Così scrisse AntiKomunista
https://groups.google.com/forum/#!searchin/it.politica/storie$20comuniste|sort:date/it.politica/lZ7nqAUfCGU/lWSjH1YVBE4J
Storie di comunisti e di Partigiani, #01
Via Rasella, 1944
La storia del comunismo italiano inizia nel 1921, a Livorno, da una
scissione del partito Socialista, così come da una scissione del partito
socialista era nato il partito fascista.
Mussolini, già dirigente del partito e direttore dell’”Avanti”, viene
espulso dal partito alla vigilia della prima guerra mondiale, perché
favorevole alla guerra mentre il partito, a differenza di altri partiti
socialisti europei, aveva scelto la linea: "Né aderire né sabotare",
inoltre era in contrasto con gli organismi sindacali socialisti della
CGL che reputava poco aggressivi nei confronti dei latifondisti, quindi
si dissocia dal socialismo e fonda il suo movimento tirandosi dietro
alcune migliaia di socialisti interventisti (raccolti nei Fasci
interventisti), che formeranno i quadri del futuro movimento fascista.
I comunisti di Livorno si dissociano dal socialismo sull’onda emozionale
della rivoluzione russa, quella che nei successivi settant’anni porterà
l’URSS alla fame e alla disperazione e che ancora oggi miete vittime nel
mondo.
Quindi comunismo e fascismo, in Italia, sono FIGLI DELLA STESSA MAMMA.
Con l’avvento dell’era mussoliniana i comunisti sono tenuti a freno
dall’apparato repressivo fascista.
Con la caduta di Mussolini cominciano a dare sfogo alla propria
malcelata voglia di potere.
Quindi si può dire che i delitti comunisti, in Italia, contro l’umanità,
contro la democrazia, contro il buon senso, avvenuti dopo 25 luglio 1943
sono da ascrivere solamente alla loro MALSANA IDEOLOGIA ESPRESSA IN
PIENA LIBERTÀ.
Le prime avvisaglie del comportamento delinquenziale dei comunisti si
hanno durante la guerra partigiana di liberazione.
Azioni delle brigate comuniste Garibaldi che purtroppo hanno gettato
discredito sulla partigianeria italiana formata per la maggior parte da
gente di sani principi, tutt’altro che comunista.
Il primo delitto, e forse il più efferato, è sicuramente la strage di
Via Rasella, perpetrato a danno di una compagnia di polizia tedesca del
Battaglione "Bolzen", a Roma il 23 marzo 1944.
Il Vaticano era riuscito a strappare ai tedeschi lo status di “città
libera” per Roma, questo significava che nella città di Roma erano
bandite operazioni militari da una parte e azioni partigiane dall’altra.
Nelle forze partigiane si captava il sopravvento dei socialisti e dei
futuri democratici cristiani, questo stato di cose frustrava gli
apparati comunisti.
Quindi l’attentato di Via Rasella perpetrato entro i confini della
“città libera” mirava sia a minare l’autorità del Vaticano (inviso ai
comunisti) sia a stabilire una sorta di supremazia politica sulle altre
forze partigiane.
È poco credibile la dichiarazione del gappista Mario Fiorentini, il
quale dice di aver visto la divisa del reparto di polizia della
“Bolzen”, di avervi ravvisato le stesse odiate divise di coloro che
avevano arrestato i propri genitori ebrei e per questo di aver studiato
la possibilità di un attacco contro di loro.
L’attacco fu deciso soprattutto per banali MOTIVI POLITICI E DI
SUPREMAZIA all’interno dei GAP (gruppi terroristici affini ai partigiani
comunisti) con poca attinenza con il patriottismo.
Ad avallare il piano studiato da Mario Fiorentini fu Giorgio Amendola
che incarica i Gappisti Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carla
Capponi, Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi, Francesco
Cureli, Raoul Falciani, Silvio Serra e Fernando Vitagliano.
Giorgio Amendola faceva parte del CLN, il Comitato di Liberazione
Nazionale costituito dopo l’8 settembre e nel quale erano confluiti i
dirigenti degli almeno sei partiti politici con maggior numero di
simpatizzanti, tra loro c’era Alcide De Gasperi alla testa del PPI, la
futura Democrazia Cristiana, e come responsabile delle brigate
partigiane socialiste Piemontesi c’era anche Sandro Pertini.
I comunisti erano uno degli apparati più piccoli del CLN e non
rappresentavano ne la forza trainante ne l’ideologia dominante della
partigianeria, anche se oggi pretendono di essere stati i soli
liberatori d’Italia.
Tra l’altro i "liberatori" (quelli veri) non diedero alcun peso alla
cobelligeranza e alla resistenza, per non dire nessuna importanza.
Basterebbe leggere il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 o più
semplicemente il discorso di Alcide De Gasperi, fuori programma (quando
l'Italia non fu invitata, essendo a tutti gli effetti una perdente) alla
conferenza di pace a Parigi per rendersene conto.
L’attacco fu deciso da Amendola senza dare alcuna comunicazione, come da
lui stesso dichiarato nel suo libro “Lettere a Milano”, agli altri
dirigenti del CLN.
Quella compagnia del Battaglione Bolzen non era una forza combattente ma
esercitava funzioni di pura polizia militare, e non erano nemmeno
tedeschi ma erano cittadini dell’Alto Adige, forzatamente annesso alla
Germania e quindi erano stati forzatamente arruolati.
Proprio per questo non godevano della piena fiducia dell’apparato
nazista ed erano stati relegati a operazioni di polizia militare.
Oggi il paese d’origine della maggior parte di quei soldati massacrati è
un paese italiano.
Amendola e i dieci comunisti designati per l’attacco sapevano bene a
quali conseguenze andavano incontro.
I tedeschi avevano affisso manifesti in tutta Italia preannunciando che
attacchi di civili alle loro truppe avrebbero comportato una
rappresaglia (considerata una legittima azione di guerra anche oggi).
Kappler, attore delle fucilazioni delle Cave Ardeatine, non è stato
condannato per aver fucilato quelle persone, eseguendo un ordine
superiore, ma per il delitto di omicidio volontario per aver fatto
fucilare 15 persone in più: 335 anziché 320. Dieci per il trentatreesimo
militare altoatesino deceduto successivamente in ospedale (senza aver
ricevuto specifico ordine dal gen. Maeltzer, suo superiore diretto), e
cinque per errore contabile sul numero delle persone contenuto in una
lista delle vittime designate.
Il comando tedesco incaricò il colonnello Kappler di organizzare la
rappresaglia.
La rappresaglia fu decisa con l’uccisione di dieci italiani per ogni
tedesco morto, da scegliere tra persone carcerate, già condannate a morte.
Kappler convinse il generale Mackensen ad accontentarsi di fucilare le
sole persone con queste caratteristiche che potevano essere reperite
nelle patrie galere anche senza raggiungere il numero di 10 a 1.
Un successivo ordine giunto a Kappler da “persone molto più in alto” lo
obbligò a raggiungere tutto il numero di persone richiesto aggiungendo
al gruppo ebrei in stato di arresto, anche se non condannati a morte.
La cronaca dell’attacco è inutile riscriverla, è cosa troppo nota,
quello che è meno noto è che in quell’operazione, oltre ai 32 (33)
poliziotti tedeschi, morirono anche TRE CIVILI italiani tra cui un
bambino poco più che decenne, gli altri due erano componenti della
fazione rivale (sempre comunista) Bandiera Rossa, attirati nella zona
con un pretesto, al fine di eliminarli in modo “pulito”.
I VIGLIACCHI.
NESSUN DETENUTO COMUNISTA della fazione degli attentatori figura tra i
fucilati delle fosse Ardeatine, SOCCORSO ROSSO funzionava già molto bene.
NESSUNO DEI DIECI “EROICI” COMUNISTI e tantomeno Amendola si presentò al
comando tedesco per assumersi la responsabilità dell’attentato,
lasciando fucilare 335 persone, mentre loro se ne stavano ben nascosti.
Eppure ci sono stati esempi che sono valsi a scongiurare fucilazioni di
massa per rappresaglia, almeno due, tra cui quello dell’eroe (eroe vero)
Salvo D’Acquisto, e quello di Fiesole, in provincia di Firenze. Tre
carabinieri della locale stazione per salvare le vite di dieci innocenti
ostaggi si presentarono ai nazisti che li fucilarono immediatamente
contro un muro dell'albergo Aurora.
Durante il processo a Kappler la parente di una vittima delle Fosse
Ardeatine grida a Rosario Bentivegna presente in aula in qualità di
testimone: "Assassino, codardo! Ho la mia creatura alle Fosse Ardeatine,
perché non ti sei presentato, vigliacco?".
Il presidente del Tribunale, gen. Euclide Fantoni, sollecita una
risposta da Rosario Bentivegna, il quale risponde che la presentazione
degli attentatori non fu esplicitamente richiesta dai tedeschi.
Viene smentito dallo stesso Kappler che dice: "No, l’eccidio avrebbe
potuto essere evitato se si fosse presentato l'attentatore o se fosse
venuta un'offerta della popolazione.
D’altra parte, da mesi erano affissi manifesti per gli attentati con
l'indicazione della rappresaglia da uno a dieci".
Che l’attentato si consideri operazione patriottica passi pure, magari
turandosi il naso, ma i 335 fucilati delle Fosse Ardeatine sono
sicuramente di RESPONSABILITA’ DEL COMPORTAMENTO VIGLIACCO DEI COMUNISTI
ATTENTATORI.
Una ricostruzione, molto simile a questa fatta da Bruno Vespa nel suo
libro «Da Mussolini a Berlusconi», è stata contestata dal gappista
Rosario Bentivegna, ma solo con ridicole precisazioni che nulla tolgono
alla nefandezza della strage.
Contesta il fatto che il CLN non fosse al corrente al corrente
dell’attacco con la scusante che nel 1951, proprio sotto un governo De
Gasperi, erano stati decorati i facenti parte del gruppo d’attacco.
Ma sappiamo bene che quelle decorazioni furono date solo per una sorta
di pacificazione nazionale, tra l’altro mai avvenuta, così come, per lo
stesso scopo, sono state taciute, nascoste, nella criminale indifferenza
di tutti, le altre malefatte comuniste avvenute soprattutto
nell’immediato dopo guerra.
Anche il giornalista Paolo Granzotto è stato contestato da Rosario
Bentivegna per il contenuto del terzo volume di “Italiane” in relazione
a Carla Capponi, unica donna partecipante al massacro, e questa volta
invia per conoscenza la lettera anche ad alcuni onorevoli.
Ma l’unica risibile contestazione di una certa importanza che si fa in
quella lettera è il colore dei capelli della donna, Bentivegna protesta
che aveva i capelli biondi e non neri e che se li era tinti solo per
sfuggire alle ricerche della polizia tedesca.
L’attentato fu un’operazione militare, partigiana, patriottica, o fu
solo puro terrorismo a scopo di potere politico?
La linea di demarcazione è molto sottile, DIPENDE DAL PUNTO DI VISTA,
specialmente alla luce di quello che sta succedendo oggi nel mondo.
Certamente fu un ATTENTATO INUTILE sotto qualsiasi punto di vista
militare e i comunisti ne erano criminalmente consapevoli, i tedeschi
(che ormai erano un esercito in fuga) stavano per raggiungere un accordo
con la RSI che prevedeva di lasciare la città di Roma senza che vi
fossero altre vittime, ma ai signori comunisti questo non andava molto
bene, un accordo di questo tipo senza la loro partecipazione, ma solo
con il contributo degli odiati “repubblichini” li avrebbe messi troppo
nell’ombra.
Quello che non dipende, NON PUÒ DIPENDERE, dal punto di vista è la
VIGLIACCHERIA COMUNISTA alla quale vanno ascritte le 335 fucilazioni
delle Fosse Ardeatine.
Nelle file comuniste a qualcuno comincia rimordere la coscienza, per
esempio Sandro Curzi ha dato dei giudizi non dissimili dai miei sul
fatto di Via Rasella e per questo viene accusato dai suoi ex compagni di
partito come trotzkista (intervista a "La Repubblica" del 9 settembre 2003).
AntiKomunista
----------------
Giovanni Polito
---
Questa e-mail è stata controllata per individuare virus con Avast antivirus.
https://www.avast.com/antivirus