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Omicidio Chiara: "L’assassino ha agito in un attimo di follia"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 23 della discussione
Sfogo del procuratore capo di Vigevano: "Non è stata una vendetta. È ovvio che l’unico ambito in cui possiamo cercare l’omicida è quello familiare o amicale". Parole che sembrano voler dire: sappiamo chi è stato a uccidere la ragazza
Quasi uno sfogo, denso di frustrazione. Quella di chi è convinto di conoscere il nome dell’assassino, ma non può rivelarlo. E soprattutto, dopo oltre venti giorni di indagini snervanti e forse imperfette, non riesce ancora ad arrestarlo.
«Non è stata una vendetta. L’omicidio di Chiara Poggi è avvenuto in un momento di follia, un attimo che può capitare a chiunque»».
Ha il sapore della perifrasi l’affermazione del procuratore capo di Vigevano Alfonso Lauro, che in un’intervista a «Studio Aperto» traccia un profilo criminologico dell’assassino della giovane massacrata a Garlasco lo scorso 13 agosto a Garlasco. Un messaggio trasversale diretto forse anche all’assassino e a chi osserva e aspetta il risultato di questa inchiesta che sembra non trovar mai approdo. Un modo per dire: «Non aspettatevi chissà quali novità, il killer di Chiara non è un mostro».
Cosa rimane, per esclusione. Lui, Alberto Stasi, il fidanzato dallo sguardo un po’ «così» che quasi 20 ore di interrogatori serrati non sono bastate a scalfire.
Eppure qualche certezza, per non dire di più, gli investigatori dimostrano di averla, almeno ad ascoltare le parole di Lauro. Che illustra un quadro, uno scenario le cui tinte fosche si delineano per andare poi a perdersi nell’insondabile della mente umana: «Il delitto è avvenuto in un momento di follia perché la stessa efferatezza non sembra trovare riscontri in vendette, gelosie o cose simili, momento di follia che può essere di tutti quanti noi, che può succedere a chiunque, e per l’autore del fatto in quel momento è stata di una rilevanza estrema che ha determinato la perdita di ogni freno inibitore». «L’omicidio - prosegue Lauro - è avvenuto in una famiglia normalissima, poiché non vi sono anomalie di relazioni di rapporti. È ovvio dunque che l’unico ambito in cui possiamo cercare è quello familiare o amicale e simili».
Sulle critiche alla procura per la lunghezza delle indagini la replica del procuratore capo è secca: «Noi abbiamo un sistema processuale penale estremamente garantista e farraginoso, tutto da rivedere a mio giudizio». Il che potrebbe significare: gli elementi che abbiamo non bastano per far scattare le manette in modo definitivo.
Il pericolo, a questo punto, è quello di assistere a una «Cogne 2».
Andrea Acquarone
E' proprio quello che temo anche io.
Andrea
>>Da: andreavisconti
Messaggio 23 della discussione
Ancora nessuna risposta da parte del Ris sul materiale organico raccolto in casa Poggi il 5 settembre. Ieri infatti la lavorazione per isolare il Dna (trovato sembra vicino al punto in cui stramazzò la ragazza) si è protratta a lungo e alla fine tecnici e periti di parte hanno deciso di rinviare tutto a lunedì. Quando forse dalle ultime tracce raccolte sarà possibile avere il profilo genetico del killer di Chiara.
La giovane, 26 anni, fu uccisa il 13 agosto nella sua villetta di via Pascoli 8 a Garlasco e il suo cadavere scoperto dal fidanzato Alberto Stasi, 24 anni. Il ragazzo attraversò la scena del crimine, piena di sangue, senza sporcarsi le scarpe e diventò così l’unico indagato. Ma dopo oltre un mese di indagini, i pochi riscontri certi sono a suo favore: non ci sono tracce ematiche sui suoi occhiali, sulle auto e le bici di famiglia, non c’è ombra del suo Dna sul corpo della vittima.
Dieci giorni fa pertanto i tecnici del Ris e i periti di parte sono entrati per l’ennesima volta nella villa di Garlasco e hanno raccolto una serie di reperti che sono stati messi «in lavorazione». In altri termini le tracce sono state inserite in alcuni macchinari che procedono a isolare il profilo genetico quasi in automatico. La durata del lavoro però è direttamente proporzionale alla qualità dei reperti, ma in questo caso si trattava di tracce molto labili. Ieri le operazioni sono andate per le lunghe, con la possibilità di avere i risultati solo a notte inoltrata. Così nel tardo pomeriggio gli esperti hanno deciso di rinviare tutto alla settimana prossima.
Ma se da una parte non è certo che le analisi consentiranno poi di avere risposte sicure, dall’altra le tradizionali attività di indagini segnano il passo. Così la possibilità di arrivare alla soluzione del giallo in tempi rapidi diventa ogni giorno che passa sempre più improbabile.
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Università, esami venduti: da 8mila a 30mila euro
>>Da: andreavisconti
Messaggio 18 della discussione
Sette indagati nelle facoltà di Medicina di Bari, Ancona e Chieti: coinvolti professori, studenti e impiegati. Soluzioni dei test via Sms.
Paura di non superare il test di ammissione alle facoltà di Medicina e Odontoiatria? Timori di essere bocciati all’esame. No problem. Bastava pagare. Fino a 8.000 euro per mettere la crocetta nella casella con la risposta esatta; fino a 30.000 euro una volta promossi definitivamente. Un andazzo che nelle università di Bari, Ancona e Chieti (e chissà di quanti altri atenei ancora da scoprire...) si era trasformato in un rodato sistema che faceva la gioia di tutti: bidelli e impiegati amministrativi (nel ruolo di intermediari), professori (nel ruolo di corrotti) e studenti (nel ruolo di corruttori). La Guardia di finanza che ha scoperto l’imbroglio parla di «poche mele marce»; sufficienti però a infangare di riflesso anche la maggioranza di docenti e universitari onesti.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 18 della discussione
Circa 200 giovani di Azione universitaria hanno occupato per l’intera mattinata di ieri la sede del ministero dell’Università e della ricerca in piazza Kennedy.
«Armati» di bandiere e striscioni i giovani sono entrati nel cortile del dicastero per protestare contro lo scandalo dei test universitari.
Al grido di «dimissioni» e «ministro molla la poltrona», la protesta è andata avanti per diverse ore. I ragazzi hanno colto di sorpresa il servizio di vigilanza del dicastero e nel cortile interno hanno esposto uno striscione dov’è scritto «testi sbagliati, concorsi truccati, carte e burocrati» firmato Azione universitaria «studenti incazzati».
«Noi chiediamo che il ministro Fabio Mussi se ne vada a casa poiché non è stato in grado di gestire la situazione - ha detto Piero Cavallo, dirigente di Azione universitaria -. Il problema test ha fatto solo traboccare il vaso. C’è un problema che riguarda tutta l’università italiana. L’ultimo episodio è quello che il ministero ha concesso ai singoli rettori di poter alzare le tasse di un altro 25%».
«Siamo qui per protestare certo contro lo scandalo dei test - ribadisce Piero Cavallo - ma questo ministero con la gestione Mussi è ormai diventato un baraccone ridotto a semplice palazzo della burocrazia e nulla è stato cambiato rispetto al passato». Tutti hanno diritto di protestare, ma nessuno può farlo usando metodi prevaricatori e violenti. Si può sintetizzare così la reazione del ministero dell’Università e della Ricerca. «Questa mattina - si legge in una nota dell’ufficio stampa - circa 50 giovani hanno fatto irruzione nella sede del ministero. Dopo aver superato i varchi di accesso e travolto il personale di sicurezza del Miur, è stato occupato il cortile interno dell’edificio. L’occupazione è durata circa 20 minuti, e grazie al pronto intervento del personale di polizia del commissariato Eur Esposizione e della questura di Roma (a cui va il ringraziamento del Miur) i giovani sono stati convinti a lasciare la sede del ministero».
Pronta la replica di Azione universitaria: «Nell’occupazione simbolica del ministero dell’università che ci ha visti protagonisti non vi era assolutamente nulla di violento e provocatorio, a meno che Mussi non consideri provocazione il diritto degli studenti di pretendere il proprio futuro e chiedere veramente le dimissioni a chi le promette da più di un anno?».
«Non accettiamo lezioni di non violenza da chi negli anni ’60, come ammesso pubblicamente da D’Alema, si trovava in mezzo a lanci di molotov alla Normale di Pisa», ha concluso Giovanni Donzelli, presidente di Azione universitaria
IL GIORNALE
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E bravo Ferrero
>>Da: Mirko
Messaggio 18 della discussione
3.000.000 di euro per i campi nomadi
I nomadi non sono poi così nomadi. «Dei 140 mila che possiamo stimare in Italia, il 90 per cento è costituito da popolazione stanziale» dice sicuro Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale. La cifra non pare al ministro così ingovernabile da precludere la via dell’integrazione, che anzi va battuta a tutti i costi. Con una strategia in tre punti: «Superare i campi e costruire case, mirando ad esempio all’autocostruzione; favorire l’inserimento a scuola dei bambini e quello lavorativo degli adulti».
Sul problema vi sono alcune buone pratiche, prima fra tutte quella del comune di Pisa, che è riuscito a creare abitazioni per 470 nomadi, a trovare loro un lavoro, a mandare i figli a scuola. Nei 50 milioni di euro destinati all’integrazione degli stranieri, secondo la direttiva che sta per apparire sulla Gazzetta Ufficiale, due progetti sperimentali sono destinati a Rom, Sinti e Camminanti. Il primo, da 3 milioni di euro, riservato alle aree metropolitane di Roma, Milano, Torino e Padova , per favorire l’accesso alla casa. Il secondo, da 1 milione di euro, a Roma, Milano, Firenze, Bologna e Napoli, per l’accoglienza degli alunni Rom nelle scuole. Ferrero vuole anche emendare la legge del 1999 sulle minoranze linguistiche, inserendo un articolo anche per Rom e Sinti. Questi esperimenti serviranno poi a costruire una politica più organica, mentre il ministro vuole incontrare a breve i sindaci delle realtà più interessate alla presenza dei nomadi.
«Siamo in difetto e stiamo lavorando per recuperare» ha aggiunto Ferrero, che non ha voluto fare commenti sulle espulsioni, di competenza di Amato. Ieri il ministro della Solidarietà sociale ha incontrato la vicesegretaria generale del Consiglio d’Europa, Maud de Boer Buquicchio, che ha elogiato la sensibilità del nostro governo, ricordando che «sul problema dei nomadi non esiste affatto in Europa un paese modello». Il Consiglio d’Europa aveva posto all’Italia tre rilievi: inadeguatezza dei campi, sgomberi forzati e carenza di abitazioni permanenti."
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 16 della discussione
Sto comunista vorrebbe regolare pure gli inviti a pranzo.
Bisognerà compilare apposito modulo?
>>Da: Lory
Messaggio 17 della discussione
Ma questo è un pazzo.
Quando cadrà questo governo?? e prima che tornino passano almeno cinquant'anni!
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Basta allarmismi, Pecoraro Scanio!
>>Da: LA SFINGE
Messaggio 24 della discussione
Il ministro alla Conferenza sul clima: "Temperatura cresciuta 1,4 gradi in 50 anni
Quattro volte più della media del pianeta che è di 0,7 gradi in 100 anni"
Pecoraro: "Perdiamo un terzo delle coste
Per l'Italia riscaldamento record"
Napolitano: "Essenziale che l'Europa parli con una sola voce"
ROMA - "La temperatura in italia è aumentata quattro volte in più che nel resto del mondo: 1,4 gradi negli ultimi 50 anni mentre la media mondiale è di 0,7 gradi nell'intero secolo". Con questo dato allarmante il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ha aperto la sua relazione alla conferenza nazionale sui cambiamenti climatici, voluta dal ministero dell'Ambiente e organizzata dall'Apat, in corso al palazzo della Fao a Roma. Dopo aver lanciato una serie di allarmi su siccità, desertificazione, risorse idriche, il ministro ha ribadito la necessità di una politica globale immediata. "Il cambiamento climatico è qui e ora" ha detto Pecoraro Scanio. "Noi sappiamo che il nostro Paese è tra quelli che pagheranno il maggior prezzo in termini di danni ambientali, perdite di vite umane e salute, costi economici".
Napolitano: l'Italia faccia la sua parte. I lavori si sono aperti alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha sottolineato che "il problema del cambiamento climatico e del futuro dell'ambiente sia uno dei più gravi e complessi problemi globali del nostro tempo". "Per influenzare intese e sforzi coordinati che devono realizzarsi a livello mondiale per fronteggiare il problema del cambiamento climatico innanzitutto è essenziale che l'Europa parli con una sola voce", ha detto Napolitano. "Quindi è necessario che si porti davvero avanti quella politica europea integrata dell'ambiente e dell'energia che è stata avviata nel Consiglio Europeo in primavera, e che l'Italia faccia la sua parte".
In Italia riscaldamento record. La temperatura in Italia è aumentata quattro volte di più che nel resto del mondo, ha ricordato il ministro. "Le piogge diminuiscono, gli episodi di siccità si moltiplicano, la desertificazione sta diventando un problema non solo per il Sud ma per la Pianura Padana. I nostri ghiacciai hanno perso metà del volume, e un chilometro su tre delle nostre coste basse è in arretramento. Il Po, come tutti i fiumi italiani, sta subendo riduzioni progressive delle portate medie mentre aumenta la variabilità tra piene e secche".
Attuare il protocollo di Kyoto. "L'Italia ha accumulato dieci anni di ritardo e per colmare questo gap non basta la prima inversione di tendenza nelle emissioni dei gas serra che, secondo le stime dell'Apat, c'è stata nel 2006", spiega Pecoraro Scanio. "E' stato un segnale importante ma occorre un impegno massiccio". Combattere i cambiamenti climatici, precisa il ministro, "significa innanzitutto attuare il Protocollo di Kyoto entro il 2012 e procedere alle ulteriori riduzioni delle emissioni di gas serra indicate dall'Unione europea".
I costi dei danni climatici. "Nel nostro Paese i costi per far fronte ai danni prodotti dai cambiamenti climatici si stimano a partire da 50 miliardi di euro all'anno". Riportando all'Italia le stime del rapporto Stern sull'inazione (nell'ipotesi che la temperatura globale cresca solo di 1,5 gradi) di fronte ai cambiamenti climatici, il ministro ha precisato: "la differenza tra quello che ci costa non agire e quello che ci costa agire è tra 10 e 40 volte maggiore a favore dell'azione.
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 24 della discussione
Per non dimenticare.
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Altri guai per i genitori di Maddie: nell’auto trovati capelli della bimba
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
L’ora in cui la zia dice di essere uscita di casa smentita da un commerciante
Londra - «Siamo innocenti, viviamo dentro un incubo senza fine». Così Gerry Mc Cann, il padre della piccola Maddie, scomparsa lo scorso 3 maggio in Portogallo, ha descritto sul suo blog personale quello che lui e la moglie provano da quando la polizia portoghese li ha formalmente indagati.
Le quattromila pagine di dossier sul caso di Madeleine si trovano ora nelle mani del magistrato portoghese Pedro Miguel dos Anjos Frias che nelle prossime 24 ore deve decidere se accogliere le richieste del pubblico ministero ordinando gli arresti domiciliari per i Mc Cann. Nel frattempo la famiglia, che ha fatto ritorno in Gran Bretagna, nella sua casa di Rothley, nel Leicestershire, sta tentando di riprendere una routine quotidiana il più normale possibile. Ma è un’impresa ardua con giornalisti e fotografi perennemente accampati davanti a casa che li seguono appena escono.
Negli ultimi giorni gli agenti hanno effettuato nuove perquisizioni sequestrando altri oggetti appartenuti alla bambina, tra questi il suo amatissimo pupazzetto, il gattino da cui Kate Mc Cann non si è mai separata dal giorno in cui Maddie è scomparsa. Secondo i giornali portoghesi sembra che la polizia locale sia intenzionata a continuare gli interrogatori e sia pronta a effettuare persino degli scavi nei pressi della chiesa di Nossa Senhora da Luz dove la madre di Madeleine era solita rifugiarsi per pregare in ogni momento visto che alla famiglia era stata concessa una chiave dell’edificio. Da quanto riportava ieri il sito online di Sky News gli inquirenti starebbero tentando di entrare in possesso anche del diario della signora Mc Cann che potrebbe contenere qualche indizio interessante.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
L’accusa ai genitori di Maddie: «Il corpo gettato da uno yacht»
di Erica Orsini
Gli investigatori insistono: la piccola sarebbe stata uccisa da una dose eccessiva di sedativi. La famiglia poi si sarebbe disfatta del cadavere in mare aperto
da Londra
Il corpo della povera Maddie potrebbe non essere ritrovato mai più. L'ultima agghiacciante ipotesi nel caso di Madeleine McCann, la bimba britannica di 4 anni scomparsa in Portogallo il 3 maggio scorso arriva dal quotidiano locale Diario de Noticias, secondo cui la polizia teme che il corpo della bambina sia stato gettato in mare da uno yacht. È questo l'ultimo colpo di scena in una vicenda che ha commosso l'opinione pubblica di tutto il mondo. Ormai quasi dimentichi che la morte della bambina non è affatto stata accertata, dopo la recente doppia incriminazione dei suoi genitori, Kate e Gerry, le indiscrezioni giornalistiche su quello che pensa, teme o farà la polizia si susseguono a ritmo serrato. Le ultime riguardano dunque, secondo quanto riporta Diario de Noticias la possibilità che i signori McCann, dopo aver ucciso accidentalmente la figlia con una dose troppo pesante di sedativi, presi dal panico abbiano pensato di disfarsi del suo corpo con l'aiuto di un complice e l'abbiano gettato in mare aperto in un sacco chiuso pieno di pietre. Secondo il giornale il proprietario dell'imbarcazione sarebbe già stato sentito in precedenza dagli inquirenti. Ma che cosa avrebbe spinto i McCann a riempire di sonniferi la figlia maggiore? Probabilmente la sua eccessiva vitalità che a leggere quello che scriveva la madre nel suo diario era diventata insostenibile. «Maddie mi consuma con il suo eccesso di vitalità. I gemelli sono isterici». Sarebbero queste le frasi ritrovate nel diario di Kate McCann e ritenute più inquietanti dalla polizia locale. Anch'esse sono state riportate per prime dai giornali lusitani insieme all'ultima accusa verso il marito. «Gerry non mi aiuta in casa, devo fare tutto da sola». Insomma, gli innocenti sfoghi di una madre lavoratrice, stremata da tre figli piccoli e dalla carenza di sonno, sembrano essersi trasformati in micidiali prove a carico della signora McCann. «Accuse semplicemente ridicole, non abbiamo avuto alcuna parte nella scomparsa di nostra figlia», continua a ripetere come un disco rotto Gerry McCann, convinto al cento per cento dell'innocenza della moglie. Sembra che la polizia voglia reinterrogare Kate. E in futuro, secondo le speculazioni di alcuni giornali britannici, i McCann potrebbero perdere anche la custodia degli altri due figli. Nei giorni scorsi hanno infatti ricevuto la visita di un assistente sociale. Infine, come sosteneva ieri il quotidiano nazionale Daily Telegraph, la coppia e gli altri membri della famiglia probabilmente dovranno vendere le proprie case per far fronte alle spese legali per la loro difesa. Così almeno avrebbe confermato la sorella di Gerry McCann. «Vendere la casa? Si è possibile. Case e denaro sono meno importanti delle persone e dell'amore, almeno per quanto mi riguarda è così». Alcuni giornali ieri citavano infine anche delle fonti della polizia giudiziaria portoghese secondo cui, a dispetto di tutte le ipotesi, gli investigatori non avrebbero prove sufficienti per accusare di omicidio i genitori e non sarebbero nemmeno in grado di ricostruire quanto è realmente accaduto nelle ultime 4 ore prima che la scomparsa della bambina venisse denunciata.
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 5 della discussione
Continuo a pensare che tante notizia attorno a determinati avvenimenti ha qualcosa di ingiusto.
In questa maniera i genitori sono praticamente gia' condannati senza prove e senza processo.
Nella speranza che la bimba sia ancora viva, mi auguro che comunque i canali di ricerca vengano tenuti aperti...
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Malpensa: Ryanair offre un miliardo di dollari
>>Da: andreavisconti
Messaggio 10 della discussione
La compagnia aerea low-cost irlandese si incontrerà domani a Dublino con la Sea per trattare la propria presenza negli scali milanesi di Malpensa e Orio al Serio. In programma 80 nuove rotte e 18 nuovi B737 entro il 2012
Milano - Un milardo di dollari per Malpensa e Orio al Serio, 80 nuove rotte e 18 nuovi aerei B737 entro il 2012. E' questa l'offerta che Ryanair presenterà domani a Sea in un incontro a Dublino, sfruttando il ridimensionamento di Alitalia negli scali lombardi. Nel dettaglio, per quanto riguarda Malpensa, la compagnia low-cost irlandese mette sul piatto da qui al 2010 "12 B737, per un valore di 840 milioni di dollari", che consentiranno "l’apertura di 50 rotte internazionali e di dieci nazionali collegando Milano al sud e alle isole". Secondo Ryanair, Malpensa "non ha mai potuto sviluppare le proprie potenzialità perché per anni ha scommesso sul cavallo sbagliato, Alitalia, che applica tariffe troppo alte". La compagnia "può garantire a Malpensa uno sviluppo dagli attuali 3 milioni a oltre 10 milioni di passeggeri".
Orio al Serio Si prevede poi il raddoppio della presenza della nella base di Bergamo Orio al Serio, con 6 nuovi B737 entro il 2012, per un investimento di 280 milioni di dollari già deliberato. Il pacchetto "è già stato approvato ed è operativo" ha spiegato il portavoce della società. L’operazione è stata presentata dal portavoce Peter Sherrard, che ha definito quello di Ryanair per Malpensa "un vero manifesto". "A Sea - ha spiegato Sherrard - chiediamo però efficienza e prezzi molto più bassi". Dopo aver però precisato che Ryanair "non ha come obiettivo quello dei voli intercontinentali", Sherrard ha spiegato però che "può garantire a Malpensa uno sviluppo dagli attuali 3 milioni a oltre 10 milioni di passeggeri".
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 10 della discussione
A me sta bene Ryanair:
passeggeri trasportati per addetto
Ryanair 10.400
Alitalia 1.090
basta solo questo dato per capire che ogni ora del mio lavoro, anche se con pochi centesimi, serve per mantenere questo carrozzone chiamato Alitalia.
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Cucù.....
>>Da: 5038LAURA
Messaggio 27 della discussione
Tettete!! Carissimi, dopo le tre giornate di Gubbio e poi un periodo passato a Roma per lavoro, sono finalmente tornata alla base. Le giornate di Gubbio mi hanno ricaricato le batterie, finalmente posso testimoniare che le cose si stanno finalmente muovendo nella giusta direzione, con iniziative concrete per realizzare la riorganizzazione di Forza Italia, sia a livello nazionale che locale. Ho assistito ad un vivace dibattito circa la eventuale costituzione del partito unico, che trova molti sostenitori, ma che sta sollevando numerose perplessità sia all'interno che all'esterno del nostro partito. Come più volte sostenuto, ribadisco la mia opinione: il partito unico resta una buona idea, ma di difficile realizzazione, a causa della fortissima riduzione di poltrone disponibili che si verrebbe a creare. Credo quindi che la cosa più fattibile ad oggi, sia la creazione di una federazione fra i diversi partiti e movimenti del centrodestra, in cui ciascuno conti in base ai voti che porta. Ora vi lascio, ho un mucchio di faccende da sbrigare. Un abbraccio, Laura
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 24 della discussione
Ciao bellissima!
>>Da: paranick3
Messaggio 25 della discussione
Un abbraccio e salutami tanto Riccardo
>>Da: Leo
Messaggio 26 della discussione
Un abbraccio affettuoso,
Leo
>>Da: Lory
Messaggio 27 della discussione
! Lory
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Mastella, senza grazia e senza giustizia
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 34 della discussione
di Gianluca Di Feo
Mastella e il figlio al Gran Premio di Monza con l'Airbus presidenziale. Un viaggio privato a carico del contribuente nel giorno dei tagli alle spese. Mentre ai giudici manca la benzina.
I magistrati non hanno la benzina per le auto ma il ministro della Giustizia non lesina certo sul carburante. Soprattutto quando si tratta di accontentare amici e famiglia. E concedersi una bella gita domenicale. Sì, perché per l'escursione al Gran Premio di Monza Clemente Mastella non ha badato a spese, tutte però a carico di altri. Il Guardasigilli ha volato da Salerno a Milano con l'aereo di Stato. Non un jet qualunque, ma l'Air Force One italiano: uno dei lussuosi Airbus presidenziali, praticamente una suite con 40 poltrone e ogni genere di comfort. Un velivolo di alta rappresentanza, roba da far invidia a sceicchi e magnati: la Rolls Royce con le ali costa oltre 55 milioni di euro. Poi dalla zona militare di Linate, in teoria una fortezza inaccessibile, il ministro è passato all'area Vip dello scalo milanese, quella dove sono di casa i Falcon di Berlusconi e di Tronchetti Provera, quella riservata a chi i privilegi li paga di tasca sua.
Lì Mastella si è accomodato su un meraviglioso elicottero privato, un potente Agusta 109 con salottino interno, diretto verso l'autodromo. Nessuno sa chi ha saldato il conto per questa navetta, prenotata per uso esclusivo del leader Udeur. La società che la gestisce - la Avionord - risulta aver noleggiato molti voli per gli ospiti più eccellenti delle case automobilistiche. È stato forse Flavio Briatore a omaggiare l'amico Clemente di quel tour con vista sui tetti del Duomo che ha permesso di scavalcare tutte le code per planare nel giro di dieci minuti direttamente nei box di Monza?
"Sono qui per salutare l'amico Briatore", ha detto il ministro dopo lo sbarco nel circo dei motori. Perché la visita nel tempio della Formula Uno ha avuto poco di ufficiale e molto di personale. Il suo arrivo a Linate ha spiazzato cerimoniale e dispositivo di sicurezza. Poi, dopo l'atterraggio con l'Airbus presidenziale, quel passaggio sull'elicottero-limousine molto poco protocollare. Il tutto, volo di Stato ed elicottero privato, sempre in compagnia del figlio Elio. D'altronde a sentire il Guardasigilli, proprio il dovere di padre è uno dei motivi principali della sua spedizione tra i box: "Avevo promesso da tempo che sarei stato presente insieme con mio figlio", ha dichiarato al "Corriere della Sera", ripetendo: "Volevo salutare il mio amico Briatore e vedere la gara da vicino".
Il tutto grazie al jet dell'Aeronautica militare, che ha imbarcato anche il giovane Elio, un portaborse e due uomini di scorta. Lo stesso gruppo ripreso dalle foto de "L'espresso" mentre cammina allegramente dall'aereo governativo verso l'Agusta a noleggio.
Eppure ci sarebbe stata più di una ragione per sconsigliare la visita del Guardasigilli: solo il giorno prima la Procura di Modena aveva distribuito una raffica di avvisi di garanzia ai vertici della McLaren, accusati di spionaggio nei confronti della Ferrari, facendoli consegnare proprio a Monza. Ed ecco che il responsabile della Giustizia italiana passa la mattinata nei box della Renault dell'"amico Flavio", concorrente degli indagati. Poi a sorpresa sale sul podio per premiare il terzo classificato, il ferrarista Raikkonen, vittima della spy story. Ma il ministro vola più in alto di queste polemiche. E alle insinuazioni della McLaren, che hann
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 26 della discussione
La brigata Ceppaloni è stata autorizzata ad utilizzare l'aereo di stato dal ministro Rutelli delegato a premiare il vincitore, come precisato in serata da UN COMUNICATO DI PALAZZO CHIGI.
L'idea stessa che 2 MINISTRIutilizzino le strutture PIU' COSTOSE dello STATO per una missione ludica.
CASTA???sia ormai arrivata a livelli...terminali.
Il VERO DRAMMA è che a nessuno dei 2 furboni sia balenata nel.............cervello????????????l'idea che ci sipuo' spostare a SPESE NOSTRE anche con un normale aereo di linea, senza scomodare i JET MILITARI oer un viaggetto di...rappresentanza.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 27 della discussione
«A Palazzo Chigi non interessano l’etica e la lotta agli sperperi»
di Massimiliano Scafi
Il senatore: «Il comportamento di Clemente è inaccettabile: i cittadini sono inferociti»
da Roma
Va bene, il Guardasigilli aveva una delicata missione istituzionale, premiare il terzo classificato al gran premio di Monza. Va bene pure lo strappo dato al figlio: tanto sull’Airbus di Stato c’era posto. Va bene tutto, dice Massimo Villone, senatore della Sinistra democratica, tranne una piccola cosa: «Clemente Mastella non ha capito che comportamenti del genere non sono più accettabili. Con l’aria che tira, vaglielo a spiegare alla gente che non ha fatto nulla di male». Ma Villone, che qualche tempo fa proprio sui voli dei ministri ha rivolto un’interrogazione a Romano Prodi, se la prende direttamente con Palazzo Chigi: «Non ci vorrebbe nulla a tagliare gli sprechi, basterebbe una circolare. Invece niente, la lotta agli sperperi non è nella linea politica del governo. Poi ci lamentiamo se spunta un Beppe Grillo...».
Ma quello di Mastella era un viaggio ufficiale. Lui ha seguito un protocollo.
«D’accordo, non ha commesso reati e nemmeno scorrettezze sul piano formale. Però si tratta certamente di un episodio di malcostume, di un comportamento poco decoroso. Perché ha preso l’Airbus di Stato per andare a Monza? Risparmiare si può. Mario Draghi fa la fila al check-in e Padoa-Schioppa vola low-cost».
E la sicurezza? Mastella è sempre il ministro della Giustizia, un possibile bersaglio...
«E la Merkel, non ha problemi di sicurezza? Eppure a Ischia ci è venuta con un aereo di linea e poi con un aliscafo, in mezzo a tanti normali passeggeri. E perché da noi la tutela dei ministri deve costare tre volte di più che nel resto d’Europa? Forse, vista la stazza di Clemente, un ministro grande richiede un grande apparato... Ma i politici spreconi devono stare attenti perché tra un po’ avranno un altro genere di problemi di sicurezza: saranno inseguiti da folle inferocite di cittadini incavolati per gli sprechi e i favori».
Mastella parla di un complotto della sinistra populista. Pure lei, non sarà un po’ troppo moralista?
«Non è moralismo, ma osservazione della realtà. Lo sa che ogni giorno per i voli di Stato si spende quando lo stipendio annuo di un parlamentare? Basterebbe interromperli per ottenere una bella riforma delle Camere. Tagliare sarebbe facilissimo, non c’è bisogno di seguire iter, votazioni e procedure, è sufficiente una circolare scritta da qualsiasi neolaureato che lavora a Palazzo Chigi».
Invece nulla...
«Il problema è che il governo non riesce proprio a considerarla una priorità. Speriamo che nella prossima Finanziaria si trovi il modo di dare un segnale, di far vedere che si cambia strada, che si vuole ripristinare l’etica pubblica».
Come mai la politica non si accorge dell’impopolarità di certi atteggiamenti?
«C’è disattenzione, sordità, a destra e a sinistra. Poi arriva Grillo...».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 28 della discussione
Marini "precipita" sul volo di Stato di Gianni Pennacchi Il presidente del Senato definisce "qualunquista" la polemica sul viaggio del Guardasigilli per assistere al Gp di Formula uno con il figlio: "C’erano posti liberi e ha soltanto chiesto un passaggio al collega".
Ma il popolo dell'Udc lo sommerge di fischi
Chianciano Terme (Siena) - Fischi, una sonora raffica di fischi accompagnata da brontolii, proteste, rumori e sbatter di sedie. Fischi incredibili e inattesi, che hanno sorpreso anche gli addetti ai lavori, perché sgorgati da una platea postdemocristiana nei confronti di un autorevole postdemocristiano che difendeva un altro postdemocristiano, anzi due. Il fischiato è Franco Marini presidente del Senato, ieri sera alla festa dell’Udc a Chianciano Terme, perché giustificava e difendeva Clemente Mastella nonché Francesco Rutelli - ministro della Giustizia il primo, della Cultura e vicepremier il secondo - per l’uso dell’aereo di Stato al Gran premio di Formula 1. È dovuto intervenire Mario Baccini, per far cessare la contestazione e riportare all’ordine il ventre molle della balenottera bianca. Poi sul palco è salito Pier Ferdinando Casini, che è andato ad abbracciare Marini per solidarietà, e poco dopo è salito anche Mastella. Ma la frittata ormai era fatta, e gli applausi successivi son risuonati mosci, sapevano d’ordine e obbedienza. Che significato dare a questa raffica di fischi? Forse, anche la moderata e responsabile tribù postdemocristiana sta con Beppe Grillo. Il presidente del Senato doveva essere pubblicamente intervistato da Mario Orfeo, direttore del Mattino. La prima domanda ovviamente, non poteva che essere sull’aereo per Monza e Marini, come un alpino, con fare deciso e sprezzo del pericolo, è partito all’attacco: «È una polemica immotivata, priva di senso e contenuto, un attacco indiscriminato e immotivato: non vedo dov’è lo scandalo». La platea, numerosa e già collaudata, s’è ammutolita, mentre Marini proseguiva spiegando: «Il vicepresidente del Consiglio Rutelli va come ministro del Turismo e vicepresidente del Consiglio a rappresentare il governo a un avvenimento sportivo, e va con l’aereo di Stato, è una cosa normale che accade in tutto il mondo. Ci sono posti liberi, un collega di governo chiede un passaggio e va con l’aereo di Rutelli: dov’è lo scandalo? Quale spesa in più per lo Stato? Io non riesco a vederla». Platea ancora immobile e attenta, così il presidente del Senato s’è approntato alla lezione morale conclusiva: «È giusta e legittima la critica, la satira, la ricerca della serietà e di taglio delle spese, però quando oltre a questo si vede un attacco indiscriminato e immotivato come quello al ministro Mastella allora è qualunquismo che travalica la critica politica». Qui la platea s’è improvvisamente liberata: nemmeno un applauso di approvazione ma una raffica di fischi. Baccini, che è vicepresidente del Senato e gli sedeva al fianco, è subito intervenuto zittendo la platea, richiamandola all’ordine e ai doveri di ospitalità. E per chiudere in fretta l’incidente, ha invitato l’intervistatore a «passare alla politica». «Anche questa è politica», ha reagito Marini che ai fischi è corazzato (quanti ne ha presi, da sindacalista), dunque imperterrito ha proseguito la sua lezione, perché se l’«antipolitica» delle «campagne giornalistiche» e di Beppe Grillo contagiano anche le platee postdemocristiane, è meglio insistere col vaccino. «Non conosco democrazie che possono fare a meno dei pa
>>Da: andreavisconti
Messaggio 29 della discussione
E le turbolenze dell’Udeur scuotono l’Unione
Il partito del ministro fa quadrato: «Era un’area protetta, perché quelle foto?». Diliberto: «Così si nuoce al governo»
da Roma
Certo, il governo ha altre gatte da pelare. Fatto sta che l’ultimo colpo de L’espresso non aiuta a ritrovare serenità. Anche perché nel partito del Guardasigilli serpeggia un certo fastidio per essere indicati come i rappresentanti più genuini della «casta».
Così, il capogruppo dell’Udeur al Senato, Tommaso Barbato, annuncia la presentazione di un’interrogazione urgente a Romano Prodi. Motivo: «Sapere quante e quali personalità di Stato, per quali destinazioni, con quanti e quali accompagnatori abbiano usufruito dei voli di Stato nelle ultime tre legislature». Ma anche «considerare la possibilità di abolire tale servizio, valutando quali sarebbero i costi per l’Erario qualora fossero utilizzati in normali servizi di linea». Tanta pignoleria è rivolta anche altrove. A Barbato piacerebbe «conoscere l’elenco di eventuali giornalisti al seguito che hanno partecipato a missioni ufficiali e se siano stati richiesti rimborsi per tali voli ai loro editori». Quanto all’articolo de L’espresso («Senza grazia e senza giustizia»), eccolo sistemato: «L’Udeur vorrebbe sapere quali valutazioni il premier faccia circa il fatto che siano state effettuate foto e filmati all’interno di un’area militare protetta che avrebbe dovuto essere preclusa a chiunque. In particolare vorremmo una sua valutazione sulla pubblicazione delle foto degli agenti di sicurezza assegnati al Guardasigilli, fatto che indubbiamente mette a repentaglio la loro incolumità». Interpellato dal Giornale, Massimo Donadi giudica l’interrogazione «una buona cosa, sperando che non ci sia dietro un “muoia Sansone con tutti i Filistei...”». Perché, comunque, «c’è da rimanere allibiti che in un Paese in difficoltà, con problemi di bilancio, ci siano non voglio dire abusi, ma la mancanza di sensibilità di evitare certi comportamenti», dice il capogruppo Idv alla Camera.
Ormai la reazione a catena è difficile da fermare. Oliviero Diliberto, per esempio, non ha dimenticato la minaccia mastelliana sulla caduta dell’esecutivo nel caso qualche ministro o segretario di partito partecipi alla manifestazione del 20 ottobre contro l’accordo del 23 luglio. E il segretario del Pdci sottolinea che «fa più male al governo l’uso di aerei ed elicotteri di Stato per visite con mogli e figli al seguito che dieci manifestazioni che chiedono il rispetto del programma con cui abbiamo vinto le elezioni». Intanto, alla festa dell’Udc di Chianciano per un rendez-vous democristiano, Mastella rivela di aver ricevuto solidarietà sia da Prodi che da Berlusconi. E una mano gliel’ha data anche Bernie Ecclestone, che racconta di aver offerto il proprio aereo personale a Mastella che aveva avuto problemi a raggiungere Monza, offerta declinata con tanti ringraziamenti perché il Guardasigilli «l’avrebbe accompagnato Rutelli».
Così, tutt’altro che intimorito, Mastella attacca De Benedetti, editore de L’espresso, parlando di «un tentativo di far saltare me e il governo», figlio «più della sinistra un po’ moderata, quella vezzosa», che non dell’opposizione. Naturalmente, c’è ancora un sassolino da togliersi dalla scarpa: «Quando non sarò più in grado di essere eletto mi farò da parte. Ma non se lo dice Grillo, né se lo dice la cicala, né se lo dice la formica». Anche il Savonarola del web è servito.
>>Da: Leo
Messaggio 30 della discussione
Ma pensa te, invece di volare con gli aerei di linea si vola in aereo privato super luxus tanto ci sono i soliti idioti (noi) che pagano. Cosa c' entra poi Rutelli con il GP di formula 1! mescolare la politica con lo sport roba da matti. Sono letteralmente schifato che con i debiti che abbiamo si buttino nel W.C. i soldi cosi'.
>>Da: Lory
Messaggio 31 della discussione
Tra l'altro le FFAA sono alla frutta, spendiamo pohisismo per loro, abbiamo mezzi scassati...ma 20mila euri per far vedere la partita a questi figuri devono saltare fuori comunque!
>>Da: micia
Messaggio 32 della discussione
Questa vicenda dimostra il rispetto che hanno dei cittadini italiani, spendono 20.000 euro per andare a vedere il gp di Monza quando negli altri paesi ci sono capi di stato e di governo che viaggiano con voli di linea low cost o con il treno, ma il ministro Pegoraro Scanio così attento all'ambiente non ha nulla da dire sull'inquinamento prodotto da quell'aereo per portare in giro 5-6 persone?(di cui solo 1 con compiti istituzionali, gli altri erano presenze non istituzionali)? Padoa Schioppa non ha nulla da dire sulla spesa di 20.000 euro per quel viaggio che confrontato ai 200 euro di biglietto aereo per la medesima tratta(Ryanir) fanno capire come vengono utilizzati i nostri soldi, questo fatto è stato documentato dall'Espresso ma quanti aerei mezzi vuoti viaggiano per "motivi istituzionali"?moltissimi tanto che la flotta aerea "istituzionale" viaggia per 36 ore al giorno.........tantine direi!
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 33 della discussione
Il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa ha espresso "solidarieta'" al ministro della Giustizia Clemente Mastella, "oggetto in questi giorni di una serie di attacchi reiterati da parte di alcuni organi di informazione, che appaiono per lo meno eccessivi e spropositati rispetto ai fatti".
NO COMMENT.
>>Da: massimo
Messaggio 34 della discussione
Magari avranno in mente di proporre un
pacchetto "ristoro" a costo zero per i deputati: biglietto al Gp (tanto li hanno invitati) + volo gratis (anche per parenti e amici) + battona (tanto ormai è per strada).
In Germania per molto meno i loro politici si devono ritirare dalla politica per tutta la vita.
E poi qualcuno mi spiega perchè rRtelli debba/possa andare al Gp gratis ? ruolo istituzionale?
Cos'è il ministro della motorizzazione?
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Brindisi, sequestro e botte a coetaneo. Presi 4 minori
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il 13 agosto hanno sequestrato un ragazzo, l'hanno legato a un palo con del filo di ferro e l'hanno torturato con delle pietre
Brindisi - Tentata estorsione, sequestro di persona, lesioni personali, minaccia e violenza privata: con queste accuse la Polizia di Brindisi ha arrestato quattro minorenni che il 13 agosto avrebbero sequestrato e pestato con inaudita violenza un loro coetaneo per poi tentare di estorcergli una somma di denaro e intimargli di non parlare dell’accaduto con nessuno. A far scattare le indagini della squadra mobile di Brindisi proprio la denuncia presentata dal ragazzino, che alla polizia ha spiegato di essere stato vittima della violenta aggressione messa in atto da altri coetanei suoi conoscenti.
La ricostruzione Dalle indagini è emerso che i quattro ragazzi, sequestrata la vittima e portata in una zona di campagna fuori dal centro abitato di San Vito dei Normanni, hanno legato il ragazzino a un palo con un filo di ferro, lo hanno colpito con calci pugni e schiaffi, denudandolo e ferendolo sul corpo e nelle zone intime con delle pietre. Successivamente, dopo averlo liberato, lo hanno minacciato di non riferire l’accaduto ad alcuno, chiedendogli, anche, una somma di denaro. I quattro minorenni sono stati arrestati questa mattina dalla squadra mobile della questura di Brindisi in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale per i minorenni di Lecce, Cinzia Vergine, su richiesta del pubblico ministero, Simona Filoni. L’operazione della polizia è stata denominata "Golgota".
IL GIORNALE
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 2 della discussione
17 anni.. abbastanza grandi da assumersi la responsabilità di quel che hanno fatto.
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La produzione industriale è in calo
>>Da: boleropersempre
Messaggio 9 della discussione
La produzione industriale è calata dello 0,4% a luglio su base mensile. Lo comunica l'Istat. Le attese erano per un incremento dello 0,2%. Il dato corretto per i giorni lavorativi ha segnato una flessione dello 0,2%, mentre il dato non corretto su base tendenziale è salito del 2,4%.
Strano...andava tutto così bene...mah...
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 5 della discussione
Dichiarazione dell'8 settembre 2007:
"Il Paese è uscito dall'emergenza finanziaria in cui si trovava". Lo dice il presidente del Consiglio, Romano Prodi, nel suo intervento alla Fiera del Levante, tracciando uno scenario della politica economica rispetto a 12 mesi fa ed esprimendo "qualche soddisfazione" per "i progressi significativi che sono stati registrati sia sul piano della crescita che dell'equità sociale". "L'Italia si è rimessa in moto", ha aggiunto il premier riferendosi ai dati su reddito, occupazione ed esportazioni.
UAH UAH!
>>Da: Lory
Messaggio 6 della discussione
X la serie: "lo chiamavano mortadella".
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 7 della discussione
Come mai frana la produzione industriale ?
Risposta semplice !
Come disse il prode Prodi nel dibattito contro Berlusconi nel marzo 2006: "i soldi non fanno la felicità" e quindi: dal momento che un aumento della produzione industriale vorrebbe dire un aumento di soldi (e quindi di "non felicità") il governo si preoccupa di mantenerci felici portando il paese sull'orlo della rovina!
Così saremo tutti poveri e felici!
non ci saranno più ingiustizie sociali (tutti poveri!),
non ci sarà più inquinamento (tutti a piedi!),
non ci sarà più criminalità (niente da rubare!),
non ci sarà più obesità (tutti magri).
Ma che geni che sono!!!
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 8 della discussione
Ma vuoi mettere? si può andare dal barbiere il lunedì!
Ehehe!
>>Da: massimo
Messaggio 9 della discussione
Perchè vuoi mettere in dubbio che non hanno "liberato" un sacco di delinquenti???
Grandi, no??
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Telefonini, scatta il divieto totale
>>Da: FULVIO-T
Messaggio 5 della discussione
Dopo la circolare del ministro Fioroni che ha imposto il «silenziatore».
La nuova guerra tra prof e studenti
Vietati in alcune classi, tollerati in altre. Ma chi lo tiene spento impara di più. L'alternativa? Lasciarli al bidello, ma all'uscita si perde tempo
MILANO — Come va coi cellulari a scuola? Da me sempre uguale, li teniamo accesi e silenziati e i prof fanno finta di non vedere. Da noi c'è stata una circolare, con certi insegnanti li teniamo spenti con altri ce ne freghiamo. Noi li usiamo per gli scherzi in classe, ma mica è bullismo. Questo alle superiori. Alle medie le risposte sono altre. Che succede? Dobbiamo tenerli spenti, sennò ce li sequestrano. Oppure, novità: quest'anno non possiamo portarli, se li trovano ci sospendono, potremmo lasciarli al bidello ma all'uscita perderemmo tempo. Nella settimana della riapertura, la saggia circolare del ministro Giuseppe Fioroni ha prodotto il solito, interessante, frastagliato risultato all'italiana. Si va dal liberismo telefoninico totale alla tolleranza zero. Dipende. Perché «l'uso dei cellulari da parte degli studenti durante lo svolgimento delle attività didattiche è vietato», si legge nelle linee guida del ministero dell'Istruzione. E ci mancherebbe altro. Perché «ciascuna istituzione scolastica » deve agire «all'interno dei regolamenti di istituto… in modo tale da garantire con rigore e in maniera efficace il rispetto delle regole». Ed è sacrosanto. Purtroppo, se si chiede a studenti insegnanti e genitori, si scopre l'acqua calda: rigore ed efficacia nel far rispettare il divieto sono direttamente proporzionali a rigore ed efficacia preesistenti nelle singole scuole. Cioè: se una scuola funziona, preside e prof saranno (quasi sempre) in grado di far tenere i cellulari spenti. Se l'istituto ha problemi vari (walzer di insegnati, studenti difficili, strutture inadeguate, ecc.) si andrà di mms che è un piacere. E poi c'è il fattore-età: è molto più facile imporre una regola a dei ragazzini piuttosto che a ragazzi più grandi, magari così grandi e grossi da spaventare i prof. Va bene anche così, in mancanza di meglio, si abitueranno a non telefonare durante l'ora di analisi logica.
O meglio: si abitueranno, come ai tempi dello stracitato don Milani, gli studenti perbene di scuole perbene. Ce ne sono ancora, soprattutto medie. Se in certe superiori (lo raccontava ieri Stefania Miretti sulla Stampa) in classe ci sono venti studenti e venti cellulari accesi, un allievo con auricolare inserito, un altro col telefonino appeso al collo e il vibracall, in certe inferiori solo a portarlo spento si rischia la sospensione. I ragazzini si rassegnano, i genitori soffrono. Negli anni, il cellulare è diventato cruciale per la soffocante/ rassicurante coesione delle famiglie italiane. Spesso ambedue i genitori lavorano, spesso gli undici- tredicenni sono in giro tutto il giorno tra amici e attività extrascuola. I loro telefonini alla fine delle lezioni servono a comunicare spostamenti, cambi di programma, questioni pratiche, momenti di crisi, emergenze.
Servono alle mamme ancor più che ai figli (e ai padri). La maggioranza chiama continuamente per informarsi, non stare in pensiero, rompere le scatole. I preadolescenti telefonicamente isolati le mettono in ansia. Anche perché, grazie al cellulare, i preadolescenti di cui sopra si spostano con disinvoltura; e telefoni pubblici non ce sono quasi più. Così, tra madri vittime della tolleranza zero e sedicenni che messaggi
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 3 della discussione
Non puoi vietare ad una persona di portare un cellulare a scuola è palesemente violante le libertà personali.
Il cellulare va tenuto rigorosamente SPENTO e in tasca o nello zaino.
Ce l'hai con te ma non lo tiri fuori durante l'orario scolastico.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Mi sembra un divieto ridicolo. Vanno tenuti spenti.Se il professore li becca accesi, vengono sequestrati e scattano azioni disciplinari nei confronti delgi studenti.
Andrea
>>Da: Lory
Messaggio 5 della discussione
Il cellulare a mio avviso lo puoi tenere, ma durante le lezioni spento, e questo deve valere anche per i professori.
Il cellulare è uno strumento utile, se usato nel modo giusto, ma oggi ci sono individui, specialmente i più giovani, che se glielo fai spegnere per dieci secondi hanno un attacco di panico agorafobico, se andiamo avanti così un domani avremo individui che se per qualche motivo gli si guasta il cellulare-GPS-macchina-del-caffè-.... vanno in panico, non sanno nemmeno più come si chiamano e non sanno orientarsi nemmeno se si trovano davanti alla porta di casa talmente sono dipendenti da questi strumenti!!!
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Ricordiamo Oriana
>>Da: Nando179764
Messaggio 9 della discussione
«Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita… Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Io stamattina sono andato alla mostra dedicata a Lei, qui a Milano.
Una donna straordinaria, che non dimenticherò mai.
Andrea
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Purtroppo ci sono invece dei criminali che anche oggi, come durante la sua vita, continuano a denigrarla.
Andrea
Oltraggio alla Fallaci, sfregiati i "suoi" giardini
Vandali coprono il nome sulle lapidi in suo onore con due scritte: «Infame, meno male che sei crepata», «Meglio morta»
Paola Fucilieri - Gianandrea Zagato
Milano - C’è un giardino, in Porta Romana, intitolato a Oriana Fallaci. È il ricordo di Milano, tra via Quadronno e via Crivelli. Sulle due targhe di marmo bianco apposte sulla cancellata, quelle dove sono riportati i dati anagrafici della giornalista-scrittrice, sono apparse delle scritte: «Infame, meno male che sei crepata», «meglio morta (stronza)». Ingiurie a pennarello scoperte, ieri mattina, mentre a Palazzo Litta si celebrava il ricordo della Fallaci con una mostra il cui titolo riprende uno dei suoi maggiori successi, Intervista con la storia.
«Forse, lei, Oriana si sarebbe arrabbiata ferocemente e avrebbe inveito contro quelle scritte: no, non per se stessa ma per rabbia contro quella stupidità e quell’ignoranza che hanno armato la mano dell’idiota writer» commentano dalla giunta comunale. Annotazione di chi, davanti alle fotografie, delle due targhe martoriate dalle scritte color nero ha subito chiesto all’Amsa, ai netturbini, di provvedere alla cancellazione. Non prima però che la Digos intervenisse sul posto e aprisse un’indagine sul gesto increscioso.
Gesto che colpisce profondamente i milanesi: «È triste prendere atto che idioti possano indisturbati rovinare quanto la città di Milano fa esprimendo giudizi gratuiti, maleducati e offensivi», «Vedere quelle targhe imbrattate mi turba profondamente», «Sono scritte disgustose che colpiscono anche una giusta iniziativa del Comune». Voci di cittadini tra via Quadronno e via Crivelli. Voci di chi già apprezzò la decisione del consiglio comunale ambrosiano di assegnare alla Fallaci l’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento della città. E anche allora ci fu chi - esponenti della sinistra radicale, no global e girotondini d’essai - tentò inutilmente di gettare fango sulla Fallaci. «Gli stessi - ricordano Carlo Fidanza e Matteo Salvini, rispettivamente capigruppo consiliari di An e Lega - che non hanno mai condannato le scritte ingiuriose apparse sui muri di Milano contro i martiri di Nassirya e che, adesso, non commenteranno neppure la gratuità di un gesto maleducato e offensivo».
Virgolettato della Milano che ricorda ancora la commozione sincera del sindaco Letizia Moratti quando lo scorso 29 giugno intitolò quello spazio verde di Porta Romana a Oriana Fallaci: «Oriana ha avuto un coraggio che è d’esempio per tutti: Milano è la prima delle grandi città a ricordarla e la cosa mi fa molto piacere. Questo giardino le sarebbe piaciuto e sarebbe sempre venuta qui a guardare i suoi fiori e i suoi alberi». Certezza di un amministratore che aveva incontrato la scrittrice pochi mesi prima della sua morte, «mi disse che le sarebbe piaciuto morire come la scrittrice inglese Emily Brönte, in cucina, in piedi, pelando patate».
Memoria che torna dagli archivi della cronaca di quei giorni e che sarebbe ritornata sulle pagine di Milano e del nazionale in questi giorni, dove tutto il mondo ricorda l’«Oriana furiosa» e dove Milano le dedica una mostra fotografica e antologica a un anno dalla scomparsa. Trecentosessantacinque giorni dopo, Milano si è però risvegliata anche con due scritte - «Infame, meno male che sei crepata», «meglio mor
>>Da: Lory
Messaggio 4 della discussione
A una grande donna che continua a vivere nei nostri cuori.
>>Da: micia
Messaggio 5 della discussione
Quanto mi manca!
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 6 della discussione
Ciao Oriana!
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 7 della discussione
Ciao, splendida creatura!
>>Da: massimo
Messaggio 8 della discussione
Non ti dimenticheremo, mai.
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Massimo Introvigne: I GIOCHI DELLE TRE CARTE
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
È destinato ad avere immediate ripercussioni in Italia il documento con cui la Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta a un quesito dei vescovi americani, ribadisce il no all'eutanasia anche per i malati «in stato vegetativo permanente». A questi sono comunque dovute «le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali». In Italia il dibattito è sul testamento biologico, il documento con cui ciascuno potrebbe chiedere che non gli siano prestate, in caso di malattia incurabile, cure non necessarie. Anche un certo numero di «cattolici adulti» si sono schierati a favore della proposta di legge del presidente della Commissione Sanità del Senato, Ignazio Marino.
La discussione che sta per iniziare in Parlamento non riguarda l'accanimento terapeutico. Come tutti - tranne una sparuta minoranza dell'Unione - si dicono contrari all'eutanasia «all'olandese» sotto forma di iniezione letale somministrata a chi non ha più voglia di vivere, così tutti sono contro l'accanimento terapeutico, le cure inutili, sproporzionate e invasive somministrate a chi non ha più nessuna speranza di sopravvivenza per puro virtuosismo medico. Contro l'accanimento terapeutico ci sono già codici deontologici e Ordini dei Medici che vigilano. Anche la Chiesa cattolica è d'accordo. Un testamento biologico in cui si dichiarasse semplicemente di rifiutare un futuro accanimento terapeutico sarebbe quindi superfluo. Perché allora - si perdoni il gioco di parole - la sinistra manifesta a sua volta un vero e proprio accanimento terapeutico nei suoi sforzi di far votare una legge sul testamento biologico?
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il problema è quello degli «stati vegetativi permanenti» come quelli di Terry Schiavo in America o della ragazza di Lecco di cui hanno parlato i giornali in Italia, da risolvere intervenendo sugli «aspetti tecnici legati all’idratazione e alla nutrizione artificiale». Detto in altri termini, quello che vuole la sinistra - con l'appoggio dei «cattolici adulti» - è che si possa sottoscrivere un testamento biologico dove si chieda in anticipo che, ove ci si venga in futuro a trovare in uno «stato vegetativo permanente», si ponga fine alla nostra vita facendo cessare l'idratazione e la nutrizione artificiale. È precisamente quello che è capitato alla povera Terry Schiavo, che per ordine di un giudice americano è stata privata dell'idratazione ed è morta letteralmente di sete, una bruttissima morte da qualunque punto la si guardi.
Marino e compagni assicurano di essere «contrarissimi all'eutanasia». Ma è un semplice gioco di parole. Perché si può discutere a lungo su quali cure mediche siano ragionevoli e quali siano accanimento terapeutico. Ma un punto è chiaro: l'alimentazione e l'idratazione non sono cure mediche. Il cibo e le bevande non sono medicine. Fermare l'alimentazione e l'idratazione e far morire il paziente di fame o di sete non è rinuncia a una terapia: è eutanasia. Lo è anche per i malati in «stato vegetativo permanente»: e qui per non sbagliare, la Santa Sede usa la stessa formula di Marino. Privare di cibo e bevande questi malati significa ucciderli. La Chiesa non potrà mai accettare queste forme di eutanasia, comunque la si chiami. I «cattolici adulti» nostrani abbiano il coraggio di dire che sono contro il Papa e il magistero, e la smettano con i giochi delle tre carte.
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Stefano Lorenzetto: Il buco nella scuola
>>Da: andreavisconti
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Notizie sparse sulla scuola primaria (ex elementare ed ex media) raccolte negli ultimi sette giorni ascoltando parenti, amici e conoscenti. L’insegnante di italiano è andata per le vacanze estive al suo paese d’origine, in Puglia, e a settembre non è ritornata. Non ritornerà più. Colleghi e famiglie non ne sapevano nulla. Alla ripresa delle lezioni la sostituisce una supplente che proviene dalla Sicilia. Ha lasciato a Palermo il marito e tre figli, affidati alle cure della nonna. Il più grande ha 11 anni, il più piccolo appena 20 mesi. Dopo aver telefonato a casa, piange. Ha la mia solidarietà: 1.400 chilometri per guadagnarsi il pane mi sembrano tanti. È come se una maestra di Lodi fosse chiamata per una supplenza a Birmingham o a Sofia. Mi assicurano che la maggioranza delle supplenti arrivano dal Sud, convocate per telefono dalle direzioni didattiche.
L’insegnante di tedesco non si vedrà prima di due settimane. Non si trova. Poco male: a Milano, a quattro giorni dall’inizio dell’anno scolastico, oltre 250 docenti non si erano ancora presentati. Per coprire le cattedre di italiano, le autorità scolastiche hanno interpellato più di 1.000 professori: hanno risposto in 33. Ne sarebbero serviti non meno di 509. Dice: «Ragazzi, facciamo l’appello?». Sì, ma di chi?
L’insegnante di tecnica al primo giorno di lezione aveva già dettato agli alunni un elenco di 21 oggetti da comprare. L’indomani il numero degli acquisti è quasi raddoppiato. Al confronto, la lista della spesa all’Esselunga di ritorno dalle ferie sembra un telegramma. Tra quaderni ad anelli, cartoncini 50 x 70 (manifesti stradali, in pratica), fogli da disegno rigorosamente ruvidi, gomma pane, tempere ciano e magenta, figura il balaustrino. Affannosa ricerca sul dizionario: compasso di precisione usato per tracciare circonferenze di piccolo raggio. Ah sì, anche le matite capillari. Devono essere state inventate da qualcuno del ramo dei Faber-Castell o degli Staedtler che avrebbe voluto dedicarsi alla flebologia. (La memoria dello scrivente torna a una matita, l’unica in dotazione, che gli fu venduta quaranta e passa anni fa dalla tabaccaia come H2 e che invece aveva, almeno sui fogli del quaderno fornito dal Patronato scolastico ai figli delle famiglie povere, l’effetto di una bomba H: li bucava. Ne seguì un pianto a dirotto sulle scale di casa).
>>Da: andreavisconti
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Dopo aver fatto presente, all’atto della preiscrizione, di voler studiare come seconda lingua straniera il tedesco o, in alternativa, lo spagnolo, all’alunno di prima media viene assegnata d’ufficio la sezione dove s’insegna il francese. Chi chiedeva il francese dovrà accontentarsi dello spagnolo. Chi chiedeva lo spagnolo s’arrangerà con tedesco o francese. Tutti impareranno l’inglese. Non si comprende in che cosa consista la scelta delle lingue.
Per soprammercato, lo studente dovrà sorbirsi il francese anche durante il tempo prolungato, nonostante avesse domandato d’essere ammesso al laboratorio pomeridiano di informatica, o di inglese, o di tedesco, o di spagnolo. Gli è andata ancora bene. Alla sorella, che tre anni prima nella stessa scuola aveva manifestato uguali predilezioni, toccò il laboratorio di uncinetto, affidato – non scherzo – all’insegnante di lettere. Cartonaggio e riciclaggio della carta le altre discipline del medesimo laboratorio.
Intoccabile totem della scuola, il laboratorio consente a molti docenti di lettere, che insegnano la principale delle materie per sole 9 ore settimanali, di raggiungere agevolmente le 18 ore contrattuali e la conseguente retribuzione piena a fine mese. Essendo il laboratorio «luogo o ambito in cui si elaborano e si producono esperienze innovative» (Zingarelli), ecco qui alcuni altri esempi di corsi pomeridiani: suoni, gessi e parole sulla prima guerra mondiale; mi faccio lo spot; espressione corporea; danze popolari; danze popolari francesi; città amica dell’infanzia e dell’adolescenza; autoproduzione di un detersivo ecologico; educazione all’Europa; educazione alla mondialità; educazione al consumo; educazione alla pace.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Questi laboratori fanno il paio con certi progetti per il 2007 decisi dal ministero della Pubblica Istruzione. Tre su tutti. Il primo: «La Polifonia della Traduzione...». Spiegazione: «Il progetto nazionale nasce con l’intento di rendere più accattivante lo studio delle discipline umanistiche e scientifiche, come argine contro la parcellizzazione del sapere e per il potenziamento e l’ampliamento dell’offerta formativa». Il secondo: «Progetto Interfaccia Scuola». Spiegazione: «Il Programma Interfaccia Scuola si propone di sviluppare nei dirigenti scolastici e nei docenti la capacità di analisi e di autovalutazione delle competenze richieste dalle attività di comunicazione». Il terzo: «Progetto C.A.R.E.». Spiegazione: «Il progetto R.I.So.R.S.E., affidato dalla Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici - Area Autonomia - ai nuclei territoriali della istituenda Agenzia nazionale per il supporto all’autonomia scolastica (ANSAS) ex IRRE, intende realizzare progetti di ricerca in collaborazione con chi la svolge prevalentemente (Università, Centri di Ricerca, Associazioni disciplinari, Centri di ricerca aziendali ed altro). I temi individuati vedono impegnati docenti, studenti e ricercatori, nelle loro specificità di ruolo, costituendo comunità di pratica non legate alla singola realtà scolastica e con l’utilizzo della metodologia laboratoriale G.O.P.P. (Goal Oriented Project Planning). La denominazione più coerente del progetto, per questa annualità, è C.A.R.E. Curricoli Aperti alla Ricerca Educativa». Punteggiatura, maiuscole, sigle, parole e musica del ministro Giuseppe Fioroni, che sottoscrive mettendoci la sua faccia. Lo facevo una persona seria, se non altro perché è un medico, ma anche per via di quegli occhialini risorgimentali che gli ornano la punta del naso: dalla nascita della Repubblica, l’unico titolare della Pubblica Istruzione che ebbe il coraggio d’inforcare i pince-nez fu il socialdemocratico Pier Luigi Romita, e ancora me lo ricordo. Invece mai aspettarsi molto da un politico che sul sito ufficiale del governo italiano - quello in cui scrivono «ha» (voce del verbo avere) senza la acca - viene presentato come «Beppe», manco fosse uno del bar Sport.
Ultim’ora: le scarpe da ginnastica devono avere la suola bianca. L’alunno che non le possedesse di quel colore deve farsene comprare dai genitori un paio di nuove. Non capisco perché: una scuola ridotta così non fa mica tanta strada.
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Giampaolo Pansa: Berlusconi può salvare la democrazia
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Per una volta, debbo dar ragione al Parolaio Rosso. A proposito delle adunate di Grillo, Fausto Bertinotti ha detto una verità: «Quando c'è un vuoto, qualcuno prima o poi lo riempie». Il vuoto è l'assenza della buona politica, è il caos che dissolve entrambi i blocchi. Grillo urla: «Non voglio creare partiti, voglio distruggerli!». Possiamo rispondergli: già fatto. Se i partiti italiani non fossero tutti alla canna del gas, lui terrebbe le sue adunate al bar con qualche amichetto. Quel che accade nel centro-sinistra è arcinoto. Siamo di fronte a un morto che cammina. Se non fosse per la tenacia di Romano Prodi, futuro premio Nobel per la Testa Dura, il cadavere sarebbe già stato seppellito e senza neppure una diretta televisiva. Ma quanto resisterà il Professore? Nemmeno lui lo sa. Anche la nascita del Partito Democratico servirà a ben poco.
La sinistra regressista lo vedrà come lo sta già vedendo: un avversario moderato da combattere, tutti i giorni, a tutte le ore. Alla faccia della mitica governabilità, ormai ridotta a un fantasma. Il centro-destra sta meglio? Un po' sì, perché oggi non ha il peso di guidare il paese. Ma pure questo blocco ha urgente bisogno di una cura da cavallo che gli consenta di sperare nella vittoria elettorale. Il seminario forzista di Gubbio ha messo a fuoco qualche problemuccio mica da niente. Il primo è la vecchiaia di Forza Italia. Il movimento creato da Silvio Berlusconi è nato alla fine del 1993 e dunque ha già quattordici anni. Anche il fondatore sente che non funziona più. Perché ha copiato i difetti dei partiti tradizionali, tutta robaccia difficile da nascondere.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Un'analisi realistica di Forza Italia l'ha fatta Gianluigi Paragone, su Libero del 9 settembre. Per cominciare, nell'ultimo mese Fi ha perso quasi tre punti percentuali. Mentre il Cavaliere vola nei sondaggi, la sua parrocchia ha le gomme sgonfie. Silvio se n'è reso conto girando il paese. Piccoli boss che aprono e chiudono le sezioni a loro piacere. Sempre gli stessi decidono chi accettare nel movimento e chi no. Un fiorire di strane liste civiche. Ex avversari che si candidano in Fi «per effetto di chissà quale sortilegio». Gente sospesa dal partito che mantiene le cariche. Assessori che si fanno la guerra e mandano in crisi le giunte. Troppi interessi privati e lotte di potere. Il partito della Michela Brambilla è nato anche per spazzare via tutti questi detriti. Molti la deridono o la snobbano, però è chiaro che la signora parla per conto del principale. E siamo appena al primo passo. Il secondo l'ha proposto a Gubbio un vecchio e saggio democristiano, Beppe Pisanu: bisogna fare subito un partito moderato che includa Forza Italia, An e tutte le forze di centro-destra che ci staranno. Sull'idea di Pisanu si è aperto il solito tormentone. Forse si passerà per uno stadio intermedio, quello della federazione. Gianfranco Fini ha incitato il Berlusca: basta con le parole, facciamola subito.
«Se non ora, quando?», diceva un motto della sinistra ultrà. Già, se il Cavaliere non si muove adesso, quando potrà farlo? I sondaggi avvertono che il centro-destra ha il vento in poppa. L’astensionismo sta erodendo il bottino elettorale dell'Unione. Il magico stregone Grillo rischia di strappare alle sinistre un bel po' di elettori. L’umore diffuso del popolo unionista volge al brutto per il governo e per lo stesso Prodi. Ed è quasi inutile rammentare le voragini che si stanno aprendo su due fronti cruciali: la sicurezza e le tasse.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il mio voto non lo darei di certo al centro-destra di oggi. Ma non posso non domandarmi che cosa aspetti il Cavaliere a prendere decisioni intelligenti e davvero nuove. Gli servirebbero per rimettersi a correre, in vista delle elezioni prossime venture, che comunque non arriveranno tanto presto. Infine, una mossa chiara di Berlusconi aiuterebbe tutto il sistema dei partiti a uscire dal pantano nel quale sta sprofondando.
Un forte Partito Democratico sul versante del centro-sinistra. E un forte Partito della Libertà sul fronte del centro-destra. Sembra un sogno, in questo torbido settembre dal cielo buio e solcato da troppi uccellacci. Se non avverrà così, lo stato comatoso della democrazia italiana andrà via via peggiorando. Come si può aver fiducia in un sinedrio di partiti che si lascia umiliare da un comico deciso a distruggerli? Il santone del Vaffanculo ci spiega che sarà la Rete, ossia Internet, la sua nuova struttura politica. Ma sono abbastanza vecchio per aver imparato che senza i partiti non si costruisce nulla. Certo, bisogna cambiarli, ripulirli e insegnargli la modestia. Però se la Casta rimane quella di oggi, non c'è speranza. Alle spalle di Grillo e della Rete un giorno apparirà il vero nuovo mostro. E ci fotterà tutti.
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Camillo Langone: Parma espugnata dagli islamici
>>Da: andreavisconti
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L’altra mattina mi son svegliato e sulla Gazzetta di Parma ho trovato la notizia dell'invasione: una monumentale Mezzaluna sarà issata nella nuova grande rotatoria in allestimento alle porte della città. Non è possibile, mi sono detto, forse sto ancora dormendo, forse è soltanto un sogno o per meglio dire un incubo. Mi stropiccio ben bene e provo a rileggere, chissà che prima non mi sia confuso. No, purtroppo non mi sono sbagliato. In prima pagina il titolo è: «Ecco la Fontana delle Religioni». Sottotitolo: «Nell'opera di Cascella la Croce, la Stella di David e la Mezzaluna». Il lungo testo, che prosegue all'interno, è un grande spot a favore della scultura, dello scultore e dell'ideologia relativista, al limite dell'islamofilia, che lo anima. Strano.
Credevo che la Gazzetta fosse quotidiano confindustriale e borghesissimo, segnato dalla lunga direzione di Baldassarre Molossi, montanelliano dei tempi d'oro. Anche il figlio Giuliano, succeduto al padre nella direzione del giornale, non mi è mai nemmeno lontanamente sembrato amico di imam e muezzin. Anzi, se non ricordo male, a una cena dell'Unione Industriali si spazzolò un bel piatto di salumi. E allora che cosa è successo? Non è che nottetempo i miliziani di Hamas, dopo essersi impadroniti mitra in pugno di Gaza, si sono infiltrati anche nei gangli del potere parmense? Telefono in comune, timoroso che mi si possa rispondere in arabo.
>>Da: andreavisconti
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E invece risponde come sempre il portavoce del sindaco Pietro Vignali, lesto ad attribuire l'idea della Mezzaluna all'ex sindaco, Elvio Ubaldi. Ancora più strano: ricordo di aver mangiato a casa Ubaldi uno dei culatelli migliori della mia vita e in quell'occasione l'esponente politico non mi sembrò per niente propenso a rispettare la norma coranica che proibisce severamente il consumo di carne di maiale. Nota bene: né Vignali né Ubaldi appartengono alla sinistra estrema che tanto si impegna nel tenere aperte le porte all'immigrazione islamica.
Di estrazione democristiana, fanno entrambi parte di una lista civica considerata di centrodestra da quasi tutti gli osservatori. Da quasi tutti ma non da me: non basta non essere di sinistra per essere di destra. Il caso penoso della Fontana delle Religioni dimostra che il civismo (il fenomeno delle liste civiche) tende a degradare nel nichilismo amministrativo, senza politica e senz'anima, ancor più del vecchio partitismo. E guai se queste liste sono democristianoidi: così come la vecchia Dc ha più o meno inconsapevolmente favorito la secolarizzazione dell'Italia, certi post-Dc, da Rosy Bindi ai succitati parmigiani, sembrano voler completare l'opera di affossamento della religione cattolica, forse ignari che la natura non tollera vuoti e che relativizzando Cristo si apre la strada a Maometto.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Ma la chiesa di Parma che fa? Niente, assolutamente niente. La chiesa locale è una chiesa del silenzio, però non come le chiese dei paesi comunisti, obbligate a tacere dalla persecuzione. Qui nessuno minaccia di incarcerare il vescovo o di fucilare i parroci, eppure tutti tengono la bocca chiusa, paghi di praticare quella forma di fede invisibile tanto cara ai dossettiani e quindi a Romano Prodi. E così le chiese di Parma sono mezze vuote e per la verità anche mezze spente, siccome nessun fedele si sogna di accendere le squallide candele elettriche che negli ultimi anni hanno sostituito un po' ovunque, dal santuario della Madonna della Steccata fino a San Giovanni Evangelista, le mistiche candele di cera. Rimane qualche candela vera nella chiesa di San Sepolcro ed è lì che, davanti alla Madonna, ho spesso pregato per la sostituzione del vescovo, malato da tempo e inadeguato da sempre.
Monsignor Bonicelli è un problema ben noto in Vaticano ma mentre a Roma discutono sul da farsi, Parma è stata espugnata. Perché l'incredibile Fontana delle Religioni è una bandiera bianca in marmo di Carrara. In zona i musulmani non sono nemmeno tanti, eppure d'ora in poi si sentiranno invincibili: senza nemmeno chiedere hanno ottenuto l'abbassamento della Croce e l'innalzamento della Mezzaluna, figuriamoci quando aumenteranno di numero e di pretese. «Se tu fiderai negli italiani sempre avrai delusione» scrisse Guicciardini ma davvero non pensavo che l'apostasìa dovesse manifestarsi proprio a Parma, la capitale del prosciutto, una specialità che la sharia (la legge coranica che viene imposta quando i musulmani vanno al potere) proibirebbe inesorabilmente. Ma le vie del masochismo sono infinite.
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Angelo Mellone: Il Cavaliere e i giovani: un test per il centrodestra
>>Da: andreavisconti
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La performance di Silvio Berlusconi davanti alla platea di Azione giovani, politicamente parlando, è un balsamo che funziona meglio della pozione di Obelix o dell’elisir del dottor Scapagnigni. Perché, insomma, si trattava di confrontarsi per la prima volta con un pubblico tosto. Quello dei giovani di destra, quello che viene da altre storie, segue suggestioni diverse dall’efficientismo aziendalista e quando si figura il Cavaliere pensa prima a uno spartiato, a Russell Crowe nel Gladiatore, a Parsifal o a Aragorn del Signore degli Anelli.
Invece è finita così, con la standing ovation e gli applausi a scena aperta che hanno sforato di svariati decibel il livello dell’educata accoglienza. Un balsamo, dicevamo, visto che si trattava di un test, informale e settoriale quanto si vuole, ma pur sempre un bel test, per misurare sul campo se e quanto funziona il dialogo con quel pezzo di società che non è mai stato troppo frequentato in passato dai leader della Casa delle libertà: il mondo giovanile.
Gli under 35. Quelli allevati a pane e paura del futuro. Quelli che la legge Biagi sì, per carità, cosa buona e giusta, ma devo metter su famiglia e non ho voglia di fare l’ultraflessibile. Un altro uomo politico, nel salotto esigente di alleati staccati di un paio di generazioni, si sarebbe presentato in panni veltronoidi, ultra-casual, scarpetta alla moda e camicia sblusata, magari in tinta beige con la Giorgia Meloni che presiedeva l’incontro, tanto per compiacere anche esteticamente l’uditorio. Apparire «ggiovane». E invece no, Berlusconi, al di là del «piacere di stare tra coetanei», è arrivato col suo tradizionale doppiopetto blu e non se l’è sbottonato. Le complicità sono venute dopo, poco alla volta, sui contenuti o meglio sulla condivisione di un’idea del mondo. Sulla constatazione che se a Sabina Guzzanti opponi il Gabibbo la battaglia per l’egemonia culturale nemmeno comincia. Sulla necessità di rimettere in moto una nazione intorpidita.
>>Da: andreavisconti
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E sull’esortazione al centrodestra a scendere di nuovo in piazza il 2 dicembre. Il che ha entusiasmato adolescenti e post-adolescenti che, si sa e li si può capire, non si divertono troppo a seguire il calendario dei lavori parlamentari o la discussione sulla legge elettorale. A quelli di destra la mobilitazione è sangue che scorre nelle vene novecentesche, vogliono azione e Berlusconi gliel’ha assicurata. Ma grattando dietro questo quadro di giovialità, restano un paio di problemi che la Casa delle libertà e Berlusconi per primo non possono e non devono sottovalutare, perché si tratta dell’assicurazione sul futuro per la coalizione.
Il test di giovedì conferma che, in mezzo alla Casalinga Vogherese e all’Imprenditore Nordestino, compare anche il Giovane Arrabbiato tra coloro a cui il centrodestra deve saper parlare. Chi ha in mano i sondaggi dello scorso anno sa che i più giovani, ad esempio chi ha votato per la prima volta, hanno scelto in maggioranza l’Unione. E sa che pure i giovani che stanno col centrodestra percepiscono (non che sia così, ma in politica le percezioni sono massi piantati sulla razionalità delle cose) che l’impegno del passato governo nei loro confronti non è stato coerente con le aspettative. Tutte le polemiche sul «castificio» hanno poi messo a nudo la realtà di una classe politica a trazione gerontocratica. Con il Pd che nasce incanutito e stanco, la Cdl deve escogitare un sistema per favorire un parziale ricambio della classe dirigente aprendosi a quelle nuove generazioni che, ad esempio, si sono viste passare sulla testa una riforma delle pensioni di stampo burosaurico senza poter aprire bocca. Non è giovanilismo. È la pozione di Obelix.
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Fassino, da protagonista a vittima del nuovo partito
>>Da: andreavisconti
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Vi è qualcosa di comico e drammatico nell’accenno di Piero Fassino a un rimpasto del governo. L’uomo che era stato al centro del grande passaggio è rimasto fuori dal governo che oggi è il vero centro del potere politico. Fassino è stato l’uomo del Pd, e ha condotto la tradizione comunista ad abbandonare la storia della sinistra comunista e socialdemocratica per essere legittimato dai democristiani, che oggi non rappresentano i cattolici ma le clientele democristiane del Sud.
L’esclusione di Fassino nel luogo della politica e del potere è quasi un simbolo del prezzo che la storia comunista della sinistra italiana ha dovuto pagare per censurare la propria memoria storica. Accade così che i comunisti, usciti vittoriosi dalle vicende del ’92-93, debbano compiere la medesima scelta che gli altri partiti dovettero fare sotto i colpi della magistratura che i Ds sostenevano. La marginalizzazione del segretario che condusse alla rottura con la continuità del partito indica che è finito il partito come luogo di decisione politica, determinata proprio dalla fine della tradizione politica più importante nella storia del Novecento, quella che ha fornito a tutti gli altri partiti le categorie di lettura della storia e delle condizioni della legittimità politica.
La maggior parte del Ds ha accettato questa fine dopo che era fallito il tentativo di Massimo D’Alema di dare forma socialdemocratica al partito postcomunista. Vi è qualcosa di misterioso in questo spegnimento della storia comunista, che rappresenta il successo politico della posizione che in Italia fu sempre sconfitta: l’anticomunismo. È come se le pulsioni anticomuniste della storia italiana avessero fatto comprendere ai postcomunisti che bisognava rompere nello stesso partito postcomunista la memoria del Pci come aliena allo spirito profondo del Paese, delegittimata dopo essersi imposta come forma della Repubblica.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Un altro singolare fatto è che D’Alema e Fassino, ma soprattutto D’Alema, siano perseguiti dalla procura milanese; si ripeta così nel 2007 la medesima regia del ’91 e del ’93. Sembra che ci sia una giustizia storica che colpisce il principale beneficiario della grande mattanza della democrazia da parte della giustizia. È la direzione dei Ds che ha scelto di porre fine alla tradizione comunista e socialdemocratica della sinistra italiana per fondersi non con il mondo cattolico, ma con gli ex democristiani di sinistra. Però Fassino era stato quello a cui era stato affidato il compito di liquidare il partito che fu di Gramsci e di Togliatti per concentrare la politica in un governo composto di forze estranee alla tradizione comunista. Ed il paradosso sta nel fatto che l’energia, che ha reso possibile il governo Prodi, è ancora solo e soltanto quella che viene dalla tradizione comunista.
Fassino è una figura minore del comunismo italiano, a lui è stato affidato il compito triste di porre fine al partito nato a Livorno senza ricongiungerlo con il socialismo e la sinistra italiana. È un fatto drammatico che pesa sulla politica del Paese. Non è un caso che sia Rutelli, e non il Ds, a sostenere l’autocandidatura di Fassino a entrare nel governo. L’uomo che ha determinato la cancellazione del Pci è stato abbandonato dal suo stesso partito. La fine del Pci senza che sia nato un partito socialdemocratico fa della politica italiana un unico caso in Europa dove ovunque esiste una socialdemocrazia.
Dopo la fine del partito cattolico, giunge la fine, a un tempo, del partito comunista e del partito socialdemocratico. Una simile rottura nella storia italiana ed europea ha un significato che non si può misurare, è come se un destino conducesse alla fine di tutta la politica italiana del Novecento. Che cosa rimane? Quali saranno le conseguenze di questo buio totale a sinistra?
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Putin contro Bush sul ritiro Usa dall’Irak
>>Da: andreavisconti
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George W. Bush annuncia un ritiro parziale delle truppe americane dall’Irak, ribadisce la sua convinzione che gli Stati Uniti stiano cominciando a vincere la guerra e non si sogna di indicare una data certa per la fine della missione militare a Bagdad. Sondaggi alla mano, in pochi apprezzano, torto o ragione che abbia il presidente. E molti, nell’arena politica internazionale e americana, gli danno apertamente contro.
Più rumore di tutti fa l’uscita di Vladimir Putin. Secondo il presidente russo Bush dovrebbe fissare una precisa scadenza per completare il ritiro dall’Irak, perché - a suo dire - «finché non ci sarà una data concreta le autorità irachene non saranno abbastanza motivate ad occuparsi della sicurezza del loro Paese». «Sono d’accordo con Bush - ha detto il capo del Cremlino - che ci si può ritirare solo quando gli iracheni saranno in grado di garantire la sicurezza, ma proprio per questo bisogna indicare una data».
Negli Stati Uniti, molto critico il partito democratico. «Una presenza militare senza fine e senza limiti in Irak non è un’opzione, intendiamo esercitare i nostri doveri costituzionali e cambiare profondamente il nostro impegno militare». Questo il succo della risposta al discorso di Bush che i democratici hanno affidato al senatore Jack Reed, uno degli autori della proposta democratica per il ritiro dall’Irak. Il senatore ha accusato Bush di portare avanti una politica che compromette la sicurezza nazionale, mettendo a rischio la vita di decine di migliaia di soldati e di fatto ignorando la reale dimensione del pericolo costituito dalla rete terroristica di Osama bin Laden. «Il presidente non ha presentato un piano per mettere fine con un successo la guerra o darci un motivo ragionevole per continuarla - ha detto Reed -. Democratici e repubblicani al Congresso e in tutta la nazione non possono e non devono stare inerti mentre i nostri interessi nel mondo sono messi a rischio e le nostre forze armate sono sottoposte ad una pressione che rischia di spezzarle».
Tipicamente drastico il commento di Ali Khamenei, “guida suprema” del regime integralista islamico al potere in Iran. «Io credo profondamente - ha detto - che un giorno l’attuale presidente americano e i suoi collaboratori saranno giudicati da un tribunale internazionale indipendente per le atrocità commesse in Irak».
IL GIORNALE
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L’Iran potrà disporre della sua prima bomba atomica entro il 2009
>>Da: andreavisconti
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La rivelazione è stata fatta dall’Iran Press News (Ips), che cita uno studio realizzato dall’Istituto internazionale per gli studi strategici di Londra. Secondo l’Ips, la Repubblica islamica, che ha completato i lavori di sistemazione di 3.000 centrifughe collegate a cascata negli impianti di Natanz, sarebbe ora nelle condizioni di arricchire l’uranio per la costruzione della sua prima bomba atomica entro la fine del 2009, o al massimo un anno dopo. Nello studio si fa cenno anche alla forte preoccupazione dei Paesi arabi della regione, che si sentono fortemente minacciati dalla futura bomba iraniana.
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Sarkozy: L’Europa deve difendersi da sola
>>Da: andreavisconti
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Budapest. L’Europa non deve «rimanere immobile» e deve sviluppare politiche comuni in diversi settori, compreso quello della difesa, in modo da potersi «difendere da sola» a prescindere dal suo ruolo nella Nato. Lo ha detto ieri a Budapest il presidente francese Nicolas Sarkozy, parlando al Parlamento dell’Ungheria, Paese d’origine della sua famiglia. Per il capo dell’Eliseo, «non si tratta di rimpiazzare la Nato con una politica di difesa europea, ma di creare sistemi complementari». «L’Europa - ha detto il presidente - non può rimanere immobile, deve fare dei passi avanti», anche in settori quali l’immigrazione, l’energia e il clima.
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Grecia, l’estrema destra ago della bilancia
>>Da: andreavisconti
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Il partito xenofobo e antisemita Laos potrebbe entrare in Parlamento
Sulle ceneri ancora calde degli immani incendi che due settimane fa hanno divorato estese aree del Peloponneso dell’Eubea e dell’Attica, lambendo perfino Olimpia e Atene, la Grecia vota domani per il rinnovo del Parlamento. Il primo ministro Costantino Karamanlìs, leader del partito conservatore Nuova Democrazia, aveva convocato le elezioni anticipate per sfruttare il vantaggio di cinque punti sul suo avversario Andreas Papandreu, leader del socialista Pasok, ma anche per bloccare una rischiosa inchiesta su un grave scandalo finanziario.
L’inefficienza dimostrata dal governo in occasione dell’«olocausto di fuoco», come è stata ribattezzata una delle più grandi tragedie vissute dal Paese, trasforma ora la vittoria scontata di Karamalìs nell’incubo di una sconfitta imprevedibile. Ora, secondo gli ultimi sondaggi resi noti prima del silenzio stampa pre-elettorale, il distacco tra i due maggiori partiti varia tra lo 0,3% e il 2%. Un elettore su cinque si definisce indeciso e molti minacciano l’astensione. La sensazione prevalente è che Karamanlìs la spunterà, sia pure di poco, grazie anche alla mancanza di carisma del suo avversario Papandreu.
Com’è inevitabile in questi casi, per accaparrarsi gli indecisi, Karamanlìs e Papandreu hanno fatto a gara a chi sparava le promesse più grosse (e più costose per i conti dello Stato). Si è calcolato che adempiere a impegni, sovvenzioni e sgravi fiscali elettoralistici costerebbe 10-12 miliardi di euro: cifra che un Paese economicamente fragile come la Grecia non può permettersi.
Oltre che penalizzare Nuova Democrazia, il diffuso scontento potrebbe premiare il piccolo partito di destra Laos (che significa popolo, ma il cui acronimo sta per «Allarme popolare ortodosso»), dell’eurodeputato di estrema destra Ghiorgos Karatzaferis. Allo xenofobo e antisemita Laos i sondaggi attribuiscono i 3%, quorum minimo per entrare in Parlamento. Se vi riuscisse, sarebbe la prima formazione di estrema destra ad essere rappresentata nella Vulì da cinque lustri a questa parte.
A decidere queste elezioni sarà comunque l’«olocausto di fuoco» con le sue spaventose conseguenze: 83 morti, centinaia di feriti, 270mila ettari di vegetazione ridotti in cenere, molte migliaia di capi di bestiame arsi vivi, tre milioni di ulivi bruciati. E nell’antica Atene, per chi tagliava un ulivo c’era la pena di morte.
Nicola Crocetti
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I Talebani di nuovo all’attacco: è battaglia contro i soldati italiani
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La Nato conferma che in Afghanistan i guerriglieri respinti dagli alleati nelle province vicine si stanno spostando nelle zone controllate dai nostri soldati. Impiegati forze di terra, i Predator e gli elicotteri Mangusta per salvare un caposaldo circondato dai ribelli a Shewan. Ma è silenzio sul numero dei nemici uccisi
Le truppe italiane, con tanto di appoggio aereo, sono state ingaggiate in una furiosa battaglia con i talebani nella provincia di Farah, spina del fianco del nostro contingente nell’Afghanistan occidentale: oltre all’intervento della Forza di reazione rapida, hanno lanciato gli aerei senza pilota Predator per individuare gli obiettivi e hanno impiegato gli elicotteri d’attacco Mangusta. L’attacco dei tagliagole di mullah Omar è stato respinto dopo diverse ore di battaglia. Non è escluso che siano intervenuti anche i caccia bombardieri della Nato. Il comando del nostro contingente ad Herat si ostina a non fornire alcuna informazione su vittime, feriti o prigionieri talebani, ma le cosiddette «forze ostili» devono avere subito ingenti perdite. A tal punto che in un comunicato i militari italiani mettono le mani avanti sottolineando che «nell’azione non risulta esserci stato coinvolgimento di civili».
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La battaglia è scoppiata giovedì, quando i talebani hanno attaccato in forze il presidio di Shewan, un caposaldo difeso dalle forze di sicurezza afghane in collaborazione con le truppe multinazionali presenti nell’ostica provincia. Il presidio era stato messo in piedi il 14 agosto lungo la strada principale di Farah, che porta al capoluogo della provincia. L’intenzione era di tenere libera la strategica arteria minacciata dai talebani, che si sono rinforzati con i tagliagole fuggiti dalla vicina provincia di Helmand, dove i soldati inglesi hanno scatenato da mesi una pesante offensiva.
Giovedì il presidio stava per soccombere quando è intervenuta la Forza di reazione rapida, composta da italiani e spagnoli, che già stava svolgendo un’operazione di sicurezza nella zona. I militari, sotto il comando del generale degli alpini Fausto Macor, sono arrivati sul posto via terra a bordo dei veicoli Lince, finiti più volte negli ultimi tempi in imboscate dei talebani, che per fortuna hanno provocato solo feriti non gravi. «I militari della coalizione sono stati accolti da un nutrito fuoco», si legge nel comunicato reso noto dal quartier generale di Herat. I talebani evidentemente non volevano mollare la presa e si sono alzati in volo i Predator, da poco giunti nell’Afghanistan occidentale. I velivoli senza pilota hanno mandato in tempo reale al comando di Herat le immagini della battaglia e individuato gli obiettivi da colpire. La situazione era tale che è stato deciso l’utilizzo di due elicotteri da attacco Mangusta, che secondo il capitano Andrea Salvador, portavoce del contingente italiano, «non hanno sparato, ma sono serviti a dimostrare la nostra forza». Difficile però che i talebani siano fuggiti solo alla vista degli elicotteri. Gli scontri a terra devono essere stati intensi e alla domanda se fossero intervenuti i caccia bombardieri della Nato il portavoce non ha né confermato, né smentito trincerandosi dietro a un secco «non ho informazioni a riguardo». I caccia della Nato avevano già bombardato nella provincia di Farah il 6 settembre. Nell’attacco erano stati centrati due veicoli carichi di gente armata nel villaggio di Sabzgazy. Tutti gli occupanti sarebbero morti. Per la battaglia di giovedì è impossibile avere alcuna stima sulle perdite fra i talebani, ma i militari italiani tengono a ribadire che «nell’azione non sono rimasti coinvolti civili».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Come nell’ultima imboscata nella valle di Musahi, vicino a Kabul, quando un soldato italiano rimase ferito a una gamba durante un “contatto”, ovvero uno scontro a fuoco durato venti minuti, tutti fanno finta che fra le forze ostili non ci siano vittime. Secondo la censura imposta dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, i soldati italiani in Afghanistan partecipano solo a una missione di pace, portando caramelle ai bambini, nel contesto dei lodevoli interventi umanitari dei reparti Cimic. Evidentemente i nostri ragazzi, a cominciare dai piloti dei Mangusta, quando sono costretti a intervenire in azioni di guerra sparano “caramelle”, anziché proiettili di piombo.
L’aumento delle attività nelle zone controllate dagli italiani, come aveva rivelato agli inizi di settembre il Giornale, è dovuto alla pressione militare inglese e americana. Ieri lo ha confermato il comando Nato a Kabul. «Stiamo spingendo i ribelli fuori dall’Est e dal Sud dell’Afghanistan», ha detto Claudia Foss, portavoce della missione Isaf. «Non neghiamo che questo a volte comporta lo spostamento dei ribelli in regioni dove la loro presenza è stata finora meno evidente», ha aggiunto la Foss. Le fonti Nato confermano che «come effetto collaterale indesiderato dei successi della coalizione notiamo lo spostamento di guerriglieri dal Sud all’Ovest, in particolare da Helmand a Herat», dov’è dislocato il contingente italiano con un migliaio di uomini.
Fausto Biloslavo
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Sulla pena di morte adesso Pechino frena
>>Da: andreavisconti
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La Corte suprema raccomanda ai magistrati di usarla meno spesso: oggi si stimano 8.000 condanne l’anno
Il congresso del partito comunista del prossimo ottobre e le Olimpiadi di Pechino del prossimo anno si avvicinano e la Cina fa un timido passo verso l’abolizione della pena di morte. La Corte suprema di Pechino ha esortato i magistrati a fare un uso meno frequente della pena capitale.
La raccomandazione è l’ultima, in ordine di tempo, di una serie di sforzi con cui Pechino intende riformare la pena capitale, a cui il gigante asiatico fa ricorso con disinvoltura: secondo dati non ufficiali (la Cina si rifiuta di fornirne sull’argomento), il numero dei condannati a morte in Cina è largamente più alto che in tutti gli altri Paesi del pianeta, almeno 8.000 ogni anno.
«La pena capitale dovrebbe essere utilizzata solo per un numero estremamente ridotto di criminali», si legge in un comunicato diffuso sul sito web della Corte suprema, che spiega la decisione. Secondo l’agenzia Xinhua, la Corte suprema raccomanda di perseverare nell’applicare la pena di morte solo nei confronti di coloro che si macchino di un delitto o di altri gravi reati.
Ma la «risoluzione» sottolinea, secondo l’agenzia di stampa ufficiale cinese, che è necessario porre molta attenzione ai processi riguardanti i casi di pena capitale poiché la pena di morte è la pena più severa che priva della vita i criminali.
Nei confronti di circostanze attenuanti, il caso va trattato con clemenza o si attenua la pena e in genere non si emette la sentenza immediata di pena di morte. Inoltre, la Corte raccomanda un largo impiego della misura di sospensione della pena per due anni, dando modo di convertire la condanna a morte in pena da scontare in carcere.
Riguardo a dispute familiari o di vicinato, o casi sorti dalla cattiva condotta della vittima, o in cui si mostri un sincero pentimento e la volontà di risarcire economicamente la vittima, si deve procedere con cautela. Allo stesso modo, ai colpevoli di crimini economici va risparmiata la forca se questi aiutano a recuperare il denaro sottratto allo Stato.
La presa di posizione della Corte arriva dopo una lunga battaglia che vide l’Alto tribunale sottrarre ai magistrati regionali la facoltà assoluta di mandare un cittadino di fronte al boia. Dal 1° gennaio 2007, tutte le condanne a morte sono vagliate dalla Corte suprema e ciò, ha precisato di recente Pechino, avrebbe determinato un calo nel numero di esecuzioni, che da anni dà alla Cina il più tragico dei primati mondiali.
IL GIORNALE
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 2 della discussione
La notizia è certamente importante. Anche perchè, questa sorta di "autocritica", riporta alla luce un problema di cui, negli anni scorsi pochi si sono occupati. Quello delle esecuzioni capitali in Cina.
Fenomeno che, per motivi alquanto misteriosi, non è mai stato all'attenzione dei media e dei governi occidentali.
Si ci è spesso occupati delle esecuziono negli USA. Si sono fatte le manifestazioni, le marce, le veglie a favore di reclusi nel braccio della morte, si sono scritte migliaia di email a questo o a quel Governatore.
Ma della Cina non ci si è mai occupati/preoccupati Della Cina che commina il 90% delle condanne a morte eseguite sul pianeta. Della Cina che condanna, o meglio, almeno pare, condannava a morte anche per un semplice furto.
Condanne eseguite in modo truculento, tipo colpo alla nuca, in stadi affollati, riempiti con solerzia dai commissari di quartiere.
Certo, va anche detto che questo nuovo corso dell' "indennizzo", sembra un pò una prassi medioevale...
Chi non ha denaro....
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Slow Food-Gambero Rosso Ecco tutti gli affari dei furbetti del bicchierino
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Mentre gli italiani, alle prese con la spesa sempre più cara, fanno lo sciopero della pastasciutta la sinistra di caciotta e di governo, quella che magnifica i vini e i ristoranti da trecento euro, è squassata da un affaire economico politico che rischia di far saltare il dorato mondo delle marchette enogastronomiche. Lo scenario è gustoso: intrecci azionari, tradimenti, donne contro, tolgono il sonno agli adepti del guru di Bra, al secolo Carlo Petrini, e ai signori del food alla moda. Il Gambero Rosso - piccolo impero editoriale valutato intorno ai 12 milioni di euro messo in piedi da Stefano Bonilli e da una pattuglia di transfughi del Manifesto a metà degli anni ’80 - è stato venduto, secondo indiscrezioni di Dagospia riprese anche da Winenews, all'editore vignaiolo Paolo Panerai, quello di Class, mentre Carlo Petrini sta per far fuori Enzo Vizzari, che smentisce, e insediarsi con Slow Food al vertice delle guide dei ristoranti e dei vini de l'Espresso. E fin qui chissenefrega! Questa faccenda di pentole e società anonime però è la buccia di Parmigiano sulla quale è scivolata la sinistra che anche in questo specifico, un paradigma dei costi della politica, dei conflitti d'interesse, del lei nonsachisonoio, ha rivendicato un'inesistente diversità morale. Ed è anche la dimostrazione di cosa sarà l'egemonia pseudoculturale e di portafoglio ai tempi del Pd di Veltrelli.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
INTRECCI ENOGASTRONOMICI
Dietro la storia del Gambero Rosso si cela infatti una faccenda stile Unipol, da furbetti del bicchierino. Stefano Bonilli, sempre pronto a menar fendenti e convinto di una sua presunta e talvolta presuntuosa superiorità, smentisce la vendita e che qualcuno stia per cacciarlo. Ma la verità sembra essere un'altra. Il Gambero Rosso ha un accordo con la Rai - servizio pubblico, soldi pubblici - per editare un canale tematico di cibo, ha fatto una società paritetica con gli enti locali di Napoli - ancora soldi pubblici - per aprire lì una Città del Gusto come antidoto al disgusto della mondezza, simile a quella creata da Bonilli & C nella Roma veltroniana, stampa un mensile - con contributi pubblici - e una quantità di libri. Soprattutto è coeditore della più diffusa guida al vino italiano con Slow Food di Carlin Petrini. Petrini siede tra i padri del Partito democratico, è il paladino degli agricoli oppressi con Terra Madre, è il profeta del cibo «giusto, buono e pulito» che ha fatto esclamare alla ministra della sanità Livia Turco: «Abbiamo una mensa!». Ora Petrini costituente del Pd è passato al servizio di Carlo De Benedetti, ricostituente economico del medesimo partito. Con buona pace dei volontari di Slow Food che si spaccano la schiena per l'ideale, mentre i vertici badano al sodo.
Ma la sinistra, si sa, negli affari dimostra scarsa dimestichezza con le regole. Ed ecco che dopo mesi di conti fatti e rifatti, di azionisti di minoranza che minacciavano azioni legali, il Gambero Rosso ha perso la faccia. Risulta infatti che la maggioranza delle azioni sia custodita anonimamente dalla Compagnia fiduciaria nazionale proprietaria del 50,5% della Food wine factory, la finanziaria di controllo di Gambero Rosso Holding che è la società di gestione con la quale Slow Food ha l'accordo equo e solidale. Ma ancora più consistente sarebbe la presenza della Fiduciaria nella Grh di cui detiene in proprio il 32% delle azioni avendole comprate da Alfredo Cazzola e da Interbanca che si è defilata avendo perso una montagna di soldi, e il 60,52% in quanto azionista di maggioranza della Fwf. E fin qui nulla di strano se non fosse che la Compagnia fiduciaria nazionale è quella usata da Gnutti, Consorte, Fiorani nelle varie stagioni dei furbetti del quartierino. Ed è anche partner di Panerai che se fosse il vero padrone del Gambero Rosso alimenterebbe un intollerabile, almeno per Slow Food, doppio conflitto d'interessi: uno morale perché non si capisce come mai i sinistri duri e impuri si nascondano nell'anonimato azionario, l'altro di fatto perché Panerai che produce Chianti in gran quantità e in discreta qualità sarebbe arbitro e giocatore nella partita dello show-biz del vino.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
BICCHIERI IN «OMAGGIO»
Al Gambero Rosso ai conflitti d'interesse ci sono abituati. Per far cassa di recente hanno lanciato un road show mondiale del vino italiano dietro pagamento da parte delle cantine di consistente parcella alla società di Marina Thompson, moglie di Daniele Cernilli, socio storico di Bonilli e direttore della Guida al Vino Grh-Slow: quella che assegna i mitici "3 bicchieri". E qui ci sarebbe stato un nuovo furibondo scontro tra Bonilli, la cui consorte Marinella Viglione è stata fatta fuori dalla carica di amministratore delegato della holding, e Cernilli che invece fa fare buoni affari alla signora e si dice sia in procinto di far fuori proprio Bonilli. Per ridimensionare questa ingloriosa vicenda ieri Cernilli ha fatto sapere che ha sì intese con Panerai, ma per fare una rivista al di fuori del Gambero Rosso. Nel frattempo si è aperto il capitolo Carlo Petrini che minaccia fuoco e fiamme contro il Gambero Rosso, e intanto ha firmato un contratto con Espresso-Repubblica stracciando l'alleanza storica con La Stampa il giornale di casa Agnelli, che ha generosamente foraggiato le attività di Slow Food. Ci sarà di che divertirsi all'imminente presentazione delle "guide". Litigano sul tesoretto enogastronomico mentre gli italiani fanno fatica a mettere insieme il desinare con la cena. Ma che volete farci, sono i camerieri del Pd: la sinistra di caciotta e di governo.
Carlo Cambi
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«Cogne bis» Chiusa l’indagine
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
La Procura di Torino ha chiuso l’inchiesta denominata «Cogne bis», originata dalla presunta falsificazione delle prove all’interno della villetta di Cogne, dove è stato ucciso il piccolo Samuele, che sarebbe stata operata dalla difesa di Anna Maria Franzoni nel corso di un sopralluogo avvenuto alla fine di luglio 2004.
Nell’inchiesta sono indagati la madre di Samuele, Anna Maria Franzoni, suo marito Stefano Lorenzi, l’ex legale Giancarlo Taormina e alcuni consulenti che fecero i rilievi e le analisi sulle tracce rinvenute all’interno della casa. Le accuse contestate a vario titolo agli indagati sono quelle di calunnia e frode processuale. I magistrati torinesi hanno inviato alle parti l’avviso di chiusura delle indagini, atto che prelude in genere alla richiesta di rinvio a giudizio. Anna Maria Franzoni è stata condannata in appello per l’omicidio del figlio Samuele Lorenzi a 16 anni di carcere. L’inchiesta «Cogne Bis» fu avviata in seguito all’esposto presentato da Carlo Taormina per la famiglia Franzoni all’indomani della sentenza di condanna in primo grado a 30 anni per Annamaria (poi ridotta in appello a 16 anni), nel luglio 2004. La difesa sosteneva di avere nuove prove scientifiche della presenza di un’altra persona nella villetta di Cogne il giorno del delitto di Samuele. Nel novembre successivo si apprese che, in seguito a quell’esposto, la Procura aveva iscritto sul registro degli indagati Annamaria Fanzoni, Stefano Lorenzi, Carlo Taormina, Enrico Manfredi, Claudia Sferra, Giuseppe Gelsomino e alcuni consulenti svizzeri dei Lorenzi.
IL GIORNALE
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Baby prostitute in festini a luci rosse: lo facevano per pagarsi il cellulare
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Le ragazzine venivano filmate durante gli incontri e poi ricattate
In tre, pronte a vendersi a 14 anni per una ricarica del cellulare. Il giro di baby squillo l'ha scoperto la polizia di Parma che ha arrestato due persone, un artigiano parmense di 61 anni e un marocchino di 22 anni, suo complice. Stanca di essere ricattata, è stata una ragazzina a far scattare le indagini, sei mesi fa, permettendo lo smantellamento dell'organizzazione. Aveva il terrore che il filmato delle sue performance sessuali potesse finire in mano di mamma e papà.
In tutto una quindicina, solo alcune delle quali maggiorenni, le giovani venivano adescate dall'idraulico Franco Livraga Pilizzotti, incensurato, sposato, con due figli. Alcune le aveva conosciute in chat, corteggiate per telefono, altre le aspettava all'uscita di scuola, entrava in confidenza con le giovani che arrivavano in fretta a fidarsi di lui. Consumava personalmente i primi rapporti, voleva per sé quella specie di «ius primae noctis» e in cambio regalava ricariche telefoniche. Poi procedeva con richieste sempre più osée. Le coinvolgeva in orge e giochi erotici, pagati in denaro, a seconda della prestazione, mettendo a disposizione appartamenti di sua proprietà.
Lenzuola rosse facevano da sfondo agli incontri, che venivano regolarmente filmati, da almeno tre telecamere, e i video poi circolavano fra gli stessi clienti. Erano utilizzati per ricattare le ragazze, tutte di Parma, e costringerle a rimanere nel giro. In questi festini non mancava mai la droga, con la cocaina sempre protagonista e spesso era lo stesso idraulico ad accompagnarle dagli spacciatori.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il giro è cominciato quattro anni fa, nell'agosto del 2003, in viale Mentana, nel centro della città ducale. Lei, sedici anni, sale in macchina, qualche bacio e poco più, con la bellezza di ottocento euro di ricompensa. Tantissimi soldi, per un'adolescente. In un secondo tempo la richiesta di prestazioni sessuali più esplicite, con il coinvolgimento delle altre ragazze, fra cui le tre quattordicenni. Franco Livraga Pilizzotti minacciava di raccontare tutto agli amici, ai fidanzati e anche ai genitori delle giovani, mentre i compensi diminuivano.
«Fare sesso è come bere un bicchiere d'acqua»», diceva per incitarle a vincere il loro pudore. Alcune si conoscevano da prima, erano state compagne di classe alle medie. Non avevano scelta, dovevano accettare di vedere nuovi clienti. Già nell'autunno di tre anni fa il cerchio era molto ampio e comprendeva gente soprattutto sulla cinquantina: in particolare impiegati, ristoratori, rappresentanti, ma anche operai, tutti di Parma. I primi incontri al ristorante, poi si passava nei monolocali, nelle vie Dalmazia, Corsi e Saffi, sino alle orge in villa, con la richiesta sempre più pressante per le ragazze di far entrare nuove amiche nel giro. L’uomo le pagava perché si drogassero davanti ai clienti.
Per l'ideatore della rete di prostituzione l'accusa è di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione (minorile e no), violenza sessuale di gruppo, privata e spaccio di sostanze stupefacenti, mentre il marocchino Zouhair Amile, 22 anni, è accusato di estorsione. Chiedeva cento euro, poi duecento, anche mille, per consegnare il filmatino a chi ne era stata la protagonista.
Silvia Gilioli
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 3 della discussione
Di fronte a questo tipo di episodi viene sempre il dubbio se il male sia nella gioventu' moderna - prostituirsi per delle ricariche di cellulare! - o nei vari 'mostri' pronti a sfruttare la debolezza mentale di queste giovani....
Il vecchiaccio si faccia la sua condanna, ma non mi sembrerebbe una cattiva idea mettere le ragazzine a fare qualcosa di buono per la società.
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Spaccia ma torna libera perché è precaria
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il gip le ha concesso l’obbligo di dimora nel domicilio di residenza per poter andare al lavoro
Di solito, non serve neppure un motivo. Gli spacciatori finiscono davanti al giudice, che conferma tecnicamente l’arresto, e poi li rimette fuori. La notizia non sarebbe certo clamorosa. Se non fosse che stavolta il magistrato ha spiegato subito perché una ventiseienne possa tornare a casa anche se «colpevole», subito dopo l’udienza. È libera, più o meno, «perché è precaria». Una lavoratrice «atipica», a tempo determinato. Quindi per evitare che perda il posto di lavoro niente prigione. E nemmeno arresti domiciliari, avendo il giudice concessole il permesso di girare nel suo comune di residenza, nell’entroterra di Chiavari, sulla Riviera ligure di levante, e di uscirne solo per arrivare all’ipermercato di zona che le ha offerto il posto di lavoro.
La storia inizia mercoledì. I carabinieri della compagnia di Sestri Levante seguono la donna, sospettano di lei. Insomma, la «conoscono», anche se all’anagrafe della giustizia il suo nome non risulta legato a precedenti condanne per spaccio. Ma il fiuto dei militari non sbaglia. È lei, una ventiseienne dal fare insospettabile, che gira con la «roba». Ha con sé alcune dosi di eroina già divise e confezionate. Pronte per essere vendute, su questo non ci sono dubbi. E neppure la legge più permissiva, quella dell’uso personale «allargato», le consente di giustificare quelle palline di troppo. La quantità non è da sequestri del narcotraffico, ma è più che sufficiente a far scattare l’arresto per spaccio. E i carabinieri applicano alla perfezione il codice.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Un arresto impeccabile, nella sostanza e nella forma. Un arresto che «regge» anche di fronte al giudice per le indagini preliminari di Chiavari. Mauro Amisano legge gli atti e li controfirma: l’arresto è convalidato. La ventiseienne potrebbe tornare in cella e attendere lì il processo e la condanna. Oppure potrebbe fare come molti altri spacciatori che si trovano nelle sue condizioni: sperare nella scarcerazione.
Il suo avvocato però non si fida della clemenza del magistrato e cerca qualcosa in grado di giustificare un provvedimento meno duro. Sì, è vero che non ci sono precedenti penali specifici nel senso di condanne definitive ad inchiodarla, ma il fatto è che la donna risulta sola. Insomma, non ha un figlio cui provvedere, non deve sostenere una famiglia o una madre anziana. E questo gioca a suo sfavore. In realtà l’arrestata ha un cruccio. È quello di perdere il lavoro faticosamente ottenuto prima ancora di iniziarlo. Racconta al suo legale di aver trovato un posto all’ipermercato della zona, di aver già avuto il contratto, che per di più è a tempo determinato. Insomma, se va in cella, il lavoro se lo può scordare. Eccolo, il motivo che potrebbe valere la libertà. L’avvocato si fa dare il contratto e lo presenta in udienza al giudice. Che capisce subito il punto. Lo spaccio è impossibile da negare, ma visto che tanti arrestati tornano in libertà, un reato del genere, può valere la perdita del lavoro? Insomma, si può emettere quella che sarebbe a tutti gli effetti già una condanna? E per per di più neppure appellabile? Il magistrato decide di accogliere l’istanza. I carabinieri probabilmente stavolta non se la prendono neppure tanto, avvezzi come sono a veder subito «fuori» gli arrestati. La ventiseienne torna a casa con un «obbligo di dimora» nel comune di residenza. Con l’unica eccezione concessa per andare e tornare dal lavoro. Perché ogni tanto, essere lavoratori precari qualche vantaggio lo offre.
Diego Pistacchi
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Azzannata dal mastino: bebè grave
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
La piccina colpita alla testa. Il cane potrebbe averla aggredita per gelosia
Cinquanta chili di muscoli: lo adottarono anche i nazisti, a fianco del dobermann, il dogue de Bordeaux. Ed è stato un esemplare di questa razza ad aggredire rischiando di ucciderla una neonata. Per fortuna la piccola, di due settimane appena, azzannata alla testa mentre era nella culla, sta migliorando rapidamente, tanto che i medici hanno deciso di trasferirla dalla rianimazione alla patologia neonatale. È successo l’altra mattina nel Bergamasco, a Terno d’Isola. Il cane, acquistato recentemente, secondo i genitori della piccina non si era mai dimostrato aggressivo. Scontata la denuncia - è un atto dovuto - nei confronti dei genitori, dal momento che la legge addossa ai proprietari la custodia degli animali. Ma la buona notizia è che la piccola Sofia, nata il primo di settembre per la gioia di mamma Daniela e papà Giorgio, dopo un delicato intervento chirurgico dovrebbe cavarsela. Certo, il caso rimane grave e monitorato con la massima attenzione. Ma la neonata gia ieri non aveva più bisogno delle macchine per respirare. I medici temono solo complicazioni legate a possibili infezioni. Al momento i genitori della piccola non riescono a capacitarsi di quanto successo, così come fonti veterinarie sottolineano la docilità di Edy, l'esemplare protagonista dell'aggressione. Secondo esperti e veterinari, il cane potrebbe essersi scagliato contro la bimba per gelosia. Al momento dell'attacco, Daniela stava preparando il pranzo per la famiglia. Era all'incirca mezzogiorno. Sofia se ne stava tranquilla nella sua culla quando, improvvisamente, il molosso le è saltato addosso e l'ha morsa sulla testa, alla fontanella, la zona centrale del cranio.
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Contrada in cella: «Io, vittima di sciacalli voglio solo morire a casa»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 11 della discussione
Quattro mesi fa, giunto al capolinea di un processo-farsa, Bruno Contrada veniva condannato a 10 anni di carcere, strappato ai suoi cari, sbattuto in prigione per esser consegnato all’oblio giudiziario col sigillo del mafioso. Quattro mesi dopo, a 76 anni suonati, con ventuno patologie diagnosticate, il più bravo poliziotto antimafia crocifisso dalle menzogne dei pentiti, arranca nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere per incontrare i parlamentari Lino Jannuzzi e Stefania Craxi. «Sto male - è l'esordio dell'ex 007 del Sisde - ma non intendo crepare in galera e nemmeno piantonato dai carabinieri in ospedale. È stato perpetrato ai miei danni un delitto di Stato, che almeno mi si conceda di morire a casa».
Innanzitutto, le sue condizioni di salute dottor Contrada.
«Secondo voi come può stare un uomo di 76 anni, provato nel fisico e nel morale da 15 anni di tormento giudiziario, da arresti e scarcerazioni, da alterne pronunce processuali ed ora ridotto in ceppi perché condannato a una pena che per me, data l’età e le gravi malattie, significa l’ergastolo? Come può vivere un uomo delle Istituzioni che dopo aver speso la sua esistenza al servizio dello Stato poi dallo stesso riceva, quale "ricompensa", l’annientamento della sua persona e la condanna a morire in prigione come un criminale? Un uomo che - come centinaia di testimoni hanno confermato in aula - ha servito le istituzioni con amor di patria, fedeltà, con abnegazione totale, e che dalle stesse istituzioni è stato poi umiliato, vilipeso, perseguito, accusato, inquisito, incarcerato, processato, condannato. Ditemelo come può stare un uomo distrutto da accuse to-tal-ment-te infondate, palesemente false, calunniose, inique, ignobili, inventate, pilotate, derivanti da odio e rancore, da invidia e perfidia, da vendetta e rivalsa, da errori e superficialità, ma soprattutto da tesi precostituite e teoremi artatamente accusatori e subdolamente argomentati. Teorie folli che oggi tornano di moda con la solita storia dei servizi segreti deviati».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Si aspettava un verdetto così duro dalla Cassazione?
«Non ho ancora letto le motivazioni ma nonostante l'alone di sacralità che avvolge le pronunce della Corte suprema, so che questa sentenza è ingiusta. No, non me l’aspettavo. Ero dell’opinione che la Cassazione annullasse in tutto o in parte il verdetto e rinviasse per un nuovo e più approfondito giudizio nel merito. Se non altro per la incongruenza del "ragionevole dubbio" sull’intera vicenda giudiziaria costellata da obbrobri e menzogne conclamate. Io mi domando quale altro "ragionevole dubbio" può mai essere più incombente e ineludibile del fatto che, con gli stessi elementi e in assenza totale di prove contro di me, un collegio della corte d'appello mi abbia precedentemente assolto con la formula più ampia, ("perché il fatto non sussiste") e un altro collegio della stessa corte d'appello mi abbia invece condannato per concorso esterno in associazione mafiosa».
I pentiti sono i protagonisti nefasti del suo processo. Sua moglie arrivò a rivolgersi a loro affinché raccontassero la verità…
«Mia moglie si è battuta con forza, ha preso varie iniziative, alcune rivelatesi utili, altre meno. Scrisse a molti di coloro che allora ricoprivano le più alte cariche dello stato, da Scalfaro a Violante, da Napolitano a Mancino, per far conoscere lo scempio che si compiva ai danni di un uomo dello Stato. Se mi avesse interpellato l'avrei sconsigliata di rivolgersi a criminali diventati collaboranti per convenienza poiché sapevo che mai avrebbero accolto quel grido di dolore rinunciando alla libertà, al denaro, ai vantaggi acquisiti con il tradimento, l'infamia e la calunnia. Questo appello, la mia cara Adriana, avrebbe dovuto rivolgerlo non solo ai vari Mannoia, Mutolo, Spatola, Buscetta, Marchese, Di Carlo eccetera, ma anche ad altri soggetti che pur non inquadrati nell'ignobile categoria dei "collaboratori di giustizia" (spero non sia stato inserito un 290 tris, prevedente il reato di vilipendo all'ordine dei pentiti) hanno reso dichiarazioni al mio processo non corrispondenti al vero, spinti a far ciò da meschinità e viltà, da esigenze di carriera e d'adeguamento servile alle tesi dell'accusa. Tra questi, purtroppo, non mancano appartenenti od ex appartenenti alle forze di polizia».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Chi sono?
«Non faccio i loro nomi per carità di patria, per il residuo senso dello Stato che permane in me e per non creare difficoltà al Giornale che mi ospita. Ma non è difficile individuarli, basta leggere gli atti processuali. Sono sciacalli, avvoltoi, vermi, che di rado mancano in determinati processi».
Il suo, di processo, grida vendetta. La verità un giorno la conosceremo?
«Sono fermamente convinto che la coltre vergognosa dell'infamia commessa, verrà sollevata. Purtroppo è più che probabile che io non farò in tempo a vedere quel giorno poiché la mia stagione di vita volge velocemente al declino. Nei 15 anni di calvario giudiziario in tantissimi si sono mossi a mia difesa ed anche i più scettici, alla fine, si sono accodati a chi ha sempre creduto alla mia innocenza. Ma capisco anche i miei più ottusi detrattori. Non tutti avevano la possibilità di rendersi conto di come stavano le cose e ciò per vari motivi».
Quali?
«Per la molteplicità delle accuse, ripetute, con pedissequo adeguamento da criminali pentiti, senza curarsi dell’assenza di riscontri; per il ripetersi di siffatte accuse infamanti, acclarate col tempo essere calunniose, tutte tese a dare supporto a un impianto accusatorio tendente a sporcare l’immagine dell'accusato per rendere più agevole l’accettazione nell’immaginario collettivo della colpevolezza; per le testimonianze, deliberatamente o inconsciamente, malvagiamente o stupidamente, autonomamente o su suggerimento altrui, che hanno deformato la realtà; per l’obliterazione totale della mia trentennale attività di polizia esaltata da uomini dello Stato; per il recepimento acritico, passivo, incondizionato e incontrollato, fideistico, delle propalazioni accusatorie di pentiti (che ho arrestato ripetutamente insieme ai loro parenti delinquenti) enunciate per odio, rancore, vendetta o per concreta e sostanziose aspettative (mai deluse) di benefici giudiziari ed economici. Sono tanti i motivi... ».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Vuole dire loro qualcosa?
«Sì. Coloro che hanno capito, intuito o saputo la verità non possono limitarsi ad essere amareggiati dell'esito processuale, o impietositi dal fatto che uomo, malato in carcere, sia stato gettato nel fondo di una prigione che rischia di essere la sua tomba. Dovrebbero gridare la loro indignazione per sì enorme e terribile ingiustizia. Molti di coloro che conoscono la verità, anche tra gli "addetti ai lavori di mafia", hanno taciuto e tacciono tuttora per indifferenza, egoismo, paura, quieto vivere, per viltà. Ciò è nella natura umana, non me ne scandalizzo dunque. Chiedo uno scatto d'orgoglio per il futuro. Non sono certo io l'unico o il primo, né sarò l'ultimo degli uomini onesti a subire le conseguenze di siffatti modi di essere».
Data la natura (mafiosa) del reato per il quale è stato condannato, lei non può lasciare la prigione se non in ambulanza, e in condizioni gravissime, com'è successo qualche giorno fa per un'ischemia. Anche nei momenti più difficili si è sempre detto fiducioso nella giustizia, la pensa ancora così?
«Sono stato condannato per un reato gravissimo, e doppiamente infamante, avendo indossato io una divisa. Mi hanno inflitto una pena talmente pesante che, alla mia età, potrebbe definirsi un ergastolo ad personam. Hanno preso per oro colato le parole di mafiosi con 10, 20, 30 omicidi sulle spalle infischiandosene della verità che tutti ormai conoscono, mi volevano colpevole a tutti i costi e sono stati accontentati. Come posso io credere ancora alla giustizia del mio Paese. L'umanità è variegata, esistono tante brave persone ed anche personaggi cattivi, pavidi, disonesti, sleali, bugiardi, spergiuri, ipocriti, meschini, di basso sentire. Da loro sono stato braccato, aggredito a freddo, puntato dall'alto (se corvi o avvoltoi) morsicato (se iene o sciacalli) pizzicato (se formiche rosse o zanzare). Alcuni sono accorsi affamati al "banchetto" mettendo in azione becchi, denti affilati, pungiglioni. Altri si sono tenuti lontano, gracchiando e guaendo nell'ombra. Non ero così ingenuo da non immaginare ciò che sarebbe accaduto. Lo scrissi a mia moglie, subito dopo l'arresto nel 1992. Ma oggi che la mia vita è agli sgoccioli posso dire che allora non immaginavo la portata di questo scempio senza fine».
Gian Marco Chiocci
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Una carriera stroncata da 4 pentiti
Bruno Contrada, nato a Napoli il 2 settembre 1931, entra in polizia nel 1958. Trasferito a Palermo durante la mattanza per la prima guerra di mafia, scala tutti i gradini della carriera: nel 1973 è capo della squadra mobile e nel 1976 passa a dirigere il centro interprovinciale della Criminalpol per la Sicilia occidentale. Nel gennaio del 1982 entra Sisde e viene nominato capo di gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia. Nel 1986 viene chiamato a Roma presso il reparto operativo della direzione del Sisde. Ma il 24 dicembre del 1992 viene arrestato perché accusato di «concorso esterno in associazione mafiosa» sulla base delle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia. I quattro «pentiti» sono: Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese e Rosario Spatola. Molte delle dichiarazioni di questi ultimi risultano non attendibili, tuttavia Contrada viene condannato. La Corte d’appello assolve l’ex uomo del Sisde ma la Cassazione annulla la sentenza. Tutto da rifare. Per Contrada, questa volta, arriva la condanna a dieci anni, poi confermata dalla Cassazione.
>>Da: micia
Messaggio 6 della discussione
Un altro caso di mala giustizia.
Vergogna!
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 7 della discussione
Giusto micia, è scandaloso!
Ma nessuno si muove per questo.
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 8 della discussione
Che brutta storia!
>>Da: Nando179764
Messaggio 9 della discussione
.....perche?....forse in italia esiste la giustizia? fatevi il conto di quanti assassini e strupatori sono in libertà. Contrada non fa parte di questa categoria e allora deve morire in galera. giustizia di pulcinella
>>Da: massimo
Messaggio 10 della discussione
Nando, non potevi dire meglio.
Pensa che credono più a dei mafiosi criminali che a questo servitore dello stato.
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L’«hanno» scolastico del governo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Sul sito di Palazzo Chigi: «Il ministro Fioroni “a” scritto due lettere»
In prima elementare servirebbe la matita blu per segnare con una doppia sottolineatura quello strafalcione, grave anche per un bimbo di 6 anni. Figuriamoci per un ministero, e per giunta per il ministero della Pubblica Istruzione, che figuraccia sarebbe se non si accorgessero della differenza tra una preposizione e un verbo. Eppure il sito del governo italiano (cliccare per credere www.governo.it) informa placidamente che «in occasione dell’anno scolastico il ministro della Pubblica istruzione a scritto due lettere...». Fioroni a scritto? Sì, senza l’h. Certo, sarà stata una svista, un errore di battitura, una sciocchezza, lo sanno benissimo al ministero dell’Istruzione che la terza persona presente del verbo «avere» vuole l’acca. Così si giustificherebbe anche lo scolaro davanti alla maestra. Del resto il ministro Fioroni l’ha scritto, anzi l’a scritto, chiaramente nella sua missiva ai genitori degli alunni: «l’attenzione (del governo, ndr) è tutta centrata sul fatto che i bambini possano acquisire da subito le basi essenziali: la conoscenza dell’italiano...».
Come inizio dell’anno scolastico lascia un po’ a desiderare. Anche perché è già successo che il governo italiano scivolasse sulla grammatica di base. Persino il Professore. La lettera, su carta intestata del presidente del Consiglio dei ministri e firmata Romano Prodi, è datata 3 maggio 2007. Il premier è invitato alla cerimonia di inaugurazione di un’azienda in provincia di Bologna. Prodi risponde cortesemente, soltanto che a riga 4 si legge testualmente: «(...) è fonte di grande soddisfazione per me che una multinazionale, di lunga e prestigiosa tradizione, qual’è l’azienda...». L’apostrofo scivola dove non dovrebbe, fra la parola «qual» e la successiva «è». «Si è trattato di un errore - si giustificherà lo staff di Prodi -. Cercheremo la segretaria che lo ha fatto e le diremo di non farlo più». Fosse mai che a sbagliare fosse stato proprio il Professore.
Ancora più epiche le evoluzioni di Antonio Di Pietro alle prese con le preposizioni. Inferocito per la bocciatura della sua candidatura alla leadership del Pd, fa pubblicare a spese del suo partito un redazionale su Corriere e Repubblica. Ma, nella foga, tralascia le comuni regole per l’uso di di-a-da-in-con-su-per-tra-fra. Ecco pertanto che «la partecipazione dell’Italia dei valori del processo costituente..», oppure che «i candidati che hanno smesso di essere iscritti nel loro partito di provenienza», e via sgrammaticando. Nessuno ha chiesto al ministro, quelle preposizioni lì, che c’azzeccano?
Paolo Bracalini
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Così la sinistra blinda i dirigenti amici
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Secondo «Italia Oggi» è pronto un progetto di legge per impedire all’esecutivo appena entrato in carica di sostituire gli alti funzionari
Bloccare lo spoils system (vale a dire quella vorticosa danza di poltrone e di alti dirigenti statali che si verifica puntuale a ogni cambio di governo), con l’effetto di blindare gli uomini chiave, i direttori generali, nominati dagli attuali ministri.
Sembra essere questa una delle più assillanti preoccupazioni di un esecutivo che, sottoposto in continuazione alle fibrillazioni della sua riottosissima maggioranza, appare costantemente a rischio disastro. Così si è provveduto: il Consiglio dei ministri infatti si prepara a varare, entro la fine di settembre e contestualmente all’approvazione della Finanziaria 2008, un disegno di legge che, secondo quanto sostiene il quotidiano ItaliaOggi, cambierà le regole per la nomina dei massimi dirigenti della pubblica amministrazione.
Dovrebbe andare in pensione, quindi, la legge Frattini che lo spoils system lo rendeva possibile, con la decadenza dall’incarico degli alti dirigenti che non fossero stati confermati dal nuovo esecutivo. Al contrario, il ddl messo a punto dal ministro della Funzione pubblica, Luigi Nicolais, non permette più al governo entrante di licenziare i dirigenti a capo delle direzioni di un ministero, fatta eccezione per i cosiddetti incarichi ad alto tasso di fiducia, come ad esempio quello di capo di gabinetto. Per mandare via tutti gli altri dirigenti di prima fascia occorrerà dare un giudizio negativo sul loro operato ai vertici dell’amministrazione pubblica, che tra l’altro non potrà arrivare prima di un anno dalla loro nomina. La revoca poi avverrà in base a criteri stabiliti in via contrattuale con i sindacati.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Sono stati numerosi negli ultimi anni i dirigenti che hanno sperimentato le durezze dello spoils system, tanto che la riforma dei criteri di nomina, dice ancora ItaliaOggi, era stata a lungo caldeggiata dagli stessi direttori generali. I terremoti ai vertici dei ministeri, infatti, oltre a provocare negli anni tensioni e lacerazioni negli uffici, hanno anche creato un carico di contenziosi finiti nelle aule di tribunale. Ma adesso si dovrebbe cambiare. Il ddl, che fra le altre cose prevede anche misure di razionalizzazione delle norme sul lavoro nelle pubbliche amministrazioni, stabilisce due tipologie di alti funzionari ministeriali a seconda del contratto che si applicherà: individuale per i dirigenti fiduciari, collettivo per gli altri. C’è anche una norma per escludere l’assegnazione di doppi incarichi, incarichi che vengono sottoposti al principio della rotazione per evitare concentrazioni di potere. E ancora: per la nuova maggioranza che andrà al governo sarà limitata la possibilità di nominare come direttori generali degli esterni; questa possibilità sarà prevista solo nel caso di incarichi che hanno bisogno di profili ad altissima specializzazione e non presenti nell’organigramma. Negli altri casi sarà favorita la nomina di dirigenti che sono già nei ruoli.
IL GIORNALE
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Riforme, Prodi se ne frega
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
«Berlusconi non dialoga? Faccia quello che vuole»
Il premier sconfessa Marini che invoca la riapertura del confronto e gela le aperture di Lega e Udc. Gasparri (An): «Sa solo occupare poltrone»
A Silvio Berlusconi, che dopo le vicende Rai ha chiuso al dialogo con la maggioranza su riforme e legge elettorale, Romano Prodi risponde con un secco: «Faccia quel che vuole».
Il premier è alla stazione di Roma, in attesa del treno che deve portarlo per il weekend a Bologna e, mentre viaggia, arriva la replica polemica del portavoce del leader dell’opposizione. «Il treno di Prodi - dice Paolo Bonaiuti - non va verso Bologna ma verso lo sfascio economico e politico del Paese». Per il deputato azzurro, «questo governo e questa sinistra hanno l’intenzione di prendersi tutte le cariche e tutte le poltrone possibili e mai quella di dialogare con l’opposizione».
Netta anche la chiusura di An, che prepara la manifestazione del 13 ottobre. «Dialogare con il governo - dice Maurizio Gasparri - su riforme o legge elettorale è impossibile dopo le prevaricazioni ai danni dell’opposizione. La risposta la darà anche la piazza». Attacca l’azzurro Antonio Tajani: «Non si può dialogare con un governo che non decide e pensa solo ad occupare tutti gli spazi». E per il segretario della Dc per le autonomie Gianfranco Rotondi «non ci sono le condizioni per riforme condivise, quindi per nessuna riforma».
Ma è un gioco incrociato e Sandro Biondi applaude Franco Marini, che da Chianciano invita a riaprire il confronto sulle riforme, da quella elettorale a quella del sistema radiotelevisivo. Il coordinatore di Fi richiama ad una politica e una democrazia «poste al servizio del bene comune».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Anche da Lega e Udc arrivano inviti a riaprire il confronto, per bocca di Umberto Bossi e Lorenzo Cesa. D’accordo con il Senatùr, il capogruppo del Carroccio Roberto Maroni dice che, però, su legge elettorale e federalismo fiscale il governo «fa un passo avanti e due indietro». E a complicare le cose c’è la vicenda Rai «sulla quale l’esecutivo ha messo completamente le mani», che ha sospeso il dialogo. Ma Maroni annuncia che nei prossimi giorni si riunirà la Cdl: «Decideremo insieme se andare avanti o fermarci».
A ottobre comincerà al Senato la sessione di bilancio e le proposte di riforma sono ancora ferme in commissione Affari costituzionali. Bisogna trovare l’unanimità o quasi, per il ministro per i Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, ma «non esiste un diritto di veto da parte dell’opposizione». Per Enrico Letta della Margherita l’unica riforma elettorale possibile è «l’importazione del sistema di tipo tedesco». Il candidato leader del Pd ha firmato il referendum per «abbattere l’attuale legge elettorale, la peggiore che ci sia, che si basa su un sistema di cooptazione, il sistema delle liste bloccate che purtroppo abbiamo importato anche nelle primarie del Pd». Per Letta è «un pessimo modo di far partecipare le persone».
Gli dà ragione Giovanni Russo Spena del Prc, convinto che il sistema elettorale tedesco coniugato con il bipolarismo può ottenere «un’ampia maggioranza». Le dichiarazioni di Letta e Bossi, per Russo Spena confermano che il varo di una nuova legge è «possibile, nonostante i proclami bellici di Berlusconi». Mentre arrivare al referendum o mantenere l’attuale, pessima, legge elettorale «sarebbe un’assurdità inspiegabile».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il ministro per la Famiglia, Rosy Bindi, ha firmato il referendum per far pressione, pur non essendo convinta dei contenuti e ora insiste per una legge elettorale «capace di mettere in sicurezza il bipolarismo nel nostro Paese, davvero maggioritaria».
Un’intesa seria sulla legge elettorale e una riforma della Costituzione servono al Paese, per il Ds Marco Filippeschi. «Veltroni ha parlato chiaro. Ognuno poi si prenderà le sue responsabilità. Berlusconi oscilla, tentato di investire nell’antipolitica e la destra parla con voci diverse». Franco Monaco dell’Ulivo, invece, vuole ripristinare il Mattarellum e ricorda che in Parlamento giace una sua proposta di un solo articolo fatto di 3 righe. «Se dovesse essere confermata la pregiudiziale chiusura al dialogo da parte della Cdl sulla legge elettorale l’Unione dovrebbe assumersi la responsabilità di ripristinare la situazione quo ante alla legge porcata sconfessata dai suoi stessi autori». I tempi stringono e Mauro Fabris dell’Udeur avverte: «Le polemiche quotidiane non devono bloccare le riforme di sistema, a cominciare dalla legge elettorale»
Anna Maria Greco
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Bossi lancia la protesta fiscale in 13 mosse
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il dio Po ha regalato il sole ai leghisti («sole celtico», esclama Mario Borghezio) dopo il diluvio di un anno fa, ma non ha fatto il miracolo di radunare molta gente per il rito del prelievo d’acqua alle sorgenti del fiume. Sulla brulla spianata ai piedi del Monviso un centinaio di militanti coperti di maglie, berretti, bandiere verdi saluta Umberto Bossi che a metà pomeriggio prende l’ampolla dalle mani di un bimbo e la alza al cielo. Domani la vuoterà in laguna, e la liturgia sarà compiuta. «Ci sentiamo piccoli piccoli davanti a queste montagne, siamo figli di questi monti e di questa acqua - evangelizza il Senatùr -. Qui nasce il popolo che a poco a poco sta alzando la testa fino ad arrivare alla libertà. Si avvicina il momento della liberazione, preparate i vostri animi».
È il via della tre giorni padana: oggi la discesa in motonave da Mantova lungo il Po, domani la festa a Venezia. Bossi informa che soltanto sulla Riva degli Schiavoni svelerà i 13 punti della protesta fiscale leghista, li spiegherà nel dettaglio, e da martedì li farà pubblicare giorno per giorno sulla Padania - la «Pravda del Nord» - con libretto finale allegato. Così, la notizia più importante di ieri è la sua stessa presenza: la breve passeggiata a duemila metri fino al piccolo palco allestito presso la roccia dove è scolpito «Qui nasce il Po»; la voce rauca ma chiara; il successivo comizio a Paesana, all’imbocco della vallata; insomma, la voglia di esserci. Al suo fianco i «colonnelli» piemontesi Roberto Cota e Mario Borghezio, reduce dalla disavventura belga («il loro ministro degli Esteri ha chiesto ufficialmente scusa al nostro ambasciatore a Bruxelles per l’arresto»), il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli e Rosi Mauro, la «pasionaria» del Sindacato padano.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Ai fedelissimi del Pian del Re e ai leghisti di Paesana, Bossi annuncia che a maggio si ripeterà la catena umana lungo il Po: «Milioni di persone unite per dire no alla schiavitù di Roma». È la conferma che «la Lega non vuole cedere» nella lotta per il federalismo. «Prodi aveva promesso di discutere sul federalismo fiscale. La Lombardia ha incaricato il governatore di trattare con il governo. Adesso vediamo, con il presidente del Consiglio eravamo d’accordo di vederci a metà settembre. È pericoloso non mantenere la parola con una regione così. Senza la Lombardia lo Stato italiano chiuderebbe in due settimane. Le regioni del Nord fanno più abitanti e più reddito di tante nazioni europee: Prodi è così forte da sfidarle?».
Il Senatùr agita lo spettro della protesta fiscale: «So che tanta gente ha intenzione di protestare, imprenditori, artigiani, persone normali. E tanti piccoli fanno grandi numeri. Si rivoltano contro i ladruncoli della sinistra, che dove ha governato ha fatto sempre male». Ma l’obiettivo è fisso, cioè il federalismo con la riforma elettorale. «Abbiamo uomini capaci di resistere a chi li ridicolizza e li insulta. Li ho allenati, hanno i muscoli, la cautela e la pazienza per portare a casa il risultato. Tutto però dipende da Prodi: se lui dà l’input, le riforme si fanno».
Dialogo con la maggioranza, insomma. Ed è una posizione diversa dalla chiusura imposta da Silvio Berlusconi dopo le nomine alla Rai. «Non mi piace agire per puntiglio - dice il Senatùr -. La nuova legge elettorale va fatta, l’ha chiesta anche il capo dello Stato, e per farla bisogna prepararla». Presa di distanza anche sulla data delle elezioni: «Spero che si voti l’anno prossimo, ma non ho fretta particolare. Facciamo un passo alla volta, il primo è la nuova legge elettorale, poi vediamo».
Bossi invece è critico sui ticket d’ingresso di cui si parla per alcune grandi città del Nord, Milano compresa. «Sarebbe meglio evitarlo, ma non conosco bene i conti del Comune. Le grandi città della Padania sono soffocate dal traffico e non sanno come far quadrare i conti perché Roma non gli lascia abbastanza soldi. È ora di finirla che la capitale della potente Lombardia sia sotto il tallone dello schiavismo italiano».
Stefano Filippi
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Proverbi
>>Da: trilly2530
Messaggio 87 della discussione
No road is too long for the man who Knows where is going. (nessuna strada è troppo lunga per l'uomo che sa dove deve andare)
proverbio californiano
>>Da: mariella
Messaggio 85 della discussione
Non lodare la giornata se non arriva sera.
>>Da: mariella
Messaggio 86 della discussione
Troppi parenti fanno male ai denti.
>>Da: mariella
Messaggio 87 della discussione
I guai della pentola li conosce il mestolo.
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Se questo è amore..
>>Da: trilly2530
Messaggio 40 della discussione
Lei lascia lui ... E lui: "Ma come ... quando stavi male ero
li', quando ti hanno bocciata ero li', quando ti e' morto il
gatto ero li'..."
E lei: "Appunto, porti sfortuna!"
>>Da: Il Moro
Messaggio 40 della discussione
Una giovane sposina telefona alla madre: "Mamma, io e Carlo abbiamo litigato!".
"Oh, cara com'è romantico... è il vostro primo litigio...".
"Si', mamma... ma ora col cadavere che ci faccio?".
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Musica per fare e per pensare
>>Da: Fiorella
Messaggio 7 della discussione
Nel panorama musicale mancava uno spazio dedicato alla musica da relax o new age... generalmente strumentale la definisco "Musica per fare e per pensare",se tenuta ad adeguato volume tiene compagnia e lascia la mente libera di seguire i suoi pensieri. E' un genere che adoro...
Per chi gradisce questa musica auguro buon ascolto.
Inizio con un musicista greco che mi ha stregato con le sue sonorità
Yanni - Reflections of Passion
http://www.youtube.com/watch?v=eSyZ9t05a-w
>>Da: Fiorella
Messaggio 5 della discussione
Loreena McKennitt - The Mummers' Dance
http://www.youtube.com/watch?v=TCiDm8H1ggU
>>Da: Fiorella
Messaggio 6 della discussione
Vangelis - Voices
http://www.youtube.com/watch?v=wCAyOKqJgPQ
>>Da: Fiorella
Messaggio 7 della discussione
Yanni - the rain must fall
http://www.youtube.com/watch?v=i67On...elated&search=
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Governo, delusi due italiani su tre
>>Da: andreavisconti
Messaggio 12 della discussione
Gradimento al minimo dopo la risalita della primavera scorsa: no dal 68%. Da giugno persi 11 punti
L'insoddisfazione per l'operato del governo Prodi si va accrescendo significativamente in svariati settori della popolazione. Ciò costituisce per l'esecutivo un ulteriore problema in un periodo già tormentato, soprattutto per l'approssimarsi della Finanziaria e delle decisioni sulla politica fiscale: è questo il tema ritenuto oggi dai cittadini il più urgente — ancor più della criminalità — da affrontare da parte del governo. Ma esso è, al tempo stesso, fonte delle fratture maggiori nell'opinione pubblica, divisa tra la richiesta di diminuzione delle tasse e quella di una più accentuata redistribuzione sociale. Ma insoddisfatta da entrambi i punti di vista.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 12 della discussione
Italiani sempre più stanchi di Prodi. Il centrodestra avanti di dieci punti
Roma - Dieci punti di vantaggio per il centrodestra e leggero aumento delle intenzioni di voto al centrosinistra. Se il Partito democratico sembra in lieve recupero rispetto ad alcuni mesi fa, la forbice tra le due coalizione rimane sempre attorno al 10%, a tutto vantaggio del Polo. Il sondaggio di Demos Eurisko pubblicato ieri dalla Repubblica non fa certo dormire sonni tranquilli al centrosinistra, alle prese anche con l’ultima idea di Beppe Grillo che lancia le liste civiche alle prossime elezioni comunali.
Secondo il sondaggio Eurisko, Forza Italia è il primo partito con il 27,0%, seguito dal Partito democratico con il 26,2%. Terzo posto Alleanza nazionale con il 14,2%. Cala Rifondazione che dal 6,6% di giugno arriva al 5,5%. Aumenta l’Italia dei valori che da aprile a oggi recupera lo 0,7%, mentre il sondaggio sulla Rosa nel pugno si ferma ai dati dello scorso ottobre e le ultime rilevazioni vengono fatte sui radicali e le Liste socialiste. Un aumento dello 0,1 in tre mesi per i primi che segnano l’1,3%, mentre le Liste socialiste dall’1,1% di giugno scendono allo 0,8%.
Se ci fossero oggi le elezioni politiche, l’attuale coalizione di governo si vedrebbe accreditata alla Camera del 44,8% contro il 43,6% di fine giugno, mentre la Casa delle libertà - Fi, An e Lega Nord - più l’Udc di Pier Ferdinando Casini totalizzerebbe il 54,2% contro il 54,8% di poco meno di tre mesi fa.
In calo il Partito democratico rispetto allo scorso anno dove aveva il 30% mentre a giugno 2007 veniva registrato il dato più basso, 24,3%. Dopo i tre mesi estivi si registra un aumento dell’1,9%. Cala anche Mussi e la sua Sinistra democratica che dal 2,0% di giugno scende all’1,2%.
Per quanto riguarda invece le primarie del Pd Walter Veltroni può contare sul 74,0% di preferenze, seguito da Rosy Bindi con l’8,1% e Enrico Letta con l’8,0%.
La fiducia nei confronti del governo è leggermente aumentata ma non supera il 30%, mentre quella nei confronti dell’opposizione tocca il 36,5%. Il clima di sfiducia verso i partiti, in questa legislatura targata Unione, trova conferma nel fatto che 8 intervistati su 10 invocano il ritorno a Tangentopoli e sperano che la magistratura intervenga per contrastare la corruzione. Nel confronto tra i leader, la preferenza degli interpellati va ancora al ds Veltroni anche se rispetto all’aprile scorso il sindaco di Roma e probabile nuovo leader del partito democratico sembra in caduta libera: dal 59,5 è passato al 55,5 per cento. Una sorte che lo accomuna a Fassino (dal 48,4 al 42,4) e a Rutelli (dal 46,3 al 42). IL GIORNALE
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E bravo Ferrero
>>Da: Mirko
Messaggio 42 della discussione
3.000.000 di euro per i campi nomadi
I nomadi non sono poi così nomadi. «Dei 140 mila che possiamo stimare in Italia, il 90 per cento è costituito da popolazione stanziale» dice sicuro Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale. La cifra non pare al ministro così ingovernabile da precludere la via dell’integrazione, che anzi va battuta a tutti i costi. Con una strategia in tre punti: «Superare i campi e costruire case, mirando ad esempio all’autocostruzione; favorire l’inserimento a scuola dei bambini e quello lavorativo degli adulti».
Sul problema vi sono alcune buone pratiche, prima fra tutte quella del comune di Pisa, che è riuscito a creare abitazioni per 470 nomadi, a trovare loro un lavoro, a mandare i figli a scuola. Nei 50 milioni di euro destinati all’integrazione degli stranieri, secondo la direttiva che sta per apparire sulla Gazzetta Ufficiale, due progetti sperimentali sono destinati a Rom, Sinti e Camminanti. Il primo, da 3 milioni di euro, riservato alle aree metropolitane di Roma, Milano, Torino e Padova , per favorire l’accesso alla casa. Il secondo, da 1 milione di euro, a Roma, Milano, Firenze, Bologna e Napoli, per l’accoglienza degli alunni Rom nelle scuole. Ferrero vuole anche emendare la legge del 1999 sulle minoranze linguistiche, inserendo un articolo anche per Rom e Sinti. Questi esperimenti serviranno poi a costruire una politica più organica, mentre il ministro vuole incontrare a breve i sindaci delle realtà più interessate alla presenza dei nomadi.
«Siamo in difetto e stiamo lavorando per recuperare» ha aggiunto Ferrero, che non ha voluto fare commenti sulle espulsioni, di competenza di Amato. Ieri il ministro della Solidarietà sociale ha incontrato la vicesegretaria generale del Consiglio d’Europa, Maud de Boer Buquicchio, che ha elogiato la sensibilità del nostro governo, ricordando che «sul problema dei nomadi non esiste affatto in Europa un paese modello». Il Consiglio d’Europa aveva posto all’Italia tre rilievi: inadeguatezza dei campi, sgomberi forzati e carenza di abitazioni permanenti."
>>Da: senzascuse
Messaggio 34 della discussione
Sono commossa...che uomo, ha un cuore immenso...
Ma perchè non pensano ai nostri italiani per primi, che fanno la fame???
Qui siamo alla follia pura.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 35 della discussione
Ronchi: «L’iniziativa del ministro non fa che accrescere il malessere dei cittadini»
da Roma
È ora che anche gli immigrati scendano in piazza, ha detto l’altro ieri il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero, per il loro diritto a rinnovi più veloci dei permessi di soggiorno e alle pratiche di ricongiungimento familiare. E allora, ha insistito ieri, perché siano eliminate certe «lungaggini si deve superare definitivamente la Bossi-Fini».
Andrea Ronchi, portavoce di An, gli risponde per le rime. Innanzitutto annunciandogli che il 13 ottobre, la manifestazione del suo partito per la sicurezza e contro l’immigrazione clandestina (oltre che contro le tasse), per la quale Veltroni ha infine concesso il Colosseo, sarà anche contro le iniziative dello stesso Ferrero che hanno aumentato i flussi migratori, e il suo progetto di smantellare la legge Bossi-Fini. «Se lui manifesta con gli immigrati, vorrà dire che noi manifesteremo con gli italiani che vogliono la legalità», dice Ronchi. Che punta il dito contro la voglia di piazza che serpeggia nell’ala sinistra dell’Unione: «Dopo l’annunciata partecipazione di alcuni esponenti del governo alla manifestazione del 20 ottobre, Ferrero annuncia che porterà in piazza, contro il Paese che li ospita, gli immigrati, e sono sicuro che si riferisce anche ai clandestini. Non è degno di fare il ministro, e Prodi tace».
Ma visto che il responsabile del Viminale Giuliano Amato parla di sicurezza un giorno sì e l’altro pure, Ronchi gli chiede «cosa pensa di iniziative come questa che accrescono il malessere, e la preoccupazione dei cittadini». A sentire Ferrero, il tema dell’immigrazione non può essere affrontato con serenità perché a destra si soffia sul fuoco dell’intolleranza, e il centrosinistra è paralizzato dalla paura di perdere voti. «È in malafede - ribatte Ronchi e la voce si scalda - perché conosce la realtà e finge il contrario. La questione è tutta loro. Da una parte ci sono Amato, i sindaci del centrosinistra che vedono il problema, dall’altra la sinistra della coalizione che impedisce qualunque soluzione. Se pensiamo che Ferrero voleva pagare i traghetti agli immigrati, è chiaro che è lui a creare un miraggio che attira clandestini». Ma la differenza di vedute tra radical e «riformisti» per Ronchi è comunque fittizia, perché, valga come esempio, «il sindaco di Torino Chiamparino fa il legalitario, ma poi i lavavetri vuole assumerli. Invece andrebbero espulsi». Quanto alla Bossi-Fini, il parlamentare di An ricorda che «era basata sul principio che si entri in Italia se si ha un lavoro. Un principio serio, che coniuga accoglienza e fermezza, e che a Ferrero non piace».
Politiche migratorie, immigrati irregolari, problemi di integrazione e rischio terrorismo sono argomenti tra loro legati. Per questo Ronchi, che sta girando l’Italia per preparare un censimento delle moschee illegali, sarà nei prossimi giorni a Bologna, dove terrà una conferenza stampa contro la costruzione del discusso centro di culto islamico, di cui sarà destinataria l’Ucoii. Per la stessa ragione, il 29, sempre a Bologna, ci sarà una manifestazione di An in piazza Maggiore, davanti alla sede del Comune. Ronchi intende inoltre vedere Amato, per proporgli di redigere un albo degli imam.
E per chiedergli che proprio l’Ucoii di Dachan Mohammed Nour, che il 19 agosto 2006, subito dopo la guerra in Libano, pubblicò una pagina a pagamento su vari quotidiani
>>Da: andreavisconti
Messaggio 36 della discussione
E' proprio vero, non c'è mai limite al peggio, incredibile.
Andrea
>>Da: aristodog
Messaggio 37 della discussione
Che Ferrero sia fuori di melone è un dato certo.
Siamo il paese piu' tollerante d'Europa in fatto di immigrazione, accogliamo praticamente tutti con reimpatri minimi, anche con chi commette reati.. puo' venire praticamente chiunque nel modo che preferisce, via mare o terra, conscio che in questo paese potrà fare se non tutto ma quasi tutto quello che vuole. Stiano tranquilli tanto qua è una pacchia, andrà tutto bene per alcuni anni, poi qualcuno forse inizierà a incazzarsi.Che volete, in Italia funziona cosi', si arriva sempre al limite massimo , poi quando il disagio si fa intollerabile allora si cerca tardivamente di prendere inutili provvedimenti.
>>Da: lilith
Messaggio 38 della discussione
Ferrero leggerà questa news?
Stava attraversando via Padova. Sulle strisce pedonali. All'improvviso un'auto l'ha travolto. Lo ha trascinato per alcuni metri, poi il conducente è fuggito. Senza nemmeno rallentare. L'uomo è morto. L'automedica non ha potuto far altro che constatare il decesso. Le ferite riportate erano troppo gravi. La vittima è Giovanni C.P., 71 anni che abita nelle vicinanze. La tragedia è accaduta ieri sera verso le 21.30. All'incidente avrebbe assistito un testimone: sentito dai vigili urbani ha raccontato di aver visto una Mercedes grigia travolgere il pensionato e allontanarsi. Nella zona, poco dopo, è stata trovata una vettura della stessa marca bruciare nei pressi del campo nomadi di via Idro. L'auto risulta rubata. Si indaga se si tratta della vettura coinvolta nell'incidente. Nella notte la polizia locale ha raccolto le testimonianze di passanti che si trovavano in via Padova a quell'ora. Inoltre sono stati recuperati i filmati delle telecamere della zona per essere analizzati
>>Da: Fiorella
Messaggio 39 della discussione
Ferrero non sa quanto ci vergognamo noi di averlo al governo.
>>Da: Adolfo
Messaggio 40 della discussione
Forse il ministro dovrebbe leggere anche questa:
Arresti domiciliari per Marco Ahmetovic
Ascoli Piceno - Uscirà dal carcere di Ascoli e andrà agli arresti domiciliari in un appartamento di San Benedetto del Tronto, Marco Ahmetovic, il giovane rom 22enne che uccise, la sera del 23 aprile scorso, falciandoli con il suo furgone quattro ragazzini di Appignano del Tronto, di età compresa fra i 16 e i 18 anni, che rientravano a casa con i loro motorini. Gli arresti domiciliari sono stati concessi oggi dal gip del tribunale di Ascoli, Annalisa Gianfelice, alla ripresa dell’udienza del processo contro il rom. Avverso il parere della procura, il gip ha concesso la diversa misura detentiva per la confessioni resa dall’imputato sui fatti che causarono la tragedia. Ahmetovic, pochi giorni fa era stato raggiunto in carcere da un altro ordine di arresto, perché risultato tra i complici di una rapina effettuata nel passato all’ufficio postale di Malignano, un altro piccolo centro alle porte di Ascoli Piceno.
>>Da: Il Moro
Messaggio 41 della discussione
Dai, in fondo ha solo ammazzato 4 persone e risulterebbe complice in una rapina. Un po' poco per restare in carcere..
Che schifo.
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 42 della discussione
Arresti domiciliali
domicilio-> campo rom-> addio
Visto che oggi tutti escono in 2 balletti (anche chi non ha una lira a quanto pare) mi domando che hanno combinato quei 40000 che sono in carcere....
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Altri guai per i genitori di Maddie: nell’auto trovati capelli della bimba
>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
L’ora in cui la zia dice di essere uscita di casa smentita da un commerciante
Londra - «Siamo innocenti, viviamo dentro un incubo senza fine». Così Gerry Mc Cann, il padre della piccola Maddie, scomparsa lo scorso 3 maggio in Portogallo, ha descritto sul suo blog personale quello che lui e la moglie provano da quando la polizia portoghese li ha formalmente indagati.
Le quattromila pagine di dossier sul caso di Madeleine si trovano ora nelle mani del magistrato portoghese Pedro Miguel dos Anjos Frias che nelle prossime 24 ore deve decidere se accogliere le richieste del pubblico ministero ordinando gli arresti domiciliari per i Mc Cann. Nel frattempo la famiglia, che ha fatto ritorno in Gran Bretagna, nella sua casa di Rothley, nel Leicestershire, sta tentando di riprendere una routine quotidiana il più normale possibile. Ma è un’impresa ardua con giornalisti e fotografi perennemente accampati davanti a casa che li seguono appena escono.
Negli ultimi giorni gli agenti hanno effettuato nuove perquisizioni sequestrando altri oggetti appartenuti alla bambina, tra questi il suo amatissimo pupazzetto, il gattino da cui Kate Mc Cann non si è mai separata dal giorno in cui Maddie è scomparsa. Secondo i giornali portoghesi sembra che la polizia locale sia intenzionata a continuare gli interrogatori e sia pronta a effettuare persino degli scavi nei pressi della chiesa di Nossa Senhora da Luz dove la madre di Madeleine era solita rifugiarsi per pregare in ogni momento visto che alla famiglia era stata concessa una chiave dell’edificio. Da quanto riportava ieri il sito online di Sky News gli inquirenti starebbero tentando di entrare in possesso anche del diario della signora Mc Cann che potrebbe contenere qualche indizio interessante.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
Occultò le prove Indagato detective del caso Maddie
di Erica Orsini Il magnate Richard Branson offre ai genitori della bimba 150mila euro per proseguire le ricerche
da Londra
Fidarsi o no della polizia portoghese che conduce l'inchiesta sul caso della scomparsa della piccola Maddie? A porre legittimi dubbi sull'operato degli inquirenti locali è stato ieri il Mail on Sunday con le ultime rivelazioni sul detective che ha preso parte all'interrogatorio della mamma della bambina, Kate McCann prima che questa venisse formalmente indagata insieme al marito. L'ispettore capo Goncalo Amaral, al vertice della polizia giudiziaria di Portimao è anch'esso formalmente indagato e sotto inchiesta sospettato di aver occultato delle prove in un caso che risale al 2004 e che, incredibilmente, riguardava anch'esso la scomparsa di una bambina, Joana Cipriano di otto anni. Il suo corpo non venne mai ritrovato, ma del suo omicidio venne ritenuta colpevole la madre Leanor che fu condannata a sedici anni di carcere. I difensori di Leanor sostengono che la confessione della donna le fu estorta da Amaral con una serie di violenze inaudite delle quali per la prima volta un giornale britannico pubblica anche le prove.
Dopo la loro incriminazione formale Gerry e Kate hanno fatto capire di essere sicuri che la polizia stia cercando d'incastrarli nel tentativo disperato di chiudere un caso dove fino ad una settimana fa non esisteva neppure uno straccio di prova. La polizia pare convinta che la bimba sia morta, ma il corpo finora non è stato ritrovato. Dalle indagini intanto si è scoperto che non sono di Maddie i frammenti di capelli recuperati nell’auto presa a noleggio dai suoi genitori. Una scoperta che mette in serio dubbio la tesi per cui gli esami del dna testimoniavano che i McCann avevano utilizzato la macchina per spostare il corpo della figlia. Intanto nei prossimi giorni la signora McCann dovrebbe venir interrogata dalla polizia britannica. I McCann hanno appena lanciato una costosissima campagna pubblicitaria per ritrovare la figlia. Ieri mattina il Sunday Times riportava la notizia che Richard Branson ha staccato un assegno di circa 150mila euro, per sostenere le spese legali dei McCann.
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Malpensa: Ryanair offre un miliardo di dollari
>>Da: andreavisconti
Messaggio 18 della discussione
La compagnia aerea low-cost irlandese si incontrerà domani a Dublino con la Sea per trattare la propria presenza negli scali milanesi di Malpensa e Orio al Serio. In programma 80 nuove rotte e 18 nuovi B737 entro il 2012
Milano - Un milardo di dollari per Malpensa e Orio al Serio, 80 nuove rotte e 18 nuovi aerei B737 entro il 2012. E' questa l'offerta che Ryanair presenterà domani a Sea in un incontro a Dublino, sfruttando il ridimensionamento di Alitalia negli scali lombardi. Nel dettaglio, per quanto riguarda Malpensa, la compagnia low-cost irlandese mette sul piatto da qui al 2010 "12 B737, per un valore di 840 milioni di dollari", che consentiranno "l’apertura di 50 rotte internazionali e di dieci nazionali collegando Milano al sud e alle isole". Secondo Ryanair, Malpensa "non ha mai potuto sviluppare le proprie potenzialità perché per anni ha scommesso sul cavallo sbagliato, Alitalia, che applica tariffe troppo alte". La compagnia "può garantire a Malpensa uno sviluppo dagli attuali 3 milioni a oltre 10 milioni di passeggeri".
Orio al Serio Si prevede poi il raddoppio della presenza della nella base di Bergamo Orio al Serio, con 6 nuovi B737 entro il 2012, per un investimento di 280 milioni di dollari già deliberato. Il pacchetto "è già stato approvato ed è operativo" ha spiegato il portavoce della società. L’operazione è stata presentata dal portavoce Peter Sherrard, che ha definito quello di Ryanair per Malpensa "un vero manifesto". "A Sea - ha spiegato Sherrard - chiediamo però efficienza e prezzi molto più bassi". Dopo aver però precisato che Ryanair "non ha come obiettivo quello dei voli intercontinentali", Sherrard ha spiegato però che "può garantire a Malpensa uno sviluppo dagli attuali 3 milioni a oltre 10 milioni di passeggeri".
>>Da: andreavisconti
Messaggio 14 della discussione
Il presidente della Lombardia rivela che ci sono società finanziarie italiane disposte a entrare al 51% in una nuova compagnia aerea con un partner straniero al 49%. Ma "occorre un mercato libero che oggi non c'è. Alitalia lascia Malpensa ma non gli slot e le rotte"
Milano - Ci sono due gruppi finanziari italiani disposti a investire miliardi di euro per creare una nuova compagnia, italiana al 51% e partecipata al 49% da un importante gruppo straniero, che voglia fare di Malpensa il suo secondo hub: «Hanno manifestato interesse» ha detto al Giornale il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. «Ma per far questo ho bisogno di tempo e ho bisogno che ci sia realmente un mercato libero, che oggi non c’è: Alitalia lascia Malpensa ma non lascia gli slot e le rotte. No, signori miei, qui ci vogliono isolare e io non ci sto. O liberate tutto subito o Alitalia deve restare ancora per qualche tempo a Malpensa».
Sembra una contraddizione...
«No. Il problema è che se dobbiamo liberalizzare, lo dobbiamo fare bene: passare da una situazione protetta di Alitalia durata 40 anni a una di mercato non è così semplice. Se dobbiamo riempire 150 rotte, i vettori li troviamo, poi alla prima difficoltà ci mollano. Io invece voglio trovare una compagnia straniera che investa su Malpensa, che ci spenda, che assuma gente e ne faccia il suo secondo hub: così in caso di crisi chi ha investito non abbandona i soldi spesi. Ryanair va bene, ma non basta, perché non può coprire tutte le rotte. Io invece ho bisogno di 18-24 mesi per trovare una soluzione di lungo respiro».
Mica facile...
«A dire il vero le soluzioni sono due. La prima è trovare una grande compagnia straniera disposta a impegnarsi seriamente, ma sappiamo tutti che gli slot non sono realmente liberalizzati e che ogni nazione tende ad affidarli a un operatore nazionale. Così c’è la seconda possibilità: creare una nuova compagnia con i soldi veicolati dalla Regione (sia ben chiaro, noi non ci mettiamo un euro) e capitale al 51% italiano (ci sono due investitori pronti a impegnarsi) e per il 49% di un grande gruppo straniero. Questo ci permetterà di creare una società italiana».
Ma i due investitori quanto sono disposti a spendere? E sono del settore aereo?
«Le due società possono mettere sul tavolo miliardi di euro, hanno manifestato il loro interesse. No, non sono del settore, sono gruppi finanziari».
È già un passo importante...
«Ma io devo fare i conti con gli slot che sono in mano ad Alitalia e che sono attribuiti in maniera protetta: Assoclearance (la società che distribuisce gli slot, ndr) è partecipata da Alitalia. Non a caso ho fatto ricorso contro il modo in cui sono distribuiti. Se Alitalia abbandona Malpensa deve lasciare anche gli slot e io dico che il governo, che è azionista di Alitalia, non può abbandonarci dall’oggi al domani».
Paolo Giovanelli
>>Da: andreavisconti
Messaggio 15 della discussione
Air France: "Stiamo studiando il dossier Alitalia"
di Alberto Taliani Il presidente della compagnia francese, Spinetta, ammette: "Lavoriamo per una possibile fusione, pronti a dialogare con Prato. Ma valutiamo anche una cooperazione con Iberia"
Roma - Mentre si discute del futuro di Malpensa e Fiumicino, Air France-Klm esce allo scoperto e batte un colpo. Il messaggio è chiaro: pronti a dialogare, come dire, vogliamo vedere le carte perché siamo interessati a comprare. Il presidente della compagnia francese, Spinetta, sceglie il Financial Times, per farlo e parla anche della compagnia spagnola Iberia. Due ipotesi, insomma, tanto per avviare la trattativa con una carta di riserva (o di pressione), Iberia appunto.
Spiega Jean-Cyril Spinetta. «Alitalia è in condizioni economiche veramente difficili. Una decisione dev’essere presa al più presto». Spinetta ha ricordato che Air France non ha partecipato al tentativo del governo di vendere Alitalia perché i termini e le condizioni della cessione non erano perseguibili. Ora la situazione è cambiata, dopo l’arrivo alla guida della compagnia italiana di Maurizio Prato. Ed ecco il "messaggio" di Spinetta: «Se prato vuole parlare con noi, lo ascolteremo con attenzione. Lui ha una missione chiara, quella di vendere, ma non sappiamo come affronterà la questione. Il nostro interesse resta sempre lo stesso, il mercato italiano è molto forte. Ci sono potenzialità molto alte». Insomma, da Parigi aspettano un segnale chiaro e forte da Roma.
Ma non ci sarà alcuna trattativa se non sarà profittevole per Air-France-Klm. «Noi - continua Spinetta - abbiamo bisogno di capire come potrebbe presentarsi la situazione economica di Alitalia dopo il nuovo piano di ristrutturazione messo a punto da Prato e quali potrebbero essere le sinergie provenienti dall’integrazione fra le due compagnie». E Iberia, Spinetta spiega, per ora ci sono stati colloqui «informali, è una fase di valutazione dellee potenzialità per una cooperazione».
>>Da: mariella
Messaggio 16 della discussione
L'alitalia è una palla al piede che dilapida milioni di euro al giorno di perdite e dopo il tentativo di abbandonare Malpensa (tenendosi gli slot) è bene che sparisca.
E' fuori mercato, si stacchi la spina.
>>Da: lilith
Messaggio 17 della discussione
Premesso che condivido chi mi precede, sarei curiosa di sapere come smaltire il personale: pensione anticipata? licenziati? Fuoriuscita agevolata da un bel malloppo?
Non vorrei sentire proposte becere e premianti come nel pubblico, tre a casa in pensione e uno assunto, equivale a premiare una categoria di nullafacenti in funzione di una futura classe di sfaticati sicuramente uguale alla prima che li ha preceduti.
>>Da: massimo
Messaggio 18 della discussione
Libero mercato, mia cara Lilith, questi signori si presentano all'Ufficio Personale di Raynair o simile, compilano la loro bella scheda e loro gli spiegano diritti/doveri e cosa significa lavorare.
Non è mai troppo tardi per capire cosa vuol dire lavoro.
Pensavano durasse in eterno ,,, gli è andata male.
Per il sollievo di chi ha sempre lavorato.
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Cucù.....
>>Da: 5038LAURA
Messaggio 31 della discussione
Tettete!! Carissimi, dopo le tre giornate di Gubbio e poi un periodo passato a Roma per lavoro, sono finalmente tornata alla base. Le giornate di Gubbio mi hanno ricaricato le batterie, finalmente posso testimoniare che le cose si stanno finalmente muovendo nella giusta direzione, con iniziative concrete per realizzare la riorganizzazione di Forza Italia, sia a livello nazionale che locale. Ho assistito ad un vivace dibattito circa la eventuale costituzione del partito unico, che trova molti sostenitori, ma che sta sollevando numerose perplessità sia all'interno che all'esterno del nostro partito. Come più volte sostenuto, ribadisco la mia opinione: il partito unico resta una buona idea, ma di difficile realizzazione, a causa della fortissima riduzione di poltrone disponibili che si verrebbe a creare. Credo quindi che la cosa più fattibile ad oggi, sia la creazione di una federazione fra i diversi partiti e movimenti del centrodestra, in cui ciascuno conti in base ai voti che porta. Ora vi lascio, ho un mucchio di faccende da sbrigare. Un abbraccio, Laura
>>Da: 5038LAURA
Messaggio 31 della discussione
Certo, Paranick3, fui io a promuovere quell'iniziativa. Forse stai riferendoti a Rick per caso? E' molto che non ho più sue notizie. Laura
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Contrada in cella: «Io, vittima di sciacalli voglio solo morire a casa»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 28 della discussione
Quattro mesi fa, giunto al capolinea di un processo-farsa, Bruno Contrada veniva condannato a 10 anni di carcere, strappato ai suoi cari, sbattuto in prigione per esser consegnato all’oblio giudiziario col sigillo del mafioso. Quattro mesi dopo, a 76 anni suonati, con ventuno patologie diagnosticate, il più bravo poliziotto antimafia crocifisso dalle menzogne dei pentiti, arranca nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere per incontrare i parlamentari Lino Jannuzzi e Stefania Craxi. «Sto male - è l'esordio dell'ex 007 del Sisde - ma non intendo crepare in galera e nemmeno piantonato dai carabinieri in ospedale. È stato perpetrato ai miei danni un delitto di Stato, che almeno mi si conceda di morire a casa».
Innanzitutto, le sue condizioni di salute dottor Contrada.
«Secondo voi come può stare un uomo di 76 anni, provato nel fisico e nel morale da 15 anni di tormento giudiziario, da arresti e scarcerazioni, da alterne pronunce processuali ed ora ridotto in ceppi perché condannato a una pena che per me, data l’età e le gravi malattie, significa l’ergastolo? Come può vivere un uomo delle Istituzioni che dopo aver speso la sua esistenza al servizio dello Stato poi dallo stesso riceva, quale "ricompensa", l’annientamento della sua persona e la condanna a morire in prigione come un criminale? Un uomo che - come centinaia di testimoni hanno confermato in aula - ha servito le istituzioni con amor di patria, fedeltà, con abnegazione totale, e che dalle stesse istituzioni è stato poi umiliato, vilipeso, perseguito, accusato, inquisito, incarcerato, processato, condannato. Ditemelo come può stare un uomo distrutto da accuse to-tal-ment-te infondate, palesemente false, calunniose, inique, ignobili, inventate, pilotate, derivanti da odio e rancore, da invidia e perfidia, da vendetta e rivalsa, da errori e superficialità, ma soprattutto da tesi precostituite e teoremi artatamente accusatori e subdolamente argomentati. Teorie folli che oggi tornano di moda con la solita storia dei servizi segreti deviati».
>>Da: senzascuse
Messaggio 21 della discussione
Firmato anche io.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 22 della discussione
Presente. Andrea
>>Da: aristodog
Messaggio 23 della discussione
Bella iniziativa, che appoggio.
>>Da: mariella
Messaggio 24 della discussione
Firmato. Sono proprio disgustata.
>>Da: lilith
Messaggio 25 della discussione
Fatto.
>>Da: Fiorella
Messaggio 26 della discussione
Firmato.
>>Da: massimo
Messaggio 27 della discussione
Presente.
>>Da: Il Moro
Messaggio 28 della discussione
Vado a firmare.
Grazie Laura.
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Crisi mutui, panico dei correntisti a rischio la quinta banca inglese
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
LONDRA - Vedere file di correntisti davanti una banca, il sabato mattina, non è scena da tutti i giorni. Eppure le filiali della Northern rock, il quinto istituto creditizio britannico, specializzato nei mutui immobiliari, sono state prese d'assalto dai risparmiatori. La banca è entrata in crisi di liquidità per l'incapacità di rifornirsi sul mercato interbancario. Secondo il Financial Times dalle casse dell'istituto sarebbe stato già ritirato un miliardo di sterline, circa il 4% dei depositi complessivi.
Insomma, non sono bastate le rassicurazioni della Banca d'Inghilterra, intervenuta immediatamente per fornire la liquidità necessaria all'istituto in difficoltà. Le scene sembrano uscite da un film sulla Grande Depressione. Folle di risparmiatori in ansia davanti alle filial, a dimostrazione di quanto rapidamente si possa diffondere il panico finanziario. Il Daily Telegraph mette sotto accusa il primo ministro, Gordon Brown, per un decennio cancelliere dello Scacchiere. "Deve assumersi la responsabilità di questa bolla creditizia", sostiene il quotidiano. "Nei suoi dieci anni al Tesoro è stato felice di beneficiare di un senso di falsa prosperità, basato non sull'aumento della produttività ma sui prezzi delle case, dei prestiti e, per un certo grado, dell'immigrazione".
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Ancora panico. La banca britannica Northern Rock è sempre nella bufera: stamattina le azioni dell'istituto di credito accusano un nuovo pesantissimo crollo in Borsa, superiore al 30%, dopo l’ondata di panico che venerdì scorso che ha spinto migliaia di correntisti ad assaltare gli sportelli per ritirare i propri fondi. A nulla son servite le rassicurazioni delle autorità, ribadite oggi, sulla tenuta finanziaria dell’istituto. APPELLO ALLA CALMA - Oggi il ministro delle Finanze Alistair Darling ha rilanciato il suo appello alla calma ai clienti Northern, ma in un’intervista alla rete Gmtv ha anche sottolineato che l’intervento della Banca d’Inghilterra consentirà di liquidare i conti di tutti coloro che hanno deciso di ritirare i propri risparmi. Venerdì il titolo aveva già registrato un tonfo del 31% dopo che era stato rivelato che Northern, a corto di liquidità, ha fatto ricorso a un prestito di emergenza messo a disposizione dalla Banca centrale. Stamattina è stata decisa una breve sospensione dagli scambi per il titolo Northern, dopo che in apertura aveva segnato un calo superiore al 30% finendo a quota 298 pence. Secondo il Financial Times, nella sola giornata di venerdì i clienti della banca hanno già ritirato 2 miliardi di sterline, circa l’8% del totale dei depositi, e da stamattina di fronte agli sportelli si sono nuovamente formate lunghe file di risparmiatori che intendono chiudere i loro rispettivi conti. Ora i manager Northern punterebbero a chiudere il prima possibile la cessione, che aveva visto una prima trattativa, finora infruttuosa, con la connazionale Lloyds Tsb. L’operazione è stata compromessa dal coinvolgimento Northern nella crisi finanziaria scatenata dai mutui subprime americani. Sebbene non sia direttamente esposta sui subprime, secondo quanto emerso finora la banca si è rivelata particolarmente vulnerabile all’assenza di liquidità che ha colpito i mercati dei capitali in quanto disponeva di riserve proprie inferiori a quelle di altri istituti di credito. Da qui il ricorso all’intervento della Banca centrale, che si era però mostrata riluttante a lasciare aperto il prestito nel pieno di una cessione. Ieri questo impedimento sembra esser venuto meno, dopo che un portavoce della Bank of England ha assicurato che nell’eventualità di una cessione la linea di credito non verrà ritirata.
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Uolter
>>Da: ilgattomammone
Messaggio 4 della discussione
Da scherzi a parte, eheh!
ROMA - Una domanda-trabocchetto: «Signor sindaco, cosa ne pensa della situazione della borgata Pinarelli?». Veltroni non ci pensa due volte e ricorda tutti gli interventi fatti dall'amministrazione capitolina per le periferie, fino all'alt della vicepresidente della Camera, Giorgia Meloni: «Non esiste a Roma un quartiere che si chiama Pinarelli». È successo nel corso del dibattito alla festa dei giovani di An, durante il quale anche per il candidato alla segreteria del Partito Democratico c'è stata l'ormai classica domanda-tranello da parte del pubblico. Non esiste infatti nessuna borgata Pinarelli, a Roma: si tratta di un nome di fantasia tratto da un film con Tomas Milian.
LA REAZIONE - Il sindaco, d'impatto, sembra non digerire: «Se vogliamo fare questi giochetti... Credo di conoscere meglio di altri Roma». Subito l'incalza il presidente di An, Gianfranco Fini: «Sei rimasto vittima di una borgata che non esiste ma che solo tu conosci». «Non ci sono cascato», replica il primo cittadino. Ma l'ex ministro degli Esteri non ci sta: «Mi sembra che tu hai preso un po' d'aceto». E poi ricorda quando Berlusconi parlò dell'inesistente dittatore Paimei...
>>Da: lilith
Messaggio 4 della discussione
Ma allora questa borgata di Roma.. esiste o no super sindaco Walter Texas Ranger?
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Abu Omar, no all’indagine sulla talpa in Procura a Milano
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Proroga negata alla Procura bresciana vicina a dare un nome a chi passava a "Repubblica" le carte dell’inchiesta Abu Omar. Nella richiesta di archiviazione c’erano riferimenti espliciti a un magistrato milanese e al capo della Digos. Trovati riscontri nei computer dei cronisti
Un flusso di informazioni dalla Procura di Milano al quotidiano la Repubblica. Nulla di strano, perché tutti i giornali hanno fonti all’interno del Palazzo di giustizia. La Procura di Brescia, però, è andata per una volta vicina ad individuare la talpa che passava primizie alla stampa. Ma i magistrati bresciani hanno dovuto arrendersi perché il gip, dopo sei mesi di inchiesta, ha negato la proroga delle indagini e bloccato di fatto tutti gli accertamenti ancora in corso. È questa la storia contenuta nella richiesta di archiviazione avanzata dal Procuratore di Brescia Giancarlo Tarquini al gip in merito al procedimento Abu Omar.
L’ex imam rapito dalla Cia è al centro di un delicatissimo procedimento condotto fra mille ostacoli dai Pm milanesi Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. I due hanno condotto un’indagine esemplare riuscendo a ricostruire le modalità con cui un nutrito commando della Cia, aiutato da agenti segreti italiani, sequestrò Abu Omar a Milano nel febbraio del 2003. Due ufficiali del Sismi, coinvolti in quell’inchiesta, avevano presentato un esposto a Brescia perché i verbali contenenti le loro deposizioni erano finiti sui giornali in tempo reale. Brescia con un pizzico di fortuna e alcune perquisizioni mirate, che avevano suscitato l’ira dell’Ordine dei giornalisti, aveva messo le mani su almeno un documento interessante: la richiesta di custodia cautelare per alcuni 007 protagonisti del rapimento; quel testo - scrive ora Tarquini - risultava «redatto e salvato su personal computer sul quale è installato il programma Microsoft Word, com impostato identificativo dell’autore spataroa (evidente acronimo di Spataro Armando), mentre il medesimo testo risultava memorizzato anche su unità di memoria esterna (c.d. pen drive), il cui percorso identificativo era caratterizzato dalla presenza della parola megaleb (evidente acronimo di Megale Bruno), quale utente che per ultimo aveva avuto accesso al file».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Caso Abu Omar, bufera sul giudice che ha frenato la caccia alla talpa
di Stefano Zurlo È scontro tra Milano e Brescia. Il pm Spataro accusa: «L’archiviazione lascia troppi sospetti ingiustificati»
da Milano
Uno stop che fa discutere. E fa esplodere lo scontro fra i magistrati milanesi e quelli bresciani. È quello imposto dal gip di Brescia alla Procura che stava cercando di dare un nome alle talpe piazzate negli uffici giudiziari ambrosiani. L’indagine, nata da una costola del procedimento milanese condotto da Ferdinando Pomarici e Armando Spataro sul rapimento dell’imam Abu Omar, era arrivata ad una svolta: con una serie di perquisizioni fortunate nella redazione di Repubblica, i Pm bresciani avevano messo le mani su almeno un documento ritenuto riservato, formato sul computer del Procuratore aggiunto Armando Spataro, partito via mail dagli uffici della Procura di Milano e finito in pagina dopo essere transitato per i computer della Digos. E i magistrati avevano cominciato ad analizzare centinaia di pagine relative al caso Abu Omar, in parte coperte dal segreto, ma arrivate sulle scrivanie dei cronisti del quotidiano romano. Al termine dei sei mesi canonici, il Pm aveva chiesto, com’è consuetudine, la proroga sottolineando la complessità degli accertamenti in corso, ma il giudice l’ha negata. Il fascicolo è finito su un binario morto e ora i magistrati bresciani hanno proposto l’archiviazione dell’incartamento che cercava di dare un nome agli autori delle violazioni non di uno ma di due segreti: quello investigativo e quello, ancor più delicato, di Stato. Armando Spataro, il cui nome compare in testa alla richiesta di archiviazione, non ci sta: «Essa lascia spazio a sospetti privi di qualsiasi giustificazione e logica».
Da Trieste, invece, l’avvocato Cosimo D’Alessandro, difensore del capocentro del Sismi Lorenzo Pillinini, si meraviglia della fretta del gip di Brescia: «Non capisco lo stop. Pillinini era stato interrogato sul sequestro Abu Omar e il suo verbale era stato segretato. Invece, dopo pochissimi giorni quel testo è finito pari pari su Repubblica. Come se non bastasse, un altro quotidiano ha pubblicato addirittura l’indirizzo di casa di Pillinini. Abbiamo presentato un esposto che ha dato impulso al fascicolo di Brescia, abbiamo assistito con interesse al lavoro di scavo della Procura, poi devo dire che siamo rimasti stupiti dalla decisione, francamente incomprensibile, del gip che ha fermato le indagini. Per carità, il provvedimento è più che legittimo, ci mancherebbe, però di solito la proroga, anzi le proroghe, vengono concesse senza problemi per inchieste anche molto meno importanti. Qua no, anche se si cercava di dare un nome a chi aveva violato il segreto di Stato e così ci troviamo davanti a due pronunce di fatto contraddittorie: quella del giudice che ha detto no, quella dei Pm che nella richiesta di archiviazione ora scrivono che c’erano tutti gli elementi per andare avanti». Conclusione? «Io spero - aggiunge D’Alessandro - che ora il giudice non archivi».
Spataro ha letto sul Giornale di ieri il documento firmato dal Procuratore di Brescia Giancarlo Tarquini e ora passa al contrattacco, contro Brescia: «La richiesta di archiviazione del Pm di Brescia non può essere soddisfacente per la Procura di Milano. Essa lascia inopinatamente spazio a sospetti privi di qualsiasi giustificazione e logica e si fonda su tesi gi
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Casini: "Riforma elettorale alla tedesca e poi subito al voto"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Il leader Udc torna a guardare a destra e chiede "una soglia di sbarramento alta al 5-6% e le preferenze". L’attacco a Prodi: "Il suo governo è una finzione".
Vuole, fortissimamente vuole il modello elettorale tedesco, Pier Ferdinando Casini. Lo vuole in primo luogo da Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, che s’ostina a definire, con orgoglio e fermezza, i suoi «alleati». Per il proporzionale, «con le preferenze», accetta anche una soglia di sbarramento molto alta, «una sogliolona», al 5 ma anche al 6%. Par questa ormai, la cambiale che il leader del centrodestra è chiamato a onorare per la nuova alleanza della frantumata Casa delle libertà. La scadenza è più che ravvicinata, a metà ottobre: poi, se Berlusconi e Fini, «con Veltroni», vorranno ugualmente andare al referendum, sappiano che «noi non verremo comunque liquidati», poiché per quel 51% di accesso al premio di maggioranza, «avranno bisogno anche di noi». È una richiesta e insieme un’offerta, quella del leader dell’Udc. Che non risparmia stoccate nei confronti dell’«amico Berlusconi», in pari misura se non più di quante ne indirizzi a Romano Prodi. Ma a dimostrare buona volontà, non dice no alla manifestazione che Berlusconi annuncia per il 2 dicembre, sanando così la ferita dell’anno scorso: chiede però di «discuterne la piattaforma».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Riforma elettorale, Cesa insiste: anche il Pd è per la legge tedesca
di Gianni Pennacchi Il segretario alla festa Udc: Berlusconi si convinca, così sarà lui al centro della scena
nostro inviato a
Chianciano Terme (Siena)
In altre terme, quelle di Telese ove dieci giorni fa si celebrava la festa dell’Udeur, aveva confidato gioioso che Francesco Rutelli, con discrezione, gli aveva assicurato l’appoggio al modello elettorale tedesco. Ci sono novità? «Fino al 14 d’ottobre nessuno si sbottona più», sussurra Lorenzo Cesa dopo il discorso di chiusura della festa dell’Udc, mentre fende la folla per raggiungere giornalisti e telecamere che lo attendono in un recinto più distante. Poi spiega: «Bisogna aspettare che nel Partito democratico definiscano gli assetti interni e scelgano il leader, per poi guardare fuori. Con Rutelli siamo fermi a Telese, ma mi fido». Non è che lei e Casini intendete usare l’accordo con Rutelli, come arma di pressione su Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, o ce lo danno gli alleati il tedesco, o lo facciamo con gli avversari? «No, Fini no». Su Berlusconi: «Il grande Silviuccio è un amico, bisogna soltanto parlarci e ora lo faremo, tranquillo: deve solo convincersi che col sistema tedesco a diventare centrale è proprio lui, lui e nessun altro. Comunque, fino alla metà di ottobre è tutto fermo». Dunque, per ora c’è solo la promessa di Rutelli? «Rutelli, ma non solo. Non credo di esagerare, ma il 75% del Partito democratico è per il proporzionale tedesco».
Che con Udc e Udeur, Rifondazione, Lega e cespugli vari d’ambo i poli, fa un fronte niente male per il sistema tedesco. Che tanto teutonico in verità non sarebbe, perché come poi spiega il segretario «si tratta di un proporzionale con le preferenze, senza premio di maggioranza, ma con sbarramento al 5%. Anche al 6, pure al 7% se vogliono, tanto l’area centrista tra Partito democratico e Forza Italia è accreditata al minimo di un 10%». Parola di Cesa: «Sì, sono fiducioso. C’è un vasto schieramento in Parlamento, deciso a evitare il referendum».
Vuoi perché «la strategia di Casini è la strategia dell’Udc» (come ha sottolineato nel comizio), vuoi perché il proporzionale è l’ultima zattera prima del precipizio, vuoi per i sondaggi mattutini che riconoscono al centrodestra un vantaggio di 10 punti sul centrosinistra, era un Cesa anch’egli all’attacco, quello di ieri. Un giornalista ha provato a insidiarlo col disagio e il disorientamento del suo elettorato nel vederli in mezzo al guado, né di qua né di là, e lui baldanzoso: «Disorientamento? Il nostro partito è dato al 7%, segno che le nostre scelte sono comprese e condivise». Un’altra domanda, e il segretario sbotta: «La verità è che senza di noi, Forza Italia non va da nessuna parte».
Ecco, quel che dà ossigeno all’Udc e ne alimenta la resistenza nella ridotta, è la consapevolezza che sarebbe azzardato, forse mortifero per gli «amici», andare al voto senza o addirittura contro di loro. Come Casini dunque, anche Cesa promette che «ci faremo rispettare da chi oggi, con una buona dose di superbia, sostiene di rappresentare gia, da solo, l’area moderata e centrista del Paese». Per far pace, L’Udc vuole il proporzionale, è disposta a tornare a San Giovanni il 2 dicembre «purché la manifestazione non sia intesa come la spallata per far cadere il governo», come ribadisce la spada Cesa difendendo il solco Casini. E se il potente governatore si
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Tremonti e Fini: nessuna intesa
«Sulla legge elettorale non c’è alcuna intesa tra la Cdl e l’Unione».
Il vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti, a confronto sulle riforme con il ministro Vannino Chiti, ha avvisato l’Unione: «Se avete una proposta, sbrigatevi a presentarla. In questo momento un’intesa è oggettivamente difficile». D’accordo anche il presidente di An, Gianfranco Fini: «Non si può auspicare il dialogo sulla legge elettorale e poi calpestare il bon ton istituzionale occupando la Rai».
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Thailandia, schianto aereo: 100 morti
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Sono oltre 60 le vittime dell’incidente aereo avvenuto oggi a Phuket, dove un MD 80 della compagnia thailandese low cost One-Two-Go si è schiantato in fase di atterraggio, spezzandosi in tre e incendiandosi. Lo ha riferito la televisione Channel 7, secondo cui almeno altre 80 persone sarebbero rimaste ferite.
Il jet era un Md80 della compagnia thailandese «One-two-go» e «si è spaccato in due sulla pista di atterraggio». L'equipaggio aveva «chiesto di atterrare per le cattive condizioni meteo a Phuket, flagellata da forti venti e pioggia intensa, e forse il pilota non ha visto la pista chiaramente», ha spiegato Chiasak Angkauwan dell’agenzia del volo di Bangkok alla tv TiTV.
A bordo dell’Md82 della compagnia low cost thailandese «One-two-go» c’erano 128 persone, 123 passeggeri e cinque membri dell’equipaggio. Il volo diretto a Phuket proveniva dalla capitale Bangkok. «Stiamo recuperando persone dall’aereo», ha aggiunto Chiasak, spiegando che le autorità «non saranno in grado di stabilire quanto è successo fino a quando non saranno state recuperate le scatole nere del jet». La «One-two-go», costituita a dicembre del 2003, ha una flotta aerea di 6 Boeing 747 e 7 Md82, della McDonnel-Douglas.
L’Unità di crisi del ministero degli Esteri «si è immediatamente attivata» dopo la notizia dell’incidente aereo sull’isola thailandese di Phuket, una delle mete turistiche preferite del Paese asiatico, «chiedendo alle autorità locali la lista passeggeri, per verificare l’eventuale presenza di italiani» a bordo dell’MD 80 schiantatosi.
LA STAMPA
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Un Md 80 della compagnia low cost "One, Two, Go" si spezza in due sulla pista e s’incendia contro gli alberi: si salvano in 43. Tanti gli europei a bordo ma nessun italiano. I superstiti: "È arrivato troppo veloce sulla pista. Molti non sono morti subito"
ll pensiero va allo tsunami del 26 dicembre 2004. Anche allora, sulle spiagge fatate della Thailandia, l'idolo delle vacanze esotiche al quale è diventato obbligatorio sacrificare pretese le sue vittime. Allora fu uno spaventoso cataclisma. Oggi è «solo» un incidente aereo, e il numero delle vittime certamente è più modesto. Ma le analogie, il destino crudele che ancora si accanisce su un pugno di uomini, di donne, di bambini venuti a cercare sole, mare, e spiagge meravigliose, sgomentano.
I morti, stavolta, sono 87, e 43 i feriti. Teatro della sciagura Phuket, la più celebrata delle isole delle vacanze, meta ogni anno di migliaia di italiani. Ce n'erano, di nostri connazionali, sul volo low cost della One-Two-Go schiantatosi ieri mattina, in fase di atterraggio? Pare di no, stando al nostro console onorario laggiù, ma le verifiche, da parte delle autorità thailandesi e della Farnesina, sono ancora in corso. Di certo si sa che una buona metà dei 130 passeggeri imbarcati sull'aereo che era decollato da Bangkok erano europei. Tra i sopravvissuti, secondo fonti mediche dell'ospedale di Phuket ci sono britannici, francesi, australiani, thailandesi, irlandesi e iraniani. Non italiani, anche se sulle prime si era diffusa la voce che un passeggero, nonostante il nome di origine thai, avesse passaporto italiano. Non resta che incrociare le dita, mentre chi ha un congiunto in vacanza in Thailandia, e non è riuscito nelle ultime ore a mettersi in contatto con lui, come fu al tempo dello tsunami, vive ore di angoscia.
La pioggia. Dicono che è stata colpa della pioggia, che ieri mattina squassava l'isola da nord a sud. Ma forse è stata solo una concausa. Un passeggero thailandese, sopravvissuto insieme con la moglie, ha raccontato che anche la velocità di approccio del velivolo (un MD 82) alla pista gli è parsa decisamente inconsueta. «Sì, andava troppo veloce - ha raccontato Nong Khanoual -. Una velocità che a me è parsa francamente inconsueta, trattandosi dell'ultima fase di atterraggio. C'era una barriera d'acqua, guardando fuori dal finestrino si vedeva solo una barriera grigia; e questo forse ha impedito ai piloti di valutare correttamente la vicinanza della pista. Quando abbiamo toccato terra ho sentito i motori imballarsi, come se il pilota avesse cercato disperatamente di riprendere quota, ma è stato inutile».
Nong Khanoual e la moglie si sono salvati perché erano seduti in fondo, verso la coda dell'aereo, dove le conseguenze dell'impatto sono state meno severe. I piloti vi hanno avvisato dell'eventualità di un atterraggio difficile? gli è stato chiesto: «No, niente di niente. Secondo me non non hanno avuto il tempo di capire».
Dopo aver urtato con violenza la pista, l'aereo è schizzato via lateralmente andando a schiantarsi contro una banchina e un gruppo di alberi. La fusoliera si è spezzata in due tronconi ed ha preso fuoco nel giro di pochi istanti. Chi era seduto nelle prime file, e non è morto sul colpo nell'impatto, è morto una manciata di secondo più tardi, quando le fiamme e il fumo sono penetrate all'interno della cabina. Quelle immagini tremende si sono fissate per sempre nella retina di mister Khanoual, che pur aven
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il Boeing/Mc Donnell Douglas MD-82 è un ottimo aereo passeggeri a medio raggio, anche se ormai è fuori produzione dal dicembre 1999 e comincia a essere superato. Ma è ancora largamente presente presso compagnia aeree di primo livello, comprese le nostre Alitalia e Meridiana. L'MD-82 è della famiglia MD-80, che deriva dalla serie DC-9 e che è entrata in servizio nel 1980. Con una lunghezza di 45 metri ed un'apertura alare di 32,9, l'aereo può portare fino a 170 passeggeri con notevole comfort grazie ai sedili disposti su cinque file. L'aereo ha due motori Pratt&Whitney JT8. Caratteristico il suo disegno, con l'ala bassa, gli alti impennaggi a T e i propulsori agganciati alla parte posteriore della fusoliera. Ne sono stati prodotti quasi 1.200 esemplari e il numero di MD-80 perduti è contenuto: 22, contando anche incidenti senza vittime e atti di terrorismo. Il record di sicurezza dell'aereo è più che buono. Boeing ha cercato di rinnovare il successo dei suoi aerei bimotori a basso costo derivati dal DC-9 offrendo con il B717, ma quest'ultimo ha incontrato un successo molto limitato.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Ogni anno 3 milioni di persone volano in quell’eden asiatico
di Gian Micalessin A far conoscere le spiagge di Phuket fu James Bond in Goldfinger Dopo due decenni di visitatori di élite sono arrivati i viaggi low cost
Talvolta si muore anche in paradiso. Nell’Eden di Phuket lo sanno bene. Successe nel dicembre del 2004 quando la zampata dello tsunami strappò 250 disgraziati dalle spiagge. Stavolta a seminare lutto su sabbie e montagne incantate ci pensano il monsone e la stagione delle piogge. Quando il volo Og269 posa il muso sulla pista il paradiso è, come capita spesso in questa stagione, un batuffolo informe di vegetazione, roccia e fango sferzato dai temporali. Un insidioso grumo limaccioso così diverso dall’isola che due raggi di sole trasformano in paradiso rilucente.
Una meraviglia naturale dove gli anfratti di calcare avvinghiati da felci, palme e banani precipitano nel blu cristallino del mare delle Andamane. Non a caso a meta degli anni sessanta, quando i tropici erano mete lontane e i film il libro dei sogni collettivi l’agente di Sua maestà 007 incantò le platee terminando tra quei mari la grande caccia a Goldfinger. Da quel film in poi Phuket - conosciuta nei secoli per il suo caucciù e le sue miniere di stagno - scoprì il turismo, la sua vera ricchezza.
Per tutti gli anni Sessanta e Settanta i visitatori restano all’altezza dello smoking e dell’eleganza di James Bond, alberghi a cinque stelle a picco sulle rocce, ristoranti lambiti dalle onde, sogni e vacanze pagati a caro prezzo. Alla metà degli Ottanta anche Phuket si ritrova più vicina e raggiungibile. Mentre i voli a basso costo battono gli 860 chilometri che la collegano a Bangkok, l’antico Capo Salang, presente sulle mappe dei navigatori arabi e portoghesi, rischia di trasformarsi in una seconda Pattaya, la spiaggia del turismo sessuale alle porte di Bangkok. Ma la Perla delle Andamane resiste alle tentazioni. Dopo aver regalato alle masse e al vizio la spiaggia di Patong, preserva il resto della sua bellezza difende la sua fama di Eden incantato.
I tre milioni di visitatori che ogni anno l’ invadono garantiscono un terzo degli otto miliardi di dollari incassati dalla Thailandia grazie al turismo. A rilanciare il fascino dell’isola ci pensa nel 2000 The Beach, un altro film girato nell’isola e dintorni. Leonardo Di Caprio ci sbarca nei panni di Richard, giovane giramondo americano alla ricerca di un misterioso “buen retiro” dove scompaiono ricchi occidentali annoiati dalla vita. The Beach, la spiaggia del film è l’isola di Phi Phi, litorale dimenticato a cinquanta chilometri a sud di Phuket.
Da allora neanche la furia dello Tsunami abbatte la leggenda. Nell’alba livida del capodanno 2005 Phuket sembra distrutta annientata. Ma è solo un’illusione. Un anno dopo le sue spiagge sono di nuovo gremite, di nuovo affollate. Come se nulla fosse successo. Come domattina quando un altro aereo sbarcherà nuove carovane di turisti. E i cadaveri del volo Og 269 saranno solo un brutto ricordo.
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Geminello Alvi: Green card europea? Frattini lasci stare
>>Da: andreavisconti
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In Italia si bada con molta distrazione ai vari proclami della Commissione europea, a meno che non servano a qualche nostro litigio o dispetto. Anzi a ben pensarci si mantiene nei confronti delle idee spesso bislacche inventate dalle burocrazie di Bruxelles un certo riguardo. Gli italiani così afflitti dall'Italia sono meglio disposti verso quel coriandolo d'Europa. Inoltre Frattini è Commissario italiano; e pare pervaso di senso della misura innato fin nei contorni delle sopracciglia. Forse anche perciò non si è molto badato alle sorti della sua proposta di una green card europea e di nuovi diritti per gli immigranti extracomunitari. Eppure per nostra fortuna questa sua idea sta finendo male. Il Financial Times con praticità inglese l'ha nei giorni scorsi tradotta senza tanti giri di parole: dicendola un allentarsi dei controlli sulla immigrazione e porte spalancate ad altri 20 milioni di lavoratori stranieri. E a ben poco è servita la smentita di un porta parola del Commissario. Subito la politica tedesca, tutta con sola eccezione dei Verdi, si è detta contro l'idea di Franco Frattini. E dire che costui la pensava adatta soprattutto per la Germania e l'Italia.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Invece mentre l'Italia non se n'è curata, anche perché già obnubilata dai guai del povero Prodi, la politica tedesca ci si è scatenata. Secondo Dieter Wiefelspuetz, portavoce della Spd in Parlamento, la proposta di altri milioni di immigranti in Europa è «molto strana». Giacché fin quando ci sono vari milioni di disoccupati in Germania, il mercato del lavoro tedesco ha per i socialdemocratici la precedenza. E lo stesso Wiefelspuetz con continuato buon senso vede nella proposta Frattini il rischio che bangladini a buon mercato prendano il posto di tecnici e ingegneri nazionali, vanificandone la formazione. Chiaro pure Michael Glos, ministro dell'Economia della Csu, il quale spiega che non si possono programmare afflussi così enormi su bisogni solo contingenti. Altra osservazione di buon senso: meglio semmai prenderli nei dieci nuovi Stati membri. Ma la critica conclusiva arriva dal partito della cancelliera, con Grindel che dichiara: «L'accesso al mercato del lavoro deve rimanere affare dei governi nazionali».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Insomma per quanto reiterata nella solita tiritera per cui gli immigrati sono un'opportunità, la trovata di Frattini è finita male. Garantire due anni di soggiorno rinnovabili e garanzia a discrezione di stabilirsi ovunque, mentre vagano già in Europa tra i 4,5 e gli 8 milioni di immigrati senza permessi validi non è proprio una gran trovata. Prima si allontanino gli indesiderati e poi se ne chiamino degli altri: così chiederebbe di agire il buon senso. Aiutato tra l'altro dal fatto che un anno fa i ministri degli Interni Schaeuble e Sarkozy s'erano detti per tassativi obblighi di rientro, senza ricongiungimenti familiari od alcuna permanenza nell'assistenza sociale. Insomma l'impressione è che il nostro Commissario non abbia compreso il mutamento d'animo della pubblica opinione. I tempi non sono più quelli in Europa di un ottimismo dell'accoglienza. Il livello dei salari anzi ha ora convinto persino i socialdemocratici tedeschi alla prudenza. E la elezione di Sarkozy completa la rivoluzione. Discorsi come quelli di Frattini sono in ritardo di dieci anni e perciò piaceranno in Italia alla sinistra, ma il popolo italiano non li capisce. Come quello tedesco, che però almeno trova per nostra fortuna ascolto nella sua politica di destra o sinistra.
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Maria Giovanna Maglie: Ferrero si vergogna. Anche noi (di lui)
>>Da: andreavisconti
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Ci stiamo abituando a tutto, ma al fondo c'è la fine di una democrazia, per imperfetta che sia, c'è Itabia, perdonate l'ossessione da Cassandra sul nostro futuro di consegnati agli islamici che fomentano l'odio. Se così non fosse, Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, sarebbe costretto immediatamente alle dimissioni, e qualche prestigioso giudice togato starebbe valutando come e quanto il ministro dei clandestini, rifondarolo, cassintegrato, obiettore, abbia violato il patto assunto con il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Invece il Consiglio dei ministri gli ha scodinzolato dietro, a partire dal ministro dell'Interno, e tra poco saremo invasi da clandestini che nessuno saprà come piazzare né come mantenere.
Mi sentirei di citare l'articolo 93 e il 95 della Costituzione, solitamente tanto cara alla sinistra italiana, forse perché nel suo articolo numero 1 ne perpetua un arcaico leninista potere: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», quando, se solo dicesse «fondata sull'individuo», ci libererebbe tutti dal male. L'articolo 93 recita che il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.
Il 95 aggiunge che il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri. I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri. Non sarà certo la prima volta che il governo Prodi dimostra il contrario, un gallinaio di indecenti beccate, e personaggi che non ritengono di rispondere al patto sottoscritto ma Ferrero ha fatto di più e di peggio, ha tradito il patto con la nazione.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Veniamo alle pubbliche dichiarazioni del ministro, Paolo Ferrero, che era ospite della Camera del Lavoro di Milano. «È ora che gli immigrati facciano sentire la loro voce e diano vita ad una manifestazione per spiegare fortemente le loro ragioni». «È giusto che siano incazzati come delle bestie». Rifondarolo, cassintegrato, obiettore, raffinato nell'eloquio.
Agli immigrati che abbiano problemi speciali dei quali lamentarsi contro le istituzioni italiane, fa una bella propostina autogestita: «Verranno pubblicate a mie spese sui maggiori organi di informazione. Inoltre li invito a denunciare alla magistratura chi, come ambasciate o consolati, mette dei vincoli al rinnovo dei permessi di soggiorno». Meglio del capo dell'Ucoii.
«In realtà il problema dei permessi di soggiorno - aggiunge Ferrero - è di competenza del ministero degli Interni e non mia, ma la situazione è così assurda perché da una parte c'è la destra che pianta casino, e dall'altra l'Unione che ha paura di essere sconfitta. A volte mi vergogno di far parte di questo governo, ma anche se me ne andassi la situazione non sarebbe di facile soluzione ed è per questo che rimango e continuerà la mia battaglia all'interno. Ci sarà chi parlerà di un conflitto, ma non vedo altra strada che questa». Un ministro che si vergogna del governo del quale fa parte, ma decide di restarci come infiltrato della controparte, voi come lo definite?
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
«Per il ruolo che ricopro non posso commentare le proposte di un ministro», così il presidente della Camera Fausto Bertinotti, a Parigi per la festa del Pcf, una specie di cadaverino del comunismo, ha risposto a chi gli chiedeva commenti sulle esternazioni di Ferrero. Le ha chiamate proposte.
La verità, come la pensano gli immigrati, è che Ferrero sta cercando di attirarli alla manifestazione del 20 ottobre, così avrà un po' di disperati da manipolare, coloro che non ha regolarizzato, quelli che attendono una sanatoria da quando questo governo è salito al potere. Forse il ministro ha dimenticato che il centrodestra ha avuto il coraggio di regolarizzare 800mila immigrati, dando loro una dignità nel nostro Paese? Lui preferisce far entrare chiunque e non garantire nulla a centinaia di migliaia di clandestini, per poi portarli in piazza contro l'Italia. Io dico che andrebbe fermato.
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Vittorio Sgarbi: L’ultimo atto della soprintendente
>>Da: andreavisconti
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È inaudito che a una mostra seria, frutto dei lunghi studi di un valoroso studioso, l'amministrazione dello Stato risponda con un arrogante sberleffo, pur all'apparenza, sostenendolo. Mi riferisco alla mostra Tiziano, l'Ultimo atto, appena aperta in Palazzo Crepadona a Belluno. Lo studioso è Lionello Puppi, carico di gloria accademica e grande ricercatore di fonti d'archivio.
Bellissima l'idea di riportare entro lo scenario delle montagne in cui Tiziano era nato, la testimonianza della sublime impresa della sua estrema maturità d'artista: l'ultimo atto, appunto. Ed è proprio per questa dimensione letteraria, che ricorda gli appassionati studi di Neri Pozza, che l'impresa di Puppi meritava di essere onorata. E lo ha fatto la Provincia di Belluno, in collaborazione con l'amministrazione comunale, per l'impegno del presidente Sergio Reolon, affiancato dal sindaco Antonio Prade e dalle due assessore alla Cultura Cladia Bettiol e Maria Grazia Passuello.
Per la solenne occasione, il ministro benedicente, in trasferta a Vicenza, annunciando una prossima visita, aveva delegato alla inaugurazione il sottosegretario Danielle Mazzonis, donna colta e sottile. Ad accrescere l'impegno per la ragguardevole iniziativa, è stato chiamato dall'empireo delle grandi firme dell'architettura internazionale, Mario Botta, affidandogli la difficile impresa di allargare gli spazi angusti del Palazzo Crepadona. L'architetto, prendendo a cuore la difficile impresa non ha soltanto definito un agile percorso per libri, documenti, oggetti, disegni di Tiziano e dei suoi allievi e derivati, ma ha creato un enorme vano entro il cortile del Palazzo come un salone di respiro monumentale per accogliere tre dipinti. In questo ambiente si faceva un gran parlare di Rutelli perché sembrava che il ministro avesse promesso a Botta, contro il diverso parere dei funzionari della Soprintendenza, di lasciare la nuova struttura, oltre il periodo della mostra come allestimento per iniziative future nei prossimi cinque anni. All'uopo il ministro, e me lo ha confermato, meditava di firmare un decreto.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Peccato che, in una così impegnativa realizzazione e con tanti laboriosi contributi politici, amministrativi, architettonici e di ricerca, mancassero le opere di Tiziano. Non è, si badi, una polemica; e neppure che mancassero opere problematiche e interessanti. Ma mancava, e manca, il capolavoro; in un tempo così fertile e misterioso per il pittore, il vero e proprio «ultimo atto»: la Pietà delle Gallerie dell'Accademia di Venezia, ultima opera dell'artista compiuta da Palma il Giovane. Un capolavoro di carattere umano prima che pittorico e che nessuna ragione, né di conservazione, né di necessità per il percorso museale, impediva di muovere da Venezia. Ma non sarà sfuggito, agli intendenti, che fra gli studiosi che hanno collaborato con Puppi, o che sono stati cooptati nel Comitato Scientifico, non vi è Giovanna Nepi Scirè, Soprintendente adusa a considerare il patrimonio pubblico come sua proprietà privata, disponendone non per finalità utili per gli studi o per la conoscenza, ma per poterne disporre in mostre e mostricine curate dal suo museo, le Gallerie dell'Accademia. Che poi Tiziano sia rappresentato in modo scarso e insufficiente, senza prestiti della più importante raccolta di opere d'arte del Veneto, l'Accademia appunto, nella città di quello che ne fu l'ultimo e più illustre Soprintendente, Francesco Valcanover, ha il sapore di una beffa. Valcanover era di Belluno e, nel 1951, giovane ispettore, curò la bella mostra Dei Vecellio.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
A distanza di più di mezzo secolo, a Puppi non è stato consentito. Né il ministro Rutelli, così ammirato di Botta, ha avuto il decoro e la volontà di aiutare la città dove tante persone operose hanno inteso onorare il loro più illustre artista, imponendo all'Accademia la doverosa, rispettosa e civile collaborazione, né c'è da stupirsene. La stessa Nepi Scirè, facendosi beffa del ministro, aveva resistito alla richiesta di prestito del San Sebastiano di Andrea Mantegna acquistato dal barone Fianchetti alla fine dell'Ottocento e sistemato in una patetica griglia nel nuovo allestimento della Ca' D'Oro. Ma durante le celebrazioni del Mantegna sarebbe stato vano cercarlo, se non in mostra, a Padova, Verona, o Mantova, ma nella sua stessa sede, alla galleria Francetti alla Ca' D'oro per evitare il rischio del prestito, e consentire a un milione di visitatori di poter vedere il capolavoro, la Soprintendente lo aveva avviato al restauro, per usarlo come cosa sua in una prossima occasione, magari per onorare quel Valcanover, oggi irriso.
Con un tradimento dello Stato e una sottrazione al patrimonio pubblico la Nepi Scirè aveva allegato argomentazioni risibili false e infondate: essere, cioè, difficilissimo il restauro, che risultava già compiuto il 14 maggio, agli occhi di visitatori esperti, nel laboratorio del restauratore, e a più di un mese dall'apertura della mostra. Vani i tentativi del direttore generale Giuseppe Proietti a far restituire l'opera al pubblico godimento. Né so, ora, a distanza di un anno da quelle mostre, se l'opera sia tornata nella sua sede. Per quanto riguarda Tiziano, e questa sofferta mostra, la mancanza del contributo della soprintendenza di Venezia (anche con importanti dipinti delle chiese come l'Annunciazione di San Salvatore o la pala di San Sebastiano) e l'assenza della Pietà dell'Accademia sono un danno grave per questa iniziativa coraggiosa e ammirevole.
E comportamenti tanto sconvenienti di pubblici funzionari sono dannosi per l'immagine dello Stato, del ministero e della città di Belluno davanti ai visitatori italiani e stranieri della mostra. Non credo che Londra avrebbe riservato, come è toccato a Puppi, un analogo trattamento a un illustre studioso come Denis Mahon, venerato anche in Italia. Probabilmente per ringraziare il cielo di non essersi occupato di pittura veneta.
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P.C. Pomicino: Ecco perché il Pd non funzionerà
>>Da: andreavisconti
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La decisione dei metalmeccanici della Cgil di contrastare l'accordo governo parti sociali su pensioni e welfare non è soltanto uno scontro duro con il proprio gruppo dirigente confederale a cominciare dal segretario Guglielmo Epifani. Non è neanche la minaccia di una scissione che non ci sarà mai. È qualcosa di più e di diverso. È una frattura politica che va anche oltre la Cgil e dovrebbe stimolare in tutti una riflessione meno urlata e più ragionata sul rapporto tra partiti e sindacati e tra questi e parte rilevante della società italiana.
Già in occasione della scissione nel partito di Fassino dei Mussi, dei Salvi, degli Angius segnalammo l'adesione al nuovo partito della sinistra democratica di un folto gruppo di dirigenti nazionali della Cgil. Quell'adesione era la testimonianza della natura del futuro Partito democratico, un'operazione cioè da laboratorio, con un innesto tra due culture politiche profondamente diverse che fondendosi smarrivano ogni profilo identitario scivolando così in un accordo di potere tra i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita. Questa nostra diagnosi più volte ripetuta non è figlia di uno sciocco pregiudizio e men che meno di una stupida smania di polemica, costume, peraltro, molto diffuso nella attuale stagione politica. Al contrario quella fusione nel partito democratico di due diverse culture appare sempre più come il portato di un'offensiva di potere di alcuni finanzieri e dei loro quotidiani.
>>Da: andreavisconti
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Questa offensiva può avere certamente ricadute in termini di denaro e di potere come avvenne per la tangentopoli dei primi anni Novanta quando, appunto, chi aveva ordito il disegno scellerato portò a casa il bottino dei beni pubblici svenduti. Un esempio per tutti. Il giorno prima di lasciare Palazzo Chigi nel 1994 Carlo Azeglio Ciampi firmò la licenza della seconda telefonia mobile alla Olivetti di Carlo De Benedetti e qualche anno dopo Giuliano Amato costrinse Lorenzo Necci a dare sempre a Carlo De Benedetti la rete telefonica delle ferrovie dello Stato per soli 700 miliardi da pagare in 14 anni. Dopo poco quella rete fu venduta per migliaia di miliardi. Una ricaduta di denaro, dunque, che spiega molto bene quegli interessi che erano in gioco nel ’92-94 e che puntualmente ritornano oggi con la nascita del Partito democratico ed in particolare con la candidatura di Veltroni.
Questo intreccio di interessi, però, non mobilita gli elettori dei Democratici di sinistra e dei «margheritini» sempre più stretti nella tenaglia di un populismo straccione e di un'identità negata. E la prova provata sta proprio nel rapporto tra il futuro partito democratico e i due maggiori sindacati, la Cgil e la Cisl. La storia dei rapporti tra Cgil e il vecchio Pci è troppo nota per ripeterla. È sufficiente ricordare il comune comportamento di contrasto alla riforma della scala mobile del governo Craxi del 1984 sfociata poi nel referendum e il veto ella stessa Cgil a qualunque ora di sciopero nel periodo ’96-2001, il quinquennio del governo di centrosinistra.
>>Da: andreavisconti
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La Cisl nacque alla fine degli anni 40 grazie all'iniziativa della Dc di Giulio Pastore che ruppe con la Cgil di Di Vittorio diventando l'interlocutore forte del partito di De Gasperi, Fanfani e Moro. Un rapporto forte anche se decisamente più autonomo nel concreto dei comportamenti. Con questi ricordi vogliamo solo sottolineare che i grandi partiti non possono non avere influenza nel tessuto sociale di riferimento. Se l'operazione Partito democratico fosse davvero un fatto politico e non un accordo di potere non solo sarebbero attutiti i contrasti nella Cgil ma gli stessi rapporti tra questa e la Cisl dovrebbero tendere alla ricomposizione di quella frattura avvenuta alla fine degli anni ’40 tra Pastore e Di Vittorio per giungere ad un grande sindacato unitario. Ed invece mai come ora Cgil e Cisl sono tra loro lontane e nessuno pensa a fare nel mondo sindacale quella fusione che tenta di fare, invece, il partito democratico tra due culture, quella cattolica popolare e quella socialista, che restano profondamente diverse. Insomma, ciò che non incide nel tessuto profondo della società, politicamente non esiste e finisce per essere solo una sovrastruttura di potere che scalda poco gli animi ma molto gli appetiti. E non è certamente di questo che l'Italia di oggi ha bisogno.
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Renzo Foa: Il nemico fatto in casa
>>Da: andreavisconti
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C’era da aspettarsi, dopo i successi inanellati in una settimana, che Beppe Grillo scendesse in campo anche con le V-liste, pur nella formula eccentrica del bollino di garanzia. Il comico-blogger ha ormai lanciato un movimento politico che sta affondando nel «popolo dell'Unione» come una lama nel burro. Basta leggere la cruda analisi di uno studioso, Ilvo Diamanti, il quale ieri sulla Repubblica ha messo nero su bianco quel che era facilmente intuibile e che l'entusiasmo del pubblico della festa milanese dell'Unità ha solo confermato: il grillismo è l'espressione di un sentimento maggioritario tra i Ds e tra coloro che scommettono sul Pd e - testuale - «potrebbe liquefare ciò che resta della sinistra».
Diciamo la verità, che se lo siano meritato con i loro complessi di superiorità, con le semplificazioni moralistiche, con l'eterna pretesa di rappresentare «l'Italia migliore», con la demonizzazione dell'avversario, con le mitologie della democrazia partecipativa. Non è tutto ciò che esprime Grillo? Proprio colui che ora temono come l'orco che può divorarli, anche se l'hanno evocato proprio loro.
Chi fallisce in pochi mesi dopo aver promesso - e convinto il proprio elettorato - di poter cambiare tutto e subito non può illudersi di non essere chiamato a risponderne. Può assicurarsi la maggioranza in Senato, può evitare la rottura con Rifondazione, può costruire una solida rete di potere, ma alla fine c'è sempre qualche figlio, legittimo o illegittimo che sia, capace di rompere i giochi e di proporre insieme un rifiuto ed un'alternativa. Grillo lo ha fatto con un'accelerazione impressionante e passando in pochi giorni da una manifestazione di piazza all'annuncio della costituzione di una forza politica che si può definire «asimmetrica», perché le sue vittime non sono nelle condizioni di reagire ai toni, ai contenuti, alle forme dell'offensiva che subiscono.
>>Da: andreavisconti
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Quel che stupisce è proprio l'incapacità di reagire. Se si esclude un ruggito di Massimo D'Alema, c'è solo l'immagine di una resa. Non vengono contrapposti una cultura, un progetto, un disegno, né argomenti. Fassino ieri è stato capace solo di rivendicare «una politica pulita», davvero un po' poco. Questa disparità diventa sempre più forte con il passar dei giorni e c'è da prevedere che si accentuerà ora che è apparso lo spauracchio di liste che contenderanno i voti alla sinistra ufficiale, esprimendo un antagonismo umorale che può incontrarsi con le altre forme di antagonismo.
Ci sarà un inseguimento del grillismo? Per ora solo Antonio Di Pietro esalta «la ventata di novità». È intuitiva la sintonia dell'ex pm di Mani pulite con questa rottura di ogni barriera. Ma per cercare una risposta forse bisogna porsi in via preliminare un'altra domanda: non c'è in questo V-partito (perché è un partito anche se il suo fondatore vuole cancellarne la parola stessa) la sintesi degli umori, delle pulsioni, delle culture, delle semplificazioni della storia della sinistra degli ultimi quindici anni?
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Egidio Sterpa: Il partito dalle idee confuse che non può dirsi liberale
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Dopo il pamphlet di Alesina e Giavazzi secondo cui «Il liberismo è di sinistra», eccone un altro dal titolo Il partito democratico per la rivoluzione liberale di Michele Salvati, questo quasi un manifesto per la sinistra. Salvati da anni afferma la necessità di un «partito democratico», dunque gli va riconosciuta coerenza e chiarezza, non certo ambiguità. Ci si permetta però di dire che in quest’ultimo pamphlet egli sostiene una palese contraddizione, una antinomia innegabile, una cosa proprio impossibile. Come un partito della sinistra possa dar luogo a una rivoluzione liberale è la più incredibile delle enunciazioni. Chi qui scrive non è un estremista e da sempre nelle polemiche evita toni forti, preferendo la civiltà del confronto, ma in questo caso la tesi di Salvati proprio non è possibile accettarla neppure come semplice ipotesi. Non siamo solo noi a pensarla così, il dubbio è venuto anche a osservatori tutt’altro che malevoli verso Salvati. Dario Di Vico, firma autorevole, che alla tesi di Salvati ha dedicato un’intera pagina del Corriere di venerdì scorso, si chiede: «Ma si può dalla pancia del Partito democratico (dove Salvati è collocato, ndr) proporre una ricetta liberale?».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Subito dopo, sabato, sullo stesso Corriere, Ernesto Galli della Loggia scrive: «Chi l’avrebbe detto che (il programma della Thatcher, ndr) sarebbe diventato l’ultimo grido della più scaltra e aggiornata intellighenzia del nostro Paese... Mi chiedo se non gli sia venuto in mente che il sintomo più evidente della crisi storica della sinistra, della sua fine intellettuale, stia proprio nel fatto che ormai, per tenersi politicamente in piedi, essa non riesce a pensare più nulla di suo, ma può solo rincorrere, riciclandole, alle idee e ai programmi dei suoi avversari». Potremmo finire qui, non si potrebbe dire di meglio. Siamo davvero in presenza di un caso che difficilmente può essere classificato come una sgrammaticatura in buona fede. Salvati è docente universitario di economia politica, scrive su giornali autorevoli, dunque la sua affermazione, o speranza che sia, non può sfuggire al sospetto che sia appositamente costruita e enunciata, ed è chiaro a quale scopo. Non penso neppure di contestargli la sua ovvia militanza politica o almeno un certo feeling, che rispetto, ma da liberale gli confuto quella che senza alcun dubbio appare una contraffazione che un uomo di indubbia cultura non è lecito si conceda. Si dirà: ma è diritto del Salvati di sperare in un partito che affidi la sua identità ad una visione liberale del mondo. Certo che lo è, figuriamoci se proprio noi gli neghiamo questo diritto. Ma quel che proprio non è possibile è che egli pensi e sostenga che il cosiddetto Partito democratico, che la sinistra italiana sta promuovendo, realizzi una rivoluzione liberale.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Lo ripeto: un uomo certamente intelligente, dotto ed esperto qual è il Salvati non può davvero credere che un simile prodotto politico (un mix di ex comunisti, ex democristiani, ex socialisti e chissà quanti altri ex, comunque non certo liberali né ieri né oggi) sia o possa essere quel che egli pensa e spera. Una sinistra moderna, nella quale egli evidentemente crede e noi stessi speriamo che si realizzi in Italia, tutto potrà essere meno che organicamente liberale. Sennò - siamo obiettivi - che sinistra sarebbe? Tesi come quelle di Salvati possono essere accettate solo da liberali che abbiano rinunciato alla propria identità culturale e politica.
Di questo pamphlet, opinabilissimo, va citato il finale dell’ultimo capitolo, dal quale affiora almeno qualche apprezzabile dubbio: «... sarebbe una iattura se, per salvare il bipolarismo, dovessimo rivolgere alla sinistra radicale la famosa frase che il poeta latino rivolgeva alla sua amante: nec tecum, nec sine te (né con te, né senza di te). Sarebbe sicuro presagio di sconfitta ed equivarrebbe ad ammettere che una sinistra riformista non ha spazio politico nel nostro Paese». A questo punto un’ultima osservazione: ma una sinistra riformista, che i liberali non possono che considerare utile per una civilissima contrapposizione politica, come è pensabile che si batta per una rivoluzione tutta liberale?
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Massimo Introvigne: Con l’«anarchico» islam intesa impossibile
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il ministro degli Interni Giuliano Amato torna sulla vecchia proposta dell’Intesa con i musulmani: «Serve una intesa con i musulmani - afferma - per poter avere con le loro organizzazioni religiose gli stessi rapporti chiari e trasparenti che ho con le altre a partire dalla Chiesa cattolica».
A prescindere dal fatto che le Intese con le minoranze religiose non hanno lo stesso statuto giuridico e costituzionale del Concordato - giustamente riservato solo alla Chiesa cattolica, di cui i costituenti vollero riconoscere il ruolo unico nella storia e nella cultura italiana -, a prima vista il ragionamento di Amato potrebbe sembrare logico. Ci sono Intese - cioè «piccoli concordati» - con gli Ebrei, i Valdesi, i Battisti, gli Avventisti, i Pentecostali, i Luterani. Prodi ne ha firmate altre, in attesa di ratifica parlamentare, tra gli altri con i Testimoni di Geova. Perché non con i musulmani?
La risposta c’è: perché i musulmani non sono una di quelle «confessioni religiose» che i padri della Costituzione avevano in mente quando formularono l’articolo 8 della nostra Carta fondamentale. Una confessione religiosa è una realtà strutturata, organizzata, gerarchica, dove ci sono delle autorità che rappresentano tutti i fedeli e possono impegnarsi per loro di fronte allo Stato. Vale per i vescovi cattolici, ma anche per il Sinodo valdese o per il presidente dei Testimoni di Geova. L’islam sunnita (quello sciita è diverso, ma in Italia è piccolissimo), detto in termini sociologici, non è una religione verticale, ma orizzontale.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Non ha un clero, non ha l’equivalente dei vescovi, del Papa e nemmeno dei parroci. Gli imam - cui i nostri media, abituati a trattare con la Chiesa cattolica, danno spesso troppa importanza - non sono le guide delle loro comunità, ma semplici incaricati temporanei di guidare la preghiera e gestire il locale di culto. Per stipulare un’Intesa, come è evidente, bisogna essere in due: lo Stato e chi esercita l’autorità nella «confessione religiosa» di cui all’articolo 8 della Costituzione.
L’islam (sunnita) si vanta precisamente di non avere autorità né gerarchie. L’unica autorità è il Corano, e il consenso nella comunità dovrebbe riconoscere l’opinione del più saggio e del più dotto. Di fatto, in molti paesi musulmani anche le questioni religiose sono decise dal re o dal governo: ma l’Italia, appunto, non è un paese musulmano.
Certo, da noi esistono diverse associazioni di musulmani, ognuna delle quali dichiara di essere «quella vera» e vorrebbe firmare l’Intesa. Quella che controlla più moschee, l’UCOII, ha una dirigenza fondamentalista e legata ai Fratelli Musulmani, i cui valori sono incompatibili con la Costituzione. Le associazioni filo-occidentali rappresentano solo una minuscola frazione dei musulmani italiani. La maggioranza degli immigrati non fa parte di nessuna associazione, e spesso non ne conosce neppure il nome. La Consulta per l’islam italiano è stata creata dal predecessore di Amato, Pisanu, come organismo dichiaratamente «non rappresentativo», con membri scelti dal ministro sia tra i responsabili delle associazioni (UCOII compresa) sia tra intellettuali che rappresentano se stessi. Pisanu non voleva certo fondare un’inesistente «Chiesa» islamica, e se la Consulta firmasse un’Intesa molti leader musulmani il giorno dopo la dichiarerebbero carta straccia. Amato si rassegni. Sarebbe certo una bella cosa se questo governo avesse una politica seria dell’islam italiano. Ma la strada non passa dall’Intesa.
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Ruggero Guarini: Quel morto vivente chiamato socialismo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il socialismo è morto, su questo non ci piove. Il socialismo è vivo, nemmeno su questo ci piove. Ma non è morto per le ragioni che immaginano gli statisti come Rutelli. E non è vivo per quelle che adducono i politiconi come Bobo Craxi. Le ragioni per cui il socialismo è insieme morto e vivo rimandano infatti ad alcune circostanze che al leggendario sguardo d’aquila dei massimi esponenti della nostra gauche, proprio a causa della loro mascroscopica evidenza, possono solo sembrare assolutamente irrilevanti.
Le ragioni per le quali il socialismo è morto si riducono in effetti a un’unica evidenza: nessuno dei suoi fini originari è stato conseguito. Questi fini - abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, progressiva estinzione dello Stato, instaurazione della società senza classi - erano essenzialmente gli stessi perseguiti dal comunismo. La sola differenza era che mentre il comunismo si proponeva di conseguirli mediante un unico colpo (la rivoluzione proletaria), il socialismo, che proprio per questo fu ribattezzato «socialdemocrazia», pensava di poterli raggiungere gradualmente attraverso un lungo processo di riforme.
Le ragioni per le quali il socialismo, pur essendo morto, è tuttavia sempre vivo, si riducono anch’esse a una sola evidenza, ossia a quella grande legge storica che vuole che tutti i grandi miraggi dell’umanità sopravvivano al loro fallimento trovando continuamente di che rilanciarsi e perpetuarsi proprio nelle loro rovine. Anche il socialismo, come tutte le grandi utopie sociali e religiose, nacque dal rifiuto di questo mondo e dalla fede in un nuovo mondo, ma per predicare quel rifiuto e quella fede si dovette organizzare in questo mondo, e questo lo costrinse ad adattarsi gradualmente proprio al mondo che voleva sovvertire. Di qui l’ininterrotta creazione di organizzazioni, strutture e apparati concepiti come mezzi per perseguire i fini originari dell’intero movimento ma la cui preservazione ed espansione si trasformò presto nel suo unico vero scopo.
Ciò tuttavia non vuol dire che il socialismo non abbia più nulla da fare e da dire. Tutto lascia anzi prevedere che gli restino ancora da fare e da dire innumerevoli cose. Nessuna creatura umana è infatti più operosa e loquace di quelle alle quali, che essendo al tempo stesso morte e vive, spetta di diritto il nome di morti viventi.
Sembra anzi che la condizione di morto vivente sia estremamente propizia alla produzione incessante di parole e fatti memorabili. Vedi l’immaginazione scatenata dell’uomo che è forse il più illustre morto vivente del socialismo italiano. Mi riferisco ovviamente a Giuliano Amato, l’uomo che ha rifondato il socialismo affermando che «il riformismo non è la destra della sinistra».
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Parigi: «Prepariamoci alla guerra con l’Iran»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 7 della discussione
Berlino avverte che, anche violando la Costituzione, farà abbattere aerei tedeschi dirottati «Dobbiamo prepararci al peggio», ha dichiarato ieri in un’intervista radio-tv il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner a proposito del nucleare iraniano. Stupito dalla frase di Kouchner, uno degli intervistatori gli ha chiesto che cosa possa significare l’idea di quel «prepararsi al peggio». Il titolare del Quai d’Orsay ha dato con molta calma, soppesando bene le parole, una risposta impressionante: «Prepararsi al peggio vuol dire prepararsi alla guerra». Ormai è chiaro: la Francia di Sarkozy prende in considerazione l’idea di un intervento militare contro l’Iran per impedirgli l’accesso all’arma nucleare.
Una linea in sintonia con gli Usa: indiscrezioni di stampa hanno affermato che Washington sta mettendo a punto i piani di un eventuale attacco all’Iran, volto a distruggerne il potenziale nucleare prima che questo possa diventare operativo.
Nel suo discorso di fine agosto agli ambasciatori francesi, Sarkozy aveva lanciato un monito all’Iran: «Speriamo si possa evitare – aveva detto – una situazione gravissima, in cui la comunità internazionale dovrebbe scegliere tra due possibilità ugualmente terribili: ammettere che l’Iran disponga di armi nucleari o lanciare operazioni militari per impedirlo».
Ieri Kouchner ha precisato che la Francia «intende perseguire la via del negoziato» per portare l’Iran a più miti consigli. Tuttavia ha voluto lanciare due ben precisi segnali agli iraniani: 1) se continuano nel loro programma nucleare militare, pagheranno un prezzo elevato anche in termini economici; 2) la preparazione dei piani militari va avanti in fretta («Si stanno mettendo a punto piani militari che costituiscono una prerogativa degli Stati maggiori», ha detto). Infine Kouchner ha precisato che l’eventuale iniziativa militare «non è per domani».
Anche a Berlino c’è aria di tensione. Proprio ieri il ministro della Difesa tedesco Franz-Joseph Jung ha detto che – malgrado la Costituzione della Repubblica federale non lo preveda – la Germania sarebbe pronta ad abbattere aerei dirottati dai terroristi e utilizzabili come bombe volanti. Alberto Toscano
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Notizia inquietante. Andrea
>>Da: aristodog
Messaggio 3 della discussione
Sentivo stamattina di sfuggita alla radio che ci sono ultimati o diktat in corso fra Iran, Siria e Israele e dicevano di questa presa di posizione francese e del fatto che l'Iran operi dalla Siria tramite i "prodi" Hezbollah, inoltre stia espandendo la sua influeza in Iraq mediante le milizie ribelli sciite.
>>Da: mariella
Messaggio 4 della discussione
Bisogna fermarli, in un modo o nell'altro.
Fa paura pensare che certi invasati dispongano di armi nucleari.
>>Da: Fiorella
Messaggio 5 della discussione
L'iraniano è un pazzo scatenato. Speriamo che riescano a fare qualcosa per fermare la costruzione di bombe atomiche.
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Il socialista Jospin stronca la Royal: "Segolene? Un'illusione"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L'ex premier invita i socialisti a "non ripetere l'errore" che ha portato alla secca sconfitta con Sarkozy. "E' una personalità che non ha le qualità umane né le capacità politiche"
Parigi - In un libro di prossima pubblicazione, «l’Impasse», di cui il quotidiano francese Liberation anticipa oggi i contenuti, l’ex premier socialista Lionel Jospin spara a raffica sulla candidata sconfitta alle ultime presidenziali, Segolene Royal. «Non andiamo oltre» è l’affermazione che forse, più di altre, riassume il senso del libro, che sarà in libreria dal 24 settembre per le edizioni Flammarion.
Jospin attacca senza pietà «una personalità che non ha le qualità umane né le capacità politiche» necessarie a rinserrare i ranghi del partito socialista e «sperare di vincere le prossime presidenziali». Jospin definisce Royal «un mito», denuncia una candidatura creata dai sondaggi e dai media, un errore di casting, «una candidata che era la meno capace di vincere» e soprattutto, «una illusione» che non deve protrarsi.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L’obiettivo di «L’Impasse» è quello di convincere i socialisti e i militanti a non ripetere l’errore affidando a Royal le chiavi di «rue Solferino», la sede del Ps, nel corso del prossimo congresso socialista, e ancor meno di offrirle l’occasione di ripresentarsi una seconda volta per l’Eliseo. Nonostante il suo aplomb e il suo coraggio, Royal «non è tagliata per il ruolo», ed è «una figura di secondo piano della vita pubblica». «Aver commesso un errore una volta, non giustifica il reiterarlo», avverte l’ex premier socialista, anche lui candidato due volte alle presidenziali.
Jospin non è il primo socialista ad attaccare Royal, nemmeno in libreria. Altri due volumi sono usciti proprio in questi giorni contro l’ex candidata socialista, ma - sottolinea Liberation - Jospin non è una firma qualunque: è stato un «primo segretario» del Ps importante, un primo ministro di successo in carica per cinque anni e due volte candidato all’Eliseo, insomma una figura storica del socialismo francese.
IL GIORNALE
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Grecia, si conferma Karamanlìs
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Al premier uscente il 42% dei voti contro i 37,8 del socialista Papandreu. Confermato il governo di centrodestra, nonostante un forte calo di voti e seggi a causa degli scandali finanziari e degli incendi d'agosto
Per il rotto della cuffia, ma Costantino Karamanlìs ce l’ha fatta. Ha vinto le elezioni con il 42% dei voti, e la sua Nuova Democrazia potrà governare per un secondo mandato, sia pure con due soli seggi in più della maggioranza assoluta richiesta: 153 sui 300 del Parlamento di Atene. La schiacciante vittoria del 2000, con il 45,36% dei voti e 165 seggi alla Vulì, è un lontano ricordo, ma la pur risicata affermazione di ieri scongiura una fine prematura della carriera politica del 51enne leader conservatore.
Ghiorgos Papandreu, con il 37,8% e 101 seggi, è il grande sconfitto: il suo Partito socialista panellenico (Pasok) non solo non è riuscito a sfruttare lo scontento provocato nel Paese dai devastanti incendi di fine agosto e da alcuni gravi scandali finanziari, maha avuto un calo di voti e di seggi rispetto alle elezioni del 2004, ottenendo la percentuale più bassa dal 1977. I risultati ufficiali si avranno soltanto oggi, mail riconoscimento ufficiale della vittoria di Nuova Democrazia è venuto ieri sera dall’influente ex ministro degli Interni del Pasok, Kostas Skandalidis, che ha ammesso: «Abbiamo perso le elezioni». Privo del trascinante carisma del padre Andreas, fondatore del Pasok e tre volte primo ministro, Ghiorgos Papandreu rischia ora la poltrona.Aurne appena chiuse, nel suo partito si parla apertamente della necessità di un cambio di leadership.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Ma quella di Nuova Democrazia è una vittoria amara, e anche il centrodestra registra un calo di voti (meno 3%) e di seggi (12 in meno) rispetto alle passate consultazioni. E se la strategia di Karamanlìs ha prevalso, è stato soprattutto per le generose promesse elettorali e le corpose sovvenzioni alle vittime degli incendi (più di 300 milioni di euro).
Certo, una vittoria così di misura renderà difficile a Karamanlìs mettere mano alle riforme strutturali promesse (e richieste da Bruxelles), come alcune impopolari privatizzazioni e la riforma delle pensioni. Anche perché in Parlamento ci sono per la prima volta tre formazioni politiche minori, una di estrema destra (Laos) e due di sinistra, il partito comunista (Kke), e Synaspismòs, che aumentano i consensi superando assieme il 10% dei voti e ottenendo 24 seggi.
Il diffuso scontento e una parte dei voti persi da Karamanlìs hanno premiato, oltre alla sinistra, il partito di estrema destra Laos, dell’eurodeputato Ghiorgos Karatzaferis, che entra per la prima volta in Parlamento superando di un punto percentuale lo sbarramento del 3%e ottenendo 11 seggi. Karatzaferis è un transfuga di Nuova Democrazia, da cui fu espulso nel 2000, e il suo Laos (che significa popolo, ma il cui acronimo sta per «Allarme popolare ortodosso»), e ha fatto una campagna elettorale aggressiva nei confronti dei due partiti maggiori, denunciando le banche «ladre», invocando «l’omogeneità etnica» della Grecia e opponendosi all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Alla vigilia del voto, Karamanlìs aveva detto chiaro e tondo di non essere disposto a nessun genere di alleanza, e che non intendeva neppure avviare consultazioni nel caso non avesse ottenuto un mandato che gli consentisse di governare da solo. «O la maggioranza o il caos», era stato l’ultimo appello ai suoi elettori.
Resta il fatto che quello di ieri è stato un voto di protesta come non se ne vedeva da tempo in Grecia, fortemente influenzato dagli scandali e dagli incendi. Perché se è vero che i due partiti maggiori continuano a dominare la scena politica, è anche vero che mai prima d’ora, da mezzo secolo a questa parte, i partiti minori avevano ottenuto una percentuale di voti che sfiora il 17 per cento.
Nicola Crocetti
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Lugovoi candidato al Parlamento per gli ultranazionalisti russi
di Nicola Crocetti
Per il rotto della cuffia, ma Costantino Karamanlìs ce l’ha fatta. Ha vinto le elezioni con il 42% dei voti, e la sua Nuova Democrazia potrà governare per un secondo mandato, sia pure con due soli seggi in più della maggioranza assoluta richiesta: 153 sui 300 del Parlamento di Atene. La schiacciante vittoria del 2000, con il 45,36% dei voti e 165 seggi alla Vulì, è un lontano ricordo, ma la pur risicata affermazione di ieri scongiura una fine prematura della carriera politica del 51enne leader conservatore
Ghiorgos Papandreu, con il 37,8% e 101 seggi, è il grande sconfitto: il suo Partito socialista panellenico (Pasok) non solo non è riuscito a sfruttare lo scontento provocato nel Paese dai devastanti incendi di fine agosto e da alcuni gravi scandali finanziari, ma ha avuto un calo di voti e di seggi rispetto alle elezioni del 2004, ottenendo la percentuale più bassa dal 1977. I risultati ufficiali si avranno soltanto oggi, ma il riconoscimento ufficiale della vittoria di Nuova Democrazia è venuto ieri sera dall’influente ex ministro degli Interni del Pasok, Kostas Skandalidis, che ha ammesso: «Abbiamo perso le elezioni». Privo del trascinante carisma del padre Andreas, fondatore del Pasok e tre volte primo ministro, Ghiorgos Papandreu rischia ora la poltrona. A urne appena chiuse, nel suo partito si parla apertamente della necessità di un cambio di leadership.
Ma quella di Nuova Democrazia è una vittoria amara, e anche il centrodestra registra un calo di voti (meno 3%) e di seggi (12 in meno) rispetto alle passate consultazioni. E se la strategia di Karamanlìs ha prevalso, è stato soprattutto per le generose promesse elettorali e le corpose sovvenzioni alle vittime degli incendi (più di 300 milioni di euro).
Certo, una vittoria così di misura renderà difficile a Karamanlìs mettere mano alle riforme strutturali promesse (e richieste da Bruxelles), come alcune impopolari privatizzazioni e la riforma delle pensioni. Anche perché in Parlamento ci sono per la prima volta tre formazioni politiche minori, una di estrema destra (Laos) e due di sinistra, il partito comunista (Kke), e Synaspismòs, che aumentano i consensi superando assieme il 10% dei voti e ottenendo 24 seggi.
Il diffuso scontento e una parte dei voti persi da Karamanlìs hanno premiato, oltre alla sinistra, il partito di estrema destra Laos, dell’eurodeputato Ghiorgos Karatzaferis, che entra per la prima volta in Parlamento superando di un punto percentuale lo sbarramento del 3% e ottenendo 11 seggi. Karatzaferis è un transfuga di Nuova Democrazia, da cui fu espulso nel 2000, e il suo Laos (che significa popolo, ma il cui acronimo sta per «Allarme popolare ortodosso»), e ha fatto una campagna elettorale aggressiva nei confronti dei due partiti maggiori, denunciando le banche «ladre», invocando «l’omogeneità etnica» della Grecia e opponendosi all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Alla vigilia del voto, Karamanlìs aveva detto chiaro e tondo di non essere disposto a nessun genere di alleanza, e che non intendeva neppure avviare consultazioni nel caso non avesse ottenuto un mandato che gli consentisse di governare da solo. «O la maggioranza o il caos», era stato l’ultimo appello ai suoi elettori.
Resta il fatto che quello di ieri è stato un voto di protesta come non se ne vedeva da tempo in Grecia, fortemente inf
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La Mata Hari di Stalin che uccideva e festeggiava con orge
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
La chiamavano Ivonne. Ma anche Luisa, Znoy, Maria. E il suo nome, quello vero, sembrava finto: Africa de las Horas y Gavilan. Era nata a Ceuta, in una delle due colonie spagnole sul Mediterraneo marocchino, ma è seppellita in Russia, nel cimitero degli eroi sovietici di Kuntsevskoe, per volere del Kgb. Dicono fosse sexy, bellissima e crudele. Figlia di un militare, cresciuta in convento, fu la spietata regista dell’assassinio di Lev Trotskij, il nemico numero uno di Stalin. Paracadutista, poliglotta, pluridecorata, diventò colonnello del Kgb, capo della controinformazione in America Latina e partigiana in Francia. Aveva sangue freddo e sangue caldo. Una volta eliminati i nemici le piaceva festeggiare a orge. Aveva molte nemiche ai tempi, degne di lei. Come l’americana Virginia Hall, «la lady che zoppica», decorata dell’Ordine dell’Impero britannico: riuscì a sabotare il governo di Vichy, seminare la Gestapo, e favorire con il suo lavoro lo sbarco in Normandia. Paracadutista spericolata nonostante una gamba le fosse stata amputata dopo una sparatoria e fosse costretta a portare una protesi di legno non ci riuscirono a catturarla nemmeno quando una volta fuggì a piedi attraverso i Pirenei. Amy Elisabeth Thorpe, nome in codice Cynthia, irrequieta e bellissima ragazza di buona famiglia di origine irlandese, al servizio dell’Intelligence britannica. Conosce otto lingue che parla senza inflessione, ha sugli uomini un potere seduttivo immenso, persino quando si converte al cattolicesimo riesce a sedurre il sacerdote che le fa da guida spirituale, per poi salvargli la vita. Incaricata di scoprire i segreti della macchina cifrante tedesca detta Enigma, il nonno dei computer, grazie alle sue informazioni segrete fu possibile lo sbarco alleato in Nord Africa che cambierà le sorti della guerra. Malwina Gertler, rifugiata polacca in Gran Bretagna che sposò un aristocratico inglese, lord Howard di Effingham, assumendo il titolo di lady Howard, anche se il suo vero amore era Edward Weisblatt, trafficante d´armi che lavorava sia per la Gestapo che per Stalin. E a lui che riferiva le informazioni strappate ai suoi amanti. Tutti pazzi per Malwi...
IL GIORNALE
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Chi è nato nel 2007 diventerà centenario
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Le aspettative di vita sono aumentate di 20 anni negli ultimi due anni. Gli scienziati: «Decisivi gli studi sulla genetica e i tumori»
Baciati dalla fortuna. I nati nel 2007, non è una previsione astronomica ma scientifica, diventeranno tutti ultracentenari, anno più anno meno. Per l’esattezza, le femmine raggiungeranno la soglia dei 103 anni, i maschi dei 97. Le nuove generazioni non conosceranno il diabete o l’obesità, e per loro l’Alzheimer o il Parkinson saranno patologie da fronteggiare senza troppo problemi.
Cellule staminali, studio del Dna, genetica, ingegneria genetica sono tra le branche della scienza da cui arriveranno risposte a gravi patologie, tumori compresi. Con il Chip del Dna e lo studio di marcatori tumorali, invece, la prevenzione potrà intercettare e sconfiggere anche malattie letali.
Il «quadro clinico» della ricerca scientifica, dunque, è ottimo. I ricercatori di tutto il mondo hanno fatto passi da gigante. Con le nuove scoperte in campo medico l’aspettativa di vita della nostra specie è cresciuta di ben 20 anni negli ultimi due anni. Soltanto nel 2005, infatti, l’aspettativa per le donne era di 83 anni, mentre quella per gli uomini era di 77 anni. Nel 1930 invece, arrivare a 60 era considerato un traguardo, mentre nel 1975 vivere fino a 71 anni significava raggiungere un record.
Gli scienziati del Cnr confermano questa crescita per la popolazione umana. «Sulla base delle nuove scoperte - spiega Andrea Angius, genetista e responsabile del laboratorio Shardna, spin-off dell’Istituto di Genetica delle Popolazioni del Cnr di Alghero - l’aspettativa di vita è salita ben sopra i 70 anni in questi ultimi tre decenni e con gli studi sulla genetica e sulle componenti ambientali, si sta tagliando il traguardo dei 103 anni per le donne e dei 97 per gli uomini che nascono nel 2007». E questo si deve soprattutto alla prevenzione clinica «prodotta da studi della genetica – aggiunge Angius - che ci consentono di individuare con anticipo rischi di contrarre malattie gravi tra cui obesità e diabete. Negli ultimi due o tre anni, inoltre, sono anche nate nuove metodiche, come i chip del Dna, che permettono di fare lo screening del rischio di contrarre alcune gravi malattie, tra cui molti tumori».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Capitolo a parte, per la sua enorme importanza, quello sulle cellule staminali, «campi di studio ancora giovani ma sui quali si deve andare avanti», aggiunge Delio Mercanti, dell’Istituto di Neurobiologia e Medicina Molecolare del Cnr di Roma. «È necessario lavorare in tanti, in una sorta di network che, tra le altre cose, servirebbe anche da controllore di eventuali ricerche pazze». Mercanti allude alla polemica innescata dal via libera inglese agli studi sugli embrioni chimera. E tenta di smorzare le polemiche. «Quegli studi appartengono alla mitologia e non alla scienza». Piuttosto, secondo lo scienziato, bisogna concentrarsi sulle «staminali neurali che aprono grandi prospettive sulle malattie neurodegenerative». Per Mercanti, insomma, la ricerca deve avere un linguaggio univoco e senza confini. «Più si agisce in maniera corale - conclude lo studioso - più la comunità scientifica è in grado di controllare il metodo e chi lo applica. Basti pensare ai tanti step di verifica che devono passare le nostre ricerche prima di diventare pubblicazioni scientifiche con valore di scoperta». Enza Cusmai
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Bossi: «Prodi, il tempo è scaduto» Poi frena i suoi: niente secessione
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Ora il premier teme la protesta del Nord: «No ad azioni illegali» «Indipendenza». La secessione passa attraverso azioni violente, l’indipendenza no. «Se si potesse fare un referendum, come è possibile nei Paesi democratici, l’indipendenza del Nord vincerebbe sicuro. Questo sceglierebbe la nostra gente. Noi siamo qui per fare ruggire il Liòn di San Marco. I tricolori sono simboli che non ci appartengono». Proprio di fronte a lui, sventola la bandiera italiana che la signora Lucia Massarotto appende al balcone a ogni raduno padano. Poi, pugno chiuso teso in avanti: «Padania libera, questo è il nostro programma, è il grido che non fa dormire i mangioni di Palazzo Chigi, è l’eredità che lasceremo ai nostri figli. Andremo fino in fondo, a costo della nostra vita». E Bossi se ne va, stanco, salutato come allo stadio dal lancio di pezzetti di carta colorata sparati in aria e dai fumogeni, verdi come le camicie indossate da tutto lo stato maggiore leghista.
Da anni non si sentiva più parlare di secessione ai raduni del Carroccio. Bossi e i suoi inneggiano soltanto alla «libertà dalla schiavitù». «Quella che ci hanno regalato i Savoia e quel cretino di Garibaldi, che credeva di stare dalla parte della gente e invece era un lacché nelle mani del re», ha ripetuto il Senatùr. «Roma ha portato la schiavitù ovunque sia arrivata con i suoi eserciti. Lavoratori, imprenditori, tutti noi siamo i nuovi schiavi di questo Paese centralista, altro che il fascismo, molto di più! La gente tira via il pane di bocca ai figli per pagare i balordi di Roma. Ma le schiavitù finiscono sempre, e anche questa terminerà. Canaglie, la fine sta arrivando». Poco prima, Mario Borghezio aveva usato espressioni più colorite: «Fannullopoli, svendopoli, affittopoli, facciadimerdopoli: mai più le nostre belle palanche a uno Stato che ha le sembianze del vecchio sporco schifoso usuraio».
Bossi ha rilanciato il messaggio al presidente del Consiglio: «Dobbiamo dire a Prodi che vogliamo il federalismo. Il tempo è scaduto ed è arrivato il momento. Vedremo se sarà facile per lui e i suoi accoliti fermare 10 milioni di lombardi e veneti. Roma ha portato via tutti i quattrini alle città della Padania che non ce la fanno più ad andare avanti e muoiono di inquinamento. Oggi lanciamo la protesta perché il cuore del problema sono i soldi. Prodi ha promesso che a metà settembre ci saremmo visti a parlare di federalismo ed è arrivato il momento». Il presidente del Consiglio, ieri a Bologna, non ha fissato appuntamenti a Bossi, ma ha criticato la protesta fiscale lanciata da Venezia: «Tutte le cose che sono contro la legge non possono avere l’approvazione dei cittadini italiani». IL GIORNALE
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Festa dell’Unità: spariti l’incasso e il sorvegliante
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Milano. Sabato sera aveva detto al padre, con cui vive: «Domattina non mi aspettare». «Certo chi immaginava che sarebbe scappato con l’incasso della Festa dell’Unità? - ha ammesso, sconcertato, il genitore, ieri mattina, davanti ai carabinieri - Si lamentava spesso che quello della guardia giurata è un lavoro da due soldi, ma è sempre stato un bravo ragazzo...Chissà dov’è finito... ». Se lo chiedono un po’ tutti, in particolare gli organizzatori della Festa dell’Unità che terminerà domani al Palasharp di Lampugnano, dove sia finito il 33enne, guardia giurata in forza all’istituto di vigilanza fissa «Sipro sicurezza» e custode delle cassaforti della Festa. In particolare di quella chiusa a chiave contenente la busta con 59.300 euro (l’incasso degli stand nella serata di sabato) che è sparita insieme a lui. Ieri mattina alle 7, infatti, quando gli addetti al ritiro del denaro sono andati nella palazzina prefabbricata che ospita il personale di vigilanza della Festa insieme alle due casseforti (una chiusa a chiave, l’altra temporizzata), il denaro era scomparso. E della guardia giurata non c’era nemmeno l’ombra. «Abbiamo pensato anche a un sequestro di persona a scopo di rapina - spiegano i carabinieri - ma visionando i filmati della telecamera puntata davanti all’ingresso della palazzina, si è capito subito che l’ipotesi era da scartare». Il vigilante si è messo in contatto l’ultima volta con la sua centrale alle tre dell’altra notte. Da allora il silenzio.
IL GIORNALE
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Costa (Fi): «Parlamento umiliato, passano solo leggi del governo»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Una sproporzione che definire macroscopica sarebbe riduttivo. Nel corso di questo primo anno di legislatura fra tutte le norme approvate dalla Camera, 47 erano di iniziativa del governo, solo 7 quelle provenienti da deputati: un rapporto di quasi sette contro uno. Qual è il significato di questo dato? La risposta la dà Enrico Costa, deputato di Forza Italia e membro della commissione Giustizia, colui che si è preso la briga di scartabellare fra leggi, leggine e atti parlamentari per fare calcoli e proporzioni: «Vuol dire che il governo è divenuto Padrone del Parlamento». Non solo: «Il governo - dice Costa - ha intasato l’aula con i suoi provvedimenti, mentre le proposte dei deputati non vengono esaminate».
Esiste dunque, secondo la denuncia del politico azzurro, una corsia preferenziale per far correre più veloce l’attività legislativa dell’esecutivo, mentre le proposte di legge provenienti dai parlamentari languono nelle commissioni e raramente approdano in aula. Il rischio è ovviamente quello di mortificare il ruolo dell’assemblea eletta dal popolo, «uno dei principi cardine su cui si reggono tutti gli Stati moderni».
Un allarme, quello lanciato da Costa, che si basa su una minuziosa analisi e su numeri che parlano in modo piuttosto chiaro: delle 3873 votazioni che finora si sono tenute alla Camera su iniziative legislative, l’80 per cento (3113) ha riguardato disegni di legge del governo, un misero 15 per cento invece è stato riservato a proposte di legge dei parlamentari. Circa il 5 per cento delle votazioni ha riguardato proposte miste Parlamento-governo.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Un problema che a Montecitorio è sotto gli occhi di tutti e che secondo Costa andrebbe affrontato «al di fuori della logica degli schieramenti». Anche perché questa sproporzione che mette in ombra una prerogativa del Parlamento prevista dalla Costituzione non è un fatto nuovo, e si era verificata anche nella scorsa legislatura. Quello però del «governo superstar», a scapito di una aula di Montecitorio relegata a ruolo di comprimaria e messa all’angolo, è un fenomeno che è cresciuto, secondo Costa, da quando al governo c’è Romano Prodi. La diagnosi del parlamentare azzurro è presto fatta: «In questo caso la gran parte della responsabilità è da attribuire ad una maggioranza estremamente slegata». L’ipotesi è che dunque, nell’iniziativa legislativa, il governo sia utilizzato come «camera di compensazione» e punto di riferimento: per garantire che le leggi vengano approvate e incontrino meno difficoltà rispetto a quelle che arrivano da una parte della maggioranza.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
«Il presidente della Camera Bertinotti - questa la richiesta di Costa - deve prendere coscienza di questa situazione e frenare l’arrembaggio del governo. Diversamente, quanto alla programmazione dei lavori d’aula, paleserà un evidente “favor” nei confronti dell’esecutivo, relegando i parlamentati ad un mero ruolo di ratifica». Se si leggono le statistiche dei primi mesi di legislatura fatte dal deputato azzurro si scopre che le proposte giunte dal governo approdano quasi sempre in aula, mentre quelle dei deputati restano per lo più relegate su verbali e resoconti.
Diamo ancora uno sguardo ai numeri individuati da Costa nella sua ricerca: il governo Prodi ha finora presentato oltre un centinaio di disegni di legge vedendone approvati definitivamente oltre il 30 per cento; e molti altri seppur non ancora tradotti in legge hanno già compiuto un passaggio in aula a Montecitorio. Nel corso dell’attuale legislatura invece i deputati hanno presentato quasi 3000 proposte di legge. Pochissime quelle approvate. «L’assemblea è un notaio - conclude Costa - che ratifica provvedimenti nati e voluti altrove. Il governo propone e dispone su tutto, dalle intercettazioni alla tutela dei consumatori. Montecitorio ratifica, con buona pace della Costituzione che attribuisce l’iniziativa legislativa a entrambi». IL GIORNALE
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Svizzera, scomparso un piper
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
L'ultimo contatto del pilota con le torri di controllo risale alle 19 di ieri sera. L'ultima posizione rilevata è la regione del Lago Ritom. Il piper con quattro persone a bordo è scomparso poco dopo dai radar. Le ricerche nel Canton Ticino sono attive da stamattina
Zurigo - L'ultimo contatto risale alle 19 di ieri sera. L'ultima posizione rilevata del piper che di lì a poco sarebbe scomparso dai radar è stata nella regione del Lago Ritom, nell'Alta Leventina. A bordo del velivolo bimotore decollato da Parma e diretto a Zurigo c'erano quattro persone. Il piccolo aereo, contrassegnato HB-PGC, è scomparso nel canton Ticino. Si pensa possa essere precipitato. Finora non ci sono tracce del piper. Stamattina è cominciata la ricerca al suolo. Non appena il tempo lo permetterà arriverà in zona anche un elicottero della stessa Rega, che ha invitato eventuali testimoni a manifestarsi, telefonando alla polizia o al centro di soccorso di Zurigo (numero 044 654 35 38).
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I senatori si alzano lo stipendio: ci costeranno 50 milioni di euro
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Crescono del 2,7% le spese del Senato: oltre 580 milioni all’anno in totale. Lievitano anche i vitalizi, le retribuzioni dei dipendenti e gli assegni dei collaboratori degli eletti «È una polemica priva di senso. Un attacco indiscriminato al ministro Mastella, qualunquismo. Era una missione di Stato. Non vedo dov’è lo scandalo». Franco Marini dixit. D’altronde, il presidente del Senato appartiene alla corrente di pensiero che aborrisce la «critica generalizzata delle istituzioni».
E, soprattutto, insieme al suo collega di Montecitorio, Fausto Bertinotti, non ha fatto mancare il suo appoggio a quel timido tentativo di morigerare i costi della politica approvato dai due Uffici di presidenza lo scorso luglio. Il risultato principale che interesserà Palazzo Madama? Dal primo gennaio 2008 saranno aboliti i rimborsi di 3.100 euro all’anno spettanti a ogni senatore per i viaggi di studio all’estero. Una goccia che si perde nel mare degli oltre 582 milioni di euro di spese previste dal Senato quest’anno, il 2,77% in più del 2006. Il tasso di incremento meno elevato degli ultimi sei anni (ma rispetto al 2001 la crescita è stata del 38,3%, ndr) e pur sempre superiore a quello dell’inflazione o del pil.
Indennità. Tra le previsioni assestate del 2006 e le stime per l’anno in corso si registra un aumento del 4,34% delle indennità corrisposte ai senatori a 50,94 milioni. Come per i deputati anche in questo caso la maggiorazione dello stipendio è legato agli andamenti retributivi della magistratura. Il calo del 3,03% dei rimborsi vari è invece dovuto non a una stretta sulle spese ma alla diminuzione da 2,8 a 1,8 milioni dell’indennità sostitutiva che veniva corrisposta ai senatori privi di ufficio. La fame di spazio è stata in qualche modo placata. In crescita anche le spese per le retribuzioni del personale dipendente (+3,58% a 138 milioni) per via di adeguamenti inflazionistici e ricompense per la produttività (sic!).
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Segretari particolari. È andata molto bene anche ai non dipendenti (+9,3% a 20,3 milioni): il personale delle segreterie particolari ha portato a casa 12,4 milioni, il 14,3% in più dell’anno precedente. Tali fondi, se non utilizzati, restano nelle disponibilità dei senatori titolari di cariche istituzionali.
Pensioni. Sono lievitati del 3,31% anche i vitalizi per gli ex senatori a 77,5 milioni di euro, ma solo perché con il cambio di legislatura sono aumentati i beneficiari. L’adeguamento è stato stoppato dal «blocco» imposto da Tremonti nel 2005. Per quanto riguarda gli altri trattamenti pensionistici, sono costati altri 77,5 milioni, un balzo del 10,2% dovuto a 35 nuovi collocamenti a riposo che costano 4 milioni.
Spese varie. Le spese di trasporto di senatori ed ex non sono dettagliatissime. Il loro ammontare è di 8,3 milioni, in leggero aumento rispetto al 2006. A Palazzo Madama onorevoli e dipendenti dedicano al palato circa 2,8 milioni (+3,3%) e l’acquisto di posate e stoviglie costa 50mila euro. Per i contratti di locazione degli immobili si spendono 4,6 milioni (+4,66%) e c’è uno stanziamento di 240mila euro per «esigenze urgenti» di nuovi spazi in affitto. Il balzo del 40% delle spese per studi e ricerche a 2,8 milioni è stato invece causato dall’adeguamento alle previsioni delle Finanziaria 2007 per il monitoraggio della finanza pubblica (600mila euro). Sull’incremento delle spese in conto capitale hanno inciso le manutenzioni straordinarie (+14% a 17 milioni), ma non va trascurato l’aumento del fondo per spese impreviste a 3,3 milioni (+292%). I partiti. «Io non conosco democrazie che possano fare a meno dei partiti e dei Parlamenti», ha sottolineato Marini nella sua orazione pro-Mastella. E di sicuro il Senato con loro non è avaro. Ai 39,3 milioni (+2,2%) di trasferimenti ai gruppi si aggiungono 50,1 milioni (+1,5%) di rimborsi elettorali. E 90 milioni non sono certamente pochi. Gian Maria De Francesco
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Grillo: un partito contro i partiti
>>Da: andreavisconti
Messaggio 15 della discussione
Il comico esorta il popolo dell'antipolitica a partecipare alle prossime elezioni amministrative: "Liste civiche con il mio ok". E offre un "certificato di trasparenza" a chi rispetterà " i requisiti che pubblicherò sul blog" «La parola è ai cittadini». Beppe Grillo ha valicato il confine tra la favola e la politica ieri pomeriggio alle 15.16 con un annuncio su Internet: facciamo le liste civiche. Alle 17.50 erano arrivati 364 commenti. Una media di due e mezzo al minuto. Prima erano le chiacchiere sul blog, poi i primi comizi, la piazza e le piazze del V-day. I «vaf». E le folle, gli applausi, il sogno di una rivoluzione dal basso. Ma ora il gioco cambia. Il comico genovese che tratta i politici come polli da spennare propone la svolta, o la rivolta: «E adesso? Dopo il V-day? - ha scritto ieri sul sito beppegrillo.it - Ogni Meetup, ogni gruppo può, se vuole, trasformarsi in lista civica per le amministrazioni comunali. I cittadini devono entrare in politica direttamente. Per la loro tutela e per quella dei loro figli».
Non sarà però Grillo a gestire le liste: «Non parteciperò a nessuna manifestazione nei prossimi mesi - precisa - non sto promuovendo la presentazione di nessuna lista civica». Ma di tante, e che abbiano un «certificato di trasparenza» rilasciato dal sito beppegrillo.it. L’editoriale di ieri sembra un’uscita di scena per entrare in campo. L’hanno scritto alcuni fan, non sono dietrologie.
I grillini hanno risposto al Pifferaio con l’eccesso della rabbia verso gli amministratori del Paese e della delusione per la fiaba finita. Un’acclamazione? Non completamente. Tra i fedeli dei «V-day» c’era chi voleva rimanere in piazza, senza entrare nei palazzi. «Hai vanificato più di 300.000 firme. Questa è una scesa in campo in piena regola», ha scritto un blogger arrabbiato.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Ma a guardare i numeri del dibattito in rete, un’esplosione di commenti in poche ore, le liste civiche della non-politica potrebbero formarsi con la velocità di una valanga. La piazza che diventa lista.
Non è un’entrata in politica, dice Grillo, e mette le mani avanti: ogni lista «potrà chiamarsi come le pare» e sarà «autonoma». Ma con il bollino: «Le liste che aderiranno ai requisiti che pubblicherò sul blog tra qualche giorno avranno la certificazione di trasparenza beppegrillo.it». E allora se c’è un logo come si chiama questa astratta «piattaforma» di liste civiche? E se c’è un leader - anche se silenzioso d’ora in poi - dove andranno i «cittadini che si fanno politica?».
Il comico spiega di voler lasciare il campo alle idee degli altri. Sono i cittadini «i megafoni di se stessi». Perché «la loro voce i partecipanti del V-day non la prestano a nessuno».
Si parte dal basso, dal momento che «i Comuni decidono la vita quotidiana di ognuno di noi». E da qui «si deve ripartire per fare politica».
Con un metodo rigoroso: ci saranno una serie di caratteristiche di cui bisogna essere in possesso per entrare nella lista civica, e verranno pubblicate sul blog nei prossimi giorni. Non bisogna per esempio essere iscritti ai partiti, ed è necessario essere incensurati per portare «il Vaf» alle elezioni comunali. Le liste si scambieranno informazioni su Internet.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Proprio da Internet arriva la voce del consenso, o della polemica: «Lottiamo per una rinascita morale e sociale, dimostriamo cos'è la società civile», scriveva uno dei quasi quattrocento fan a metà pomeriggio. Qualcun altro scivolava sulla macchia d’olio del qualunquismo: «Destra e sinistra coincidono, litigano in Tv ma poi fanno affari comuni».
La proposta delle liste per i Comuni è una tentazione a osare di più, incita un altro frequentatore del blog: «Dobbiamo trovare 100 candidati irreprensibili, 100 maschere antigas e mandare il tutto in Parlamento. Altre vie non ce ne sono». La cronaca aiuta il «vaf»: «Mastella con famiglia, Rutelli e famiglia, Lusetti e famiglia hanno usato l'Air force senza nessun motivo logico. In un Paese per bene si sarebbero dovuti dimettere tutti».
Ma un anarchico gli scrive: «Beppe, hai pensato a chi può infiltrarsi? A ognuno la sua professione». Un secondo, scettico: «Beppe, entra in politica. Sarebbe più corretto, più trasparente, più efficace. Questa idea delle liste civiche è una contraddizione che fregherà te e tutti quanti noi». Un altro ancora: «Era dai tempi del fascismo che non si vedevano proposte così». Leggendo il blog si ha ora l’impressione che i grillini si mandino a «vaf» tra di loro.
«Calma. calma. In fondo è solo un blog!», si affretta a sdrammatizzare un frequentatore. Ma la febbre è alta, anche se la direzione non chiara. «Sono qui, le mie mani, la mia testa», si offre un fan. Prossimo candidato, forse. Se sarà firmato «beppegrillo».
Emanuela Fontana
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Di Pietro gela la sinistra: io sostengo lo showman
di Adalberto Signore
Roma - L’unico che davvero pare non spaventarsi è Antonio Di Pietro. Che quando accoglie l’idea delle liste civiche di Beppe Grillo come «una ventata di novità nel panorama politico italiano» forse torna pure con la mente agli anni di Mani pulite. Quando, un po’ come oggi, la piazza spingeva con forza sulla strada dell’antipolitica. Insomma, l’iniziativa di Grillo, dice il ministro delle Infrastrutture, è «espressione di vera democrazia diretta in quanto partecipazione che nasce dal basso, lasciando al cittadino la libertà di organizzarsi in proprio». E su una linea simile è il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio. Che dà il «benvenuto» alle liste civiche di Grillo purché s’impegnino su temi verdi come «l’avvio della raccolta differenziata per evitare la costruzione degli inceneritori, nuovi parchi e il no alla privatizzazione dell’acqua».
Per il resto, soprattutto nel centrosinistra, c’è molta freddezza se non preoccupazione. D’altra parte, non è un mistero che la protesta convogliata nel «Vaffa day» peschi voti soprattutto nell’elettorato di centrosinistra: nell’area radicale delusa dall’esperienza governativa, ma pur nel bacino del nascente Partito democratico. Così non è un caso che il segretario dei Ds Piero Fassino si affretti a dire che «non è mandando a quel paese i partiti che si salva l’Italia». Concetto ribadito dal candidato in pectore alla segreteria del Pd Walter Veltroni. Che, pur non chiamando mai direttamente in causa Grillo, è dell’idea che «la sensazione di insofferenza» che «c’è nell’anima del Paese» se «diventa ideologia di contestazione della politica non ha alcun senso». Mentre di «attacco assolutamente infondato» parla il ministro della Salute Livia Turco. E i Ds fanno fronte comune con Rifondazione comunista, tanto che sulla questione interviene anche Fausto Bertinotti. «A far emergere questo tipo di comportamenti - dice il presidente della Camera - è l’assenza delle grandi culture forti della politica». Una situazione, spiega, che «ha disorientato» ed è proprio «da qui che viene la crisi». Con un monito: «Attenti a proteste populistiche, portano a governi tecnocratici».
La piazza - dice invece Gavino Angius, da ieri ufficialmente impegnato nella costruzione di un nuovo partito socialista insieme a Boselli e Spini - «va ascoltata», ma «non è obbligatorio condividerne le idee».
Un certo scetticismo arriva anche dalla Margherita. Secondo il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, infatti, «Beppe Grillo intercetta la volontà di cambiamento e di rinnovamento della politica, ma le proposte con le quali lo fa rischiano di farci passare dalla padella alla brace». Ben più netta la presa di posizione dell’Udeur.
«Grillo - dice il capogruppo alla Camera Mauro Fabris - non ha resistito nemmeno sette giorni per buttare la maschera e scendere in campo anche lui con il suo partito».
Dall’altra parte della barricata, Pier Ferdinando Casini ironizza sui Ds «presi a pesci in faccia». «Nei confronti di Grillo - dice il leader dell’Udc che ricorda quanto fosse “bella, educata e composta” la piazza del Family day - soffrono di una sindrome di Stoccolma». E il senatore di Fi Maurizio Sacconi incalza: «Chi ha invitato Grillo alla festa dell'Unità ai tempi del buon Pci sarebbe stato per la vita cancellato da ogni incarico di responsabilit
>>Da: aristodog
Messaggio 5 della discussione
Evvai, il buffone di corte scende in campo....
CHI SE LO ASPETTAVA!!!!
>>Da: mariella
Messaggio 6 della discussione
Certo che la storia del bollino di conformità approvato da Grillo mi sa molto di megalomania... Ora vediamo quali e quante ne appoggerà mettendoci la faccia da satiro e garantendo quindi per loro.
>>Da: lilith
Messaggio 7 della discussione
E' giunta l'ora, Grillo, per la vecchiaia, vuole un posto comodo. In Parlamento.
Grillo dispensa ideologie, e benedizioni a liste civiche, arrogandosi il diritto di dire cosa devono pensare (c'è il bollino che lo impone). Però, al contempo, ne rimane fuori, perché non è direttamente capo di questi partiti.
Cosa comporta ciò? Può continuare a fare il duro e puro, combattere contro la classe politica attuale, ma al contempo riesce a fare l'ideologo di un gruppo di partiti, decidendo cosa questi partiti devono fare, come un vero capo di partito, ma senza averne le responasibilità (queste cadono solo sui rappresentanti delle liste civiche).
Il solito balzello italiano. Il solito Beppe Grillo.
>>Da: Fiorella
Messaggio 8 della discussione
Le liste civiche esistono già e non hanno bisogno di nessuna certificazione da parte di nessun vate, devono semplicemente essere depositate in prefettura per la verifica sui criteri di eleggibilità.
Beppe Grillo si pone come garante e unico depositario della correttezza politica, in barba ai dettati costituzionali oltretutto.
Lui pregiudicato che certifica liste di incensurati.
Siamo al paradosso, ma da un comico, cosa ci si doveva aspettare?
>>Da: massimo
Messaggio 9 della discussione
Il bollino blu sulle caldaie della provincia costa 15€ più gli 80€ dell'ispezione tecnica di verifica, il bollino del grillo quanto costerà per l'ispezione che certifica la corrispondenza della linea politica di lista al grillo pensiero e ormai promosso a livello nazionale come grillo pensiero doc, pensiero padre di tutti i grillanti pensieri figli?
Mica male, ha copiato la tecnica degli istituti di certificazione di qualità, che prima hanno investito sulla promozione dello standard, poi hanno cominciato ad incassare con gli esami di audit che certificano l'aderenza di prodotti e strutture allo standard, rilasciando lo stesso il bollino di qualità e approvazione dell'ente.
Il nuovo picconatore, che, fatto il gesto, dice: ora andate a picconare, l'armiamoci e partite di antica memoria..
>>Da: Il Moro
Messaggio 10 della discussione
RIDICOLO, PENOSO!!!
Le liste con il bollino di beppe grillo, ma chi si crede di essere???
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 11 della discussione
E' arrivato l'uomo del monte!
Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends
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Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard
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Intercettazioni
>>Da: andreavisconti
Messaggio 32 della discussione
La documentazione arriverà domani alla ripresa dei lavori : «A luglio invitammo lui e D’Alema ad esporre i fatti, ma rifiutarono» «Fassino vuol parlare su Unipol? Vada dai pm» Giovanardi, presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere: «Il leader Ds ha proposto una memoria difensiva, ma non ci riguarda»
«Domani alla ripresa dei lavori, sul tavolo della Giunta probabilmente arriverà la memoria difensiva di Piero Fassino». Come fa a saperlo? «Mi ha telefonato lui qualche giorno fa preannunciando che mi avrebbe inviato la documentazione per la ripresa dei lavori». Cosa gli ha risposto? «Che ne prenderemo atto ma che non è nostro compito entrare nel merito della vicenda. Ci penserà la magistratura».
Carlo Giovanardi è pronto a riprendere le fila della vicenda Unipol che tanto ha tenuto banco nei vari ambienti politici prima della pausa estiva. Da domani infatti la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, di cui l’esponente Udc è presidente, tornerà a riunirsi per esaminare la richiesta del gip milanese Clementina Forleo di utilizzare le intercettazioni telefoniche di alcuni parlamentari, tra cui Piero Fassino e Massimo D’Alema. I due parlamentari poco prima della pausa estiva avevano preannunciato l’invio delle loro memorie alla Giunta. A un Fassino forse infastidito dalle parole di Giovanardi, l’esponente Udc risponde in modo secco: «La memoria verrà distribuita a tutti i colleghi della Giunta. Ma ribadisco, noi non entriamo nel merito della vicenda, il nostro compito è un altro».
Quando ha parlato con Fassino?
«L’ho sentito la scorsa settimana al telefono. Mi ha detto che mi avrebbe inviato a giorni la sua memoria. Penso abbia aspettato il rientro degli avvocati dalle ferie».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 30 della discussione
Intercettazioni, la Camera frena e scarica il caso D’Alema all’Ue
di Laura Cesaretti
La giunta per le autorizzazioni trova l’appiglio: il vicepremier all’epoca dei fatti era eurodeputato
Roma - Era tutto un equivoco. Raccontano in casa ds che lo stesso Massimo D’Alema, ieri, sia «caduto dalla sedia» quando gli han comunicato che un oscuro funzionario della Giunta per le autorizzazioni della Camera aveva scoperto l’acqua calda. Che però è anche la carta vincente, al momento, per uscire dalle sabbie mobili del caso Unipol. Almeno per il ministro degli Esteri, il cui caso finirà probabilmente al Parlamento europeo dove «le richieste le bocciano quasi sempre», sussurra ottimista qualcuno. E siccome, assicurano nell’Ulivo, al Senato l’Unione è compatta nel dire no alla Forleo su Nicola Latorre, e un aiutino verrà anche dall’opposizione, il risultato finale è che molto probabilmente l’unico a finire «autorizzato» sarà Piero Fassino. Ossia quello che fin dall’inizio avrebbe voluto dire sì all’uso delle intercettazioni. E che ha poche ragioni di temere conseguenze giudiziarie delle sue telefonate con Consorte.
L’acqua calda sarebbe dunque che - all’epoca delle intercettazioni sub judice - D’Alema era parlamentare europeo e non italiano. E dunque la famigerata richiesta del gip Clementina Forleo andrebbe inoltrata a Strasburgo, e non a Montecitorio. E dunque, dal luglio scorso, si è discusso del sesso degli angeli, e l’Ulivo e i ds si sono inutilmente scervellati fino a ieri per capire come caspita votare in giunta e in aula sul caso D’Alema, senza incorrere nel pubblico ludibrio se si bocciava la richiesta dei magistrati e nella graticola giudiziaria se la si faceva passare.
Il colpo di scena si è avuto ieri, in una riunione della giunta. «Ho chiesto il tempo sufficiente per approfondire la novità emersa questa mattina - ha annunciato Elias Vacca (Pdci), relatore del caso D’Alema - ma prima facie mi sento di poter dire che non siamo competenti noi e a esprimersi sulla richiesta della Forleo dovrà essere l’Europarlamento». La pensa così anche lo stesso Giovanardi, l’Udc presidente della giunta. Si oppone invece l’Italia dei Valori.
«Con particolare tempismo - dice il dipietrista Palomba, che della giunta fa parte - alla vigilia della decisione, dal cappello salta fuori un coniglio». Ma, ammonisce, «non sarebbe una bella pensata consegnare un nostro ministro degli Esteri al Parlamento europeo. In realtà secondo la legge che regola l’Europarlamento, se il fatto è avvenuto fuori delle sessioni di quel Parlamento, nessuna guarentigia sarebbe dovuta; se è avvenuto durante le sessioni, lo stesso articolo rimbalza alle prerogative offerte dalla legge italiana. Quindi - avverte - si stia attenti»: così D’Alema rischia di «rimanere senza alcuna garanzia», alla stregua di «un cittadino qualunque». «Non mi sembrerebbe una buona decisione né un buon precedente, per lui e per la Camera».
Intanto, da Milano, si fa senire il gip Forleo: «La legge è chiara, e io l’ho rispettata. Al massimo devono trasmettere l’atto al Parlamento europeo, ma non cambia nulla», dice il magistrato. E spiega: «La scelta della Procura - continua -, che è stata da me condivisa, è stata quella di inoltrare la richiesta in base al secondo comma dell’articolo 6 della legge. E quindi, che bisogna inoltrare la richiesta alla Camera alla quale il parlamentare appartiene nell’attualità. La norma è chiara», e la procedura «perfettamente regolare». Poi, con
>>Da: andreavisconti
Messaggio 31 della discussione
Clementina Forleo ad Affari: "Abbiamo rispettato la legge alla lettera. Tutelando al massimo i parlamentari" D'Alema sorride? Macchè. Il gip Clementina Forleo ne è sicura. E riafferma la validità della propria richiesta alla Giunta per le autorizzazioni della Camera, malgrado l'ex presidente dei Ds fosse parlamentare europeo ai tempi delle intercettazioni con Consorte sul caso Unipol-Bnl. Il gip Forleo, intervistata da Affarispiega infatti che "la legge è chiara, e io l'ho rispettata. Al massimo devono trasmettere l'atto al Parlamento Europeo, ma non cambia nulla".
Dottoressa Forleo, le danno contro un po' tutti, dopo la "scoperta" che D'Alema era parlamentare europeo...
"Voglio precisare. Di commenti non ne voglio fare. Faccio solo un rilievo puramente tecnico".
Dica...
"La scelta della Procura, che è stata da me condivisa, è stata quella di inoltrare la richiesta in base al secondo comma dell'articolo 6 della legge. E quindi, che bisogna inoltrare la richiesta alla Camera alla quale il parlamentare appartiene nell'attualità. La norma è chiara. Per estendere le prerogative degli onorevoli si dice che, nel caso il politico non appartenga più nell'attualità a una determinata Camera, allora bisogna inoltrare la richiesta all'Aula alla quale apparteneva al tempo dei fatti".
Insomma, tutto regolare.
"Perfettamente regolare e motivato. Tra l'altro i parlamentari in questione ad oggi rivestono quei ruoli, e proprio per tutelare le loro prerogative abbiamo agito in questo modo".
Eppure, Boato, l'estensore della legge alla quale lei si riferisce, dice che ha torto.
"Va beh, questo è un altro problema. E allora doveva specificare meglio la legge. Per come è scritta, per una questione di preposizioni, è giusto come abbiamo agito. Ma anche nell'ipotesi si dovesse estendere la prerogativa anche al placet dell'organo al quale appartenevano, non cambia molto".
Perchè?
"Perchè la Giunta per le autorizzazioni deve trasmettere la richiesta direttamente al Parlamento Europeo, per un principio generale del diritto. Poi tutto può succedere. Noi pensiamo che l'appartenenza di un parlamentare a una Camera nell'attualità abbia maggior valore di quella passata. E questa interpretazione è la più garantista per i politici".
Fabio Massa
>>Da: Il Moro
Messaggio 32 della discussione
E' da quest'estate che trascinano la questione e rimandano la decisione.
E si accorgono solo ora di questa cosa, oltretutto dopo 'approfondimenti fatti dagli uffici"?
Ridicoli.
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Spunta un altro “ospite prestigioso” del volo di stato"
>>Da: ruggero
Messaggio 9 della discussione
E’ RICCARDO CAPECCHI, BRACCIO DESTRO DI ENRICO LETTA E “ASSISTENTE” DI PRODI
http://213.215.144.81/public_html/esclusivo.html
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Aspettiamo con ansia le dimissioni di Mastella e di Rutelli... il minimo se avessero un po' di dignità.
Andrea
>>Da: Fabiano
Messaggio 6 della discussione
Aspetto la smentita.
>>Da: annina
Messaggio 7 della discussione
Smentita no, ma prendono le distanze:
PALAZZO CHIGI - Intanto dalla Presidenza del Consiglio arriva una presa di distanza ufficiale. L'ufficio stampa del vicepremier Francesco Rutelli, precisa infatti che «Riccardo Capecchi si è presentato all'imbarco di sua iniziativa e non è stato assolutamente autorizzato, tanto meno, come riporta un'agenzia di stampa, "per atto di cortesia del ministro Rutelli", a salire sul volo di Stato. Le persone autorizzate a salire a bordo erano, infatti, quelle stabilite d'intesa con l'Ufficio Voli di Palazzo Chigi e tra queste Capecchi non figurava».
>>Da: ruggero
Messaggio 8 della discussione
Evidentemente è salito sull'aereo usando una pistola...
Qualcuno lo avrà fatto certamente salire ovviamente: ma ci prendono proprio per rinco?
>>Da: -cerberus
Messaggio 9 della discussione
Direi proprio di sì.
Siamo sicuri che la dichiarazione sia autentica? mi pare una buffonata incredibile.
Ah, già dimenticavo che questo è un governo scierio!
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Ma che brava persona Caruso..
>>Da: ruggero
Messaggio 7 della discussione
Caruso, il Prc lo «processa» e lo assolve
Chiamò «assassini» Marco Biagi e Tiziano Treu. I deputati di Rifondazione si dividono, poi decidono: niente sanzioni
ROMA — Fine dell’esilio. Francesco Caruso, il leader dei centri sociali portato alla Camera da Fausto Bertinotti per costruire un ponte con il mondo no global, fa di nuovo parte del gruppo di Rifondazione comunista. Nessuna sanzione per quelle frasi su «Tiziano Treu e Marco Biagi assassini» perché «aumentando la precarietà hanno diminuito la sicurezza sul lavoro». Frasi pronunciate all’inizio di agosto, che gli erano costate le critiche di tutti, dal Capo dello Stato in giù. E dalle quali anche Rifondazione aveva preso le distanze, giudicandole «non compatibili con la nostra cultura politica ». Espulsione, richiamo, ammonimento? Poi la scelta di rimandare il caso a settembre, alla prima riunione del gruppo di Montecitorio dopo la pausa estiva. Quella discussione c’è stata, senza troppa pubblicità perché Rifondazione non ha interesse a riaprire la ferita. E ha deciso di chiudere il caso condannando di nuovo quelle parole ma senza il bollo della sanzione disciplinare.Caruso ha di fatto ritirato la propria autosospensione. Tutto come prima. La riunione è di martedì della settimana scorsa, sala Angelo Frammartino a Montecitorio. Porte chiuse, ingresso consentito solo ai deputati e, per favore, niente dichiarazioni all’uscita. Si comincia alle 17 ma si parla di Finanziaria. Solo alle sette e mezzo di sera si apre la pratica Caruso. Lui si è presentato con il solito look: va bene la giacca (lo prevede il regolamento) ma pur sempre un po’ scaciato. Distribuisce i messaggi di solidarietà che gli sono arrivati dai centri sociali, dai circoli di Rifondazione della Calabria. Non c’è il segretario Franco Giordano, manca Fausto Bertinotti che da presidente della Camera non si occupa più direttamente del partito. Una trentina i deputati in sala, il primo a parlare dal tavolo della presidenza è il capogruppo Gennaro Migliore.
L’inizio è severo: «Il compagno Caruso ha creato un grave danno al partito e ha usato un linguaggio che non ci appartiene ». Ma poi spiega che «allo stato attuale non c’è l’intenzione di prendere provvedimenti nei suoi confronti. Anche se mi auguro che non ci causi nuovi problemi». La parola passa alla difesa: Caruso rivendica il significato politico del suo intervento. «Assassini non sono Biagi e Treu ma le leggi che portano il loro nome». E difende il suo stile, quella guerriglia comunicativa che (dall’autoreclusione nei cpt ai semi di marijuana nei vasi di Montecitorio) si è portato dietro dal mondo no global: «Se pensiamo solo al bon ton perdiamo la capacità di comunicare con la gente. E pure noi finiremo per essere considerati lontani, tutti auto blu e portaborse». Segue dibattito. Un’ora e mezzo, una decina di interventi in tutto. I più concordano con la linea di Migliore: parole sbagliate ma nessuna sanzione, spiegano Graziella Mascia, Andrea Ricci, Daniele Farina. Ma non tutti sono d’accordo. Luigi Cogodi — una vita nel Pci, sardo come Berlinguer — è tra i più severi con Caruso, che nell’Aula della Camera siede proprio accanto a lui: «Il suo è stato un grave errore, per alcuni versi mi ricorda quelli che un tempo chiamavamo provocatori».
La parola espulsione non la pronuncia, non lo farà nessuno. Anche perché dopo l’intervento di Migliore si è capito che non si vogliono strappi. Caruso ascolta in silenzio, seduto in terza fila fra il muro e
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Un personaggio inutile all'interno di un parlamento inutile.
Andrea
>>Da: Magnolia
Messaggio 6 della discussione
Aggiungerei di un partito inutile.
>>Da: Fabiano
Messaggio 7 della discussione
Ecco un bell'esempio di trasparenza in pieno stile brezneviano!
I tempo cambiano, ma certi metodi son proprio quelli di sempre.
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Attentato a Beirut
>>Da: Briciolina6643
Messaggio 2 della discussione
Attentato oggi a Beirut, per l'esplosione di un'autobomba in un quartiere cristiano di Sin el-Fil, alla periferia est della capitale, nei pressi dell'hotel Metropolitan. Il bilancio (provvisorio) è di almeno quattro morti, e altrettanti feriti.
Le prime immagini della strage hanno mostrato una colonna di fumo levarsi dalla zona dell'esplosione, nel quartiere di Sin el-Fil. L'ultimo attentato mortale a Beirut risale al 13 giugno scorso, quando il deputato della maggioranza parlamentare antisiriana Walid Eido era stato ucciso, assieme ad altre nove persone, compreso il figlio, nell'esplosione di un'autobomba sul lungomare cittadino.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il leader druso Walid Jumblatt accusa la Siria: "Ci fanno fuori tutti a uno a uno"
«Ci stanno facendo fuori tutti a uno a uno». La voce del leader druso Walid Jumblatt riecheggia tra il fumo e le fiamme che inondano i teleschermi. Immagini consuete. Carcasse ridotte a scheletri fumanti, copertoni in fiamme, pompieri, soldati, sopravvissuti coperti di sangue, e sullo sfondo la rabbia e la rassegnazione di Sin El Fil, la roccaforte maronita all’entrata nord di Beirut. Hanno ucciso un altro dei loro. Hanno fatto a pezzi Antoine Ghanem, il deputato della falange, l’amico di famiglia dei Gemayel. La sua auto si consuma ancora tra le fiamme, dall’ospedale hanno appena annunciato la sua morte e quella di almeno altre otto persone, i feriti superano la ventina.
La mente di Walid Jumblatt è già sei giorni avanti, già alle prese con i conteggi di quella fatidica scadenza del 25 settembre. La verità non occorre cercarla, è scritta nei numeri, fa capire il leader druso. Quel giorno, per poter convocare il Parlamento, procedere all’elezione del presidente e mettere fine all’era di Emile Lahoud, la coalizione di governo antisiriana guidata dal premier Fouad Siniora avrà bisogno della presenza di almeno 86 deputati. Senza quel rigoroso quorum di due terzi imposto dalla Costituzione sarà impossibile riunire l’Assemblea e far valere la maggioranza per scegliere il successore di Lahoud. Senza il 63enne Ghanem, deputato ed esponente di lungo corso della Falange dei Gemayel, tutto sarà ancora più difficile.
Nei mesi scorsi bombe e proiettili hanno ucciso altri tre deputati cristiani. Walid Eido a giugno, Pierre Gemayel, figlio dell’ex presidente Amin dieci mesi fa, Gebran Tueni nel dicembre 2005. Lo spietato stillicidio erode lentamente la consistenza della maggioranza. Così mentre i quorum restano gli stessi, la coalizione antisiriana vede sfumare la speranza di scegliere il successore di Lahoud. Anche stavolta il proconsole di Damasco rischia di risuscitare dal proprio crepuscolo. Anche stavolta il presidente-Fenice sembra alimentarsi del sangue dei suoi avversari e riprendere il volo. Doveva andarsene nel 2004, ma la proroga di tre anni del suo mandato imposta da Damasco costò prima la carica e poi la vita all’allora premier Rafik Hariri, colpevole di averla osteggiata con tutte le forze. Oggi per garantirgli un successore all’altezza, gli amici di Damasco sarebbero disposti, fa capire Jumblatt, a decimare la maggioranza, a piegarla a colpi di bombe e attentati.
Il ricatto, in caso contrario, è già pronto, già servito. Per rimpiazzare Lahoud bisognerà rassegnarsi a cooptare uno come lui, raggiungere un accordo con Hezbollah e le altre forze dell’opposizione, concertare un candidato comune. Potrebbe essere Michelle Aoun, il generale cristiano accoccolatosi tra le ginocchia dell’odiata Siria in nome di una presidenza inseguita per una vita. Potrebbe essere, più probabilmente, il capo di stato maggiore Michele Suleiman, ovvero il clone dell’attuale presidente libanese. Il generale cristiano che sette anni fa ereditò il posto di Emile Lahoud ai vertici dell’esercito, quando il preferito di Damasco venne scelto per occupare la massima carica istituzionale libanese, potrebbe continuare a nuotare nella scia e trasferirsi a sua volta al palazzo presidenziale.
La coalizione di governo vincitrice delle elezioni non ha - nonostante la maggioranza parlamentare - possibilità di scelta. Può solo accettare l’accordo o subirlo. Emil
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Non hanno capito niente!
>>Da: Nicomede1
Messaggio 7 della discussione
Aderendo alla richiesta di Mirko, riporto quanto scritto su "il Tempio". Nico
>>Da: Magnolia
Messaggio 7 della discussione
Concordo con Adolfo (ne abbamo gìà parlato ampliamente su questo).
Aggiungo solo che il Presidente nel suo intervento di Gubbio ha affermato che è urgente ripartire da Forza Italia, il vero motore di tutto, riorganizzando la struttura.
E' questo il punto focale.
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Caso Speciale/Visco
>>Da: Adolfo
Messaggio 22 della discussione
Pensavate per caso che si fosse andati avanti nell'inchiesta?
VISCO: IL PM CHIEDE L'ARCHIVIAZIONE
ROMA - Visco era indagato per il reato di minacce e tentato abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta aperta sulle presunte pressioni esercitate sull'ex comandante generale della guardia di Finanza Roberto Speciale, finalizzate all'avvicendamento di alcuni ufficiali della guardia di finanza di Milano nella estate del 2006. "Ho avuto notizia della decisione della richiesta di archiviazione per il viceministro Visco, decisione dei magistrati della procura di Roma che è saggia ed equilibrata e frutto del loro rigore professionale". Così l'avvocato Guido Calvi, difensore di Visco.
La richiesta di archiviazione è stata firmata dal procuratore della repubblica Giovanni Ferrara e dal sostituto Angelantonio Racanelli. Le motivazioni del provvedimento, che deve essere ancora notificato alle parti, sono indicate in una decina di pagine. Secondo gli inquirenti romani, dietro i colloqui tra Visco e Speciale non si è configurata alcuna attività penalmente rilevante. Commentando la notizia della richiesta di archiviazione, l'avvocato Ugo Longo, legale di Speciale, ha detto: "bisogna leggere le motivazioni; prima di allora nessun parere può essere fornito". Nel corso dell'inchiesta giudiziaria il viceministro dell' Economia si presentò spontaneamente il 28 giugno scorso ai magistrati per dare la propria versione dei fatti. Sono stati inoltre sentiti come testimoni lo stesso Speciale e numerosi ufficiali della Guardia di Finanza.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Speciale, i pm "condannano" Visco ma scelgono di non processarlo
di Gian Maria De Francesco Il viceministro si comportò in modo "illegittimo" nei confronti della Gdf ma non ci fu dolo. Per questo i pm chiedono l'archiviazione.
Roma - «Un comportamento illegittimo». Con queste tre parole il pm della Procura di Roma, Angelantonio Racanelli, ha definito l’atteggiamento del viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, nei confronti dell’ex comandante generale della Guardia di finanza, Roberto Speciale, e finalizzato al trasferimento dei vertici delle Fiamme gialle di Milano e della Lombardia. Ovvero di coloro che nell’estate 2006 stavano ancora indagando sul caso Unipol-Bnl.
Tuttavia, secondo il magistrato, non sussistono profili penali e, per questo motivo, Racanelli, insieme con il procuratore Giovanni Ferrara, ha chiesto l’archiviazione del procedimento nei confronti di Visco. Sarà comunque il giudice per le indagini preliminari a dover prendere la decisione definitiva sulle ipotesi di reato ascritte all’esponente diessino: minacce e abuso d’ufficio.
Eppure la censura nei confronti di quelle che Speciale definì «pressioni indebite» è molto forte e percorre tutte le tredici pagine del provvedimento. Si fa riferimento anche alla posizione tenuta dal ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che è oggetto di un altro procedimento per diffamazione aperto su querela di Speciale e attualmente al vaglio del Tribunale dei ministri. D’altronde, nel corso della fase istruttoria che si è conclusa lo scorso agosto, oltre alla deposizione spontanea di Visco, sono state raccolte le testimonianze di quasi tutti gli attori in campo: a partire da Speciale (poi sostituito nello scorso giugno, ndr) passando per i generali della Gdf Pappa, Favaro e Spaziante.
A Piazzale Clodio, quindi, la magistratura inquirente si è costruita una rappresentazione chiara del clima «pesante» del luglio 2006 quando Visco cercò in molti modi di convincere Speciale a rimuovere il comandante generale della Lombardia generale Forchetti e i colonnelli Lorusso, Pomponi e Tomei. Ma la pubblicazione della notizia e la preoccupazione della Procura di Milano per la rimozione dei preziosi collaboratori nelle indagini sulla scalata Bnl convinsero Visco a desistere.
E proprio quella desistenza, secondo quanto ha scritto Racanelli, a far venire meno «il dolo di danno» per sostenere l’ipotesi di abuso d’ufficio. Insomma, non essendosi verificato l’evento per il quale il viceministro era chiamato a rispondere (la sostituzione dei vertici poi rinviata, ndr), i magistrati non hanno chiesto il rinvio a giudizio bensì l’archiviazione.
L’articolo 323 del codice penale che riguarda l’abuso d’ufficio, rivisto in senso garantista nel 1997 dopo gli eccessi di Tangentopoli, non sanziona infatti la semplice condotta commissiva del pubblico ufficiale che viola norme di legge o di regolamento, ma solo la conseguenza, il prodotto di tale condotta. La mancanza del nesso causa-effetto non ha tuttavia impedito a Racanelli e Ferrara di mettere in evidenza la condotta illegittima del viceministro nonché il ruolo del titolare del dicastero di Via XX settembre.
L’attesa per la notifica del provvedimento, oltre che per il responso del Gip, ha indotto gli avvocati di Visco e di Speciale alla cautela. Secondo Guido Calvi, penalista e senatore diessino difensore del collega di
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il generale: "Andrò fino in fondo. Zittito chi mi accusava di mentire"
di Gianluigi Nuzzi Un anno dopo il tentato "golpe" da parte del viceministro per azzerare i vertici della Finanza a Milano, Speciale prepara la controffensiva: "La battaglia inizia ora"
Dev’essere che Roberto Speciale è «soldato di mondo», come ama definirsi. Quando l’Ansa nel pomeriggio batte la notizia «Visco, Pm chiede l’archiviazione», lui nemmeno tentenna. Erano troppi i segnali per immaginare un esito diverso. Ma fiuta subito altre battaglie. Determinazione, ironia prendono subito il sopravvento: «La Procura mi crede - si conforta -. Zittisce chi diceva che mi ero inventato tutto. Ammette apertamente che c’è stata una condotta illegittima di Visco. Non dice che “il fatto non sussiste”». Eppure la richiesta d’archiviazione toglie rilevanza penale alle sue accuse, «Sarà il Gip - taglia corto - a decidere quanto la condotta del viceministro sia penalmente rilevante». Speciale legge nelle motivazioni della Procura il classico cavillo all’italiana: «Con tutto il rispetto per i magistrati - ragiona soffermandosi sulle parole - non hanno voluto scontentare nessuno. Ma su questa vicenda si spende il mio onore. E darò battaglia sino in fondo». La vicenda, infatti, non è affatto conclusa. «Anzi, inizia proprio adesso - incalza Speciale - perché mi opporrò all’archiviazione. Gli avvocati stanno già preparando la memoria».
«Andrò sino in fondo». Già a luglio il difensore di Speciale, l’avvocato Longo, era andato in Procura, costituendosi parte offesa. Posizione che consente di opporsi alle decisioni degli inquirenti davanti al Gip. Che dovrà convocare le parti per una Camera di consiglio. Già prima della pausa d’agosto, infatti, sulle mosse dei Pm di piazzale Clodio erano arrivati segnali, voci contrastanti, persino qualche insinuazione. All’interno delle Fiamme gialle era iniziato un obliquo tam tam: tra il pm Angelantonio Racanelli e il procuratore capo Giovanni Ferrara ci sono posizioni differenti. Il primo vorrebbe chiedere il rinvio a giudizio di Visco, mentre il capo ufficio non ravviserebbe gli estremi di reato e sarebbe intenzionato ad archiviare. «Non c’è nessuna disarmonia - aveva replicato Ferrara al Giornale - ancora non abbiamo valutato gli atti nella loro completezza. E non ci sono state nemmeno pressioni». E Racanelli si era speso in un’indagine tanto rapida (nemmeno due mesi) quanto approfondita.
Sentiti 30 testi. Il Pm ha sentito oltre 30 testi, tra ufficiali ed ex appartenenti, andando persino a individuare chi avrebbe alimentato le idee negative che spinsero poi Visco a chiedere a Speciale le teste dell’intera gerarchia della Gdf della Lombardia nel luglio del 2006. I cognomi sono sui verbali (c’è persino quello di un ex capo di Stato maggiore), basta leggerli, «E le assicuro che se qualche collega mi ha diffamato - annuncia già uno dei quattro ufficiali che era nel mirino di Visco - partiranno querele e atti di citazione». Insomma la vicenda non finisce sotto silenzio. Gli atti di Racanelli alimenteranno altri procedimenti.
Del resto la storia ha dell’inverosimile. Da qualsiasi parte la si prenda. A iniziare proprio dalle richieste di Visco. Rivolte a Speciale, all’allora comandante in Seconda Italo Pappa e al generale Sergio Favaro. In separati incontri del 13 luglio 2006, chiese di rimuovere l’intera gerarchia milanese senza indicare alcun motivo. Lasciando di s
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Cicchitto (Fi): "La posizione di Visco più che imbarazzante è insostenibile"
Roma - Prima il pesante rimbrotto del magistrato, poi una lettera minatoria. Davvero una giornataccia per Vincenzo Visco: una busta con dentro una sua foto, insieme a dei pallini da caccia e a della polvere da sparo è stata recapitata alla sede dell’Agenzia delle entrate.
La Cdl lo attacca: adesso Visco se ne vada. Il viceministro dell’Economia, scrive il magistrato nella sua richiesta di archiviazione, ha tenuto una condotta «illegittima ma non illegale». Non finirà sotto processo, ma ce n’è abbastanza, sostiene Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, perché lasci il suo posto: «La valutazione della Procura di Roma lo mette in una posizione assai imbarazzante, anzi insostenibile». «Le nostre critiche sono state autorevolmente suggellate - incalza Altero Matteoli -, Visco ha agito per favorire politicamente il suo partito e la sua coalizione a scapito dei cittadini. L’archiviazione politicamente non basta». Aggiunge Isabella Bertolini, vicecapogruppo Fi alla Camera: «Anche la magistratura conferma l’illegittimità del comportamento di Visco nella vicenda Speciale. La censura del Pm, sotto il profilo della responsabilità politica, è un vero e proprio macigno per lui. A questo punto sarebbe necessario un responsabile passo indietro attraverso immediate dimissioni».
Romano Prodi prende tempo. «Il governo - si legge in una nota di Palazzo Chigi - rispetta il lavoro della magistratura e, prima di esprimere un giudizio sul caso Speciale-Visco, attende le decisioni definitive». Intanto il viceministro ottiene la solidarietà, per quanto riguarda le minacce, da Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato: «Lo invito a continuare la sua battaglia. Il suo impegno nella lotta all’evasione fiscale è prezioso per tutti gli italiani». Si associa Dario Franceschini, futuro numero due del Pd: «Visco è protagonista di un’importante iniziativa del governo per ripristinare la legalità. Spedire una lettera del genere è un gesto di violenza, che come tale va condannato da tutti».
Massimo Brutti, responsabile Giustizia dei Ds, lo difende anche sul resto: «Non conosciamo ancora il testo della richiesta di archiviazione. Quel che è certo è che non vi sia stato alcun reato. Ogni altra considerazione sui fatti che non riguardi l’accertamento di responsabilità penali esula dall’esercizio della giurisdizione. Può rientrare nel dibattito politico, ma è proprio su questo terreno che considerazioni come quelle di Cicchitto risultano pretestuose». «Quello che conta - conclude Guido Calvi, senatore e legale di Visco - è l’archiviazione, le altre sono speculazioni».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Siamo ormai al paradosso!
Andrea
>>Da: Magnolia
Messaggio 6 della discussione
Assolutament mai pensato questo, Adolfo.
Ma l'aver stabilito che il comportamento di Visco fu ILLEGITTIMO significa che il viceministro tentò realmente di esautorare alcuni Ufficiali della GdF e che pertanto bisognerebbe che si dimettesse.
>>Da: senzascuse
Messaggio 7 della discussione
Italia: il paese delle contraddizioni.
Illegittimo l'intervento di Visco, ma non punibile...
Se era illegittimo, Visco non doveva farlo e quindi secondo me, di fatto sarebbe punibile per questo...
Ma non c'é stato dolo e quindi...
Allora a cosa serve dichiarare che é stato illegittimo? Forse perché era palese che non potesse farlo e non
si potevano proprio chiudere gli occhi, ma uno sì....???
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 8 della discussione
Comportamento illecito ma non illeggittimo. E' come dire che il pm è stupido ma non cretino.
Solite soluzioni all'amatriciana che solo da noi succedono.
>>Da: Il Moro
Messaggio 9 della discussione
Visco commette un atto illegittimo, (minacce e abuso d’ufficio), ma si richiede l'archiviazione perche' non c'e' "dolo"...
Cos'e', non lo ha fatto apposta?
Vale anche se ammazzo uno con la macchina ma non ci sono prove che lo ho fatto apposta, si archivia e vado libero?
O vale solo se le fa Visco?
>>Da: mariella
Messaggio 10 della discussione
Vale solo per Visco, Moro.
Secondo me hanno chiesto l'archiviazione, proprio per non essere costretti a emettere alcuna sentenza.
>>Da: Fabiano
Messaggio 11 della discussione
Io preferirei che i Ministri avessero comportamenti legittimi e leciti.
Dimenticavo: non solo si comporta in modo illegittimo, ma è stato pure condannato per abuso edilizio.
>>Da: annina
Messaggio 12 della discussione
E' allucinante ammettere che è un reato ma richiederne l'archiviazione.
Siamo proprio in un regime rosso.
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 13 della discussione
Visco: per i pm “oscuro” il motivo del trasferimento ufficiali
Roma, 20 set (Velino) - “Ritiene questo ufficio che il vice ministro on. Visco abbia posto in essere una condotta in violazione di specifiche norme di legge”.
Lo sostiene la procura della Repubblica di Roma nella richiesta di archiviazione consegnata al Gip, ma aggiunge che gli “elementi acquisiti non appaiono idonei a sostenere proficuamente l’accusa in un eventuale giudizio... la condotta del viceministro appare illegittima, ma non illecita”. Giovanni Ferrara, procuratore capo, e il sostituto Angelantonio Racanelli, in tredici pagine bacchettano Vincenzo Visco tanto da sostenere che “allo stato, non può questo ufficio non evidenziare che rimane ancora oscuro il vero motivo per il quale il viceministro Visco era ‘interessato’ o comunque voleva il trasferimento dei quattro ufficiali. Sul punto - aggiungono i due magistrati - non solo poco plausibili appaiono le dichiarazioni rese dall’indagato in sede di interrogatorio, ma le stesse dichiarazioni risultano essere completamente smentite dagli accertamenti svolti”.
In sede di interrogatorio, il viceministro sosteneva che “...in tutto quel periodo la Guardia di Finanza, in particolare Milano, non si faceva nessun contrasto all’evasione fiscale, cioè i compiti istituzionali del Corpo non venivano svolti.. io sapevo che a Milano c’era una istituzione che non era coerente con la strategia politica del governo, nel senso che lì c’era un gruppo di persone che era più dedito a altro tipo di interesse, che non a quello di affrontare le questioni dei reati economici. Per me non erano affidabili per quel mestiere...”. Visco però non indica nessuna prova contro i quattro ufficiali, anzi, rilevano nel decreto i due piemme, alla richiesta di maggiore precisione Visco rispondeva: “Non ne ho la più pallida idea di quello che facevano, dico però che chiaramente avevano un rapporto molto stretto con i vertici della Guardia di Finanza presumibilmente con la precedente gestione governativa. E questo è più che sufficiente”. Accuse gravi che i due magistrati segnalano e che pur ritenendole non “penalmente rilevanti” lasciano la porta aperta a “valutazioni eventualmente in altre sedi”, qualora i quattro ufficiali ai quali sono rivolte le accuse nel corso dell’interrogatorio intendessero rivolgersi al tribunale civile. Quanto alle minacce che sarebbero state fatte all’ex comandante Roberto Speciale dal viceministro, scrivono i piemme che Visco in sede di interrogatorio confermò di aver avuto una conversazione molto aspra: “...quando il 17 con la bava alla bocca telefono a Speciale... per il resto l’ho trattato a pesci in faccia..”. La richiesta di archiviazione trasmessa al Gip dal capo della procura di Roma Giovanni Ferrara e dal sostituto Angelantonio Racanelli è integralmente pubblicata sul sito www.ilvelino.it nella sezione “documenti”.
Nella richiesta di archiviazione del procedimento penale a carico del viceministro Visco, la procura di Roma ritiene "oscuro il vero motivo per il quale il veministro era 'interessato' o comunque voleva il trasferimento dei quattro ufficiali" della catena di comando delle fiamme gialle di Milano. Motivo "oscuro", ma i due magistrati inseriscono parte delle dichiarazioni rese dall'ex capo di stato maggiore della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, che ritengono "veritiera". "Per esigenze di completezza - scrivono Ferrara e Racanelli - è necessario precisare che l'eventuale collegament
>>Da: santana
Messaggio 14 della discussione
Dal tutto si evince che quanto meno VISCO è un ministro illeggittimo e conseguentemente illeggitimamente al suo posto.
>>Da: Luchy1395
Messaggio 15 della discussione
Questo è il punto : dicono che il reato non c'è, perchè non c'è il dolo, nessuno ci ha rimesso perchè i vertici della Lombardia non sono stati rimossi.
Ma come si fa a dire che i vertici non sono stati rimossi, se il primo rimosso e che ha chiesto con denuncia un risarcimento miliardario, è proprio Speciale ???
Saluti.
Luciano !
From: anna_bi...@yahoo.it
To: Clubazzurrolac...@groups.msn.com
Subject: Re: Caso Speciale/Visco
Date: Thu, 20 Sep 2007 06:03:39 -0700
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Filippo Facci: Palinsesto autunnale
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Ditemi chi immaginava che l’autunno caldo l’avremmo avuto per via di Beppe Grillo: a sinistra c’è chi pensa di avere il copyright su ogni colore e per quest’anno il cartellino verrà timbrato con la manifestazione del 20 ottobre, quella contro l'accordo su welfare e pensioni, il governo che insomma contesta se stesso. Ma accade un altro sacco di roba. Sabato a Roma c’è la manifestazione indetta da Daniele Capezzone e dal suo movimento «Decidere» contro la controriforma delle pensioni e vi aderiscono tantissime organizzazioni soprattutto giovanili. Il 6 settembre sempre a Roma ci sarà il primo meeting dei Circoli della libertà di Michela Vittoria Brambilla con ospite Berlusconi, e forse capiremo di più. La discussione sul partito unico intanto pare non solo accademica, e c’è ancora Berlusconi che non esclude una mega-manifestazione per i primi di dicembre. E mentre a destra c’è Storace che fonda una nuova forza, a sinistra c’è il noto psicodramma del Partito democratico e della neonata Cosa rossa: quindi le primarie, i candidati, il gruppo «imille» che contesta le gerontocrazie, il veltronismo trasversale, la tegola di Grillo che scompagina le smanie manovriere del Corriere, c’è di tutto. Abbiate sfiducia.
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Massimo Teodori: Prodotti tradizionali
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Se tutta la politica si interroga sul significato dell'antipolitica che attacca la Casta, l'intera sinistra, riformista e radicale, è preoccupata per il successo di Beppe Grillo. Sa bene che il comico nasce dal suo seno come altri pseudo-dissacratori televisivi, Michele Santoro, Marco Travaglio e Sabina Guzzanti: si tratta di un figlio dei girotondini (Pardi insegna), di un nipote dei giustizialisti (Di Pietro applaude) e di un cugino dei massimalisti (Bertinotti strizza l'occhio).
Il pilastro su cui è assiso il comico è una furbesca combinazione della protesta che nasce dalle viscere della gente, stufa dello strapotere dei politicanti in un Paese sempre più inefficiente, e della stupida illusione che pensa di potere purificare l'Italia rinviando a casa i parlamentari dopo due legislature.
Ma l'elefantiaca politica cresciuta sul cattivo professionismo è, essa stessa, il prodotto della tradizione burocratico-statalista della sinistra. È stato il Pci in Italia a mettere il partito al centro del rapporto tra cittadino e Stato, ed a nobilitare tutto ciò che scaturiva dal primato della politica-partitica sulla società.
L'enormità del tutto-partito contro cui si scaglia Grillo deriva dall'egemonia culturale che la tradizione italo-comunista ha esercitato a lungo nel nostro Paese. Un importante settore della nostra intellighenzia che oggi critica l'anomalia italiana è figlia di quegli intellettuali organici compagni di strada che hanno sempre preferito adeguarsi alla ragione di partito e dell'ideologia piuttosto che rispondere alla propria coscienza individuale come è nella tradizione liberale.
>>Da: andreavisconti
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La novità d'oggi è tuttavia un'altra. Per la prima volta, grazie all'uso avveduto di internet e dei blog, il popolo della piazza si ritrova, si collega e si misura per formare qualcosa che non è più una semplice somma di individualità ma non è ancora un insieme politico se non nella generica protesta che può durare lo spazio di un giorno o di un firma in calce a qualche manifesto.
Se le istanze di Grillo, in parte ovvie e decenti e in parte stupide e volgari, non diventano politica, cioè proposte puntuali, movimento organizzato e riforma delle istituzioni, finiranno anch'esse, per quanto in sintonia con gli umori antipolitici circolanti nel Paese, nel nulla come è accaduto per gli antenati girotondini, televisivi e giacobini.
La questione del passaggio dalla protesta internettistica alla proposta politica riguarda però essenzialmente la sinistra. I sondaggi dicono che le simpatie per il comico provengono per lo più da quella parte e così le intenzioni di voto. Dunque, la partita di Grillo si gioca quasi interamente nel recinto dell'Unione perché è lì che la non-cultura anarcoide della piazza informatica si scontra con la resistenza della tradizione comunista e post-comunista, in Italia tutt'altro che liberale e libertaria.
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P. C. Pomicino: L’eredità di Tangentopoli
>>Da: andreavisconti
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E due. Dopo la scissione della sinistra democratica di Mussi e Salvi e l'adesione di Angius alla Costituente socialista anche Lamberto Dini con altri due senatori non aderirà al Partito democratico. Quando si pensa di fare di due diverse culture un solo partito è questo quello che capita. Si formano subito altri piccoli partiti e intanto quello che dovrebbe nascere non si sa ancora cosa mai sarà, anche perché prima ancora di definirne forme e contenuti, statuto compreso, si elegge un segretario cui affidare la salvezza di un progetto che non c'è. Come si vede siamo sull'uscio della schizofrenia. È questa la vera crisi della politica italiana, altro che il privilegio di questo o di quel parlamentare. Una politica incapace di farsi riconoscere e con crescenti difficoltà ad assumere qualsivoglia decisione è una politica che marcia con allegra incoscienza verso il baratro dell'implosione.
E nessuno sembra poterci fare qualcosa. Anzi vi sono i soliti interessi che aiutano ad innescare il detonatore dell'implosione dell'intero sistema. Per chi pensa che noi siamo afflitti da inguaribile dietrologia (per cultura e temperamento siamo l'esatto contrario) sarà sufficiente riguardare la puntata dell'altra sera di Ballarò e seguire con attenzione ciò che ha detto Paolo Mieli.
Il direttore del Corrierone dopo alcune valutazioni coraggiose («senza professionisti della politica e con i populisti la democrazia muore») si è lasciato andare e ha detto che delle due l'una o i partiti si danno una mossa o bisogna creare un infarto dell'attuale classe dirigente come avvenne nel 1992. Noi già lo sapevamo ma mai avremmo immaginato una così chiara pubblica confessione di Paolo Mieli sul ruolo suo e del Corrierone nella vicenda di tangentopoli allorquando il diffuso costume di non dichiarare i contributi elettorali venne trasformato in corruzione, concussione e reati di ogni tipo per distruggere i partiti di governo e portare alla guida del Paese quei comunisti che crollavano in tutta Europa.
>>Da: andreavisconti
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La sincerità anche se tardiva va sempre apprezzata. In questo caso non si tratta di un contrito pentimento per il disastro in cui è stato precipitato il Paese. Ancora una volta invece siamo di fronte ad una impudente riproposizione di un antico progetto di potere dell'establishment economico-finanziario di questo Paese. Nei primi anni ’20 Luigi Albertini con il suo Corriere resistette a quel populismo che aprì le porte al fascismo pagando un altissimo prezzo personale mentre oggi il Corriere dei finanzieri e dei banchieri è alle spalle della piazza e delle sue minoranze attive. Non lo diciamo noi ma gli stessi protagonisti. Mentre un principe del pensiero liberale come Angelo Panebianco ha sollecitato nelle scorse settimane una «delegittimazione preventiva» dell'attuale classe politica italiana (guarda caso dopo qualche giorno sono arrivati i comizi di Beppe Grillo) Paolo Mieli ci va giù pesante e dice che forse è utile «provocare un altro infarto come quello di 15 anni fa». Sia chiaro, noi condividiamo in pieno la diagnosi su una politica che fa acqua da tutte le parti, ma la soluzione non è quella di continuare a distruggere. E poi chi ha voluto il sistema maggioritario, l'abolizione del voto di preferenza, il premio di maggioranza e la rimozione delle grandi culture politiche ritenute vecchie arnesi da riporre in soffitta se non quelli che oggi aggrediscono ciò che hanno creato e cioè una democrazia sbilenca fatta solo di lotte di potere.
La soluzione è tutta un'altra. Nell'incapacità dei partiti di rifondare la politica per dare nuova autorevolezza alle istituzioni repubblicane, sarà utile, forse, rifondare le istituzioni per dare nuova autorevolezza alla politica. La scelta urgente, lo ripetiamo, è quella di passare ad una democrazia presidenziale con un Parlamento eletto con un sistema proporzionale, con soglia di accesso e voto di preferenza. Ciò che abbiamo oggi sotto gli occhi altro non è che il frutto della distruzione del ’92. Chi la determinò invece di scusarsi vuole ancora distruggere. I veri democratici ovunque siano devono raccogliere l'accorato appello del Presidente della Repubblica e hanno il dovere di ribellarsi offrendo alternative democratiche per far uscire l'Italia dalla palude.
Il tempo è davvero scaduto. Chi ha la possibilità di agire lo faccia perché il Paese nel tempo gli sarà grato.
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Maurizio Belpietro: La casta (di sinistra) che si salva sempre
>>Da: andreavisconti
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Un rinvio a giudizio non si nega a nessuno. In questa Repubblica a sovranità giudiziaria da almeno 15 anni le Procure non fanno mai mancare a un inquisito – soprattutto se di rango - un bel processo. La regola naturalmente ha un’eccezione. Se l’indagato è un politico di sinistra, o meglio diessino, il dibattimento non si fa. Da Occhetto a D’Alema, non c’è inchiesta che abbia lambito i vertici dell’ex partito comunista che si sia conclusa con una discussione di fronte ai giudici. Poteva andare in modo diverso a Vincenzo Visco? Potevamo avere il piacere di ascoltare in un’aula di tribunale le testimonianze di generali e colonnelli della Guardia di Finanza che accusano il viceministro dell’Economia di aver tentato di destituire i vertici delle Fiamme Gialle che indagarono sull’affare Unipol? Ovviamente il piacere – o se preferite – la legittima curiosità è negata agli italiani.
La storia è nota. Il Giornale la rivelò nel maggio scorso, allorché il nostro Gianluigi Nuzzi scoprì che in una testimonianza di fronte all’Avvocato generale dello Stato il comandante della Gdf, Roberto Speciale, aveva denunciato indebite pressioni da parte di Visco affinché sostituisse i militari che si erano interessati alla mancata scalata di Unipol a Bnl, un affare che vede direttamente coinvolti i vertici della Quercia.
Lo scoop del Giornale e la conseguente rivelazione di testimonianze che confermavano il racconto del generale Speciale provocò un terremoto politico. Ma non quello che ci si aspetterebbe in un Paese normale, ossia la cacciata di Visco. No, accadde esattamente il contrario: invece di quella del viceministro cadde la testa del comandante delle Fiamme Gialle.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Poteva dunque finire con un processo e con l’accertamento in un pubblico dibattimento una vicenda che era già stata politicamente liquidata con un arrogante colpo di mano? Certamente no. Le pressioni e la destituzione di Speciale non potevano che essere archiviate ricorrendo a un cavillo: l’atto di Visco fu illegittimo, ma non illecito.
E a proposito d’archivio. Analogo destino avrà la richiesta del gip Clementina Forleo, il giudice che vorrebbe capire il ruolo dei capi diesse nella scalata Unipol. Sempre ieri la giunta per le autorizzazioni a procedere si è dichiarata incompetente a decidere dell’uso delle intercettazioni di Massimo D’Alema. All’epoca delle telefonate in cui il vicepremier esortava Giovanni Consorte a far sognare i Ds, D’Alema era europarlamentare. Ergo – si sono detti i deputati dopo mesi passati alla ricerca di un escamotage che consentisse di rispedire al mittente la richiesta del gip – non tocca a noi dire sì o no all’uso giudiziario di quelle conversazioni, ma a Bruxelles. Respiro di sollievo della Quercia: il peggio per ora è respinto. E molto probabilmente lo sarà per sempre, giacché le carte della Forleo rischiano di frangersi contro le barriere dell’europarlamento. Non avremo dunque il piacere di sentire D’Alema spiegarci cosa intendesse con quell’«attento alle comunicazioni» rivolto a Consorte e nemmeno scopriremo gli interessi legati a certi appoggi all’Unipol.
La Casta – di sinistra – è salva. Fino a quando? Non lo so. Posso solo dirvi che aspetto il deposito dei documenti delle inchieste su Visco e compagni per poterli pubblicare integralmente. Non ci sarà un dibattimento in aula, ma almeno faremo quello sul Giornale. Convinto come sono che i lettori non hanno alcuna voglia d’archiviare tutto.
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Carlo Lottieri: Cosa c’è davvero di libertario nella Lega?
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Nella riunione di Venezia, Umberto Bossi è tornato a parlare di rivolta fiscale e diritto di secessione, riproponendo (pur con coloriture populiste) temi e proposte della tradizione libertaria. E quando si parla di libertarismo ci si riferisce ormai ad una tradizione per così dire ultra-liberale, che pone al centro la società e avversa lo Stato, rigetta la coercizione in nome dei diritti dei singoli, prefigura un ordine giuridico basato sul più rigoroso rispetto della proprietà privata e sul diritto di negoziare, associarsi, creare istituzioni su base volontaria. E che considera legittima, per le comunità e ancor più per gli individui, l’aspirazione a staccarsi dalle istituzioni attuali per crearne di nuove.
Nella storia del leghismo i temi libertari sono una sorta di fiume carsico. Basti ricordare che nel 1993 la ripubblicazione in italiano del grande saggio di Henry David Thoreau sul diritto di ribellarsi fu patrocinata dal professor Gianfranco Miglio, certamente la migliore intelligenza avvicinatasi alla Lega. Mentre per Romano Prodi «gli italiani non possono approvare ciò che va contro la legge», introducendo il classico americano Miglio affermava allora che «i popoli liberi e meglio ordinati sono proprio quelli che si permettono ogni tanto di ribellarsi», contestando il fisco e le norme vigenti: come fecero gli inglesi a fine Seicento o gli americani un secolo dopo. D’altra parte, per alcuni anni «basta tasse, basta Roma» non è stato solo uno slogan efficace, ma anche la traduzione in forma estremamente concisa della lezione dello studioso comasco.
>>Da: andreavisconti
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Quando così nel 1996 la Lega usò in maniera massiccia gli argomenti più semplici e convincenti dell’armamentario liberale, il successo fu sorprendente e Bossi superò la soglia del 10%. Rivendicando a voce alta il diritto di votare sull’indipendenza del Nord, la Lega interpretò attese diffusissime. In maniera istintiva, infatti, molti elettori settentrionali sono fortemente antistatalisti: detestano lo Stato e le tasse perché sono persuasi (non certo a torto) che una parte rilevante dei loro contributi vada al Sud e alimenti un assistenzialismo fallimentare. Essi si chiedono pure quanto migliore sarebbe la situazione se invece che essere obbligati a comprare i servizi di Stato potessero tenersi i loro soldi e fare da sé. Sono infine convinti che il moltiplicarsi di Stati e staterelli costringerebbe le classi politiche a essere più economiche ed efficienti, a costare meno e produrre meglio: esattamente come accade nei cantoni svizzeri tanto cari all’immaginario del movimento.
Se questo humus libertario esiste ed è importante, è però vero che a più riprese la dirigenza leghista ha pure compiuto scelte di segno opposto. Non ci si riferisce soltanto a quanto gli eletti hanno fatto, o non fatto, una volta ottenute posizioni di rilievo: come sindaci o ministri. Ancor più importante è ricordare che contro i diritti e gli interessi dei consumatori la Lega è stata spesso in prima linea nella battaglia protezionista volta a fermare le T-shirt cinesi in vendita a pochi euro. E se il primo movimento popolare libertario è stata la Anti-Corn Law League di Richard Cobden, che nella prima metà dell’Ottocento mobilitò le masse per abbattere le dogane nell’interesse della povera gente, oggi i libertari chiedono l’abbattimento di tutte le tasse: dazi inclusi.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Per quanti sono coerentemente antistatalisti è difficile scindere il diritto di secedere da uno Stato dal diritto di scartare i produttori che non ti soddisfano più, comprando dove si vuole.
C’è infine un’ultima considerazione. Fino ad ora la Lega ha usato un linguaggio venato di temi libertari quando si è trovata all’opposizione, a Roma come in periferia, mettendolo subito da parte una volta entrata nelle stanze dei bottoni. Il «basta tasse», insomma, è apparso troppo spesso strumentale e incoerente. E forse questo spiega anche il netto distacco da parte di una fetta considerevole dei suoi elettori di un tempo.
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Francesco Damato: Ma il voto di preferenza non serve solo a Grillo
>>Da: andreavisconti
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Il nostro Massimo Teodori ha esposto sul Giornale di giovedì scorso, a proposito del «grillismo» e dei «falchetti» che gli volteggiano attorno, l’analisi critica forse più penetrante fra tutte quelle che mi sia capitato di leggere dopo le invettive scurrili lanciate contro i partiti dal comico genovese. Il quale ne vorrebbe «la distruzione» considerandoli tutti «un cancro», ad eccezione evidentemente di quello ch’egli sembra tentato di costruire sulle liste civiche sollecitate per le prossime elezioni comunali.
Non condivido tuttavia il tono un po' troppo apodittico con il quale l’amico Teodori ha liquidato la presunta «banalità» della «reintroduzione delle preferenze» come rimedio ad una delle proteste di Grillo, purtroppo giustificatissima, contro i parlamentari solo formalmente eletti, in realtà nominati dai rispettivi partiti grazie al sistema vigente delle liste bloccate dei candidati.
Secondo Teodori sarebbe «un rimedio peggiore del male» il ritorno al voto di preferenza. Ma perché? Contrariamente a quanto ritengono in molti, esso non fu abolito per raccogliere l’istanza popolare espressa dal referendum del 1991: quello che Bettino Craxi e Umberto Bossi, pur da sponde opposte, invitarono inutilmente a disertare raccomandando di andare piuttosto «al mare».
>>Da: andreavisconti
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Quel referendum chiedeva di abolire, e abolì, le preferenze plurime, lasciando agli elettori il sacrosanto diritto di esprimerne una sola, come avvenne nelle elezioni dell’anno dopo. A sopprimere il diritto alla preferenza fu nel 1993 il Parlamento, peraltro già in via di scioglimento anticipato, con una legge elettorale concordata fra la segreteria del Pds-ex Pci e quella della Dc. Che era appena passata nelle mani della sinistra con Mino Martinazzoli ed era interessata ad espugnare con il sistema appunto delle liste bloccate anche i gruppi parlamentari del partito, dove le correnti moderate e anticomuniste grazie proprio al voto di preferenza erano sempre risultate in maggioranza. Una volta acquisito il controllo anche dei nuovi gruppi parlamentari con le liste bloccate della quota proporzionale, la sinistra scudocrociata riuscì dopo le elezioni del 1994 a spostare quel ch’era rimasto della Dc, e che si chiamava Partito Popolare, nello schieramento rosso che portò nel 1996 Romano Prodi a Palazzo Chigi.
L’abolizione del voto di preferenza non è servita neppure ad un altro scopo reclamato dai suoi detrattori: quello di contenere i costi delle campagne elettorali, che sono continuati a salire. Così come non mi sembra cessata la tentazione di vendersi il voto, questa volta di lista, in chi era abituato a vendersi le preferenze, specialmente al sud, dove allignano maggiormente clientelismo e partiti dal prefisso telefonico che tengono in pugno l’accidentato e forse esausto bipolarismo italiano.
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Video di Zawahiri
>>Da: andreavisconti
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Il numero due di Al Qaida registra un video di 80 minuti diffuso dai siti islamici. Con un ricordo dell'11 settembre con la voce di Atta durante l'attacco. Il leader: "Attacchiamo il Pakistan"
Il Cairo - Al Qaida ha annunciato oggi la prossima diffusione di un nuovo messaggio di Osama bin Laden, con il quale il leader della rete terroristica dichiarerà guerra al presidente pachistano Pervez Musharraf. L’annuncio giunge proprio nel giorno della diffusione del nuovo video del numero due di al Qaida, Ayman al Zawahiri, che ha parlato della "sconfittà Usa in Iraq e in Afghanistan". Un annuncio pubblicato su un sito internet islamico avverte sulla prossima diffusione di un video o di un audio di Osama bin Laden, con il quale il leader di al Qaida dichiarerà guerra al presidente pachistano Musharraf. "Presto, a Dio piacendo, unitevi alla Jihad dello sceicco Osama bin Laden, che Dio lo protegga", si legge sull’annuncio. "Urgente: al Qaida dichiara guerra al tiranno Pervez Musharraf e al suo esercito apostata, nelle parole di Osama bin Laden", si aggiunge.
>>Da: andreavisconti
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Al Zawahiri Gli Stati Uniti sono andati incontro a pesanti sconfitte in Afghanistan, in Irak, in Somalia e nel Nordafrica. A sostenerlo è il numero due di al Qaida, Ayman al Zawahiri, in un nuovo video di 80 minuti diffuso oggi su un sito internet islamico. "Ciò che loro definiscono la più grande potenza della storia è oggi sconfitta dall’avanguardia musulmana della jihad, sei anni dopo i due raid (aerei, ndr) su New York e Washington", dice Zawahiri, che parla da una stanza che sembra essere un ufficio. Accanto a lui, le immagini mostrano libri religiosi e una mitragliatrice. "Gli stessi crociati sono stati testimoni della loro sconfitta in Irak per mano dei mujaheddin, che hanno condotto la battaglia dell’Islam nel cuore del mondo islamico", commenta ancora il numero due di al Qaida, utilizzando quasi le stesse parole in riferimento all’Afghanistan. "Gli stessi crociati sono stati testimoni della loro sconfitta in Afghanistan per mano dei leoni talebani". Il video si apre però con una registrazione vocale di Mohammed Atta, il leader dei dirottatori dell’11 settembre. Si tratta del primo tape di Atta dopo quello rilasciato nel 2004 della Commissione sull’11 settembre. "Nessuno si muova. Andrà tutto bene. Chiunque proverà a compiere un movimento recherà danno a sé stesso e all’aereo. State calmi", dice Atta, la cui voce sembrerebbe registrata durante il dirottamento.
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L’Iran minaccia: il 12 ottobre «risposta definitiva» a Israele
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«Il piano d’attacco è pronto, i nostri aerei sono già puntati contro lo Stato ebraico»
Se Israele attaccherà l’Iran, le forze armate di Teheran hanno già pronti piani di attacco di rappresaglia contro lo Stato ebraico. Lo ha dichiarato il comandante dell’aeronautica iraniana citato dall’agenzia Fars.
L’Iran ha minacciato una «risposta definitiva» - verosimilmente militare - a Israele e ai suoi amici, in occasione della Giornata di Gerusalemme, che le autorità della Repubblica islamica celebreranno il prossimo 12 ottobre. A formulare la minaccia è stato ieri il portavoce del governo Gholam-Hossein Elham, nel corso di un incontro con la stampa a Teheran. Secondo il resoconto fornito dall’agenzia Irna, quella di Teheran sarebbe una risposta alla visita nella regione del segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice.
La Giornata di Gerusalemme (Al Quds in arabo) è stata istituita nel 1979 dall’ayatollah Khomeini e viene celebrata l’ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan.
Ogni anno la celebrazione offre lo spunto ai governanti iraniani per evocare la distruzione di Israele, definita dalla Guida suprema, l’ayatollah Khamenei, «l’unico modo per risolvere tutti i problemi del Medio Oriente».
«Abbiamo un piano che prevede, nel caso di un eventuale attacco di pazzia» del governo israeliano, «che i cacciabombardieri iraniani colpiscano per rappresaglia il territorio israeliano», ha detto il vice comandante dell’aeronautica, Mohammed Alavi. Gli aerei iraniani sono già puntati contro lo Stato ebraico, ha aggiunto. «La gittata dei nostri missili copre l’intero territorio di quel regime. Questo piano non è una vana minaccia, perché tutto quello che facciamo è basato su un programma. Israele dovrebbe togliersi dalla testa ogni follia».
>>Da: andreavisconti
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«Israele non è in grado di lanciare nessun attacco aereo contro l’Iran, ma se il regime fosse così stupido dal farlo, abbiamo definito un piano per un attacco aereo contro il territorio di Israele come risposta», ha quindi dichiarato Alavi, che fa parte dell’apparato militare tradizionale, non dei guardiani della rivoluzione. Il ministro della Difesa iraniano, Mustafa Mohammed Najar, ha precisato, usando la stessa retorica degli Stati Uniti, che Teheran «mantiene aperte diverse opzioni per rispondere alle minacce... e a cui fare ricorso se necessario».
La Casa Bianca ha subito replicato alle dichiarazioni di Alavi: «Credo che questo tipo di commenti non aiutino, non siano costruttivi e sembrano quasi provocatori», ha affermato la portavoce di George W. Bush, Dana Perino, spiegando che «Isreale non vuole la guerra con i suoi vicini», e ha esortato la Repubblica islamica a bloccare le attività di arricchimento dell’uranio.
Israele, dal canto suo, prende «sul serio» le dichiarazioni del vice comandante dell’aeronautica iraniana, che ha parlato dell’esistenza di un piano per colpire Israele, nel caso in cui lo Stato ebraico attacchi Teheran.
«Sfortunatamente ascoltiamo troppo spesso dichiarazioni bellicose, estreme e detestabili dalla dirigenza iraniana», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Mark Regev, il quale ha sottolineato che lo Stato ebraico «prende queste minacce molto seriamente, così come fa la comunità internazionale».
IL GIORNALE
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Israele sigilla Gaza: "È un’entità nemica"
>>Da: andreavisconti
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Si aggrava la situazione dopo la decisione di Gerusalemme di non tollerare oltre i lanci di razzi Kassam. La Rice ieri nella capitale e oggi a Ramallah. Lo Stato ebraico proclama la Striscia "entità ostile" e minaccia di tagliare luce e benzina. Gli integralisti promettono di rispondere con le armi
Gerusalemme - «Un’entità nemica»: così il governo israeliano ha proclamato ieri la Striscia di Gaza, passata dopo una sanguinosa lotta con Fatah sotto il controllo di Hamas, e sgomberata da Israele nell’agosto del 2005. La scelta dell’esecutivo del premier Ehud Olmert è stata raggiunta al termine di lunghe discussioni sulla base di una proposta del ministro della Difesa, l’ex premier Ehud Barak, e viene spiegata così: «Hamas è un’organizzazione terroristica che ha preso il controllo della Striscia di Gaza, che si è trasformata in territorio ostile... Il movimento estremista ha la responsabilità per questa attività... si è dunque stabilito di adottare le raccomandazioni dei responsabili della sicurezza, incluse la continuazione delle operazioni militari e antiterroristiche».
Ma il governo israeliano promette anche misure completamente nuove, come quelle del restringimento del passaggio di vari beni, la riduzione del rifornimento di benzina e di elettricità. La formulazione resta ambigua, per cui non sembra imminente, per esempio, il taglio della luce elettrica o dei medicinali. Non dice quando il blocco entrerà in vigore e, anzi, promette di tenere conto degli aspetti umanitari. Tuttavia, la svolta c’è stata e Israele è adesso intento a valutarne le implicazioni legali e internazionali; Hamas reagisce irritata, affermando che riterrà Israele responsabile di tutto quello che potrà derivare da questa scelta che, annuncia il partito integralista palestinese, equivale a «una dichiarazione di guerra», alla quale promette di rispondere. Hamas cercherà comunque appoggio internazionale per evitare che Israele proceda nella sua decisione. Anche il presidente palestinese Abu Mazen, avversario di Hamas, condanna la scelta di Olmert. E preoccupato si è detto il segretario generale dell’Onu, il sudcoreano Ban Ki-moon.
>>Da: andreavisconti
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«Purtroppo - dice il ministro degli Interni israeliano Avi Dichter - i palestinesi si rifiutano di prendere atto che l’occupazione di Gaza è terminata da due anni e, nonostante ciò, noi restiamo l’obiettivo dei loro missili Kassam e dei loro attentati. Ecco cosa riceviamo in cambio di denaro, luce, benzina e assistenza medica». Il segretario di Stato americano, la signora Condoleezza Rice, giunta ieri a Gerusalemme, ha detto ieri al ministro degli Esteri israeliano, la signora Tzipi Livni, che «anche per noi Hamas è un’entità nemica». E lo ha ribadito nell’incontro che ha avuto poi con Barak.
La Rice sarà oggi a Ramallah per proseguire nella problematica preparazione della conferenza di pace di novembre (che ora Abu Mazen sembra voler rimandare e su cui i sauditi, perno di un possibile schieramento moderato anti-iraniano, nicchiano) e spera di calmare israeliani e palestinesi promettendo a entrambe le parti, in questo clima di guerra, un’aurora che appare sempre meno rosea.
>>Da: andreavisconti
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Perché Israele ha stabilito di sfidare l’opinione pubblica internazionale con questa mossa a Gaza? Perché il confronto con Hamas è stato ultimamente molto duro e l’episodio della settimana scorsa alla base di Zikim, dove sono stati feriti da un Kassam 96 soldati, ha acuito la tensione. Non è passato quasi giorno, dal ritiro israeliano dalla Striscia, senza che razzi fossero lanciati sulla popolazione della città di Sderot. In questi anni i Kassam hanno fatto 12 morti e dozzine di feriti, decine gli edifici distrutti. L’economia locale è in rovina. I bambini vivono in stato di choc e di continuo allarme con le sirene che li chiamano più volte al giorno nei rifugi. Attaccare Israele è lo strumento che consente ad Hamas di controllare la gente di Gaza, stanca e scontenta, soprattutto per lo scontro con Fatah. E nella Strisca gli «iraniani», veri o loro simpatizzanti, diventano parte del paesaggio. Hamas ha lanciato anche nei territori della Cisgiordania una campagna di attacchi terroristici su larga scala e prepara, importando tonnellate di tritolo e di armi moderne nascoste in gallerie, il terreno per una guerra totale: lo stile è quello degli hezbollah, ormai il modello di Hamas che si sente piena parte dell’esercito dell’integralismo islamico, guidato dall’Iran, che punta alla riconquista islamica.
Hamas ha sempre basato la sua teoria bellica sulla mobilità dei missili trasportabili a spalla da un solo uomo (ne ha sparati in questi mesi 3.000); ora è arrivato anche un tipo di arma balistica che, per la prima volta, pone Israele nella condizione di essere bersagliato da nord e da sud dai razzi iraniani: dalla Siria, dagli hezbollah in Libano e da Gaza. La decisione adottata ieri dal governo israeliano vuole quindi evitare che Gaza diventi una base incontrollabile da cui partano attacchi ancor più pericolosi per lo Stato ebraico, siano essi portati con razzi che con incursioni di guerriglieri. Una mossa che mira anche a indebolire e far cadere il governo locale di Hamas, ma pure a neutralizzare i tentativi di Hamas di affondare il summit previsto a Washington in novembre.
Fiamma Nirenstein
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La moglie di Litvinenko: «Mio marito ucciso dai giochi sporchi di Putin»
>>Da: andreavisconti
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Marina Litvinenko: «La morte di Aleksandr fu pianificata dal Cremlino per incolpare gli oppositori in esilio»
Non piange più, Marina Litvinenko. Ora è forte, determinata come le donne russe sanno essere dopo una tragedia. Ora chiede giustizia: vuole che i responsabili della morte di suo marito Aleksandr, detto Sasha, l’ex spia del Kgb uccisa con il polonio-210 a Londra, paghino per quel che hanno fatto. In cuor suo non ha mai avuto dubbi sul mandante e sugli esecutori, ovvero il Cremlino e i servizi segreti dell’Fsb, ma è altamente improbabile che ottenga giustizia in tribunale. E allora combatte attraverso i media, facendo appello all’opinione pubblica internazionale. Ieri era a Milano, accompagnata da Alex Goldfarb (scienziato dissidente e grande amico di famiglia), con cui ha scritto il libro Morte di un dissidente (pagg. 386, Longanesi editore), dedicato all’incredibile vicenda Litvinenko.
Alex e Marina mi ricevono in un hotel milanese. L’intervista è a lei, ma lui interviene volentieri aggiungendo dettagli e considerazioni. Sono sempre d’accordo.
A distanza di dieci mesi dall’assassinio si è capito chi ha fornito il polonio?
«Questa è una sostanza radioattiva molto rara. L’Fsb da solo non poteva reperirla; a dargliela sono stati degli scienziati. Ma in Russia solo la Rosatom (ovvero l’Agenzia federale dell’energia atomica diretta dall’ex premier Kirienko), ha accesso al polonio-210. È evidente che c’è stato un coordinamento tra l’ex Kgb e l’ente nucleare».
Ma perché ucciderlo? Aveva scoperto qualcosa di compromettente?
«No e non è stato certo assassinato per vendetta per le sue denunce sul coinvolgimento dei servizi negli attentati della fine degli anni Novanta. L’impressione è che la sua morte rientrasse in un piano sofisticato per screditare l’oligarca Berezovsky e l’ex ministro ceceno Zakaev, entrambi in esilio a Londra. Il Cremlino avrebbe potuto facilmente far uccidere uno di loro, ma così la sua responsabilità sarebbe stata palese».
>>Da: andreavisconti
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E invece?
«Siccome Sasha Litvinenko negli ultimi tempi si era allontanato da Berezovsky, la sua morte avrebbe reso plausibile il coinvolgimento del magnate nell’omicidio e dunque facilitato la sua estradizione in Russia, che finora non è mai stata concessa dal governo britannico».
Cos’è andato storto?
«Il fatto che Sasha sia sopravvissuto per diversi giorni e la scoperta dell’agente killer, il polonio le cui tracce hanno permesso di risalire ad Andrei Lugovoi, l’indiziato numero uno».
Tracce così vistose da far pensare a dei dilettanti più che a dei professionisti...
«Il punto è che lo stesso Lugovoi non sapeva di trasportare una sostanza altamente radioattiva, pensava che nella fiala ci fosse un arsenico. Insomma, hanno usato quest’uomo a sua insaputa. Non hanno comunque rinunciato alla tesi originaria. Al contrario: insistono nel dire che il mandante è a Londra».
E intanto Zhirinovsky candida Lugovoi in Parlamento. Come ha reagito alla notizia?
«Cerco di non lasciarmi prendere dall’emozione. Certo questo sviluppo non mi piace affatto. Lugovoi sostiene di essere innocente, ma allora dovrebbe andare a Londra a difendersi Invece ora scende addirittura in politica; con la benedizione di Putin è diventato una celebrità, un simbolo della Russia che resiste e non indietreggia di fronte alla Gran Bretagna. Ma questa è una farsa».
>>Da: andreavisconti
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E quale sarebbe la verità?
«Lugovoi non è un eroe, ma un traditore. E recita un copione scritto dal Cremlino. Di certo non può dire la verità liberamente».
Ma per quale ragione il Cremlino avrebbe osato sfidare platealmente il governo britannico?
«Perché questa è la mentalità del Kgb. C’è un precedente significativo. Nel 2004 uccisero in Qatar l’ex presidente ceceno Zelimkhan Yandarbiyev dopo che l’emiro aveva rifiutato l’estradizione. Putin non ha mai capito perché Blair si ostinasse a proteggere Berezovsky, considerato un amico dei ceceni. È questo il punto. L’omicidio di Sasha è l’estensione della guerra ai separatisti. Il messaggio è: il mondo non si immischi nei nostri affari».
Marcello Foa
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Turchia, svolta islamica: "È ora che il velo entri nelle università"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il premier Erdogan: "Vogliamo uno Stato europeo ma le ragazze devono vestirsi come credono"
L'unica cosa certa è che ieri la parola «laicità» non l'ha nominata nemmeno una volta. Per il resto si può solo aspettare e sperare in un atto di buon senso. Ma, a leggere quello che Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato al Financial Times, sembra chiaro che il partito islamico moderato al potere in Turchia sia più che determinato a rendere libero l'utilizzo del velo anche dove adesso è vietato, cioè nelle università.
La polemica è alta e alcune istituzioni laiche della Repubblica hanno fatto sapere che sono pronte a dare battaglia. Forse anche per questo ieri pomeriggio il premier è comparso a grande sorpresa davanti alle telecamere. La motivazione ufficiale era quella di parlare dei lavori sulla revisione della Carta costituzionale, quella ufficiosa tranquillizzare gli animi. E per farlo Erdogan ha usato la più astuta delle armi: l'ingresso del Paese in Unione europea.
«Quella a cui stiamo lavorando - ha spiegato il premier in diretta - non è la costituzione dell'Akp, ma la nuova legge madre di tutto lo Stato turco e sarà una legge in grado di regolare uno stato moderno e democratico». Erdogan ha anche aggiunto che sulla bozza si confronteranno anche esponenti del mondo accademico e della società civile. Visto così il discorso del premier rientrerebbe nella più ovvia delle routine politiche. Ma ieri mattina tutti i quotidiani locali aprivano con una notizie che di ordinario aveva ben poco.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L'altra notte gli alti dirigenti del partito di maggioranza, Erdogan incluso, sono stati per otto ore a dibattere su uno dei punti più spinosi della nuova Costituzione: abolire il divieto di indossare il velo islamico. Secondo anticipazioni riportate dai quotidiani Hurriyet e Zaman, la formula pensata dal primo ministro sarebbe la seguente: sì al velo islamico se motivato da una libera scelta negli atenei, purché sia quello della tradizione turca, composto da una cuffia sovrastata da un foulard. Resta quindi escluso il chador e altri tipi di copertura che non si limitino alla testa. Alle indiscrezioni sulla riunione sono seguite le dichiarazioni di Erdogan al Financial Times di ieri, rimbalzate su tutti i media turchi: «Il divieto sull'utilizzo del turban deve finire. Le ragazze devono essere libere di poter andare all'università come credono. Nei Paesi occidentali non ci sono problemi su questo aspetto, ma in Turchia sì, e credo sia compito della politica risolverli».
Motivazioni sufficienti per fare gridare i rettori delle università turche all'allarme e minacciare il governo di ricorrere alla Corte europea per i diritti umani se non desisteranno dai loro propositi. L'opposizione è preoccupata per la tenuta della laicità nel Paese, i militari per il momento tacciono. Ed Erdogan è intervenuto in televisione per tentare di sviare il discorso. Durante il suo intervento il velo islamico non lo ha mai citato. Ma a fine conferenza, messo alle strette dai giornalisti, ha dovuto affrontare l'argomento. E tutta la diplomazia usata fino a quel momento è andata a rotoli. Dopo aver invitato i rettori delle università a occuparsi del loro lavoro, il primo ministro ha detto: «Non abbiamo ancora deciso nulla. I lavori sono ancora in corso, prima di criticarci potrebbero almeno aspettare che siano finiti».
Insomma, Erdogan chiede tempo e fiducia. In compenso il neoeletto presidente della Repubblica la sua scelta sembra già averla fatta. Due giorni fa si trovava a Cipro Nord in visita ufficiale con la moglie velata Hayrunissa. Ai giornalisti che gli chiedevano sulle future presenze pubbliche della first lady, Gül ha risposto: «Sarà sempre al mio fianco, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro».
Marta Ottaviani
>>Da: Fabiano
Messaggio 3 della discussione
Come dire:
Il Lupo cambia il pelo ma non il vizio.
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I bimbi diabetici rischiano di vivere 20 anni in meno
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Dai dieci ai vent’anni di aspettativa di vita in meno rispetto ai coetanei. È la condanna per i bambini diabetici non curati adeguatamente, poco seguiti, o impossibilitati ad accedere alle medicine necessarie. L’allarme viene lanciato dallo studio «Diabetes Youth Charter», promosso da Novo Nordisk e dalla Federazione Internazionale Diabete (Idf) e presentato nel corso del 43° Meeting annuale della Società Europea per lo studio del Diabete (Easd) ad Amsterdam. Cresce di anno in anno il numero di bambini che si ammalano di diabete nel mondo, un incremento annuo del 3 per cento definito dagli esperti «allarmante». Un fenomeno dovuto soprattutto alla cattiva alimentazione (e la conseguente obesità) e all’inattività. Ma è in crescita, e ancora non sono chiari tutti i motivi, anche il diabete di tipo 1, quello congenito, che colpisce ogni anno 70.000 bambini. Cifre rilevanti, che si accompagnano secondo lo studio a un problema in alcuni casi drammatico di accesso alle cure o di modalità di cura.
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Obeso un italiano su dieci Visite gratis in 170 città
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L’Associazione di dietetica e nutrizione clinica ha indetto per il 10 ottobre l’Obesity-day
Prendete nota e fissatevi una data importante: il 10 ottobre, giorno dell’Obesity day. In quest’occasione, chiunque ha problemi di linea potrà presentarsi in uno dei 170 centri italiani dell’Adi, l’Associazione di dietetica e nutrizione clinica, e farsi visitare. Peso, altezza, massa corporea e infine il verdetto: non c’è da disperarsi se si rientra nella categoria dei grassi, cioè di chi è in sovrappeso o peggio di chi è obeso. Gli specialisti offriranno consigli e diete adeguate per recuperare il peso forma e controlleranno se il paziente presenta rischi cardiovascolari. Il tutto gratuitamente, e questo significa che si potrà risparmiare almeno 80 euro mediamente richiesti da un qualsiasi dietologo privato per elargire buoni consigli.
L’iniziativa è meritevole quanto necessaria. In Italia, come nel resto del mondo occidentale, i grassi sono tanti. E se non li vogliamo chiamare così, possiamo sempre utilizzare il termine sovrappeso per non allarmare troppo il pubblico. Ma sempre di ciccia si parla. I numeri lo confermano. Su cento italiani, ben 44 devono litigare quotidianamente con i chili di troppo. Di questi 44, ben 10 sono obesi, mentre gli altri 34 sono in sovrappeso. In numeri assoluti, la popolazione di obesi in Italia è di 4 milioni 700 mila, con un incremento di circa il 9 per cento rispetto a un anno fa. Un identikit preciso dell’obeso-medio non è ancora stato delineato anche se i chili di troppo sembrano preferire i giovani maschi che ingrassano più degli altri seguiti dagli anziani. L’incremento dell’obesità infatti, è stato rilevato nei giovani adulti tra i 25 e i 44 anni. Al crescere dell’età la quota di soggetti con problemi di peso aumenta: sono il 2,1 per cento le persone obese tra i 18 e i 24 anni mentre il valore massimo del 15,6 per cento si trova nella fascia di età 65-74 anni.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Analogo andamento vale per le persone in sovrappeso: tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni la
percentuale è di circa il 13,1 e raggiunge il livello massimo (46,1 per cento) tra i 65 e i 74 anni. L’eccesso di peso è inoltre più diffuso tra gli uomini, (uno su quattro dovrebbe dimagrire qualche chilo) a differenza delle donne che stanno più attente alla linea (solo 26,6 ha problemi di bilancia)
Ma l’Italia è lunga e le abitudini alimentari tra le varie regioni incidono sul peso corporeo della popolazione. Così, sempre per restare sui numeri, si scopre che le persone obese si concentrano soprattutto in Basilicata e in Molise, rappresentano infatti oltre il 13% dell’intera popolazione. Ed è sempre al Sud la situazione più critica dove la media degli obesi raggiunge quota 11,6 contro l’8,4% del Nord–Est. Diversa la condizione nelle isole. In Sardegna la quota si ferma all’ 9,4% , in Sicilia raggiunge l’11,6 per cento.
L’Italia dunque si impigrisce sempre più anche se, una nota consolatoria, rimane ancora tra i livelli più bassi in Europa per l’obesità degli adulti. Non parliamo poi degli Stati Uniti dove la piaga dell’obesità colpisce già i quindicenni e dove tre persone su dieci usa una taglia extralarge. Nel nostro paese, invece, su cento persone oltre i 18 anni, 9,8 sono obese, 34,2 sono in sovrappeso, 52,6 sono normopeso e 3,4 sono
sotto il peso forma. Una situazione da tenere sotto controllo tanto che il presidente dell’Adi, Giuseppe Fatati,
ha lanciato un appello alle istituzioni. «L’amministrazione comunale di Los Angeles sta varando una legge per bloccare nuove licenze di fast food per i prossimi due anni. È una proposta molto sensata che dovrebbe imitare anche l’Italia». Michela Barichella, presidente dell’Adi Lombardia ricorda invece che l’obesità non solo un problema estetico, perché provoca danni per la salute. «La maggior parte delle persone associa questa malattia a problemi estetici e sociali – spiega l’esperta- ma il sovrappeso porta a complicanze gravi di salute, come ipertensione e diabete».
Enza Cusmai
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Nasce «Pavarotti-City»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L’assessore alla cultura: «Sul lungomare abbiamo già 10 vie in onore di Fellini»
Da circa 10 anni Fellini trascorre le vacanze a Nova Siri, in provincia di Matera. E dalla prossima estate gli farà compagnia anche Pavarotti. Infatti alle 10 strade dedicate al papà di tutti gli amarcord, si aggiungeranno presto altre 15 vie in onore del celebre tenore scomparso il 6 settembre.
Il merito di aver portato il grande Federico e l’altrettanto «big» Luciano in questo spicchio di Basilicata affacciata sul Mar Jonio è dell’assessore-artista Gaetano Dimatteo: 58 anni, apprezzato pittore e scenografo, «amico della contessa Marta Marzotto».
«Diventeremo il centro balneare con il maggior numero di vie dedicate a Pavarotti - spiega al Giornale Dimatteo, che da sempre ha un debole per la cultura e lo spettacolo -. A spingermi a questa iniziativa, che ha subito trovato il consenso del sindaco, è la passione per la lirica e per la maestria di Pavarotti. Un artista che merita di essere ricordato solo per la sua voce e non certo per i pettegolezzi da gossip sul suo testamento».
Il pacchetto toponomastico offerto dall’amministrazione di Nova Siri al cantante lirico comprenderà l’intera zona residenziale che sorge al di là del ponte che unisce Nova Siri Marina a Nova Siri paese (circa settemila abitanti che nella bella stagione diventano più del doppio).
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I tanti turisti che in estate si godono il mare pulito e la bella spiaggia potranno così muoversi tra il lido che parla la lingua dei film che hanno reso immortale il cinema di Fellini (i vari tratti del lungomare si chiamano «La strada», «Amarcord», «Giulietta degli spiriti», «Luci del varietà», «La voce della luna», «Tre Passi nel delirio») e il centro storico punteggiato dalle targhe col nome del tenore e un’opera specifica da lui interpretata («Via Luciano Pavarotti, Aida», «Via Luciano Pavarotti, Boheme», senza dimenticare Traviata, Carmen, Aida, Rigoletto ecc.).
«Amo Pavarotti da sempre e conosco ogni passo della sua carriera – racconta l’assessore –. Durante un viaggio di studio a Modena, negli anni ’70, lo incontrai personalmente: una cartolina indelebile nell’album dei miei ricordi più belli».
Dimatteo sta ora già preparando la relazione che dovrà prima essere approvata in giunta e successivamente in Consiglio comunale. «La mia idea ha suscitato consensi unanimi - sottolinea Dimatteo -, anche alla luce del successo già ottenuto con Fellini, al quale sono dedicate più strade di quante gliene abbiano intestate a Rimini, sua città natale».
Ma a Nova Siri, come in qualsiasi altra città d’Italia e del mondo, non si vive solo di intestazioni stradali a questo o a quel personaggio famoso. Residenti e turisti vorrebbero dalle istituzioni un maggiore impegno anche sul fronte dei servizi e delle infrastrutture; magari cercando di evitare sprechi e cattedrali nel deserto.
Un esempio per tutti: il bellissimo stadio di fronte al complesso alberghiero Akiris, inaugurato e subito abbandonato a sé stesso ormai da anni. Un gioiello trasformato in rudere.
Uno spreco di denaro pubblico che indignerebbe anche Fellini e Pavarotti.
Nino Materi
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Via Poma, goccia di sangue riapre il giallo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Tutto da rifare. La decisione è stata presa nella tarda serata di ieri, dopo la consegna da parte della procura della lista dei ragazzi che hanno barato: i test per l’ammissione alle facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’università di Bari non sono validi. Lo ha annunciato il rettore, Corrado Petrocelli, il quale parla di «scelta dolorosa» e precisa che alle prossime prove potranno partecipare anche i ragazzi indagati. I quiz sono al centro di una vasta inchiesta che riguarda anche quelli sostenuti ad Ancona e Chieti. Gli inquirenti nel corso degli accertamenti, condotti con riprese filmate e intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno scoperto un’organizzazione in grado di assicurare il via libera alle facoltà grazie a vere e proprie centrali operative: da qui venivano fornite risposte esatte che approdavano sui telefoni cellulari dei concorrenti, per l’occasione vestiti di bianco e nero in modo da riconoscersi.
In un primo momento l’ateneo di Bari sembrava intenzionato a escludere solo i concorrenti già nel mirino della magistratura, ma ieri sera è stata scelta una linea diversa. Una linea che non è quella del ministero dell’Università e della Ricerca: da Roma, infatti, viene precisato che l’annullamento di tutti i test è «un’autonoma valutazione del rettore di Bari» e che nei giorni scorsi l’Avvocatura generale dello Stato aveva fornito un parere opposto rispetto alla strada imboccata dall’ateneo pugliese, chiarendo che le prove dovevano considerarsi nulle solo per «i soggetti specificatamente individuati che hanno violato le regole concorsuali senza che sia necessario procedere all’annullamento dell’intera procedura selettiva». Fatto sta che a Bari è stata presa una decisione diversa, e adesso incombe lo spettro di una valanga di ricorsi: in tanti, tra quelli che hanno superato i test regolarmente, potrebbero infatti rivolgersi alla magistratura amministrativa.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La giornata di ieri era cominciata con la consegna da parte della procura di Bari di una lista di 24 studenti. Su quel foglio ci sono i nomi di concorrenti che – secondo quanto emerso dalle indagini – avrebbero utilizzato i telefoni cellulari durante le prove: sono tutti finiti nel registro degli indagati insieme a una vigilante che a Chieti non avrebbe affatto controllato sul corretto svolgimento delle prove e di un uomo che avrebbe inviato via sms le risposte ai quiz sul telefonino di almeno una matricola che sosteneva i test a Bari. E così adesso sono in tutto 33 le persone coinvolte nell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore del Tribunale Francesca Romana Pirrelli. Ma le indagini sembrano destinate ad allargarsi: i riflettori degli investigatori sono puntati su altri 19 studenti che hanno frequentato un corso di preparazione ai test dietro il quale – è l’ipotesi degli inquirenti – si celava in realtà l’organizzazione che assicurava le risposte esatte.
Nei giorni scorsi il procuratore di Bari, Emilio Marzano, aveva lanciato l’allarme parlando di un fenomeno molto diffuso. Poi l’intervento del rettore Petrocelli, che ha scelto di azzerare tutto chiedendo che il ministero fissi il più presto possibile la data dei nuovi test.
Bepi Castellaneta
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Il Pm anti Prodi insiste: ora accusa carabinieri polizia e sette magistrati
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Altro giro, altra corsa pericolosa. Sulla giostra dei veleni giudiziari calabresi stavolta ci sale l’intera magistratura catanzarese. Un’ulteriore, esplosiva, indagine del pm Luigi de Magistris sui colleghi del suo stesso distretto - trasmessa a Salerno e da qui al Csm - fa passare quasi in secondo piano l’ennesimo blitz degli ispettori del ministro Clemente Mastella ripetutamente attivati all’indomani dell’iscrizione di Romano Prodi sul registro degli indagati nell’inchiesta «Why not?». Gli 007 di via Arenula hanno interrogato a lungo il sostituto che scava sui rapporti tra il premier e alcuni personaggi coinvolti nell’inchiesta su affari e massoneria deviata. Da tempo, de Magistris, è in aperto contrasto con quel procuratore capo Mariano Lombardi che figura tra i numerosi magistrati, politici e avvocati «attenzionati» dallo stesso pm e dal superperito Gioacchino Genchi. Proprio quest’ultimo è l’autore della relazione che imbarazza il Csm laddove - a detta di alcuni consiglieri del Palazzo dei Marescialli - si evidenzia un’attività di indagine nei confronti di sette magistrati, uomini politici, carabinieri e poliziotti, avvocati. Tra le toghe monitorate vi sarebbe, giust’appunto, il procuratore Mariano Lombardi sorpreso a incontrarsi con un indagato eccellente, il cui traffico telefonico è stato scientificamente analizzato andando a caccia della «talpa istituzionale» protagonista di ripetute fughe di notizie. Tra i colleghi «spiati» anche Domenico Pudia, ex procuratore generale, l’ex capo dei gip Antonio Baudi, l’aggiunto Salvatore Murone, il sostituto procuratore generale presso la Corte d’appello, Pietro D’Amico, nonché Giuseppe e Caterina Chiaravalloti, padre e figlia: uno ex procuratore generale e poi governatore calabrese, l’altra in servizio alla Corte d’appello, già presidente del Tribunale della libertà.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il comun denominatore della relazione-bomba allegata da de Magistris è «l’appartenenza nominale dei protagonisti a uno o all’altro schieramento di centrodestra o centrosinistra» che non ha «per nulla condizionato e anzi ha avvantaggiato lo svilupparsi e il perpetuarsi degli accordi trasversali». Il riferimento va alla complicata inchiesta «Poseidone» sull’utilizzo dei fondi per la depurazione delle acque, e alle fughe di notizie a vantaggio degli indagati: «Qui - si legge nella perizia - sono proprio soggetti nominalmente in quota al centrosinistra che si sono prodigati, cercando di fare breccia nelle strutture della polizia giudiziaria quando non è stato possibile carpire dai vertici degli uffici giudiziari, informazioni salienti che avevano dato luogo alle prime fughe di notizie sulle perquisizioni e sulle spedizioni degli avvisi di garanzia». E non solo. Anche le forze di polizia, in special modo i carabinieri, finiscono sott’accusa.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Accusati di non lavorare come dovrebbero, hanno subito l’onta di veder «monitorate» le utenze telefoniche del loro comando generale a Roma e di quello provinciale a Catanzaro. Osserva Genchi: «Chi ha cercato di violare il segreto investigativo del procedimento ha cercato contemporaneamente di permeare le indagini dall’alto - mediante le verosimili delazioni di alti magistrati di Catanzaro - e dal basso, cercando di carpire informazioni utili, e finanche pettegolezzi, dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria che stavano svolgendo le indagini». Gioacchino Genchi osserva che «in oltre 20 anni di carriera non ho mai avvertito l’imbarazzo che oggi avverto nello scrivere questa relazione». Dalle indagini sulle stragi di Capaci e di via d'Amelio del 1992, a quelle sull’allora capo della Procura circondariale della Repubblica di Cagliari, dr. Luigi Lombardini «la vicenda che oggi pare coinvolgere il Procuratore capo Lombardi - insiste Genchi - rappresenta una delle più imbarazzanti indagini su magistrati, della quale il consulente - pur senza volerlo, né tanto meno prevederlo - è oggi costretto a dovere riferire». La perizia si conclude così: «Partendo proprio dalla posizione del Procuratore capo non possiamo non considerare una fra le principali risultanze emerse dalla nostra analisi, che riguarda proprio il possibile assoggettamento di Lombardi - e molto verosimilmente di altri magistrati di Catanzaro - a quello che pare essere l’unico e vero protagonista della fuga di notizie di cui ci stiamo occupando: l’avvocato Giancarlo Pittelli», esponente di Forza Italia. Capitolo delicatissimo, top secret, quello sugli accertamenti svolti sui politici. Sfiorati dalla relazione-Genchi e dall’inchiesta di de Magistris, il presidente della Provincia Michele Traversa, Maurizio Gasparri di An, Jole Santelli di Forza Italia, Pino Galati (Udc) e l’immancabile governatore calabrese, Agazio Loiero.
Gian Marco Chiocci
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«Cellulari senza tasse» Ma Chiti non dice quando
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il governo conferma l’impegno ad abolire la tassa di concessione sugli abbonamenti alla telefonia mobile, ma non è in grado di dire se potrà farlo nella prossima Finanziaria. L’ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti. «Il governo conferma l’impegno preso» ha detto Chiti ma «non so dire in quale forma». Gli ha fatto eco il deputato di Fi, Benedetto Della Vedova: «Chiti, nell’ambito di una risposta debole e reticente, ha confermato l’impegno del governo. Ci aspettiamo che si passi ad atti concreti».
IL GIORNALE
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Bocciati i conti di Roma, promossa Milano
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
L’agenzia di rating Fitch ridimensiona le prospettive finanziarie della capitale
Peggiorano le prospettive finanziarie del Campidoglio mentre restano stabili quelle del Comune di Milano. Il giudizio dell’agenzia internazionale di rating Fitch, doppiamente severo per il confronto, è piombato come una tegola in testa al sindaco di Roma Walter Veltroni proprio mentre presenziava - come leader in pectore del nascituro Pd - alla festa dell’Unità a Milano. Gli analisti di Fitch, pur confermando il rating «AA-» per il Comune capitolino, ne hanno modificato l’outlook da «stabile» a «negativo», soprattutto per la previsione di crescita del disavanzo da 6,5 a 7,5 miliardi di euro e per il continuo ricorso a provvedimenti una tantum, anche da derivati, per coprire il fabbisogno e far quadrare i conti. Insomma, le entrate straordinarie, appunto da derivati, non garantirebbero la necessaria stabilità finanziaria del Campidoglio, per la quale servirebbero, invece, correttivi strutturali.
Il declassamento del rating romano, tra l’altro, arriva proprio alla vigilia del dibattito sul Dpf comunale: una circostanza che ha indotto l’opposizione di centrodestra a ribadire le sue critiche sui conti della giunta Veltroni. «Debito galoppante - spiega il capogruppo di An Marco Marsilio - ed entrate legate a improbabili recuperi dell’evasione Ici e a ottimistiche previsioni di entrate sulle contravvenzioni; oltre a ingegnose operazioni finanziarie che non sono sfuggite agli analisti internazionali». Dalle prime anticipazioni del Dpf capitolino emerge con chiarezza un dato: le imposte e le addizionali comunali non saranno abbassate; come, invece, Veltroni dice di voler fare a livello nazionale. «Non vorremmo che - incalza la CdL romana - con l’acqua alla gola e il rischio di insolvenza per i debiti contratti, Veltroni scateni i vigili urbani e l’esercito degli ausiliari a sparare multe all’impazzata per far quadrare i conti. Una cosa è certa: i mercati finanziari hanno capito il bluff del “modello romano”».
L’assessore capitolino al Bilancio Marco Causi ha subito abbozzato una linea difensiva: «La valutazione espressa dall’agenzia internazionale di rating Fitch sulla performance economica e finanziaria del Comune di Roma - ha detto - è in linea con gli altri recenti giudizi espressi su altre amministrazioni comunali e regionali e si inserisce in un contesto di sviluppo socioeconomico e infrastrutturale (si pensi alla costruzione delle metropolitane) che nella Capitale cresce più rapidamente che in altre realtà. La crescita di Roma, come segnala Fitch, è particolarmente influenzata dalla perdurante assenza di interventi di attuazione del federalismo fiscale e dai ritardi nella predisposizione di strumenti finanziari dinamici aggiuntivi che consentano ai governi di prossimità di far fronte adeguatamente alle funzioni di loro competenza, sia sul fronte della spesa che su quello degli investimenti».
IL GIORNALE
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Mister Esselunga: tutti i colpi bassi delle Coop
>>Da: andreavisconti
Messaggio 11 della discussione
Bernardo Caprotti firma un libro in cui denuncia i soprusi subiti in un sistema dominato dall’intreccio fra cooperative e amministrazioni rosse. La presentazione domani: è la prima conferenza stampa dopo mezzo secolo di silenzio. Il gruppo conferma le indiscrezioni: la catena di supermercati è in vendita C’è sempre una prima volta. Bernardo Caprotti ha trascorso una vita intera nel segno della discrezione e del silenzio. A lui, mister Esselunga, bastava rendere più ricco e variegato il sacchetto della spesa degli italiani. Per mezzo secolo esatto è andata così. Ma ci sono motivazioni che impongono un salto, una discontinuità nello stile di vita, che richiedono, insomma, la prima volta. Bernardo Caprotti domani, contravvenendo a una regola sempre rispettata con dedizione monacale sin dall’apertura del primo supermercato a Milano nel 1957, sarà in conferenza stampa. E presenterà, nientemeno, il libro che ha scritto per raccontare la battaglia durissima combattuta per tutto questo tempo per introdurre nel nostro Paese i princìpi, sacri ed elementari, della libera concorrenza.
Il pamphlet, ruvido come la cartavetrata, si chiama Falce e carrello (Marsilio editore, con prefazione dell’editorialista del Giornale Geminello Alvi), e la dice lunga su quello che mister Esselunga considera il peccato originale del nostro sistema distributivo: la presenza delle Coop. Esatto, avete letto bene. Se c’è un motivo uno per accettare la luce abbagliante dei riflettori e per offrire le proprie esternazioni ai taccuini dei cronisti, aborriti per una vita, è proprio la denuncia dello strapotere della cooperazione rossa che, a sentire il fondatore dell’Esselunga, avvelena i pozzi del capitalismo italiano.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Gli esempi, di cui Il Giornale parlerà nei prossimi giorni, sono infiniti e particolarmente fitte le distorsioni del mercato nelle regioni rosse dell’Italia centrale: in pratica Esselunga è cresciuta nonostante le pressioni, gli sgambetti, le sgomitate del potentissimo concorrente. Il sistema Coop è intrecciato in modo inestricabile, almeno fra Toscana ed Emilia, al potere politico. C’è da aprire un supermercato nuovo? Mister Esselunga compila carte su carte, firma accordi su accordi, paga a prezzi stellari le aree faticosamente individuate, ma poi c’è sempre una difficoltà dell’ultimo momento, un malinteso con qualche amministrazione, un bastone fra le ruote.
Ecco la sorpresa, c’è sempre qualche Coop pronta a scattare con il passo del centometrista e a bruciare i pazienti sforzi compiuti nel tentativo di radicare la presenza di Esselunga sul territorio. Bologna, Modena, Firenze, dove il murodell’ostilità ideologica è stato alzato, guarda la combinazione, nel 1961, proprio come a Berlino. Così si costruisce uno store quando se ne potrebbero aprire quattro o cinque, così strutture ormai logore e inadeguate, realizzate nell’epoca pionieristica dei primi anni Sessanta, non vengono ristrutturate e messe al passo con i tempi. Le merci, per quanto appetibili e a buon mercato, sono esposte in spazi angusti, i parcheggi insufficienti, la presenza in molte città inferiore alla domanda.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
A 81 anni, ci si può preparare con la giusta dose di retorica alla cerimonia degli addii. Caprotti, brianzolo doc proveniente da una solida famiglia borghese, non aveva alcuna intenzione di consegnarci le solite soporifere memorie dell’uomo di successo che ha portato nel nostro Paese un frammento del sogno americano. No, più semplicemente ha scattato una foto per rivelarci con orgoglio dove è arrivato ma, soprattutto, dove non l’hanno fatto arrivare gli arcinemici delle Coop: su Panorama, in edicola domani, la penna nobile di Stefano Lorenzetto, firma di punta del Giornale, racconta la genesi di questo libro polemico, amaro e colmo di speranza, spiega come fu proprio lui a «costringere» Caprotti a trasformarsi in scrittore. Il risultato è questo testo che Caprotti distribuirà in migliaia di copie.
Domani, affiancato dal direttore del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli e da Geminello Alvi, l’autore spiegherà la sua verità davanti ai microfoni. E forse scioglierà un altro rebus: venderà la maggioranza del suo impero a qualche concorrente straniero? Ieri un portavoce ha confermato: «Esselunga è in vendita». Un fatto è certo: Coop, che sembrava, solo due o tre anni fa, pronta a fare un boccone di Esselunga, resterà a bocca asciutta. Caprotti ha deciso di non cedere la sua creatura agli avversari, anzi ha firmato questo documento che ha il valore di una dichiarazione di guerra.
Stefano Zurlo
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Interessante lettera di Bernardo Caprotti sul sole24ore di oggi che dovrebbe far venire il dubbio sul fatto che le "liberalizzazioni" di ricariche telefoniche e apertura dei barbieri il lunedì siano fumo negli occhi per evitare di affrontare i veri problemi del nostro mercato (coop, banche, assicurazioni, utilities, solo per menzionarne alcune).
Il mio atto d'accusa al sistema Coop, cifre alla mano
di Bernardo Caprotti
Presidente di Esselunga
Caro direttore,
lo confesso. Sono imbarazzato, anzi, intimidito. Non sono un uomo pubblico e non ricordo di aver mai scritto su un giornale. Però la gentilezza con la quale me lo si è richiesto, mi ha indotto a cimentarmi. Buona occasione – oltre che per ringraziare pubblicamente – per pubblicamente rispondere all'ultima insolenza del presidente di Ancc, Associazione nazionale cooperative consumatori, Aldo Soldi, che ha appena dichiarato a un giornale che la questione Esselunga appartiene al folklore. Come se noi di Esselunga ogni mattina ci alzassimo, per poi passare la giornata a ballare la tarantella, o ci unissimo alla sagra delle "colombe della pace", tema per tanti anni carissimo alle feste dell'Unità di tutta Italia. Vediamo allora, cifre alla mano, il nostro e l'altrui folklore del 2006. Osserviamo cioè i dati di bilancio delle cinque grandi cooperative (Unicoop Firenze, Coop Adriatica, Coop Estense, Unicoop Tirreno, Coop Liguria) di cui trattiamo nel volume «Falce e Carrello» che sarà presentato domani alla stampa.
I dati, aggregati, li raffrontiamo ai dati 2006 di Esselunga (si veda la prima tabella in basso). È facile constatare che noi abbiamo prodotto, con 132 negozi e la metà degli addetti, un risultato del 47% superiore a quello della Coop (del 367% superiore se escludiamo il frutto finanziario dell'anomalo "prestito sociale") e abbiamo "contribuito" con le nostre imposte per più del doppio di tutti questi messi assieme.
Qualità, livello di servizio ed eleganza a parte – tutti fattori opinabili – a quale livello di prezzo si verifica quanto sopra? Di prezzo per il consumatore, voglio dire. È vero almeno che costoro sono dei benefattori?
Oltre a quanto già affermato lo scorso anno a mezzo stampa e in parte riportato nel volume cui ho accennato, presento qui due casi proprio recenti, attuali.
Nell'imminenza dell'evento, abbiamo verificato cosa fa Coop Estense, la cooperativa modenese presieduta da Mario Zucchelli, a Ferrara, splendida e ricca città ove questa Coop è dominante a tal punto da avervi escluso persino l'ipermercato della sorella Conad (Conad è anch'essa parte di Legacoop).
Abbiamo raffrontato Ipercoop di Ferrara con Ipercoop Grand'Emilia di Modena e poi con la piccola Esselunga di via Morane a Modena e con l'Esselunga di via Ripamonti a Milano. Lo abbiamo fatto attraverso una nota società specializzata in rilevamento prezzi su circa 3.100 prodotti uguali e quindi direttamente confrontabili.
Gli indici di prezzo risultanti mostrano Esselunga di Modena a 100, Esselunga di via Ripamonti a Milano a 101, Ipercoop di Modena a 102 e Ipercoop Ferrara a 110. Abbiamo poi fatto, noi, fisicamente 4 grosse spese di 150 articoli, acquistando gli stessi prodotti nei 4 punti vendita citati (si tratta degli articoli più comuni e centrali degli assortimenti, da Barilla a Nestlè, da Lavazza a Coca-Cola). Ne esce che soci e consumatori di Ferrara (da Ipercoop Il Castello di Ferrara, Coop Estense) pagano il 10% in più dei modenesi che fanno la
>>Da: annina
Messaggio 5 della discussione
La differenza tra un'azienda privata (esempio Esselunga) e una Coop è che l'azienda privata fa lavorare chi produce e raggiunge gli obiettivi, mentre la Coop fa lavorare chi in un modo o nell'altro torna utile ai fini politici (leggesi: voti, favori, voti, favori, etc......).
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 6 della discussione
A Modena alcuni anni fa, .per evitare l'apertura di un
supermercato Esselunga la Coop acquistò all'asta un terreno per 23 Miliardi di lire quando la base d'asta era 6 miliardi.
Posso aver sbagliato un pò le cifre ma il rapporto è quello.
>>Da: petra3_7
Messaggio 7 della discussione
Mi spiace solouna cosa: avrei voluto poter andare nei mercati "esselunga" ma essendo genovese questo nn mi è mai stato possibile; in liguria è permesso solo alle coop di espandersi!!!
>>Da: Maggye
Messaggio 8 della discussione
Un vero peccato, Petra, l'Esselunga ha i prezzi migliori di tutti i super che ci sono in giro, e anche la qualità dei prodotti è molto buona.
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Istat, disoccupazione in calo. Ma aumentano gli inattivi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Nel secondo tremestre del 2007 è cresciuto il numero degli occupati: +0,5% rispetto all'anno scorso. Il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, con una flessione dello 0,8% rispetto ad aprile-giugno 2006. Ma aumentano gli inattivi
Roma - Nel secondo trimestre dell’anno in 111mila hanno trovato lavoro. Scende così il tasso di disoccupazione, che cala al 5,7%, con una flessione dello 0,8% rispetto ad aprile-giugno 2006. Nel periodo considerato il numero di occupati era pari a 23.298.000 unità, lo 0,5% in più rispetto allo stesso periodo del 2006, con un tasso di occupazione stabile al 58,9%. In termini destagionalizzati, comunica l’Istat, l’occupazione è aumentata dello 0,4% rispetto al primo trimestre. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 5,7%, a fronte del 6,5% del secondo trimestre 2006, con una riduzione di un decimo di punto rispetto al i trimestre. L’occupazione aumenta solo al Nord (+0,7%) e al Centro (+2%) ma scende al Sud (-0,9).
Ma aumentano gli inattivi "Fondamantalmente - dicono i ricercatori - il tasso di disoccupazione cala per il forte senso di scoraggiamento" degli italiani che "non cercano il lavoro perché pensano di non trovarlo". Conseguenza di ciò è che "l’inattività aumenta fortemente soprattutto nel Sud". I più colpiti sono i giovani fino a 29 anni che proseguono gli studi e gli adulti che non proseguono l’azione di ricerca.
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Rai, vota il Senato
>>Da: andreavisconti
Messaggio 27 della discussione
Iniziato il dibattito a Palazzo Madama. All’ultimo momento rientra il caso Udeur, resta aperto il fronte di Dini e dei suoi tre sentaori.
Berlusconi: oggi niente crisi ma il destino di Prodi è ormai compromesso Il governo torna a ballare al Senato, dove in tarda mattinata saranno messe ai voti le otto mozioni di maggioranza e opposizione sul caso Rai. Con poche certezze, visto che i contatti telefonici e le ambasciate sono andate avanti fino a tarda notte. Da una parte e dall’altra.
Di certo c’è che i numeri del centrosinistra - almeno a ieri sera - non sono affatto blindati, soprattutto per quel che riguarda l’approvazione della mozione unitaria di Ulivo e sinistra radicale. Ai voti della maggioranza, infatti, vanno tolti quello di Dini (oggi in missione all’estero per ritirare un premio) e quello degli altri due senatori che hanno sottoscritto il manifesto dei liberaldemocratici, D’Amico e Scalera. Perché, spiegano, «non c’è nessuna mozione che va nella direzione da noi auspicata». Un dissenso, dice chiaro D’Amico, che non si esprimerà né con l’astensione (che al Senato equivale a voto contrario) né con l’abbandono dell’Aula (che avrebbe l’effetto di abbassare il quorum), ma con «un voto contrario a tutte le mozioni». Defezioni a cui potrebbero aggiungersi i due dissidenti dell’Ulivo Bordon e Manzione. Anche se a tarda sera i due hanno fatto sapere che non voteranno contro la maggioranza pur «riservandosi» di decidere se votare «sì» o uscire dall’Aula. E solo dopo le nove di ieri sera si è chiusa la trattativa con l’Udeur che dopo essere stato tutto il giorno sugli scudi («usciremo certamente dall’Aula») è tornato a più miti consigli e, per bocca del capogruppo al Senato Barbato, ha fatto sapere che «le ampie rassicurazioni ricevute consentono l’appoggio» alla mozione unitaria.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Insomma, il testo su cui si sono ricompattati Ulivo e sinistra radicale che impegna il governo a sollecitare il Cda di viale Mazzini a presentare il piano industriale entro il 31 dicembre ed effettuare le nomine solo dopo tale data (di fatto una sconfitta della linea di Prodi e una vittoria netta di Verdi, Prc e Sd), numeri alla mano qualcosa rischia. Con il voto dei senatori a vita che questa volta potrebbe non bastare. Tanto che la Finocchiaro a già messo le mani avanti. Quello di oggi, spiega il capogruppo dell’Ulivo al Senato, «non è un voto di fiducia». Concetto ribadito dalle solite fonti anonime di Palazzo Chigi (formula ormai sempre più spesso utilizzata per dire una cosa senza assumersene ufficialmente la paternità): «Il Parlamento è sovrano. E poi quello che accade è sempre una cosa a parte».
Sul fronte dell’opposizione, però, la partita è altrettanto complessa. Perché una cosa è che la mozione dell’Unione non passi, altra è che ne venga approvata una della Cdl. Politicamente avrebbe un effetto molto più dirompente. E a parte le tre presentate da Calderoli - che punta ancora una volta al trabocchetto - sono due quelle a firma Forza Italia, An, Lega e Udc. La prima, più dura, di censura al governo; la seconda più soft nella quale si chiede «il rispetto della centralità del Parlamento» e si evidenzia come sia ormai compromesso in Rai il meccanismo dei check and balance. Ed è su quest’ultima che nel centrodestra ripongono qualche speranza. Anche se pure l’opposizione è alle prese con qualche mal di pancia.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
In particolare quello di Rotondi che, da giorni in polemica con Berlusconi e molto legato al neoconsigliere della Rai Fabiani, è sull’Aventino. E al segretario della Dc per le Autonomie andrebbero aggiunti i voti di altri tre senatori. E ad agitare i sonni del Cavaliere c’è anche Storace che con i suoi due colleghi di La Destra ha fatto sapere di essere «orientato» a disertare il dibattito.
Per fare davvero i conti, dunque, bisognerà aspettare questa mattina. La convinzione di Berlusconi, però, è che comunque andrà oggi la crisi non ci sarà. Certo, se la mozione della maggioranza non passasse sarebbe la sconfitta della strategia prodiana in Rai, cosa che non potrebbe non pesare nei futuri equilibri interni all’Unione. Ed è proprio al futuro, alla Finanziaria in particolare, che guarda il Cavaliere. Convinto che dopo l’uscita di Dini - raccontava ieri a un deputato - «il destino di Prodi, già fragile e debole, sia irrimediabilmente compromesso».
Adalberto Signore
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Il ministro dell'Economia parla al Senato sulla gestione della tv di Stato. Difesa la scelta sul cda dell'azienda: "Sono intervenuto in qualità di azionista. Lo rifarei se lo stallo si ripetesse"
Roma - Nella gestione della vicenda Rai, che ha portato alla rimozione del consigliere Angelo Maria Petroni e alla successiva designazione di Fabiano Fabiani, il ministro dell’Economia ha agito a tutela degli interessi dell’azienda e non per finalità politiche. Lo ha puntualizzato il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, nel corso delle comunicazioni che sta svolgendo al Senato. Dopo aver preso in esame la situazione contabile dell’azienda radiotelevisiva ed aver sviluppato le proprie considerazioni sulla sua gestione, Paoda-Schioppa ha voluto spiegare la natura e i tenore delle sue decisioni. "Vorrei, infine, sottolineare - ha affermato nelle comunicazioni in aula al Senato - che nella vicenda sono intervenuto esclusivamente nella qualità di azionista della Rai: non ho perseguito alcuna finalità politica; ho limitato le mie decisioni a quelle strettamente connesse con il compito istituzionale di esercizio dei diritti dell’azionista. Ho, da quando esercito le funzioni di ministro, unicamente perseguito l’obiettivo di tutela del patrimonio della società e dell’interesse pubblico".
"Il vero male è il potere politico" Il "vero male" di cui la Rai ha sofferto negli anni e di cui ancora soffre "è un rapporto con il potere politico che ne indebolisce la funzione civile, che limita la vitalità culturale e che la fa soffrire come impresa che opera nel mercato". Lo ha detto il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, durante l’intervento al Senato sulla vicenda Petroni. Il ministro ha aggiunto che tutto questo accade "nonostante lo straordinario patrimonio di capacità professionali, di tradizioni, di spirito di servizio di cui essa dispone e che costituisce una ricchezza inespressa". E a questa ricchezza e a questa energia - ha aggiunto l’azionista di riferimento dell’azienda di viale Mazzini - "il potere politico deve dare libertà e fiducia, non continui condizionamento".
Padoa-Schioppa ha quindi sottolineato il fatto che il disegno di legge proposto dal governo per la riforma della Rai "per la prima volta da tempo immemorabile delinea una riforma che assicura vera indipendenza alla Rai. Altro che, come qualcuno ha insinuato, voler mettere le mani sulla Rai". Una frase, quest’ultima, che non ha mancato di scatenare nuovi brusii e commenti ad alta voce tra i banchi dell’opposizione.
"Se lo stallo si ripetesse lo rifarei" Qualora "dovesse ripetersi nuovamente" uno stallo della capacità decisionale del Cda Rai anche nella nuova composizione dopo la nomina di Fabiano Fabiani al posto di Angelo Maria Petroni, "non si rinuncerà da parte dell’azionista a utilizzare i poteri" previsti dalla legge oggi in vigore, ha ribadito il ministro. "Il governo non intende avallare situazioni, interne o esterne all’azienda, che possano comportare un rallentamento nel processo di definizione delle scelte strategiche della società e un protrarsi dell’insostenibile situazione di blocco fino ad oggi riscontratasi". Padoa-Schioppa non ha comunque mancato di sottolineare di essere "consapevole" che scelte che dovessero comportare interventi più ampi in tema di revoca di consiglieri Rai "non potrebbero avvenire a iniziativa del governo", perché la normativa fissa che questo pos
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
La Cdl insorge: le mani di Prodi sulla Rai Matteoli: "Vuol farci credere che le sue inopinate decisioni sulla Rai siano state dettate da mere ragioni tecniche e non politiche. Padoa Schioppa è incommentabile, fa finta di non essere un ministro del governo ma un semplice funzionario
Roma - "Vuol farci credere che le sue inopinate decisioni sulla Rai siano state dettate da mere ragioni tecniche e non politiche. Padoa Schioppa è incommentabile, fa finta di non essere un ministro del governo ma un semplice funzionario. Con il suo comportamento, dettatogli da Prodi, il governo ha messo le mani sulla Rai, questa è la verità acclarata dai fatti". Così il presidente dei senatori di An, Altero Matteoli, commenta l’intervento del ministro del Tesoro nell’aula del Senato. "L’Unione - aggiunge - ora ha il controllo assoluto dell’azienda, essendo attribuibili alla sua area il presidente, la maggioranza del Cda e il direttore generale. Se l’avesse fatto Berlusconi, ci sarebbero in piazza i girotondi, manifestazioni urlanti l’avvento della dittatura. L’ha fatto Prodi e tutto dovrebbe passare liscio senza colpo ferire". "Vedremo se il Senato - conclude - si assumerà questa gravissima responsabilità che tocca i principi basilari della democrazia e delle garanzie da assicurare all’opposizione, in nome della tutela del pluralismo informativo".
Buttiglione: "Insulta il Senato e il buon senso" "Il ministro Padoa-Schioppa ha superato il livello di esagerazione consentita anche per un politico di lungo corso. Tentare di spiegare al Senato della Repubblica ed alla pubblica opinione che la rimozione di Petroni avviene per banali ragioni di conti aziendali e non per uno scontro politico sul potere dell’informazione, significa insultare il buonsenso e contribuire al degrado di una politica che non è più capace di spiegare le proprie ragioni e di confrontarsi onestamente con il paese. Si è compiuto un atto politico ed dovere di lealtà motivarlo e difenderlo politicamente. Lo si è compiuto, per di più, in un modo inutilmente violento, violando le prerogative del parlamento. Il referente del Consiglio di amministrazione Rai (’l’azionista di riferimentò) è la commissione parlamentare di Vigilanza, come ribadito anche dalla Corte Costituzionale". Lo dice il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, commentando l’intervento del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-SChioppa, a Palazzo Madama sul caso Rai. "Il ministro -continua l’esponente centrista- avrebbe dovuto venire in Vigilanza, dire le sue ragioni, comunicare le sue intenzioni, raccogliere su di esse il voto della commissione e poi procedere. Il confronto con la commissione parlamentare ed il voto della commissione parlamentare sono stati aggirati, per imperizia politica ovvero per la profonda sfiducia che questo governo nutre nella propria maggioranza, che non ama e non rispetta, e dalla quale sa di non essere nè amato nè rispettato".
>>Da: Magnolia
Messaggio 6 della discussione
RAI: SENATORI DINIANI, VOTEREMO CONTRO TUTTE RISOLUZIONI
D'AMICO-SCALERA, BENE PADOA MA NON C'E' CHIAREZZA SU AUTONOMIA AZIENDA
Roma, 20 set. - (Adnkronos) -
"Abbiamo apprezzato le posizioni di Padoa-Schioppa su alcuni punti decisivi. Ha chiarito che non ha senso che il Parlamento impegni il Governo a revocare il Cda della Rai, perche' si tratta di un potere che la legge attribuisce alla Commissione di vigilanza''. Lo dichiarano i senatori 'dianiani' Natale D'Amico e Giuseppe Scalera che, pure apprezzando le posizioni del ministro dell'Economia, annunciano voto contrario per tutte le risoluzioni. "Il ministro dell'Economia -sottolineano- ha chiarito che il governo, opportunamente, non intende ingerirsi nelle nomine interne alla Rai; e che quindi non ha senso che il Parlamento lo impegni in questa direzione. Soprattutto, ha invitato il Parlamento a esprimere sulla Rai posizioni che escludano ragioni di schieramento''. ''Siamo in sintonia con il ministro. Ma riteniamo che le risoluzioni presentate non vadano nella medesima direzione. In particolare, nessuna di esse chiarisce a sufficienza l'obiettivo verso il quale muovere: escludere finalmente la presa dei partiti sulla Rai. Questo e' cio' che i cittadini chiedono alla politica: riconoscere piena autonomia all'azienda culturale piu' importante del Paese'', concludono.
>>Da: ruggero
Messaggio 7 della discussione
CHE ESSERE IMMONDO!
Rai, Mastella: ''Voto sì per responsabilità''
Il ministro della Giustizia Clemente Mastella, nonché leader dell'Udeur ha riferito, conversando con giornalisti a Palazzo Madama che voterà sì alla risoluzione della maggioranza sulla Rai per ''spirito di responsabilità verso la coalizione''. ''Mi ha chiamato ieri sera Prodi - ha detto Mastella - noi dell'Udeur voteremo sì alla risoluzione di maggioranza solo per spirito di responsabilità ma le nostre remore sulla gestione della Rai restano tutte''.
I giochi restano comunque ancora apertissimi al Senato mentre si sono appena concluse, in aula, le dichiarazioni di voto sulla Rai. Lo stato dell'arte lo rende un autorevole senatore diessino che, uscendo dall'aula, apostrofa i cronisti cosi': "E' un casino".
Allo stato, per quanto riguarda il dispositivo unitario della maggioranza, i dati certi sono i due voti contrari dei senatori 'diniani', Natale D'Amico e Giuseppe Scalera ( dopo che per qualche minuti si era vociferato che potessero lasciare l'aula al momento del voto, ipotesi smentita dallo stesso Scalera nel supo intervento dai banchi di palazzo Madama), l'astensione di Marco Follini e quella del 'senador' Luigi Pallaro. Anche il dissidente della sinistra radicale Fernando Rossi non sosterrà il testo dell'Unione. Sia Pallaro che Rossi voteranno la risoluzione Bordon-Manzione. Anche il socialista Roberto Barbieri del gruppo misto ha annunciato che non voterà nessuna delle risoluzioni presentate.
>>Da: Luna
Messaggio 8 della discussione
Il teatrino continua
Mastella esce dall'aula: non votiamo, serve chiarimento
ROMA - "O c'é un chiarimento politico o si va al voto". Clemente Mastella esce dall'Aula del Senato, mentre si sta votando la risoluzione Manzione-Bordon sulla Rai, annunciando che l'Udeur non parteciperà più ai voti di oggi. "Abbiamo constatato - dice il ministro della Giustizia - che non c'é una maggioranza".
>>Da: -cerberus
Messaggio 9 della discussione
Sto seguendo la diretta dal senato .... bel governo di pagliacci.
>>Da: -cerberus
Messaggio 10 della discussione
Mastella s'è sentito scavalcato in scemitudine, non poteva non reagire.
>>Da: felice
Messaggio 11 della discussione
Potrebbero prendere Storace al posto di Mastella, tanto peggio di così è impossibile.
15:24 Maggioranza vittoriosa grazie a gruppo Storace
La Destra salva governo e maggioranza quando il Senato vota la risoluzione della Cdl a firma dei capigruppo Schifani, Matteoli, D'Onofrio, Castelli e Cutrufo. La maggioranza vince per un voto, 155 a 154 e dai tabulati di voto si può osservare che risultano assenti Francesco Storace ed i suoi due senatori Stefano Losurdo e Stefano Morselli. L'astenuto, anche in tutte le altre votazioni svolte, è Domenico Fisichella.
>>Da: Brigitte
Messaggio 12 della discussione
Sono già 3 o 4 volte che Mastella dice le stesse cose, poi finisce tutto a tarallucci e vino.
>>Da: baffo
Messaggio 13 della discussione
16:22 Finocchiario: "Se c'è uno sconfitto è la Cdl"
"Se c'è qualcuno che è stato battuto oggi in quest'Aula è il centrodestra che ha visto bocciate tutte le sue mozioni". Lo ha detto la capogruppo dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro, replicando, in Aula, alle accuse del centrodestra alla maggioranza di essere "fuggita" ritirando la propria risoluzione per paura di vedersi battuta.
Beh visto che la mozione Bordon avallata da Padoa Schioppa e' stata praticamente segata tranne un punto mi sembra che la Finocchiaro al solito ha la tendenza a dire cretinate.
>>Da: malibù
Messaggio 14 della discussione
Ahahahahahahah...la Finocchiaro vince con l'assenza di Storace e 2 altri senatori e dice pure che la Cdl ha perso...ormai non hanno più ritegno...
Ahahahahahahah
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 15 della discussione
16:41 Matteoli: "L'Unione si è arresa, Prodi è caduto"
"La resa dell'Unione è stata evidente nel momento in cui Anna Finocchiaro ha ritirato la mozione della maggioranza. A quel punto noi abbiamo assistito alla caduta del governo Prodi. D'altronde la collega non aveva altra scelta visto che poco prima il ministro Mastella e i senatori dell'Udeur avevano lasciato l'aula dichiarando di non votare più alcuna mozione". Lo dichiara il presidente dei senatori di An, Altero Matteoli, dopo la conclusione della seduta del Senato sul caso Rai.
Se lo dice Matteoli io ci credo.
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 16 della discussione
DI PIETRO: PRODI DEVE FARE UN PASSO INDIETRO…
(Apcom) - "Prodi deve fare un passo indietro, la gente non ha più stima di questo governo. Emerge chiaramente anche dal mio blog". Lo afferma Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture e leader dell'Italia dei Valori, in un'intervista al settimanale 'Panorama', che apparirà sul numero in edicola domani.
>>Da: Maggye
Messaggio 17 della discussione
Mastello sbaglia.
La maggioranza non è mai esistita!
>>Da: santana
Messaggio 18 della discussione
Storace, adios anche a te.
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La riforma di Prodi: spendere di più
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il Professore ridisegna la struttura di Palazzo Chigi: quattro dipartimenti nuovi, con a capo dirigenti da 200mila euro l’anno Quattro dipartimenti tutti nuovi. Strutture costose e permanenti per servire, almeno in due casi, ministeri dall’identità un po’ incerta, quali sono quello alla Famiglia e ai Giovani. Dicasteri creati dal centrosinistra che i futuri esecutivi potrebbero scegliere di non confermare. E che proprio per questo si immaginano affiancati da strutture amministrative leggere e temporanee mentre, da ora in avanti, avranno un’organizzazione al massimo livello, con tanto di dirigenti che, con tutta probabilità, resteranno per sempre alle dipendenze dello Stato.
La novità riguarda la presidenza del Consiglio e stride con le dichiarazioni rilasciate giorni fa da Antonio Di Pietro, sicuro che dopo la Finanziaria al governo serva una bella cura dimagrante. O con le rivelazioni del segretario Ds Piero Fassino, indignato per l’attivismo di certi ministeri nel creare poltrone da direttori generali, in barba a tutti i propositi di risparmi.
Eppure l’istituzione dei nuovi quattro dipartimenti, a quasi un anno e mezzo dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Romano Prodi, è nero su bianco in uno schema di decreto che risale a inizio mese e che dà una generosa attuazione a un altro decreto, quello con il quale vennero ripartite nomine e deleghe all’interno dell’esecutivo che sarà ricordato come quello più consistente (100 tra ministri, vice e sottosegretari) della storia italiana.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il decreto della presidenza del Consiglio varato a inizio settembre istituisce il dipartimento per le Politiche per la famiglia, quello alle Politiche giovanili e le attività sportive che fanno riferimento rispettivamente ai dicasteri di Rosy Bindi e di Giovanna Melandri. Poi vengono creati il dipartimento per la Programmazione e il coordinamento della politica economica e quello per il Turismo, fortemente voluto dal vicepremier e ministro della Cultura Francesco Rutelli.
I dipartimenti sono tra le strutture più importanti dell’amministrazione pubblica e comportano la nomina di un capo dipartimento, il vertice dei dirigenti dello Stato, con uno stipendio che si aggira tra 180 e 200 mila euro. I dipartimenti hanno poi una struttura fatta di uffici e servizi guidati rispettivamente da direttori generali (stipendio medio 150 mila euro all’anno) e da direttori di seconda fascia (80 mila euro annui). Nel caso dei nuovi dipartimenti la struttura è in realtà minima e, se confrontata con quelli dei ministeri, fa pensare a un esercito con poca truppa e molti generali. Tre uffici e sei servizi alla famiglia, due uffici e sei servizi per i giovani, tre e dodici per la Programmazione economica, due e dieci per il turismo. Il provvedimento prevede anche il rafforzamento dell’ufficio «acquisizione beni e servizi e gestione degli immobili», con un dirigente in più e il rafforzamento dell’ufficio di ragioneria con un servizio in più.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il decreto si preoccupa poi di mettere a punto le strutture di Palazzo Chigi. E tra le pieghe spunta anche qualche novità nel Segretariato generale, come «l’ampliamento dell’ufficio del medico competente». L’assistenza medica della Presidenza del consiglio sarà composta in totale da un dirigente di prima fascia e da otto di seconda. Una pattuglia di tutto rispetto che svolge funzioni «di prevenzione e di medicina del lavoro, oltre a funzione di assistenza medica di primo soccorso all’interno della Presidenza».
In tutto si tratta di quattro nuovi capi dipartimento, 12 (se non 13) direttori generali e circa 34 dirigenti di seconda fascia. Si tratta di posizioni che il governo intende ricoprire con personale già in servizio alla presidenza del Consiglio. Secondo la sintesi preparata dal governo per illustrare il decreto ai sindacati, l’effetto sarà addirittura una piccola riduzione degli organici di Palazzo Chigi. Difficile capire come, vista la creazione dei nuovi dipartimenti.
Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends
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Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard
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Sull'Amore
>>Da: fioccoazzurro
Messaggio 131 della discussione
Quei giuramenti, quei profumi, quei baci infiniti, rinasceranno...
Charles Baudelaire
>>Da: micia
Messaggio 131 della discussione
Amore è non dover mai dire "mi dispiace..."
( dal libro LOVE STORY )
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Musica italiana
>>Da: melograno
Messaggio 85 della discussione
Vorrei dedicare questo 3D alla grande musica italiana... ai grandi cantautori ed interpreti, e ce ne sono tantissimi, che sanno trasmettere emozioni particolari....
Buon ascolto!
>>Da: senzascuse
Messaggio 85 della discussione
Aggiungo questa Pooh - Buona fortuna http://it.youtube.com/watch?v=znEYVKQCYzQ
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Caso Speciale/Visco
>>Da: Adolfo
Messaggio 27 della discussione
Pensavate per caso che si fosse andati avanti nell'inchiesta?
VISCO: IL PM CHIEDE L'ARCHIVIAZIONE
ROMA - Visco era indagato per il reato di minacce e tentato abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta aperta sulle presunte pressioni esercitate sull'ex comandante generale della guardia di Finanza Roberto Speciale, finalizzate all'avvicendamento di alcuni ufficiali della guardia di finanza di Milano nella estate del 2006. "Ho avuto notizia della decisione della richiesta di archiviazione per il viceministro Visco, decisione dei magistrati della procura di Roma che è saggia ed equilibrata e frutto del loro rigore professionale". Così l'avvocato Guido Calvi, difensore di Visco.
La richiesta di archiviazione è stata firmata dal procuratore della repubblica Giovanni Ferrara e dal sostituto Angelantonio Racanelli. Le motivazioni del provvedimento, che deve essere ancora notificato alle parti, sono indicate in una decina di pagine. Secondo gli inquirenti romani, dietro i colloqui tra Visco e Speciale non si è configurata alcuna attività penalmente rilevante. Commentando la notizia della richiesta di archiviazione, l'avvocato Ugo Longo, legale di Speciale, ha detto: "bisogna leggere le motivazioni; prima di allora nessun parere può essere fornito". Nel corso dell'inchiesta giudiziaria il viceministro dell' Economia si presentò spontaneamente il 28 giugno scorso ai magistrati per dare la propria versione dei fatti. Sono stati inoltre sentiti come testimoni lo stesso Speciale e numerosi ufficiali della Guardia di Finanza.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 24 della discussione
Continua la bufera su Visco. Il generale Speciale rivela al "Giornale": "Mi chiama per avere i segreti delle inchieste, voleva la situazione processuale di un manager a lui vicino". La voce di Roberto Speciale si fa più sorda di sempre. «Stavolta si è passata la misura. Sono davvero indignato». Perché va bene la rimozione dopo essersi opposto ai misteriosi trasferimenti della Gdf di Milano chiesti da Visco nel luglio del 2006. Con quell’intenso «tiro al piattello» patito al Senato nei burrascosi interventi della maggioranza. «Dove il piattello - interrompe -, sia chiaro, sono diventato io». Va bene pure che telefonate di fuoco e continue pressioni per azzerare la gerarchia vengano lette dalla Procura di Roma come non illecite seppur illegittime. Ma ribaltare ruoli e realtà, accusarlo di passare indiscrezioni su indagini in corso, come ha fatto Visco, «è falso». A sostegno Speciale circostanzia un episodio che misura l’esatto contrario: era Visco a chiedere notizie su delicate indagini in corso.
È un’accusa grave, generale, come la dimostra?
«Con episodi precisi e numerosi testimoni. Come sempre. A differenza di Visco che utilizza la fantasia. Il vice ministro sa bene che magari qualche volta gli ho usato solo la cortesia di anticipargli qualche notizia che avrebbe comunque letto l’indomani sui giornali».
Quando le avrebbe chiesto invece notizie su indagini?
«Al telefono era arrabbiatissimo, me lo ricordo ancora. Dunque era la sera del 16 giugno 2006. Molti ufficiali erano con me a Villa Spada per la tradizionale cena di chiusura del corso superiore di polizia tributaria. All’improvviso tra i commensali si diffonde la notizia dell’arresto di Vittorio Emanuele. Squilla il telefonino. Visco era furente: “Lei non mi ha detto nulla”».
Ma cosa c’entra il vice ministro con l’arresto di Vittorio Emanuele?
«Visco voleva avere immediati ragguagli, delucidazioni sulla posizione processuale di Giorgio Tino, direttore generale dei Monopoli, indagato nell’inchiesta di John Henry Woodcock. Tino è o era un manager da lui tenuto in alta considerazione...».
Cosa rispose?
«Cercai di tranquillizarlo e gli dissi che non ne sapevo nulla. Innanzitutto perché non ero tenuto a sapere qualcosa. Era la polizia di Stato a svolgere le indagini e fossero anche state le mie Fiamme gialle forse a Visco sfugge che il comandante generale non può e non deve conoscere contenuto o dettagli delle investigazioni. E poi le pare rituale che il ministro chieda dello stato di un’inchiesta a un comandante di un Corpo per ragguagli, informazioni, magari coperte dal segreto? Io al massimo, tramite personale del mio ufficio, lo ripeto, gli ho fatto al massimo qualche anteprima stampa».
Forse Visco voleva solo conoscere qualche indiscrezione di stampa in più...
«E le chiede a me? Chieda ai giornalisti no? Qualcuno immagino lo conosca...».
Visco l’accusa anche di esser stato molto legato a Luciano Moggi, chiedeva biglietti per le partite, utilizzava il suo aereo... Una situazione imbarazzante.
«Anche questa è una balla malriuscita per trovare una giustificazione a quei trasferimenti. Primo: sono interista e non juventino. Solo i tifosi possono capire quanto mi infastidisca passare per bianconero. Secondo: mai chiesto biglietti per andare allo stadio. Per il semplice fatto che non
>>Da: andreavisconti
Messaggio 25 della discussione
L’ira di Moggi: "Bugie, mai avuto un aereo"
di Gian Maria De Francesco Lo sfogo dell'ex dirigente bianconero contro il numero due dell'economia: "Mostri le prove, col generale avrò parlato tre volte"
«Leggo che secondo i magistrati Visco ha mentito tre volte. Bene io dico che Visco ha mentito quattro volte perché io non ho mai avuto aerei e quindi il generale Speciale non ha mai potuto viaggiare sul mio aereo». È risentito Luciano Moggi, l’ex dg della Juventus, tirato in ballo dal viceministro dell’economia nel suo interrogatorio durante il quale ha affermato che l’ex comandante generale «andava in giro sull’aereo di Moggi, prendevano biglietti per sé».
«Io - ha replicato il manager - con Speciale ho parlato sì e no un paio di volte e non ho mai viaggiato con lui su aerei. Biglietti per le partite non gliene ho mai dati. Visco si è inventato tutto di sana pianta per gettare discredito su Speciale perché ora è facile dare la colpa di tutto a Luciano Moggi». L’uomo che portò Lippi alla Juve, ribadendo di non essere stato condannato da nessun tribunale (sta scontando un’inibizione di 5 anni inflittagli dalla giustizia sportiva per Calciopoli, ndr) ha invitato l’esponente diessino a provare le sue dichiarazioni. L’acrimonia moggiana è giustificata dalle stesse risultanze alle quali è pervenuta la procura diRomanella richiesta di archiviazione nei confronti di Visco per le ipotesi di reato di tentato abuso d’ufficio e minacce.
Nelle 13 pagine del provvedimento si rilevano espressioni come «pressioni indebite», «motivo non aderente alla realtà dei fatti» e «dichiarazioni poco plausibili»: è evidente che l’istruttoria ha portato alla luce riscontri opposti alle affermazioni dell’indagato, anche attraverso persone informate dei fatti da lui stesso indicate. Ricapitolando: Visco ha detto di aver pensato alla sostituzione dei vertici della Finanza in Lombardia solo dopo un incontro con i generali Favaro e Pappa anche perché non in sintonia con gli obiettivi governativi di contrasto all’evasione e perché da lungo tempo stanziali nella Regione.Mail viceministro aveva incontrato i generali con un foglietto in mano nel quale erano contenuti i nomi dei quattro ufficiali da sostituire. Questi ultimi avevano ottenuto «giudizi lusinghieri» (anche in relazione ai casi Bnl-Unipol e Antonveneta) e in alcuni casi si erano da poco trasferiti. Il generale Speciale ha inoltre prodotto davanti ai giudici un carteggio dal quale si evince che Visco da tempo meditava gli avvicendamenti.
Le scalate bancarie e le fughe di notizie rimangono sullo sfondo: ai pm Ferrara e Racanelli non resta che archiviare non trovando un nesso causaeffetto. «Motivazioni opinabili »manon un «fatto penalmente rilevante». Anche l’ipotesi di reato di minacce appare infondata perché gli ufficiali che hanno ascoltato la telefonata dei «pesci in faccia» non hanno ritenuto di sporgere denuncia. Masoprattutto perché il generale, prima «sembra» adeguarsi alle richieste di Visco e poi cambia idea. Al puzzle manca sempre un tassello.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 26 della discussione
Il Polo attacca: "Viceministro a casa e governo alle Camere"
di Anna Maria Greco
Schifani (Fi): "Visco ha mentito tre volte, si deve dimettere". E il Tar del Lazio potrebbe annullare l’allontanamento del generale
Il centrodestra, in testa Forza Italia e Alleanza nazionale, insiste. Dopo aver letto gli atti della Procura di Roma, sono indispensabili le dimissioni del viceministro all’Economia, Vincenzo Visco. Non solo: anche il governo deve giustificarsi e tornare in Senato per chiarire perché quest’estate lo stesso ministro Tommaso Padoa-Schioppa non solo difese a spada tratta Visco, ma infangò Roberto Speciale, senza risparmiare dure accuse all’ex comandante generale della Guardia di Finanza.
Alla Procura capitolina il numero due di via XX Settembre ha cercato di giustificare le pressioni fatte sul numero uno delle Fiamme gialle per far spostare dalla Lombardia quattro ufficiali, già impegnati nelle indagini sulle scalate bancarie e altri importanti casi.
Una serie di motivazioni smentite dai fatti secondo gli stessi magistrati, che hanno chiesto l’archiviazione delle accuse di abuso e minacce nei confronti del viceministro, ma hanno insieme smantellato le sue argomentazioni e definito «illegittima» la sua condotta.
Il capogruppo azzurro al Senato, Renato Schifani, punta il dito non solo su Visco, ma sull’intero esecutivo che ne ha preso le parti senza esitazione.
«Sul trasferimento degli ufficiali della Guardia di finanza - dice Schifani - Visco ha mentito non una ma tre volte. La dignità politica imporrebbe una sola via d’uscita: le dimissioni». Ma insieme il senatore azzurro chiama il governo a giustificare in Parlamento il fatto «di aver preso le difese di un viceministro che, alla luce dell’inchiesta, risulta aver posto in essere un comportamento gravemente illegittimo e quindi politicamente censurabile e inaccettabile».
Non si trattò solo delle durissime parole pronunciate il 6 giugno a Palazzo Madama da Padoa-Schioppa, che accusò Speciale di «slealtà e inadeguatezza», «mancanza di trasparenza, di prudenza e di riservatezza», «opacità di comportamenti, una gestione personalistica e anomala» e aggiunse che «la continua distorsione di regole e procedure ha portato il corpo dall'autonomia alla separatezza». Le parole erano già state precedute dai fatti e il Consiglio dei ministri aveva rimosso il generale, sostituendolo con Cosimo D’Arrigo, mentre a Visco venivano solo ritirate temporaneamente, per «opportunità», le deleghe alla Guardia di finanza.
Il tutto nello stesso, contestatissimo decreto che la Corte dei conti ha con molte difficoltà registrato, trovandolo viziato da irregolarità e avvertendo il governo che per il futuro la procedura doveva essere ben diversa. Rilievi da parte della magistratura contabile che accreditano la previsione che Speciale possa vedere accolto il suo ricorso al Tar del Lazio, che il 7 novembre potrebbe annullare la sua destituzione, reintegrarlo al vertice della Guardia di finanza e anche riconoscergli i 5 milioni di euro di risarcimento che chiede.
Gli ultimi sviluppi della vicenda, secondo l’opposizione, hanno continuato ad aggravare la posizione politica di Visco, anche se penalmente non ci saranno ripercussioni.
«Più si leggono gli atti della Procura di Roma - afferma il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto -, più è evidente che Visco si deve dimettere». Secondo l’azzurro, «il nuovo
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Mister Esselunga: tutti i colpi bassi delle Coop
>>Da: andreavisconti
Messaggio 17 della discussione
Bernardo Caprotti firma un libro in cui denuncia i soprusi subiti in un sistema dominato dall’intreccio fra cooperative e amministrazioni rosse. La presentazione domani: è la prima conferenza stampa dopo mezzo secolo di silenzio. Il gruppo conferma le indiscrezioni: la catena di supermercati è in vendita C’è sempre una prima volta. Bernardo Caprotti ha trascorso una vita intera nel segno della discrezione e del silenzio. A lui, mister Esselunga, bastava rendere più ricco e variegato il sacchetto della spesa degli italiani. Per mezzo secolo esatto è andata così. Ma ci sono motivazioni che impongono un salto, una discontinuità nello stile di vita, che richiedono, insomma, la prima volta. Bernardo Caprotti domani, contravvenendo a una regola sempre rispettata con dedizione monacale sin dall’apertura del primo supermercato a Milano nel 1957, sarà in conferenza stampa. E presenterà, nientemeno, il libro che ha scritto per raccontare la battaglia durissima combattuta per tutto questo tempo per introdurre nel nostro Paese i princìpi, sacri ed elementari, della libera concorrenza.
Il pamphlet, ruvido come la cartavetrata, si chiama Falce e carrello (Marsilio editore, con prefazione dell’editorialista del Giornale Geminello Alvi), e la dice lunga su quello che mister Esselunga considera il peccato originale del nostro sistema distributivo: la presenza delle Coop. Esatto, avete letto bene. Se c’è un motivo uno per accettare la luce abbagliante dei riflettori e per offrire le proprie esternazioni ai taccuini dei cronisti, aborriti per una vita, è proprio la denuncia dello strapotere della cooperazione rossa che, a sentire il fondatore dell’Esselunga, avvelena i pozzi del capitalismo italiano.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 15 della discussione
«La pubblicazione del libro di Caprotti sui privilegi non solo fiscali alle cooperative, e tanti altri episodi, compreso ciò che è successo in occasione delle scalate bancarie, mettono in evidenza che la teoria berlingueriana sulla “diversità morale” del Pci non aveva nessun fondamento». Lo affermano in una nota congiunta Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, coordinatore e vicecoordinatore di Forza Italia.
«Il rapporto cooperative rosse-Pci-Pds-Ds si è fondato e si fonda su un colossale, permanente conflitto di interessi tuttora in atto e su una lesione dei principi della libera concorrenza e del libero mercato. Sfidiamo la sinistra a perseguire non solo l’evasione, ma anche la sperequazione fiscale a favore di tutte le cooperative non più giustificata dalla dimensione e dalle caratteristiche di molte di esse».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 16 della discussione
Caprotti nega di voler cedere i supermercati: "Solo tre o quattro gruppi al mondo potrebbero comprare l’azienda senza snaturarla. Non escludo di entrare in Borsa". Al commissario alla concorrenza Ue ha portato un dossier sul mercato distorto: "Ora vado in procura con nuovi documenti". Geminello Alvi presenta il suo libro come fosse un monumento, già consegnato alla storia: «È il più bel testo di economia mai letto, perché racconta la vita dell’ultimo imprenditore ancora operoso che ha fatto il miracolo economico in Italia». Bernardo Caprotti allontana immediatamente quel necrologio con un plateale segno della croce. Poi prende il microfono e non lo molla più per oltre un’ora. Niente male, come prima conferenza stampa della sua vita. «Vorrei cominciare - è l’esordio - dal 19 gennaio 2007 - quel giorno sono andato a Bruxelles dal commissario Ue alla concorrenza Neelie Kroes e le ho raffigurato lo scenario di distorsione del mercato realizzato da amministratori pubblici e Coop attraverso un vero e proprio controllo del territorio». Chiaro?
Se all’età di 81 anni, quasi 82, si sente il bisogno di entrare nell’arena dei media e di scrivere un libro come quello che ha fra le mani, Falce e carrello, un motivo ci sarà. «A Livorno avevamo individuato una bella area, ma a Livorno Esselunga non può entrare. Si chiama controllo del territorio. E a Bologna peggio: ci eravamo accordati col signor Goldoni, quello che faceva i preservativi, poi sono saltati fuori i reperti etruschi. Eccoli». E Caprotti alza le foto ad uso dei fotografi e dei giornalisti che affollano all’inverosimile il salone del grande albergo in cui è in corso lo show.
«Reperti preziosi, preziosissimi, la testimonianza di una fattoria di 2500 anni fa. La Sovrintendenza ha messo il vincolo, dopo un po’ sbuca la Coop e la Sovrintendenza ha tolto il vincolo». Scandisce ad arte le parole, accelera e frena con consumata perizia, artiglia espressioni in dialetto e quando vuole mostrare tutto il disprezzo per il Paese che si riflette nelle Coop vola alto con l’inglese che profuma di libertà, concorrenza e, già che c’è, anticomunismo.
«Voi mi capite? Questa è distorsione della concorrenza, anzi distorsione della Repubblica». E si ripete subito con terminologia anglosassone. «Abbiamo denunciato questo sistema a Bruxelles, la Ue sta studiando la pratica». E la magistratura italiana è mai stata chiamata in causa? «Ma cosa volete, non ci abbiamo mai pensato, ci vogliono prove precise e spesso non ci sono, ma adesso lo faremo, andrò in Procura per raccontare un recentissimo episodio».
In sala si affaccia Giulio Tremonti che, discreto, resta in piedi in un angolo, ma lui, abituato a comandare da una vita, improvvisa un siparietto con un alto dirigente del suo gruppo: «Dai alzati, che hai solo 70 anni e lascia il posto a Tremonti». Poi ne ha anche per l’ex ministro, rappresentante della casta dei politici: «Adesso stanno spacchettando la Provincia di Milano, ma perchè non spacchiamo in quattro anche il Comune di Milano, e facciamo quattro province come fanno i Rotary: così ci sarà Milano Nordovest e via dicendo con quattro prefetti, quattro questori e tutto il resto».
Più che una conferenza stampa è una successione di fuochi d’artificio. Ma sì, Caprotti, sbucato improvvisamente dai banconi dell’Esselunga, è un personaggio straordinario: non parla, racconta, e cattura l’attenzione con quell’eloquio fluviale e colora
>>Da: andreavisconti
Messaggio 17 della discussione
Nel libro "Falce e carrello" l’industriale milanese attacca il meccanismo di finanziamento del monopolio rosso. I suoi "bersagli" reagiscono: martedì parleremo noi
I numeri li spiega lui in conferenza stampa: «Il sistema Coop, in base ai bilanci del 2006, ha pagato imposte per 73 milioni di euro contro i 152 versati dal gruppo Esselunga che però ha fatturato 4,9 miliardi di euro contro i 7 delle Coop». Qualcosa non torna e Bernardo Caprotti lo dice ad alta voce.Masoprattutto lo scrive offrendo un panorama concreto dei privilegi dell’impero Coop nel suo libro "Falce e carrello" (Marsilio editore, 192 pagine, 12,50 euro, in libreria da mercoledì prossimo, anche nelle Coop).
Nel testo c’è un po’ di tutto: l’ostruzionismo dei sindaci rossi, l’impossibilità di costruire un supermercato in tante città, il rapporto con i sindacati, difficile quanto quello con i giornalisti. Non solo. Per spiegare come in Italia la concorrenza sia ancora un’utopia, Caprotti illustra i meccanismi finanziari che spingono le Coop su una strada tutta in discesa. Siamo così al capitolo sul prestito sociale. Di che si tratta? «Di fatto - spiega il fondatore di Esselunga - le coop funzionano come fossero sportelli bancari (anche se la legge vieta l’esercizio attivo del credito): raccolgono i risparmi dei soci, li impiegano come meglio credono e distribuiscono interessi che i veri istituti di credito si sognano di fare, grazie al fatto che l’imposta sugli interessi non è pari al 27 per cento (come per i depositi bancari) bensì amenodella metà: soltanto il 12,5 per cento».
Niente male. «Un bel risparmio - prosegue Caprotti - un affarone per tutti. Per i risparmiatori, che possono lucrare un interesse elevato; e per le Coop, messe nelle condizioni di autofinanziarsi con una massa di liquidità a buon mercato e soprattutto sottratta ai controlli delle autorità creditizie». Con questo sistema, a sentire lui, le Coop raccolgono «una montagna di denaro, pari a 12 miliardi di euro; quanto una manovra finanziaria di media entità del governo. È questa - nota l’autore attratto dal confronto con l’attualità - la provvista-base con cui l’Unipol voleva dare la scalata alla Banca nazionale del lavoro».
"Falce e carrello" registra in apertura le piccate reazioni dei big del mondo cooperativo alle denunce sempre più documentate, a partire dal 2006, di Caprotti e di Esselunga. Per Aldo Soldi, presidente dell’Associazione nazionale cooperative di consumatori, i toni di Caprotti sono «arroganti e polemici». «La vostra capacità di mentire e di ribaltare la realtà - replica lui - è illimitata». Davanti ai microfoni e alle telecamere, è più prosaico: «Soldi ha cominciato dall’anno scorso a romperci i c.». Si potrebbe pensare ad un padrone delle ferriere di stampo ottocentesco, invece lui si smarca dall’etichettatura facile facile: «Perché in Italia ci si divide su tutto fra destra e sinistra? Perché le piste ciclabili sono di sinistra e l’alta velocità di destra? Queste sono cretinate».
I privilegi raccontati nel libro invece sono l’espressione di un potere che tende al monopolio e contro cui mister Esselunga ha combattuto per una vita. Le Coop corrono ai ripari, sottolineano «l’atteggiamento denigratorio con cui il signor Caprotti tratta il suo più diretto concorrente» e annunciano una conferenza stampa per martedì. Lui, invece, nel libro e ai cronisti che lo assediano descrive le conseguenze di un sistema imprenditoriale così
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La Camera non «taglia» e spende il 3% in più
>>Da: andreavisconti
Messaggio 8 della discussione
Corposi staff per sottosegretari e vicepremier, l’ufficio personale raddoppia Avevano detto: risparmiamo. E invece le spese della Camera aumentano. Lo dicono i numeri. Nel 2007 Montecitorio costerà ai contribuenti il 2,94% in più rispetto all’anno prima: 1 miliardo e 53 milioni di euro.
Questi le principali voci in crescita: compensi per i deputati in carica +1,50%, per quelli in pensione +2,72%, per il personale in servizio +3,68%. S’impennano le spese per i trasporti dei parlamentari e degli ex: +31,82%. I viaggi aerei costeranno al contribuente 7.550.000 euro più un altro milione e mezzo di euro per i voli dei deputati eletti all’estero. Salgono del 4% le spese per l’ampliamento dei gruppi parlamentari. E proprio per questo la Cdl, tranne l'Udc, si è astenuta dal voto ieri, al termine di una discussione durata tre giorni sul bilancio di Montecitorio. Verrebbe da chiedere: ma dove sono i risparmi. Ci sarà qualche taglio qua e là, come nelle spese informatiche, ma la struttura della manovra rimane la stessa, anzi lievita.
L’approvazione del bilancio interno è di prassi quasi una formalità. Quest’anno invece l'opposizione ha portato avanti la battaglia fino all’ultimo: di fronte al no della maggioranza all’ordine del giorno presentato dall’azzurro Gregorio Fontana sulla riduzione delle spese legate ai microgruppi, i tre partiti della Cdl hanno negato il loro voto. I bilanci consuntivo 2006 e preventivo 2007 sono stati comunque approvati, ma la classe politica per la prima volta negli ultimi sette anni si è divisa su un provvedimento che riguardava la categoria, non leggi dello Stato.
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 5 della discussione
Bertinotti: che classe!
I parlamentari guadagnano molto?
Si ma i menagev guadagnano quavanta volte di più.
>>Da: ruggero
Messaggio 6 della discussione
Allora andasse a fare il menagev, vediamo chi lo assume.
>>Da: senzascuse
Messaggio 7 della discussione
Un'ignoranza planetaria, sembra voglia fare a gara a chi guadagna di più...ehhhhhhh...quando tocchi la casta...
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Omicidio Tommy, al via il processo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
È iniziato alle 9.30 il processo davanti alla Corte d’Assise di Parma, presieduta da Eleonora Fiengo e coadiuvata dal giudice a latere Gennaro Mastroberardino, per il sequestro e l'omicidio del piccolo Tommaso Onofri, avvenuto il 2 marzo 2006 a Casalbaroncolo (Parma).
Gli imputati
Sul banco degli imputati Mario Alessi, il muratore siciliano ritenuto dall’accusa colpevole del sequestro e della morte del bambino, e la compagna di lui Antonella Conserva, rea per i pm della dda di Bologna di aver contribuito a pianificare il sequestro e che avrebbe dovuto avere, in un momento successivo, il ruolo della carceriera. In aula , dietro le sbarre, soltanto Antonella Conserva. Alessi, su indicazione del suo difensore, Laura Ferraboschi, non è presente.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
In aula manca il principale imputato. E anche Parma ora vuole dimenticare la tragedia di un anno fa
nostro inviato a Parma
«Alessi Mario?». «Assente». Sì, mancava l’Orco, mancava Parma e forse manca un movente che convinca tutti. Quasi un processo delle assenze, quello apertosi ieri in Corte d’Assise nella città ducale per giudicare il muratore siciliano e la sua compagna Antonella Conserva, unici accusati per il sequestro e la morte di Tommaso Onofri, il bimbo di 17 mesi rapito e ucciso il 2 marzo 2006 a Casalbaroncolo, pugno di case spuntate nel nulla in mezzo a quella terra grassa. Così, sotto una cupola giallo ocra che fa tanto chiesa e tra colonne ornate da pretenziosi capitelli corinzi, non sono echeggiate grida di giustizia sommaria e non si è respirata passione. Perché Parma è stanca di brutte storie che non le appartengono. È stata, di conseguenza, soltanto noia; scritta con la faticosa prosa legale e scandita da interminabili sospensioni.
Alessi, l’Orco che ha confessato il sequestro, ma che respinge l’accusa di aver ucciso il bambino, è rimasto in cella a Viterbo. «Non perché abbia paura - assicura il suo avvocato, Laura Ferraboschi -, ma perché sono stata io a consigliarlo. Lui verrà quando dovrà testimoniare. E se si dichiara soddisfatto per aver scelto il dibattimento anziché il rito abbreviato, mi manda a dire di essere sconvolto dall’assoluzione di Pasquale Barbera», il capomastro accusato di concorso nel sequestro ma mandato a casa libero dal gip di Bologna nello stesso rito con cui è stato condannato a 20 anni Salvatore Raimondi.
Assente quindi il protagonista principale, lo sparuto pubblico (una quarantina di persone) si è dovuto accontentare dell’arrivo in aula della Conserva, che dopo un fugace ingresso nella gabbia in pantaloni neri e maglia a disegni animalier, ha seguito le fasi processuali seduta tra i suoi legali. Brutto giorno, per lei, raggiunta in aula da una decisione della Cassazione: niente libertà, attenda in carcere la fine del processo.
A far rumore, ieri, c’erano quindi soltanto i media. Tanto rumore da scatenare l’ira del magistrato Silverio Piro, che con la collega Lucia Musti rappresenta la pubblica accusa. «Un po’ di dignità, non siamo vip, ma magistrati che devono fare un processo», ha sbottato, riparandosi da una gragnuola di flash. «Questa non è una piazza», gli ha fatto pronta eco la presidente della Corte, Eleonora Fiengo, prima di iniziare i lavori con l’appello e la ricostruzione dei fatti di quel tragico marzo 2006. Un calvario rivissuto, stazione dopo stazione, anche dai genitori di Tommaso - Paolo Onofri e Paola Pellinghelli - che hanno però annunciato l’intenzione di essere presenti in futuro soltanto quando saranno chiamati a deporre e il giorno della sentenza.
Il cuore processuale della prima giornata di Assise è consistito nel braccio di ferro tra pubblica accusa e parti civili da un lato e collegi di difesa dall’altro. Con questi ultimi impegnati a sostenere le proprie richieste di testimoni, perizie e prove relative alla figura del padre di Tommy. Inutilmente: la corte le ha respinte tutte, con piena soddisfazione dei pm, più che mai convinti della solidità del proprio teorema: l’unico movente fu l’estorsione. Sarà anche così, ma non tutti ci credono.
Guido Mattioni
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Ecco un sacerdote della casta
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 23 della discussione
Il governatore della Liguria fermato su una superstrada: aveva percorso un chilometro e mezzo
sulla corsia sbagliata. Poi mostra il tesserino (scaduto) di parlamentare e se ne va
Burlando contromano in autostrada
"Sono deputato", niente multa
di MASSIMO CALANDRI
GENOVA - Per un chilometro e passa ha guidato contromano, rischiando una mezza dozzina di scontri frontali con le vetture che stavano per imboccare il casello autostradale. Fermato da una pattuglia della polizia, invece della patente ha mostrato la tessera da deputato. Che tra l'altro è scaduta da un paio d'anni. Dicono non sembrasse turbato più di tanto, anzi. "Hanno ragione", ha detto serenamente Claudio Burlando - ex ministro dei Trasporti e già sindaco di Genova, fino al 2005 in Parlamento con i Ds, attuale presidente della Regione Liguria - indicando gli automobilisti fermi ai lati della carreggiata e sotto shock per lo spavento.
Gli agenti hanno calmato gli animi, preso nota del documento, telefonato in centrale. Poi lo hanno lasciato andare. Nemmeno l'ombra di una multa. E massima discrezione. I poliziotti qualche ora più tardi hanno sottoscritto - "per dovere d'ufficio" - una relazione di servizio. Che avrebbe dovuto restare chiusa in un cassetto.
E' successo domenica scorsa. "Verso le ore 12,15 la pattuglia veniva inviata dal locale Centro Operativo Autostradale presso il casello di Genova-Aeroporto", scrivono gli agenti. Poco prima la centrale ha raccolto le telefonate - terrorizzate, infuriate - di alcuni automobilisti. "Giunti sul posto venivamo avvicinati da tre persone". Sono gli occupanti dell'ultima vettura che stava per essere centrata dalla macchina del Presidente. Al volante c'è un signore di 59 anni, con la figlia e il fidanzato di lei. "Asserivano di essersi trovati l'autovettura Mitsubishi Space Runner targata AH... procedere contromano".
Raccontano i tre di essersi avvicinati furibondi alla macchina per prendersela con il guidatore. E che quello restava chiuso all'interno dell'abitacolo, ignorandoli, il telefonino incollato all'orecchio.
Ma chi è l'automobilista? "Alla guida della Mitsubishi si trovava tale Burlando Claudio, nato a Genova il 27.04.1954, identificato mediante tessera della Camera dei Deputati numero 938...". Precisano gli agenti: "Quest'ultimo ammetteva quanto sostenuto dagli utenti senza dare un giustificato motivo alla manovra effettuata". E in coda alla relazione: "La pattuglia, non avendo comunque accertato l'infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente e a redigere la presente".
Secondo la ricostruzione dei poliziotti, il presidente ligure proveniva dagli Erzelli, una collina dove sono depositati i container vuoti del porto di Genova. Voleva dirigersi verso il mare, ma ha sbagliato strada. All'altezza dell'ingresso autostradale con ogni probabilità intendeva fare inversione e passare sull'altra carreggiata. E però le due strade sono divise prima da una barriera di catene, poi dal guard-rail in cemento. Così è partito in contromano, tenendosi rasente ad un muraglione sulla sinistra, forse sperando di trovare uno spazio nella barriera ed infilarcisi.
Il fatto di aver incrociato alcune macchine nell'opposto senso di marcia, di aver sfiorato più volte lo scontro, non lo ha indotto a desistere. Al contrario, ha percorso più di un chilometro. Resta da capire perché la Stradale, nonost
>>Da: andreavisconti
Messaggio 17 della discussione
Patente sospesa per due anni e decurtazione di dieci punti
Rischia la sospensione della patente fino a due anni e la decurtazione di almeno 10 punti dalla patente chi percorre contromano un tratto autostradale, ma anche di rampe e svincoli. L’articolo 176 del codice della strada stabilisce infatti che è «vietato percorrere la carreggiata o parte di essa nel senso di marcia opposto a quello consentito». La sanzione amministrativa prevista è contenuta nel comma 19 dell’articolo e va da 1.626,45 euro a 6.506,85 euro. «Alla violazione del comma 19 - prosegue l’articolo - consegue la sanzione accessoria della sospensione della patente per un periodo da sei a 24 mesi e del fermo amministrativo del veicolo per un periodo di tre mesi». Il codice della strada punisce anche chi, come Burlando, non ha con sé la patente: l’articolo 180 sottolinea che «chiunque viola le disposizioni del presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 33,60 a euro 137,55». La legge prevede una decurtazione di 10 punti per guida contromano sulle autostrade e da 1 a 4 punti per guida senza avere con sé la patente. In merito alla contestazione della violazione da parte degli agenti, la legge prevede l’obbligo di contestazione in presenza di flagranza del fatto illecito: gli agenti devono vedere il guidatore compiere l’infrazione. Se ciò non viene fatto si può configurare il reato di omissione o abuso di atti d’ufficio. Se il personale non rileva direttamente l’infrazione, ma questa viene segnalata da altri, è possibile fare una relazione di servizio e lasciar andare l’automobilista.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 18 della discussione
Burlando va contromano, la tessera da deputato lo salva dalla maxi-multa
di Ferruccio Repetti Il governatore ligure nel senso di marcia vietato, senza patente: nessuna sanzione. Sul blog 1.400 messaggi di proteste. Il Polo: dimissioni. Leggi l'intervista a Burlando
da Genova
Era felice e contento, Claudio Burlando, quando domenica scorsa in tarda mattinata, al volante di una Mitsubishi Space Runner gentilmente concessa da un amico, è sceso dalla collina degli Erzelli, nell'estremo ponente «rosso» genovese. Il presidente diessino della Regione Liguria - 53 anni, ingegnere elettronico con un breve passato dietro una scrivania della Elsag, già ministro dei Trasporti dal 1996 al '98 nel primo governo Prodi - aveva appena spiegato a non meglio precisati, ma importanti manager e imprenditori stranieri l'importanza di investire là dove c'era l'erba e ora c'è una pila di container, ma in futuro, millennio più, millennio meno, «ci dovrebbe nascere il villaggio supertecnologico». Era felice e contento, Burlando, anche perché aveva fatto in tempo a liberarsi dall'incarico istituzionale per poter correre a Marassi (stadio, naturalmente), a vedere il suo Genoa impegnato contro il Livorno.
Ma la troppa euforia, forse, gli ha giocato un brutto tiro. E soprattutto gli ha fatto percorrere 800 metri contromano che rischiano adesso di confinarlo, politicamente, in un vicolo cieco, visto che l'opposizione di centrodestra ha già chiesto le sue dimissioni. Prima di tutti, s'è fatto avanti Sandro Biasotti, predecessore dell'attuale presidente e sconfitto alle elezioni di due anni fa, oggi leader della minoranza: «È incompatibile, se ne vada».
I fatti, comunque, vengono fuori cinque giorni dopo, appena Burlando vede un articolo sul quotidiano La Repubblica che lo fa saltare sulla sedia. Titolone: «Burlando contromano sulla superstrada - Fermato dalla stradale mostra il tesserino da deputato e se ne va». E allora il governatore decide che è venuto il momento di diffondere la notizia, «non si sa mai, di questi tempi, col clima che c'è contro i politici». Intanto il suo blog, che non riceve messaggi da tempo immemorabile, riceve, in poche ore, 1400 commenti. Tutti insulti. Burlando entra in cronaca diretta. Lo stringono: com’è andata veramente? Come si fa, in pieno giorno, a saltare tre bivi successivi e fermarsi solo quando una macchina si mette davanti? E un genovese come lui, mica un berlinese qualunque? E cos'è questa storia del tesserino - che sa tanto di: «Lei non sa chi sono io!» - e la successiva fuga precipitosa? A poco a poco vengono fuori i particolari: il presidente imbocca un tratto in prossimità dello svincolo che conduce all’autostrada, va avanti finché non «incontra» un'auto che viene in senso opposto. Stridore di freni, momenti di panico, ma lo scontro è scongiurato. I veicoli si bloccano, i rispettivi guidatori scendono, Burlando si scusa, la Mitsubishi viene spostata nella corsia giusta per evitare altri incontri ravvicinati. Arriva, finalmente, una pattuglia della Polstrada, esegue gli accertamenti di rito, chiede i documenti. Il presidente, però, ha dimenticato il borsello chissà dove, ha in tasca solo un tesserino. Che riporta: «Camera dei deputati, onorevole». Scaduto da due anni. Gli agenti verificano, leggono, scrivono, infine congedano. Multa? Niente. Verbale? Nemmeno. Prova dell'etilometro? Nea
>>Da: andreavisconti
Messaggio 19 della discussione
Mi raccomando non facciamogli mai fare una manovra fiscale, altrimenti ci sfracelliamo!
Andrea
>>Da: buonalanutella
Messaggio 20 della discussione
Per me Burlando non sta troppo bene, non è un errore da persona normale imboccare un'autostrada all'incontrario ed era un'autostrada che doveva conoscere molto bene.
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 21 della discussione
Burlando, patente sospesa un anno
3.500 euro di multa e stop all'auto per 3 mesi
GENOVA - "La sospensione della patente di guida per un anno a cui seguirà automaticamente la decurtazione di dieci punti, una sanzione pecuniaria di 3.508 euro ed il fermo amministrativo per tre mesi dell'auto": sono le sanzioni disposte stamani dal prefetto di Genova Giuseppe Romano al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando per aver percorso un tratto dello svincolo dell'autostrada A10 del casello Genova-Areoporto contromano domenica scorsa.
Al presidente della Regione - si legge in una nota della Prefettura - sarà inoltre "comminata nei prossimi giorni la sanzione di 72 euro prevista dall'articolo 180 del Codice della strada, in quanto per propria dichiarazione, l'interessato non aveva con sé la patente di guida".
Come aveva ammesso l'ex parlamentare, nella relazione di servizio della polizia stradale è confermato che "l'interessato, nell'immediatezza dei fatti, ha ammesso la propria responsabilità".
Mi viene da pensare che questo provvedimento sia conseguenza dell'indignazione della gente, altrimenti lo avrebbero sanzionato subito.
>>Da: senzascuse
Messaggio 22 della discussione
Non mi basta...gli devono sequestrare pure l'autista per un anno!
>>Da: Lory
Messaggio 23 della discussione
La domanda sorge spontanea: ma se non finiva sui giornali, come sarebbe stata chiusa la vicenda?
Anche la risposta sorge spontanea....
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Mastella: «Indulto, nessun aumento di recidivi»
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 14 della discussione
Bravo Mastella,
raccontalo ai familiari delle vittime se sei un uomo.
Mastella: «Un anno prima del provvedimento la percentuale
dei recidivi si assestava al 48%, un anno dopo è pari al 42%» ROMA - Clemente Mastella torna a difendere l'indulto. E accusa «questa campagna mediatica di rara virulenza fatta per guadagnarsi l'applauso delle curve». Nel suo discorso durante le celebrazioni del 190° anniversario della Polizia penitenziaria, il ministro della Giustizia afferma che «la presenza di recidivi in carcere un anno dopo l'indulto è pari al 42% del totale».
RECIDIVI - Il Guardasigilli ringrazia Prodi «che sull'indulto ha speso parole di verità » e Berlusconi, che ha detto «apertamente» che lo avrebbe rivotato. Per contrastare una tendenza che ha visto l'indulto al «primo posto della classifica del malcontento italiano», Mastella rende nota un'analisi del Dap diretto da Ettore Ferrara, dalla quale risulta che la presenza dei recidivi non è aumentata. Un anno prima dell'indulto - sostiene la ricerca - la percentuale dei recidivi si assestava al 48%, un anno dopo «è pari al 42% del totale. E tale ultimo dato include anche quel 22,7% dei detenuti usciti per il provvedimento votato dalla stragrande maggioranza del parlamento».
I DATI - Il Dap rende noto che sono 26.752 i detenuti usciti fino ad oggi dal carcere grazie all'indulto. Di questi, circa il 22% (per l'esattezza 6.194, di cui 4.318 italiani) sono finiti di nuovo in cella per essere tornati a delinquere. Ciò non significa però - spiega il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - che il tasso di recidiva sia aumentato dopo l'indulto: il tasso era infatti al 44% prima dell'approvazione dell'atto di clemenza il 31 luglio del 2006, mentre ora è al 42%.
>>Da: buonalanutella
Messaggio 11 della discussione
Abbiamo capito: Mastella proporrà un indulto bis.
Vergogna!
>>Da: senzascuse
Messaggio 12 della discussione
Mettiamo porte girevoli alle carceri, si fa prima.
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Filippo Facci: Lemuri.com
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Le demoscopie sul grillino medio si sono dispiegate, e la severa disponibilità di un gruppo nutrito di politici, aperti e cortesi dopo esser stati mandati affanculo a 300.000 watt, si va normalizzando. Non dispiacerà se dico qualcosa anch’io, visto che la famosa «rete» la conosco a sufficienza e scrivo e interloquisco sul secondo blog italiano. Primo: «la rete» non esiste, è così varia da equivalere a un target che vada dai 15 ai 50 anni. Secondo: a una grandissima parte di costoro il grillo comicante sta tremendamente sulle palle. Terzo: il popolo titillato da Grillo è il peggio di questo Paese e di qualsiasi Paese. Non c’è da capire o da intercettare: è una categoria dello spirito, sono i bruti e gli informi di Nietzsche, ignoranti nell’anima, invidiosi sociali. Odieranno sempre il politico e chiunque spicchi, perché nell’altrui compiutezza e appariscenza scaricheranno le colpe della loro mediocrità. Nulla basterà mai loro, neanche se un ministro guadagnasse 50 euro al bimestre e girasse in bicicletta blu. Presi da soli sono amebe annichilenti, in gruppo invece si fanno tipicamente squadristi, insultano, fanno mucchio, godono per chiunque rotoli nella polvere. Ovvio che un domani potrebbero farlo tranquillamente anche per Grillo.
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Carlo Pelanda: La manovra verso la recessione
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La crescita sta frenando nell'eurozona, ma il governo sta impostando la Finanziaria come se tutto andasse bene. Proprio questa mancanza di reattività, più che la situazione, aumenta il rischio che l'Italia cada in recessione. L'Europa è in emergenza economica su due fronti. La caduta del valore di cambio del dollaro ha un impatto decompetitivo sulle esportazioni. Che la locomotiva tedesca soffra meno di Italia e Francia perché la sua industria è più efficiente appare più una storiella inventata dalla Bce per giustificare una politica monetaria che penalizza l'export che un fatto. Quindi dobbiamo aspettarci, su questo lato, un doppio problema: più difficoltà per gli esportatori italiani sul mercato globale ed un minore traino generale della crescita tedesca sulla nostra. L'altra emergenza è dovuta al fatto che la bolla immobiliare» si sta sgonfiando rapidamente in Spagna, Regno Unito ed Irlanda anche a seguito del contagio psicologico innescato dalla crisi di insolvenza dei mutui americani. Potrebbe quindi estendersi al resto d'Europa e a noi un'ondata di sfiducia che colpirà il settore delle costruzioni - portante nella formazione del Pil - combinata con una probabile restrizione del credito. I due pericoli recessivi sarebbero minori se la Bce tagliasse i tassi.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il settore immobiliare, quello generale del credito, le famiglie indebitate, gli esportatori, ecc, riceverebbero ossigeno. Inoltre gli investimenti, ora depressi dall'attesa di tassi crescenti, ripartirebbero. Ciò resta vero, ma la tendenza recessiva ha ormai preso una forza che la Bce comunque non potrebbe contrastare in tempo con la sola politica monetaria. Inoltre Fancoforte non si smuove dalla posizione di preferire la recessione all'inflazione ed il meglio che possiamo sperare è che non alzi ulteriormente i tassi. Ciò significa che la crisi potrà essere evitata solo da mosse con effetto veloce da parte dei governi. La Germania ridurrà le tasse sulle imprese e la Francia adotterà misure espansive. Buona notizia perché l'Europa non andrà in recessione, pur rallentando. Ma l'Italia potrebbe andarci perché sia il governo non sta facendo altrettanto sia esistono tre situazioni aggravanti: a) l'impatto del cambio sull'export italiano è più pesante; b) le famiglie sono già ai limiti per la combinazione tra tasse, tariffe ed inflazione alimentare oltre all'insostenibilità dei mutui per molte; c) il già debole settore immobiliare potrebbe avere un crollo destabilizzante. Il governo italiano dovrebbe fare ben di più degli altri europei per evitare il peggio, cioè tagliare velocemente e sostanzialmente i costi per famiglie ed imprese in modo da attutire per le seconde il peso decompetitivo del cambio e per ridare alle prime capacità di spesa allo scopo di aumentare i consumi.
Quanto? Bisognerebbe lasciare a famiglie ed imprese almeno 30 miliardi complessivi. Come? Oltre che con detassazione, riducendo costi in modo mirato (casa, energia, tariffe, ecc.). Tale riflazione ci manterrebbe in crescita anche nell'ambito del rallentamento europeo ed in caso di recessione americana. Ma il governo, nel migliore dei casi, è in procinto di immettere solo 3 miliardi nel sistema, in modi ad effetto differito. Troppo poco e quel poco male. Se andiamo in stagnazione o recessione questa volta la colpa sarà del governo e non del ciclo economico esterno.
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Mario Cervi: Il pentito del giorno dopo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Non si tratta, questa volta, d’un giovinastro disorientato dagli spinelli che, all’uscita dalla discoteca, si mette al volante e ne combina di tutti i colori. Nemmeno si tratta d’un extracomunitario avvinazzato che, preso dal demone della velocità, mette a rischio la propria pelle e quella degli altri. Il guidatore che procedeva contromano su un’arteria importante, che per miracolo non ha causato uno scontro frontale, e che dopo tutto questo s’è cortesemente congedato da una pattuglia della polizia stradale, dalla pattuglia con rispettosa cortesia salutato - lo ha raccontatoRepubblica di ieri - era un pezzo grosso della politica italiana.
Claudio Burlando, anni 54, è stato sindaco di Genova, è stato deputato diessino, è stato ministro dei Trasporti, attualmente «governa» la Regione Liguria. Da un personaggio di questo calibro ci si può aspettare, quando incappi in una disavventura seria, o un rispetto rigoroso delle norme di convivenza civile o l’arroganza dei privilegiati: spesso favorita, purtroppo, da una certa acquiescenza di chi deve far rispettare la legge. In un primo momento, mi pare non ci siano dubbi in proposito, è prevalsa l’arroganza. Infatti Burlando, data la clamorosa gravità della sua infrazione e l’indignazione dei malcapitati automobilisti che in lui s’erano imbattuti, ha sùbito avuto a che fare con gli agenti della stradale: e qui è cominciata una strana catena di dimenticanze del governatore e in parallelo - questa è la mia impressione, senza voler offendere nessuno - di dimenticanze delle forze dell’ordine. Ho la convinzione che al reduce dalla discoteca e all’extracomunitario sarebbe stato riservato, nonostante il buonismo d’alcuni magistrati, un trattamento diverso.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I fatti. Burlando non ha con sé la patente. Burlando può esibire, come unico documento, un tesserino scaduto della Camera dei deputati. Burlando usa il telefonino mentre procede in senso vietato. Nonostante questo insieme di circostanze non gli viene contestata la multa, né viene ventilato il ritiro della patente, né viene sottoposto alla prova del palloncino. Raccontata così - ma non è facile raccontarla in altro modo - questa storiella somiglia alla trama d’un film di Alberto Sordi o a un racconto amaro di Vitaliano Brancati. Solo che Sordi, prima d’arrendersi al servilismo, tentava se ricordo bene d’essere rigoroso. A Genova è mancato non solo il rigore, ma anche il conato del rigore.
Lontana da me l’idea di volere che volino gli stracci, ossia che le colpe finiscano per ricadere sui poliziotti (per fortuna difesi, finora, dai loro superiori); poliziotti che si sono trovati di fronte a una faccia ben nota, e molto autorevole, e a un tesserino la cui esibizione non aggiunge credibilità morale a chi ne è in possesso, ma lo indica come appartenente alla Nomenklatura.
Poi, deflagrato lo scandalo, Burlando ha spiegato che s’era battuto in ogni modo perché gli infliggessero le più terribili sanzioni, che invoca e attende con ansia una giusta punizione. Commovente il suo grido di dolore, in un colloquio con il Questore: «Voglio la multa massima». Magari adesso l’accontenteranno anche, per tacitare i maligni. Prefetto e Questore si scopriranno inflessibili. Ma dopo, sempre dopo. Se la faccenda fosse stata messa a tacere - gran merito quello della stampa, quando impedisce gli insabbiamenti - sarebbero più tranquilli sia Burlando sia le Autorità chiamate in causa. È andata diversamente, per le maggiori fortune di Beppe Grillo.
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Gaetano Quagliariello: Il finale di partita
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La seduta del Senato di giovedì è destinata a entrare nei manuali di politologia. Ciò a cui si è assistito, infatti, non era mai accaduto prima d'ora nella vita di un Parlamento. Neppure ai tempi della Terza Repubblica francese, quando le maggioranze si facevano e si disfacevano a seconda delle opportunità contingenti. In questo caso, infatti, si è andati oltre: la maggioranza era introvabile, al punto che l'opposizione è riuscita a metterla in crisi ricorrendo all'inedita tecnica del patchwork.
La seduta entra nel vivo al momento del voto della mozione presentata da Renato Schifani, che guida in aula il maggior gruppo dell'opposizione. Il documento non passa per due voti. Storace e i suoi due seguaci, infatti, al fine di testimoniare la propria esistenza in vita, decidono di non votarlo. Fin qui si è nella fisiologia della vita parlamentare: l'opposizione, seppure per un soffio, non diventa maggioranza. E la maggioranza deve ringraziare un piccolo gruppo che, utilizzando legittimamente le armi in suo possesso per accrescere il proprio peso, consegue il risultato di salvarla.
Il bello giunge allorquando s'iniziano a discutere i documenti presentati dai «frondisti», ovvero da quei «pezzi» della maggioranza che non intendono rinunziare a metter su carta i motivi della loro differenziazione. A questo punto l'opposizione, facendo confluire i propri voti su parti specifiche di quei documenti, riesce nel risultato di approvare una mozione che suona come censura nei confronti dell'operato del governo. La maggioranza, infatti, nel tentativo di raddrizzare il senso politico del documento, viene battuta in due votazioni consecutive: la prima volta per sette voti (149 a 156), la seconda addirittura per tredici (145 a 158). A questo punto, prende atto della situazione e si affretta a ritirare la sua mozione, nel tentativo di limitare i danni mediatici. Il Presidente Marini le dà una mano, ritenendo tardiva la richiesta del senatore D'Onofrio di fare proprio il documento ritirato, evitando così che la mannaia torni ad abbattersi su di un capo ormai penzolante.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Fin qui, come si dice in gergo, la «nuda cronaca». Passando al commento, va detto senza giri di parole che la maggioranza in Senato si è squagliata. Essa, infatti, non si è limitata a subire la dissidenza di una sua sola parte. È caduta sotto i colpi di frange che muovono in direzioni politiche differenti. Le motivazioni dei «diniani», infatti, non sono quelle di Bordon e Manzione che, a loro volta, sono diverse da quelle del senatore Rossi. E si potrebbe continuare... Chi ha assistito alla seduta, d'altro canto, di tale situazione ha avuto una chiara percezione visiva: la povera senatrice Anna Finocchiaro, capogruppo di quel che fu l'Ulivo, non sapeva più a chi dare i resti. Mentre provava ad acchiapparne due, tre ne scappavano da un'altra parte.
Va senz'altro messo nel conto che la Rai è argomento in grado d'eccitare ogni tipo di dissidenza, ma ritenere che si sia trattato di un episodio sarebbe un errore. Nella crisi della maggioranza vi è, infatti, qualcosa di strutturale legato alla nascita del Partito democratico, che ha modificato equilibri già di per sé precari. Ed oggi ai conti interni al nuovo partito, non ancora del tutto saldati, si aggiunge la rivolta degli esclusi che si prospetta come endemica e permanente.
Guardando alla sostanza politica di quanto accaduto, anche un bambino comprenderebbe che la situazione per il governo si è fatta ingestibile. Al punto da ritenere masochistico che esso decida d'affrontare la legge finanziaria in tale stato di salute. Di questa evidenza, d'altro canto, si è fatto splendido interprete il Presidente della Repubblica il quale, alla domanda dei giornalisti che gli chiedevano se fosse preoccupato per la situazione determinatasi in Senato, ha risposto di essere contento per i lavori di restauro della stazione Mergellina (...). Non sappiamo se l'ironia sia stata intenzionale. Essa, in ogni caso, esprime meglio d'ogni commento il clima da finale di partita che stiamo vivendo.
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Mario Sechi: ORA IL PROCESSO TORNI IN PARLAMENTO
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il caso Visco non è chiuso. La Procura di Roma non potendo rinviare a giudizio il viceministro dell’Economia, l’ha messo dietro la lavagna certificando una cattiva condotta che se non vale niente in un’aula di tribunale, vale moltissimo in quella parlamentare.
La storia delle pressioni esercitate sulla Guardia di Finanza è infatti un caso esemplare di dispotismo che non abbiamo mai immaginato potesse essere ridotto a pura questione da polveroso faldone giudiziario.
In un Paese che sta perdendo drammaticamente fiducia nella politica, la permanenza di Visco al governo è uno spettacolo che la maggioranza potrebbe e dovrebbe evitare. Per gli italiani e per la futura sopravvivenza del centrosinistra come entità politica e non come sottoprodotto del caos.
Al Giornale non siamo né giacobini né alfieri dell’antipolitica, pensiamo semplicemente che per salvare la buona politica occorrano rapidi atti concreti, guidati dalla bussola della serietà e della sobrietà.
Un uomo di governo che «con la bava alla bocca» minaccia il comandante generale delle Fiamme Gialle chiedendo il trasferimento dei finanzieri che indagano su Unipol - per motivi che secondo i magistrati «restano oscuri» - non solo non può riavere le deleghe sulla Guardia di Finanza, ma non può neppure continuare a stare al suo posto.
Il silenzio del centrosinistra sulla vicenda fa supporre che invece si voglia procedere in ben altro modo e, francamente, a noi sembra una scelta suicida per almeno tre motivi:
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
1. Perdonato Visco, diventa perdonabile qualsiasi altra pessima condotta di un qualunque componente del governo.
2. Il viceministro Visco è un’anatra zoppa, perché senza la delega sulla Guardia di Finanza non può usare lo strumento principale per la lotta all’evasione.
3. La maggioranza espone l’intero governo alla gogna dell’antipolitica e con la piena «assoluzione» di Visco fornisce argomenti molto pesanti a chi riempie le piazze urlando che «bisogna distruggere i partiti».
Il centrosinistra sta tragicamente confondendo l’istinto di autoconservazione con la conservazione del potere. Il problema è che così facendo si trasforma da grande malato a untore e rischia di contagiare tutto il sistema. Per queste ragioni il caso Visco non può considerarsi chiuso e l’opposizione dovrebbe stendere un cordone sanitario per non farsi contagiare e per cercare di curare il grande malato. Si dice che «se salta Visco, salta il governo», ma in gioco c’è di più: la dignità della politica.
Una vicenda come questa merita non solo un altro dibattito parlamentare, ma la presentazione di una mozione di sfiducia individuale. Si restituisca lo scettro alle Camere, siano i parlamentari a giudicare quel comportamento così poco onorevole. Lo assolvano o lo condannino, con chiarezza, assumendosi le proprie responsabilità di fronte agli elettori.
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Arturo Diaconale: Libri da film, Veltroni batte pure Sciascia
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Walter Veltroni come e meglio di Leonardo Sciascia, di Andrea Camilleri o dello scomparso Alberto Moravia? Pare proprio di sì. Dai libri di Leonardo Sciascia sono stati tratti due film passati alla storia. Il giorno della civetta e Todo modo. Da quelli di Andrea Camilleri la fortunata serie televisiva del commissario Montalbano. Per non parlare di Moravia che con La noia, La romana, La ciociara è stato un ispiratore costante dei registi e degli sceneggiatori italiani del secondo dopoguerra.
Ma il prossimo segretario del futuro Partito democratico li ha battuti tutti. Nessuno di questi grandi scrittori italiani è riuscito nell’impresa di dare al cinema italiano soggetti e trame per la produzione quasi contemporanea di quattro film diversi.
Il primo è già uscito contemporaneamente in 130 sale. Si chiama Piano, Solo, è diretto da Riccardo Milani, interpretato da Kim Rossi Stuart e vanta un cast di tutto rispetto in cui spiccano Jasmine Trinca, Michele Placido e Paola Cortellesi. Il secondo è diretto da Gianni Amelio e arriverà quanto prima sugli schermi delle principali città italiane. Il terzo è girato da Franco Brogi Taviani e seguirà a ruota il primo e il secondo. Il quarto è già messo in cantiere ed anche se ancora deve trovare il regista più adatto a girarlo, giungerà come una cambiale subito dopo il primo, il secondo ed il terzo.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I magnifici quattro film che presto inonderanno i cinema italiani sono tutti tratti da libri scritti dal leader designato del Partito democratico. Il primo da Disco del mondo, il libro dedicato al musicista suicida Luca Flores. Il secondo da Senza Patricio, scritto dal sindaco di Roma dopo un viaggio in America Latina. Il terzo da Forse Dio è malato, diario di un viaggio del leader del futuro Pd nell’Africa dei poveri e dei diseredati. Il quarto dal romanzo del sindaco-segretario-scrittore La scoperta dell’alba.
C’è una correlazione tra l’attività politica di Veltroni e questa incredibile esplosione di produzioni cinematografiche tratte dall’attività di scrittore del certo successore di Romano Prodi alla testa della sinistra riformista italiana? Oppure si tratta di una semplice casualità? Magari appena favorita dal fatto che Veltroni è un noto appassionato di cinema e che, proprio per questa sua non nascosta passione, ha addirittura organizzato a Roma un Festival cinematografico in alternativa a quello di Venezia?
Il dilemma è aperto. Così come lo sono tutti gli altri interrogativi e le altre valutazioni poste da questa singolare vicenda. È certo, ad esempio, che qualcuno si chiederà maliziosamente quali e quanti di questi film usufruiranno dei finanziamenti statali. Che qualche altro si interrogherà se i produttori abbiano trovato porte aperte o chiuse quando hanno bussato alle banche per i crediti necessari. Che altri ancora si macereranno sul dilemma se sia stato Veltroni a chiedere a registi e produttori di ispirarsi ai propri libri per le loro pellicole o se, viceversa, siano stati registi e produttori a sfruttare il nome di Veltroni per realizzare i loro prodotti. E, infine, che tanti taglieranno la testa al toro e sentenzieranno che se il cinema italiano ricorre al sindaco-segretario-scrittore, non ci si deve stupire se poi il regista italo-americano Tarantino lo definisce morto e sepolto.
Ma di tutti questi quesiti e di queste affermazioni l’unica questione che conta davvero è un’altra. A quando un film scritto, diretto ed interpretato dal Woody Allen del Partito democratico?
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Il clima intorno a Pecoraro è sempre più surriscaldato
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Alfonso Pecoraro Scanio oltre a essere politicamente verde è anche verde di rabbia. I fratelli terribili di Romano Prodi, infatti, Franco e Vittorio, il primo meteorologo e il secondo fisico, hanno semplicemente detto che le frasi del ministro dell’Ambiente sui cambiamenti climatici del nostro Paese «non ha senso». Così, in tre parole, tutte le conclusioni della Conferenza nazionale sul clima, impugnate dal ministro che ha prefigurato una sciagura prossima ventura, sono state sbugiardate. Come è possibile che tra il ministro dell’Ambiente e i suoi consulenti - tra i quali c’è Jeremy Rifkin, del quale sono note le previsioni apocalittiche - e i fratelli del presidente del Consiglio, esclusi insieme a tanti altri docenti e scienziati italiani sulla conferenza sul clima, ci sia una così diversa visione delle cose? Come è possibile che Pecoraro Scanio preveda catastrofi e gli altri dicano: «È solo allarmismo gratuito»? Come è possibile che un ministro sbagli in modo così clamoroso?
Secondo Franco Prodi, la conferenza organizzata dal ministro era già tutta orientata sulla conclusione del catastrofismo. Chi non è stato invitato è stato volutamente messo alla porta. E perché? Semplice: perché la conferenza non doveva discutere dei dati e analizzare, ma sostenere una tesi già bell’e pronta.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La conferenza sul clima si sarebbe surriscaldata se ci fossero stati anche scienziati, fisici, climatologi, meteorologi pronti a sollevare dubbi, a formulare ipotesi diverse e contrarie, insomma, pronti a fare il mestiere dello scienziato. Nell’ottica ministeriale, invece, la conferenza sul clima altro non doveva essere che un’arma politica e ideologica nelle mani del ministro ambientalista. Pecoraro Scanio ha in pratica trasformato in una campagna partitica una conferenza scientifica. E l’accusa che gli è stata rivolta da Franco Prodi è stata di aver manipolato la scienza e i suoi risultati. Sì, proprio così. Manipolazione della scienza. Infatti dire che l’Italia è un Paese a rischio «non ha senso».
La verità è che, per parafrasare un noto detto, la scienza e i suoi risultati sono cose fin troppo serie per lasciarle a un ministro. Pecoraro Scanio è sempre pronto a scattare come una molla quando si tratta di fare una crociata ambientalista, ma è sempre in ritardo quando si tratta di garantire un buon servizio di smaltimento dei rifiuti. Si occupa molto dell’Ideologia e molto poco di cose pratiche. Guarda caso, però, sono proprio queste ultime le cose che più servono a cittadini, città e regioni italiane. La stessa scienza è una questione pratica. Credere che qualcuno - peggio ancora se un ministro - sappia tutto su tutto e conosca per filo e per segno gli sviluppi climatici della terra, significa avere un’idea ottocentesca della scienza e dei suoi procedimenti. La scienza è fallibile, come tutte le cose umane e come tutti i ministri. Organizzare una conferenza nazionale sul clima e allarmare un Paese intero manipolando la scienza è roba da apprendisti stregoni.
IL GIORNALE
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Massimo Introvigne: I valori occidentali sono vivi e vanno difesi dal terrorismo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Ricevendo a Castel Gandolfo i parlamentari dell’Internazionale democristiana, Benedetto XVI ha definito il terrorismo un «fenomeno gravissimo che spesso arriva a strumentalizzare Dio e disprezza in maniera ingiustificabile la vita umana». Non solo: il terrorismo che aggredisce l’Occidente usa come «pretesto» il «rimprovero di aver dimenticato Dio, con cui alcune reti terroristiche cercano di giustificare le loro minacce alla sicurezza delle società occidentali».
Si tratta di un ritorno al discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, già ampiamente ripreso nel recente viaggio apostolico in Austria. A Ratisbona il Papa era partito da un dialogo che vide contrapposti nel 1391 ad Ankara l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un saggio musulmano. L’imperatore gioca fuori casa, dopo avere ricevuto un invito che non può rifiutare ad accompagnarlo in una partita di caccia dal sultano turco Bayazet, il cui minaccioso esercito è molto più potente del suo. Certamente Manuele non può invocare il Vangelo o la teologia di fronte a un pubblico musulmano: propone allora al suo interlocutore di discutere non sulla base della fede, ma della ragione. L’islamico accetta, ma il dialogo non va da nessuna parte perché Manuele e il persiano hanno due idee diverse della ragione. Per l’imperatore greco la ragione è il fondamento filosofico di tutte le cose. Per il musulmano questo fondamento non esiste - il suo Dio, Allah, «non dipende dai suoi atti» e può cambiare ogni minuto le leggi che regolano il mondo, così che ogni conoscenza razionale è incerta e provvisoria - e per lui argomentare in base alla ragione significa semplicemente citare fatti empirici.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Usa pertanto l’argomento che pensa chiuda la discussione: la prova della superiorità dell’Islam sul cristianesimo è che le armate del Profeta stanno vincendo ovunque, e lo stesso impero di Bisanzio è ridotto a uno staterello. Naturalmente tre secoli dopo, quando a partire dalla battaglia di Vienna i musulmani cominceranno a perdere, l’argomento potrà essere rovesciato. Ma non è questo il punto. Per Manuele II - e per Benedetto XVI - la vita, i diritti umani e la possibilità di convivere fra religioni diverse sono garantite solo da una fiducia nella ragione come strumento capace di conoscere la verità. Se manca questa fiducia, quale sia la verità è deciso da quali eserciti vincano, e oggi da chi sia più capace di fare esplodere bombe. La verità - e Dio stesso, che è verità - diventano semplici funzioni della violenza.
Il mondo nato da quella fiducia nella ragione e nella verità che già nel 1391 l’Islam aveva abbandonato si chiama Occidente. Ci sono oggi molti, anche tra i cattolici, che contestano la nozione di Occidente. Per alcuni si tratterebbe di un mito imperialista: l’Occidente non sarebbe mai esistito. Per altri l’Occidente non esisterebbe più: giacché ha ampiamente dimenticato Dio, avrebbe perso la sua ragion d’essere e non resterebbe più nulla meritevole di essere amato e difeso. Benedetto XVI non si vergogna di chiamare l’Occidente con il suo nome, e di denunciare come un «pretesto» la tesi - che non è esposta solo dai fondamentalisti islamici - secondo cui la società occidentale «senza Dio» non è più se stessa. No: per quanto malato l’Occidente non è morto. Anche nelle loro versioni più laiche e parziali, i suoi valori di ragionevolezza e di libertà conservano l’impronta dell’origine cristiana. Per questo vale la pena difenderli dall’aggressione terrorista. E dichiararsi, senza vergogna, occidentali.
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«Berlino dica no a moschee più grandi delle cattedrali»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Polemiche per i progetti di grandi luoghi di culto musulmani. Il leader della Csu Stoiber alla Merkel: «Difenda la nostra antica cultura»
I musulmani che vivono in Germania hanno tutto il diritto ad avere i loro luoghi di culto, ma ci dev’essere un limite: le moschee non possono avere dimensioni maggiori delle cattedrali. Edmund Stoiber, uno dei politici di più lungo corso del campo conservatore tedesco, lancia un appello ad Angela Merkel, prima Cancelliere donna nella storia del suo Paese ed esponente democristiana: «La Cdu farebbe bene a ricordarsi - dice in un’intervista al quotidiano Bild Zeitung il leader cristiano-sociale bavarese - che in Germania c’è una cultura dominante cresciuta nel corso dei secoli. Con tutta la tolleranza possibile, quindi, le cattedrali devono essere più grandi delle moschee!».
L’accorata uscita di Stoiber, che l’8 ottobre concluderà la sua quasi quindicennale esperienza come Ministerpräsident (in sostanza presidente regionale) della Baviera per assumere un importante incarico a Bruxelles, prende lo spunto dai progetti per la costruzione di due nuove grandi moschee nelle città di Colonia e di Monaco. In entrambi i casi la popolazione locale ha da tempo, e inutilmente, manifestato la propria contrarietà.
Nella città renana, in particolare, la comunità turca ha intenzione di costruire nella Venloer Strasse - una strada del quartiere periferico e ormai multietnico di Ehrenfeld - una moschea gigantesca, in grado di accogliere duemila fedeli e dotata di due minareti alti 55 metri, l’equivalente di un palazzo di diciotto piani. Colonia, con circa un milione di abitanti, è la quarta più grande città della Germania. Si calcola che i musulmani che vi risiedono siano intorno ai centomila, il che fa della questione dell’immigrazione un tema sensibile in città, e soprattutto nelle periferie. A Ehrenfeld (35mila abitanti), gli extracomunitari superano il 30 per cento del totale della popolazione e sono in gran parte turchi. L’opposizione alla supermoschea di Venloer Strasse ha visto il coinvolgimento della larga maggioranza dei residenti, ma ciononostante il sindaco Franz Schramma (cristiano-democratico) ha concesso l’autorizzazione alla costruzione.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
A Monaco di Baviera il borgomastro Ude si chiama Christian, ma è socialdemocratico. E comunque la musica non cambia. Anche lui ha detto sì al progetto per la costruzione di una grande moschea nella Gotzinger Platz, nel quartiere di Sendling. Come sulle rive del Reno, gli abitanti del posto hanno fatto capire inequivocabilmente di non essere d’accordo: a Sendling (dove i residenti stranieri sono un quarto del totale) si è tenuto nel giugno 2005 un referendum sulla questione della moschea, ma il sindaco e la sua maggioranza rosso-verde non hanno tenuto conto del suo risultato contrario per il 54% al progetto, sottolineando che non era vincolante per la decisione finale.
Il caso di Seidling è ben noto in tutta la Baviera e la stampa se ne occupa spesso con molto rilievo. Gli oppositori del progetto, guidati dalla Csu, il partito di Edmund Stoiber che è largamente maggioritario in tutta la Baviera ma non a Monaco, insistono nel chiedere il rispetto della volontà popolare e sperano di riuscire a impedire l’avvio dei lavori. A tenere alta la vis polemica è il fatto che la moschea di Sendling dovrà sorgere - ed è molto difficile non cogliervi un significato simbolico - proprio di fronte alla chiesa di San Corbiniano, in un’area dove oggi c’è un parcheggio. I due minareti della progettata moschea verrebbero così un giorno a contrapporsi ai due campanili della chiesa baroccheggiante. Una situazione che spinge i due fronti contrapposti a considerazioni molto diverse: la sinistra ci vede un’occasione di incontro tra culture, i conservatori denunciano lo snaturamento forzato del contesto locale. Il braccio di ferro continua e a dimostrazione dell’importanza del tema anche i big della politica scendono in campo.
Roberto Fabbri
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Brown non andrà al vertice di Lisbona perché c’è Mugabe
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
«Il presidente Mugabe è l’unico leader africano su cui grava il divieto di recarsi nella Ue. C’è una ragione per questo: le violenze sul proprio popolo». Il premier britannico Gordon Brown, in un articolo su The Independent, ha così motivato le ragioni per cui non sarà presente al vertice di Lisbona sullo Zimbabwe. Dopo aver illustrato la spaventosa situazione nel Paese africano, Brown ha sottolineato che la presenza di Mugabe comprometterebbe il vertice e revocherebbe di fatto il divieto imposto dalla Ue. «In queste circostanze - ha scritto - la mia presenza non sarebbe appropriata». La Commissione europea, dal canto suo, ha affermato di comprendere le preoccupazioni di Brown, ma di ritenere troppo importante la riuscita del vertice di Lisbona.
IL GIORNALE
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In Algeria tornano i kamikaze, italiano ferito
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Autobomba si lancia su un convoglio di tecnici stranieri con nove persone a bordo. Nessuna vittima. Al Qaida: «Siamo stati noi»
La Farnesina: «Il nostro connazionale non è grave»
Il più grave dei nove feriti è un tecnico italiano, Elvio Del Fabbro. Lui e i due colleghi francesi viaggiavano scortati dalla gendarmeria algerina. Dovevano essere le prime vittime della nuova offensiva terroristica annunciata 24 ore prima da Ayman Zawahiri, i primi stranieri a venir dilaniati dalle bombe destinate, secondo il numero due di Al Qaida, a liberare il Nord Africa dagli infedeli e aprire la strada al ritorno della dominazione islamica sulla Spagna. Il primo obbiettivo è stato mancato per poco. La bomba umana, innescata dalle parole di Zawahiri, ha colpito in pieno il veicolo dei tecnici stranieri, ma il nostro connazionale, i suoi due colleghi francesi, l’autista algerino e cinque gendarmi della scorta investiti dall’esplosione sono rimasti, fortunatamente, solo feriti. La Farnesina, pur mantenendo il più stretto riserbo sull’identità del tecnico fa capire che non è in pericolo di vita. «Le sue condizioni non sembrano gravi, non ha lesioni serie ed è stato portato ad Algeri per essere curato» riferiscono dal ministero degli Esteri.
Il fallito attentato di Al Qaida si consuma di buon mattino sulla strada che porta alla diga di Koudiat Acerdoune, 75 chilometri a sud est di Algeri. In quel cantiere gestito dalla ditta francese Razel lavorano tecnici italiani e d’oltralpe. Ogni mattina raggiungono il campo scortati dalla gendarmeria. La regione è dai primi anni ’90 una delle più pericolose del paese. Le montagne e i boschi della Cabilia, nonostante le tradizioni laiche degli abitanti, è diventato terreno d’azione prima per i militanti del Gruppo Islamico Armato, poi per quelli del Gruppo Salafista per la Predicazione ed il Combattimento e infine di Al Qaida nella terra del Maghreb. Un unico filo rosso lega la storia di queste formazioni. La cellula algerina di Al Qaida è nata da una costola del «gruppo salafita» formatosi a sua volta dalle ceneri del Gia.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I terroristi chiaramente sorvegliavano da tempo i convogli diretti al cantiere. La macchina del kamikaze s’affaccia al ciglio della strada poco dopo le sette del mattino, evita i veicoli della gendarmeria, s’infila nel convoglio, punta l’unico veicolo civile. «I due mezzi della gendarmeria - racconta un responsabile della società - erano uno davanti e uno dietro all’auto con i lavoratori, ma il kamikaze ha puntato diritto contro gli stranieri». A salvare il tecnico italiano e i suoi colleghi francesi contribuisce la prontezza di riflessi del conducente algerino che evita un impatto diretto. Quello che gli esplode accanto è, come fa capire la rivendicazione di Al Qaida poche ore dopo, un ordigno assai potente. «Othman Abu-Jafar, eroe votato al martirio si è lanciato a bordo di un veicolo Mazda imbottito con più di 250 kg di esplosivo contro i crociati francesi» annuncia un messaggio audio diffuso dalla televisione Al Arabiya. L’elemento più impressionante per gli esperti è il coordinamento tra l’ordine di Al Zawahiri e la realizzazione dell’attentato. Il numero due di Al Qaida sembra perfettamente al corrente delle operazioni in corso nella galassia di Al Qaida, costantemente aggiornato anche da scenari distanti come quello algerino, in grado di impartire ordini realizzabili nelle successive 24 ore. I servizi segreti francesi hanno, infatti, preso molto sul serio le sue parole ed hanno già ordinato l’evacuazione dei connazionali residenti nella capitale algerina.
Le autorità nonostante la lunga esperienza nella lotta al terrorismo sembrano invece prese in contropiede dall’offensiva della cellula di Al Qaida nata all’inizio dell’anno da una scissione del «Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento». Dopo gli attentati ad Algeri agli inizi d’aprile costati 33 vittime Al Qaida Maghreb ha colpito il 6 settembre scorso la scorta del presidente Abdelaziz Bouteflika uccidendo 22 persone ed è riuscita – il giorno dopo - ad infilare un giovanissimo attentatore suicida in una caserma della guardia costiera di Dellys massacrando 30 persone.
Gian Micalessin
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Kabul. Morti sei civili usati dai talebani come scudi umani
>>Da: andreavisconti
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Un militare francese è morto ieri in un attacco suicida a Kabul, rivendicato dai talebani, mentre la Nato ha confermato l’uccisione di sei civili in un raid nel Sud dell’Afghanistan, accusando però i taleban di averli usati come scudi umani. Nell’attentato di Kabul contro un convoglio dell’Isaf è stato coinvolto anche un autobus pieno di civili. Da Parigi, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha detto che il suo Paese è «determinato» nel proseguire la lotta contro il terrorismo. La Francia ha circa 1.100 soldati in Afghanistan, di stanza a Kabul. In quanto ai sei civili morti in un raid delle forze britanniche nella provincia di Helmand, il vicesegretario della Nato, Alessandro Minuto Rizzo, ha affermato da Bruxelles che, secondo la testimonianza di una donna scampata all’attacco aereo, i civili morti erano stati presi in ostaggio dai talebani dentro una casa da cui gli insorti sono fuggiti subito prima che fosse bombardata.
In un’altra operazione congiunta delle forze della coalizione e dei militari afghani nella stessa provincia di Helmand, all’alba di ieri sono stati uccisi 40 talebani.
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Beirut, folla ai funerali di Ghanem Gemayel: si voti per il presidente
>>Da: andreavisconti
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Migliaia di libanesi hanno dato a Beirut l’ultimo saluto ad Antoine Ghanem e i funerali del deputato cristiano, ucciso mercoledì in un attentato, si sono trasformati in una grande manifestazione della maggioranza parlamentare antisiriana, che per bocca dell’ex presidente Amin Gemayel ha messo in guardia contro il rischio di un «vuoto politico» in Libano.
Avvolte nelle bandieri libanesi e del Partito delle Falangi in cui Ghanem (64 anni) militava, le bare del deputato e delle sue due guardie del corpo uccise assieme a due passanti sono state accompagnate da una folla imponente nel corteo funebre che - dall’ospedale libano-canadese di Sin el-Fil, il quartiere cristiano alla periferia est di Beirut teatro dell’attentato di mercoledì - ha raggiunto la chiesa del Sacro Cuore, nell’altro quartiere cristiano di Badaro.
Lungo tutto il tragitto, sulle tre bare portate a spalla decine di donne vestite a lutto hanno lanciato dai balconi delle loro abitazioni manciate di riso e petali di fiori bianchi, mentre militanti falangisti e dell’altro partito cristiano delle Forze libanesi scandivano «Antoine, rimarrai vivo in noi» in segno di omaggio per il quarto parlamentare della maggioranza antisiriana assassinato in meno di due anni.
All’interno della chiesa del Sacro Cuore, straboccante di folla, la messa funebre è stata quindi celebrata alla presenza dei principali leader della maggioranza parlamentare: i cristiani Gemayel e Samir Geagea, il sunnita Saad Hariri e il druso Walid Jumblatt. Al termine della messa ha poi preso la parola Gemayel, leader del Partito delle Falangi il cui figlio Pierre - deputato e ministro dell’Industria - era stato assassinato nel novembre 2006. L’ex presidente ha messo in guardia l’opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah da un eventuale boicottaggio della seduta del Parlamento, convocato martedì prossimo per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, chiamato a succedere al filosiriano Emile Lahoud.
«Temo che il boicottaggio conduca a un vuoto di potere e alla spartizione - ha ammonito Gemayel -. È quello che i partiti d’opposizione vogliono, soprattutto i cristiani fra di essi?», si è poi chiesto, alludendo alla Corrente patriottica libera dell’ex comandante dell’esercito Michel Aoun, maggiore alleato cristiano di Hezbollah.
«Il martirio di Antoine Ghanem è un messaggio alle Nazioni Unite e alla Lega Araba perchè mettano in salvo la Repubblica libanese», ha concluso l’ex presidente, i cui timori sono condivisi dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. In un’intervista ad An-Nahar, il principale quotidiano libanese, Ban ha dichiarato ieri che l’emergere di due governi in Libano - in caso di mancata intesa per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica - sarebbe «la peggiore delle ipotesi».
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Energia, la scienza accelera sul nucleare
>>Da: andreavisconti
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Gli italiani favorevoli al nucleare raggiungono i contrari. Lo dice una ricerca presentata ieri alla terza Conferenza mondiale sul Futuro della Scienza, in corso a Venezia, a 20 anni esatti dal referendum che decise l’abbandono dell’atomo. Il 37% degli italiani ora si dice favorevole a investire sul l’energia nucleare, mentre il 38% resta contrario, il restante 25% non si esprime.
Un’inversione di tendenza anche rispetto a pochi anni fa: nel 2003 gli italiani favorevoli al nucleare erano solo il 22%, e il 56% si dichiarava contrario. Dietro a questo cambiamento secondo Massimiano Bucchi, professore di Sociologia della Scienza all’Università di Trento e uno dei curatori della ricerca, risiede nella «percezione della congiuntura economico-politica: la necessità di ridurre la dipendenza dai Paesi produttori di petrolio è la prima motivazione dei favorevoli».
La Conferenza mondiale sul Futuro della Scienza di Venezia, organizzata dalla Fondazione Veronesi, dalla Fondazione Cini e dalla Fondazione Silvio Tronchetti Provera, è presieduta da Umberto Veronesi e dedicata alla sfida dell’energia. «C’è la necessità - ha dichiarato l’oncologo - di diminuire la dipendenza dall’energia fossile». Le opzioni alternative sono il nucleare, l’energia geotermica, solare ed eolica. Ma il presidente della Conferenza lamenta l’assenza della politica: «Aspettiamo che il governo si decida ad avere un piano energetico che ancora non si vede». Veronesi si dice favorevole a utilizzare il nucleare per una frazione del fabbisogno energetico del nostro Paese. Più cauto il premio nobel Carlo Rubbia, che sul nucleare ha delle riserve e ammonisce a non considerarlo una cura miracolosa per i problemi energetici: «Occorrono programmi, lunghi tempi di applicazione. Non si può confondere il nucleare con la necessità di affrontare l’inverno e la criticità sul fronte dell’energia elettrica». E i rischi, secondo Rubbia, «non vanno negati, ma devono essere presi in considerazione». Il problema energetico, secondo Giovanni Bazoli, presidente della Fondazione Cini, «può essere risolto solo battendo strade nuove. Cioè mirando a fonti di energia che escludano i rischi delle risorse attuali: costi, inquinamento ed esauribilità. È questa la vera sfida del ventunesimo secolo».
Anche l’ecologo di fama internazionale James Lovelock, padre dell’«Ipotesi Gaia», secondo cui la Terra è un unico organismo vivente, si dice favorevole all’energia nucleare, che considera «la più naturale del mondo. Il sole è un’immensa centrale nucleare. Non c’è motivo per non sfruttare questa fonte».
Per intervenire sull’ambiente siamo in ritardo, secondo Marco Tronchetti Provera, «ma questo ritardo può essere colmato: molti paesi stanno unendo le forze nella ricerca di un nucleare di quarta generazione che dia maggiori garanzie di sicurezza».
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L’esperto del Mit: «L’effetto serra è di moda ma non ci sono prove»
>>Da: andreavisconti
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Il professor Richard S. Lindzen, climatologo e membro dell’Accademia delle scienze Usa, scende in laguna dal Massachusetts Institute of Technology di Boston, una delle università più prestigiose del mondo, e liquida gli allarmi su inquinamento, gas serra, riscaldamento globale del pianeta. «Allarmismo e isteria. Peggio, una moda politicamente corretta». Tsunami, uragani, effetto serra? Gli studi scientifici, i modelli di previsione, gli scenari catastrofici sul futuro del pianeta? «Non ci sono prove, anzi neppure basi scientifiche. I dati dimostrano che la responsabilità dell’uomo in termini di cambiamenti climatici è soltanto una remota possibilità».
«Ci sono enormi interessi legati a queste ricerche. E c’è un problema anche nella comunità scientifica - aggiunge Lindzen -: gli studiosi conoscono poco il problema. Il 90 per cento della ricerca climatologica in Europa è partita sui temi del riscaldamento globale. In America siamo al 50 per cento. Ma chi lavorava già prima di questa moda è fuori».
Lindzen è a Venezia ospite della Fondazione Umberto Veronesi per il terzo convegno sul «Futuro della scienza» organizzato con le fondazioni Giorgio Cini e Silvio Tronchetti Provera. Il «full professor» del Mit ieri mattina ha portato dati e osservazioni sperimentali per smontare le teorie più allarmistiche. Ma ha fatto una premessa sul metodo. Ha spiegato che i modelli matematici che propongono scenari futuri si basano su ipotesi, e oggi l'ipotesi prevalente negli studi di climatologia è che la colpa sia dell’uomo, dell'inquinamento, dell’utilizzo massiccio dei combustibili fossili (petrolio e carbone). Fattori naturali come le macchie solari e il vapore acqueo vengono messe da parte.
Tuttavia, prendendo per buono il recente allarme del rapporto Ipcc (il «panel» scientifico internazionale dell'Onu che da anni studia gli effetti dell'aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera), Lindzen dimostra che «anche attribuendo tutto il riscaldamento dell'ultimo secolo ai gas prodotti dall'uomo, il riscaldamento osservato non supera un terzo di quanto previsto dai modelli matematici».
>>Da: andreavisconti
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Molti elementi contraddicono le tesi allarmistiche. I palloni aerostatici negli strati alti dell'atmosfera registrano temperature più basse del dovuto. E poi ci sono le analisi delle temperatura media della superficie terrestre: è cresciuta di circa un grado tra il 1850 e il 1940, poi c'è stato un raffreddamento fino al 1975. «Ricordo bene che allora qualche studioso parlò addirittura di una piccola era glaciale», sorride durante il dibattito il professor Renato Angelo Ricci, presidente onorario della Società italiana di fisica. Un raffreddamento paradossalmente coinciso con gli anni del boom industriale e petrolifero. Dal ’75 è ripartita una fase di ulteriore riscaldamento durata una ventina d’anni e dal 1995 la temperatura si è stabilizzata. Questo dicono le rilevazioni. Quindi il cosiddetto riscaldamento globale (che pure è un fatto: più 0,6 gradi nell'ultimo secolo) non è un fenomeno così lineare. E malgrado questo andamento non rettilineo ma ciclico, il biossido di carbonio è sempre aumentato.
Di conseguenza, la correlazione ipotizzata tra aumento di temperatura e aumento di anidride carbonica è lacunosa. «Non credo a tale legame - ha chiarito Lindzen -, ma ammesso che esista, è da dimostrare che le attività umane siano la causa del surriscaldamento». L’Ipcc ha sbagliato? No, risponde il climatologo americano che dell'Ipcc è un collaboratore: «I suoi dati vanno letti e interpretati correttamente. Nemmeno loro sono così drastici. È antiscientifico dire che le attività umane sono la causa dominante dell'effetto serra».
Stefano Filippi
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I graffitari del Leonka autorizzati a sporcare
>>Da: andreavisconti
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Venti metri per sei, il muro grigio di via Mancinelli si colora. Ricompare il murales del Leonka, replay di quello cancellato dal tempo e dedicato nel 1978 a due giovani autonomi Fausto e Iaio morti in circostanze mai chiarite. Ma ventinove anni dopo i ghisa sono pronti a stendere verbale.
Stavolta, però, i graffitari del centro sociale non hanno bisogno di invocare alcuna pietas: hanno con sé un foglio di carta che li «autorizza» a dipingere quel muro di proprietà dell’Atm, la municipalizzata del trasporto pubblico. I vigili si scusano, la polizia identifica i presenti e l’amministrazione comunale fa i conti con una posizione che, quantomeno, appare schizofrenica: già, mentre la giunta Moratti fa le chiamate alle armi per una città più pulita c’è chi autorizza a sporcare i muri, dopo che già un assessore, Vittorio Sgarbi, ha invitato i writers a «migliorare i muri grigi del teatro Arcimboldi».
Sconfitta che Maurizio Cadeo, assessore al Decoro urbano, non ci sta a subire: «Di giorno ripuliamo i palazzi di Milano, consapevoli che i cittadini considerano le strade e le piazze come la loro casa e la casa dev’essere pulita. Ma di notte c’è chi sfida il Comune a colpi di graffiti e di ingiurie indirizzate contro quest’amministrazione e, sorpresa, con in tasca l’autorizzazione di una municipalizzata». Troppo, davvero troppo anche perché «abbiamo appena steso una mano di grigio sui muri della Darsena per cancellare tutti i graffiti, compreso quello dedicato a un militante dei centri sociali morto durante un diverbio al bar». Costo dell’operazione? «Quarantamila euro, tondi tondi, e due giorni dopo la scoperta sulle pareti della Darsena di scritte senza pietas per me, il sindaco e il centrodestra».
Difficile dissentire, anche perché «si tratta di scritte, graffiti che dal punto di vista storico non hanno alcun valore» aggiunge Carlo Fidanza, capogruppo consiliare di An. E poi, aggiunge Cadeo, «autorizzare quest’impresa in via Mancinelli rappresenta uno schiaffo a tutti quei milanesi che applaudono alla linearietà e alla determinazione della mia, della nostra azione». Che si declina, per la cronaca, nella pulizia per una volta e a spese del Comune di tutti gli stabili - 50mila - e successivamente in un abbonamento anti-writers al costo mensile per condomino pari a un caffè.
«Operazione voluta da Letizia Moratti, che con i cittadini ha preso un impegno: ripulire Milano da questo sconcio come Amsa, i netturbini, sta facendo con efficienza» conclude l’assessore Cadeo, che spera siano «colti sul fatto ’sti quattro writers». Speranza concreta solo se però sarà passato quel disegno di legge firmato da Antonio Caruso, ex presidente della commissione Giustizia del Senato: «Lì, concretamente, si colpisce chi viene colto sul fatto: o ripristina il muro ante-graffito oppure ripaga il danno. L’alternativa a quest’opzione è finire davanti al giudice di pace ovvero velocità di giudizio». In via Mancinelli, intanto, dipingono di rosso il muro con l’assenso di Atm.
Gianandrea Zagato
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Pisa, laurea più facile per chi ascolta la lezione di Bertinotti
>>Da: andreavisconti
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L’università concede un credito formativo agli studenti che hanno sentito la conferenza del presidente della Camera sul lavoro. Forza Italia: "Nessun contraddittorio, così l’ateneo si è schierato" Un credito formativo, un punticino che avvicina alla laurea, come «premio» per aver assistito a una conferenza di Fausto Bertinotti. Accade all’Università di Pisa, dove ieri è andata in scena una giornata di studio e approfondimento sul tema «Flessibilità, precarietà. I dilemmi del lavoro nel mondo contemporaneo», cui ha preso parte anche il presidente della Camera dei deputati.
Un’iniziativa che - alla luce del delicato tema all’ordine del giorno e della mancanza di ogni sorta di «contraddittorio» rispetto alle opinioni espresse da Bertinotti e sindacalisti - non ha mancato di sollevare le proteste degli «Studenti per le Libertà», il movimento universitario legato a Forza Italia. «Ci opponiamo con forza a questo tipo di esposizione politica dell’ateneo», tuonano gli studenti del centrodestra, che nell’occasione hanno dato vita a un volantinaggio all’ingresso della facoltà di giurisprudenza contro l’aumento delle tasse e a favore della flessibilità nel mercato del lavoro. Secondo gli studenti, il «premio» del credito formativo concesso dall’ateneo a chi ascolta le tesi di Bertinotti sancirebbe il valore oggettivo della versione del presidente della Camera. A scapito delle tesi che invece ritengono innovativa ed efficiente la legge sulla flessibilità.
«Inoltre - continua Giacomo Zito di Forza Italia Giovani - spiace dover constatare che l’incontro è stato caratterizzato da assenza di contraddittorio. Non ce l’abbiamo con Bertinotti, libero di dire ciò che vuole, ma con l’ateneo che premia chi viene ad ascoltare le versioni di un uomo che al di là dell’incarico istituzionale non può certo dirsi super partes. Siamo stati costretti a distribuire volantini all’ombra di agenti di polizia, perchè come sempre la nostra apertura al confronto verbale ci espone a facili aggressioni da parte di chi evidentemente non crede nel dialogo e nella democrazia».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La querelle è di carattere politico, naturalmente, ma anche semantico. «Perché si è scelto di non poter avviare un dialogo, un confronto fra chi chiama l’evoluzione del mercato del lavoro “flessibilità” e chi la chiama “precarietà”? Il risultato di questa scelta ingiusta è che coloro che fino ad ora non si sono fatti un’idea e hanno partecipato solo per il credito in omaggio, grazie alla mancanza di contraddittorio cominceranno a usare il termine lavoro precario e saranno condizionati dalle categorie della sinistra».
Di tutt’altro avviso l’ateneo pisano: «Nell’incontro di ieri la legge Biagi non è stata nemmeno menzionata - hanno spiegato dall’Università, respingendo le accuse - e Fausto Bertinotti ha fatto un esame storico di larga prospettiva, senza toccare, se non marginalmente, l’attualità». Il presidente della Camera avrebbe dunque dato vita a una sorta di excursus storico sul sistema capitalistico, senza soffermarsi sul merito della legge Biagi. «L’organizzatore dell’evento, il professore Mario Aldo Toscano - aggiungono dall’Università di Pisa - aveva chiesto la partecipazione dei massimi vertici del mondo imprenditoriale, ma senza esito. Infine, l’ateneo da tempo concede crediti formativi per le attività più disparate, dall’attività sportiva alla donazione di sangue». E a chi sostiene che la giornata di studi possa essere considerata come una cassa di risonanza per parlare della legge Biagi e dei suoi effetti, dall’ateneo arriva una secca presa di posizione: «La giornata di studi arriva a coronamento di un lavoro scientifico di oltre due anni, che ha dato vita a un volume di più di mille pagine. Ribadiamo: la legge Biagi non è stata nemmeno nominata». Marco Gemelli
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"L’Occidente ti rende impura". Reclusa dal marito
>>Da: andreavisconti
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Genova, giovane marocchina picchiata e chiusa in casa per tre anni. Fugge solamente grazie alla distrazione della suocera In lacrime, con addosso soltanto il pigiama, le braccia protese a chiedere aiuto. E la disperazione sul volto olivastro, all’apparenza giovane, ma già segnato dalla sofferenza: l’hanno vista così, le prime persone che si sono strette intorno a lei, in pieno giorno, sulla strada che sale verso le alture di Prà, nel ponente genovese. Il quartiere è una foresta di cemento, tante case popolari e altrettanti problemi di convivenza fra probi e malavitosi. Ma la solidarietà non manca, la gente di qui non fa mai finta di niente, non si gira dall’altra parte quando vede che bisogna dare una mano.
La ragazza si agita, poi riprende a singhiozzare, mostra segni evidenti di percosse. Ma aiutarla, una parola! Anche perché lei parla un linguaggio incomprensibile. Arrivano i carabinieri, poi un interprete che sa di arabo. E viene fuori la storia che è un incubo, che non vorresti mai ascoltare: la storia di E.H., origine marocchina, ventenne appena, ma già sposata da cinque con un manovale di 23 anni che lavora a Genova e abita con la madre in una casa del quartiere. In quella casa c’è anche lei, la moglie. Solo che «da tre anni - racconta adesso a fatica - vivo chiusa a chiave in una stanza, loro due non mi lasciano mai uscire se non per andare al gabinetto. Ma fuori casa, mai. Dicono che non devo essere inquinata dall’Occidente...».
Per due anni, dopo il matrimonio, E.H. è rimasta in Marocco, presso la sua famiglia, coltivando la speranza «che un giorno, lui mi ha promesso che mi fa venire a Genova, vivremo insieme, ci vogliamo bene». Il momento giusto arriva: il viaggio dal Marocco al capoluogo della Liguria, dal passato al futuro... Ma il marito, che ha un regolare permesso di soggiorno in Italia e sembra ormai perfettamente integrato nella società occidentale, mette subito le cose in chiaro: «Tu da questa stanza non ti muovi, devi restare pura».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L’integralismo islamico c’entra, ma allora cos’ha a che fare con le botte, le violenze morali, le privazioni cui la sottopone periodicamente il consorte con l’«assistenza» della madre? La giovane moglie intanto subisce due aborti, per qualche tempo spera che le cose cambino in meglio, che lui e la suocera la smettano di tormentarla. Niente da fare: «Guai se esci, guai se entri in contatto con questo mondo schifoso!». E.H. non si rassegna: più la picchiano, più le infliggono sofferenze, più lei trova rifugio nella voglia di affrancarsi, un giorno o l’altro, finalmente. Comincia a pensare di evadere, da quella prigione.
L’occasione capita l’altro pomeriggio, quando il marito è fuori e la suocera si distrae un attimo e dimentica di chiudere come sempre la porta della stanza con la chiave. La ragazza, che non vede il cielo da tre anni, ne approfitta. Con le forze che le restano, con il «vestito» che indossa da mille giorni, ogni minuto della vita, scappa in strada. È qui che la trovano, è qui che la soccorrono, è qui che cercano di restituirle la speranza. Ora E.H., marocchina da tre anni a Genova senza aver mai visto Genova, è affidata a un istituto religioso. Le suore cercheranno di curarle le ferite del corpo - i medici hanno accertato «numerose ecchimosi ed ematomi» - e soprattutto dell’animo. I carabinieri, nel frattempo, hanno rintracciato il marito e sua madre. È scattata la denuncia per entrambi: sequestro di persona e maltrattamenti per lui, favoreggiamento per lei. Denuncia a piede libero, comunque. Mentre lei, E.H., vent’anni di cui tre «vissuti» fra quattro mura, riesce appena adesso a capire cos’è la libertà. Ferruccio Repetti
>>Da: Lory
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Caro il mio signor marocchino, ma se avevi paura che la moglie venisse inquinata dal modo di vita occidentale, CHE CI SEI VENUTO A FARE?
Se stavi in Marocco il conflitto culturale neanche si poneva.
Qui non è questione di integrazione o meno, è questione di logica e buonsenso.
Spero che lo rimandino in Marocco, non (solo) per quello che ha fatto alla moglie, ma perché di idioti siamo già messi bene di nostro, grazie.
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Un ufficiale smaschera il ds: rimosso per l’indagine Unipol
>>Da: andreavisconti
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La verità nei verbali. Il tenente colonnello delle Fiamme gialle Tomei: mi occupavo io delle scalate. Un ex colonnello: "Mai espresso giudizi negativi sui quattro funzionari che volevano sostituire"
La frase rimane come sospesa ma è la miccia di altri misteri, che collegano la richiesta di Visco, mandare via la gerarchia di Milano, con l’indagine Unipol: «Il mio superiore mi disse che alla fine io sarei riuscito a rimanere a Milano purché però non mi occupassi più dell’incarico che svolgevo al momento». Ovvero inchieste Bnl/Unipol e Antonveneta. Chi parla a verbale come teste è il tenente colonnello Vincenzo Tomei davanti al pm Angelantonio Racanelli.
Tomei è una figura chiave nell’inchiesta sulle pressioni esercitate da Visco per trasferire lui e altri tre ufficiali da Milano. Innanzitutto perché cristallizza le tante scuse, bugie se preferite, espresse dal viceministro pur di giustificare le sue intromissioni. Visco diceva infatti che i quattro dovevano essere trasferiti perché erano scarsi i risultati sull’evasione fiscale della Gdf di Milano. Ma Tomei non si occupava di verifiche e fisco ma d’indagini. Visco aggiunge che gli ufficiali erano lì da troppo tempo. Ma Tomei era arrivato a Milano da appena dieci mesi. Aggiunge che i quattro non si occupavano di Unipol, ma Tomei lo smentisce clamorosamente visto che nel verbale spiega: «Personalmente nell’ambito delle indagini a me delegate dalla Procura ho seguito sia gli sviluppi della vicenda Antonveneta sia la vicenda Bnl/Unipol».
Fu proprio Tomei a interrogare Fiorani sui suoi rapporti con Giovanni Consorte. Fu sempre lui a sequestrare milioni di euro nella disponibilità di Consorte e Sacchetti. Ma che dietro la richiesta di Visco ci sia in qualche modo l’inchiesta Unipol/Bnl è un’ombra, un filo rosso che si ritrova in numerosi verbali redatti da Racanelli. Anche il superiore di Tomei, il colonnello Virgilio Pomponi solleva dei dubbi, confermando il racconto del collega: «Altra cosa che mi sorprese fu con riferimento a Tomei, la circostanza che l’input che era arrivato da Roma era che lo stesso potesse rimanere a Milano al Nucleo ma che dovesse occuparsi di attività diverse da quelle fino a quel momento seguite. Questa cosa in particolare mi colpì perché essendo io diretto superiore di Tomei non ero a conoscenza di alcun motivo che giustificasse tale avvicendamento. Anzi avevo motivo per confermarlo nell’incarico».
>>Da: andreavisconti
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Quindi l’affondo: «L’inserimento tra i quattro ufficiali da avvicendare del ten.col. Tomei portò me e Lorusso a ritenere che la ragione dei trasferimenti fosse da ricercare nell’ambito delle attività svolte dall’articolazione diretta da Tomei». Ovvero le indagini che gli stessi portavano avanti. Visto che se ci fossero stati motivi penalmente rilevanti per ordinare i trasferimenti, Visco avrebbe avuto obbligo di denunciare tutto in Procura. Un terzo riferimento ancor più esplicito alle indagini e alle intercettazioni di Fassino & C. lo mette a verbale l’ex capo di Stato maggiore della Gdf Emilio Spaziante. Riferisce di un suo colloquio con Vincenzo Visco. Quest’ultimo gli avrebbe chiesto se si fosse fatto un’idea sull’autore della fuga di notizie che determinò poi la pubblicazione, sul Giornale tra l’altro, dell’intercettazione tra Fassino e Consorte. Ma Visco ha negato la circostanza.
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Il caso dei lavavetri: Firenze bocciata ancora dal giudice
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Niente carcere per i lavavetri. I provvedimenti amministrativi, come multe e sequestri di spazzole e secchi, sono l’unica arma «ragionevole» nelle mani dei sindaci. Il suggerimento viene dal procuratore capo di Firenze, Ubaldo Nannucci, in una lettera al sindaco Domenici scritta dopo la decisione del gip Piero Ferrante, che ha archiviato le denunce contro i lavavetri di Firenze fatte fra il 28 e il 31 agosto, in seguito alla prima ordinanza. Il gip infatti ha ritenuto che l’articolo del codice penale richiamato dal provvedimento non sia applicabile nel caso dei lavavetri.
>>Da: buonalanutella
Messaggio 2 della discussione
Firenze: corteo protesta lavavetri aperto da bambini rom
FIRENZE - Si sta svolgendo in queste ore nel centro di Firenze, il corteo di protesta contro l'ordinanza del Comune sui lavavetri e, in generale, contro le politiche definite repressive nei confronti degli immigrati. La manifestazione e' stata aperta da una decina di bambini rom che portavano uno striscione con su scritto ''Noi non conosciamo il razzismo''. (Agr)
Sempre a sfruttare i bambini.
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Mastella: trasferite il pm che indaga su Prodi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il Guardasigilli propone al Csm un’azione disciplinare contro il magistrato di Catanzaro che si occupa dell’intreccio tra affari e politica. Negli atti dell’inchiesta anche una telefonata di Mastella. Il ministro della Giustizia, incidentalmente intercettato a Catanzaro, ha chiesto ufficialmente il trasferimento del suo «inquisitore», che poi è lo stesso che nel medesimo procedimento su affari sporchi, malapolitica e massoneria deviata ha messo sott’inchiesta il premier. Non ha precedenti l’attacco pubblico, diretto, portato da Clemente Mastella al pm Luigi De Magistris che, proprio in queste ore, stava scavando nei rapporti - ripetutamente intercettati dai carabinieri - tra il Guardasigilli e Antonio Saladino, considerato il dominus dell’organizzazione per delinquere di cui avrebbero fatto parte alcuni personaggi vicini a Romano Prodi e al suo entourage. Se nei mesi scorsi il leader dell’Udeur aveva ripetutamente criticato l’attività di De Magistris e del superconsulente della procura, Gioacchino Genchi, a margine della festa della polizia penitenziaria Mastella ieri ha annunciato d’aver richiesto alla sezione disciplinare del Csm di aprire un’inchiesta disciplinare nonché una pratica di trasferimento d’ufficio del pm e del suo capo in procura, Mariano Lombardi. La richiesta del ministro della Giustizia, secondo quanto fatto trapelare a via Arenula, è un atto dovuto. «Rappresenta una scelta obbligata, visti i risultati della relazione istruttoria degli ispettori ministeriali negli uffici giudiziari catanzaresi. Sono state evidenziate anomalie di una certa rilevanza nella trattazione del fascicolo da parte del pm De Magistris». Oltre che per Lombardi e il sostituto, gli ispettori avrebbero proposto al Guardasigilli l’avvio dell’azione disciplinare nei confronti di altri tre o quattro magistrati catanzaresi, oltre che per il collega di Potenza, Vincenzo Montemurro.
Come rivelato dal Giornale il 20 giugno scorso, Mastella venne intercettato quand’ancora non era al governo (marzo 2006) mentre parlava ripetutamente con Saladino, definito dal pm a rischio trasferimento, «un uomo al centro di un potere politico-economico non discutibile», al vertice di un «sistema» efficiente che avrebbe goduto di coperture politiche d’altissimo livello.
Gian Marco Chiocci
>>Da: buonalanutella
Messaggio 2 della discussione
Sarà una coincidenza, ma tra i nomi di quell'inchiesta c'è anche Prodi, oltre a una serie di esponenti della sinistra locale..
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Finanziaria, Padoa-Schioppa presenta il conto: 21 miliardi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il ministro "nasconde" 5 miliardi di gettito, cerca di risparmiare 16 miliardi, ma i suoi colleghi ne chiedono 30. "Se accontentassi tutti deficit al 4%". La legge finanziaria conterrà una manovra da 21 miliardi (anche se Paolo Ferrero dice che sarà da 10 miliardi). La metà sarà rappresentata da spese più o meno obbligatorie, come gli investimenti per Anas, Poste, Fs; ma anche le risorse per coprire i mancati risparmi dettati dal superamento dello scalone previdenziale. L’altra metà riguarderà politiche per lo sviluppo: capitolo che dovrebbe comprendere sconti sull’Ici, pacchetto-casa, e sembra anche le agevolazioni fiscali per gli autotrasportatori e incentivi auto.
Per coprire queste maggiori spese (esattamente quelle indicate nel Dpef) Padoa-Schioppa dice al Consiglio dei ministri di puntare su maggiori entrate per almeno 4,5 miliardi, determinate dall’aumento spontaneo del gettito. E su 16 miliardi di minori spese. Ai colleghi di governo, però, illustra sommariamente i capitoli di risparmio, senza scendere nel dettaglio e senza fornire il quadro macroeconomico che farà da sfondo alla manovra. Quadro che l’agenzia Radiocor comunque anticipa: vale a dire che vengono confermati gli obbiettivi di deficit del 2007 al 2,5% e del 2008 al 2,2%. Ma viene rivista la previsione di crescita del pil: all’1,9% quest’anno (contro il 2% previsto) ed all’1,5-1,6% il prossimo (a fronte di una stima del Dpef all’1,9%).
I tagli alle spese illustrati dal ministro dell’Economia dovrebbero riguardare pubblico impiego e minori trasferimenti agli enti locali. «La legge finanziaria, comunque, la conoscerete venerdì sera». E partono i primi mugugni.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
A questo punto, Pecoraro Scanio e Di Pietro si trovano dalla stessa parte. La Finanziaria non è solo un esercizio contabile: rimproverano al titolare dell’Economia: «Vogliamo vederci dentro. Contiene scelte politiche, non solo numeri». L’aria sta per farsi pesante, così Pierluigi Bersani prova a cambiare argomento: «Tommaso, ho letto che non sei stato leggero nel tuo intervento al Senato sulla Rai». Pronta la risposta: «E non ho detto tutto quel che penso di quell’azienda...». Ancora Bersani: «Ho visto che An ti ha criticato perché leggevi il giornale in aula». «Per seguire il dibattito di Palazzo Madama - precisa Padoa-Schioppa - era sufficiente il 10% del mio livello di attenzione».
E per tornare alla Finanziaria ricorda ai colleghi che «se dovessi accettare tutte le richieste di spesa giunte dai vari dicasteri e non compensate, il deficit 2008 viaggerebbe al 4%». Cioè, gli hanno chiesto 30 miliardi in più. Mentre lui deve tagliarne 16 per far quadrare i conti e raggiungere un deficit 2008 al 2,2%.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
In realtà, il ministro dell’Economia punta a ripetere la tattica dello scorso anno: sottostimare le entrate per frenare la «fame» di spesa e per attribuire alla lotta all’evasione il merito del gettito aggiuntivo. Se il pil del prossimo anno dovesse crescere - come dice l’Economia - dell’1,5-1,6%, il gettito tendenziale aumenterebbe di 10 miliardi e non dei 4,5 indicati da Padoa-Schioppa al Consiglio dei ministri. Se il maggior gettito venisse subito denunciato in Finanziaria, la manovra sarebbe composta per metà da maggiori entrate e per metà da minori spese. Una composizione che potrebbe dare fiato alle polemiche di chi chiede, dentro la maggioranza, una riduzione del prelievo tributario. Da notare che un eventuale taglio dell’Ici (limitato ai proprietari a basso reddito e senza seconde case) non figura in un alleggerimento della pressione fiscale complessiva, perché si tratta di imposte locali, che non rientrano nel calcolo complessivo. Mentre rientrerebbe un aumento dei ticket sanitari: ipotesi che è circolata l’altro giorno. Ma che Livia Turco, ministro della Salute, esclude categoricamente.
La manovra da 21 miliardi di euro per il 2008 prenderà forma attraverso la legge finanziaria propriamente detta, un decreto legge di spesa (sbloccherà risorse per il piano casa e per l’apertura dei cantieri previsti dalla Legge Obbiettivo, e conterrà 8 miliardi di manovra) e uno o forse due disegni di legge collegati, che dovrebbero contenere il Pacchetto welfare e la riforma delle pensioni, destinata a superare lo scalone previdenziale che altrimenti entrerebbe in vigore l’1 gennaio prossimo. Il capo dello Stato aveva chiesto una Finanziaria snella: sarà al minimo di 100 articoli. Fabrizio Ravoni
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Sanzioni tagliate a chi non candida donne
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
IN un primo momento la legge sulle pari opportunità non sembrava destare grande attenzione tra i deputati, ieri, in Commissione alla Camera. Ma durante la discussione, che si è concentrata sull’interpretazione di una legge del 2006 in tema di pari opportunità, l’argomento ha finalmente trovati un punto di svolta. L’obiettivo, alla fine, è quello di ridurre al minimo la sanzione pecuniaria per quei Partiti, Udc e Udeur in testa, che non hanno rispettato la norma che imponeva di candidare almeno il 33% di donne. La solidarietà fra gli uomini, al di là degli schieramenti politici, è stata immediata, impegnandosi ad individuare il denominatore frazionario più conveniente per rendere risibile la decurtazione al rimborso elettorale attribuito. Ad opporsi è stata l’onorevole Cinzia Dato, della Costituente Socialista, da sempre impegnata in battaglie su questi temi, affermando «di considerare inaccettabile la volontà di far passare in sordina tale norma, mentre al Senato sono all’esame proposte che contemplano l’inammissibilità delle liste che non prevedono una equilibrata presenza di donne e uomini. Col mio voto contrario - prosegue la deputata liberal socialista - intendo richiamare l’attenzione di tutte le donne parlamentari, delle istituzioni e dell’Associazionismo invitandole a levare insieme alte le voci perché le norme non vengano considerate solo un auspicio, ma diventino per tutti vincolanti e cogenti». IL TEMPO
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Iran: "Missili sui paesi che offrano spazio aereo per attacco"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Con la tensione internazionale alle stelle per l’ipotesi di un intervento militare occidentale contro l’Iran, nei giorni scorsi ventilato e poi smentito dal ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, la Repubblica Islamica ha voluto ancora una volta fare ostentazione di forza, esibendo in pubblico un nuovo missile a lunga gittata chiamato «Ghadr», in lingua farsi Potenza: secondo quanto reso noto, il super-missile ha una portata massima di ben 1.800 chilometri.
Sembra trattarsi dell’evoluzione tecnica del già esistente «Shahab-3», in grado di colpire obiettivi situati fino a 1.300 chilometri di distanza dal punto di lancio. Il ’Ghadr’ è stato mostrato nel corso della tradizionale parata che ogni anno a Teheran celebra l’anniversario dell’inizio della Prima Guerra del Golfo con l’Iraq, protrattasi dal 1980 all’88 e costata nel complesso dai novecentomila a un milione e seicentomila morti.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha esortato gli Stati Uniti a mostrare «coraggio» e a ritirarsi dall’Iraq. «L’unica soluzione ai loro problemi è mostrare coraggio, ammettere di aver commesso errori e lasciare la regione», ha detto in occasione della parata militare. «Dare la colpa agli altri, non risolverà i loro problemi», ha aggiunto Ahmadinejad, in un chiaro riferimento al fatto che Washington accusa Teheran d’interferire in Iraq offrendo sostegno alle milizie sciite. Secondo il presidente iraniano, «alle radici dell’insicurezza e la discordia» nella regione, vi è la presenza di forze straniere.
E sul nucleare commenta che «commette un errore» chi pensa di fermare il programma nucleare iraniano con «sanzioni economiche».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Attacco a chi offra spazio aereo a Stati Uniti
L’Iran colpirà con i propri missili qualsiasi Paese della regione che dovesse offrire il suo spazio aereo o le sue basi per un attacco americano contro i siti nucleari della Repubblica islamica. Lo ha affermato oggi il comandante dei Pasdaran (Guardiani della rivoluzione), Mohammad Ali Jafari. «Ogni Paese che mettesse a disposizione il suo spazio o le sue basi per attaccare l’Iran - ha avvertito Jafari, parlando con l’agenzia Fars - sarà considerato alleato del nemico e riceverà una risposta da parte della Repubblica islamica con i suoi missili». Per quanto riguarda il contrattacco che verrebbe portato contro gli Usa, il comandante dei Pasdaran ha sottolineato che Teheran non risponderebbe «con la tecnologia contro la tecnologia», essendo consapevole di non avere i mezzi degli Usa, ma ricorrerebbe alle «sue speciali caratteristiche e metodi» dopo avere «identificato i punti deboli del nemico». In passato i massimi dirigenti iraniani hanno minacciato di «colpire gli interessi americani in tutto il mondo» in caso di attacco contro la Repubblica islamica.
LA STAMPA
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Farnesina: Bova capo di Gabinetto, Cangelosi al Quirinale
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Qualcuno le definisce “voci di corridoio”. I più le accettano però come “anticipazioni verosimili”; e c’è addirittura chi si azzarda a prevedere che potrebbero diventare realtà abbastanza presto, entro novembre, o in ogni caso entro l'anno. I “rumor” in questione sono quelli relativi al “movimento” che dovrebbe toccare alcuni dei posti-chiave al vertice della carriera diplomatica, dal cruciale incarico di capo di gabinetto del ministro, a quello di consigliere diplomatico del Quirinale; passando per il sempre più importante incarico di responsabile della Rappresentanza permanente presso l’Unione europea, a Bruxelles. Questi i nomi di cui si sussurra, ovviamente – e comprensibilmente - senza ottenere conferma: l’ambasciatore Rocco Cangelosi, che è a capo della rappresentanza presso l'Ue a Bruxelles, verrebbe nominato consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, al posto di Roberto Nigido; l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, capo di gabinetto del ministro Massimo D’Alema, rimpiazzerebbe Cangelosi a Bruxelles, e verrebbe sostituito alla Farnesina da Mario Bova, attualmente ambasciatore a Tokyo. Nel “giro”, in un secondo momento, potrebbe secondo alcuni rientrare un altro ambasciatore di prestigio, Antonio Armellini, oggi rappresentante dell'Italia a New Delhi, che sarebbe candidato all'ambasciata di Londra.
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Vaticano: Sì al nucleare, no all'ambientalismo ideologico
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La Santa Sede ribadisce ancora una volta di essere favorevole all’utilizzo dell’energia atomica per scopi civili. Dopo gli appelli del Papa, è il cardinale Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace, ai microfoni della Radio Vaticana a tornare sull’argomento e a riaffermare i principi portanti della politica energetica del Vaticano: “La Chiesa non è contro l’uso oculato, ‘pacifico’ dell’energia atomica che costituisce una risorsa dell’umanità”. Parole che riprendono le identiche affermazione fatte dal porporato durante la presentazione a Roma di un libro intitolato Risorsa Ambiente. Un viaggio nella cultura del fare, curato dall’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli e dal giornalista Folco Quilici. La Chiesa infatti promuove la salvaguardia della natura, ma afferma la centralità dell’uomo nel creato. E il cardinale Martino, nel suo intervento, ha respinto quattro correnti di pensiero: il biologismo che riduce tutte le funzioni umane a puri meccanismi biologici, le teorie malthusiane che vedono nella sovrappopolazione la causa principale del degrado ecologico, il naturalismo panteistico che sconfina nella New Age scambiando il benessere psicologico con quello spirituale e infine l’ambientalismo ideologico che predica il catastrofismo. “La Santa Sede è membro dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica, che è un’agenzia diretta all’uso pacifico dell’energia atomica – ha ricordato il porporato –. E fu proprio nel 1957, quando gli americani vollero istituire questa agenzia, che chiesero al cardinale Spellman, allora arcivescovo di New York, di parlare con Pio XII perché la Santa Sede fosse un membro fondatore di questa agenzia, proprio per dimostrare al mondo che quell’agenzia era un’agenzia pacifica per l’uso pacifico di questa energia”.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Altro sostenitore del nucleare è James Loveloch, ecologo di fama internazionale e padre dell’”ipotesi Gaia”, che nel corso della Conferenza sul futuro della Scienza organizzata dalla Fondazione Veronesi a Venezia ha voluto ribadire di non essere contrario al nucleare: “Penso che ‘nucleare è naturale’, per usare uno slogan. La vita sulla Terra è infatti il risultato dell’esplosione nucleare e di una supernova. E il sole, che permette il perpetuarsi della vita sulla Terra è un’immensa centrale nucleare”. Secondo Loveloch qualsiasi intervento fatto ora non avrebbe senso visto che se anche smettessimo domani di bruciare i combustibili fossili, la Terra non si raffredderebbe, “ma diventerebbe ancora più calda. Infatti – sostiene – in pochi mesi si ridurrebbe l’inquinamento degli aerosol nell’atmosfera, ma i gas serra resterebbero per decenni e secoli”.
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Israele deve sopportare i razzi del jihad, dicono Mosca, l’Onu e Bruxelles
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Ban Ki-moon e Javier Solana chiedono il ritiro del blocco economico contro la Striscia. Gli attacchi continuano
L’Unione europea, le Nazioni Unite, la Lega araba e la Russia fanno fronte comune nel chiedere a Israele di tornare indietro sulla sua decisione di dichiarare Gaza nelle mani di Hamas “entità nemica”. “Lanciamo lo stesso appello del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, affinché Israele ritiri questa decisione”, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana. L’Ue è “molto preoccupata”, ha spiegato la portavoce Christina Gallach. Ban Ki-moon, mercoledì, aveva intimato a Israele di riconsiderare “un passo (che) sarebbe contrario agli obblighi nei confronti della popolazione civile secondo il diritto internazionale umanitario e dei diritti umani”. Anche da Mosca è arrivata la reprimenda contro Gerusalemme perché “i palestinesi pacifisti non possono essere ritenuti responsabili” per i Qassam che quotidianamente colpiscono Israele. Popolazione civile e diritto internazionale sono gli argomenti usati ogni volta che il governo di Ehud Olmert assume un’iniziativa per allentare, con l’isolamento, la presa di Hamas su Gaza: ufficialmente Israele è ancora considerato come la potenza occupante della Striscia e non la vittima di attacchi provenienti da un territorio nemico. Eppure, tatticamente, la mossa di Olmert ha prodotto un risultato. Ieri, di fronte alla prospettiva di un blocco economico, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh ha dovuto chiedere – invano – al Jihad islamico e ai Comitati di resistenza popolare di fermare i lanci.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La scorsa notte, altri razzi sono stati lanciati. Da quando Hamas ha preso il controllo di Gaza, 164 Qassam hanno colpito Israele. In due anni, dodici israeliani sono morti e gli abitanti di Sderot si confrontano ogni giorno con il terrore di bombe che possono cadere ovunque e in qualsiasi momento. La scorsa settimana 69 soldati israeliani sono rimasti feriti dopo che un missile ha centrato una base militare a nord della Striscia. Decidendo di dichiarare Gaza “entità nemica”, anziché entrare con le armi, Israele compie “un tentativo non-violento di mettere pressione su Hamas”, spiegano i responsabili dell’ong indipendente The Israel project. Ci sono alternative pacifiche per fermare Hamas e i Qassam? Interpellata dal Foglio, la portavoce di Solana schiva la domanda. “Le preoccupazioni di Israele sono legittime – dice Gallach – Solana è stato a Sderot come atto di sostegno” alle vittime israeliane. Per l’Alto rappresentante, “Hamas non può eludere le sue responsabilità”, ma ci sono anche delle “responsabilità (israeliane) di carattere umanitario” e semplicemente “non si può” interrompere le forniture. Anzi, l’Ue “continuerà a fare il massimo affinché i palestinesi non soffrano”, anche se il blocco economico contro Hamas è volto a rafforzare il presidente palestinese, Abu Mazen. Per ora Bruxelles spera che Israele “non implementi” i provvedimenti contro la “entità nemica” perché, spiega al Foglio una fonte comunitaria anonima, è dettata da “ragioni politiche interne”, mentre all’esterno “stanno succedendo molte cose”. L’Ue guarda alla riunione del Quartetto di domenica a New York, a cui parteciperà Solana. Abu Mazen sembra ritenere più importante l’incontro della prossima settimana con George W. Bush per preparare la conferenza internazionale sul medio oriente che – ha detto il rais palestinese – dovrebbe tenersi “a metà novembre”.
IL FOGLIO
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Perché il sistema produttivo italiano non deve temere il cambio a 1,4 col dollar
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
L’euro a 1,4 con il dollaro suscita inevitabilmente l’interrogativo sulla sua sostenibilità per l’economia europea e per quella italiana. Il dollaro non è solo la moneta americana, è anche la valuta in cui si fa il prezzo del petrolio e di altre materie prime. Al dollaro sono agganciate le valute di paesi come la Cina che hanno un cambio artificiale per aiutare l’export. Un cambio troppo alto appare insostenibile, con salari monetari rigidi verso il basso, sinché essi non vengono deprezzati in termini reali all’inflazione. A causa dell’euro alto e della concorrenza dei paesi emergenti, i salari negli ultimi anni sono saliti poco. Ora perciò il cambio di 1,4 appare sostenibile, a parità d’impiego di lavoro, laddove prima non lo era. La pressione dell’import dai paesi emergenti ha spinto le nostre imprese di settori ad alta intensità di lavoro a spostarsi a processi e prodotti ad alta intensità di capitale o di qualità elevata, con lavoro molto qualificato. L’Italia è – tipicamente – una economia di trasformazione. L’euro alto perciò ci giova nell’acquisto dall’estero delle materie prime e dei semilavorati. E quindi se le esportazioni sono nell’area dell’euro o di altre monete forti, ciò ci dà un vantaggio competitivo netto. Se le nostre esportazioni sono verso l’area del dollaro o di valute agganciate al dollaro, il fatto di comprare le materie prime e i semilavorati in dollari, riduce di molto la necessità di rincarare i prezzi in dollari delle merci esportate. Inoltre, quando il dollaro è basso, tutte le vendite verso l’area del dollaro rincarano. E le nostre esportazioni nell’area del dollaro, nella misura in cui si confrontano con altre esportazioni, anch’esse provenienti da aree di cambio alto non subiscono uno svantaggio competitivo. L’euro alto, però, mette in difficoltà l’industria alimentare di massa quando opera con materie prime domestiche. Danneggia le imprese che giocando sul basso costo della manodopera locale, hanno decentrato in Cina non i semilavorati, ma prodotti finiti (se li reimportano in eurolandia senza presentarli come beni di gamma e prezzo europeo). Certo l’euro alto mette fuori mercato chi non s’aggiorna. Ma la Germania costruì la sua prosperità con il marco forte.
IL FOGLIO
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Un piccolo omaggio a Laura e a tutte le donne del nostro gruppo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 11 della discussione
Christopher Cross Think Of Laura Live 1998
http://youtube.com/watch?v=nYEWeBarLww
Andrea
>>Da: buonalanutella
Messaggio 2 della discussione
Che tenero!
Grazie Andrea!
>>Da: micia
Messaggio 3 della discussione
Ciao romanticone!
Grazie, molto bella.
>>Da: senzascuse
Messaggio 4 della discussione
Grazie, che bella canzone, non la conoscevo.
>>Da: Lory
Messaggio 5 della discussione
Un bacio ad Andrea, se lo merita proprio!
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PC tartaruga
>>Da: ruggero
Messaggio 2 della discussione
Ho un problema che non riesco a risolvere:
Da qulache giorno il mio PC ogni tanto sembra rallentare; me ne accorgo soprattutto quando devo digitare del testo, ad esempio quando scrivo i post per il gruppo. Le lettere appaiono piano piano, con una lentezza disarmante. Poi, come per incanto, tutto torna alla velocità normale ma solo temporaneamente.
Ho notato che questo scherzo me lo fa a prescindere dal software che sto usando: stesso comportamento sia che stia usando Excel o Word, oppure Firefox o Explorer.
Ho S.O. Windows XP Media Edition, firewall Comodo, antivirus Avast e spyware AVG. Tutti aggiornati così come Firefox e Explorer.
Fatta scansione ma trovato nulla.
Ho provato a reistallare il S.O. Windows XP Media Edition ma continua a farmi lo stesso scherzetto.
Qualche idea?
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Come si cucinano le cicale?
>>Da: micia
Messaggio 4 della discussione
Ho comprato delle cicale ma non so cucinarle.
Sono freschissime come posso cucinarle?
Le vorrei mangiare senza pasta, stasera.
>>Da: buonalanutella
Messaggio 2 della discussione
Aglio, olio, pomodorini senza esagerare, farle soffriggere ed aggiungere in ultimo un buon bicchiere di vino, portare a rosolare.
Provare per credere.
>>Da: senzascuse
Messaggio 3 della discussione
Non usarle per farci anche del sugo con cui condire la pasta è un vero peccato.
>>Da: micia
Messaggio 4 della discussione
Grazie! Ricetta semplice e veloce.
Senzascuse, purtroppo sono a dieta!!!!!!!!!!!!
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Un signore entra in un negozio di scarpe
>>Da: senzascuse
Messaggio 1 della discussione
- “Vorrei un paio di scarpe numero 39?.
- “39???”, chiede stupita la commessa, “guardi che io di misure ormai me ne intendo, lei porterà minimo 42!”
- “Me la dia 39!” insiste l’uomo.
La commessa prende atto e gli porta un paio di scarpe di cuoio numero 39. Il cliente fa una fatica terribile a indossarle e poi con le scarpe strettissime ai piedi paga soddisfatto e fa per andarsene. La commessa lo ferma e gli chiede:
- “Mi scusi, non voglio essere invadente, ma mi spiega perché ha comprato un paio di scarpe di almeno 3 numeri più piccole del suo piede?”
- “Le dirò signorina, mia moglie mi tradisce, il mio capufficio mi copre d’insulti, i miei figli mi odiano, la mia domestica mi deruba… io nella vita non riesco a godere di nulla. L’unica grande soddisfazione è quando mi tolgo le scarpe la sera!”
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Immagini trovate in rete
>>Da: micia
Messaggio 8 della discussione
>>Da: micia
Messaggio 2 della discussione
>>Da: micia
Messaggio 3 della discussione
>>Da: micia
Messaggio 4 della discussione
>>Da: micia
Messaggio 5 della discussione
>>Da: micia
Messaggio 6 della discussione
.......... e voi?
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Silenzio
>>Da: micia
Messaggio 1 della discussione
Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare,
E il silenzio della città quando si placa,
E il silenzio d'un uomo e di una vergine,
E il silenzio per cui soltanto la musica trova linguaggio,
E il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di
primavera,
E il silenzio dei malati
Quando girano gli occhi per la stanza;
E chiedo: Per le cose profonde
A che serve il linguaggio?
Un animale dei campi geme una o due volte
Quando la morte coglie i suoi piccoli.
E noi siamo senza voce di fronte alla realtà,
Noi non sappiamo parlare.
Un ragazzo curioso domanda a un vecchio soldato
Seduto davanti la drogheria:
"Come hai perduto la gamba?"
E il vecchio soldato è colpito di silenzio,
O la mente gli vola via
Perché non sa concentrarla su Gettysburg.
Ritorna a lui giocosamente,
Ed egli dice: "Me l'ha mangiata un orso".
E il ragazzo stupisce, mentre il vecchio soldato,
Muto, rivive come in un sogno
Le vampe dei fucili, il tuono del cannone,
Le grida dei colpiti a morte,
E se stesso disteso al suolo,
E i chirurghi dell'ospedale, i ferri,
E i lunghi giorni a letto.
Ma se sapesse descrivere ogni cosa
Sarebbe un artista.
Ma se fosse un artista, vi sarebbero più profonde ferite,
Che non saprebbe descrivere.
C'è il silenzio d'un grande odio,
E il silenzio d'un grande amore,
E il silenzio d'una profonda pace dell'anima,
E il silenzio d'una amicizia avvelenata,
C'è il silenzio d'una crisi spirituale,
Attraverso la quale l'anima, sottilmente tormentata,
Giunge con visioni ineffabili,
In un regno di vita più alta.
E il silenzio degli dei che si capiscono senza linguaggio.
C'è il silenzio della sconfitta.
C'è il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti;
E il silenzio del morente, la cui mano
Stringe subitamente la vostra.
C'è il silenzio tra padre e figlio,
Quando il padre non sa spiegare la sua vita,
Sebbene in tal modo non trovi giustizia.
C'è il silenzio che interviene tra il marito e la moglie,
C'è il silenzio dei falliti;
E il vasto silenzio che copre
Le nazioni disfatte e i condottieri vinti.
C'è il silenzio di Lincoln,
Che pensa alla povertà della sua giovinezza.
E il silenzio di Napoleone
Dopo Waterloo.
E il silenzio di Giovanna d'Arco
Che dice tra le fiamme: "Gesu benedetto",
Rivelando in due parole ogni dolore, ogni speranza.
E c'è il silenzio dei vecchi,
Troppo carichi di saggezza perché la lingua possa espri-
merla
In parole intelligibili a coloro che non hanno vissuto
La grande parabola della vita.
E c'è il silenzio dei morti.
Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare
Di profonde esperienze,
Perché vi stupite che i morti
Non vi parlino della morte?
Il loro silenzio avrà spiegazione
Quando li avremo raggiunti.
Edgar Lee Masters
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Il bastone della pioggia
>>Da: micia
Messaggio 1 della discussione
Capovolgi il bastone della pioggia e ciò che accade
è musica che mai avresti immaginato
di ascoltare. Nel fusto di un cactus
fluiscono scroscio, chiusa - dischiusa, rovescio,
risacca. Stai lì come una canna
suonata dall'acqua, poi lo agiti
e diminuendo corre per tutte le scale
come una grondaia che smette di gocciolare. Ed ecco
uno spruzzo di gocce dalle foglie bagnate,
poi sgocciolio dall'erba e dalle margherite,
poi pioggialuce, semirespiri d'aria.
Capovolgi ancora il bastone. Ciò che accade
non lo sminuisce l'essere accaduto
una, due, dieci, mille volte.
Che importa se tutta la musica che traspira
è la caduta di sabbia o semi secchi in un cactus?
Sei come un ricco che entra in cielo
dall'orecchio di una goccia di pioggia. Ascolta ancora.
Seamus Heaney
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Gli "hotspots" della diversità linguistica
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Nel mondo si parlano più di 7000 lingue differenti. Una nuova mappa indica in quali regioni questa grande diversità linguistica è maggiormente a rischio.
La diversità linguistica è a rischio in ogni angolo del pianeta.
A lanciare l'allarme sono i dati emersi dalla mappa degli hotspots (punti caldi), ovvero le zone del mondo dove la diversità linguistica è maggiormente minacciata, realizzata all'interno del progetto Enduring Voices, sostenuto dalla società americana National Geographic Society.
La maggior parte degli studi di questo genere realizzati finora si sono limitati a tenere in considerazione solo il numero di lingue parlate in ciascuna area geografica.
In questi studi è emerso ad esempio che il Papua Nuova Guinea, dove si parlano più di 800 lingue, è lo stato con la maggiore diversità linguistica. Il continente africano invece racchiude al suo interno ben 2000 delle 7000 lingue parlate nel mondo.
Nessuna di queste zone figura però nella top five degli hotspots, ovvero la lista dei cinque punti caldi del mondo maggiormente a rischio di estinzione della diversità linguistica (clicca qui per vedere la mappa).
La mappa è stata realizzata da David Harrison dello Swarthmore College in Pennsylvania e Gregory Anderson del Living Tongues Institute for Endangered Languages di Salem, in Oregon, entrambi negli Stati Uniti.
I due ricercatori, invece di contare le lingue del mondo, hanno cercato di mettere in evidenza le regioni dove esiste una combinazione di vari fattori: la presenza di lingue che provengono da un grande numero di famiglie linguistiche diverse, l'elevato rischio di estinzione di alcune di queste lingue e le zone meno studiate dai linguisti.
I risultati hanno sopreso gli esperti: tra le zone maggiormente a rischio figura ad esempio l'Oklahoma, una regione che si trova a sud-ovest negli Stati Uniti, dove a essere minacciate sono le lingue native dei gruppi di indigeni che ancora sopravvivono.
Della top five fanno parte anche le regioni nel nord e nel centro dell'Australia, dove sono presenti 153 lingue che provengono da 62 gruppi linguistici diversi. Di queste lingue fa parte ad esempio il Yawuru, parlato da solo 3 persone nella città di Broome, una delle maggiormente a rischio.
La principale minaccia per le lingue di tutto il mondo arriva dalla presenza di alcune lingue dominanti, che mettono in secondo piano lingue parlate da popolazioni che per motivi storici sono rimaste isolate o in minoranza rispetto ad altre.
La minaccia di estinzione è così elevata che secondo i ricercatori la lista di hotspots potrebbe andare cambiando (e aumentando) velocemente.
La idea dello studio è stata ispirata da ricerche simili fatte per individuare le aree del mondo dove la biodiversità è maggiormente a rischio.
Questo tipo di mappe ha già dimostrato in passato di essere uno strumento efficace per sensibilizzare istituzioni pubbliche e cittadini all'importanza del problema.
La mappa di Harrison e Anderson sarà anche uno strumento importante per studiosi e linguisti, che concentreranno la propria attenzione sulle zone maggiormente minacciate.
Gli studiosi sperano che anche altri ricercatori contribuiranno allo studio e all'individuazione di nuovi hotspots, e allo studio delle lingue più minacciate.
"I bambini devono poter avere il diritto di conoscere le lingue originarie delle comunità dove crescono, per questo bisognerebbe s
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Chernobyl tumulato in acciaio
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Il governo ucraino ha firmato un contratto con una società francese per costruire una grande volta d'acciaio sul famigerato reattore 4 che da qualche tempo aveva ricominciato a spargere radiazioni.
Forse anche Chernobyl, alla fine, troverà la pace eterna. L’edificio radioattivo presso il sito del più grande incidente nucleare mai avvenuto - che la scorsa settimana è stato inserito fra i primi dieci luoghi più inquinati del pianeta - sarà intrappolato nell’acciaio e reso sicuro.
Il 26 aprile del 1986 esplose uno dei quattro reattori della centrale nucleare di Chernobyl, nel nord dell’Ucraina. A pochi attimi dall’esplosione fu costruito in fretta e furia un sarcofago di cemento per coprire i rottami. Un sarcofago che da qualche tempo, però, ha cominciato a cedere e a rilasciare nuovamente radiazioni.
Il presidente ucraino Viktor Yuschenko ha appena firmato un contratto di ben 505 milioni di dollari con l’azienda francese Novarka affinché l’intero lotto sia avvolto da una cupola di acciaio massiccio in grado di annullare le perdite radioattive.
La struttura, chiamata New Safe Confinement (NSC), sarà alta 105 metri e lunga 150, una grandezza necessaria a permettere lo smantellamento del sarcofago e la sepoltura permanente del reattore distrutto.
Lunedì scorso, durante il rito della firma del contratto, il presidente Yushchenko ha dichiarato che “i dirigenti ora sono in grado di affermare con franchezza alla nazione e all’intera comunità internazionale che è stata finalmente presa una risposta definitiva al problema posto dalla centrale nucleare di Chernobyl”.
Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends
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Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard
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Musica per fare e per pensare
>>Da: Fiorella
Messaggio 15 della discussione
Nel panorama musicale mancava uno spazio dedicato alla musica da relax o new age... generalmente strumentale la definisco "Musica per fare e per pensare",se tenuta ad adeguato volume tiene compagnia e lascia la mente libera di seguire i suoi pensieri. E' un genere che adoro...
Per chi gradisce questa musica auguro buon ascolto.
Inizio con un musicista greco che mi ha stregato con le sue sonorità
Yanni - Reflections of Passion
http://www.youtube.com/watch?v=eSyZ9t05a-w
>>Da: Fiorella
Messaggio 8 della discussione
Yanni - keys of imagination
http://www.youtube.com/watch?v=ZC6z1...elated&search=
>>Da: Fiorella
Messaggio 9 della discussione
Loreena McKennitt - cymbeline
http://www.youtube.com/watch?v=2IqK9KkyPuc
>>Da: Fiorella
Messaggio 10 della discussione
Enya - Watermark
http://www.youtube.com/watch?v=9iof3VQxViY
>>Da: Fiorella
Messaggio 11 della discussione
David Lanz - Leaves on the Saine
http://www.radioblogclub.com/open/52...20David%20Lanz
>>Da: Fiorella
Messaggio 12 della discussione
Yanni - Until the last moment
http://www.radioblogclub.com/open/84...0Last%20Moment
>>Da: Fiorella
Messaggio 13 della discussione
Richard Clayderman - Ballade For Adeline
http://www.youtube.com/watch?v=NgcL5Azk47Q
>>Da: Fiorella
Messaggio 14 della discussione
Vargo - The moment
http://www.radioblogclub.com/open/80...rus_mix%29-mpx
>>Da: Fiorella
Messaggio 15 della discussione
Enya - It's In The Rain
http://www.youtube.com/watch?v=zoWcpafo1Zs
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Caso Speciale/Visco
>>Da: Adolfo
Messaggio 30 della discussione
Pensavate per caso che si fosse andati avanti nell'inchiesta?
VISCO: IL PM CHIEDE L'ARCHIVIAZIONE
ROMA - Visco era indagato per il reato di minacce e tentato abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta aperta sulle presunte pressioni esercitate sull'ex comandante generale della guardia di Finanza Roberto Speciale, finalizzate all'avvicendamento di alcuni ufficiali della guardia di finanza di Milano nella estate del 2006. "Ho avuto notizia della decisione della richiesta di archiviazione per il viceministro Visco, decisione dei magistrati della procura di Roma che è saggia ed equilibrata e frutto del loro rigore professionale". Così l'avvocato Guido Calvi, difensore di Visco.
La richiesta di archiviazione è stata firmata dal procuratore della repubblica Giovanni Ferrara e dal sostituto Angelantonio Racanelli. Le motivazioni del provvedimento, che deve essere ancora notificato alle parti, sono indicate in una decina di pagine. Secondo gli inquirenti romani, dietro i colloqui tra Visco e Speciale non si è configurata alcuna attività penalmente rilevante. Commentando la notizia della richiesta di archiviazione, l'avvocato Ugo Longo, legale di Speciale, ha detto: "bisogna leggere le motivazioni; prima di allora nessun parere può essere fornito". Nel corso dell'inchiesta giudiziaria il viceministro dell' Economia si presentò spontaneamente il 28 giugno scorso ai magistrati per dare la propria versione dei fatti. Sono stati inoltre sentiti come testimoni lo stesso Speciale e numerosi ufficiali della Guardia di Finanza.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 29 della discussione
"Pronta la mozione per costringere Visco a dare le dimissioni"
di Gian Maria De Francesco
Caso Speciale, il presidente dei senatori azzurri spiega la strategia contro il viceministro: "Aggiorneremo il testo D’Onofrio firmato da tutti i capigruppo"
Roma - Una mozione presentata la scorsa estate dal presidente dei senatori Udc, Francesco D’Onofrio, firmata da tutti i capigruppo della Cdl a Palazzo Madama e che impegna il governo a invitare il viceministro dell’Economia Visco a dimettersi. Questo è lo strumento che il centrodestra intende utilizzare per riportare il caso Speciale al centro del dibattito parlamentare. Le divisioni interne alla maggioranza potrebbero completare l’opera. Il presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani, ne è convinto.
Senatore Schifani, quale sarà la strategia della Cdl?
«Concludendo il dibattito in Senato su Visco nel giugno scorso dissi che il voto della maggioranza che respingeva la nostra mozione chiudeva solo il primo tempo. Credo, alla luce dei fatti, di non essermi sbagliato. Se Visco fosse stato rinviato a giudizio, sicuramente non avremmo riaperto il caso perché siamo garantisti. Le risultanze della Procura, invece, ci consentono di ritornare sulla richiesta di fare chiarezza senza il minimo sospetto che da parte nostra si voglia strumentalizzare l’azione giudiziaria».
Su cosa vi baserete?
«La stessa Procura da un lato smentisce le indicazioni di Padoa-Schioppa su Speciale che era stato dipinto quasi come un sospetto di alto tradimento, il tutto dopo averlo proposto alla Corte dei conti. Dall’altro lato, si evidenzia l’illegittimità dei comportamenti di Visco. A tal proposito vorrei ricordare che le dimissioni di Scajola e Calderoli ebbero luogo in presenza di comportamenti discutibili ma fini a se stessi. Visco, invece, ha usato il suo ruolo facendo pressione sulla Finanza per evidenti fini politici».
Come si concretizzerà la vostra azione?
«Dall’estate giace in Senato la mozione del presidente dei senatori Udc D’Onofrio che riesaminava il caso Speciale e riproponeva il problema della politica fiscale del governo attuata dal viceministro Visco. Sta per essere calendarizzata, credo se ne possa aggiornare il contenuto con i nuovi elementi. Mi auguro che a sinistra tutti i senatori, che si spendono sempre in parole di rispetto dell’attività dei giudici, siano coerenti e chiedano essi stessi una valutazione politico-parlamentare di quello che la Procura di Roma ha accertato. In particolare, il gruppo di Di Pietro».
Tecnicamente come si struttura la mozione di D’Onofrio?
«Si impegna il governo a trasformare in permanente la revoca al viceministro della delega sulla Finanza e a invitare Visco a rassegnare le dimissioni. Anche perché la sfiducia individuale nei confronti di un viceministro non esiste. Devo dire che continuando così l’andamento politico-parlamentare anche Padoa-Schioppa è alla vigilia di una richiesta di sfiducia per la superficialità nei toni e nei contenuti. Si presta al diktat dell’esecutivo che gli chiede di rimuovere Speciale, esegue la direttiva non motivandola e per di più viene in Senato e lo accusa gravemente. La Corte dei conti registra con difficoltà il provvedimento e la Procura attesta che Speciale è stato vittima. Atteggiamento provocatorio tenuto pure nel c
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Mister Esselunga: tutti i colpi bassi delle Coop
>>Da: andreavisconti
Messaggio 18 della discussione
Bernardo Caprotti firma un libro in cui denuncia i soprusi subiti in un sistema dominato dall’intreccio fra cooperative e amministrazioni rosse. La presentazione domani: è la prima conferenza stampa dopo mezzo secolo di silenzio. Il gruppo conferma le indiscrezioni: la catena di supermercati è in vendita C’è sempre una prima volta. Bernardo Caprotti ha trascorso una vita intera nel segno della discrezione e del silenzio. A lui, mister Esselunga, bastava rendere più ricco e variegato il sacchetto della spesa degli italiani. Per mezzo secolo esatto è andata così. Ma ci sono motivazioni che impongono un salto, una discontinuità nello stile di vita, che richiedono, insomma, la prima volta. Bernardo Caprotti domani, contravvenendo a una regola sempre rispettata con dedizione monacale sin dall’apertura del primo supermercato a Milano nel 1957, sarà in conferenza stampa. E presenterà, nientemeno, il libro che ha scritto per raccontare la battaglia durissima combattuta per tutto questo tempo per introdurre nel nostro Paese i princìpi, sacri ed elementari, della libera concorrenza.
Il pamphlet, ruvido come la cartavetrata, si chiama Falce e carrello (Marsilio editore, con prefazione dell’editorialista del Giornale Geminello Alvi), e la dice lunga su quello che mister Esselunga considera il peccato originale del nostro sistema distributivo: la presenza delle Coop. Esatto, avete letto bene. Se c’è un motivo uno per accettare la luce abbagliante dei riflettori e per offrire le proprie esternazioni ai taccuini dei cronisti, aborriti per una vita, è proprio la denuncia dello strapotere della cooperazione rossa che, a sentire il fondatore dell’Esselunga, avvelena i pozzi del capitalismo italiano.
>>Da: ilcorsaro
Messaggio 18 della discussione
L'ha scritto il giornale... Quindi è tutta una montatura!
Non può essere che nelle regioni rosse una concessione sia negata a una ditta qualsiasi, ma concessa alla Coop... O si?...............
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Falce e paletta
>>Da: Il giaguaro
Messaggio 8 della discussione
Ecco perche' i compagni non vogliono nuove autostrade o le terze corsie..a loro mica servono!
In testa un'Alfa 159 nuova fiammante con poliziotti in borghese. Poi una Lancia Thesis con lampeggiante blu e paletta rossa 'Servizio di Stato'. Infine un'altra Alfa 159 con poliziotti. Alle 18 e 40 di venerdì 7 settembre gli automobilisti nell'area di servizio Reggello sull'Autostrada del Sole si sono incuriositi pensando che fosse arrivato il presidente della Repubblica in cerca di un panino Camogli.
Invece era solo il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, diretto a Bologna per un dibattito alla Festa dell'Unità.
Con una certa fretta: dopo breve sosta, l'aggressivo corteo è ripartito a tutto lampeggiante, sorpassando sulla corsia di emergenza i chilometri di coda che come ogni giorno affliggevano il tratto dell'Autosole tra Incisa e Firenze. A Giordano non piacciono nuove autostrade e terze corsie. Ecco perché: per la sua auto blu il traffico è sempre scorrevole.
>>Da: ilcorsaro
Messaggio 8 della discussione
Giordano in stile gerarca comunista......perchè vi sorprendete???
E' quello il loro modello..........
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Mastella: trasferite il pm che indaga su Prodi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 12 della discussione
Il Guardasigilli propone al Csm un’azione disciplinare contro il magistrato di Catanzaro che si occupa dell’intreccio tra affari e politica. Negli atti dell’inchiesta anche una telefonata di Mastella. Il ministro della Giustizia, incidentalmente intercettato a Catanzaro, ha chiesto ufficialmente il trasferimento del suo «inquisitore», che poi è lo stesso che nel medesimo procedimento su affari sporchi, malapolitica e massoneria deviata ha messo sott’inchiesta il premier. Non ha precedenti l’attacco pubblico, diretto, portato da Clemente Mastella al pm Luigi De Magistris che, proprio in queste ore, stava scavando nei rapporti - ripetutamente intercettati dai carabinieri - tra il Guardasigilli e Antonio Saladino, considerato il dominus dell’organizzazione per delinquere di cui avrebbero fatto parte alcuni personaggi vicini a Romano Prodi e al suo entourage. Se nei mesi scorsi il leader dell’Udeur aveva ripetutamente criticato l’attività di De Magistris e del superconsulente della procura, Gioacchino Genchi, a margine della festa della polizia penitenziaria Mastella ieri ha annunciato d’aver richiesto alla sezione disciplinare del Csm di aprire un’inchiesta disciplinare nonché una pratica di trasferimento d’ufficio del pm e del suo capo in procura, Mariano Lombardi. La richiesta del ministro della Giustizia, secondo quanto fatto trapelare a via Arenula, è un atto dovuto. «Rappresenta una scelta obbligata, visti i risultati della relazione istruttoria degli ispettori ministeriali negli uffici giudiziari catanzaresi. Sono state evidenziate anomalie di una certa rilevanza nella trattazione del fascicolo da parte del pm De Magistris». Oltre che per Lombardi e il sostituto, gli ispettori avrebbero proposto al Guardasigilli l’avvio dell’azione disciplinare nei confronti di altri tre o quattro magistrati catanzaresi, oltre che per il collega di Potenza, Vincenzo Montemurro.
Come rivelato dal Giornale il 20 giugno scorso, Mastella venne intercettato quand’ancora non era al governo (marzo 2006) mentre parlava ripetutamente con Saladino, definito dal pm a rischio trasferimento, «un uomo al centro di un potere politico-economico non discutibile», al vertice di un «sistema» efficiente che avrebbe goduto di coperture politiche d’altissimo livello.
Gian Marco Chiocci
>>Da: andreavisconti
Messaggio 8 della discussione
Mastella si difende sul caso Calabria: «Azione corretta»
di Anna Maria Greco Dal Polo solidarietà al Guardasigilli, mentre un comitato pro de Magistris organizza un sit-in al tribunale
Attaccato dagli alleati, dalla Sd al Prc, dai radicali allo Sdi, all’Italia dei valori, Clemente Mastella trova imprevedibili difensori nell’opposizione. «Ha fatto bene», per il vicecoordinatore di Fi Fabrizio Cicchitto, a chiedere il trasferimento del pm di Catanzaro Luigi De Magistris, che nell’inchiesta Why not ha tra gli indagati il premier Romano Prodi e sta valutando intercettazioni tra lo stesso Guardasigilli e uno dei principali accusati, Antonio Saladino. Ha fatto bene, per Cicchitto, perché «De Magistris ha sviluppato iniziative giudiziarie inusitate, accompagnandole da proclami politici e interviste sui giornali, tipiche non di un magistrato ma di un soggetto politico». Però, l’azzurro aggiunge una stoccata: «Se un ministro di centrodestra avesse chiesto al Csm il trasferimento di un magistrato che indagava su Berlusconi si sarebbe scatenata un’ira di Dio. Per molto meno Mancuso fu sollevato dal suo incarico».
Si chiede dov’è lo scandalo nella decisione di Mastella il vicesegretario dell’Udc Michele Vietti. «Il ministro si è limitato a valutare il risultato delle ispezioni ministeriali eseguite dai magistrati dell’Ispettorato in piena autonomia e a tradurle in una richiesta di provvedimento al Csm, che deciderà».
Lo dice anche il Guardasigilli, difendendosi in diverse interviste: l’azione disciplinare e il trasferimento cautelare di De Magistris e del procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, con il quale è entrato in conflitto, sono stati «concordemente proposti» dagli ispettori e lui, «doverosamente», ha preso le conseguenti iniziative. Insomma, la condotta del ministro «è stata sempre improntata alla massima correttezza». Ora, il Csm «deciderà nella sua autonomia».
La sezione disciplinare si riunirà l’8 ottobre e «non si appiattirà alle richieste del ministro, ma deciderà con rigore», garantisce Michele Saponara, laico di Fi, che sarà relatore su Lombardi, mentre il caso De Magistris è affidato a Giulio Romano della corrente moderata Mi. Al Csm, dove ha pendenti due procedimenti per trasferimento d’ufficio alla prima commissione, De Magistris ha detto mesi fa di temere che si agisse contro di lui per togliergli inchieste scottanti. Oltre alla Why not, gli rimane quella Toghe lucane, mentre la Poseidone gli è stata revocata a marzo da Lombardi. Per difenderlo è già intervenuta la corrente di sinistra Md, mentre sembra che la maggioritaria Unicost condivida la richiesta del ministro. E con 300 pagine di documenti degli ispettori dense di fatti, evitare il trasferimento, dicono al Csm, per lui sarà difficile. L’Anm ufficialmente non interviene, ma il segretario Nello Rossi (Md), a titolo personale, dice: «Ci sono due magistrature, in particolare al Sud: una timida, burocratica, ossequiante del potere e talvolta connivente, una animata da forti tensioni ideali, che vuole cambiare le cose. So con certezza da che parte stare tra queste due magistrature. Ma sempre bisogna rispettare le regole fino in fondo. Ed è questo che giudicherà il Csm».
L’Idv insiste perché Mastella riferisca in Parlamento, Sd oggi presenterà la sua interrogazione e Giacomo Mancini dello Sdi chiede l’intervento del Quirinale, mentre comitati spontanei pro-De Magistris ha
>>Da: andreavisconti
Messaggio 9 della discussione
Catanzaro, Cossiga: Iniziativa Mastella corretta e coraggiosa
(Velino) - “Corretta, coraggiosa, più che opportuna, necessaria l’iniziativa del ministro della Giustizia Mastella, che si è avvalso di strumenti previsti dalla Costituzione e dalla legge per mettere termine a una situazione scandalosa di caos, avventurismo e irresponsabilità che si era venuta determinando nella procura della Repubblica di Catanzaro”. È quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. “Gravi sono le responsabilità della lobby politico-sindacale-corporativa e di potere, che ormai oltre a fare il bello e il cattivo tempo nel Consiglio superiore della magistratura vuole comandare anche nelle procure e nei tribunali, e che ha preteso e ottenuto da un Parlamento timoroso e succube l’abolizione dei principii di impersonalità, unicità e indivisibilità propri dell’Istituto del pubblico ministero, e che hanno come corollario la gerarchizzazione dello stesso. Se il Consiglio superiore della magistratura darà, come è molto probabile, torto al ministro, il mio consiglio all’amico Clemente Mastella è di dimettersi subito. A lui, oggi come per il domani, esprimo la mia piena solidarietà”.
>>Da: Graffio
Messaggio 10 della discussione
Se una cosa cosi la vesse fatta il centrodestra oggi ci sarebberole piazze piene.
Bella la giustizia a nostra immagine..
>>Da: Briciolina6643
Messaggio 11 della discussione
Ma come osano indagare i "puliti" per eccellenza?? Trasferimento, trasferimento.
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Immagini trovate in rete
>>Da: micia
Messaggio 14 della discussione
>>Da: Fiorella
Messaggio 13 della discussione
>>Da: Fiorella
Messaggio 14 della discussione
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Finanziaria: Sinistra in ordine sparso su casa, affitti e tasse alle imprese
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
A una settimana dal varo della Finanziaria a Palazzo Chigi regna una grande confusione. Imposta sull’abitazione, gli inquilini di case popolari verso l’esenzione. Mussi: "Pochi 10 miliardi". Sfratti, scontro Di Pietro-Verdi «Non si può dire che la manovra finanziaria è di 10 miliardi, perché 7 sono già impegnati con decisioni prese quest’anno. Allo stato attuale ce ne sono 4,5, che però non sono proprio tanti. Se si fa la riduzione dell’Ici, come dice Rutelli, finiscono tutti lì». Il ministro dell’Università Fabio Mussi mette la parola fine all’idea di una Finanziaria 2008 limitata e leggera. Quella del leader di Sinistra democratica è la constatazione di un dato di fatto, ma è anche l’avvertimento che la sinistra radicale non intende accontentarsi di quel poco che resterà dopo la correzione dei conti e gli impegni per le spese incomprimibili.
Perché a una settimana dal varo a Palazzo Chigi, anche i ministri sanno poco di cosa conterrà la Finanziaria. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa al Consiglio dei ministri di venerdì «ci ha fatto vedere la cornice e poi ci ha chiesto se ci piaceva il quadro», ha rivelato polemicamente Mussi. E il vertice maggioranza-governo di mercoledì non potrà che essere una presa d’atto del testo che andrà all’esame delle Camere. «Il vertice era scontato, dovuto», ha precisato il premier Romano Prodi, in partenza per New York.
Mussi, per una volta d’accordo con il ministro dell’Economia, non vuole la riduzione dell’Ici, che invece resta la bandiera della Margherita, di parte dei Ds e dell’Udeur. Il partito di Clemente Mastella ne fa una questione centrale nel futuro della coalizione. «Mercoledì il vertice a palazzo Chigi sarà un’occasione di verifica per la maggioranza. La mediazione può arrivare sui contenuti, a cominciare dalla Finanziaria; Prodi ha detto che l’Irpef non calerà e allora dobbiamo rispettare l’impegno preso nel Dpef di ridurre l’Ici», è stato l’avvertimento lanciato ieri dal capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris.
>>Da: Paolo
Messaggio 4 della discussione
Ma che fine hanno fatto i vari tesoretti?Se li sono già intascati? Già si parla di una finanziaria da 10 miliardi, questo governo è proprio il peggio del peggio.
Paolo
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Afghanistan, liberati i due italiani. Feriti durante il blitz: uno è grave
>>Da: andreavisconti
Messaggio 21 della discussione
I due militari italiani sequestrati sono stati liberati stamani con un blitz delle forze della Nato. Erano tenuti in catene e i rapitori gli hanno sparato contro, appena iniziato il blitz. I soldati sono rimasti feriti, uno in modo serio. Prodi all'Onu: "La missione in Afghanistan non cambia". Parisi: "Blitz condotto dall'Isaf con forze speciali inglesi"
I due militari italiani sequestrati in Afghanistan sono stati liberati stamani in seguito con un blitz delle forze della Nato nella provincia di Farah. Durante l'operazione i due sottufficiali sono rimasti feriti, uno in modo serio. Sette sequestratori sono rimasti uccisi nel corso dell'operazione, scattata tra le 4 e le 5 di stamani (ora italiana).. I due militari, secondo quanto ha reso noto il ministero della Difesa, "sono attualmente trattati presso una struttura ospedaliera di Isaf", la forza della Nato in Afghanistan. Le famiglie sono state informate della avvenuta liberazione dei loro congiunti. Sull'operazione, avvenuta "nelle prime ore della mattinata" non si conoscono per il momento altri particolari.
I due militari erano scomparsi sabato sera mentre viaggiavano in auto nella zona "calda" a un centinaio di chilometri da Herat. Con loro c'erano l'autista e l'interprete afghani che ieri sera erano tornati a Herat. Sempre ieri, il presidente afghano Karzai, incontrando il ministro degli esteri D'Alema a Naew York, lo aveva informato di avere informazioni sul luogo dove erano tenuti prigionieri i nostri uomini. I talebani avevano smentito di essere coinvolti nel rapimento.
Stavolta dunque, il copione afghano è cambiato. Niente trattative, niente ricatti. Ma un'azione militare diretta, un blitz in stile "israeliano" che non ha dato tempo ai rapitori di portare in un altro luogo o di "cedere" i prigionieri ad altri gruppi.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
De Gregorio: "Ereno tenuti in catene" Il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa del Senato e leader nazionale di Italiani nel Mondo ha dichiarato: "La cosa terribile è che sembra che i due militari italiani fossero tenuti in catene, e che appena i criminali si sono accorti del blitz in atto, non hanno esitato a sparare a freddo contro gli ostaggi". "Sembra che i due soldati sarebbero stati consegnati al comandante talebano dell’area. Quando dei criminali mettono le mani su un obiettivo così strategico come dei soldati appartenenti alle forze di pace, gli ostaggi vengono passati a chi comanda davvero. Il rapimento - ha concluso De Gregorio - si sarebbe quindi trasformato in trattativa politica".
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il ministro Parisi: "In azione forze speciali inglesi" "Voglio salutare due italiani speciali che sono stati rapiti in Afghanistan e nella notte sono stati liberati a seguito di quello che viene chiamato un blitz, molto impegnativo, che ha messo alla prova la capacità professionale dei nostri militari e la solidarietà dell’Alleanza". Così il ministro della Difesa Artuto Parisi è intervenuto all’Alma Graduate School (la scuola post laurea in management dell’ateneo bolognese), dove ha salutato i 50 tra i migliori neolaureati italiani che a Villa Guastavillani stanno frequentando la scuola estiva Best.
Il ministro ha detto ancora: "Il blitz è stato condotto all’interno dell’Isaf con forze speciali inglesi. Siamo vicini ai militari e alle loro famiglie perché oggi sono state messe alla prova. I militari purtroppo sono feriti, sappiamo che erano lì non per una gita di piacere o per il desiderio di conoscere l’Afghanistan, ma erano stati mandati lì in nome della Repubblica e dell’Italia per contribuire a mantenere la sicurezza e la pace nel mondo".
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Prodi all'Onu: "La missione non cambia" I soldati italiani rimangono in Afghanistan nell'ambito della missione sotto l'egida dell' Onu e il governo non cambia atteggiamento, anche dopo la scomparsa dei due militari nella zona di Herat. Romano Prodi ribadisce con chiarezza - e fermezza - la posizione dell' esecutivo. Si sta facendo tutto il possibile per concludere in maniera positiva la vicenda, ma l'Italia mantiene la sua posizione e il suo ruolo nell'ambito della missione internazionale. E' stata una giornata lunga per il presidente del Consiglio. Tutta la mattina in contatto, a Roma con il presidente della Repubblica e i ministri degli Esteri e della Difesa, per cercare di capire nei dettagli cosa fosse accaduto nella regione di Herat e come fossero scomparsi i due militari italiani. E poi subito la necessità di far partire un' azione decisa e tempestiva. Nel pomeriggio il trasferimento a New York, dove da sabato è presente già il ministro degli esteri Massimo D'Alema, per la partecipazione ai lavori dell'Assemblea generale dell' Onu.
Appena giunto negli Usa in serata, la notte in Italia, il capo del governo ha chiarito che la posizione del governo non cambia. I giornalisti hanno chiesto a Prodi se la scomparsa dei due militari italiani in Afghanistan riproponga la questione della presenza italiana nel paese. "Non la ripropone - ha risposto Prodi - perché è un evento che purtroppo, non dico è nelle previsioni, ma di cui si deve tener conto quando si fa una missione di questo tipo". Quindi, "questo non cambia l'atteggiamento del governo italiano nei confronti della missione in Afghanistan".
Alberto Taliani
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Tre gli italiani rapiti in tre anni Sono Clementina Cantoni, Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo. Ad essi si aggiunge il caso della giornalista Maria Grazia Cutuli, bloccata ed uccisa il 19 novembre del 2001, mentre era insieme ad altri tre colleghi stranieri, trucidati anch'essi
Roma - La scomparsa di due militari italiani in Afghanistan riapre, tra le ipotesi, lo scenario dei sequestri che hanno avuto come vittime nostri connazionali. Fino ad ora sono stati tre gli italiani, tutti civili, sequestrati in Afghanistan dall'inizio della presenza di militari ed operatori civili del nostro Paese. Tutti e tre sono stati poi liberati: in ordine di tempo Clementina Cantoni, Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo. Ad essi si aggiunge il caso della giornalista Maria Grazia Cutuli, bloccata ed uccisa il 19 novembre del 2001, mentre era insieme ad altri tre colleghi stranieri, trucidati anch'essi. A compiere l'agguato e gli omicidi una banda afgana capeggiata da Mohammed Zar Jan.
Clementina Cantoni La cooperante milanese dell'organizzazione "Care International", viene rapita il 16 maggio 2005 a Kabul. Le autorità afgane rendono noto che il sequestro è rivendicato da Timur Shah, un ex poliziotto. Shah lancia almeno otto ultimatum. Il 29 maggio la tv afghana trasmette un video con la Cantoni. Infine, il 9 giugno, Clementina Cantoni viene liberata dopo, sembra, uno scambio con la madre di Timor Shah, che era in carcere.
Gabriele Torsello Il fotoreporter di Alessano (Lecce), è rapito il 12 ottobre 2006 sulla strada da Lashkargah a Kabul. Il 14 ottobre, un uomo che dice di parlare a nome dei taleban rivendica il sequestro. Numerose le richieste dei rapitori, tra cui il ritiro di tutti i soldati italiani dall'Afghanistan. Sono avviate delle trattative con la mediazione di Emergency. Il 3 novembre Torsello viene liberato. Daniele Mastrogiacomo Il 5 marzo 2007 l'inviato de "La Repubblica" in Afghanistan è catturato dai taleban tra le province di Kandahar e Helmand. Con Mastrogiacomo sono rapiti l'autista e l'interprete. Il 10 un portavoce dei taleban che fa capo al mullah Dadullah pone come condizione per il rilascio di Mastrogiacomo il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan. Si apre una delicata fase delle trattative con la mediazione di Emergency. Il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema hanno colloqui telefonici con il presidente afghano Hamid Karzai. Il 16 arriva la notizia dell'uccisione dell'autista, Said Agha. Il 19 marzo Mastrogiacomo viene liberato. I Taleban annunciano di avere ottenuto la liberazione di cinque prigionieri. L'8 aprile i Taleban, che avevano trattenuto l'interprete di Mastrogiacomo Adjmal Nashkbandi, lo uccidono decapitandolo.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
Diliberto: via subito i nostri soldati da Kabul
di Massimiliano Scafi Il leader Pdci chiede il ritiro immediato, imitato dai dissidenti del Prc. Prodi: non cambiamo posizione. D’Alema: sulle missioni si decide in gennaio. Il centrodestra: il premier isoli gli irresponsabili. La capogruppo ulivista Finocchiaro pensa già al voto a rischio del Senato: ora la priorità è la vita degli ostaggi. "Non credo alla casualità del rapimento Pagare il riscatto non servirà a chiudere la crisi"
Roma - E ora via «subito» da Kabul, dice Oliviero Diliberto: dopo il sequestro dei due soldati, sostiene il segretario del Pdci, l’Italia deve «ritirare le truppe» dall’Afghanistan. «Chiedo e mi impegnerò affinché non si lasci nulla d’intentato per il loro ritrovamento e la loro liberazione. Ma quest’ultimo episodio conferma l’assurdità della nostra presenza in Afghanistan». Intanto, l’unica cosa che Diliberto ottiene «subito», è di riaprire la spaccatura nella maggioranza sulla politica estera, Di andare via non se ne parla, visto che, il premier Prodi da New York respinge la richiesta in modo tassativo: «Questo non cambia l’atteggiamento del governo». E sempre dall’America Massimo D’Alema per ora non concede nulla: «Delle missioni il Parlamento discuterà a gennaio». Quanto al merito, il ministro degli Esteri ricorda che «noi agiamo nel quadro delle risoluzioni Onu in una cornice internazionale che va oltre il Consiglio di sicurezza e comprende anche Pakistan e Iran». E Arturo Parisi: «La missione continua».
Con il leader dei Comunisti italiani si schierano per il momento soltanto i due senatori dissidenti del Prc. Fosco Giannini, per il quale «se a gennaio rifinanziamo la missione, tradiamo la nostra storia e i nostri ideali di pace». E Claudio Grassi, secondo cui «il rientro dei militari è obbligato, visto il fallimento dell’operazione». Prudenza invece dal vertice Prc. Dice Giovanni Russo Spena: «Bisogna lavorare e, se del caso, trattare». Ma Giannini e Grassi bastano per rimettere in apprensione il centrosinistra, che a Palazzo Madama è sempre appeso al filo.
Anna Finocchiaro, presidente dell’Ulivo al Senato, prova a far rientrare la diserzione: «In questo momento tutte le forze politiche devono essere unite ed evitare polemiche. Il governo lavorerà per capire quello che è successo e per tutelare l’incolumità dei rapiti. Oggi la priorità è la loro liberazione». E un no al ritiro arriva anche dagli altri settori della maggioranza. «I nostri soldati - spiega Pasquale Giuditta, Udeur, segretario della commissione Difesa - sono lì nel quadro di una missione internazionale per garantire la sicurezza e la pace di quel Paese. Pretendere di farli tornare è ideologia». «Non è possibile - sbotta Enrico Boselli - che ogni volta che accade un incidente in una zona irta di rischi come quella dove è impegnato il nostro contingente, si domandi il ritiro delle truppe». Per Massimo Donadi, capogruppo Idv a Montecitorio, «non è il momento di chiedere di far rientrare i soldati». E per Daniele Capezzone «assurdo è Diliberto non la nostra presenza in Afghanistan». Dal centrodestra «piena solidarietà» alle forze armate. «Non è il momento di speculazione - spiega il portavoce di An Andrea Ronchi -, Diliberto si vergogni». Secondo Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, «il rapimento deve essere seguito dal governo e dall’opposizione con il massimo senso d
>>Da: andreavisconti
Messaggio 7 della discussione
Martino: "Via da Kabul? Rischiamo una figuraccia"
di Gianni Pennacchi
Roma - Chi invoca il ritiro dall’Afghanistan anche e proprio adesso «non è una persona seria», liquida Antonio Martino sollecitando a non dare dell’Italia l’immagine di «un Paese da operetta». Non se la prende più di tanto, l’ex ministro della Difesa, per le polemiche che s’aprono a sinistra, anzi le snobba e non si scalda minimamente per far venire il governo in Parlamento, vista la qualità «di quel che dice». Conosce la materia e il campo: poiché i rapiti appartengono ai servizi segreti, vede come più probabile un sequestro per danaro, che la banda cercherà di ottenere dal maggiore offerente. In ogni caso, riafferma Martino, «sarebbe un disastro» per la nostra stessa sicurezza, andarsene dall’Afghanistan.
Le prime notizie sono contraddittorie, chi li vuole in mano ai talebani e chi in quelle di una tribù affamata di soldi.
«Che i talebani smentiscano, non vuol dire necessariamente che non c’entrino, così come è certamente plausibile ipotizzare anche il sequestro per denaro: quello sfortunato Paese non ha soltanto a che fare coi talebani e con quelli di Al Qaida, deve vedersela pure con la delinquenza comune, e spesso le cose si intrecciano».
Quale delle due ipotesi la convince di più?
«Al momento non ne scarterei nessuna delle due. Ma se dovessi scegliere, direi che all’origine del sequestro c’è un fatto di criminalità comune».
Anche perché essendo dell’intelligence, si presume che col nemico sappiano muoversi meglio dei giornalisti...
«Appunto, le cose dovrebbero saperle: è il loro dovere, sapere».
Domanda obbligata, visto il contesto: questo rapimento giustifica un ripensamento della nostra missione in Afghanistan?
«No. La nostra missione in Afghanistan è assolutamente essenziale, e non credo che ogni volta che succede qualcosa si debba ricominciare a rimestare l’acqua discutendo se restiamo, non restiamo, ce ne andiamo: perché facciamo davvero la figura di un Paese da operetta».
Però il Pdci, per voce autorevole del segretario Oliviero Diliberto, ha già proposto di andarcene dall’Afghanistan.
«A sinistra faranno la gara a chi la spara più grossa, ma questi chiederebbero il ritiro del nostro contingente anche se il tempo è brutto. Non bisogna prenderli sul serio, non sono persone serie».
Il nostro governo si sta muovendo bene?
«Il nostro governo in Afghanistan è arrivato tardi a prendere una decisione sensata. È arrivato tardi, ed è questa la ragione per cui noi al Senato non votammo il rifinanziamento delle missioni: avevamo fondati motivi per ritenere che ai nostri soldati in Afghanistan non fosse stata fornita tutta l’attrezzatura e i mezzi necessari per garantirne la sicurezza. Poi, dopo, qualcosa è stato fatto. Che cosa esattamente sia stato fatto, però non so: perché sfortunatamente non sono più ministro della Difesa».
Perché dei nostri in Afghanistan, ci si ricorda solo in momenti come questo?
«Eppure non bisognerebbe mai dimenticare l’importanza di questa missione, perché Afghanistan e Irak sono la frontiera, la prima linea del contrasto al terrorismo. È lì che le forze del terrorismo jihadista sperano di sfondare facendo affidamento, purtroppo non senza motivo, sui tentennamenti dell’Occidente. Sp
>>Da: andreavisconti
Messaggio 8 della discussione
Come sempre ce la caviamo grazie ad America o, in questo caso, Inghilterra.
E c'è chi li destesta.
Andrea
>>Da: andreavisconti
Messaggio 9 della discussione
Ma Diliberto deve farsi notare ogni volta?
sembra quasi abbia una specie di radar per mostrare quanto sia un "genio" ogni volta che ne ha la possibilità.
Andrea
>>Da: ilcorsaro
Messaggio 10 della discussione
Dili sbraita e poi vota...strano modo di sbraitare...come quello di Mastellone e Di Pietrone...
>>Da: er Drago
Messaggio 11 della discussione
Bene.
C'è rimasto di cacca Giordano che auspicava "qual$ia$i tipo di trattativa" per fare affluire denaro nelle case dei tagliateste turbantati.
>>Da: Graffio
Messaggio 12 della discussione
Quel buffone di Diliberto non perde mai un occasione per tacere
>>Da: annina
Messaggio 13 della discussione
Bene cosi !!
Speriamo per il militare ferito..
>>Da: azzurralibertà
Messaggio 14 della discussione
Da il sole 24ore
Afghanistan, Bertinotti: «Sul ritiro delle truppe dibattito aperto»
Il rapimento dei due militari italiani in Afghanistan e il successivo blitz per la loro liberazione hanno scatenato le razioni della sinistra massimalista che è tornata a chiedere il ritiro del nostro contingente.
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti dice che «il dibattito è aperto», anche se preferisce sottolineare «la soddisfazione per un rischio evitato». Il Presidente del Consiglio ha già premesso che «l'atteggiamento del governo italiano nei confronti della missione in Afghanistan non cambia».
Dopo le prime dichiarazioni per il richiamo delle truppe, ieri, oggi Oliviero Diliberto ha riunito la segreteria del partito che ha ribadito «con forza la linea del ritiro delle truppe militari dall'Afghanistan».
Il segretario Prc, Franco Giordano, ieri sera aveva precisato di sentirsi «un po' distante da Diliberto». «Fosse per noi in Afghanistan non ci saremmo», ha chiarito, ma bisogna «ripartire dalle proposte di D'Alema», cioè «investire su una soluzione politica e sugli aiuti civili» con «un percorso diplomatico preciso». Dopo il blitz, dal partito parla Giovanni Russo Spena, che non nasconde dubbi sull'opportunità di intervenire con un'azione di forza: «ora al Governo italiano spetta l'obbligo di dar seguito agli impegni assunti in Palamento e insistere per la tempestiva convocazione di una conferenza internazionale di pace».
I Verdi, nella voce di Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera ritengono necessario «un cambio di strategia politico-militare». Quanto alla richiesta della Cdl di avviare un dibattito sull'accaduto, l'esponente dei Verdi considera: «quando si dovrà parlare di Afghanistan e approvare i provvedimenti di rifinanziamento della missione si discuterà anche della missione stessa».
Dall'Ulivo parla il vicepresidente dei deputati, Marina Sereni: non ci ritiriamo, dice, ma serve la Conferenza di pace. Sereni sottolinea che trattandosi di una missione Nato, multilaterale, «alla quale partecipano molti paesi europei e non soltanto», «non possiamo decidere da soli»; e guarda alla Conferenza di pace «che coinvolga i Paesi della regione per rideterminare il mandato della missione e affinare la strategia complessiva». Idv e Udeur auspicano che la missione prosegua.
L'opposizione, non si lascia sfuggire l'occasione: la ferita sull'Afghanistan è una lacerazione ancora fresca nalla maggioranza, dopo che solo pochi mesi su questo l'Esecutivo ha vissuto momenti di difficoltà, non riuscendo ad ottenere la prevalenza numerica in seguito all'audizione del Ministro degli Esteri.
Il presidente dei senatori di Fi, Renato Schifani invita il Governo «a venire immediatamente in Senato per riferire su quanto accaduto». E avverte: «il Governo ci faccia capire se almeno sulla politica estera ha in questo momento una maggioranza oppure, come sospettiamo e come ha già dimostrato cadendo in Senato su una materia tanto delicata, in realtà non l'ha mai avuta».
Da An, Maurizio Gasparri sottolinea «l'ennesima spaccatura di una maggioranza lacerata». È una questione politica aperta, dice, sulla quale «il Governo ha il dovere di intervenire per chiarire cosa intende fare». E il portavoce del partito, Andrea Ronchi considera: «il Governo, ancora una volta, sulla politica estera si è dimostrato profondamente inadeguato a causa delle divisioni della maggioranza».
Dall'Udc il segretario Lorenza C
>>Da: Briciolina6643
Messaggio 15 della discussione
Per una volta siamo stati un paese normale.
Mi auguro che il ferito grave si rimetta presto.
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Carlo Cambi: Ora i Gamberi rossi vanno a caccia d’aiuti
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Se chi si preoccupa, compreso il direttore del Tg2, che da Internet si sostanzi l'ondata antipolitica avesse fatto attenzione, nella rete delle reti avrebbe scoperto che tra grilli e gamberi quello che si spande è solo cicaleccio. Paradigmatico al proposito è quanto accade attorno ad un caso economico editoriale che agita il mondo dell'enogastronomia. Stefano Bonilli, direttore del Gambero Rosso e presidente della Grh che lo edita, nel suo blog chiede solidarietà ai colleghi giornalisti per «la porcata pubblicata su Il Giornale», di cui il sottoscritto è autore, e aggiunge «eppure se le cose scritte o adombrate fossero vere sarebbe clamoroso per il piccolo mondo del food & wine». Collega Bonilli: ha tutta la mia solidarietà, sincera. Dirò perché. Immagino che dopo anni e anni di lavoro, di fatica, e di riverenze deve fare un certo effetto sentirsi isolati, avendo anche la consapevolezza di aver contribuito, e non poco, a rendere migliore il vino e il cibo italiano. Certo più e meglio ha fatto Carlin Petrini con la sua Slow Food che resta un esempio unico nel mondo e che merita rispetto per i contenuti ideali della sua azione. Il punto infatti non è se ciò che è stato fatto è buono. Il punto è semmai se come è stato fatto, soprattutto negli ultimi anni, è giusto. Il Gambero Rosso, gruppo editoriale controllato dalla Food Wine Factory, è in mano ad una finanziaria senza volto: la Compagnia Fiduciaria Nazionale che ha il 50,5% delle azioni della controllante Fwf e il 92,52%, in modo diretto e indiretto, della Gambero Rosso Holding. È la stessa fiduciaria usata da Gnutti, Consorte e Fiorani nella stagione dei furbetti del quartierino. Secondo alcune voci, la Fiduciaria custodisce le azioni in nome e per conto di Paolo Panerai, editore di Class che però è anche vignaiolo. Questo nuovo assetto azionario del Gambero Rosso, che ha rapporti e finanziamenti anche da enti pubblici, potrebbe dare luogo a qualche dubbio di opportunità e alimentare un risiko editoriale affascinante oltreché economicamente rilevante. Per dirne una: sta per uscire con Il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, una serie di fascicoli del Gambero Rosso che se fosse di proprietà di Panerai, tra le altre cose editore di Italia Oggi, quotidiano economico, sarebbe riuscito a vendere i suoi contenuti alla concorrenza.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Perché Bonilli, creatore del Gambero Rosso, ha perso il controllo del suo piccolo impero (lui e la moglie conservano il 37,05% per cento della Fwf e Marinella Viglione è stata sostituita come amministratore delegato di Grh da Sergio Cellini che ha tutti i poteri). E tutto per due milioni di euro. A confermarlo ci sono studi fatti da agenzie finanziarie per conto di diversi partner che nel tempo si sono interessati a un possibile acquisto: l'editore Boroli, Alfredo Cazzola (presidente del Bologna calcio) che aveva il 32% di Grh e che se ne è andato dopo una lite furibonda con Bonilli & C vendendo le sue azioni alla Fiduciaria dopo aver liquidato Interbanca che era intervenuta con la sua merchant nel capitale di Grh. Stando a quei report il Gambero Rosso, che ha elaborato due diversi piani industriali per il suo rilancio, aveva una crisi di liquidità. È comparso allora il misterioso Cavaliere bianco che si cela dietro la Fiduciaria. La Maginot tracciata per evitare l'esproprio di quanto Bonilli & C. hanno costruito con fatica è stato un road show a pagamento del vino italiano da cui si attendevano appunto due milioni di euro. L'organizzazione di questa operazione è stata affidata alla società della moglie del direttore della Guida ai Vini d'Italia Daniele Cernilli che è anche socio della Fwf (4,59% delle azioni), consigliere della Grh e collaboratore di un mensile di Class Editori. Circostanze da lui smentite.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Ma anche con questa operazione i conti non tornano, mancherebbero circa 700mila euro. Le cantine che hanno aderito al road show, pagando mediamente 32mila euro per ogni azienda più Iva e spese di viaggio e soggiorno, sono a tutt'oggi 49. Per un incasso lordo stimato attorno al milione e trecentomila euro. Ora il Gambero Rosso si trova in triplo imbarazzo: non sa come fare fronte al Cavaliere bianco, sta per far uscire la Guida, che gli assicura il maggior introito editoriale e pubblicitario, editata insieme a Slow Food sempre più insofferente a quanto si dice verso questa partenrship, con una lista di 49 cantine che hanno pagato un road show e deve assegnare i tre bicchieri. A chi? In media i vini premiati sono oltre 200. Tra questi ci saranno quelli del misterioso Cavaliere bianco e tutti i produttori che hanno sottoscritto il road show? E se qualcuno mancherà come farà il Gambero Rosso a dire che ha portato nel mondo il meglio del vino italiano? Questi sono i fatti, altri ce ne sono, e una domanda è lecita: in nome e per conto di chi la Compagnia Fiduciaria Nazionale detiene la maggioranza? Eppure nelle reazioni sui blog i fatti sono scomparsi. È scattata tra i lettori la logica del branco, dell'appartenenza e per una parte dei critici enogastronomi la logica di casta. Si è molto discettato della forma, ma non dei contenuti.
Da una settimana l'Italia è in scacco di un altro blog, quello di Beppe Grillo al quale vengono attribuiti progetti per il Paese, capacità di mobilitazione. C'è il rischio che venga preso troppo sul serio. I blog purtroppo non sono libertà di parola, ma parole in libertà.
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Vittorio Sgarbi: I paradossi del virus del Grillo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Prima vittima del grillismo è Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria. Vittima grottesca e caricaturale. E anzi, prima vittima istituzionale. Perché è stato preceduto dal boy scout di Palazzo Chigi, Riccardo Capecchi, che si è punito da solo (mentre il correo Lusetti si è limitato a un piagnisteo) per essere salito sull'aereo di Stato chiesto da Rutelli per andare con Mastella al Gran Premio di Monza. Fosse stato un funerale nessuno avrebbe fiatato, ma il senso di colpa per aver partecipato a quella che assomigliava più a una gita che a una missione istituzionale ha indotto il boy scout a licenziarsi per manifesta indegnità, da un posto di lavoro probabilmente vinto con un concorso.
Ecco: questo è il clima. Senso di colpa, autoflagellazione, pentimento. Per che cosa? Per aver accettato un passaggio. Gli aereostoppisti non sono sereni. E dimenticano che per l'erario dello Stato il volo avrebbe avuto lo stesso costo anche per il solo Rutelli. Ma c'è Grillo. Ed esistere all'infuori di lui e delle sue regolette è una colpa. Il virus si diffonde pericolosamente e non investe soltanto, escludendo il coriaceo Mastella, il boy scout Riccardo Capecchi, Lusetti, Burlando e perfino Pino Daniele che accetta un passaggio da Bassolino, ma anche il prefetto di Genova. Il clima è di terrore e se prefetture e questure fino a ieri mantenevano distacco e burocratica lentezza, oggi Giuseppe Romano compie il gesto esemplare di punire Burlando, senza temere il rischio di un trasferimento e anzi consolidando, per il rigore, il suo posto. Di più, compiaciuto della inconsueta efficienza affida a un comunicato stampa le sue decisioni: «Patente sospesa per un anno e dieci punti in meno, una prima multa da 3500 euro più il fermo dell'automobile Mitsubishi Space Runner. Inoltre una seconda sanzione da 72 euro per aver guidato senza patente». Burlando esulta, è contento. Si sente un eroe della punizione: «Ho ammesso immediatamente il mio errore ed è giusto che paghi». Neanche Muzio Scevola.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L'involontaria comicità della situazione non è nel comunque eccessivo rigore ma nel fatto che la punizione risospinge Burlando verso le sue inalienabili prerogative, cui aveva rinunciato credendosi un cittadino qualunque: un autista, una tutela, non escludendo, se si pensa al G8, una vera e propria scorta, tutti i permessi possibili per una circolazione agevolata. Dov'è la punizione allora? Sulla carta. Per fare bella figura, per dimostrare che tutti i cittadini sono uguali, che il prefetto è solerte, che il presidente della Regione è consapevole dei suoi doveri. E, d'ora innanzi, anche dei suoi diritti. Così, per un anno, non potendo guidare, si eviterà una fatica, non cadrà in pericolose distrazioni e andrà sempre con l'autista. Come immagino faccia sempre il prefetto, in tal modo non rischiando di essere fermato in contromano senza patente. Si tratta comunque di un'istruttoria basata sulla confessione. E forse avrebbe meritato maggiore attenzione. Perché non è detto che Burlando non si sia inventato tutto non essendo stato colto in flagrante. Non gli viene infatti contestata un'infrazione ma viene accettata una confessione. Nessun poliziotto ha visto il delirio di Burlando che è arrivato a un punto tale di autoconsapevolezza dell'infrazione da chiamare lui (dice) la stradale.
Ora che ha avuto la punizione desiderata e che si avvia all'espiazione (con autista) non potrà più sbagliare da solo. Se vorrà andare contromano, dovranno ritirare la patente all'autista che resterà veramente a piedi. Ritornano alla mente le parole attribuite a D'Alema: «Burlando è il migliore dei nostri in Liguria, peccato che porti jella». In questo caso se l'è cercata per grillismo acuto, forse perché anche lui genovese. Ma sarebbe mai potuta capitare un'analoga avventura a Cossiga, Andreotti, Spadolini? E, guidando le loro Panda in contromano, avrebbero trovato un prefetto altrettanto severo? Tutto d'un pezzo, e con autista.
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Salvatore Scarpino: CI VORREBBE UN PREMIER
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La storia ci tocca e ci coinvolge con la sua logica di ferro che spesso genera sofferenza. Due sottufficiali italiani sono stati rapiti in Afghanistan e c’è apprensione, paura anche, per la loro sorte. I nostri soldati vanno dove li porta il bisogno di pace e di sicurezza, testimoni attivi di uno sforzo internazionale, ampio e condiviso, per migliori condizioni di vita là dove diritto e serenità sono negati, in zone segnate dalla violenza endemica, dalla guerriglia continua. Non sappiamo con esattezza chi li abbia rapiti e perché: è evidente che la loro presenza e la loro azione disturbavano i movimenti di terroristi o di mercanti di armi o di droga. La nostra speranza è che un’azione intelligente, d’investigazione e di trattativa, ce li restituisca presto.
Per l’Italia si profila un’altra prova importante. Il nostro Paese è una media potenza regionale – per usare il metro delle cancellerie – che ha consapevolmente e responsabilmente assunto degli obblighi per il mantenimento della pace e per la lotta al terrorismo internazionale che minaccia tutti e costantemente, non soltanto nel mese di settembre delle memorie luttuose. Anche il capo dello Stato, il quale pure viene da un’officina ideologica che del fronte della pace aveva un’altra concezione, sottolinea la necessità del nostro impegno militare e umanitario sui fronti caldi. E l’Italia ha tutto per adempiere ai suoi obblighi di ruolo. Ha lo strumento militare, fratelli nostri preparati e generosi, ha i mezzi (nonostante l’avvilente politica della lesina per la Difesa), peccato che in questo momento le manchi un elemento che non è proprio un dettaglio insignificante: il governo.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Già nelle scorse settimane, quando l’impegno offensivo delle milizie talebane si era indirizzato contro i militari italiani, la sinistra radicale, che è parte prepotente e ricattatrice della coalizione del travicello Prodi, aveva cominciato ad agitarsi chiedendo il ritiro del nostro contingente dall’Afghanistan. Adesso sciacalleggia sul rapimento dei due sottufficiali e chiede con insistenza il ritiro dei militari. Anche Romano Prodi è un ostaggio, chissà se potrà resistere ai talebani di casa nostra. Ne dubitiamo.
Intanto ci prepariamo a una prova difficile. Saremmo tranquilli se per la liberazione dei nostri militari ci fosse lo stesso spiegamento mediatico e movimentista che ha accompagnato il sequestro del giornalista Mastrogiacomo e di operatori umanitari come le due Simone. Ma anche di questo dubitiamo, vista la «simpatia» del popolo della sinistra per gli uomini in divisa. Un film che abbiamo già visto. Eppure i militari rapiti non sono cittadini di seconda categoria, sono servitori dello Stato e della comunità nazionale. Meritano lo slancio e la pressione di tutti perché si arrivi alla loro rapida liberazione. E la classe politica, in un momento come questo, dovrebbe dare prova della massima coesione, anche se il governo non è di seconda ma di infima categoria.
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Egidio Sterpa: Il riso amaro del Carnevale politico
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Che prima o poi spuntasse un comico a creare scompiglio nella politica italiana era da aspettarselo. Proviamo a sentire quattro diversi pareri. Ha scritto Giuseppe De Rita, sociologo, intelligenza preziosa: «Siamo una società di indecifrabile polverizzazione, di esasperato individualismo». Giudizio elegante e temperato. Angelo Panebianco, politologo serio ed equilibrato: «Non ci sono più partiti radicati e forti: la democrazia è priva di ancoraggi». Fausto Bertinotti, massimalista ora ormeggiato sul terreno istituzionale. «Quando c’è il vuoto, qualcuno, prima o poi lo riempie». Raffaele Bonanni, sindacalista: «Finché ci saranno politici piacioni, è chiaro che i comici tenderanno a fare politica».
Ma sì, eccola la realtà che ha partorito l’antipolitica, maturata in qualche decennio, e oggi arrivata all’acme, con masanielli in vesti diverse: giacca e cravatta, in jeans, con la toga nell’armadio, persino in minigonna e, per finire (ma non è detto), finalmente un comico vero. Nessuna meraviglia. E chissà quante ancora se ne vedranno. È proprio vero, siamo diventati una «società a coriandoli», come ha scritto De Rita, cioè sminuzzata e anche un po’ carnevalesca.
Come uscirne? Longanesi, prima ancora che accadesse il peggio, si affidava alle «vecchie zie», depositarie di valori della sana società di quella piccola e rispettabile Italia discesa unita dall’800. Valori che erano guida e mentori dei buoni cittadini. Valori quasi del tutto assenti oggi, il che ha prodotto la crisi morale e politica che umilia la nostra dignità nazionale e schiaccia le nostre istituzioni.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Non più vecchie zie, dunque, non più partiti storici con solidi ideali, di destra o sinistra che fossero in altri tempi, ma custodi di resistenti visioni della vita e del mondo. Valori capovolti ormai, sicché prevale quella che ci siamo permessi di chiamare la cultura dell’irresponsabilità. Disfatti, smontati, purtroppo anche quei patti costituzionali che per alcuni decenni hanno garantito un ordine sociale e politico non disprezzabili. Urbanità, rispetto umano, correttezza, in una parola quelle regole di vita che monsignor Della Casa chiamò galateo, non ci sono più né nella politica né in molta parte della società. C’è chi invoca il primato della politica, intesa come direzione della vita pubblica, ma predominano scorrettezza, volgarità e in non pochi casi pure l’ignoranza. Non è con le facezie della comicità che tutto questo ci va ricordato. Ne siamo ben consapevoli.
Non sarà facile riedificare questo nostro disgraziato paese, riportarlo dai carnevaleschi coriandoli ai partiti storici, ad una società decorosa, recuperando quella cultura collettiva che è coscienza di una società integra e costumata. Cultura non vuol dire istruzione libresca, ma quel processo di formazione umana, di sensibilità, di modo di pensare e di comportamenti, insomma quel complesso di manifestazioni della vita materiale, sociale e anche spirituale che portano un popolo ad essere depositario di una civiltà. Bacone, filosofo del ’500, diceva che la cultura è la «georgica dell’animo», quella cioè che coltiva l’essenza dell’uomo. È quel che manca oggi nel nostro mondo, appunto quell’insieme di modi di vivere e di pensare che producono civiltà.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
No, non sarà facile. In momenti di pessimismo viene da pensare addirittura che sia impossibile, dopo tutto quello ch’è avvenuto negli ultimi quarant’anni. La cultura dell’irresponsabilità ha impregnato la società italiana. Quanto tempo ci vorrà per ridare vita a un processo di formazione umana? Non basterà certo una generazione. E dov’è la classe dirigente che s’incarichi di una simile missione, capace di farsi strumento di rinnovamento e insieme di recupero dei valori fondamentali?
Il malessere che opprime il paese è profondo, intimo, tutt’altro che epidermico. Non ci sono molti spiragli di speranza. Paradossalmente la spinta potrebbe venire dalla stessa spossatezza in cui società e istituzioni sono precipitate. La consapevolezza del declino potrebbe, chissà, pur nello scoramento in cui siamo immersi, portare a un disperato tentativo di rinascimento.
Volontà, cultura e coraggio per un simile tentativo possono però venire solo da un comune sentimento di riscatto. Comunque cioè agli opposti schieramenti. Non certo dalla rozzezza di taluni masanielli e dalle amenità, pur non lontane dalla realtà, di qualche comico.
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Ruggero Guarini: Napolitano rimpiange i suoi comizi giovanili
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Povero Napolitano. Il suo «basta coi politici in tv» merita qualche glossa meno maliziosa dell’ovvia allusione al fatto che dopotutto anche lui suole spesso apparire in tv. Per apprezzare il suo mònito occorre però collegarlo alle struggenti parole con cui egli, nel medesimo discorso, ha nostalgicamente evocato i comizi in piazza della sua leggendaria giovinezza. Nulla infatti fa risplendere la mente e l’anima di quest’uomo come l’espressione della sua nostalgia per i suoi formidabili anni Cinquanta.
Da questo suo salmo in gloria dei suoi antichi comizi sembra fra l’altro doversi dedurre che oggi egli pensa che essi fossero molto più signorili delle imprese videologiche di oggi. E naturalmente ha ragione. Volete mettere la superficialità e la volgarità del discorso politico dal video di ogni specie e forma (telegionale, teleintervista, teledibattito, talk-show, spot propagandistico e simili) con la finezza e la profondità del caro vecchio comizio in piazza?
Oh la bellezza, il fascino, l’incanto di quegli immensi raduni che indipendentemente dal colore delle bandiere che garrivano sui suoi palchi, furono e sono tuttora (nella misura in cui il sacro rito sopravvive ancora oggi) mirabili sagre di armenti di devoti gregari disposti in primo luogo ad aspettare pazientemente per ore l’arrivo degli oratori davanti a una tribuna imbandierata, sotto il fiotto incessante delle parole d’ordine e degli inni di partito vomitati dagli altoparlanti gracchianti, e in secondo luogo decisi ad ascoltarli in silenzio per altrettante ore, essendo loro concesso soltanto, dalla struttura stessa dell’evento, il dovere di ascoltare e di applaudire la parola dei loro capi bercianti a turno dal palco...
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Come insomma non capire le ragioni per cui un vecchio gentiluomo come il nostro Presidente trova l’epica di quei raduni più gustosi della scena orribilmente privata, domestica, pacifica e borghese del cittadino isolato che seduto davanti al proprio televisore, non di rado circondato dai suoi schifosissimi cari, decide di ascoltare, se ne ha voglia, questo o quell’altro dei tanti discorsi politici, di ogni possibile orientamento, in circolazione nel suo villaggio elettronico, restando libero dal principio alla fine, non appena si sia stufato, di tappare la bocca a qualsiasi tribuno spegnendo di botto l’apparecchio, o saltando in un altro canale?
Bisognerebbe, infine, avere un cuore di pietra per resistere alla tentazione di chiedere a questo bravuomo se questa sua nostalgia per le sue giovanili prestazioni comiziesche comprende anche i concetti che egli espresse quando, ormai mezzo secolo fa, mentre i carri armati russi schiacciavano l’insurrezione di Budapest, in quelli che restano forse i suoi comizi più memorabili, spiegò a vaste masse di compagni che l’intervento sovietico aveva «contribuito non solo a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo».
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Gli Usa invitano Assad alla Conferenza di pace
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Tira aria di guerra ma ci sono anche segnali di pace. Il primo arriva dagli Stati Uniti: fonti governative americane dichiarano che la Casa Bianca ha intenzione di invitare anche la Siria alla conferenza internazionale di pace israelo-palestinese che dovrebbe tenersi nel prossimo mese di novembre. Il secondo arriva da Israele. In occasione del Ramadan il governo di Ehud Olmert ha annunciato ieri l’intenzione di scarcerare novanta palestinesi come gesto di buona volontà verso il presidente dell’Anp Abu Mazen. Sembra che la maggioranza dei detenuti che saranno rilasciati sia composta da militanti del Fatah, del Fronte popolare e del Fronte democratico per la liberazione della Palestina. Abu Mazen è però insoddisfatto. «La liberazione di 90 persone non costituisce per il popolo palestinese la soluzione del problema dei prigionieri». Stando all’Anp, sono 11.000 i palestinesi detenuti da Israele.
IL GIORNALE
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Hadeh: «Buttiamo fuori i siriani dal Libano»
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
«Damasco vuol terrorizzarci con le bombe, ma il nuovo presidente sarà dei nostri»
Nel 2004 fu il primo ministro a dimettersi quando Damasco impose una proroga di tre anni al mandato del presidente Emile Lahoud. Fu il primo a subirne le conseguenze quando il 1° ottobre 2004 un’autobomba gli esplose accanto. Quella volta il sopravvissuto Marwan Hamadeh, oggi 67enne ministro delle Telecomunicazioni nell’esecutivo di Fouad Siniora, fece un’unica promessa: «Dedicherò il resto della mia vita a far luce sui crimini che hanno colpito il popolo libanese». Oggi la tempra è la stessa. Cinque giorni fa il parlamentare anti siriano Antoine Ghanem è stato dilaniato da un’autobomba. Ieri la maggioranza di governo ha dovuto accettare il ricatto dei gruppi filo siriani, rimandare la convocazione del Parlamento e il voto per l’elezione del successore di Emile Lahoud. Ma Hamadeh non demorde, non si rassegna.
«Stiamo trattando con Nabih Berri la convocazione del Parlamento - garantisce in questa intervista telefonica al Giornale -, se non lo convocherà lui dovrà farlo il suo vice. La Costituzione parla chiaro, negli ultimi dieci giorni della presidenza il Parlamento deve venir convocato per forza. Berri alla fine dovrà raggiungere un accordo con noi».
E se rifiuta?
«Non preoccupatevi. Non lasceremo il Libano senza presidente. Dimostreremo che nonostante la chiusura del Parlamento la maggioranza è ancora nelle nostre mani. Al secondo voto, come prescritto dalla Costituzione, ci basterà la semplice maggioranza per far eleggere un nostro candidato».
Per l’opposizione avrete comunque bisogno dei due terzi dei deputati per convocare l’assemblea
«Questa è l’interpretazione della Siria. Se dobbiamo scegliere tra un nuovo presidente imposto o appoggiato dalla Siria e il rischio di convocare ugualmente il Parlamento e arrivare in ogni caso al voto scegliamo di rischiare».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
È una sfida...
«Se si ha paura non si va da nessuna parte. Se vogliamo continuare la battaglia iniziata buttando fuori i siriani dal Libano dobbiamo rassegnarci alla nostra condizione. Io e i miei colleghi della maggioranza non viviamo da ministri o politici, ma da clandestini. Siamo consapevoli di sopravvivere in una condizione precaria e di totale rischio. Davanti alla sofisticata macchina del terrore manovrata da Damasco non esistono protezioni o certezze, ma non abbiamo scelta, cedere adesso significa rinunciare a tutto».
A cosa puntano le bombe?
«Ci sono un gioco politico e uno squisitamente aritmetico. Politicamente Damasco punta a terrorizzare la maggioranza, farci accettare le condizioni dei suoi alleati libanesi. Aritmeticamente punta ad assottigliare la maggioranza. I siriani sono decisi a imporci un accordo per l’elezione di un presidente a loro gradito».
Il presidente Lahoud minaccia di mandare a casa il governo e sostituirlo con uno provvisorio guidato dal capo di stato maggiore Michel Suleiman...
«Il generale Suleiman ha già fatto sapere di non essere disposto a interpretare questo ruolo. La Costituzione non permette al presidente di sciogliere il governo e il premier Fouad Siniora ha una maggioranza solida. Un governo provvisorio nominato da Lahoud sarebbe un governo fantoccio senza alcun seguito. Solo Siria e Iran potrebbero riconoscerlo».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Non potreste accordarvi sul generale Suleiman?
«Abbiamo presentato tre candidati di spicco, parlamentari di esperienza, politici il cui nome non è mai stato associato a episodi di estremismo o violenza, sono i candidati migliori per una elezione democratica e speriamo che uno di loro venga accettato anche dall’opposizione. E per trasformare il generale Suleiman da capo di stato maggiore in presidente è prima necessario un emendamento costituzionale».
Teme una nuova guerra civile?
«Negli ultimi mesi ci sono state mille occasioni per tornare ai vecchi tempi, ma i libanesi hanno dimostrato di non voler rivivere gli orrori del passato, i tentativi di Damasco sono condannati al fallimento».
La presenza dei soldati italiani e degli altri caschi blu è una garanzia?
«Hanno un ruolo importante come cuscinetto tra Hezbollah e Israele, ma sono assai lontani dal realizzare tutti gli obbiettivi. Per garantire il resto del Paese ci sarebbe bisogno di una forza internazionale in grado di pattugliare le frontiere, contenere il traffico di armi, impedire l’infiltrazione di terroristi dalla Siria e arginare le sue operazioni clandestine».
IL GIORNALE
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Così Israele ha distrutto l’atomica di Damasco
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il ritrovamento di materiale nucleare, un blitz da film delle forze speciali. Poi il raid con l’ok degli Usa
Uzi Arad, un ex agente del Mossad diventato poi consigliere politico di Benjamin Netanyahu, l’ex premier alla guida del Likud, riassume tutto in tre laconiche frasi. «So cos’è successo e quando verrà fuori tutti resteranno stupiti». C’è da credergli. A ogni giorno che passa il mistero sull’incursione israeliana in territorio siriano del 6 settembre si fa più inquietante e intrigante. Da ieri è diventata l’ultimo capitolo di una complessa e segretissima operazione militare condotta dalle forze speciali israeliane. Una rischiosissima infiltrazione in profondità messa a segno, a più riprese, da una squadra di commandos incaricati di raccogliere le prove degli esperimenti nucleari condotti con l’ausilio di tecnici e consiglieri nord coreani.
Tutto inizia il 18 giugno quando Ehud Barak, il reduce più decorato d’Israele, l’ex comandante di Sayeret Matkal, prende il posto di Amir Peretz alla guida del ministero della Difesa. Il dossier su Dayr az-Zawr lo allarma. In quel centro di ricerche agricole nel nord della Siria stanno confluendo, secondo i rapporti del Mossad, misteriose forniture nord coreane e tecnici di Pyongyang. Barak, fedele al suo passato di uomo d’azione, non indugia. Ascolta il capo del Mossad, convoca i capi di Sayeret Matkal, le forze d’élite dell’esercito, e quelli delle unità 5101 e 5707 dell’aviazione, i commandos responsabili dell’acquisizione bersagli e delle infiltrazioni a lungo raggio. L’obbiettivo è penetrare a Dayr az Zawr, trovare un’eventuale conferma ai rapporti del Mossad e definire gli obbiettivi prioritari. Un compito cruciale ed essenziale - spiegano le rivelazioni di fonte militare israeliana pubblicate ieri dal Sunday Times - per ottenere da Washington l’autorizzazione a colpire.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I preparativi e l’operazione durano tutta l’estate. I componenti della squadra, tutti in grado di parlare perfettamente arabo, vengono vestiti con le divise dell’esercito di Damasco e fatti salire su un Black Hawk decollato, probabilmente, da una base nel nord dell’Irak, dove il confine è meno controllato e l’attività americana intensa. Come i militari israeliani riescano a penetrare a Dayr az Zawr è un arcano che scopriremo solo grazie ai libri di memorie di qualcuno dei partecipanti.
Il risultato è quello previsto. I campioni prelevati dai commandos risultano di provenienza nord coreana e confermano l’ipotesi di attività nucleare. A quel punto Ehud Barak torna a esaminare la situazione e inoltra un rapporto dettagliato alla Casa Bianca. La consistenza delle prove israeliane suscita un doppio allarme a Washington. Se da una parte la Siria cerca di acquisire componenti nucleari, dall’altra Pyongyang, firmataria pochi mesi prima di un’intesa con Washington, sembra pronta a svendere il proprio arsenale atomico. Il via libera americano arriva quasi immediatamente. Israele deve mettere a segno il difficile colpo in un unico complessissimo raid. Barak non perde tempo. Ordina un’altra infiltrazione in territorio nemico per illuminare il bersaglio e nella notte del 6 settembre dà il via agli F15 da giorni in volo in attesa dell’occasione più opportuna. Sul terreno, stando alle rivelazioni del Sunday Times, la sorpresa è totale. I radar e le difese anti aeree appena acquistate dalla Russia vengono completamente accecate. Quando le prime bombe colpiscono la struttura di Dayr az Zawr i tecnici nord coreani al lavoro assieme ai loro colleghi siriani non fanno in tempo a mettersi in salvo. Restano sepolti sotto le macerie dei laboratori atomici, muoiono assieme al primo sogno nucleare di Damasco. Il successo insomma è completo, ma resta l’inquietudine per l’inevitabile e attesa rappresaglia siriana. Ehud Barak lo sa e lo ricorda a tutta la nazione. «Dobbiamo - ha avvertito ieri alle celebrazioni per lanniversario della guerra dello Yom Kippur - vivere come se la guerra fosse dietro l’angolo».
Gian Micalessin
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Afghanistan, uccisi due soldati spagnoli
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Due militari spagnoli sono morti e altri due sono rimasti gravemente feriti in un attacco contro le truppe spagnole in Afghanistan. Il veicolo sul quale viaggiavano i soldati è stato investito da un'esplosione vicino a Shewan, a nord-ovest di Farah
Herat - Due soldati spagnoli sono morti e altri due sono rimasti gravemente feriti in un attacco contro le truppe spagnole dispiegate in Afghanistan. Lo ha reso noto il ministero spagnolo della Difesa. I soldati spagnoli facevano parte di una pattuglia che viaggiava a bordo di un veicolo blindato BMR colpito da un’esplosione. Secondo il ministero della Difesa, nella deflagrazione potrebbe essere morto anche un interprete di nazionalità iraniana che viaggiava sullo stesso veicolo. L’attacco è avvenuto stamane vicino Shewan, al nord-ovest di Farah, e il veicolo attaccato apparteneva al contingente spagnolo di base ad Herat.
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Myanmar, 50mila in piazza contro il regime. Protesta e botte
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Per le vie di Yangon si manifesta contro la giunta militare al potere da 45 anni. Circa 20mila sono monaci buddisti. Oltre 218 oppostitori politici sono stati arrestati dall'inizio della protesta, la scorsa settimana.
Sono in 50mila. Sono scesi per le vie di Yangon per manifestare contro la giunta militare al potere da 45 anni in Myanmar, la ex Birmania. A nutrire le fila della protesta, ormai da una settimana, sono i monaci buddisti, i cosiddetti bonzi, oggi in 20mila nella folla che sono partiti insieme a molti civili dalla pagoda d’Oro di Shwedagon. Hanno disobbedito agli ordini impartiti loro dalle gerarchia buddhista ufficiale, controllata dal regime, che voleva che rientrassero nei rispettivi monasteri e cessassero di manifestare. Una protesta che si è acuita nelle ultime settimane a causa dell'aumento del costo del carburante e del cibo imposto dal regime. Ieri, anche le monache buddiste, strette nelle loro tuniche rosa, si sono unite al corteo popolare.
La manifestazione Quella odierna è stata non solo la dimostrazione più ingente nelle cinque settimane consecutive di proteste quotidiane, innescate dall’improvviso aumento dei prezzi dei carburanti, insostenibile per gli abitanti di uno dei Paesi più poveri al mondo; è stata anche, e di gran lunga, la più oceanica degli ultimi vent’anni nell’ex Birmania. I religiosi hanno ignorato il divieto di marciare in piazza venuto dal comitato del "Sangha Nayaka", l’organismo al vertice del clero buddhista birmano; hanno invece deciso di continuare a dimostrare pacificamente: all’inizio circa 500 si sono messi in marcia, poi sono diventati migliaia, come minimo 5mila, e si sono riversati nelle vie della vecchia capitale insieme a una torma di sostenitori.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Presenti esponenti dell'opposizione In breve tempo erano non meno di diecimila i dimostranti che dalla Pagoda d’Oro di Shwedagon, il principale tempio del Paese asiatico, si sono diretti verso il centro della città, sfilando davanti alla sede quasi in rovina della Lnd, la Lega nazionale per la democrazia, la maggiore forza di opposizione guidata da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace 1991, segregata agli arresti domiciliari dal 2003. A quel punto erano passati appena circa tre quarti d’ora dall’avvio della marcia, ma il corteo era già triplicato di numero. Esponenti della Lnd hanno dapprima assistito in silenzio alla manifestazione, limitandosi ad applaudire e a inchinarsi in segno di rispetto mentre i monaci passavano davanti al loro quartier generale, intonando preghiere e canti per la pace; poi però si sono uniti anch’essi ai religiosi e alla popolazione, mettendosi in cammino.
Oltre 218 oppositori arrestati Dall’inizio, la scorsa settimana, delle manifestazioni guidate dai monaci buddisti contro il regime militare birmano, almeno 218 oppositori sono detenuti e vengono maltrattati, secondo quanto denuncia oggi un’ associazione birmana di difesa dei diritti umani. "Non solo gli oppositori sono stati picchiati durante la loro detenzione, ma vengono sottoposti a torture fisiche e mentali estreme durante l’inchiesta", ha dichiarato Bo Kyi, ex prigionieri politico che dalla Thailandia dirige l’Associazione di assistenza ai prigionieri politici in Myanmar (l’ex Birmania), La maggior parte dei 218 prigionieri, ha aggiunto l’attivista, appartengono alla Lega internazionale per la democrazia (Lnd) della dissidente storica Aung San Suu Kyi.
IL GIORNALE
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
E ora anche le monache marciano con i bonzi contro la giunta birmana
Al sesto giorno di protesta dei monaci contro la dittatura militare in Myanmar (ex Birmania), ieri anche le monache buddhiste sono scese in piazza a Yangon (il nuovo nome dell’ex capitale Rangoon) sfilando al fianco di 20.000 bonzi e civili. Contemporaneamente, alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, cresce la pressione internazionale sui generali di Naypdydaw (la nuova capitale) affinché rinuncino al potere e consentano libere elezioni. Quella di ieri è stata la più imponente manifestazione di piazza (e la maggiore dopo la sollevazione del 1988, che fu soffocata nel sangue) dall’inizio della protesta, esplosa cinque settimane fa a causa dell’aumento dei prezzi dei carburanti, che ha fatto raddoppiare il costo dei mezzi pubblici e del cibo.
Sabato, eccezionalmente, i monaci erano stati autorizzati a sfilare accanto alla villa della leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace 1995 Aung San Suu Kyi, a Yangon. La donna, 62 anni, che ha trascorso 12 degli ultimi 18 anni nella sua residenza-prigione ed è divenuta il simbolo della lotta per la democrazia nel Paese asiatico, si era brevemente affacciata alla porta e aveva salutato i religiosi, piangendo e pregando. Ma ieri, quando 120 bonzi e altre decine di manifestanti hanno tentato di imboccare la strada che porta alla villa, hanno trovato l’accesso alla strada bloccato di nuovo dalla polizia.
Le manifestazioni di ieri hanno preso il via dalla celebre pagoda Shwedagon, uno splendido complesso di templi che costituisce la principale attrazione turistica della ex Birmania. I monaci, avvolti nei loro sai e mantelli color ruggine, hanno marciato a piedi nudi, sotto la pioggia battente, fino alla pagoda di Sule, nel centro della città. Al termine del corteo i manifestanti erano circa 20.000, la metà dei quali gente comune, hanno riferito testimoni.
I bonzi erano accompagnati per la prima volta da 150 monache, con le tradizionali tonache rosa chiaro. Le suore buddhiste abitualmente sono più defilate rispetto ai loro colleghi e non partecipano alla vita politica.
Circa 200 persone, dando prova di coraggio, hanno formato una catena umana davanti ad alcune file di giovani monaci, e hanno esortato la gente a unirsi a loro nella protesta. «Vogliamo la riconciliazione nazionale, il dialogo con i militari e la libertà per Aung San Suu Kyi e gli altri prigionieri politici», ha detto al megafono uno dei religiosi. Fino all’altro giorno i monaci avevano evitato di coinvolgere i civili in marce e raduni, nel timore di una nuova, sanguinosa repressione. Cortei contro la dittatura si sono tenuti anche ieri in altre città, tra cui Maqwe e Mandalay, seconda città del Paese e importante centro religioso. La polizia sta procedendo con numerosi arresti, evitando però, almeno finora, di ricorrere alle armi. La giunta non vuole peggiorare la propria immagine all’estero.
Il segretario di Stato americano, la signora Condoleezza Rice, ha denunciato ieri il regime «brutale» al potere nel Myanmar e ha dichiarato di seguire «molto da vicino» la situazione nell’ex Birmania. «Il presidente George W. Bush è stato molto franco su quel che sta succedendo nel Myanmar», ha detto la Rice all’inizio di un incontro con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. All’inizio di settembre Bush aveva esortato la giunta a «smettere di intimidire i cittadini birmani che si battono per la democrazia e i diritti dell’uomo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
STORIA
Ex-colonia inglese, indipendente dal 1948, il Paese è nelle mani dei militari dal gennaio 1962. Nel 1989 la Birmania assunse il nome di Myanmar per dare rilievo alle numerose minoranze etniche.
POPOLAZIONE
Myanmar ha una popolazione di 50,7 milioni di abitanti. I birmani, circa il 70%, sono affiancati da numerose minoranze, in particolare quelle degli Shan (8,5%) a est, dei Karen (7%) nel sud-est e dei Mon (2,4%) nel sud.
ECONOMIA
Già primo esportatore mondiale di riso, ricco di riserve di gas naturale, il Paese è diventato in 40 anni uno dei più poveri del mondo. Il prodotto nazionale lordo per abitante è di 1.200 dollari. Myanmar resta invece uno dei principali produttori di oppio: con l’Afghanistan «assicura» il 90% della produzione di questa droga nel mondo.
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Cercano la salma di De Mauro spunta un cimitero di mafia
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La salma del giornalista Mauro De Mauro sepolta al posto di quella di Salvatore Belvedere, boss della ’ndrangheta che avrebbe inscenato la propria morte per sparire nel nulla.
Cercando verifiche a questa ipotesi nel cimitero di Conflenti (Catanzaro) gli inquirenti si sono imbattuti ieri in una clamorosa scoperta: il camposanto del paese calabrese potrebbe essere stato utilizzato dalla ’ndrangheta per seppellire i cadaveri di persone fatte sparire e poi uccise. L’ipotesi è nata perché, scavando per riesumare i presunti resti di Belvedere su ordine della Dda di Catanzaro, gli inquirenti si sono imbattuti nei resti di altre persone. Sconosciuti, che non risultano nei registri del cimitero. Nel punto in cui gli scavi hanno portato alla luce le ossa che dovevano appartenere a Belvedere, il cui cadavere fu trovato carbonizzato nel 1971 nelle campagne di Conflenti, sono stati trovati almeno due teschi e una bara con i resti di un’altra persona. Vicino a uno dei corpi c’è un coltello, potrebbe essere un simbolo della ’ndrangheta. L’ipotesi di un cimitero clandestino della mafia, comunque, non viene messa in relazione per ora con la scomparsa di De Mauro. Non c’è certezza, infatti, che i reperti recuperati appartengano al giornalista scomparso, in attesa del test sul Dna dei reperti.
«Comunque - ha detto Francesco Rattà, il capo della Squadra mobile di Catanzaro - prendiamo in seria considerazione la testimonianza di Salvatore Mirante, il poliziotto in pensione che ha raccolto la confidenza secondo cui a Conflenti potrebbe essere sepolto Mauro De Mauro. Mirante ha sempre fatto seriamente il suo lavoro. Quando nei primi anni ’90 presentò la sua informativa, non c’erano ancora i mezzi tecnici moderni per svolgere le sue attività d’indagine». I legali della famiglia De Mauro hanno invitato di nuovo alla cautela pur «non nascondendo incredulità per la novità che viene da Conflenti».
>>Da: er Drago
Messaggio 2 della discussione
Sarebbe servito il database del dna per sapere di chi sono i pezzi di scheletro di scheletri diversi.
Per De Mauro si possono confrontare un po' sui parenti, ma resta il punto: di chi sono gli altri?
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Il grande bluff sull’Ici: sconti solo ai bisognosi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Finanziaria, Padoa-Schioppa dice no al progetto centrista di aiuti alle famiglie Al momento, il ministero dell’Economia conta di introdurre le agevolazioni fiscali sull’Ici soltanto per le fasce «bisognose» della popolazione. Quelle che dichiarano redditi intorno ai 15-20 mila euro all’anno. Ed il meccanismo previsto è la detraibilità dell’imposta dall’imponibile Irpef: «Come funzionava per l’Ilor», spiegano.
Cadrebbe, quindi, l’ipotesi di aumentare la quota di esenzione dell’imposta, come prevede il disegno di legge fermo alla Camera. L’ultima parola sull’operazione Ici, comunque, è affidata al vertice notturno di maggioranza, in programma mercoledì. La posizione del ministero dell’Economia sull’Ici (la sua proposta avrebbe un impatto minimo sui conti e sulla platea di proprietari di casa) infatti, è diversa da quella portata avanti dai centristi della maggioranza, Udeur, Margherita e Di Pietro, per aiutare la famiglia.
E non sarà l’unica brutta notizia che l’ala moderata della maggioranza riceverà mercoledì. La manovra da 21 miliardi sarà realizzata per metà attraverso maggiori entrate e per metà da taglio alle spese.
I 10 miliardi di maggior gettito, però, non saranno determinati da nuove imposte o da aumento delle aliquote, bensì dall’aumento spontaneo delle entrate. Al Consiglio dei ministri di venerdì scorso, Padoa-Schioppa ha detto che l’aumento «naturale» del gettito nel 2008 sarebbe stato di 4,5 miliardi di euro. Nelle stesse ore, il suo sottosegretario Nicola Sartor presentava un emendamento al bilancio di assestamento con il quale aumentava le entrate per il 2007 di 5,5 miliardi: intervento necessario per dare copertura al decreto di luglio sul tesoretto. Gli stessi 5,5 miliardi verrebbero confermati come gettito strutturale nel 2008. E si arriva così ai 10 miliardi di maggior gettito: metà manovra del prossimo anno per raggiungere il deficit al 2,2%.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I problemi riguardano i tagli alle spese. Padoa-Schioppa proporrà un nuovo Patto di stabilità interno che dovrebbe comunque essere a saldo zero. Insomma, Regioni, Province e Comuni potrebbero vedersi rimodulati i trasferimenti pubblici. Ma nel complesso non dovrebbero diminuire. In realtà, il taglio ci sarà attraverso un altro intervento previsto dalla Finanziaria. Vale a dire, la riduzione dei tempi per l’utilizzo dei residui passivi. Se le diverse amministrazioni dello Stato non spendono le risorse a disposizione entro una certa data, quelle risorse diventano indisponibili. Con conseguente risparmio per le casse dello Stato.
Un po’ quel che sta avvenendo grazie ad una circolare della Ragioneria generale dello Stato. La pubblica amministrazione non paga i fornitori privati oltre i 10mila euro di commessa se gli stessi fornitori hanno in corso un accertamento tributario. Un problema reale per le aziende private (soprattutto quelle informatiche e della telefonia; ma problemi vengono segnalati anche nel settore delle forniture sanitarie).
Altri risparmi il ministro conta di recuperarli dal settore del pubblico impiego. E Guglielmo Epifani conta «sul senso di responsabilità» da parte del governo. I sindacati conosceranno la Finanziaria mercoledì, prima del vertice di maggioranza. Fabrizio Ravoni
>>Da: ilcorsaro
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Fisco: in Italia la casa piu' tassata in Europa (Sole)
ROMA --L'Italia ha il primato poco invidiabile in Europa nella tassazione della casa. L'indagine realizzata per il Sole 24 Ore da Arpe-Federproprieta' e Confappi mostra che l'Italia si colloca ai vertici nello scenario europeo in base al peso tributario sugli immobili residenziali. Se si guarda al livello della tassazione sulle compravendite e, soprattutto, a quello sugli affitti, il nostro Paese ha ben poche carte dal giocare; su un canone di 18.000 euro, l'Italia subisce di gran lunga la pressione tributaria maggiore, con oltre 5.300 euro che se ne vanno in tasse (2.847 in Germania, 1.260 in Francia). Il Fisco incassa in totale 21 miliardi di euro dalle tasse sulle abitazioni: la dote piu' ricca va allo Stato, ma i Comuni si consolano con 7,5 miliardi tra Ici e tassa rifiuti.
Ecco perchè Veltroni ha comprato casa a 1500 euro a m2, in una zona dove costano 10.000 euro...per risparmiare sulle tasse....
>>Da: er Drago
Messaggio 4 della discussione
E pensare che ora a breve arriverà un ulteriore stangata con le revisione degli estimi catastali.
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Caccia ai «pianisti», è guerra sui posti
>>Da: andreavisconti
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L’aspetto bizantino - nel senso del vecchio impero che discuteva dell’ombelico di Adamo mentre gli infedeli eran già sulle mura - della questione è certamente madornale, surreale agli occhi della gente normale: litigare per la scelta degli scranni, gareggiare a chi è più centrista degli altri o più di destra e di sinistra affidandone al cadreghino la certificazione, è sintomo di patologia grave, degna di frizzi e lazzi. Se non fosse che tale diatriba ne esorcizza un’altra, ben più cogente e seria, che stenta ad emergere perché si scontra con un «diritto acquisito», la libertà di piano. Nel senso del pianista parlamentare, che vota per sé e per qualche collega assente, e che al Senato risulta spesso determinante per salvare governo e maggioranza.
Quante volte, da destra e da sinistra, avete sentito tuonare contro i pianisti? Vuoi per garantire furbescamente la diaria ad un amico vuoi per più «nobili» scopi politici, capita spesso che un parlamentare abbia in tasca anche tessere magnetiche altrui e voti più del dovuto. A Montecitorio vigono alcune regole «antipianista», per sconfiggere la piaga. La prima è l’assegnazione del posto, che costringe ogni deputato a votare dalla sua postazione: significa che al massimo, può votare soltanto per il vicino di banco. La seconda è legata alla tecnica di voto, che obbliga a tenere il pollice pigiato sul bottone sinché il presidente non annuncia che la «la votazione è chiusa» e s’illumina il tabellone elettronico: vuol dire che per far pratica di piano, devi usare ambo i pollici insieme, e ti beccano al volo.
>>Da: andreavisconti
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A Palazzo Madama invece, si è più liberi e fiduciosi. Intanto, non c’è l’assegnazione rigida dei posti: vuol dire che ogni senatore può infilare la sua scheda e votare dalla postazione che gli è a portata di mano in quel momento, e se avesse qualche scheda in più gli è semplice usarla. Al bottone di voto poi, basta un colpetto: così puoi usare prima un pollice per il tuo e poi l’altro per il fantasma affianco, senza farti fotografare come un polipo.
Questa è la situazione che si trascina, secondaria a Montecitorio dove la maggioranza è schiacciante dunque i pianisti son mossi da bassi motivi economici (bassi... la diaria assomma a 206,58 euro, sputaci sopra), ma fondamentale al Senato dove l’Unione sta a galla per un soffio e un pianista talvolta è l’eroico salvagente. Anche a lor signori però, appariva scandaloso andare avanti con tal mezzucci. O volete che Franco Marini presti il fianco all’accusa di praticare il gioco delle tre carte? Dopo un anno e mezzo di legislatura dunque, maggioranza e opposizione han convenuto di metter mano alla faccenda, ricalcando almeno la pratica in uso a Montecitorio. Così, s’è riunita un’apposita conferenza dei capigruppo. Che guarda tu, s’è conclusa con un nulla di fatto.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
La motivazione? Appunto, il sesso degli angeli che appassionava la corte di Costantinopoli assediata dai turchi. Perché dovendosi discutere di assegnazione degli scranni, l’Udc ha chiesto una diversa collocazione del suo gruppo: perché noi che siamo di centro, dobbiamo star compressi tra Forza Italia e An? Oltretutto, questa è la migliore occasione per rimarcare anche visivamente, che ci sono due opposizioni. Al centro dell’emiciclo però, dove ora siedono Lega e Autonomie, vuole andare anche il Gruppo misto, in maggioranza composto da dipietristi e mastelliani che ora siedono malvolentieri a sinistra. E i tre diniani, freschi usciti dal gruppone dell’Ulivo, dove li facciamo sedere? Come non bastasse la corsa al posto targato, c’è anche una questione sanitaria: i senatori a vita, carichi di anni e acciacchi, li schieri a piano terra da destra a sinistra o li costringi a far le scale nell’affollato centro? E per gli altri padri più anziani, affaticati e con l’affanno, che fai, due prime file in basso riservate a Villa Arzilla?
Vedete bene che i problemi son seri, altro che i pianisti. Così, toccando ambedue gli schieramenti, la riunione s’è sciolta per dar tempo e modo a a centrosinistra e centrodestra di risolvere ognuno i propri. Ci si rivede domani, e se verrà l’accordo su chi sia più centrista degli altri, insieme alla convenzione Asl, forse si potrà affrontare la piaga dei pianisti. Alla peggio, si può sempre sostituire Marini col maestro Abbado, per dirigere il Senato. Gianni Pennacchi
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Sondaggio choc nella rossa Siena Fini batte Walter, Prodi è ultimo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
In questi tempi di antipolitica e di incertezza può succedere di tutto. Ad esempio che un’indagine commissionata dal Comune e dall’università di una delle città più rosse d’Italia incoroni come miglior leader, rappresentante ideale del buongoverno, il presidente di Alleanza nazionale. Che l’uomo più popolare della sinistra, che tra l’altro vanta origini proprio da quelle parti, si piazzi solo al secondo posto. E che il presidente del Consiglio in carica finisca in fondo alla lista.
La notizia se si vuole è proprio quest’ultima, anche se il quotidiano che ha riportato il fatto, cioè il Corriere della Sera, l’ha liquidata in mezza riga, senza citarla nel titolo. Un segno che l’impopolarità del governo è ormai data per scontata.
I fatti sono questi. Il Comune di Siena ha commissionato all’università un sondaggio per scoprire chi è l’uomo del buongoverno secondo gli italiani. Un’indagine condotta su un campione di 800 persone che sembrava ritagliata su misura per Walter Veltroni, il candidato alla guida del Partito democratico che in quelle zone non teme rivali. Ma i risultati non sono stati quelli attesi e anche i committenti si sono dovuti arrendere di fronte ai dati. L’uomo del buongoverno è risultato Gianfranco Fini, mentre il sindaco di Roma si è piazzato al secondo posto, subito dopo il presidente di An.
Al terzo posto Rosy Bindi, al quarto l’ex premier Silvio Berlusconi e ultimo il presidente del Consiglio in carica, Romano Prodi. Risultati non molto graditi a Siena. Anche perché il sondaggio era stato pensato all’interno di un convegno sul buon governo che qualcuno sperava potesse rappresenta un contraltare al «grillismo» imperante.
Dai numeri non è emersa nessuna rivincita di Prodi, rispetto agli ultimi disastrosi sondaggi. E anche sul futuro, che a sinistra ha solo la faccia di Veltroni, si sono addensate nubi scurissime.
La bocciatura dell’università di Siena ha sorpreso anche il curatore del sondaggio, il professore Pierangelo Isernia, direttore del laboratorio di analisi politica e sociale dell’ateneo. Ma più o meno tutte le ultime indagini danno risultati simili. Ultima quella pubblicata giorni fa da Repubblica, nella quale il centrosinistra era dato al 44,8 per cento contro il 54,2 per cento del centrodestra Udc compreso. Con Forza Italia primo partito al 27 per cento e il Partito democratico fermo al 26,2 per cento. Anche in quel caso, il sondaggio realizzato da Eurisko, i due contendenti erano Veltroni e Fini. Solo che nel sondaggio del quotidiano romano Veltroni era in testa con un gradimento del 55,5 per cento contro 54,9 del presidente di An. IL GIORNALE
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Pd, Veltroni vince la guerra delle liste
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Nel quartier generale caos sulle firma fino alle 4 del mattino. Posti sicuri ai 200 vip schierati con il sindaco, rissa tra gli uomini di apparato. Nella notte decisiva il fedelissimo Bettini monopolizza le candidature «La Melandri? Giovanna è una cara ragazza, ma di politica non capisce un cazzo Eh-eh-eh...!». Se vuoi capire chi è l’uomo forte del Partito democratico, il nuovo padrone delle primarie, sabato dovevi entrare nell’ufficio di Goffredo Bettini (detto «Goffredone», per gli amici Goffrie).
Se volevi capire, dovevi vedere Goffrie mentre faceva e disfaceva in contemporanea tre liste per telefono. Cento e passa chili regalmente assisi sul trono, entra un collaboratore e gli fa: «Ti cerca Gasbarra». Enrico Gasbarra è il potente presidente della Provincia di Roma, preoccupato della sua collocazione ballerina in lista. E lui: «No-hò... ditegli che non ci sto... non ci sono!». E poi: «Tanto lo so che vuole! Il collegio del centro! Ma io quel collegio nella lista uno non glielo posso dare. Nella due ci corre Giovanna e se vanno uno contro l’altro si disturbano». Entra un altro, col telefono in mano: «Goffrie, c’è la Melandri...». «Non ci sto manco per lei! Giovanna non capisce un tubo, ma una cosa me l’ha chiesta... e gliela devo dà per forza. Non vuole stare nello stesso collegio con Gasbarra!». Intorno alla voluminosa incarnazione del nuovo potere capitolino c’è la corte dei suoi uomini. Nomi che il pubblico non conosce: Michele Meta, Maurizio Venafro, Andrea Cocco, pinco pallino. Gli dicono: «Come si fa a dir no a Gasbarra?». E Goffrie, ispirato: «Lui e la Melandri hanno elettorati gemelli: sono eterei, volubili, volteggiano in cielo, eh-eh-eh...». Pausa, sorriso: «Ma avete letto la mia intervista al Corriere oggi? È tutto il giorno che mi chiamano per farmi i complimenti. Da tutta Italia!». Squilla ancora il telefono, Goffrie ascolta, poi si imbestialisce: «Uhm... uhm.. eeeh! Walteeer! Io ora prendo Morando... lo prendo... e gli spacco il cùùuloooò!!». Torna al punto, serio: «Comunque a Gasbarra dite che non ci sto. Sennò lo sbatto al quartiere Trieste!». (Coro): «Sei grande Goffrie!». Ah, ah, ah.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Per capire l’aneddoto bisogna sapere cos’è successo nelle ultime 24 ore della sinistra italiana con la chiusura delle liste primarie. Le quattro che sostengono Veltroni si sono spartite il campo come in una partita di Monopoli. Il sindaco ha stilato la lista con i suoi 200 nomi di «vip» e «società civile», li ha «bloccati» in posizione sicura e ha delegato agli altri - Goffrie &. C.! - tutto il resto. Poi si sono create delle squadrette fittizie e «amicone», per ripartirsi i compiti: c’era la lista «doc» Veltroni, altrimenti detto «listone» (seggio sicuro); c’era la finta lista dei giovani detta «Beautiful-Melandri» (ben piazzato); e la finta lista «di sinistra» detta «A sinistra per Veltroni» (marginale, ma non irrilevante). E poi gli outsider: la lista di Rosy Bindi, di Enrico Letta, di Mario Adinolfi, e quelle dei due oggetti misteriosi, Piergiorgio Gawronsky e Jacopo Gavazzoni Schettini (di cui, dopo un mese, nessuno sa che faccia abbia e tutti dimenticano il nome).
Le uniche che stavano in piedi - a parte le quattro veltroniane - erano Bindi, Letta e Adinolfi. E siccome le liste erano vere, ma il regolamento «taroccato» per rendere impossibile la presentazione ed evitare disturbi sul tavolo del Monopoli veltroniano, a mezzanotte di ieri, quando il big bang ha detto stop, nella sede del comitato elettorale di Via Bergamo, avevano consegnato solo i veltroniani, i «lettini» e Adinolfi. Nella prima stanza il presidente di seggio sembrava tassativo: «Chi è fuori è fuori. Se arrivano un minuto dopo li caccio via!» (ovviamente, poi, sono entrati tutti). In quel momento stavano verbalizzando «i lettini». Primo mistero. Fino alla mattina avevano buchi di firme in molti collegi. Sono giovani, precisi, meticolosi, ordinati. E a sorpresa, in serata si sono presentati ovunque. Stessa condizione per la Bindi, giunta dopo il «big bang» di un soffio perché ha chiuso in extremis. Dicevano i veltroniani: «Le firme gliele hanno prese i dalemiani, aiutando chiunque indebolisse Walter!». Sarà. I melandrini sono arrivati ancora più tardi, ma il bello doveva venire. Perché malgrado il time out il seggio ha chiuso solo alle quattro del mattino. E così i corridoi sono diventati un piccolo suk dove si trattava fino all’ultimo: chi infilava candidature ex post, chi le spostava dal «listone» alla «Beautiful», chi chiedeva agli altri (ad esempio il «melandrino» Marco Simoni) se avevano qualche modulo di firme in più. Spiegava candidamente Enzo Curzio, altro giovane lupacchiotto di apparato del Pd (era l’abile portavoce di Valdo Spini, ora lo ha scaricato): «Il bello dei vecchi Dc è che si portano sempre dietro qualche firma in più per... i “baratti” dell’ultima ora, hi-hi-hi!». Perché si conoscono tutti: uomini di apparato diessino, dell’apparato margheritico, ex dc, ex Psi, ex Psdi... sembravano le olimpiadi del «perfetto apparatnik».
Baratta-baratta, alla fine, tutti hanno chiuso. Certo, mancano fogli, accettazioni di candidature, ma si proroga 48 ore, per aggiungere poi. E, ovviamente, Gasbarra è finito al quartiere Trieste: sei grande Goffrie, ah-ah-ah!.
Luca Telese
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Camionista ubriaco, un’altra strage
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Tragedia nel Ferrarese. E automobilisti drogati uccidono a Firenze e nel Bresciano. In Senato apportate modifiche al nuovo codice della strada. Un uomo e una donna travolti da un tir. L’autista romeno fugge, ma viene catturato. Sulle strade quattro morti in 48 ore Quattro persone sono morte in incidenti stradali tra venerdì e sabato. Incidenti causati dell’abuso di alcol e droga, nonostante il fatto che i controlli dovrebbero essere aumentati e nonostante l’inasprimento delle pene previsto dalle recenti modifiche al codice della strada. Sabato intorno alle 16 un autotreno ha tamponato violentemente una Polo sulla statale Romea, nel Ferrarese, all’altezza di Lido Nazioni. Le due persone a bordo, Federica Biondi, 44 anni, e Luca Sforza, 46, sono morte sul colpo. La Polo inoltre è stata sbalzata sulla corsia opposta e ha colpito altre due vetture i cui conducenti sono rimasti lievemente feriti.
Il conducente dell’autotreno, Gheorghe Rosca, romeno di 58 anni, ha tentato di fuggire ma è stato bloccato 7 km più avanti da una pattuglia di due agenti in moto della Polizia stradale. Arrestato con l’accusa di omissione di soccorso, è risultato positivo all’etilometro, con una percentuale altissima di alcol nel sangue: 2,81 mg/l, più di cinque volte il limite consentito. Ora, secondo la nuova legge, rischia una multa da 3 a 12mila euro, un anno di reclusione e la sospensione della patente da uno a due anni.
È stata sospesa per un anno la patente della ragazza di 25 anni, C.F., che venerdì sera a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, ha provocato un incidente stradale in cui è morta una giovane operaia di 22 anni, Thamata Arangio. La Polo guidata da C.F. aveva invaso la corsia opposta e, dopo aver sbattuto contro il guard rail, aveva colpito frontalmente una Fiat 500. Thamata Arangio, che era alla guida dell’auto, è morta sul colpo. Il suo fidanzato, un ragazzo fiorentino di 25 anni, è ricoverato in prognosi riservata con fratture in varie parti del corpo. La ragazza che ha provocato l’incidente, rimasta solo lievemente ferita a un ginocchio, aveva dichiarato di aver avuto un colpo di sonno, ma è risultata positiva ai cannabinoidi per un valore quasi triplo al limite di legge. La sospensione di un anno, spiega la Prefettura in una nota, è la massima sanzione prevista per la guida sotto l’effetto di stupefacenti. La ragazza è stata anche denunciata a piede libero per omicidio colposo.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Venerdì notte dopo le 2 è avvenuto un altro incidente mortale, sulla Statale 11 a Ospitaletto, in provincia di Brescia. Un giovane di 29 anni, Diego Troncana, che guidava una moto Harley Davidson è morto dopo essersi scontrato frontalmente con una Ford Fiesta guidata da un uomo di 36 anni. L’uomo alla guida della Ford, rimasto lievemente ferito, aveva un tasso alcolico 4 volte superiore al consentito, 2,08 mg/l, e aveva anche assunto droghe. Anche lui è stato denunciato per omicidio colposo. Se la polizia stradale stabilirà che ha causato l’incidente, potrebbe vedersi ritirata la patente e rischiare fino a un anno e mezzo di carcere, oltre alla multa prevista. Per il momento l’uomo è stato denunciato, ma non arrestato, la patente gli è stata ritirata e gli sono stati tolti 20 punti. Il nuovo weekend nero sulle strade arriva proprio a ridosso dell’approvazione da parte del Senato delle modifiche al codice della strada che il governo aveva approvato con il decreto legge del 3 agosto scorso. Una norma mirata a colpire i comportamenti pericolosi alla guida, come l’abuso di alcol e droghe, ma che si era attirata una valanga di critiche, in particolare perché sul fronte della lotta alla guida in stato di ebbrezza aveva mostrato parecchi punti deboli. Il Senato ha reso meno severi i limiti di guida di auto potenti per i neopatentati. E alleggerito le sanzioni per gli eccessi di velocità più leggeri (da 10 a 25 kmh oltre il limite). Ma per fare un bilancio bisognerà aspettare il passaggio alla Camera. IL GIORNALE
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Ferrero chiede scusa agli immigrati: governo vergognoso
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Il ministro Prc: permessi troppo lenti, chiedo scusa agli immigrati. L’Ulivo: atteggiamento inquietante
Roma - Paolo Ferrero dichiara che si vergogna. Si vergogna di questo governo. Un sentimento purtroppo condiviso spesso da molti italiani. Ma Paolo Ferrero non è un signo Rossi qualsiasi. È per l’appunto un ministro proprio del governo di cui si vergogna. Ricopre un’alta carica istituzionale: responsabile della Solidarietà sociale. Eppure in una sorta di scissione alla Dottor Jeckyll e Mister Hyde, Ferrero lancia accuse all’inefficienza di un governo contro il quale poi infatti manifesterà il prossimo 20 ottobre insieme con la sinistra radicale (a parte la Sd di Mussi e Salvi) che scenderà in piazza per la difesa del welfare.
Perché Ferrero si vergogna? Durante la Conferenza nazionale sull’immigrazione il ministro tra l’altro ha fatto cenno al danno che gli stranieri subiscono per la lentezza delle procedure per ottenere il permesso di soggiorno. Agli extracomunitari Ferrero ha rivolto il suo rammarico. «Chiedo scusa e mi vergogno che lo Stato italiano li tratti in questo modo». Per il ministro «lo Stato italiano è in palese illegalità» e lui stesso sarebbe disposto a dimettersi «se questo spostasse avanti le cose».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
A proposito di criminalità e immigrazione Ferrero ha riconosciuto che i cittadini convivono con sentimenti di insicurezza e paura che non dipendono però soltanto dalla crescente criminalità. «Chi fa una rapina o aggredisce una vecchietta deve finire in galera. Non c’è discussione. Ma questo non basta. Bisogna pure lavorare per ricostruire quei legami sociali di comunità, di vicinato, di amicizia, che permettano a una persona, in particolare anziana, di non sentirsi sola - ha detto il ministro -. Non sono da mettere in galera le persone come i lavavetri o chi vende per strada delle cose ma bisogna aiutarle a guadagnarsi da vivere in queste forme». Ferrero è poi tornato ad attaccare la legge sull’immigrazione del governo Berlusconi. «Una delle eredità negative della Bossi-Fini è che non funzionano le procedure burocratiche per gli immigrati regolari che stanno lavorando» e che «c’è gente che aspetta un anno il permesso di soggiorno dopo che magari è in Italia già da 20 anni e lavora normalmente». Poi per l’ennesima volta il ministro ha promesso di modificare la legge annunciando pure la volontà di introdurre «corsi per gli immigrati in cui sia possibile imparare la lingua italiana e la Costituzione italiana». Sulla manifestazione organizzata per il 20 ottobre contro l’accordo di luglio, Ferrero ha assicurato che «non è anti governativa ma chiede al governo di applicare il programma con cui ci siamo presentati agli elettori». Parole che non convincono prima di tutto i suoi alleati. Sconcertato, Giorgio Merlo (Ulivo): «Se fossimo a teatro Ferrero sarebbe un soggetto da scritturare. Un giorno afferma di vergognarsi di stare al governo e un altro giorno sentenzia che la protesta di piazza contro il governo, cioè contro se stesso, è un momento importante per questa coalizione. Un atteggiamento che non solo non merita alcun commento ma denuncia una concezione inquietante della politica. Sarei curioso di conoscere qual è il pensiero esatto dell’onnipresente Ferrero sulla coalizione di cui fa parte e qual è la sua cultura di governo». Francesca Angeli
>>Da: er Drago
Messaggio 3 della discussione
Io invece mi vergogno di lui.
>>Da: Graffio
Messaggio 4 della discussione
Ogni volta che apre bocca sono qualche migliaia di voti che migrano al centrodestra.
Continua boy, non fermarti, insisti.
>>Da: Leo
Messaggio 5 della discussione
Ferrero si vergogna del governo?
Io mi vergogno di entrambi.
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Angeletti lancia un monito al governo: "Meno tasse sul lavoro o sarà scontro"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
"Non possiamo accettare di vedere il film dell’anno scorso, quando sono state ridotte le tasse alle imprese e ai lavoratori dipendenti sono state addirittura aumentate"
Roma - Il sindacato chiederà al governo di prevedere in finanziaria una riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti, altrimenti "si arriverebbe ad un serio scontro". Lo ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, a margine di un convegno su "Fisco e democrazia". Alla domanda se la Uil condivida l’ipotesi di taglio all’Ires e all’Ici, Angeletti replica: "Assolutamente no. Non possiamo accettare - dice il numero 1 della Uil in vista dell’incontro tra governo e sindacati in programma mercoledì - di vedere il film dell’anno scorso, quando sono state ridotte le tasse alle imprese e ai lavoratori dipendenti sono state addirittura aumentate. Non dico ora di aumentare le tasse alle imprese, ma debbono essere diminuite al lavoro dipendente. Altrimenti i rapporti tra sindacato e governo peggiorerebbero bruscamente e si arriverebbe sul serio ad uno scontro".
IL GIORNALE
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Crisi mutui, Northern Rock affonda
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Nuovo tonfo in borsa per la banca inglese che nei primi scambi della mattinata perde già il 13%
Nuovo tonfo in borsa per Northern Rock che perde il 13% nei primi scambi sulla scia delle indiscrezioni di stampa di un possibile spezzatino della società. Ieri il Sunday Telegraph riportava che un ex banchiere di Goldman Sachs e due hedge fund sarebbero pronti a rilevare la banca e a procedere allo scorporo degli asset.
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Demenza senile/ Italia, tre milioni a rischio
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Sono circa tre milioni, in Italia, gli ultrasessantacinquenni affetti da deficit cognitivo di grado lieve: un anziano su quattro. Non tutti, ovviamente, sono destinate ad una progressione del deficit verso la demenza, ma il rischio di patologia conclamata nei quattro anni successivi è triplicato rispetto ai soggetti anziani ma con funzioni cognitive normali. E’ questo il risultato di una osservazione condotta nell’ambito del Progetto Ilsa (Italian Longitudinal Study on Aging), da Antonio Di Carlo e Marzia Baldereschi dell’Istituto di Neuroscienze (In) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Firenze, insieme con Domenico Inzitari, Marco Inzitari e Maria Lamassa dell’Università di Firenze e con Emanuele Scafato, coordinatore scientifico dell'Ilsa presso l’Istituto Superiore di Sanità (Iss).
Spiega Antonio Di Carlo, dell’In-Cnr “Sulla scia di analoghe ricerche condotte a livello internazionale, questo studio ha fornito una valutazione originale sul significativo aumento del rischio di ammalarsi di una patologia invalidante come la demenza a partire da una condizione molto frequente quale il deficit cognitivo. Tale aumento di tre volte circa del rischio è estremamente rilevante, considerando oltretutto il tasso già elevato di incidenza della demenza che, nella popolazione anziana generale, è di circa l'uno per cento annuo, e pone in risalto la necessità di opportune azioni preventive”. Lo studio Ilsa, che da oltre un decennio si occupa dell’invecchiamento e delle condizioni di salute degli ultrasessantacinquenni in Italia, ha già fornito in passato stime sulla frequenza della demenza nella popolazione italiana, valutata in circa 700.000 casi, quantificando in circa 150.000 le persone che (sofferenti o meno di deficit cognitivo lieve) si ammalano di tale patologia ogni anno.
Gli autori dello studio pubblicato sulla rivista Neurology, organo ufficiale dell’American Academy of Neurology, sono concordi nel ritenere che “il controllo dei principali fattori di rischio per la patologia cerebrovascolare, come l’ipertensione arteriosa (che colpisce il 60 per cento circa della popolazione anziana), il diabete (13 per cento), il fumo, nonché la prevenzione delle recidive dell’ictus, possano comunque contribuire in maniera significativa a controllare o a ridurre anche il rischio di deterioramento cognitivo nella popolazione anziana. Solo per citare l'ipertensione arteriosa, nel nostro Paese oltre un terzo degli anziani ipertesi non è trattato, e circa la metà dei pazienti trattati non ha un controllo soddisfacente della pressione arteriosa”.
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Nuovo record dell'euro sul dollaro a 1,4130
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
L'euro continua la sua corsa senza freni e tocca, nei primi scambi, il nuovo record di sempre sul dollaro a 1,4130, il massimo mai raggiunto dal lancio della moneta unica nel 1999.
Il dollaro si indebolisce anche rispetto allo yen, a quota 114,91 da 115,48 di venerdì sera, mentre il rapporto di parità con la sterlina è fissato a 2,030, da 2,0204 venerdì. Secondo gli operatori dei mercati valutari, la debolezza del dollaro è strettamente legata all'attesa di nuovi tagli dei tassi da parte della Federal Reserve.
Viene data infatti quasi per scontata una nuova riduzione di un quarto di punto a ottobre e, se questa non dovesse bastare a ridare slancio all'economia, un'ulteriore diminuzione di 25 punti base a dicembre.
La politica monetaria dell'eurozona invece viene vista come volta a mantenere stabile il costo del denaro al 4 per cento, anche se resta l'incognita di come reagiranno le economie dell'unione al super-euro.
Intanto, le Borse risentono della corse della moneta unica e aprono deboli. Il Cac 40 di Parigi cede lo 0,17% a 5.961 punti, il Dax 30 a Francoforte lascia sul terreno lo 0,22% a quota 7.777 e l'Ftse 100 a Londra apre invariata (-0,01%) a 6.456 punti. Il Mibtel a Piazza Affari esordisce con un ribasso dello 0,11% a quota 30.957 e lo Smi a Zurigo perde lo 0,32% a 8.869 punti.
AFFARI ITALIANI
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Roma, i paradossi del “giro di vite” veltroniano
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La linea dura scelta dal sindaco capitolino Walter Veltroni, che nelle ultime settimane si è scoperto, dopo anni di politiche “dell’accoglienza” e della “comprensione”, paladino della legalità, si sono abbattute sulla capitale come un urgano, ma le falle del nuovo sistema non hanno tardato a manifestarsi. La pedonalizzazione “integrale” del centro storico di questo fine settimana ha scatenato infatti le reazioni inferocite di moltissimi residenti, soprattutto di chi ieri, al ritorno da una trasferta di lavoro o da una breve vacanza magari all’estero, si è visto negare l’accesso alla ztl anche se in possesso del permesso ed è stato costretto a portare a mano i bagagli fino alla propria abitazione. Il paradosso è stato raggiunto però dal caso di un ragazzo alla guida di un “sideway” (un veicolo elettrico a due ruote) al quale i vigili hanno impedito l’accesso e che, per poter superare il blocco, ha dovuto consegnare la sua patente. Gli stessi agenti della polizia municipale hanno manifestato ai cittadini la loro insofferenza per una decisione che molti di loro hanno definito incomprensibile e sulla quale c’è stata ben poca chiarezza. Polemiche ancora più accese ha scatenato però il blitz dei vigili urbani nel mercato di Porta Portese: non solo per la protesta inscenata da una parte dei venditori ambulanti privi di licenza, che hanno occupato a lungo i binari del tram “8” paralizzando il traffico in viale Trastevere, ma soprattutto per l’”assurdo giuridico” annunciato dagli assessori alla Sicurezza e al Commercio Touadì e Rizzo, che hanno spiegato come una multa per commercio abusivo presa in passato nella zona del mercato si trasformerà magicamente in un “titolo” valido per poter allestire il proprio banco insieme ai “regolari” già da domenica prossima.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
La settimana ha offerto poi un ulteriore spaccato delle conseguenze determinate dalle politiche, o dall’assenza di politiche, atte ad affrontare il problema “Rom”. Da mesi infatti il Campidoglio ha annunciato l’arrivo dei “Villaggi della solidarietà” e avviato una campagna di sgomberi di alcuni degli insediamenti abusivi: il risultato è stato che dei “Villaggi” non c’è traccia e che gli interventi messi in atto hanno determinato una dispersione sul territorio dei nomadi ed un aumento esponenziale degli insediamenti abusivi. Una situazione che portato all’esasperazione molti residenti che si è manifestata nella maniera peggiore con la tragedia sfiorata nella zona di Pone Mammolo, dove in due diverse occasioni gruppi di cittadini, armati di spranghe, coltelli e bottiglie incendiarie, hanno dato l’assalto a un campo nomadi rischiando di provocare una strage.
VELINO
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Ferrovie, nuovo rincaro dei biglietti
>>Da: er Drago
Messaggio 4 della discussione
Dopo gli aumenti dei biglietti ferroviari del 9% decisi ad inizio anno, «contiamo di fare aumenti analoghi nel prossimo futuro».
Lo ha detto il presidente delle Ferrovie, Innocenzo Cipolletta, ricordando che gli aumenti sono già stati stabiliti nel piano industriale e che il momento in cui scatteranno verrà deciso con il governo. «Il nostro piano contiene una serie di adeguamenti - ha detto Cipolletta - ma alla fine del piano i nostri prezzi saranno comunque drammaticamente inferiori a tutti quelli degli altri Paesi». Cipolletta ha rilevato che gli aumenti dei biglietti ferroviari sono necessari soprattutto per fare nuovi investimenti.
Il presidente delle Fs ha così rilanciato sul tavolo un nodo, quello degli aumenti dei biglietti dei treni, sul quale non sono escluse novità a breve. Sulla carta le stesse Ferrovie - come prevede il piano 2007-2011- hanno messo in programma, dopo gli aumenti del 9% dei biglietti ferroviari scattati dall'inizio dell'anno, una seconda tranche di rincari. Seconda tranche che sarebbe potuta scattare già da ottobre con un aumento del 3% per le tratte regionali e fino al 12% per quelle più remunerative. Ma sulla quale, al momento, si starebbe ancora riflettendo. Sui tempi - ha ribadito Cipolletta - si deciderà infatti con il governo.
Il piano messo a punto dall'ad Mauro Moretti - insediatosi alla guida del gigante ferroviario un anno fa in coppia con il presidente Cipolletta - sta intanto dando i primi risultati, ponendo un argine all'emorragia di perdite legate alla precedente gestione: a dicembre scorso il "rosso" per il gruppo era salito a 2,11 miliardi di euro, e a 1.989 milioni per Trenitalia. La semestrale, arrivata pochi giorni fa, mostra un miglioramento di 842 milioni di euro del risultato rispetto allo stesso periodo del 2006, ed un mol a +65 milioni (era negativo per oltre 400 milioni a fine giugno 2006). Nel piano industriale 2007-2011 il raggiungimento del sostanziale pareggio del margine operativo lordo era previsto solo a fine 2007. Il piano, all'esame del ministero dell'Economia, è incentrato su tagli agli sprechi, recupero di efficienza, politica dei risparmi e parziale recupero della contribuzione pubblica a fronte dei servizi resi, punta a portare in cassa almeno 150 milioni di risparmi a fine anno. Da superare i due scogli: oltre al rincaro delle tariffe che - come ricorda Cipoletta - anche a fronte di aumenti rimarranno «inferiori a tutte quelle degli altri Paesi europei, c'è infatti da sciogliere il nodo sugli esuberi, indicato nell'intero arco temporale 2007-2011 in 9mila unità
Con la fondamentale differenza che negli altri Paesi il servizio è molto migliore.
Possiamo pagare 9 invece di 10, ma comprare a 10 il ferro non è proprio lo stesso che comprare a 9 il letame.
>>Da: annina
Messaggio 2 della discussione
Si si brave le ferrovie..
Ieri sera alla stazione da me non c'era un treno che non viaggesse in ritardo.
Il treno che dovevo prendere per fare un percorso di 40min aveva accumulato 50 e oltre minuti di ritardo.
Sempre meglio!
Bravi!
>>Da: Paolo
Messaggio 3 della discussione
Sapete che nel piano di trenitalia il prossimo anno scompariranno i treni che attraversano lo stretto?
In pratica chiunque vorrà viaggiare da e per la Sicilia alla stazione di Reggio o Messina dovrà prendersi valigie e valigette in mano, salire sul traghetto(pagare), attraversare valigie in mano, scendere e sempre con le valigie in mano andare alla stazione a prendersi l'altro treno. Immaggino come saranno felici tutti quelli che con il caldo estivo o la pioggia dovranno fare tutto questo percorso, specialmente le persone anziane.
Paolo
>>Da: Briciolina6643
Messaggio 4 della discussione
Ottimo il governo che avalla questo furto...
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E capirai, per una coltellata, e che sarà mai??
>>Da: Graffio
Messaggio 12 della discussione
Un uomo rantolante a terra, ai giardini dell'Arena, con il petto squarciato da una coltellata. Un altro che, poco lontano, viene bloccato dalla polizia, sporco di sangue, mentre passeggia tranquillamente insieme alla moglie e al figlioletto in carrozzina.
È la scena del grave fatto di sangue consumatosi ieri verso le 15,30 in centro a Padova, ai giardini dell'Arena gremiti di gente e punto di ritrovo di molti immigrati. Protagonisti della vicenda sono stati proprio due di loro, entrambi rumeni.
Il ferito è Moldovan Codruz, 36 anni, qualche precedente di polizia. Ora si trova ricoverato in prognosi riservata all'ospedale. Non corre pericolo di vita. Secondo i medici, però, quella coltellata inferta in una regione vitale avrebbe potuto avere ben più drammatiche conseguenze. A salvarlo è stato lo sterno, l'osso della cassa toracica a cui sono attaccate le costole, che ha piegato la lama del coltello e ne ha deviato la traiettorie, impedendo che andasse a ledere organi vitali come il cuore. Il fermato, poi denunciato a piede a libero per lesioni aggravate, è Tiberius Lacatos, 29 anni, anch'egli finito all'ospedale per curare alcuni graffi, forse riportati nella collutazione. In tasca gli agenti della questura gli hanno trovato il coltello con la lama piega che, secondo l'esito dei loro primi riscontri, è stato affondato nel petto di Codruz.
Ancora sconosciuto per il momento il movente dell'aggressione. Abbastanza chiara, invece, la ricostruzione dell'accaduto, fatta dai componenti delle volanti intervenuti sul posto. Erano le 15,30 quando la polizia è stata chiamata da alcuni dei passanti ai giardini dell'Arena. Al loro arrivo gli agenti hanno trovato un cittadino slavo e due rumeni, uno dei quali, Codruz appunto, era a terra in una pozza di sangue. Si è capito subito che si trattava di un accoltellamento e i testimoni hanno indicato quale era stata la via di fuga del presunto feritore. Così una seconda pattuglia, del commissariato della Stanga, intervenuta in sostegno, ha iniziato a perlustrare la zona. A qualche centinaio di metri dai giardini ha trovato l'altro rumeno, in compagnia di moglie e figlio.
L'uomo aveva il mento e i vestiti sporchi di sangue. Così gli agenti l'hanno fermato, perquisito e hanno trovato quello che cercavano. In tasca di Lacatos c'era un coltello, anch'esso con tracce di sangue. La lama era piegata, probabilmente perchè la violenza del colpo l'aveva portata a cedere a contatto con lo sterno. Per i poliziotti nessun dubbio. Così il presunto colpevole è stato portato di corsa in questura. Tuttavia il magistrato, informato dell'accaduto e nonostante la gravità della ferita, in una regione particolarmente a rischio, non ha ritenuto di disporre l'arresto e ha proceduto con la denuncia a piede libero di Lacatos con l'accusa di lesione volontarie aggravate.
Il rumeno, dopo le formalità di identificazione e fotosegnalamento, è stato rimesso in libertà.
>>Da: annina
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Sempre più disgustata.
Ma che giustizia è questa?
>>Da: azzurralibertà
Messaggio 3 della discussione
Già tentato omicidio, e che sarà mai...
>>Da: Paolo
Messaggio 4 della discussione
E con l'aggravante dei futili motivi... e forse premeditato.
Mah, sempre peggio.
Paolo
>>Da: pensiero profondo
Messaggio 5 della discussione
Domanda: quanta discrezionalità ha un giudice?
E' la legge a stabilire che un accoltellatore può essere denunciato a piede libero oppure un altro giudice avrebbe potuto decidere la custodia?
>>Da: Fiorella
Messaggio 6 della discussione
E' agli arresti domiciliari anche l’uomo che ha investito e ucciso quattro ragazzi tra i 16 ed i 18 anni, in provincia di Ascoli Piceno. Lo ha deciso il gip del tribunale, Annalisa Gianfelice, alla ripresa del processo, dopo la confessione di Marco Ahmetovic, implicato anche in una rapina in un altro piccolo centro marchigiano.
Contro il parere della procura, il gip ha concesso la diversa misura detentiva per la confessione resa dall'imputato sui fatti che causarono la tragedia.
Che mondo fantastico, vero?
>>Da: Leo
Messaggio 7 della discussione
Pensiero profondo, provo a risponerti io.
quanta discrezionalità ha un giudice?
parecchia.
E' la legge a stabilire che un accoltellatore può essere denunciato a piede libero oppure un altro giudice avrebbe potuto decidere la custodia?
esatto, e' gip a stabilire (basabdosi sul codice di procedura penale ovviamente) se applicare la custodia cautelare o meno sulla base di diverse circostanze (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, ecc).
>>Da: ilgiovaneardito
Messaggio 8 della discussione
Certo che piu' di accoltellare uno con l'intento di ucciderlo colpendo in pieno petto cosa bisogna fare per andare in galera?!
>>Da: Bea
Messaggio 9 della discussione
Presi altri tre.
Che farà il giudice?
Roma, fermati tre rumeni accusati di rapine con stupri
(Reuters) - Tre cittadini rumeni sono stati fermati dalla polizia a Roma, mentre un quarto è ricercato, perché accusati di almeno tre rapine con violenze e stupri contro giovani coppie alle periferia meridionale della capitale ai danni di altrettante coppiette di giovani, episodi che avevano suscitato particolare scalpore per la loro efferatezza. Lo ha reso noto oggi la Questura di Roma.
Uno dei colpi, in particolare, hanno spiegato gli inquirenti in una conferenza stampa, ha permesso di risalire ai tre, che dopo aver abusato di una ragazza e aver costretto il suo compagno a consegnare il bancomat e rivelarne il codice, avevano malmenato brutalmente i due, medicati in ospedale con prognosi di oltre un mese.
Oltre ai particolari forniti dalle vittime dell'aggressione, che avevano in particolare descritto uno dei rapinatori, particolarmente corpulento e brutale, la polizia ha seguito le tracce del cellulare rubato loro, rivenduto al mercatino di Porta Portese, risalendo dal ricettatore a uno degli aggressori, tutti con precedenti e obbligo di firma al commissariato del Viminale.
Lì, hanno spiegato ancora gli investigatori, i tre sono stati intercettati e pedinati, cogliendoli in flagrante poco dopo, sabato notte, mentre commettevano l'ennesima brutale rapina, aggredendo una giovane nigeriana.
Le indagini sono state coordinate dalla procura della Repubblica che ha disposto il fermo dei tre, di 33,21 e 20 anni, accusati di sequestro di persona, rapine violenza sessuale, fermi che oggi il gip dopo gli interrogatori dovrà decidere se convalidare.
>>Da: ruggero
Messaggio 10 della discussione
Premesso che personalmente punirei anche l'intenzione, il magistrato avrà valutato ( o si sarà fatto valutare) il coltello non idoneo ad uccidere per cui la decisione è conseguenziale, purtroppo aggiungo io..