AVVENIRE - 28 SETTEMBRE 2008
l confronto con la morte che sta davanti a ogni uomo è onesto, sincero e
perfino drammatico nel Pensiero alla morte di Paolo VI. Non si tratta di un
monologo soggettivo. Esso è scritto in dialogo costante con Dio.
In tale dialogo Paolo VI rivela tanti angoli riposti della sua anima e
soprattutto il suo sguardo universale che corre al di là dei tempi e degli
spazi della terra, verso l'eternità. Insieme rivela il suo immenso amore per
la vita, la sua gratitudine, il suo desiderio di conoscere sempre di più
questo mondo. Due sono i temi particolarmente ricorrenti: quello dell'ora
che viene e quello della luce. «L'ora viene. Da qualche tempo ne ho il
presentimento. Più che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni
momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione
provvidenziale il mio esodo da questo mondo».
Paolo VI parte dall'inevitabilità e anche dalla "opportunità" della chiusura
della sua esperienza terrena, citando tre testi biblici, due neotestamentari
(2 Tim 4,6 e 2 P 1,14) e un testo dell'Antico Testamento (in cui è da
leggere Ez 7,2 invece di 2,7). Sono testi che parlano della fine imminente,
del tempo di sciogliere le vele, di lasciare questa tenda. Gli altri testi
biblici citati da lui non sono molti. Uno è riferito appunto al tema della
luce: «ambulate dum lucem habetis» ( Gv 12,35).
Un altro passo citato specifica come ci giunga questa luce: è il brano di
Giovanni nel quale Gesù appare come l'esegeta del Padre: «Proprio il Figlio
unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Il Papa
esprime un suo desiderio profondo: «Mi piacerebbe, terminando, d'essere
nella luce». La luce gli è apparsa sopratutto in quello che chiama
«l'avvenimento
fra tutti più grande», cioè «l'incontro con Cristo».
Ed esclama: «Tutto qui sarebbe da rimeditare, con la chiarezza rivelatrice,
che la lampada della morte dà a tale incontro». Un'altra importante
citazione viene da san Paolo (1 Cor 1,27.28). È un testo che permette una
sincera effusione di spirito che dà voce alla grande umiltà di Montini, che
si domanda quasi incredulo: «perché hai chiamato me, perché mi hai scelto?
Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore?».
E la risposta gli è data appunto da Paolo: Dio ha scelto ciò che nel mondo è
debole... perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ancora una volta
l'autore si richiama a Giovanni (21,18ss) per accennare al destino di
Pietro: «Questo disse [Gesù a Pietro] per indicare con quale morte egli
avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi"». E Montini
parafrasa: «Ti seguo: ed avverto che io non posso uscire nascostamente dalla
scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla
comunità, ch'è la Chiesa».
Seguono alcune tra le affermazioni più commoventi del documento che ci
dicono come egli sentisse un amore fortissimo per la Chiesa e avesse quasi
il pudore di dichiararlo apertamente. Così si esprime: «Potrei dire che
sempre l'ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e
selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro,
mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi
la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo
momento della vita si ha il coraggio di fare». Ed è qui che l'autore
richiama il capitolo XVII del vangelo di Giovanni, quello in cui il discorso
di Gesù ai suoi nell'ultima Cena assume il carattere di una solenne
preghiera conclusiva. Come per Gv 17, così anche per le ultime pagine di
questo testo montiniano si può dire che si tratta di qualcosa di
formidabile.
Chi dice queste parole sta guardando alle realtà ultime con un coraggio che
commuove e lascia senza fiato. Montini vorrebbe abbracciare il mistero della
Chiesa nella sua totalità: «Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua
storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa,
totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza,
nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie
di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo
perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità».
Qui la capacità di Montini di moltiplicare gli aggettivi e i sostantivi
attraverso il gioco dei sinonimi e dei contrari si esprime in tutta la sua
potenza e prelude alle accorate esortazioni finali: «E alla Chiesa, a cui
tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te:
abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei
bisogni veri e profondi dell'umanità, e cammina povera, cioè libera, forte
ed amorosa verso Cristo». Al termine di questa rilettura del testo di
Montini, mentre rimaniamo pieni di ammirazione per il suo
pensiero sincero e alto, non possiamo non istituire qualche paragone con la
situazione di noi che lo leggiamo oggi, in particolare con la mia situazione
di Arcivescovo emerito e ottantunenne.
È vero che il peso del governo di una Chiesa locale, pur se grande, non può
paragonarsi a quello portato da Paolo VI nella sua qualifica di Sommo
Pontefice. Pur tuttavia la lettura di questo testo suggerisce similitudini e
differenze che vale la pena di recensire. Paolo VI scrisse queste pagine
alcuni anni prima della sua morte, mentre si trovava ancora fortemente
impegnato nel molteplice servizio della Chiesa.
Io vi rifletto su queste cose con la tranquillità di chi non ha più impegni
ufficiali e può prepararsi alla morte. Ringrazio Dio di avermi dato, dopo
gli anni impegnati al servizio della Chiesa di Milano, un tempo
relativamente lungo (ormai quasi sei anni) per pensare all'anima mia. Di
fatto mi trovo più vicino alla morte di quanto non si trovasse Montini
quando scrisse queste pagine. Sono davanti alla prospettiva di una chiusura
prossima dell'esistenza e quindi mi pare di sentire in maniera ancora più
forte tutta la grandezza e l'oscurità di quel momento. In questa luce mi
pare di notare che Montini ha avuto una maggiore intuizione della bellezza
del mondo. Perciò può rammaricarsi di non averlo conosciuto abbastanza e di
non averlo studiato fondo. Io non sento tali rammarichi. questo mondo è
bello, ma ci sono tante bruttezze e brutture e perciò appare tanto
straordinario è attraente.
Quello che mi appare straordinario fatto che questo mondo sia stato amato da
Dio e sia stato creato Paolo VI riconosce che l'avvenimento grande è stato
per lui l'incontro Cristo. Sento anch'io profondamente l'importanza di tale
incontro, ma portato ogni giorno di più a vedere creazione come immersa nel
grande movimento che va verso il Cristo mi percepisco parte di questo e vedo
che in esso il mio incontro Cristo è solo un piccolo aspetto formidabile
dinamismo che abbraccia tutto l'universo.
Particolare impressione mi fanno riguardanti la sua povertà: «così così
renitente, così povero di mente cuore» e la sua esaltazione di
misericordioso e potente. Se guardo passato, riconosco che anch'io
moltissima gratitudine a Dio. Dio beneficato ultra quam speraverim.
immaginavo minimamente di potere alcuna capacità di contatto con né di saper
assumere importanti responsabilità o divenire addirittura alcuni punto di
riferimento.
Mi povero, intellettualmente molto. Il Signore invece nella sua bontà voluto
prendere questa modestia valorizzarla. Perciò riconosco la Signore e di
tutti coloro che mi venuti incontro e mi hanno aiutato anche valorizzato. Si
può dire qualche modo da ragazzo io avevo della vita. Ero timido, molto
chiuso. vita si è rivelata diversa. Le strade aperte, molti mi hanno
aiutato. non percepisco rimorsi, ma sento riconoscenza grandissima per tanti
che sono successi nella mia vita avrei immaginato. Mi impressiona la qualità
della sua fede, tranquilla e abbandonata a Dio.
Mi sento in questo senso assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte
lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di
morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte
anche nostro posto e morto potremmo andare Paradiso per un sentiero fiorito.
Invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed
entrassimo nella oscurità, che fa sempre un po' paura. Mi sono rappacificato
col pensiero dover morire quando ho compreso che senza la morte non
arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni
scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza".
Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Questa fiducia
traspare da tutto il testo di Montini. Ciò che ci attende dopo la morte è un
mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo
essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla
cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani.
La grande fede di Montini gli permetteva di perdersi in Dio con l'animo di
un fanciullo. Ispirati dal suo esempio desideriamo anche noi godere di
quella pace interiore che vince ogni ansietà e affida a Dio con tutto il
cuore.