Ricordate la imminente privatizzazione della Rai di cui il ministro
Gasparri parlava un giorno sì e l'altro pure? Sparita all'orizzonte.
Ricordate il folgorante ”miracolo” del digitale terrestre per il quale il
ministro Gasparri ha spinto, come un forsennato, la Rai ad investire
milioni e milioni di euro? Sparito all'orizzonte, rinviato a chissà
quando. Ricordate quando dicevamo queste cose dipingendo il sullodato
Gasparri come un mandriano di ”bufale” televisive a vantaggio esclusivo di
Mediaset? Lui non è sparito per niente, è lì in tutta la sua corposa
presenza a confermare il grande inganno politico di cui è stata vittima la
Rai, con la connivenza dei suoi vertici di allora.
Di privatizzazione - operazione certamente complessa - non si parla più.
Fra l'altro, avendo scelto la Rai la strada della Tv commerciale,
sarebbero dolori per Berlusconi se essa venisse addirittura gestita da
privati. Figuriamoci se si muove paglia in direzione del mercato. I grandi
successi degli ultimi mesi sono i ”pacchi” di Pupo e i ”reality” coi
relativi cascami pomeridiani e notturni, cioè prodotti non di servizio
pubblico. I programmi validi rimontano (Celentano, Montalbano, Medico in
famiglia, Maresciallo Rocca, ecc.) alla esecrata Rai dell'Ulivo.
Per il digitale terrestre abbiamo tante volte scritto, all'epoca, che
l'Europa, la quale aveva già preso qualche scivolone e registrato più di
un fallimento, si dava come ragionevole traguardo il 2010 e che non c'era
nessuna fretta oggettiva per anticipare da noi l'operazione al 2006 (data
scritta nel marmo di una legge…). Per predisporre allo scopo uno stock
adeguato di risorse finanziarie senza doverne sottrarre alla gestione
ordinaria, la tanto detestata Rai di Zaccaria varò la fruttuosa cessione
del 49 per cento di Rai Way, società delle ”torri”, agli americani di
Crown Castle (già detentori del 100 per cento delle ”torri” Bbc),
ricavandone 724 miliardi di lire al netto delle tasse. Cessione che il
solito Gasparri, sostenendo che avrebbe trovato lui compratori migliori
(altra ”balla” planetaria), si rifiutò, sprezzante, di ratificare.
Non solo: egli fece di più, cioè negò alla emittente pubblica anche un
solo euro di aumento del canone lasciandolo inchiodato a 99,70 euro, il
livello più basso d'Europa (ci supera pure la Slovenia, largamente). E il
collega di partito, Mario Landolfi da Mondragone (forse perché dalle sue
parti il canone lo paga, quando va bene, un utente su due) ha dichiarato
di volerlo seguire nel blocco. Un misero euro all'anno, moltiplicato per i
16 milioni di utenti-paganti, fa già una trentina di milioni in un
biennio. Con due all'anno, siamo alla sessantina. Butta via.
Adesso il direttore generale Alfredo Meocci - dopo aver scoperto che i
trionfali bilanci del suo predecessore Flavio Cattaneo erano
essenzialmente frutto di aggiustamenti finanziari - mette a nudo la
sgradevole verità: la Rai è ”in rosso” di circa 80 milioni e, grazie alla
bocciatura suicida della cessione del 49 per cento a Crown Castle (un
affarone, in realtà) e al mancato adeguamento del canone al costo della
vita, non ha le risorse per dar corso rapidamente al digitale terrestre.
In cui ha investito, ai tempi del duo Gasparri-Cattaneo, cifre di tutto
rispetto con l'unico risultato (ma pure questo lo si era denunciato) di
favorire Mediaset buttatasi sui diritti calcistici pay in digitale.
L'inghippo è disvelato. Salvo essere costato una barca di milioni di euro
alla Rai, sborsati a tempi serrati, quando si poteva andare verso la
digitalizzazione secondo i giusti ritmi europei e magari pensare ad
adeguare prioritariamente altre tecnologie (quelle della Radio, invece
abbandonata a se stessa) e ad investire in qualità, in programmi di
pubblico servizio. Quindi, per ora, niente digitale, dal 1° febbraio,
nelle regioni-pilota Sardegna e Val d'Aosta e quindi, niente spegnimento
dell'analogico in tutta Italia entro il 2006. È passata, condotta dal
prode Gasparri, una vera e propria mandria di ”bufale”. A caro prezzo per
i contribuenti.
Oltre tutto, Viale Mazzini deve (finalmente) separare i programmi
commerciali pagati dalla pubblicità da quelli di servizio finanziati dal
canone. Ma quest'ultimo è inchiodato e la pubblicità, in ripresa sul piano
generale dei media, non premia la Rai che rimarrebbe al di sotto dei
livelli previsti per il 2005 di una ventina di milioni. Claudio
Petruccioli, sempre in Vigilanza, ha calcolato in 300 milioni i maggiori
costi sopportati dalla Rai per i programmi di servizio. Guardando a quel
che passa sul video, non si direbbe proprio. Ma è il contratto di servizio
a largheggiare non poco nell'attribuzione di una simile etichetta. Meocci,
dal canto suo, ha chiesto di elevare i ”tetti” pubblicitari della Rai. Il
che, però, vorrebbe dire ”commercializzare” ancor più il prodotto. Un vero
rebus.
Dalla Rai si vuole di tutto e di più (qualità, servizio pubblico, capacità
di competere sul mercato, aggiornamento tecnologico, profitti), con un
canone irrisorio rispetto ai 180-190 euro delle Tv pubbliche di Paesi
omologhi quali Gran Bretagna e Germania. Per non parlare di tanti altri
partners europei tutti oltre i 200 e passa euro l'anno di canone. In
realtà, come ascolti e come conti, la Rai sta un bel po’ peggio di
quattro-cinque anni fa, essendosi palesemente commercializzata oltre che
asservita alla maggioranza di governo. Al punto che il programma di
Adriano Celentano diventa, checché ne dicano Vespa Bruno e i suoi
condomini più fedeli, un'isola di libertà e di pluralismo. O una finestra,
via.
Alla Rai serve un nuovo progetto, industriale ed editoriale, dopo un
quadriennio di confusa, cieca navigazione a vista. Un progetto che parta
dagli istituti in grado di garantire, anzitutto, pluralismo
politico-culturale e autonomia, aziendale e imprenditoriale.
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=EDITO&TOPIC_TIPO=E&TOPIC_ID=45685