Ora se come dici te omettono dei fatti, e non ne capisco il
motivo, chissà, ma quello che dice mi sembra abbastanza chiaro. E
per certi versi assurdo
Lavagna, 17 febbraio 2017 - «POTENDO tornare indietro, avrei
rifatto quel blitz? Umanamente, dico di no. Col senno di poi
immaginerei sicuramente un intervento diverso, con un supporto
psicologico presente in casa. Penserei a una soluzione
alternativa, ci sto ragionando tutti i giorni. Conoscendo l?esito
tragico di quel servizio, adesso dico che era meglio non farlo»,
sono le valutazioni pesanti come macigni del generale Renzo Nisi,
comandante provinciale della Guardia di finanza di Genova, che
quella perquisizione l?ha gestita. Nel blitz a Lavagna ha perso
la vita, lanciandosi dalla finestra, il 16enne Giovanni Bianchi,
sorpreso dalle Fiamme gialle con alcuni grammi di hashish fuori
da scuola e poi accompagnato a casa.
Generale, giudicando da uomo non rifarebbe quel blitz. Ma pensando
da finanziere?
«Se un cittadino ci chiede aiuto, dobbiamo aiutarlo nel miglior
modo possibile. Nel caso del ragazzino siamo intervenuti con
tutte le cautele del caso, predisponendo una squadra speciale per
l?occasione, composta da padri di famiglia che sapessero bene
come approcciare un giovane. Erano tutti militari in grado di
creare un ambiente meno traumatico possibile. Abbiamo fatto in
modo che nell?abitazione ci fosse la madre con il
compagno».
Prima di lanciarsi dalla finestra, il ragazzino ha detto qualcosa?
«Stava parlando con i suoi familiari, era un classico rimprovero
da genitori. Non stavano assolutamente litigando in modo acceso,
l?argomento era la droga».
Il procuratore dei minori della Liguria, Cristina Maggia, ha detto
che bastava una chiamata e avrebbe sconsigliato la
perquisizione.
«Non entro in polemica con il procuratore: noi operiamo strada per
strada, con la gente e per la gente. Le decisioni vanno prese
nell?arco di un attimo e ci appelliamo alla professionalità. Se
si giudica in base al risultato, anche la vita di ognuno di noi è
da rivedere».
Sente il peso della morte del ragazzino?
«Abbiamo messo in campo la migliore esperienza e rispettato le
procedure per tutelare il minorenne. Il risultato non ci ha dato
ragione, non siamo tranquilli. Ci sentiamo profondamente colpiti
e dispiaciuti. Fare il massimo non è bastato, si può pensare di
mettere più forze in campo. Normalmente non si fa, ma nelle
perquisizioni casalinghe potrebbe entrare in gioco da prassi lo
psicologo».
In che modo?
«Non sarebbe agevole per i costi e l?organizzazione del lavoro, ma
si può immaginare uno psicologo del pronto intervento che ci
afffianchi in situazioni in cui sono coinvolti minorenni».
Antonella Riccardi, la madre adottiva di Giò come vi ha chiesto aiuto?
«È venuta in caserma alle 10.30 raccontandoci del figlio, che
aveva manifestato repentinamente problemi nella vita di tutti i
giorni. Lei temeva facesse uso di stupefacenti. Aveva cattive
frequentazioni e andava male a scuola, mentre prima era uno dei
migliori della classe ed era molto ben inserito nel tessuto
sociale tra paese e calcio. Questo è stato il grido di
disperazione della madre».
Voi come avete operato?
«Alla prima occasione utile dovevamo capire se usava o meno
droghe. All?uscita da scuola, alle 13.30 una pattuglia in
borghese, d?accordo con la mamma, lo ha fermato. Lui ha risposto
tranquillamente alle nostre domande, trovando anche una scusa
molto fantasiosa: l?hashish l?ho trovato nel bagno della
stazione».
Che spiegazione si è dato al gesto estremo e improvviso di Giò?
«Non lo so, me lo sto chiedendo in tutti questi giorni e
soprattutto ieri (mercoledì, ndr) al funerale quando ho visto
l?enorme partecipazione per l?addio. Quel ragazzo era inserito
ovunque, aveva amici, conoscenti, compagni di squadra. Non si
spiega, è imponderabile».
Quali consigli può dare ai genitori che devono affrontare i
problemi di droga dei figli?
«Li temo anche io da padre, visto che ho due figli abbastanza
giovani. Una ricetta non c?è, ma ammiro il comportamento della
famiglia di Giò, che quando l?ha ritenuto opportuno si è rivolta
allo Stato per chiedere aiuto. La loro scelta è stata giusta,
l?esito era imponderabile. Se la gente non si rivolge allo Stato
nel momento del bisogno, la società perde il suo valore. In
questi giorni ho sentito di tutto, tranne che la fiducia nello
Stato. Noi aiutiamo chi ha bisogno».