erano
i miei nonni. Era una casa tutta nuova, a due piani e con giardino. Sia mia
mamma sia mio papà erano molto contenti: mi hanno raccontato che arrivare in
Campagnuzza era come essere in paradiso, infatti lo ripetevano
continuamente».
Tra gli abitanti del Villaggio si creò una sorta di affiatamento, visto che
tutti provenivano da situazioni analoghe: «Senza dubbio non è stato facile
lasciare Dignano d'Istria. Avevamo la nostra casa, con i nostri mobili e le
nostre cose, e abbiamo dovuto rinunciare a tutto e partire. A Campagnuzza
quando siamo arrivati eravamo tutti esuli, quindi avevamo gli stessi stati d'animo
e gli stessi problemi. Terminate le case fu costruita la scuola elementare,
poi aprirono dei negozi, così e un po' alla volta le cose sono cambiate».
(f.s.)
DOPO ESSERE STATO OSPITATO NELLA CASERMA DI PIAZZA BATTISTI

«Un sollievo avere una casa»

Mario Petri da 13 anni è diacono della parrocchia

Tra i primi che si sono trasferiti al Villaggio dell'esule di Campagnuzza c'era
anche Mario Petri, da 13 anni diacono permanente della parrocchia della
Madonna della misericordia. Entrare in possesso di una casa nuova, con tanto
di orto, fu un sollievo per la sua famiglia. Oggi l'abitazione in questione
di via Zara è ancora occupata dalla madre, mentre lui si è trasferito,
rimanendo pur sempre in Campagnuzza.
«Sono arrivato al Villaggio dell'esule appena finirono i lavori di
costruzione. Era il 1950, io abitavo con i miei genitori e mio fratello. Mio
papà lavorava alla Safog, mia mamma era casalinga», racconta Mario Petri.
Come molti altri, anche la sua famiglia si trovò a vivere inizialmente in
alloggi di fortuna: «Arrivammo a Trieste con l'ultima nave da Pola. Abitammo
per un periodo in quella che oggi è la sede della brigata Pozzuolo, dove
erano state ricavate delle sistemazioni provvisorie. Dal '47 al '50 fummo
ospitati alle Casermette: avevamo una stanza unica, in cui si dormiva, si
mangiava, si giocava e si faceva tutto. Appena arrivò la notizia del
Villaggio dell'esule, costruito da Unracasas con gli aiuti americani tra le
vie Zara, Pola, Capodistria e la piazza Fiume, presentammo la necessaria
domanda».
E a proposito dell'ingresso nel nuovo alloggio, ricorda che ci fu qualche
difficoltà iniziale: «Non fu immediata l'assegnazione, nel senso che la
nostra abitazione era per esempio destinata a essere abbinata a un'attività
commerciale. Comunque ci fu assicurato che avremmo avuto a disposizione una
casa, e così è stato». Mario Petri rammenta con precisione i primi anni
vissuti al Villaggio dell'esule, e l'evoluzione che questo ha avuto nel
tempo: «Fu un sollievo passare da una stanza a una casetta tutta nostra.
Erano uguali una all'altra, con quattro appartamenti per blocco, ognuno con
la sua entrata e con un po' di orto. Io frequentai la scuola elementare
"Ferretti", costruita insieme allo stesso Villaggio. Un po' alla volta
furono impiantati anche dei negozi».
Con grande memoria fotografica, il diacono fa un passo indietro nel tempo:
«Il primo negozio del Villaggio fu una macelleria, a cui seguirono il
distributore di benzina gestito allora da Ranieri-Manzin, il panificio delle
sorelle De Cleva, il barbiere Valenti, il tabacchino Giorgolo e il sarto
Kain. Ogni mese c'era un affitto minimo da pagare, ma progressivamente le
case potevano essere riscattate. Oggi qualcuno vi ha fatto ritorno: magari è
andato a vivere fuori Gorizia, e ci ritorna per le ferie». La vita del
quartiere si snodò intorno alla parrocchia, che fu un punto di riferimento
per gli esuli: «La parrocchia è da sempre il centro della vita del
quartiere. Il nostro primo parroco, don Luciano Manzin, era originario di
Dignano d'Istria. Quando seppe del Villaggio dell'esule chiese di occuparsi
dei suoi concittadini. Con decreto del vescovo fu creata la parrocchia, e da
allora siamo gli unici a poter usare olio e non cera di candele per le
unzioni in occasione della festa di San Biagio».
La chiesa, che fu costruita in un momento successivo rispetto alle case,
contiene tuttora i simboli della terra lasciata dagli abitanti del Villaggio
degli esuli: «In un primo momento come chiesa era usato un capannone dietro
il Filzi, una vecchia stalla della Guardia di finanza. Vi si celebravano
battesimi, matrimoni e funerali. Nel 1959 fu costruita la chiesa, dove fu
portata la statua della Madonna della Misericordia, ancora oggi nella sua
nicchia. Proviene dall'omonimo santuario di Pola, insieme a una copia più
grande, mentre questa era usata per le processioni. Inoltre vicino al
battistero è conservata la terra dei cimiteri dell'Istria, a ricordo dei
morti». (f.s.)

Un gruppo di lavoro ricostruirà la storia di quei giorni

L'INIZIATIVA


Per ricostruire la storia del Villaggio dell'esule, a breve sarà istituito
un gruppo di lavoro. Sono, così, in programma per i prossimi mesi
celebrazioni, la pubblicazione di un libro e la deposizione di una lapide.
In realtà sarà duplice il significato delle iniziative, dal momento che sarà
ricordata sia la costruzione delle case sia l'anniversario della parrocchia.
Al momento non si sa ancora con esattezza chi saranno i soggetti che
promuoveranno le varie azioni, dal momento che sarà il consiglio pastorale a
fare da coordinatore. Il primo atto è in programma per la prossima
settimana, spiega il parroco della Madonna della misericordia, don Arnaldo
Greco: «Il gruppo di lavoro nascerà in realtà un secondo momento, quindi per
ora non sappiamo chi entrerà a farvi parte. Il primo passo sarà la
convocazione del consiglio pastorale, per formalizzare le nostre intenzioni,
quindi per porre le basi da cui prenderà le mosse la commemorazione, che
riguarderà sia il cinquantesimo della parrocchia sia la costruzione delle
case del Villaggio dell'esule».
Anche se bisognerà attendere ancora per conoscere l'elenco esatto dei
soggetti che collaboreranno alle cerimonie, è certo che anche l'Associazione
Venezia Giulia e Dalmazia darà il proprio contributo. È in programma appunto
la realizzazione di un libro, che uscirà nel 2007 per ricordare i sessant'anni
dell'esodo dei giuliano dalmati. Le altre iniziative, tra cui vi sono una
mostra fotografica e il posizionamento di una lapide in oratorio, sono
invece in programma da fine novembre in poi.


gianna.v...@gmail.com

unread,
Jun 29, 2018, 1:10:52 PM6/29/18
to

gianna.v...@gmail.com

unread,
Jun 29, 2018, 1:12:28 PM6/29/18
to
Il giorno venerdì 1 settembre 2006 12:15:59 UTC+2, Pytheas ha scritto:

gianna.v...@gmail.com

unread,
Jun 29, 2018, 2:15:34 PM6/29/18
to
Il giorno venerdì 1 settembre 2006 12:15:59 UTC+2, Pytheas ha scritto:
Sono orfana di Guerra perchè non si sà in che foiba hanno buttato mio,padre quindi profuga e orfana,i miei nonni Giovanni VIllatora e Elisabetta,e le mie zie Renata e Lilliana hanno vissuto alle casermette,Nino Lauriti è cugino di mio papà...Le mie zie e cugini sono andati in Australia,invece i miei nonni sono rimasti li finchè sono morti ,una mia zia e marito sono morti in Australia, si chiamavano UDINA,sono rimasti i due figli gemelli Giorgio e Sergio con le loro famiglie a Brisban.questi sono ' parenti di mio padre, a Melbourne avevo mia zia sorella di mia mamma sposata, con un figlio Giorgio Capoicchio mio zio Toni Capolicchio,sono morti tutti e tre,è rimasta la vedova di mio cugino e tre figli gia adulti, mio zio era di Galesan, il fratello di mia mamma Baressi ANDREA e finito in Sardegna anche loro sono morti ma ci sono i figli e nipoti.Le famiglie di noi istriani sono state divise noi siamo arrivate a Grado nel 1947 e non avevo ancora 3 anni, ma mia mamma e altri istriani mi hanno raccontato tutto dell'esodo e dell'Istria, il viaggio di nozze ho voluto andare a Pola e con noi son venuti tutti anche perchè a Pola c'era uno zio di mio marito e la mamma di mia suocera ho voluto vedere la mia terra il mare istriano,l'unica cosa che non mi è piciuta la loro lingua. Anche noi per 18 anni siamo andati da villa in villa sempre in una camera con un solo gabinetto per piano,io all'età di 8 anni sono andata in colleggio come me tante istriane a studiare sono rimasta fino a 18 anni,sono orgogliosa di essere istriana italiana,vogliono paragonarci a questi migranti che tra loro ci sono tanti deliquenti,noi siamo italiani e avevamo tutto il diritto di essere aiutati,anche noi non eravamo bene accetti i primi tempi anche se gli istriani a Grado hanno portato la civiltà le barche,che non sapevano neanche ,pescare,fabbrica del pesce l'ha portata il sig. Pedol di Fasana e tante altre cose, poi con il tempo si sono formate tante famiglie, mescolando la razza, i miei figli sono nati a Grado ma noi siamo tutti e due istriani mio suocero di cittanova..DEL BELLO, mia suocera di POla, la nostra razza è
pura istriana.....
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