di Paolo Moretti
«I fili erano mossi da Preziosi». L'immagine del re dei giocattoli nei
panni di un novello Mangiafuoco la dipinge, sulla tavolozza della Procura,
Michele Ciccone, direttore sportivo del Como dal giugno all'ottobre dello
scorso anno. Poco più di quattro mesi, sufficienti all'ex dirigente di via
Sinigaglia per affermare senz'ombra di dubbio: «Era Preziosi a decidere.
Parlava del Como, come se fosse suo». E a ben vedere era proprio così. Il
paese dei balocchi con vista sul lago aveva il suo incontrastato re:
carismatico e potente. Un'arruffapopoli alla Sansone. Era lui a decidere
le campagne acquisti azzurre. Sempre lui aveva il potere di porre il veto
su eventuali acquirenti del pacchetto azionario del Calcio Como. Forte di
quel singolo euro con il quale avrebbe potuto ricomprarsi la società di
via Sinigaglia. Le carte della Procura rivelano finalmente la vera storia
di una squadra di calcio condotta per mano dalla A alla D, passando per le
aule del Tribunale. E offrono le pennellate decisive per capire il ruolo
di Dall'Oglio e quello dei Napoletani. E per rivivere gli ultimi tragici
mesi prima del clamoroso crac.
I guai del Calcio Como iniziano nel corso di una riunione fiume
nell'ottobre 2003. Il tempo stringe: Preziosi deve assolutamente trovare
un acquirente a cui vendere le sue azioni, avendo comprato il Genoa alcuni
mesi prima e non potendo gestire contemporaneamente due società di calcio
professionistiche. Attorno ad un tavolo si ritrovano il re dei giocattoli,
Aleardo Dall'Oglio, il commercialista della società di quest'ultimo, la
Loda srl, Marco Sironi e il commercialista di Preziosi. È Sironi a
raccontare al pm Nessi e agli uomini del nucleo di polizia tributaria
della guardia di finanza i retroscena di quell'accordo. «L'ipotesi
iniziale - spiega il commercialista della Loda srl - era che Dall'Oglio
acquistasse tutte la azioni del Calcio Como ad un prezzo» che si aggirava
attorno ai «3 - 4 milioni di euro. Ma la trattativa fallì». L'imprenditore
milanese destinato a diventare presidente dei lariani, infatti, voleva
avere «la garanzia di essere rimborsato qualora il Como fosse retrocesso
in serie C». Un'eventuale retrocessione, in sostanza, avrebbe comportato
la restituzione delle azioni a Preziosi e dei soldi versati a Dall'Oglio.
I due decidono di restare soli. I commercialisti vengono allontanati dalla
sala. Al loro ritorno l'accordo era raggiunto. Con Aleardo in procinto di
«acquistare tutte le azioni possedute dalla Fingiochi (ovvero Preziosi
ndr) pari al 99,7% del capitale sociale al prezzo di 498.500 euro». Con
una postilla inedita: «Il diritto di Fingiochi - rivela Sironi - di
esercitare un'opzione di acquisto dell'80% del pacchetto azionario al
prezzo di un euro» a partire dal primo settembre dell'anno successivo,
ovvero il 2004.
La scrittura privata viene firmata il 7 ottobre 2003. Preziosi e
Dall'Oglio si fanno immortalare dalle macchine fotografiche: «In bocca al
lupo» ripete più volte il re dei giocattoli rivolto al suo
socio-successore. Sembra un addio da parte dell'imprenditore di Cogliate.
In realtà il cordone ombelicale che lo tiene attaccato a Como non viene
mai tagliato. Anche perché nella scrittura privata del 7 ottobre, Preziosi
si impegna formalmente ad aiutare le finanze del Como, anche se
limitatamente «all'eventuale effettivo bisogno di cassa mensile». In quel
caso Fingiochi avrebbe versato a fondo perduto il necessario a favore del
Calcio Como. Il 13 ottobre, neppure una settimana dopo la stipula
dell'accordo, Dall'Oglio si ritrova tra capo e collo un avviso
dell'Agenzia delle Entrate in cui si chiede, entro 30 giorni, il pagamento
di oltre 6 milioni di euro. Soldi che, stando all'accordo, non rientravano
nelle competenze di Preziosi.
Il re dei balocchi, nel frattempo, tenta di spezzare il cordone.
Dall'Oglio racconta alle fiamme gialle e al pm Vittorio Nessi: «Avevo
ricevuto il mandato a vendere la differenza di azioni non pagate, pari a
circa il 75%, con l'accordo che i corrispettivi della vendita dovessero
essere consegnati alla Giochi Preziosi». Una vendita su cui ovviamente
l'imprenditore di Cogliate aveva l'ultima parola. «Purtroppo non ho
trovato nessuna persona interessata». Un accordo che, secondo il
commercialista Sironi, aveva un duplice vantaggio: «Risolveva il problema
di Preziosi che doveva disfarsi di tutte le azioni e si prendeva tempo per
poter vendere al meglio, sul mercato, la società». Dall'Oglio accettò.
«Perché Preziosi diede garanzie finanziarie» spiega Sironi.
All'inizio il rapporto tra i due imprenditori sembra ottimo. Ma presto
qualcosa si spezza. Nel gennaio 2004 il presidente del Genoa si lamenta
con lo stesso Sironi, nel corso di un incontro, del fatto che la campagna
acquisti l'avesse dovuta fare lui, perché Aleardo «se ne era andato in
vacanza a Santo Domingo». Quasi contemporaneamente scoppia il caso Gregori
e Colasante. Ceduti dal Genoa al Como dietro il pagamento di 617mila euro.
«Dall'Oglio mi disse - è ancora Marco Sironi a parlare - che per fare un
favore a Preziosi, i due giocatori erano stati sopravvalutati, perché il
Genoa aveva bisogno di diminuire il suo debito verso la Lega Calcio». È la
scintilla che infiamma un rapporto ormai teso. «Penso che a fine gennaio -
racconta il commercialista della Loda - Dall'Oglio abbia iniziato ad
aprire gli occhi». E a iniziare a ipotizzare l'addio.
«Fu così che fui avvicinato dall'avvocato Montella» rivela l'allora
presidente del Como, a cui il legale disse di «rappresentare un gruppo di
persone interessate all'acquisto» della società di via Sinigaglia. Ma chi
era Montella' E chi rappresentava' A spiegarlo è Michele Ciccone, ex
osservatore del Genoa. Primavera 2004. «Preziosi - spiega l'ex ds lariano
- mi disse che siccome lui doveva portare avanti il Como aveva bisogno di
qualcuno che gli desse una mano». E quel qualcuno è proprio Ciccone.
«Preziosi - rivela - era interessato a sistemare il Como» non solo sul
fronte giocatori, ma anche «da un punto di vista gestionale». L'ex ds
degli azzurri suggerisce il nome del commercialista Giovanni De Vita. Il
quale contatta Massimo D'Alma, destinato a diventare l'ultimo
amministratore unico del Calcio Como. A quell'epoca D'Alma, che aveva
lavorato per il Coni come responsabile provinciale del Totocalcio nel
Salernitano, era disoccupato. «De Vita - racconta - mi disse che poteva
procurarmi un incarico professionale a Como». D'Alma arrivò sul Lario con
il benestare di Preziosi, il quale - spiega Dall'Oglio agli inquirenti -
«si disse d'accordo» alla vendita del 75% delle azioni «al prezzo di
350mila euro. Corrispettivo che, per quanto io sappia, non è mai stato
pagato». E D'Alma conferma: «Io non pagai niente, perché come ho detto il
mio era solo un ruolo formale». Anzi: l'amministratore unico proprietario
del pacchetto di maggioranza della Spa Calcio Como, riceve uno stipendio
mensile: 1500 euro. «Tutti i fili erano mossi da Preziosi» dice Ciccone.
Il sistema di scatole cinesi è però destinato a squagliarsi sotto una
tempesta di debiti. «Iniziato il campionato - rivela ancora l'ex ds
azzurro - i giocatori iniziarono a sollecitare il pagamento degli
stipendi. Montella ed io siamo più volte andati a Cogliate» nell'ufficio
di Preziosi per sollecitare «pagamenti». Ma l'ex patron rispondeva sempre:
«Tra una settimana. Neppure Dall'Oglio dava i soldi». Davanti al pm
l'imprenditore ora ai domiciliari negò di aver mai promesso «alcun impegno
finanziario» al gruppo D'Alma. «A loro non ho mai dato una lira».
D'Alma, nel settembre 2004, invia «due raccomandate a Preziosi e
Dall'Oglio perché intervenissero subito». Lo stato dei conti era tale che
«nessuno pagava l'albergo nel ritiro della squadra a Pontremoli» spiega
ancora Ciccone. «L'allenatore Galia chiamava Dall'Oglio per sollecitare il
pagamento». Ma la squadra dovette abbandonare il ritiro. Il crollo era
imminente. E quando (rivela D'Alma) Preziosi e Aleardo «si sono mossi per
cercare di tamponare la situazione» era troppo tardi. Ormai «l'istanza di
fallimento era già stata presentata». E la parola fine scritta.
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