Con il presente comunicato intendiamo fare chiarezza, per quanto
possibile, su alcune notizie apparse sulle testate giornalistiche e
televisive in merito all’efferato omicidio dell’avvocato Antonino Fazio,
al fine di impedire che si possano ancora divulgare circostanze
assolutamente prive di alcun riscontro obiettivo, che offendono in
maniera gratuita ed incontrollata la figura di un padre, affettuoso e
premuroso, la cui giovane vita è stata stroncata con inaudita barbarie e
fredda determinazione.
Premesso che tentare di far passare un omicidio così efferato come il
gesto di un povero uomo stressato e disperato, è circostanza che turba
gravemente la coscienza di tutti coloro che credono nel valore sacro ed
inviolabile della vita e che ritengono che nessuno, per quante ragioni
possa ritenere di avere, possa farsi arbitro di quella degli altri,
sentiamo l’imprescindibile esigenza di rimettere i fatti, e solo i fatti
a loro posto.
Il dignitoso e rispettoso riserbo che i familiari hanno voluto sempre
mantenere intorno a questi fatti imporrebbe ancora una volta il
silenzio, lo stesso silenzio invocato però speciosamente e
strumentalmente da chi è causa di questo dolore.
Ma di fronte alla diffusione di interviste e dichiarazioni dal contenuto
così gravemente offensivo della realtà non si può restare inerti. In
questa triste e tragica vicenda si contrappongono le ipotesi, mai
accertate e mai oggettivamente verificate, agitate e date in pasto “ad
hoc” ai mass media dalla Signora Stefania Signorino, dai suoi familiari
e da tutti coloro che ne hanno assecondato e continuano ad assecondarne
le esternazioni ed iniziative, ed i fatti oggettivamente desumibili
dagli atti processuali e dai comportamenti di assoluta rilevanza penale
tenuti dalla madre e dal padre di lei, i quali non si sono fatti
scrupolo, la prima, di allontanare i minori dalla casa in cui vivevano
per sottrarli ad un provvedimento legittimamente dato da un Tribunale ed
il secondo di porre fine, con spietata ferocia, alla vita del padre dei
suoi nipoti.
Ritenere che un contesto familiare di tal fatta potesse considerarsi
rassicurante per i bambini che, loro malgrado, in quel contesto si sono
trovati a vivere, è pura utopia ed è da tale contesto che i
provvedimenti dell’autorità giudiziaria Giudici, sulla base di reiterati
ed approfonditi accertamenti, avrebbero dovuto affrancarli.
Eppure, di fronte a fatti così eclatanti c’è ancora qualcuno disposto ad
affermare che i numerosi Magistrati che si sono occupati di questa
triste vicenda si siano fatti condizionare, nelle loro decisioni, da una
non meglio specificata influenza esercitata dalla famiglia di Nino
Fazio, il cui padre, venuto a mancare oltre sei anni or sono, era un
noto ed illustre avvocato e professore universitario.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere l’avvocato Vittorio Fazio, padre di
Nino, sa bene che lo stesso, prima ancora di essere un “illustre”
avvocato e professore universitario, era un uomo ed un professionista
profondamente stimato per la sua lealtà e correttezza.
Il suo rapporto con i Magistrati era improntato al rispetto reciproco,
nella piena consapevolezza della diversità dei ruoli che lo portava ad
essere profondamente intollerante verso qualsiasi interferenza e
contiguità tra gli stessi. Chi lo ha veramente conosciuto sa bene che
non approfittò mai della sua posizione e della sua notorietà per
influenzare alcuno e appare paradossale, oltre che gravemente offensivo
per la sua memoria, pretendere di attribuirgli il potere di
condizionare, anche parecchi anni dopo la sua scomparsa, le decisioni di
Magistrati che non hanno nemmeno avuto la fortuna di conoscerlo.
Per farsi assistere nella causa di separazione con la ex moglie Nino
si era affidato a legali esterni allo studio appartenuto al padre, nella
convinzione che avrebbero potuto difendere con maggiore distacco ed
obiettività le sue ragioni dalle infamanti e calunniose accuse rivolte
dalla Signora Stefania Signorino all’ex marito con il solo e malcelato
intento di sottrargli l’affetto dei propri figli, proprio quando Nino,
messosi alle spalle l’incubo di un matrimonio rivelatosi un totale
fallimento, aveva cominciato a costruirsi una nuova vita.
Il provvedimento del 7/12/2006 con il quale il Tribunale di Messina,
sulla base delle relazioni positive dei Servizi Sociali circa le
dinamiche tra i figli e il padre, dispose l’affido condiviso dei minori,
scatenò nella Signorino una incontrollabile reazione, refluita, oltre
che nella ripetuta ed ostinata avversione verso ogni forma di esecuzione
di quel provvedimento, nella presentazione di tutta una serie di denunce
penali nei confronti dell’ex marito, divenuto improvvisamente – secondo
uno stereotipo, purtroppo, sempre più diffuso – una sorta di “mostro”
del tutto inadeguato ad occuparsi dei figli.
Eppure le varie perizie disposte dai Magistrati sia sui bambini, sia sui
genitori, avevano fornito un quadro totalmente diverso da quello
pretestuosamente dipinto dalla Signorino, ritenuta, invece, dal
consulente nominato dal Tribunale, l’artefice di una chiara manovra
diretta all’allontanamento dei figli dal padre al solo fine di
“colpirlo”, indiscutibilmente inquadrabile in quella che lo stesso
consulente ha tecnicamente definito “sindrome di alienazione genitoriale”.
Risoluta nel suo intento di sottrarre i piccoli a qualsiasi rapporto con
il padre, la Signorino non si fece scrupolo di allontanare i figli da
Messina, portandoli a vivere con sé a Misterbianco, in palese violazione
dei provvedimenti resi da ben tre diversi Giudici (nelle date del
27/8/2007, 17/5/2008 e 15/9/2008).
In tale contesto, considerato il deterioramento del rapporto con il
padre e vista l’assoluta mancanza di collaborazione della madre, anzi
l’esplicita determinazione nel non permettere che fosse posto riparo
alla grave situazione dalla stessa determinata, i Giudici disposero
l’affidamento provvisorio dei bambini al Comune di Messina e quindi ai
servizi sociali e ciò al fine di affrancarli dal grave stato di
sudditanza in cui la madre li aveva ridotti (ordinanza del 6/10/2008).
Il tentativo di dare esecuzione a tale ultimo provvedimento sfociò in
quello che fu artatamente dipinto come una sorta di blitz delle forze
dell’ordine, al quale la Signorino riuscì ancora una volta impunemente a
resistere, avendo però la freddezza di filmare il tutto, corredandolo di
una serie di farneticanti commenti ed insinuazioni. Ciò che è avvenuto
dopo è tristemente e tragicamente noto: la sottrazione dei due figli più
grandi da parte della nonna materna, Dattola Giuseppa, circa un anno fà
e l’efferato omicidio del povero Nino il 14 febbraio ad opera del
Signorino Giuseppe.
Un epilogo tragico, a pochi giorni dalla notifica alla Signorino
dell’ordinanza con la quale, dopo la sospensione determinata
dall’istanza di ricusazione del Giudice delegato, dichiarata infondata e
per questo rigettata, era stata disposta la prosecuzione del giudizio di
separazione. Un tragico e riprovevole epilogo determinato dalla lucida e
cosciente volontà di distruggere, questa volta in maniera definitiva ed
irreparabile, la vita di un padre il cui solo “torto” è stato quello di
amare i propri figli, con la solarità, la disponibilità, il senso di
altruismo che ha sempre contraddistinto ogni suo gesto.
Nino non c’è più, non c’è più per i suoi figli, cui è stato precluso per
sempre il diritto di volersi bene e non è possibile che la sua memoria
venga infangata e che lo si uccida una seconda volta con affermazioni
infamanti e totalmente prive di fondamento.
Quanto sopra riferito è soltanto una brevissima sintesi di questa
drammatica vicenda, che, per le ragioni sopra dette non possiamo
esimerci dal rassegnare rompendo il riserbo che fino ad oggi i familiari
hanno mantenuto e vorrebbero tornare a mantenere.