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Berlusconi: Stretta sulle intercettazioni scandalo
>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
A rischio la privacy di tutti gli italiani
Berlusconi: "Non temo nulla di quello che potrebbe uscire dall'archivio Genchi. Ma è il momento di fare una legge che tagli tutto e Bossi è già d'accordo con me"
Porto Rotondo - La strada della Certosa corre ripida verso il buen retiro sardo del Cavaliere. E battuta dal vento e dal freddo invernale è deserta come tutto il resto di Punta Lada. Ad eccezione di una sola volante dei carabinieri che giorno e notte sosta davanti all'ingresso principale di Villa Certosa. Silvio Berlusconi esce quando sono da poco passate le dieci di mattina, diretto sulla costa ovest dell'isola per un tour elettorale a Sassari e Alghero a sostegno di Ugo Cappellacci, sfidante di Renato Soru alla presidenza della Regione. E trova il tempo di fermarsi a scambiare qualche battuta.
Il premier è avvolto in un’enorme sciarpa, diretta conseguenza dei cinque minuti di comizio sotto l’acqua del giorno prima. Quando, incurante dell’acqua, Berlusconi aveva deciso di tirare avanti a parlare, con Cappellacci al suo fianco che si era subito adeguato chiudendo l’ombrello e restando anche lui sotto la pioggia. Già, sorride il presidente del Consiglio, «ieri ho deciso di fare il galletto e dopo il comizio sotto la pioggia m'è venuto un po' di torcicollo». Ma «non c'è alcun problema», aggiunge, perché «passerà subito». Così, mette per un attimo da parte il memorandum sui punti salienti dei comizi della giornata sarda e si sofferma sui fatti della politica italiana. Sull'archivio Genchi, dal quale «non ho nulla da temere». Sul ddl che regola le intercettazioni che dovrà essere «una legge che taglia tutto». Sull'atteggiamento degli alleati che, visto il caso Genchi, «si convinceranno della necessità di una stretta» tanto che la Lega «ha già detto che seguirà le nostre posizioni». E pure sul dialogo con l'opposizione, perché solo la parola «mi fa venire l'itterizia».
Presidente, secondo alcune indiscrezioni che si leggono sui giornali e si ascoltano nei Palazzi della politica nelle intercettazioni contenute nell'archivio Genchi ci sarebbero anche sue conversazioni. È così?
«Questo non lo so, ma a me non importa assolutamente niente di essere intercettato perché non ho nulla da temere. La questione è un'altra perché qui non c'entro io, c'entrano tutti i cittadini. Il problema, insomma, non è che si tratti di Berlusconi o di un altro, perché bisogna tutelare la privacy di tutti».
Con una legge più restrittiva in materia di intercettazioni?
«Lo sanno bene: o si fa una legge che taglia tutto (segue gesto eloquente della mano, ndr) oppure - se esce una sola intercettazione che mi riguarda - io me ne vado da questo Paese. L'ho già detto, la privacy è cosa troppo importante, non è possibile che non si possa parlare tranquillamente al telefono. D'altra parte, quando durante i comizi chiedo alla gente se pensano di essere intercettati alzano tutti la mano. È veramente una cosa impossibile, una cosa che non esiste. Si parla di 350mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione
Svarioni, amnesie e avvertimenti Lo show di Genchi, uomo dei misteri
di Luca Fazzo Il consulente più discusso d’Italia sfila in tutte le tv ma confonde le carte E non spiega come utilizzava il colossale archivio di telefonate «spiate»
Milano Gioacchino Genchi su Sky. Genchi su Rai News 24. Genchi da Giuliano Ferrara. Genchi (pagina intera) sul Secolo XIX. Per essere uno che quarantott’ore fa aveva detto «non intendo replicare alle vili calunnie», il superconsulente informatico più chiacchierato d’Italia appare preda di una singolare frenesia mediatica. Come a volte accade agli uomini che sentono il terreno franare sotto i piedi, Genchi - indicato da Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi come il protagonista dello scandalo più grande della Storia d’Italia, e in attesa di essere interrogato venerdì dal Copasir, il comitato parlamentare sui servizi segreti - si affanna a proclamare la sua verità a destra e a manca. Nella frenesia, gli scappa inevitabilmente qualche svarione. E la situazione peggiora.
Un esempio. Tra gli «eccellenti» che Genchi ha schedato attraverso i loro tabulati telefonici, salta fuori il nome di Nicolò Pollari, ex capo del Sismi. Ieri Genchi prova a difendersi: quei tabulati di Pollari vengono da un’altra indagine, quella milanese. Cioè dall’inchiesta sul rapimento dell’imam Abu Omar, che vede Pollari indagato insieme a un po’ di agenti della Cia. Peccato che a stretto giro di posta la versione di Genchi venga asfaltata dal pm Armando Spataro, titolare dell’inchiesta Abu Omar: noi i tabulati di Pollari non li abbiamo mai avuti. E allora? Una voce dice che Genchi il telefonino di Pollari se lo procurò quando Luigi De Magistris, il suo pm di riferimento, mandò a perquisire la casa del capocentro Sismi di Padova, Massimo Stellato. E da lì anche Pollari sarebbe stato inghiottito dal «sistema Genchi», il frullatore di tabulati, utenze, contatti, in cui alla fine tutti conoscono tutti e tutti sono accusabili di tutto. Migliaia di nomi, milioni di contatti.
Altro autogol: nella sua intervista a Rai News 24, Genchi sostiene di avere acquisito illegalmente i tabulati di parlamentari ma per sbaglio, senza volerlo. La colpa è dei parlamentari che non hanno un numero immediatamente riconoscibile. Peccato che a pagina 6 della sua consulenza inviata a De Magistris proprio Genchi dica di avere individuato un telefonino intestato alla Camera dei Deputati, e di averne poi sviluppato - col solito sistema esponenziale e vagamente maniacale - i contatti, guardandosi bene dal chiedere qualunque autorizzazione alla Camera.
Genchi oggi appare uno sconfitto. Lo attaccano Berlusconi e Repubblica, il Pd e Il Sole 24 Ore. Se non fosse per Di Pietro - che lo difende come già difese il suo sponsor De Magistris - si potrebbe dire che Genchi è solo.
Nel suo annaspare inanella autogol. Come quando rivela a Lionello Mancini, del Sole, di avere inviato a Gianni De Gennaro, nuovo supercapo dei servizi segreti, una cartolina di saluti molto simile ad un avvertimento in codice. E altri avvertimenti qua e là, in sicilianese, a mezza bocca e mezze frasi, Genchi sembra continuare a mandare nelle sue interviste di queste ore. Questa scarsa lucidità, questa goffaggine di fondo, rende ancora più difficile rispondere alle domande decisive. La prima: come è stato possibile che un personaggio simile abbia raccolto tanto potere nelle sue mani? Quali copertu
>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
Rutelli riferisce a Schifani e Fini Ipotesi commissione d’inchiesta
Una commissione di inchiesta sullo scandalo intercettazioni? «Deciderà il Parlamento», reagisce prudente Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare sui servizi, intervistato a Otto e mezzo su La7. Il Copasir, che ha già messo in programma una serie di audizioni per accertare se il lavoro di Genchi abbia interessato funzionari dei servizi segreti, alla fine del suo lavoro «trasmetterà ai presidenti delle Camere l’elaborazione delle informazioni ricevute, quindi il Parlamento deciderà se serve un ulteriore approfondimento». Proprio ieri Rutelli ha fatto il punto della situazione davanti al presidente del Senato Renato Schifani. L’incontro è durato 40 minuti. E oggi riferirà al presidente della Camera Gianfranco Fini. Al centro del confronto proprio l’archivio Genchi, il mega-contenitore di tabulati telefonici raccolti dal consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Venerdì il Copasir sentirà proprio Genchi e De Magistris, oltre al Garante della privacy Franco Pizzetti, ai responsabili delle società telefoniche Tim e Vodafone, al generale Giorgio Piccirillo dell’Aisi (ex Sisde) e all’ammiraglio Bruno Branciforte dell’Aise (ex Sismi). Lunedì prossimo sarà la volta di Enzo Jannelli, procuratore generale di Catanzaro, e dei magistrati titolari dell’inchiesta.
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Caso Battisti, L'Italia dopo il "no" richiama l'ambasciatore
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il ministro degli Esteri Frattini motiva il gesto di protesta: "La decisione grave di non concedere l’estradizione per Cesare Battisti è francamente inaccettabile. Non ce l'aspettavamo, visto che il Brasile è un Paese amico"
Roma - L’Italia ha richiamato il suo ambasciatore in Brasile, Michele Valensise. Cesare Battisti è "un terrorista comune, che non merita assolutamente il riconoscimento dello status di rifugiato". Il ministro degli Esteri Franco Frattini, a margine di un convegno sulla 'Giornata della Memoria', motiva così la decisione del governo italiano di richiamare l’ambasciatore a Brasilia, in segno di protesta contro l’intenzione di non concedere l’estradizione all’ex leader di Pac (Proletari armati per il comunismo).
Decisione grave quella del Brasile Quella del procuratore Antonio Fernando de Souza è stata, secondo Frattini, una "decisione molto grave" perché l’Italia aveva "auspicato un ripensamento (sull’estradizione di Battisti, ndr), una riflessione approfondita: il fatto di decidere soltanto dopo 48 ore senza avere valutato con quella profondità che avevamo auspicato ci sembra un po' un "non voler decidere" e coprire pienamente e semplicemente la decisione politica del ministro della Giustizia", ha aggiunto il titolare della Farnesina.
Non ce l'aspettavamo "Questo - ha sostenuto Frattini - è inaccettabile, quindi convochiamo l’ambasciatore d’Italia qui a Roma per consultazioni sulla vicenda, voglio capire anche da lui quali sono le strade" da seguire. Il Brasile, ha del resto osservato il ministro, è "un paese amico dell’Italia da sempre". "Proprio per questo non ce lo aspettavamo, da qui - ha concluso Frattini - la gravità della nostra reazione".
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Guidonia, preso il branco di stupratori Sono 5 romeni
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Catturato il branco che giovedì notte violentò una ragazza e picchiò il fidanzato a Guidonia. Si tratta di cinque romeni. I militari hanno fermato anche altre persone le cui posizioni sono al vaglio della procura: possono essere accusati di favoreggiamento per aver aiutato la banda a nascondersi. La vittima: "E' la fine di un incubo"
Roma - Il branco di cinque persone che ha violentato una ragazza e picchiato il fidanzato, a Guidonia, è stato arrestato dai carabinieri. Si tratta di romeni: sottoposti a fermo di polizia giudiziaria che dovrà essere o meno convalidato, sono ora interrogati nella caserma di Guidonia dal magistrato della procura di Tivoli. L'accusa è violenza sessuale e rapina aggravata. I militari del comando provinciale di Roma del gruppo di Frascati hanno fermato anche altri romeni le cui posizioni sono al vaglio della procura di Tivoli. Potrebbero essere accusati di favoreggiamento per aver aiutato la banda a nascondersi.
Arrestata la banda di romeni I carabinieri hanno arrestato il gruppo di cinque romeni con l’accusa di aver aggredito una coppia a Guidonia, vicino Roma, stuprando la giovane e picchiando il fidanzato. La posizione di altri cittadini romeni è al vaglio dei carabinieri e del procuratore di Tivoli: l’accusa nei loro confronti è di favoreggiamento. Avrebbero aiutato il branco a nascondersi dopo l’accaduto. La procura potrebbe, inoltre, disporre un confronto tra la ragazza e il branco.
La vittima: "Fine di un incubo" "È la fine di un incubo, ringrazio i carabinieri". Queste le prime parole della ragazza di 21 anni alla notizia del fermo dei responsabili dello stupro. Ancora sconvolta per l’aggressione e la violenza subite, la ragazza in lacrime ha voluto ringraziare i carabinieri: "È fatta giustizia". "Ora non faranno più male a nessuno, non faranno a un’altra donna quello che hanno fatto a me", ha avuto la forza di aggiungere visibilmente scossa.
Il ruolo delle intercettazioni Ancora una volta sono state le indagini tecnologiche avanzatissime a consentire ai carabinieri di individuare la banda di cinque romeni ritenuti responsabili della violenza sessuale di Guidonia. Stando a quanto si apprende, infatti, decisive sono risultate le intercettazioni telefoniche. Individuato il presunto gruppo di stupratori, la magistratura di Tivoli ha disposto le intercettazioni sui cellulari degli indagati in fuga e proprio le "cellule" dei telefonini hanno permesso di localizzarli e di assicurarli alla giustizia.
La polemica sugli stupri Quello di Guidonia è solo uno degli ultimi casi di violenza sulle donne che si sono registrati nelle ultime settimane nella Capitale e che hanno riportato sulle prime pagine dei giornali le polemiche politiche sulla sicurezza. Al centro del dibattito sui media negli ultimi giorni la decisione di un gip di Roma di mettere agli arresti domiciliari, e non in carcere, un ragazzo di 21 anni reo confesso di aver violentato una ragazza la notte di Capodanno durante una festa in Fiera patrocinata dal Campidoglio.
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Gaza, tregua già violata
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Hamas torna all'attacco
Israele risponde: raid
Un soldato ucciso e altri tre feriti in un attacco di palestinesi contro i militari israeliani che pattugliano il confine con Gaza. Immediata la reazione: l’aviazione ha attaccato un obiettivo vicino a Khan Yunes
Gaza - Nei pressi del confine tra Israele e la Striscia di Gaza sono in corso scontri tra truppe israeliane e militanti palestinesi. Si tratta della prima evidente violazione del cessate il fuoco entrato in vigore la scorsa settimana. I residenti palestinesi del posto di frontiera di Kissufim hanno riferito di aver udito rumori di artiglieria pesante e di elicotteri israeliani nei cieli. Fonti militari israeliane riferiscono che un ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di militari. La televisione Al Arabiya sostiene che un soldato israeliano sia morto e altri tre siano rimasti feriti.
Morto un soldato israeliano Un soldato israeliano è stato ucciso e altri tre sono stati feriti in una esplosione vicino al confine con la Striscia di Gaza, l’episodio più grave da quando Israele ha dichiarato il cessate-il-fuoco 10 giorni fa, e una rottura della tregua da parte di alcuni uomini armati. La notizia è stata trasmessa oggi dalla televisione Al Arabiya. Dei palestinesi che vivono vicino posto di frontiera di Kissufim hanno riferito a Reuters di aver visto un piccolo gruppo di due o tre uomini armati passare attraverso la recinzione di confine alle prime ore del mattino. Gli abitanti hanno detto di aver udito poi delle esplosioni e dei colpi d’arma da fuoco. L’autorità militare israeliana non ha fatto dichiarazioni per il momento. Israele non fornisce notizie sulla morte di soldati fino a quando non sono state avvertite le famiglie. Durante l’offensiva di 22 giorni a Gaza, conclusa il 18 gennaio dopo la proclamazione del cessate-il- fuoco, sono morti 10 soldati israeliani. Nel conflitto sono stati uccisi circa 1.300 palestinesi.
Il raid israeliano Immediata la risposta dell'aviazione israeliana. Anwar al Dreim, 24 anni, è stato ucciso nel settore di Kissufim, nei pressi della frontiera con Israele: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito a morte da fuoco d’artiglieria o da colpi sparati da un elicottero. Intanto, anche le emittenti arabe al Jaazera e al Arabiya hanno confermato la morte di un soldato israeliano nell’esplosione di un ordigno nella Striscia di Gaza. Si tratta della prima vittima israeliana dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco unilaterale proclamato dallo Stato ebraico il 18 gennaio. Secondo al Arabiya, l’esplosione ha provocato anche il ferimento di tre soldati israeliani.
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Obama alla tv araba: Usa non sono contro l'islam
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Prima intervista concessa a una televisione araba, Al Arabiya. Il presidente Usa promette a breve una visita nella capitale di un grande paese musulmano. Poi ammette: "Commessi errori"
Barack Obama tende la mano al mondo musulmano e, nella sua prima intervista concessa a una televisione araba, Al Arabiya, afferma: "Gli americani non sono vostri nemici". Il presidente statunitense ha anche ripetuto il suo impegno a recarsi quanto prima nella capitale di un grande paese musulmano.
L'impegno Usa in Medio Oriente Obama ha ribadito la sua volontà di riavviare il processo di pace in Medio Oriente e lodato gli sforzi del re saudita Abdullah per un piano arabo di pace in Medio oriente: "Non è possibile pensare solo in termini di conflitto israelo-palestinese e non in modo più comprensivo di ciò che accade in Siria, Libano, Afghanistan e Pakistan", ha detto il presidente alla televisione satellitare con base a Dubai: "Questi eventi sono correlati". "Ma il momento è maturo per entrambe le parti di capire che il sentiero che stanno percorrendo non porterà alla prosperità della propria gente. E che invece è giunto il momento di tornare al tavolo dei negoziati". Dopo aver ricordato di aver vissuto diversi anni in Indonesia e di aver visitato numerosi paesi musulmani, il presidente statunitense ha detto di essersi ormai convinto che, al di là dei diversi credi religiosi, l’umanità ha speranze e sogni condivisi: "Il mio dovere nei confronti del mondo musulmano è quello di comunicare che gli americani non sono vostri nemici. Qualche volta abbiamo commesso errori, non siamo perfetti".
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De Benedetti lascia il gruppo. Ma con un trucco
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
L'ingegnere lascia le presidenze di Cofide, Cir, M&C e del gruppo l’Espresso. Tutte le scalate (fallite) del torinese che voleva prendersi la Fiat. "Non venderò mai Repubblica"
Milano - L'ingegnere si fa da parte. Ragioni d'età, almeno così dice. Resta proprietario delle sue aziende ma non sarà più lui a guidarle. La decisione di Carlo De Benedetti di lasciare le presidenze dei suoi è stata "presa con serenità". "Ho assicurato - assicura l'imprenditore - i ricambi del management dove occorreva e la continuità in altri casi". De Benedetti dà l’addio, dunque, al mondo degli affari, lasciando le presidenze di Cofide, Cir, M&C e del grupppo l’Espresso. Nel gruppo editoriale l’ingegnere continuerà ad avere la presidenza onoraria, mantenendo il potere di nominare i direttori delle testate. De Benedetti manterrà la presidenza dell’omonima fondazione e rimarrà inoltre nel consiglio di Rothschild. Nel giorno del grande annuncio l'ingegnere approfitta dei riflettori per dipingersi come una "vittima" del potere politico.
"Danneggiato dalla politica" "Ho avuto eventi che hanno danneggiato la mia carriera per ragioni politiche". De Benedetti ripercorre coi giornalisti le tappe più significative della sua vita imprenditoriale. E ricorda tre casi in particolare in cui sostiene di aver subito un danno: la condanna per il crac del Banco Ambrosiano "che mi ha tanto amareggiato", "la Sme che come noto mi è stata tolta per ragioni politiche" e "la Mondadori". Sulla propria militanza politica l'ingegnere è chiaro: "Sono sempre stato repubblicano ma quando il partito è scomparso non ho avuto scelta e ho scelto l’area del centro-sinistra".
"La morte di Caracciolo? Non ha pesato" Nella decisione di De Benedetti non ha pesato la morte del socio e amico Carlo Caracciolo, mentre conta l’età anagrafica. "Nella vita bisogna constatare che esiste l’anagrafe", ha sottolineato l’imprenditore. "La morte di Caracciolo non c’entra nulla, negli ultimi due anni non ha partecipato alla vita della società", ha osservato riferendosi alla casa editrice che controlla La Repubblica.
Nessun riassetto societario Non ci saranno riassetti societari tra le controllate del gruppo che possano coinvolgere i figli. L’ingegnere ha risposto "no", a una precisa domanda in proposito. "Le partecipazioni rimangono quelle attuali", ha detto. In autunno la Cir aveva approvato un progetto di scissione parziale proporzionale per separare le attività dei media dalle altre attività del gruppo, nell’intenzione di creare due realtà indipendenti, entrambe controllate da Cofide. Il progetto è stato poi completamente revocato e le parole di De Benedetti escludono quindi possa venir riproposto.
L'errore più grande "In tanti anni di imprenditore ho fatto tanti errori. Il più grosso, e anche il più penoso, è stato con Sociètè Generale de Belgique", ricorda l'ingegnere facendo riferimento al tentativo di scalata alla holding belga nel 1988.
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La verità sull'appalto che ha inguaiato Soru
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il governatore della Sardegna indagato per un mega contratto che avrebbe favorito i suoi amici. Ma lui si irrita e querela il premier.
Cagliari - Fedele alla prima promessa della sua campagna elettorale, Renato Soru ha varcato ieri mattina il portone del palazzo di giustizia di Cagliari per denunciare Silvio Berlusconi. I reati sono diffamazione e calunnia, ha annunciato all'uscita il tenebroso governatore dimissionario della Sardegna, più tardi corretto dall'avvocato Giuseppe Macciotta, secondo il quale «la querela non prevede nessuna anticipata configurazione del reato». Deciderà il magistrato se e per quale ipotesi procedere.
La contesa verte sul comizio del premier sabato sera a Tempio Pausania, in particolare sul passaggio dell'inchiesta Saatchi. «Un appalto da 60 milioni di euro per la pubblicità e lui, Soru, contestualmente, si è fatto dare 30 milioni per la sua società», ha sintetizzato la «Nuova Sardegna», quotidiano del gruppo Espresso-Repubblica guidato (fino a ieri) da Carlo De Benedetti, socio di Soru in Tiscali. Le indagini preliminari della Procura di Cagliari sono chiuse, l'avviso della chiusura è dell'11 settembre scorso, gli atti sono pubblici.
La Saatchi & Saatchi, multinazionale della comunicazione, ebbe tre lavori dalla giunta presieduta da Renato Soru: la pubblicità della Regione per 56 milioni di euro più Iva (mai istituzione ha speso tanto per reclamizzarsi), il nuovo logo dei Quattro Mori e la campagna di educazione ecologica «Sardegna fatti bella» (ottenuta senza gara d'appalto). Dal fascicolo del pm Mario Marchetti esce un'immagine di Soru diversa da quella mostrata in questi anni. Lo si vede soprattutto dall'affare Saatchi, per il quale il governatore, ora indagato per abuso d’ufficio e turbativa d’asta, si sarebbe mosso in prima persona. Le voci erano girate diffusamente: le aveva denunciate Mauro Pili, ex presidente della Regione, ora deputato azzurro, il quale annunciò con mesi di anticipo il nome del vincitore.
Il magistrato ricostruisce lo scandalo in vari passaggi. In un primo momento la Saatchi concorda con alcune agenzie di subappaltare loro il 30 per cento del lavoro: lo proverebbe una scrittura privata recuperata dalla Procura. La data di queste carte rivela che il patto è stipulato non soltanto prima dell'aggiudicazione, ma addirittura prima del deposito dell'offerta. Le agenzie erano riunite nel consorzio Sardinia media factory. Un cartello molto particolare: sembra sorto per l'occasione, visto che fino ad allora era inattivo, e gli otto promotori sono cari amici di Soru. A cominciare dal presidente, Sergio Benoni, ex direttore editoriale di Tiscali, e da suo fratello Marco.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
È singolare che questa fitta rete di rapporti tra persone legate alla società di Soru sia sfociata in un subappalto affidato prima della gara. Perché Saatchi sceglie proprio questo consorzio? «Che coincidenza straordinaria», ironizza Pili che sullo scandalo ha presentato interrogazioni parlamentari. I fratelli Benoni sono soci della società Three Bees, che partecipa alla fondazione del consorzio Smf; sono altresì soci dell'ex direttore vendite di Tiscali, Richard Jonathan Browstein. Non mancano tra i soci del consorzio Smf Marco Bernabè, figlio di Franco, ex amministratore di Tiscali, e neppure la società di impiantistica Impiantica, il cui lavoro di maggior prestigio è stata la realizzazione delle strutture di Sa Illetta, sede di Tiscali.
In una seconda fase, secondo la ricostruzione del pm Marchetti, due componenti della commissione che deve assegnare l'appalto (il presidente Fulvio Dettori, direttore generale della Regione Sardegna, e il consigliere Aldo Brigaglia) avrebbero «consentito, prima che fosse aggiudicata la gara, che Soru, che non aveva legittimazione, prendesse conoscenza delle offerte ed esprimesse indebite valutazioni al riguardo». Al governatore vengono dunque rivelati segreti d'ufficio.
A quel punto, sempre secondo l'accusa, lo stesso Soru «d'intesa» con l'amministratore delegato della Saatchi, Fabrizio Caprara, e con i fratelli Benoni, avrebbe «determinato Dettori a influire sui comportamenti della predetta commissione perché il servizio di pubblicità istituzionale della Regione Sardegna fosse aggiudicato alla Saatchi-Equinox, nonché al consorzio Media factory» (pagina 6 dell'avviso di conclusione indagini).
Infine, scrive il pm, Dettori avrebbe «manipolato l'esito della votazione per scongiurare prevedibili modifiche della graduatoria»: viene cancellato lo scrutinio della commissione che dava vincente la McCann, seconda la Tbwa e soltanto terza la Saatchi. Soru insomma avrebbe ideato e pilotato il più grande appalto italiano di pubblicità istituzionale a favore di un consorzio messo in piedi da suoi amici e soci. Probabile che il pm presenti le proprie richieste al gip dopo le elezioni.
Stefano Filippi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Gavino Sanna: "Renato è bravo solo a dire bugie"
di Stefano Filippi
Cagliari - Dopo Kramer contro Kramer, ecco Sanna contro Sanna. Cinque anni fa l'algherese guru della pubblicità creava il fortunatissimo «Meglio Soru» per il futuro governatore della Sardegna; oggi invece è dietro le quinte della campagna di Ugo Cappellacci, il candidato del centrodestra. Al quale, distillando vetriolo, ha suggerito di paragonare Mister Tiscali all'Aids: «Se lo conosci lo eviti».
Gavino Sanna, lei nel 2004 non conosceva Renato Soru?
«Di fama. Mi telefonò lui mentre passeggiavo sul lungomare».
Era già sceso in campo?
«Non ancora. Accettai di vederlo, da sardo rispettoso di un sardo di successo. Seguì un mese di silenzio, poi Soru volle vedermi di nuovo. A Milano, a casa mia, mi raccontò una storia della Sardegna talmente appassionata e appassionante che sentii dentro di me la mia terra, quella che da comunicatore ho sbandierato nel mondo».
Un incantatore.
«Questo matto di successo che abbandonava tutto per cinque anni (aveva solennemente promesso che sarebbe stata una parentesi), mi colpì. Per tutta la campagna elettorale sono stato con lui, scoprendo un carattere difficile, scontroso, con anfratti bui, tutte cose che ho usato come simboli di “sardità”».
E il fatidico «Meglio Soru»?
«Mauro Pili, il suo avversario, mi confessò che il giorno in cui vide quei manifesti sui muri di Cagliari ebbe la precisa sensazione di aver perso. Ma questo khomeinista si rivelò ben presto un Doctor Jekyll e Mister Hyde».
Quando se ne accorse?
«Il suo ringraziamento la sera della vittoria elettorale fu un sms: “Complimenti. Renato”. Fine delle trasmissioni. Poi sono cominciati i fattacci».
Quali?
«Li ho raccontati in un libello, “La pipì controvento”. Direi che l'episodio chiave fu lo scandalo di Tuvixeddu».
Soru che blocca il recupero di una zona degradata presso una necropoli fenicia a Cagliari.
«Stravolse un progetto già approvato. L'architetto francese da lui incaricato elaborò un inno al cimitero, scrivendo che “bisognava avere rispetto e godimento per questa atmosfera cimiteriale”».
Ha collaborato con Soru presidente?
«Mi commissionò il nuovo marchio dei Quattro Mori e il padiglione della Regione per la Borsa del turismo dove il logo sarebbe stato presentato. Non voleva il solito nuraghe di cartapesta ma “un'espressione del cambiamento di cui abbiamo spesso parlato”».
Come finì?
«In corso d'opera dimezzarono il budget iniziale. Poi fecero a pezzi la mia proposta. E in quelle polemiche infinite Soru non si è mai affacciato a dire: guardate che Gavino ha fatto ciò che gli ho detto io».
Così è passato alla concorrenza.
«Non ho avuto esitazioni quando lo staff di Cappellacci mi ha interpellato. Mi torturava la cupezza, la tristezza in cui è piombata la mia terra in questi anni. Da lì è nato lo slogan “Sardegna torna a sorridere”. Bisogna ricostruire, ridare fiducia e smantellare le fandonie raccontate in questi anni».
Le «bugie in abito di velluto».
«Adesso non porta la cravatta ma maglioncini e giacche di velluto come i pastori. Mi piacerebbe sapere di quale stilista sono
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Molestava le studentesse: arrestato prof
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
I carabinieri di Monteforte Irpino hanno arrestato un insegnante di 61 anni che prestava servizio presso una scuola superiore di Avellino: diverse le denunce a suo carico e per una ragazza dovrà rispondere di violenza sessuale
Napoli Molestava le sue studentesse e per una di loro dovrà rispondere di violenza sessuale. È accaduto in provincia di Avellino, dove i carabinieri di Monteforte Irpino hanno arrestato un insegnante di 61 anni che prestava servizio presso una scuola superiore del capoluogo irpino. Diverse le denunce a suo carico sporte da giovani studentesse sue alunne.
Il gip di Avellino Carmelo Iorio, su richiesta del sostituto procuratore Elia Taddeo, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari in attesa dell’interrogatorio di garanzia.
Secondo quanto accertato dagli investigatori, negli ultimi tre anni, il professore avrebbe costretto la ragazza a subire atti sessuali sia all’interno dell’istituto scolastico che fuori. Per la studentessa, infatti, il docente aveva una vera e propria ossessione al punto che lo scorso mese di dicembre si era recato a casa della giovane e, dopo averla attirata in strada con una banale scusa, l’aveva costretta a subire palpeggiamenti e pesanti avances nell’androne del palazzo. Nel corso delle indagini è emerso che il professore era solito molestare anche altre studentesse.
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Disastro Pd, tessere in picchiata: in un anno persi 700mila iscritti
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Solo 300mila adesioni contro il milione dell’Ulivo. Domenici: "Così non va". I coordinatori: "Paghiamo scandali e liti". Boom (sospetto) solo in Campania
Roma - Dati ufficiali non ce ne sono, ed è comprensibile: il tesseramento al Pd è stato lanciato in luglio, è iniziato realmente in settembre «per i più efficienti, ma solo a ridosso del Natale per molti altri», come spiega il responsabile nazionale Daniele Marantelli (nell'ex sezione di Berlinguer appena 120 iscritti).
A dicembre, il dato fornito dallo stesso Marantelli era di 300mila iscritti al nuovo partito, che deve sostenere inevitabilmente il confronto con il passato, rappresentato dai tesserati di Ds e Margherita: 540mila i primi, 450mila i secondi alla fine del 2007. «Procediamo col passo dell’alpino: lento ma sicuro», dice il responsabile del tesseramento. Che però ammette: «Negare che gli elementi di continua tensione interna finiscano per influire sul clima attorno al partito sarebbe sciocco: non c’è stato un giorno senza qualche polemica. Ma dove si è partiti con determinazione i risultati ci sono, e il bilancio vero si potrà fare solo tra qualche mese: il tesseramento dura tutto l’anno». A meno che la Direzione nazionale del partito non fissi il congresso nel 2009, nel qual caso la chiusura del tesseramento verrà anticipata.
In giro per l’Italia, però, si registrano valutazioni meno ottimistiche. «Il tesseramento sta andando male», rilevava pochi giorni fa il sindaco di Firenze Leonardo Domenici. In Liguria, regione a forte insediamento per la sinistra, a dicembre si contavano 2500 iscritti; Ds e Margherita ne avevano 11.500. Nella Roma di Walter Veltroni, i risultati sono a macchia di leopardo, con alcuni fenomeni di disaffezione in realtà un tempo a fortissima militanza. A Via dei Giubbonari, nella storica sezione centrale che fu del Pci e poi dei Ds, si è raggiunta per ora la metà dei tesserati della Quercia: 200 contro 400. Ma a Testaccio sembra andare molto peggio: si è sotto i 100 iscritti, dove Ds e Margherita svettavano con oltre 1.200. «C’è stato un fermo del tesseramento per tutto quello che sta accadendo dentro il partito - spiega il coordinatore locale del Pd -, le questioni giudiziarie e soprattutto le continue liti dei dirigenti: la gente non capisce più dove va il Pd e cosa è». All’Esquilino si è appena a quota 40, ma al circolo di quartiere manca ancora una sede, rimasta agli “scissionisti” di Sinistra democratica: «Ci appoggiamo a una libreria», spiegano i responsabili. Sui 400 militanti che avevano partecipato alle primarie e ritirato il relativo certificato, solo 1 su 10 per ora ha riconfermato. A Ponte Milvio solo 140 tessere. Ottimismo invece a Via Scarlatti (Parioli), sezione cui fa capo lo stesso Veltroni che abita in zona: 225 iscritti. In Calabria raccontano di una macchina a rilento, nonostante le offerte a prezzi «stracciati»: 5 euro per i disoccupati, rispetto ai 15 del costo normale della tessera.
Ma è il caso Campania a far discutere. Perché nella regione di Antonio Bassolino, lacerata dagli scandali e dalla guerra interna al Pd, si assiste ad un vero e proprio boom di iscrizioni: 60mila al 21 gennaio. Con casi clamorosi: a Nola si sono iscritti in 4.200, pari al 30% degli elettori Pd. A Castellammare ci sono 3.000 iscritti su meno di 15mila abitanti. Nei quartieri di Napoli, Fuorigrotta conta
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Così gli ospedali buttano medicine per 2 miliardi
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Le strutture sanitarie italiane spendono più di 4 miliardi l’anno in farmaci: la metà finisce stoccata nei magazzini degli istituti di cura senza essere più utilizzata. E lì viene lasciata addirittura scadere. Finiscono in discarica 9 prodotti su 45
Roma - Gli ospedali italiani spendono in farmaci più di 4 miliardi di euro l’anno. Per la precisione, ben 4.371 milioni di euro si trasformano in medicinali da distribuire negli istituti di tutta la Penisola. Ma non tutti i farmaci sono utilizzati nelle corsie. Molti rimangono stoccati nei magazzini delle Asl per mesi e anni. E alla fine, per un farmaco scaduto, c’è solo la discarica per rifiuti speciali. Peccato che questa spesa sia pagata dai contribuenti con sprechi smisurati. Di quale entità? Soltanto in Veneto le rimanenze finali del magazzino degli ospedali ammontano a 120 milioni di euro, per tutte le aziende sanitarie italiane la stima sale a duemila milioni di euro. Circa due miliardi dunque spesi in farmaci e altro materiale di medicazione (dalle bende alle siringhe) rimangono nei magazzini degli ospedali in attesa di venire utilizzati. E di questo circa il 15% (la cifra arriva da uno studio del Politecnico di Milano) scade nell’anno, tutti gli altri restano lì e non vengono comunque utilizzati.
La portata della sprecopoli sanitaria è enorme e potrebbe essere arginata se si adottassero tecniche di acquisto e distribuzione più mirata. Dal Veneto arrivano primi segnali di cambiamento. La Usl di Asolo, per esempio, ha applicato un nuovo sistema di logistica e di organizzazione di farmaci, dall’acquisto all’uso, e ha ridotto il valore dei beni in magazzino da 9 a 4 milioni e 700mila euro. Con un risparmio di 4,5 milioni di euro da investire in altri settori.
È la prova concreta che cambiare il modo di gestione dei farmaci si può. Lo conferma anche Damaso Zanardo, membro del consiglio nazionale di Assologistica, che ha supportato il cambio di guardia della Usl veneta. Il progetto è nato in modo casuale. L’azienda ospedaliera non aveva più spazio in magazzino per i medicinali e ha chiesto aiuto a un esperto in logistica. Che ha dato il via a una vera rivoluzione tecnologica. «Nove mesi di monitoraggio dei consumi medicinali e poi la riduzione delle scorte resa possibile dall’uso di un palmare in dotazione agli infermieri - spiega Zanardo -. In questo piccolo telefonino sono inseriti i dati forniti da un braccialetto elettronico in dotazione a ogni paziente che contiene tutte le informazioni della cartella clinica. In questo modo i farmaci sono somministrati con sicurezza».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Già, perché accanto al discorso sprechi ce n’è uno legato alla sicurezza. È di poche settimane fa la notizia di quel bimbo francese di tre anni morto per la somministrazione di farmaci sbagliati. Casi tutt’altro che eccezionali. Uno studio americano su 365 ospedali ha segnalato che il 20% delle somministrazioni presentava errori: i tempi erano sbagliati (43%), non veniva neppure data la medicina (30%), le dosi erano sbagliate (17%), venivano dati farmaci non prescritti.
In Italia un sondaggio simile non esiste. Ma sul discorso sprechi si fa presto a raccogliere testimonianze. Rossana Perini, presidente di un’associazione fondata in memoria del fratello morto per Sla, spiega che le Asl distribuiscono medicinali anche a malati gravi ma poi non si preoccupano della restituzione se non utilizzati. «Non riesco a capire perché le Asl non cerchino di recuperare i medicinali - racconta -. Siamo invasi dai farmaci, alcuni hanno un costo elevatissimo, roba da 800-1.000 euro a confezione. Buttiamo via le scatole intatte». Le strutture pubbliche sprecano, così come i privati anche se non per scelta. Ogni famiglia getta nella pattumiera medicinali per circa 80 euro sui 400 spesi annualmente. E questo per colpa delle confezioni non a misura della terapia. E così, finiscono in discarica 9 prodotti su 45, con una media del 20% dei spreco.
Ma succede anche ad altri strumenti sanitari. Un caso denunciato da Cittadinanzattiva ha il sapore di una macabra barzelletta. Siamo in Calabria. Un paziente obeso richiede una sedia a rotelle particolare, extralarge. La Asl non possiede nel magazzino l’articolo richiesto e autorizza l’acquisto di due carrozzine per la stessa persona. Che nella mente del dipendente dell’Asl avrebbe dovuto quindi dividersi in due.
Enza Cusmai
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NELLE PIAZZE PROVE TECNICHE DI INVASIONE
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Oggi fra Lampedusa e Tunisi si decide del nostro futuro di Paese e Stato sovrano. O si forniscono risposte severe e inamovibili o la situazione precipita. Non sembri un’esagerazione, perché siamo già oltre la soglia del pericolo, e il tempo è poco. In meno di un mese gli episodi eversivi che smetteremo di definire spontanei sono aumentati scientificamente, e altrettanto scientificamente si sono diffusi, misurandosi con città e situazioni diverse. Le preghiere di massa alla Mecca, durante e al termine di manifestazioni di odio antisemita, hanno costruito le condizioni per le dimostrazioni nei Centri di permanenza temporanea strapieni di disperati della terra, ma anche di integralisti islamici, a Lampedusa e ieri anche a Massa. Non è che la seconda fase di un progetto che non è audace ma solo onesto definire di intimidazione, sottomissione e infine di invasione culturale, sociale, religiosa, politica.
Partecipano attivamente al progetto i rappresentanti dei sedicenti centri sociali, le organizzazioni non governative, le associazioni più disparate, le sigle comuniste e pacifiste che da molti anni rincorrono la protesta estrema e la rivolta contro governi e forze dell’ordine come forme di battaglia politica. Partecipano pure, e duole constatarlo, gli esponenti di un’opposizione fiaccata e divisa, priva di qualunque idea progettuale, che si è ridotta a portavoce dell’islam, ad alzabandiera dei terroristi di Hamas, al logoro ritornello del rispetto del diverso, dell’accoglienza del rifugiato, recitato in litania sprezzante delle esigenze di sicurezza e delle aspirazioni all’identità dei cittadini italiani. Quando ha governato, il centro sinistra ha preso decisioni antipatriottiche disonorevoli. Un esempio per tutti è stata la decisione di aprire le frontiere alla Romania quando un rinvio sarebbe stato possibile e consigliabile, tanto che altri Paesi europei lo hanno scelto. Era il governo di Romano Prodi, era il ministro Emma Bonino, è bene ricordarne i nomi ogni volta che uno stupro, una rapina, un omicidio, hanno dei romeni come colpevoli. È bene anche ricordare i nomi di magistrati che in occasioni ripetute hanno emesso sentenze ignobilmente e insensatamente indulgenti nei confronti di clandestini delinquenti, stupratori, seviziatori e segregatori delle donne. Il risultato del lassismo, anzi della complicità, ci ha portato ai problemi feroci di oggi.
La sottovalutazione del pericolo rappresentato dalla penetrazione di stranieri priva di tetto e regole ha riguardato in passato anche i governi moderati e liberali, ancora oggi ci sono rigurgiti populisti, tanto è vero che è un sindaco del Movimento per le Autonomie a guidare la falsa rivolta del popolo di Lampedusa a fianco dei clandestini. Oggi non si può esitare, lo dico ricordando Oriana Fallaci, augurandomi ancora che si sbagliasse nella profezia di sventura inevitabile per la nostra patria.
Maria Giovanna Maglie
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Oggi è il Giorno della Memoria
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Esattamente 64 anni fa le truppe alleate scoprirono e liberarono il campo di prigionia di Aushwitz (guarda il video). Il ricordo dei Giusti - coloro che cercarono di salvare gli innocenti dal genocidio - rivive nelle opere di tre donne coraggiose. Intanto l'islam antisemita sparge nuovo odio
È possibile «vedere il nemico con gli occhi dell’amico»? Domanda quanto mai opportuna quella che è servita da sottotitolo al convegno su «Memoria e attualità dei Giusti», organizzato nei giorni scorsi a Milano dal Comitato «Foresta dei Giusti» e dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia.
La Giornata della Memoria rischia infatti di trasformarsi in un’occasione per discorsi retorici oppure, come nel caso delle assurde frasi del vescovo Williamson, rischia di essere «violentata» da chi nega contro ogni evidenza la realtà della Shoah. C’è, invece, un altro modo di viverla, proiettando sul presente l’insegnamento del passato e soprattutto valorizzando le storie di coloro che non si arresero al male. Così cercano di viverla, educando in questo senso i giovani, tre donne quasi coetanee, nate nel dopoguerra, impegnate a fare vedere il nemico con gli occhi dell’amico. Non per confondere il bene con il male, ma per far sì che aberrazioni come quella della Shoah, così come di altri genocidi, non abbiano a ripetersi.
Una di loro, Antonia Grasselli, vive in Italia e fa l’insegnante; un’altra sta in Israele educando alla convivenza attraverso il teatro; una terza vive in Bosnia e organizza dei corsi per i giovani.
La Grasselli insegna al liceo Fermi di Bologna e coordina la rete regionale «Storia e memoria» che riunisce sedici scuole dell’Emilia Romagna. È cresciuta nei ricordi della deportazione del padre in Germania come internato militare italiano, insignito della croce al merito di guerra per azioni di solidarietà verso i compagni di prigionia. Iscritto al Pci di Reggio Emilia nel dopoguerra, ne venne radiato per essersi rifiutato di firmare una dichiarazione contro Valdo Magnani e Aldo Cucchi, i due deputati comunisti schierati contro la politica filostaliniana. «La nostra generazione – racconta – è vissuta in una memoria viva, non come quella dei nostri giovani per i quali va attivata consapevolmente». «L’incontro con i giusti del passato – spiega – ha segnato l’inizio per me di un compito educativo nuovo e di un nuovo impegno nel presente. Nei percorsi di memoria che proponiamo ai ragazzi tutta la persona è messa in gioco, a studiare, riflettere, giudicare, agire».
Per Antonia Grasselli «c’è un equivoco particolarmente pericoloso» riguardo al Giorno della Memoria, quello «di credere di dover ricordare avvenimenti del passato. Noi, invece, quando facciamo memoria abbiamo lo sguardo rivolto al tempo presente. C’è una memoria che nasce dal risentimento e dalla vendetta e c’è una memoria che nasce dalla gratitudine e porta all’immedesimazione con i giusti e alla riconciliazione. È la memoria più difficile ma è quella che radica la coscienza civile di una nazione».
Angelica Edna Calò Livnè è nata a Roma da un’antica famiglia ebraica e vive in Israele, con il marito e i quattro figli, in un kibbuz al confine con il Libano. Ha scelto il teatro come strumento di comunicazione, per risvegliare valori quali «il ri
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Allestisce con il Teatro Comunitario della Galilea Arcobaleno (compagnia composta di ragazzi ebrei, cristiani, musulmani, arabi, drusi che ha fondato insieme al suo compagno Yehuda), spettacoli di mimo e danze che raccontano i sogni e le paure di un adolescente che vive in un paese in guerra. «Porto con me da sempre – racconta – un sacco sulle spalle dove è racchiusa la fede verso un Dio che non permetterà al mio popolo di sparire dalla faccia della terra. Sono cresciuta ascoltando e facendo mie storie di angeli che hanno salvato la mia famiglia dalla ferocia, dall’intolleranza, dalla spietatezza e il non senso». «Fin da ragazzina – aggiunge – ho sentito il bisogno di ringraziare quelle suore che hanno dato asilo ai miei nonni e al mio papà allora sedicenne, e alla piccola città di Fiastra nelle Marche che ospitò mia madre di otto anni e alla sua famiglia. Quando giunsi in Israele a 20 anni sapevo che la mia vita sarebbe stata una sorta di missione. Per continuare a ringraziare, per insegnare la gratitudine, per trasmettere che nulla è dovuto e che ogni giorno nel quale apriamo gli occhi alla vita è un dono. Cosi è nato il Teatro dell’Arcobaleno e la mia ragione di vita: Beresheet LaShalom, per far si che ragazzi di ogni religione e cultura possano conoscersi, cercando di capire le sofferenze degli altri».
La terza storia è quella di Svetlana Broz, nipote di Tito, il dittatore jugoslavo. Lei, medico specializzato in cardiologia, durante la guerra che ha lacerato i Balcani all’inizio degli anni Novanta ha scelto di lasciare Belgrado per trasferirsi a lavorare in Bosnia-Erzegovina, nella zona del conflitto. Ha incontrato le vittime sopravvissute ai massacri etnici di quella guerra fratricida che ha insanguinato l’Europa. «Non riuscivo a commuovermi di fronte all’abisso del male – racconta – mi sono commossa, invece, di fronte al bene, di fronte alla testimonianza dei giusti che hanno scelto il bene anche a costo della loro vita». Svetlana ricorda un episodio avvenuto nel 1992, in un campo di concentramento bosniaco dov’erano rinchiuse quaranta persone di diversa provenienza. Una di loro si è ritrovata il suo migliore amico tra i carcerieri. E a quest’uomo è stato ordinato di scegliere dieci prigionieri, decicendo giorno, luogo e modalità della loro uccisione. «Lui si è ribellato e ha detto ai boia: “Sono innocenti, non potete ucciderli”. Poi si è rivolto alle vittime: “Non posso fare nient’altro... Io sarò ammazzato!”. Lo hanno ucciso. Ma i quaranta prigionieri si sono salvati».
L’organizzazione non governativa, «I Giardini dei Giusti nel Mondo di Sarajevo», è stata fondata con l’intento di trasmettere il coraggio civile alle nuove generazioni della regione, per rafforzare la tolleranza e la collaborazione oltre i confini etnici, culturali e religiosi. «Con questo spirito cerchiamo di far presa sui giovani, di coinvolgerli con lezioni sulla tolleranza e il coraggio civile e far capire come essi siano il presupposto essenziale per la stabilità della democrazia. Dal 2005 più di 25.000 studenti, docenti e genitori hanno partecipato al nostro programma».
Tre donne. Tre esempi di memoria vissuta come possibilità di cambiamento per il presente.
Andrea Tornielli
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Napolitano: "Vigiliamo contro l'antisemitismo"
Berlusconi: "Leggi razziali ferita profonda"
di Orlando Sacchelli Celebrando il "Giorno della memoria" il Capo dello Stato ricorda che le critiche a chi governa Israele sono legittime ma condanna chi delegittima l'esistenza e la sicurezza di Gerusalemme. Il premier: "Non dimenticheremo mai la tragedia della Shoah". Frattini: "L'antisemitismo umilia l'uomo". Gelmini: "Non c'è luogo più adatto della scuola per il ricordo"
Roma - Sono trascorsi sessantaquattro anni da quando le truppe alleate entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz e scoprirono l'orrore. Ciò che nessun uomo avrebbe mai potuto immaginare - l'annientamento sistematico dei propri simili - era stato fatto. La barbarie aveva raggiunto il suo apice. Eppure il ricordo di quella tragedia non è stato cancellato. Se ciò avvenisse sarebbe un ulteriore crimine. Imperdonabile. Oggi si celebra la "Giornata della memoria". Tutti sono chiamati a ricordare il sacrificio degli ebrei. Ma l'occasione dovrebbe essere propizia per ricordare anche tutte le altre vittime della barbarie umana, dai Gulag sovietici ai Laogai cinesi. Questi ultimi, purtroppo, ancora aperti.
Napolitano: vigilare contro l'antisemitismo Celebrando il "Giorno della memoria" il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto riferimento alle "settimane drammatiche vissute con angoscia" degli scontri a Gaza ed ha invitato a distinguere sempre con una "chiara e netta distinzione" le critiche che sono legittime a chi governa Israele e "la negazione, esplicita o subdola, delle ragioni storiche dello Stato di Israele, del suo diritto all’esistenza e alla sicurezza, del suo carattere democratico", cose che non devono essere messe in discussione.
Berlusconi: leggi antiebraiche "Le leggi antiebraiche sono ancora avvertite come una ferita profonda - scrive in una nota il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - inferta non solo alla comunità ebraica, ma alla intera società italiana, che perse improvvisamente una parte importante della propria storia. Migliaia di nostri concittadini, colti dallo sgomento e dall’incredulità, furono immotivatamente emarginati e privati della propria identità, dichiarati non italiani".
Leggi incivili e disumane "Purtroppo - prosegue Berlusconi nel messaggio - sappiamo come le tragiche conseguenze di queste leggi incivili e disumane abbiano portato a quella che i nazisti, nel loro sciagurato progetto, chiamavano "soluzione finale del problema ebraico".
Uguaglianza e libertà "La determinazione a sanare quella ferita aperta nel 1938 - aggiunge il premier - ha fortemente contribuito ad ispirare l’Assemblea costituente nella scrittura della nostra Carta fondamentale, con la quale sono state delineate le basi di una democrazia che non consente che siano mai più violati i diritti e la dignità di ogni cittadino". "I principi costituzionali di uguaglianza e di libertà di pensiero e di religione - sottolinea Berlusconi - mantengano viva, sempre, la coscienza di quale debba essere la nostra strada".
Non dimenticheremo mai In questo giorno, "64 anni or sono - si legge nel messaggio - furono abbattuti i cancelli di Auschwitz. Questa data e quel luogo sono il paradigma dello sterminio di un popolo che ha segnato per sem
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E Di Pietro chiese a Cecchi Gori: "Fai un film su di me. Con De Niro"
>>Da: andreavisconti
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Megalomane, dite? Ma no. Un Robert De Niro nelle vesti di Antonio Di Pietro in fondo andrebbe anche bene: è pur sempre l’interprete di Toro scatenato o del giovane Vito Corleone nel Padrino. Il problema sarebbe il doppiatore: perché in grado di imitare gli urletti e l’accento abruzzese-molisano nella variante di montagna (la variante marina, invece, ben la conosce Bruno Vespa) ci sono solamente l’insuperabile Neri Marcorè oppure indubbiamente lui, Lino Banfi. Il Tonino nazionale finirebbe ridimensionato come è sempre accaduto ogni qualvolta un comprensibile filo di megalomania l’abbia catturato. Il riscatto del nato umile ha derive imprevedibili, e ricordiamo che stiamo parlando di un uomo che è nato in una masseria dove il bagno interno l’hanno costruito solo nel 1987. Proprio in quegli anni, peraltro, un Di Pietro già milanese andò in crisi perché aveva in previsione una trentina d’invitati a cena (gente importante, politici e imprenditori democristiani e socialisti) ma a Curno aveva una stanza da pranzo troppo piccola. Il piccolo megalomane non si perse d’animo e chiese in prestito al suo amico Gianni Rizzo la villona di Medolago, nel Bergamasco: due piani con ala laterale, piscina, parco secolare, radar sul tetto, fotocellule dappertutto e due Ferrari Testarossa parcheggiate davanti al portone. Un capolavoro del kitsch. Rizzo era un costruttore dalle attività soffuse, aveva una moglie di Bogotà e andava spesso in Colombia: lui e Tonino si erano conosciuti in una discoteca del Bergamasco. Quella sera, a casa sua, c’era anche un amico particolare, Giancarlo Gorrini, quello dei cento milioni, della Mercedes e di infiniti altri benefits. Stiamo parlando di un signore, Gorrini, che di megalomanie se ne intendeva: manteneva la sua scuderia di centocinquanta cavalli (allenati da Ubaldo Pandolfi, lo scudiero di Luchino Visconti) e spendeva dai quattro ai cinque miliardi l’anno,: sicché, nel giorno in cui disse che il megalomane era diventato Di Pietro, il discorso si fece perlomeno interessante. «Gli dissi: ma dove pensi di arrivare, vuoi fare il presidente del Consiglio?». E lui: «Ci sono incarichi istituzionali più importanti». Il presidente della Repubblica? «Ecco, quello è un incarico istituzionale». Gli replicai che era matto, che si era montato la testa. Lui imperterrito aggiunse: «Senti, oramai a me basta dare un semplice calcio, per spostare sette-otto milioni di voti».
>>Da: andreavisconti
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Il racconto di Gorrini, giudicato «attendibile» dalla procura di Brescia, fa risalire il suddetto colloquio all’estate 1994. Il punto è che Di Pietro, quando nel 1994 pensava di avere in pugno gli italiani, aveva ragione: il 90 per cento di essi, nel 1993, gli era favorevole, mentre l’anno dopo la percentuale salirà al 95 per cento.
Megalomania, dite? Sì, ma altro che Robert De Niro. Di Pietro, ai massimi del suo consenso e quindi delle possibili aspettative, progettava «il ricomponimento del Pool sotto il Sis, l’anagrafe tributaria, la direzione del Sisde e la ristrutturazione dei Servizi segreti». Parole sue, messe a verbale a Brescia nel 1997. Su Micromega, numeri 3 e 5, auspicò poi una sorta di mondialismo che se la prendeva col sistema di garanzie che inquadra Francia e Germania e Inghilterra tra gli Stati di diritto per definizione, Stati che «si mascherano dietro una facciata di perbenismo del tutto fuori della realtà» questo scrisse nell’auspicare «un diritto processuale europeo unico» visto che «noi abbiamo avuto il coraggio di aprire armadi e lavare i panni sporchi. Altri Paesi, anche occidentali, fanno finta di non conoscere il problema». L’Italia, insomma, doveva essere lo Stato pioniere di una crociata che mondasse le corruzioni del globo terracqueo: un’allucinazione celata nelle pieghe di alcune crociate contro la corruzione. Ma non solo. I progetti di Antonio Di Pietro erano ben altri: «Progetto strategico per il futuro. Completare le inchieste sulla Guardia di Finanza, raccogliere le prove fondamentali sul Gruppo Berlusconi lasciando il proseguimento dibattimentale ai colleghi; il progetto Mani pulite 2: la prevenzione, il Sis, il ricomponimento del Pool sotto il Sis, l’anagrafe tributaria, la direzione del Sisde, la proposta di Cossiga di ristrutturazione dei Servizi segreti; il progetto Mani pulite 3: la ricostruzione, il ricambio della classe dirigente, nuove leggi e nuovi agglomerati politici, la divulgazione di Mani pulite nel mondo». Del fatto che il 2 luglio 1995 Di Pietro in persona abbia reso noto questo «progetto» potrebbe occuparsi una precisa branca della, diciamo, psicologia.
Oggi, in confronto, è megalomania di piccolo cabotaggio: un partito che è lui e solo lui, e gli appartiene per statuto notarile (e così i finanziamenti pubblici) mentre cominciamo a ricordarci il nome di qualche suo collega di partito, finalmente, solo perché è inquisito. O perché ha il suo stesso cognome. Filippo Facci
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L’Ue ritira la mano tesa a Obama per ospitare gli ex di Guantanamo
>>Da: andreavisconti
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«Difficoltà procedurali e giuridiche». I ministri degli Esteri rimangono divisi e rimandano a tempi indefiniti l’accordo su una piattaforma comune
Guantanamo? No grazie. Non appaiono «molto entusiasti» - come riferisce il presidente di turno dei ministri degli Esteri dei 27, il ceco Karel Schwarzenberg - i paesi Ue di fronte all’ipotesi di esser pregati dal nuovo governo Usa di dare una mano per lo sgombero e la chiusura di Camp Delta, l’enclave statunitense a Cuba in cui sono rinchiusi i presunti terroristi accalappiati dall’amministrazione Bush.
L’Europa, che da tempo aveva battuto il tasto della chiusura del carcere, vorrebbe in realtà presentarsi disponibile alla prima chiamata di Obama, ma non piace a nessuno l’idea di farsi recapitare a casa estremisti islamici accusati ma non processati, o semplicemente sospetti o comunque dai rapporti poco chiari con le centrali del terrore. A tutto ciò si aggiungono difficoltà procedurali e giuridiche. Franco Frattini, salito ieri a Bruxelles per la consueta riunione del Cagre (Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne) dei ministri degli Esteri dei 27, pur chiarendo che l’Italia «affronterà con spirito positivo la richiesta americana», ha sottolineato ad esempio che ci sono due nodi da sciogliere e una pre-condizione da istituire. Il primo ostacolo - ha osservato - è quello che la nostra Costituzione «vieta di tenere in prigione una persona che non sia imputata». Il secondo è quello derivante dal fatto per il quale se «i detenuti fossero definiti bisognosi di protezione, in base ai trattati europei dovrebbero ottenere la libertà di circolazione all’interno della intera Ue...».
>>Da: andreavisconti
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Ma è quanto invece non vogliono alcuni dei 27. Ed è appunto questa la pre-condizione citata da Frattini ma anche da altri presenti all’appuntamento di Bruxelles. «Vorremmo avere una piattaforma comune...», ha ammesso Benita Ferrero Waldner, commissario Ue alle relazioni esterne. Anche Javier Solana, alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza, ha ammesso come la Ue «sia pronta ad aiutare se necessario, anche se al momento non è stata avanzata ancora alcuna richiesta» ma ha fatto capire che occorrerà una valutazione comune in seno ai 27. Ed è proprio quella che manca, al momento. Perchè se il titolare della Farnesina ha fatto capire che, sia pure in modo informale, Washington ha già chiesto una mano («L’Italia - ha detto il titolare della Farnesina - sta già esaminando alcuni nomi di detenuti in vista della chiusura della prigione speciale americana»), altri hanno ribadito seccamente il proprio “no” all’idea di ospitare qualche ex-internato. David Milliband, ministro degli esteri britannico, ha ad esempio rilevato come il suo paese abbia già riaccolto sul suo territorio 9 cittadini di nazionalità inglese «e dunque noi la nostra parte l’abbiamo già fatta». Il suo collega lussemburghese Jean Asselborn non ha voluto aprire nemmeno uno spiraglio: «Guantanamo l’hanno aperta gli americani. Siano loro a chiuderla!». Parimenti contrari i governi di Austria, Olanda, Danimarca e Svezia. Mentre più possibilisti sono parsi i finlandesi («Penso dobbiamo tendere la mano agli Usa: è un nuovo inizio» ha chiarito Alexander Stubb) e i portoghesi per i quali ultimi Luis Amado ha insistito su un accordo europeo in modo da costruire «un ombrello comune che ci permetta di trattare poi con gli Usa». I francesi, tra i primi a dir di sì all’ipotesi, insistono comunque - lo ha fatto il ministro Kouchner - per una missione a Guantanamo per verificare lo stato delle cose: potrebbe svolgersi a metà marzo e coinvolgere Barrot e il coordinatore anti-terrorismo Ue, il belga Gilles De Kerckhove. I tempi delle decisioni comunque non saranno brevi. «Non è questione che si possa trattare in settimane o pochi mesi» ha tenuto a chiarire il ceco Schwarzenberg. Alessandro M. Caprettini
>>Da: andreavisconti
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Il vicepresidente Usa Biden: «Nessuno dei detenuti resterà negli Stati Uniti»
Mentre a Bruxelles i ministri degli Esteri dell’Unione europea cercano una soluzione sul futuro dei detenuti di Guantanamo, il vice di Obama, Joe Biden, ha fatto sapere ieri in un’intervista televisiva che: i detenuti scarcerati dopo la chiusura della prigione non rimarranno negli Stati Uniti e se non potranno ritornare nel loro paese di origine andranno «in un altro paese». Così il vice presidente degli Stati Uniti ha trattato il nodo più spinoso che l’amministrazione democratica dovrà affrontare per chiudere la pagina di Gitmo, il destino dei circa 250 prigionieri ancora detenuti. «Se non sono cittadini americani o legalmente residenti, allora, anche se sono stati rilasciati per ordine di un giudice federale, non potranno rimanere negli Stati Uniti» ha detto Biden alla Cbs. Biden ha anche affrontato la questione dei detenuti che non possono essere rimpatriati in paesi d’origine che non li vogliono o che calpestano i diritti umani. «È vero, questo è un problema - ha detto - io e il presidente stiamo affrontando un caso alla volta: cercheremo molto probabilmente di restituirli ai loro paesi di origine o a un altro paese». Tra le questioni più urgenti, quella dei detenuti iuguri, minoranza islamica cinese che si batte per l’indipendenza, che non possono essere rimpatriati in Cina, che invece ne chiede l’estradizione per poterli processare come terroristi: un giudice federale ha ordinato che vengano scarcerati ed accolti negli Stati Uniti. Ma il dipartimento della Giustizia dell’amministrazione Bush nei mesi scorsi ha presentato ricorso contro questa sentenza.
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Alessandra Servidori: Le parole non salvano le donne
>>Da: andreavisconti
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Nei prossimi giorni la Camera voterà le mozioni sulla violenza sessuale in vista dell’esame conclusivo del disegno di legge sullo stalking del ministro Mara Carfagna. Sarà importante e indispensabile che, a tutela dei diritti delle donne, si realizzi una forte convergenza bipartisan.
Tale da dare un segnale inequivocabile alle Istituzioni e alla società, nel momento in cui l’opinione pubblica è sconvolta dal ripetersi di stupri e dalla grigia e colpevole tolleranza con cui vengono perseguiti.
La legge del ’97 contro la violenza sessuale fu accolta con una forte aspettativa di giustizia. Oggi è sin troppo evidente che la norma è esageratamente blanda. La violenza sulle donne continua. Efferata. È stato già detto tutto, ma non è cambiato niente. Per esempio la semplice e frequente eventualità che reprimere le molestie pesanti e insistenti spesso significa prevenire reati più gravi.
I volontari e i professionisti, impegnati nei centri antiviolenza di tutta Italia, denunciano, senza stancarsi, che l’emergenza non si affronta soltanto con pene più severe perché si tratta di un problema culturale. Né ci si può limitare a liquidare la questione in Rai con iniziative promozionali: quale senso possono avere spot in stile "pubblicità progresso" se poi la televisione tutta, pubblica e privata, promuove e restituisce solo una mortificante mercificazione del corpo femminile?
Il codice penale, modificato dalla legge del 1997, così definisce il delitto di violenza sessuale: "chiunque (...) costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito ....". La forzatura (e prego le penaliste di essere indulgenti) dovrebbe definire la violenza sessuale non come quella che chiunque può esercitare su qualcun altro, ma anche come la violenza perpetuata dall'uomo sulla donna.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Auspico, cioè, una fattispecie penale ad hoc. Questo significherebbe creare un ordine simbolico diverso: smettere di fingere che si tratti di un delitto sulla persona, perché è un reato commesso da uomini, spesso in branco, su donne. L'unico riferimento alle molestie sessuali si trova oggi nel decreto di attuazione - tanto per cambiare - di una direttiva comunitaria del 2002, laddove si integra la legge 125 del 1991 che introdusse le azioni positive. La norma, che spiega l'efficacia nei rapporti di lavoro, dispone che "Sono considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo".
L'assenza della fattispecie molestie sessuali dalla legge penale e, quindi, l'assenza di consapevolezza del significato riprovevole che esse hanno le rende, di fatto, invisibili. Un patto concreto di fiducia e di azione tra le donne e gli uomini di questo nostro Paese, tra le Istituzioni, la giustizia e le forze dell'ordine è indispensabile per creare un nuovo ordine simbolico e per assumerci la responsabilità di pensare e di attivare un piano di interventi che prevenga, combatta, punisca la violenza e i violenti. A partire dalla legislazione e dalla certezza della pena, come ha scritto il ministro Carfagna nel disegno di legge fatto proprio dal Governo. A partire dall'urbanistica, dal confronto con le amministrazioni per riportare la sicurezza nelle priorità della governance scuotendo gli animi più addormentati, sollevando la coltre di ipocrita misericordia che si cela volentieri dietro il ricorso al colore rosa. Sempre più spesso insanguinato.
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Riparte da Torino l'ultimo giro di Walter
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Non chiamatela campagna elettorale. I tempi e i modi sono gli stessi, ma non è una campagna elettorale. Quella presentata ieri da Walter Veltroni e Dario Franceschini è piuttosto «una campagna di ascolto e di incontro con le forze sociali, i cittadini, il partito a livello locale».
Poco importa che si svolga nei mesi che precedono le elezioni amministrative e le europee. Poco importa che, come già accaduto in occasione delle politiche, Veltroni e i suoi tornino a toccare tutte le 110 province italiane («terremo manifestazioni nelle città più popolose dopo i capoluoghi, ci concentreremo sulle realtà locali»). Non è una campagna elettorale.
Quella, il Partito Democratico, la lascia fare a Silvio Berlusconi che, ironizza il segretario, invece di occuparsi della crisi economica, trascorre tutti i fine settimana in Sardegna. Lui no, lui è il leader di un «grande partito riformista» e come tale deve comportarsi. Per cui, gambe in spalle e pedalare. Si comincia venerdì 30 da Torino (la stessa città del famosissimo discorso del Lingotto), poi Siena, Perugia, tre giorni tra Cagliari, Oristano, Olbia, Sassari e Nuoro (e Berlusconi?), e via così fino alla conferenza programmatica del Pd il 17-18-19 aprile. In mezzo altri due appuntamenti: uno il 7 febbraio a Bologna con tutti gli amministratori locali del Pd, un altro il 14-15-16 febbraio. Sabato, domenica e lunedì per illustrare a tutti le proposte dei Democratici per uscire dalla crisi. Non sarà una campagna elettorale, ma ci assomiglia proprio tanto. E c'è chi l'ha già ribattezzato «l'ultimo giro di Walter». È indubbio, infatti, che nonostante i proclami unitari, Veltroni si giocherà nei prossimi mesi molto del suo futuro.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I sondaggi sono impietosi e danno un Pd in costante calo. Come se non bastasse, dopo la sconfitta di aprile, il segretario, impegnato a difendersi dagli attacchi interni, ha praticamente ignorato le realtà locali del partito. Pochissime le iniziative territoriali cui ha presenziato (la settimana scorsa a Napoli è stato addirittura contestato da un gruppetto di persone che gli chiedeva di «spiegare la linea»). Mentre il tesseramento stenta a decollare. Se a questo si aggiunge la crisi delle giunte rosse che rischia di consegnare al centrodestra città come Firenze e Bologna, il quadro è a dir poco disastroso.
Da mesi gli uomini più vicini a Veltroni gli consigliano di tornare in mezzo alla gente. Ora il segretario s'è deciso e forse non è un caso che l'annuncio della nuova campagna di primavera sia stato fatto al termine di una riunione con i segretari provinciali del partito («la più bella da quando sono leader del Pd»). Oggi più che mai, per risorgere, Veltroni deve fare appello al popolo che lo ha voluto segretario. Se poi Silvio dovesse fargli il favore di mettere uno sbarramento del 4% alla legge elettorale per le europee tagliando fuori un po' di «sinistri partitini», magari la salita sarà meno ripida.
In ogni caso Walter non ha dubbi: «Noi vinceremo le prossime elezioni, quando esse siano, perché cresce la consapevolezza che è finito un ciclo e che l'Italia ha bisogno finalmente di un ciclo riformatore». Resta però una domanda: ci sarà ancora Veltroni?
Nicola Imberti
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Prestigiacomo: C'è già una legge anti-stupratori
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
«Alle mie colleghe parlamentari, soprattutto le più giovani, chiedo di continuare ad occuparsi di economia e finanza ma di non abbassare mai la guardia sulle istanze femminili». E' una Stefania Prestigiacomo che cela dietro la diplomazia da ministro un richiamo diretto alle donne della politica a serrare i ranghi a fare sentire di più e meglio la loro voce adesso che un'epidemia di violenze sessuali è tornata a colpire. Stupri di gruppo, stupri in discoteca, aggressioni domestiche, stalking.
Allora ministro il suo è un rimprovero alle parlamentari?
«Ma no, semmai un invito, perché in questi giorni oltre alla Carfagna, alle associazioni, e quella delle solite che si impegnano su questi temi, dalla Franco alla Mussolini alla Santanchè non si è sentita forte e chiara l'indignazione delle donne in Parlamento. Mentre mi hanno colpito gli uomini, molto efficaci, da una parte e dall'altra».
Il Gip che ha disposto gli arresti domiciliari è una donna...
«Sconcertante, gravissimo. Perché annulla tutto quello che si è fatto e che si fa per dare certezze alle donne per dirgli che c'è una legge, che c'è assistenza».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I genitori della ragazza violentata a Capodanno hanno detto che si faranno giustizia da soli. Cosa potrebbe dirgli oggi?
«Che è comunque sbagliato, anche se capisco il loro dolore. Bisogna avere fiducia nelle istituzioni e pretendere che sia fatta giustizia. Certo la decisione di dare gli arresti domiciliari non aiuta. E non ci possono essere scuse, né la confessione, né avere commesso violenza sotto effetto di droghe, che semmai deve essere un aggravante. E in questo senso credo che la richiesta di un'ispezione del ministro Alfano per chiarire la legittimità di una decisione del genere da parte del Gip sia un buon segnale. Come sono importanti le sue parole, chiare, severe, che rompono con un certo atteggiamento maschile di valutare la gravità della violenza sessuale in maniera un po' troppo leggera».
Il magistrato ha applicato la legge italiana. Forse c'è ancora bisogno di una stretta su reati come la violenza sessuale?
«Ci sono voluti 20 anni per approvare la legge sulla violenza e sono previste pene severissime che arrivano a 20 anni. Si può sempre migliorare l'impianto normativo, ma il problema vero è applicarla fino in fondo, dare certezza della pena, assistere le vittime per le spese legali».
Sotto accusa è la sicurezza nelle città. E quindi i sindaci.
«Non si può buttare la croce addosso ad Alemanno e agli altri sindaci che devono affrontare queste emergenza. Certamente in quello che accade c'è un richiamo forte, perché non sono accettabili quartieri dove manca l'illuminazione. E le telecamere possono essere un potente deterrente».
Alemanno ha annunciato anche una stretta sugli extracomunitari.
«Va seguita la linea già attuata dal governo, una stretta necessaria e che darà i risultati previsti. In Italia devono rimanere le persone che hanno un lavoro e che sono in regola. Chi delinque da noi lo faceva anche nel suo paese, ma certo anche vivere ai margini non aiuta ad avere comportamenti socialmente accettabili».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
E l'esercito?
«La presenza dello Stato sul territorio può funzionare soprattutto dove non ci sono le risorse per aumentare vigili urbani e poliziotti. Non capisco le obiezioni su questo visto che unità aggiuntive aiutano certamente al controllo del territorio. Certamente bisogna anche informare e dire alle coppie che è meglio non appartarsi in luoghi bui e solitari».
E anche questa volta non è mancata una battuta di Berlusconi con relativa bufera politica. Lei come donna, più che come ministro, che cosa ne pensa?
«Trovo sconcertante che a proposito di uno stupro si debba leggere di polemiche su battute che sono state fatte in un determinato contesto. Il premier è un padre di famiglia ed è inorridito come tutti gli italiani davanti a questi fatti terribili. Queste forme di aggressioni politiche non pagano più all'opposizione oltre a fare male alla lotta contro la violenza perché spostano l'attenzione dal vero problema».
Maria Corbi
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Di Pietro, l'Espresso e le "gambe corte" del memoriale
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
"Quando seppe - Antonio Di Pietro, ndr - delle indagini su Mautone? Il 23.09.2008 dall'agenzia Il Velino, che citava come fonte il senatore Sergio De Gregorio". Lo scrivono sull'ultimo numero in edicola del settimanale di De Benedetti, L'Espresso, Peter Gomez e Marco Travaglio, riferendo del contenuto del "memoriale" consegnato dall'ex ministro ai magistrati napoletani. Una ipotesi suggestiva, ma assolutamente priva di fondamento. Il VELINO, infatti, in quella data (facilmente verificabile tramite Telpress o Magellano e il sito internet, i circuiti attraverso i quali viene diffuso il notiziario dell'agenzia) non riportò alcuna notizia sulle indagini giudiziarie in corso a Napoli a carico di Mautone nè, tanto meno, sulla "talpa". Sul VELINO del 23 settembre dello scorso anno, De Gregorio, infatti, sosteneva altro: "Non è affatto immune - diceva De Gregorio di Di Pietro, ndr - dall'esercizio della menzogna, se è vero, come sembra, che abbia dovuto ingiungere al figlio Cristiano di stare lontano dalla politica, per avere esagerato in tema di sostegno agli amici imprenditori e tecnici del partito ed essere finito, come tutti i mortali, nel mirino della magistratura". Nulla che possa avallare quanto sostengono i due giornalisti e quanto avrebbe scritto l'ex magistrato nel "memoriale" per difendere la propria posizione. D'altro canto l'informazione dalla "talpa" Di Pietro l'avrebbe avuta il 29 luglio del 2007 (come scriveva La Stampa), cioè qualche giorno prima che Mario Mautone, provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise, fosse trasferito dal ministro. Cioè ben 14 mesi prima del 23 settembre 2008.
Vittorugo Mangiavillani
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Rai: se la Vigilanza continua il suo Travaglio
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
“Né la vicepresidenza di una Camera, né un questore, e neanche la presidenza di una commissione”. L’Italia dei Valori - come va ripetendo Antonio Di Pietro - è l’unica forza parlamentare (14 senatori e 27 deputati, ndr) ad essere rimasta a mani vuote: “Esclusa da qualsiasi ruolo di rappresentanza istituzionale”. Un valido motivo - ora che i presidenti di Camera e Senato hanno azzerato la Vigilanza riportando l’orologio di San Macuto indietro di quasi otto mesi – per mettersi di traverso, non designare i propri due commissari, tenere di fatto la commissione in ostaggio e nel frattempo recapitare a Veltroni l’importo del “riscatto”. Quello tra Walter e Tonino “sarà un incontro – spiegano nell’Idv - per capire quale sia la posizione che le altre forze di opposizione intendono assumere in relazione a questa ingiustificabile e indecente ‘conventio ad excludendum’ contro di noi, che rappresenta una vera violazione dei nostri diritti politici”. Di Pietro, insomma, vuole che sia fatta giustizia per il “misfatto Orlando” e si appresterebbe a chiedere al Nazareno - ma per ora sono solo boatos - un consigliere d’amministrazione della Rai. Al centrosinistra - così prescrive la Gasparri – ne spettano quattro: tre li indicherà la Vigilanza e il quarto – destinato a fare il presidente di garanzia - lo designerà invece l’azionista. Sottostando al ri(s)catto, il Pd avrebbe in quota un presidente (Claudio Petruccioli o Pietro Calabrese) e un altro consigliere (Nino Rizzo Nervo, lo stesso Calabrese o Gianni Borgna); un altro amministratore spetterebbe all’Udc (Erminia Mazzoni o Rodolfo De Laurentiis); e l’ultimo andrebbe a Di Pietro (la candidatura di Marco Travaglio, però, appare una provocazione).
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Se la spartizione Rai è digeribile presto lo farà capire Veltroni, a patto che Walter l’incontro lo voglia fare davvero. Se l’Idv è rimasta fuori da tutto, infatti, non è certo colpa sua. Perché Di Pietro presenta il conto solo a lui? La partita dovrà comunque chiudersi a breve. Gianfranco Fini e Renato Schifani – invitati dall’Idv a “prudenza e saggezza per non aggiungere altri strappi” – “attendono fiduciosi” la designazione ma hanno molta fretta: la Vigilanza ha davvero bisogno di cominciare a lavorare; e il regolamento parlamentare consente loro di convocare la commissione indicando per conto dell’Idv i due commissari. Massimo Donadi o Leoluca Orlando per la Camera, per esempio, e Felice Belisario o Francesco (Pancho) Pardi per il Senato. Anche di fronte alle loro dimissioni, la Vigilanza potrebbe insediarsi. D’altronde - Villari ce lo ha insegnato - ci sono urgenze che non possono più aspettare, e soprattutto c’è un consiglio d’amministrazione della Rai – come dicevamo - giunto all’ottavo mese di prorogatio. Il 29 gennaio l’assemblea di soci Rai tornerà a riunirsi per l’ennesima volta nel tentativo di nominare il nuovo board. Forse sarà l’ultimo rinvio…
Gianluca Vacchio
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Il vero Cesare Battisti
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Andrea Camaiora
«Antonio Santoro, maresciallo della Polizia Penitenziaria; Lino Sabbadin, macellaio; Pierluigi Torregiani, gioielliere; Andrea Campagna, agente della Polizia di Stato. Questi sono i nomi di quattro cittadini che, insieme a molti altri, hanno perso la vita tra il 6 giugno 1978 ed il 19 aprile 1979, uccisi dalla follia omicida di organizzazioni terroristiche che hanno tentato di sovvertire l'ordine democratico in Italia. Per questi quattro omicidi è stato condannato in forma definitiva Cesare Battisti, che da oltre 25 anni si rifugia all'estero sottraendosi vergognosamente alle responsabilità cui deve essere chiamato. Per molti anni la Francia ha ospitato e protetto questo personaggio, coprendo con discutibili argomentazioni giuridiche e politiche le colpe innegabili di un assassino. Oggi la stessa storia si ripete grazie al Brasile, il paese in cui Battisti è fuggito non appena compreso il possibile cambiamento di atteggiamento delle autorità francesi. Per quanto sappiamo, il ministero competente brasiliano si oppone alla giusta estradizione che l'Italia ha chiesto, salvando così un criminale dall'espiazione, pur tardiva, della pena a lui assegnata». Inizia così l'appello de Il Tempo che sta riscuotendo ampi consensi. Promotore dell'iniziativa è Roberto Arditti, direttore del quotidiano romano, che è riuscito a svegliare da uno stucchevole torpore una parte dei media, della politica e della società. E bene ha fatto Arditti a scrivere a chiare lettere chi è il terrorista latitante Cesare Battisti, visto che le televisioni lo ricordano poco, nelle scuole non lo dice nessuno e che conseguentemente sfugge ai più.
Ai lettori di Ragionpolitica, tuttavia, vogliamo ricordare un altro Cesare Battisti. Un Cesare Battisti che ci piace molto di più. Il «vero» Cesare Battisti non è nato nel 1954 a Sermoneta, ma nel 1875 a Trento. Ed è, purtroppo, conosciuto ancor meno del suo omonimo assassino. Il «vero» Cesare Battisti è uno degli ultimi eroi del nostro Risorgimento. Quando Battisti nasce in Trentino, questa regione fa ancora parte dell'impero austro-ungarico. Si avvicina presto agli ideali del socialismo e dell'irredentismo. Si fa eleggere anche deputato al parlamento di Vienna (1911) ma nel 1914, appena due settimane dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, abbandona il territorio austriaco e ripara in Italia dove diventa subito un propagandista attivo per l'intervento italiano contro l'impero austro-ungarico, tenendo comizi nelle maggiori città italiane e pubblicando articoli interventisti su giornali e riviste.
Come è noto, il 24 maggio 1915 l'Italia entra in guerra. Battisti si arruola volontario. Durante l'offensiva italiana per la conquista del Monte Corno, occupato dagli austriaci, viene fatto prigioniero e ben presto identificato. Gli austriaci lo portano quindi a Trento, dove viene incarcerato. Battisti venne trasportato lungo le strade di Trento a bordo di un carretto, in catene e circondato da soldati. L'irredentista italiano fu bersaglio di sputi e offese. Giunto al Castello del Buonconsiglio venne processato ma non si abbassò mai alle scuse, né rinnegò il suo operato e ribadì invece la sua piena fede all'Italia. Respinse l'accusa di tradimento a lui rivolta e si considerò a tutti gli effetti un soldato catturato in azione di guerra. Alla pronunzia della sentenza di morte mediante capestro per tradimento, Battisti prese la parola e chiese, invano, di essere fucilato invece che impiccato, pe
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L'anno inquieto della Cina
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Lillo Maiolino
L'acre odore della polvere da sparo, lasciata dai fuochi d'artificio preparati in occasione della consueta festa di primavera, non si è ancora diradato nei cieli di Cina. La ricorrenza è una delle più attese per milioni di cinesi in patria e nelle diverse parti del mondo, oltre che in altre nazioni dell'Estremo Oriente, e coincide con il Capodanno, ovvero la prima luna dell'anno in base al calendario orientale lunisolare. Parallelamente, per l'astrologia cinese, l'evento segna il passaggio dal segno del topo a quello del bue. Ma i prossimi mesi, una volta concluso anche l'epilogo della festa delle lanterne, saranno molto impegnativi per la Repubblica popolare alla ricerca di conferme o bisognosa di cambiamenti forzati causati dalla crisi internazionale e, di riflesso, dalla congiuntura interna che genera sempre più poveri e disoccupati. Il rapporto annuale pubblicato nelle prime settimane del 2009 - occidentale - dalla rivista «Outlook» («Liaowang») e diffuso dall'agenzia di stampa statale «Xinhua» non è confortante e suscita stupore, per una volta, che organi di stampa vicini o controllati direttamente dallo Stato siano così chiari.
A causa della contrazione dell' «export» - sul quale le aziende cinesi fondano gran parte dei loro profitti, provocato della caduta delle commesse dall'estero - la disoccupazione urbana ha toccato il 12 per cento e, per il 2009, si registrerà un'impennata di almeno altri due punti percentuali. I salari dei lavoratori rimangono bassi. Secondo quanto affermato dal consigliere di Stato Chen Quansheng al China Economic Weekly, «le piccole aziende che hanno chiuso nelle diverse regioni del Dragone sono 670 mila, quelle grandi non assumono più e si registrano 6,7 milioni di disoccupati», i quali sono stati spediti a casa o nelle campagne, da dove provenivano, senza alcun tipo di sussidio.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il panorama non è florido nemmeno nel settore agricolo, dove almeno 10 milioni di contadini e operatori sono rimasti senza lavoro. Questi sono solo i dati dei lavoratori in regola, è impossibile compilare statistiche per i milioni di impiegati in nero. A scalpitare sono soprattutto gli immigrati e i neo laureati alla ricerca del primo impiego: una coda di 7 milioni di speranzosi che non riescono a trovare occupazione. Un elemento quest'ultimo che, ripercorrendo a ritroso la Storia, non fa dormire sonni tranquilli al presidente Hu Jintao e ai suoi ministri: la rivolta, infatti, di piazza Tienanmen, della quale proprio quest'anno ricorre il ventesimo anniversario (giugno 1989), partì proprio dagli universitari i quali vennero macellati dai cingolati comunisti perché «rei» di chiedere riforme al regime. Fin ora solo il municipio di Shanghai ha promosso un programma di sussidi per i lavoratori immigrati e i neo laureati. La crisi ha investito pesantemente l'area tessile dello Yangtze (uno dei capisaldi dell'economia cinese) e si è diffusa nello Jiangsu.
I focolai di protesta si alimentano, come è avvenuto a Chongqing, città della Cina meridionale, con un'alta densità di immigrati anche non regolari; malumori che ingrossano pure per colpa dei metodi repressivi della polizia, a causa della dilagante corruzione negli ambienti statali e per protestare contro l'arbitraria confisca di terreni. «La corruzione è contrastata dal governo centrale - spiega ad Asianews Zhou Tianyong ,studioso della Scuola del Partito comunista a Pechino - ma il fenomeno si concentra soprattutto all'interno delle amministrazioni locali». Tianyong vede con scetticismo anche la manovra da 4 mila miliardi di yuan presentata dall'esecutivo a novembre: «Sembra solo un palliativo, poiché gran parte degli investimenti previsti sono destinati alle grandi opere, infrastrutture che creeranno posti di lavoro solo temporanei».
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Un quadro non rassicurante, quello della Cina nel 2009, che rimpingua la campagna di «Charter ‘08», attivata e animata negli ultimi mesi da numerosi dissidenti ed attivisti. Nei calcoli redatti dal rapporto di «Outlook» si parla di almeno 33 milioni di nuovi posti di lavoro da creare per risollevare la situazione. Il governo per adesso prevede il potenziamento degli strumenti statistici per il monitoraggio del settore lavoro e la distribuzione di incentivi a coloro che vogliono avviare una nuova attività commerciale, con l'organizzazione di corsi di formazione gratuita per i disoccupati.
Inoltre, come spiega il giornalista Huang Huo (curatore del Rapporto) la Cina punta ad un incremento dell'8 per cento del Pil nell'anno appena iniziato, dato che si traduce nella possibilità di fare nascere 8 milioni di nuovi posti di lavoro nel Paese. Le previsioni indicano, però, nei prossimi mesi un Pil attestato al 7,5 per cento, un dato ancora inferiore rispetto al già magro - per gli standard cinesi - più 9 per cento registrato nell'ultimo trimestre del 2008.
Il presidente Jintao punta, infine, ad un aumento delle riserve valutarie (più 17 per cento nel 2009) e dei prestiti, in modo da potere rafforzare il consumo interno e fare respirare il settore depositi e prestiti. Nella direzione del settore dei prestiti finanziari sono concentrati gli sforzi di «People's Bank of China», la quale si sta impegnando per irrobustire la liquidità del comparto.
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Eurasia, Terza Roma, o Terzo Occidente? Se a Mosca torna l'«ideologia»
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
di Andrea Forti
La gravissima crisi economica internazionale, che ha toccato anche la Federazione Russa, particolarmente colpita dal crollo dei prezzi del greggio, ha fatto riscoprire presso l'establishment di Mosca il bisogno di un'«ideologia», intesa ovviamente non come apparato dogmatico, quale era l'ortodossia marxista-leninista dei tempi sovietici, ma come una visione del mondo condivisa che dia un senso alla vita nazionale, un «voler essere qualcosa» che preceda come condizione necessaria l'«essere qualcosa». In questi ultimi mesi abbondano i seminari e le attività culturali sponsorizzate dal partito Russia Unita, o da altre fondazioni vicine al governo, dedicate all'individuazione di una «ideologia nazionale» che consenta alla Russia di superare il grave momento di crisi che sta attraversando e di mantenere la propria specifica «forma» nazionale e culturale. In uno di questi ultimi incontri, organizzato il 30 dicembre dell'anno appena trascorso dal Club Statale Patriottico di Russia Unita, è emersa la consapevolezza che, per superare la crisi «il paese ha bisogno di un'ideologia di speranza e di forza spirituale, di una mobilitazione generale... e di investimenti nella cultura nazionale».
Questo ritrovato interesse per la dimensione ideale della politica coincide con un momento critico dell'economia mondiale, che rischia di mettere in forse quello che era stato il vero pilastro della politica di rinascita nazionale di Vladimir Putin: la crescita economica. Se la Russia non riuscisse a mantenere gli elevati tassi di crescita sostenuti fino al 2008, si indebolirebbe la ragione principale dell'elevata popolarità del sistema di governo di Putin-Medvedev, che si fondava appunto sulla promessa, in parte mantenuta, di sollevare la Russia dal disastro degli anni '90; per questa ragione ora più che mai il paese ha bisogno di una nuova ideologia nazionale, di un soft power che arricchisca di contenuti l'hard power della potenza militare ed energetica.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Per quanto un certo tipo di informazione ci abbia erroneamente abituati a pensare il contrario, l'«era Putin» non ha coinciso con il ritorno del nazionalismo russo, e questo non perché il potere non utilizzi una certa dose di retorica nazional-patriottica ma perché, a ben vedere, il nazionalismo russo non se ne era mai andato, neppure durante i disastrosi anni di Eltsin (si veda la prima guerra in Cecenia, l'opposizione alla guerra del '99 contro il Kosovo e la sistematica opposizione in sede Onu alle sanzioni all'allora Iraq di Saddam). Il nuovo corso di Putin - riorganizzazione economica e pugno di ferro - ha certamente aumentato nei russi l'orgoglio per il proprio paese, ma difficilmente si potrebbe dire che ha esacerbato il loro nazionalismo, anzi, tutt'altro: nella nuova Russia sicura di sé e del proprio ruolo internazionale l'appoggio elettorale a formazioni ultranazionaliste è scemato rispetto agli anni '90, quando la prima forza politica del paese erano i nazional-comunisti di Zjuganov, ora ridotti all'opposizione e alla marginalità politica.
Quello che, secondo molti intellettuali, a partire dal compianto Alexandr Solzhenitsyn, è mancato nella rinascita russa degli ultimi anni, è proprio un'idea nazionale, da non confondere con la retorica nazionalista, che fosse in grado di dare una forma a una crescita economica niente affatto scontata e che soprattutto risultasse più efficace della vaga definizione di «democrazia sovrana» data dal consigliere presidenziale Vladislav Surkov all'attuale sistema politico russo.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
La nuova «ideologia nazionale» di cui si dibatte in questi ultimi anni prende necessariamente le mosse dalla natura fondamentalmente eurasiatica della Russia, dalla sua posizione cioè di paese slavo ortodosso, e quindi europeo, ma di fatto esteso fino ai confini della Cina e dell'Asia Centrale. Negli anni '90, all'indomani del crollo dell'Urss, andò per la maggiore il cosiddetto neo-eurasismo, quella visione, impersonata da intellettuali come Alexandr Dugin, che concepisce la Russia come civiltà autonoma tanto dall'Asia che dall'Europa, vista sopratutto quest'ultima come inevitabilmente e radicalmente estranea al carattere nazionale russo; secondo gli eurasisti radicali la Russia dovrebbe allontanarsi dall'Europa per stringere un'alleanza con le nuove potenze asiatiche come l'India e la Cina, spostando ulteriormente ad Oriente la prospettiva eurasiatica.
Questa visione, seppur ancora presente in determinati circoli nazional-comunisti, è in questi ultimi anni piuttosto in crisi, visto il fatto che se è vero che la Russia non è un paese interamente europeo, è altrettanto vero che l'alterità rispetto all'Asia è ancora più radicale e che la Russia deve affrontare, oltre alle pressioni statunitensi, anche quelle della Cina, che con il suo dinamismo economico e demografico rischia concretamente di conquistare, con investimenti e immigrazione, l'estremo oriente siberiano. L'opzione eurasiatica mostra tutti i suoi limiti se pensiamo che le stesse potenze asiatiche (Cina e India) non sono assolutamente disposte a rinunciare agli ottimi rapporti, economici, politici e persino militari, che intrattengono con gli Usa per costruire fumosi progetti eurasiatici, specialmente ora che la nuova amministrazione Obama sembra interessata ad approfondire la dimensione «oceanica» (del Pacifico) degli Stati Uniti intensificando i rapporti con la Cina e l'Asia in generale.
Le concezioni oggi prevalenti presso gli ideologi vicini al potere, o comunque di orientamento nazional-conservatore, rigettano tanto l'occidentalismo, associato ai fallimentari anni '90, che il neo-eurasismo, preferendo parlare della Russia come di un'autonoma civiltà basata sulla propria identità slava e cristiano-ortodossa ma non per questo aliena all'Europa. Secondo alcuni di questi ideologi, come Arkadij Maler del circolo Severnyj Katekhon (Katechon del Settentrione), la Russia non solo non deve «perdersi» nell'Asia, come vorrebbero i neo-eurasisti, ma rappresenta al contrario la «vera Europa», dopo che quella occidentale romano-germanica ha abdicato a se stessa disperdendosi nel mare della globalizzazione «anglosassone».
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Secondo un altro intellettuale russo vicino al Cremlino, Vitalij Tret'javov, la Russia rappresenta addirittura il terzo polo dell'Occidente, dopo l'Europa e l'America vista come emanazione europea (Usa e Canada), ed è solo riconoscendo questo ruolo di «Terzo Occidente» alla Russia, senza isolarla o cercare di assimilarla, che l'Occidente potrà salvarsi dalla decadenza.
Segej Karaganov, accademico e presidente del Praesidium del Consiglio per la politica estera e di difesa, individua nella cooperazione, specialmente economica, con l'Asia un elemento essenziale per la politica russa, che comunque non deve perdere di vista il fatto che «non esiste... alternativa all'avvicinamento politico e sociale all'Europa, culla di quanto vi è di meglio nella civiltà russa... Senza l'Europa non saremmo russi e perderemmo la nostra identità».
Anche gli ambienti intellettuali e politici vicini al Cremlino si stanno evidentemente accorgendo che le sfide a lungo termine che deve affrontare la Russia sono le medesime dell'Europa, e cioè la necessità di arginare il declino politico, economico e persino demografico di fronte alle sfide lanciate dalla ben più dinamica Asia e dal «new deal» della nuova amministrazione americana, che prevedibilmente rafforzerà la partnership sino-americana a scapito del Vecchio Continente. Lo sciovinismo anti-euopeo (speculare alla russofobia) o le illusioni solipsistiche neo-eurasiatiche, per quanto possano affascinare, non porteranno alcun vantaggio né alla Russia né all'Europa, e di questo ne hanno preso coscienza tanto le leadership russe che governi europei come quello italiano, in prima fila da anni nel riannodare quegli antichi legami intercontinentali che neppure il totalitarismo comunista è riuscito evidentemente a obliare.
In questa particolare congiuntura assume un importante significato l'esortazione del presidente Berlusconi al neo-eletto Barack Obama di includere la Russia nel sistema di governance globale, una necessità per l'Europa, e per il suo futuro, prima ancora che per la Russia.
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Geithner, il ministro del Tesoro di Obama che non paga le tasse
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Cristiano Bosco
Timothy Franz Geithner, classe 1961, è la persona designata dal nuovo presidente americano Barack Obama per prendere il testimone di Henry Paulson e guidare il Dipartimento del Tesoro per i prossimi quattro anni. Un ruolo fondamentale nella nuova amministrazione, probabilmente il più importante, in un paese che attraversa una delle peggiori crisi economiche dell'ultimo mezzo secolo. Nono presidente della Federal Reserve Bank of New York dal 2003, vice presidente del Federal Open Market Committee (organismo della Banca Centrale americana che ha il compito di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Usa), Geithner, non affiliato ad alcun partito, è considerato da Obama l'uomo giusto per portare a compimento le misure necessarie per traghettare gli Stati Uniti fuori dalla situazione di emergenza.
C'è solo un particolare non trascurabile, emerso nel corso delle audizioni al Senato per la sua conferma, che macchia il suo prestigioso curriculum: Geithner è stato un evasore fiscale. Come messo in evidenza dalla commissione del Senato incaricata di confermare la nomina effettuata da Obama, in seguito a indagini effettuate dallo stesso team che ha gestito la transizione, Geithner non ha pagato le tasse dal 2001 al 2004, per un totale di 34 mila dollari non versati nelle casse dello Stato. Pagamenti mancati quando egli era impiegato presso il Fondo Monetario Internazionale, ai quali si è aggiunta, nel corso delle ricerche effettuate dall'efficientissimo IRS (Internal Revenue Service, agenzia federale che si occupa della riscossione delle tasse e che, paradossalmente, sarebbe controllata dallo stesso Geithner, in caso di conferma), la breve assunzione, nel 2005, di una donna delle pulizie dal permesso di soggiorno scaduto. Elementi non gravi e, sicuramente, involontari, come affermato dal democratico Max Baucus, a capo della Commissione Finanze del Senato, che ha parlato di «errori non intenzionali» e di «sbagli onesti», ma che hanno fatto sollevare più di una protesta da parte di opposizione e media. L'uomo di cui Barack Obama ha elogiato la «straordinaria comprensione della attuale crisi economica, in tutta la sua profondità, complessità e urgenza», più che illustrare le proprie idee per portare l'economia della nazione nuovamente sui giusti binari, si è trovato di fronte a membri del Senato per spiegare il perché dei mancati pagamenti delle tasse e per dimostrare di aver già pagato quanto dovuto, seppur in ritardo, con gli interessi.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
I senatori repubblicani Jim Bunning (Kentucky) e Jon Kyl (Arizona) sono stati tra i primi a reagire negativamente alla notizia, rallentando i lavori per la conferma di Geithner da parte della Commissione, poi comunque avvenuta con 18 voti a favore e 5 contrari. Dalla sua parte, invece, oltre al presidente Obama, che ha difeso la propria scelta declassando come «errori comuni» quanto fatto dal suo prescelto a segretario del Tesoro, anche i senatori repubblicani Lindsay Graham (South Carolina), che lo ha definito «molto competente» e «la persona giusta» per il ruolo affidatogli, e Orrin Hatch (Utah), che ha parlato di «una svista che ogni essere umano può commettere». A pensarla diversamente, oltre ai succitati senatori (cui si è aggiunto anche il repubblicano Mike Enzi del Wyoming), numerosi esponenti della galassia conservatrice a stelle e strisce. Newt Gingrich, storico Speaker of the House degli anni '90, si è stupito che l'IRS non abbia multato Geithner: «Chiedete ai piccoli imprenditori quanti di loro pensano di poter evitare il pagamento delle tasse per sette anni senza essere multati». Sulle medesime posizioni l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee e i giornalisti di Fox News Geraldo Rivera e Glen Beck, i quali hanno chiesto a Geithner di ritirare la propria candidatura a causa dei problemi di credibilità. Tra i critici più duri, l'opinionista conservatrice Michelle Malkin, la quale, dal suo sito web, ha tuonato: «Obama difende qualcuno che dovrebbe controllare l'IRS, ma che non avrebbe le qualifiche per essere assunto dall'agenzia».
L'entità della crisi economica, tuttavia, fa passare in secondo piano i trascorsi con il fisco del candidato a segretario del Tesoro. «In tempi più tranquilli, sarebbe stato messo da parte» ha dichiarato il politologo Ross Baker della Rugers University: l'emergenza della situazione permette invece di sorvolare sulla questione, «così come Abramo Lincoln fu disposto a ignorare i problemi di alcolismo del generale Ulysses S. Grant poiché si trattava di un ottimo comandante». Jonah Goldberg, editorialista del Los Angeles Times, fa notare che, per il non pagamento di una quantità alquanto minore di imposte, ovvero poco più di mille dollari, i media di tutta America si scagliarono sul celeberrimo «Joe l'Idraulico» la scorsa estate. Una audace reporter, nel corso di uno dei quotidiani briefing con la stampa presso la Casa Bianca, si è azzardata a paragonare Timothy Geithner a Wesley Snipes, attore di film d'azione che rischia il carcere per il mancato pagamento delle tasse, chiedendo se l'eventuale nomina di Snipes a segretario del Tesoro gli avrebbe potuto evitare la galera. «Il presidente chiede all'IRS di essere più indulgente con tutti gli americani in futuro, se affermeranno di non essersi accorti di non aver pagato le tasse e di essere dispiaciuti?» è stata una domanda che ha messo in serio imbarazzo Robert Gibbs, portavoce ufficiale della nuova amministrazione. E che, sebbene non sembri importare ai rappresentanti del Senato, può mettere in serio dubbio la credibilità di colui che, negli anni a venire, dovrà gestire l'economia americana.
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Il mondo è cambiato, la sinistra no
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Raffaele Iannuzzi
Uno si domanda, legittimamente: ma perché la sinistra, nel suo complesso, dai comunisti ai democratici veltroniani e non veltroniani, è ridotta così male? Perché è così prossima alla canna del gas? D'accordo, le abbiamo pensate tutte. C'è la nemesi degli ex comunisti, i quali, dopo aver distrutto Craxi, si sono ritrovati squassati dalla loro questione morale interna, capillarmente diffusa da nord a sud. C'è poi l'arroganza di chi crede di appartenere ad una classe eletta, scelta per la salvezza del mondo, dunque permangono residui di tracotanza, che rendono grotteschi certi comportamenti di D'Alema e comici i gesti di Veltroni, i suoi sermoni sull'Africa, i suoi sforzi di apparire quel che non è, giovane e forte, mentre è incartapecorito e debolissimo. Va bene, tutte cose che sapevamo già, avevamo già messo nel conto. Io scrissi, in tempi non sospetti, che il Pd era nato morto, un aborto coi fiocchi, in piena regola e igiene (sanitaria), ma allora, anche nel centrodestra, vi erano i sostenitori tattici del Pd, di cui si diceva che avrebbe riequilibrato il sistema politico ed istituzionale. Come nessuno l'ha mai detto, però il mantra di quei tempi - lo ricordo bene - era questo. Cicchitto sottolineò un dato importante, che faremmo bene, anche oggi, a trattenere nella memoria: il Partito Democratico è già stato fatto; con Forza Italia, sintesi eclettica - se vogliamo - di cattolici, socialisti e liberali. Provocazione utile e suggestiva, con un alto tasso di attualità. Ciò detto, torniamo alla domanda di fondo: perché la sinistra, di ogni genere e cespuglio, è così allo sbando? «Il mondo è cambiato» si legge su un manifesto del Pd, a Roma, con il faccione di Obama stampigliato a mo' di nume tutelare. Ma voi del Pd quando cambiate? Ecco la domanda di fondo e qui sta la risposta o, almeno, una delle possibili risposte, magari non l'unica.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il mondo è cambiato e la sinistra è rimasta lì ad usare i cambiamenti come clave ideologiche, da usare contro il nemico, Berlusconi, senza domandarsi a quale tipo di compito essa si sarebbe dovuta offrire. Non si può dire che la sinistra e i giovani di sinistra non sappiano usare gli strumenti tecnologici o che non si rendano conto che il «bel sol dell'avvenire» fosse patrimonio quasi genetico dei nonni e forse neanche più dei padri, eppure, nonostante ciò, fischiano Fini e continuano a dargli del fascista, così, come sputare per terra, con accento uterino, da cane di Pavlov, senza sottoporre a critica pensieri ed atteggiamenti. Il sociologo Ricolfi scrisse qualche anno fa un fortunato saggio sul perché la sinistra fosse così antipatica e leggerlo o rileggerlo sarebbe un esercizio utile. Il complesso dei migliori ottunde la mente ed acceca di fronte alle evidenze, le quali, crescendo, ti sormontano fino a schiacciarti e si arriva ad oggi, nella perfetta inutilità di tattica e strategia: la realtà «è più avanti», come cantava Gaber alcuni decenni fa. Gaber cantava anche «Qualcuno era comunista», con toni a metà tra il canzonatorio e l'apologetico, con risultati estetici formidabili. Ma, appunto, tutti cantavano la sinistra, il comunismo, il «bel sol dell'avvenire» ormai oscurato dal grigiore del nulla, eppure nessuno riusciva a spendere una parola vera su questa più che secolare vicenda: perché la sinistra è finita? O sta finendo così male?
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Forse dovremmo chiedere aiuto alla realtà, ai fatti, che parlano più di mille parole. Prendiamo il caso Ichino, con i brigatisti che gli urlano «massacratore degli operai», con la solita preoccupazione per chiunque si occupi professionalmente di lavoro e diritto del lavoro, in Italia, perché rischia la pelle, come ha sottolineato Brunetta. Una sinistra decente e soprattutto nuova, come il mondo di Obama, sarebbe insorta e senza troppi distinguo, proprio perché l'esperienza di Biagi docet. Invece no, a Milano né Rifondazione Comunista o quel che ne rimane, né i Comunisti Italiani hanno fatto una piega, nessuna solidarietà al professor Ichino, oggi anche parlamentare: l'album di famiglia degli anni '70 ritorna, non c'è niente da fare.
Ecco, allora, che qualcosa, nella nebbia, si fa più riconoscibile: il profilo di un cadavere che cammina, attaccato ai corpi dei viventi, ma senza più la speranza di avere vita autonoma. Il Pd è nato morto, i comunisti vivono una specie di Second Life virtuale. Così messa, non doveva, forse, morire la sinistra?
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Caso Battisti: l’Italia non accetta lezioni di democrazia
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Antonio Maglietta
La richiesta del procuratore generale brasiliano alla Corte suprema di archiviare il processo di estradizione di Cesare Battisti è «inaccettabile» ed è per questo motivo che il Governo italiano ha deciso di richiamare l'ambasciatore a Brasilia. E' quanto ha spiegato martedì il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a margine di un convegno sulla Shoah.
Per il titolare della Farnesina, quella del procuratore Antonio Fernando de Souza è stata una «decisione molto grave» perché l'Italia aveva «auspicato un ripensamento, una riflessione approfondita». «Il fatto di decidere soltanto dopo 48 ore senza avere valutato con quella profondità che avevamo auspicato - ha osservato - ci sembra un po' un "non voler decidere" e coprire pienamente e semplicemente la decisione politica del ministro della Giustizia» (Il 13 gennaio 2009, infatti, il Brasile ha deciso di accordare lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti. Il ministro della giustizia Tarso Genro ha motivato la decisione sul fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche, nonché sui dubbi espressi sulla regolarità del procedimento giudiziario nei suoi confronti. Il ministro della giustizia brasiliano aveva affermato, in una intervista al Folha de Sao Paulo, che: «una delle motivazioni principali nella concessione dell'asilo dimora nel fatto che il condannato non abbia avuto diritto alla difesa. Lo Stato italiano afferma che sì. Ma secondo il nostro giudizio, Battisti non ha avuto diritto ad una difesa ampia»).
«Questo - ha sottolineato Frattini - è inaccettabile, quindi convochiamo l'ambasciatore d'Italia qui a Roma per consultazioni sulla vicenda, voglio capire anche da lui quali sono le strade» da seguire. Il Brasile, ha detto ancora il ministro, è «un Paese amico dell'Italia da sempre». «Proprio per questo non ce lo aspettavamo, da qui - ha concluso Frattini - la gravità della nostra risposta».
L'ottima decisione di Frattini è stato un gesto inevitabile. L'Italia non può accettare passivamente lezioni di democrazia e la scelta del titolare della Farnesina formalizza in un atto l'indignazione degli italiani e dimostra la forte determinazione del governo sul punto in questione. Non è una questione di poco conto perché qui viene messa in discussione la credibilità della nostra democrazia e del nostro sistema giudiziario in materia di lotta al terrorismo interno. Cesare Battiti è un assassino che deve scontare la sua pena in Italia. Il giudizio su quello che ha fatto l'ex componente dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC) spetta al sistema giudiziario del nostro paese (che peraltro si è già espresso) e certamente non ad altri.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Lo stesso Battisti, all'epoca della sua latitanza in Francia, presentò un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro la sua estradizione in Italia che venne dichiarato inammissibile dalla stessa Corte nel dicembre del 2006 in quanto manifestamente infondato (INFORMATION NOTE No. 92 on the case-law of the Court December 2006 http://www.echr.coe.int/Eng/InformationNotes/INFONOTENo92.htm, Battisti-France, Decision 12.12.2006 - Section II. La stessa Corte motivò così la sua decisione: «The applicant had patently been informed of the accusation against him and of the progress of the proceedings before the Italian courts, notwithstanding the fact that he had absconded. Furthermore, the applicant, who had deliberately chosen to remain on the run after escaping from prison, had received effective assistance during the proceedings from several lawyers specially appointed by him. Hence, the Italian and subsequently the French authorities had been entitled to conclude that the applicant had unequivocally waived his right to appear and be tried in person. The French authorities had therefore taken due account of all the circumstances of the case and of the Court's case-law in granting the extradition request made by the Italian authorities: manifestly ill-founded)».
Qualificare Battisti come un perseguitato politico non è solo un atto di per sé vergognoso ed oltraggioso per le istituzioni italiane ma è un vero e proprio insulto alle vittime del terrorismo in Italia. Forse le autorità brasiliane non hanno calcolato bene il pericolo della strada intrapresa con la decisione assunta sul caso-Battisti visto che il Brasile corre il rischio di trasformarsi in terra di sicuro rifugio per i terroristi di tutto il mondo. E' bene sapere poi chi sta con chi e cioè chi decide di salvaguardare gli interessi delle famiglie delle vittime del terrorismo e chi, invece, quelle dei carnefici peraltro mai pentiti.
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Da Tunisi a Dachau. L'Olocausto dimenticato
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Anna Bono
Un modo per onorare il giorno della Memoria può essere la lettura del libro di Robert Satloff, Tra i giusti. Storie perdute dell'Olocausto nei paesi arabi, pubblicato in Italia lo scorso anno dalla casa editrice Marsilio. Satloff è il direttore del Washington Institute for Near East Policy, una fondazione americana specializzata in questioni relative al Medioriente. Dopo l'11 settembre ha trascorso quattro anni a Rabat, Marocco, per svolgere una ricerca su un aspetto poco noto dell'Olocausto: le persecuzioni di cui furono vittime centinaia di migliaia di ebrei residenti nei paesi arabi. In particolare ha raccolto una interessante documentazione sulla sorte di quelli residenti nella colonia libica italiana e nei possedimenti nordafricani della Francia: la colonia algerina e i due protettorati confinanti, il sultanato del Marocco e il principato di Tunisia.
Nel periodo di tre anni che va dalla capitolazione della Francia, nel giugno del 1940, al ritiro delle truppe tedesche dalla Tunisia, nel maggio del 1943, i cittadini ebrei di quei territori furono privati della cittadinanza, subirono la confisca di proprietà immobiliari, gioielli, denaro e altri beni, persero le attività economiche da cui ricavavano di che vivere e furono costretti a lavori forzati. Alcune migliaia vennero inoltre deportati nei campi di sterminio europei e uccisi: un numero relativamente contenuto non perché non fosse prevista anche per loro la «soluzione finale», ma per i limiti logistici posti da un difficoltoso trasporto via mare. Molti di più perirono di fame, malattie, torture, lavori sfibranti negli oltre 100 campi di lavoro e punitivi allestiti nel deserto del Sahara.
Il calendario delle persecuzioni si può dividere in tre fasi, spiega Satloff: l'applicazione della politica dell'«antisemitismo di stato» a tutti i territori francesi nordafricani da parte del regime di Vichy; l'imposizione di misure legislative sempre più dure nei confronti degli ebrei in Libia per ordine del regime fascista italiano; l'occupazione tedesca della Tunisia, durata sei mesi. «Se le truppe alleate non avessero cacciato i tedeschi dal continente africano nel 1943, due anni prima della caduta di Berlino, gli ebrei marocchini, algerini, tunisini, libici e fors'anche egiziani e palestinesi, ebrei appartenenti a comunità vecchie più di 2.000 anni, sarebbero quasi certamente andati incontro allo stesso destino riservato ai loro fratelli europei» io - sostiene Satloff: pagina dopo pagina, le testimonianze e i dati da lui raccolti lo dimostrano.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Ma il suo libro rende conto di un altro aspetto della realtà dell'Olocausto: la presenza in questi paesi, come in tutti quelli che ne sono stati scenario, di persone che hanno scelto di soccorrere degli ebrei e di salvarne la vita, a rischio della propria. Tra questi, spiccano figure come quella di Si Ali Sakkat, appartenente a una nobile famiglia tunisina discente in linea diretta dal profeta Maometto. Nel 1943, nella sua ricca proprietà terriera dove si era ritirato con la moglie a fine carriera, dopo essere stato sindaco di Tunisi e Ministre de plume et de consultation a corte, accolse, ospitò e nascose per mesi una sessantina di ebrei fuggiti da Zaghouan, uno dei peggiori campi di lavoro del paese. In un'altra proprietà terriera, vicino alla città tunisina di Mahdia, trovarono scampo fino alla fine dell'occupazione tedesca altri 20 ebrei, grazie a Khaled Abdelwahhab, il figlio di un ricco possidente noto anche per la sua erudizione. Khaled era molto amico dei coniugi Odette e Jacob Boukris. Già dispiaciuto di vederli costretti a vivere in una fabbrica di olio d'oliva, dopo aver perso tutto ed essere stati cacciati di casa dalle truppe tedesche, venne a sapere che per di più un ufficiale aveva messo gli occhi su Odette e che intendeva portarla in un bordello per farne la sua amante. Fu allora che prese la pericolosa decisione di nasconderla, insieme ai suoi familiari e agli altri ebrei che vivevano nella fabbrica, e si presentò una notte offrendo il rifugio della propria fattoria.
Forse qualche arabo di cui Satloff ha ricostruito la storia potrebbe aggiungersi al numero dei «giusti tra le nazioni». È triste pensare che oggi però, nell'attuale clima di violenta ostilità a Israele, conferire a un arabo questa onorificenza potrebbe decretarne la condanna a morte.
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Si semplificano le comunicazioni scuola-famiglia
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Francesco Pasquali
Il Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha annunciato che entro un anno le notizie sui comportamenti degli studenti, sulle assenze e sui voti conseguiti potranno essere comunicati direttamente alle famiglie tramite web o sms. Si tratta di un esperimento già avviato in alcuni istituti e che, visti i risultati eccellenti sinora ottenuti, sarà esteso su tutto il territorio nazionale anche in collaborazione con il Ministero della Pubblica Amministrazione.
Si tratta di un provvedimento che va nella giusta direzione ed al passo con i tempi. In una società sempre più informatizzata come è quella attuale è naturale che anche le scuole si adeguino progressivamente alle nuove tecnologie e modernizzino, ove possibile, i sistemi di comunicazione con i genitori. La tecnologia non sostituirà integralmente la carta visto che non tutte le famiglie possono ancora usufruire di un collegamento ad internet, ma sarà un servizio aggiuntivo, moderno ed avanzato che le scuole potranno offrire a chi deciderà di volerne usufruire.
Si tratta di uno strumento realmente utile per i genitori, che potranno essere così maggiormente coinvolti nell'educazione e nel percorso scolastico dei propri figli e potranno seguirne, in tempo pressoché reale l'andamento scolastico, i risultati ed i progressi ottenuti. Soprattutto nel caso di difficoltà essere avvisate in modo tempestivo ed immediato permetterà alle famiglie di intervenire subito per cercare di risolvere i problemi in modo più efficace e veloce.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
La scuola che informa con un sms se gli studenti non vanno alle lezioni è una misura di fondamentale importanza. Bene ha fatto il ministro Gelmini a proporla: per troppo tempo si è parlato di una scuola poco o nulla raccordata con i genitori, di una scuola che non contribuisce in modo adeguato all'educazione dei ragazzi. Fornire alle famiglie uno strumento nuovo per seguire più da vicino la vita scolastica dei figli è un segno di sensibilità e di modernizzazione che va nella giusta di direzione di modernizzazione di cui il sistema ha bisogno. Aiutare i genitori ad imprimere il valore dell'impegno e del rispetto delle regole è un ruolo fondamentale che, finalmente, gli istituti inizieranno a svolgere in modo più concreto e moderno. In alcuni licei della Capitale in cui sono stati adottate simili procedure il numero delle assenze è notevolmente diminuito e le famiglie hanno dimostrato un forte apprezzamento.
Internet ovviamente non dovrà sostituire del tutto i rapporti personali tra docenti e genitori che rimangono un momento fondamentale di scambio e di confronto nell'ambito del processo formativo degli studenti, ma certo questa rivoluzione digitale porterà maggiore immediatezza e semplificherà indubbiamente le comunicazioni scuola-famiglia. Quanti a sinistra criticano questo provvedimento di buon senso, si dimostrano ostaggi di pregiudizi ideologici che rischiano solo di danneggiare il confronto politico.
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NASCE IL PDL
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Gianni Baget Bozzo
Il Pdl nasce per fondere due diverse identità. Forza Italia esprime una forza politica nata dal rapporto diretto tra il leader e gli elettori ed è costituita da un insieme di persone di diversa cultura e di diversa storia. E' un partito della società postmoderna, in cui non esistono affiliazioni permanenti né fedeltà strutturate. Questo non toglie la permanenza del rapporto tra gli elettori e il partito. La storia di Forza Italia, pur con alterne fortune e ondeggiamenti inconsueti tra un risultato elettorale e l'altro, mostra che il rapporto personale tra leader e popolo può essere un fatto durevole. Berlusconi ha prodotto sia Forza Italia che il Popolo della Libertà con un'iniziativa individuale, e appunto per questo popolare. Ciò indica l'essenza del partito postmoderno, che in Italia ha fatto la sua comparsa con Berlusconi, ma che è presente anche nel carattere personale della leadership negli altri paesi occidentali.
Alleanza Nazionale ha una lunga storia di partito moderno. Ma anch'essa si è adeguata al modello personale, divenendo il partito di Gianfranco Fini, con una fiducia nel leader andata ben oltre i rapporti statutari. Divenendo anch'essa un partito personale, la destra democratica italiana è entrata nell'avventura berlusconiana, ne ha seguito le evoluzioni, ivi compreso il passaggio al Popolo della Libertà, all'inizio ritenuto da An un grave errore.
Il Pdl rimane un partito del leader e del popolo, anche se sarà obbligato ad avere, grazie alla pressione di Alleanza Nazionale, quel radicamento territoriale che a Forza Italia è mancato. Nel Popolo della Libertà vi è di più dell'inserimento nel Partito Popolare europeo. E' una storia diversa. Vi è la combinazione tra un partito nato dalla comunicazione televisiva, e quindi capace di innovarsi ad ogni elezione mantenendo però intatta la figura del leader, e un partito moderno, che pure ha cambiato interamente identità storica, divenendo formalmente antifascista e disposto a cercare anch'esso un'identità col popolo che lo vota, rinnovandosi ad ogni elezione.
Il partito ideologico è finito e il partito postmoderno è il partito del leader, esprime nella sua figura le diversità che compongono un popolo. Per questo il nome del Pdl non è un nome di partito, ma il nome del suo riferimento massimo: il corpo elettorale, il popolo che vota. Combinare due storie così diverse in una sola forma politica non è facile, ma è una sfida diversa e ben più attuale della sintesi ideologica di vecchi partiti fatta nel Pd e che ora si avvia verso la sua crisi.
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mmigrazione - Guardare più lontano
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Arturo Diaconale
Non bisogna immaginare grandi risultati dal viaggio in Tunisia del Ministro dell’Interno Roberto Maroni. È possibile che il governo di Tunisi trovi qualche soluzione contingente al problema del rimpatrio degli oltre mille clandestini provenienti dal proprio paese sbarcati a Lampedusa. Ma è assolutamente certo che non sarà l’incontro con il suo collega di Tunisi a dare una risposta completa e definitiva al problema degli sbarchi continui sulle nostre coste di disperati in cerca di lavoro in Italia ed in Europa.
I mille di oggi sono solo una goccia di un flusso incessante che non riesce ad essere fermato in alcun modo. Può essere che Maroni ottenga senza grandi difficoltà il rimpatrio di quelli presenti attualmente nel centro di raccolta delle isole Pelagie. Ma tra una settimana, un mese ed in quelli successivi ci saranno altri sbarchi di clandestini provenienti non solo dalla Tunisia ma dalla Libia e da qualche altro paese della sponda Sud del Mediterraneo. Ed il problema si riproporrà in tutta la sua ampiezza e gravità.
Questo significa che la politica della maggiore fermezza adottata dal governo di centro destra rispetto a quella dell’apertura indiscriminata del governo di centro sinistra è totalmente fallita? Probabilmente un freno all’invasione incontrollata ed incontrollabile c’è stato. Ma è fin troppo evidente che questa politica della fermezza non è sufficiente. Per un paese che rappresenta il ponte naturale tra Africa ed Europa e ha tremila chilometri di coste nessun tipo di fermezza può essere sufficiente.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Anche a voler ripristinare le torri d’avvistamento del cinquecento, del seicento e del primo settecento ed a prendere a cannonate le barche in arrivo. La fermezza può frenare ma non risolve il problema di fondo. E lo stesso vale per la politica incentrata sugli accordi con i governi dei paesi da dove provengono gli immigrati in cui il compito di regolare il flusso dei clandestini viene affidato alle autorità delle zone di partenza dei barconi pieni di disperati. L’esempio dato dall’intesa con la Libia indica che aver delegato al Colonnello Gheddafi il compito di controllare e regolare il flusso degli immigrati verso l’Italia non ha risolto un problema ma ne ha sollevato due. Gli sbarchi non sono diminuiti. E, quel che è più grave, è stato offerto al Colonnello un comodo strumento di pressione nei nostri confronti. Non bastava il petrolio e l’Eni. Ora Gheddafi può aprire o chiudere a proprio piacimento il rubinetto dei clandestini e regolare il flusso sulla base delle proprie convenienze. Ma se né la fermezza, né gli accordi parziali sono sufficienti, quale può essere la politica in grado di regolamentare il fenomeno fino a renderlo utile e produttivo non solo per il nostro paese e per quelli da cui gli immigrati clandestini provengono ma anche per gli immigrati stessi? La risposta non è nelle intese parziali ma nella definizione del ruolo del nostro paese all’interno del Mediterraneo e tra Europa ed Africa. E, naturalmente, in tutte le conseguenze a cascata prodotte dalle definizione di tale ruolo. Recuperare la storica vocazione mediterranea dell’Italia significa prepararsi adeguatamente a quando, forse tra meno di dieci anni, i paesi africani saranno diventati come quelli asiatici ed avranno bisogno di utilizzare il ponte naturale rappresentato dal nostro territorio per far passare merci e persone da un continente all’altro. Significa, soprattutto, sostenere e favorire (in qualche caso anche guidare) gli sforzi di questi paesi tesi a bruciare le tappe per arrivare ad un simile traguardo. E significa, infine, inquadrare il problema dell’immigrazione clandestina all’interno di questo problema più ampio e più complesso. Incominciando, ad esempio, a trovare intese con i governi della sponda Sud per realizzare i centri d’accoglienza, di formazione e di smistamento della mano d’opera sui rispettivi territori. Non per bloccare alla fonte ma per regolare il flusso degli immigrati offrendo loro non l’incertezza e la disperazione che alimentano la criminalità ma la speranza e possibilità concrete.
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Intervista a Gaetano Quagliariello di Federico Dollina
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
E' intollerabile che in uno Stato democratico esista un Archivio Genchi
A sentirlo parlare (e non parlare) del nuovo caso del giorno, si capisce che freme. Non solo perché le implicazioni del cosiddetto "archivio Genchi" secondo Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del PdL al Senato e membro del Comitato di controllo sui Servizi segreti, a suo dire "vanno ben oltre quelli che sono i compiti istituzionali del Copasir, e richiedono una profonda assunzione di responsabilità da parte del Parlamento". Ma anche, e soprattutto, per mettere riparo a quella che definisce "una situazione di profondo squilibrio".
Senatore Quagliariello, perché parla di squilibrio?
"Perché ogni giorno siamo inondati dalle dichiarazioni del dottor Genchi e dei suoi 'difensori' che parlano, accreditano ricostruzioni, lanciano messaggi obliqui e forse velate minacce. E noi che al Copasir abbiamo avuto cognizione di ciò di cui si sta parlando, ma siamo vincolati al segreto, non possiamo replicare. Con la conseguenza che l'opinione pubblica potrebbe ricavare da tutto ciò una ricostruzione dei fatti quantomeno parziale".
La soluzione quale potrebbe essere?
"Mi sembra che i vertici del Copasir abbiano tenuto una condotta esemplare. Correttamente il comitato sta portando avanti il suo lavoro, e nei prossimi giorni procederà alle audizioni del caso. Nel frattempo i presidenti di Camera e Senato sono stati informati, e nella loro piena autonomia potranno valutare la situazione e assumere le determinazioni che riterranno più opportune".
Fermo restando il vincolo di riservatezza, può dirci cosa avete visto nell'archivio del Copasir al punto da suscitare tanto allarme?
"Tecnicamente, abbiamo potuto leggere le relazioni dei carabinieri del Ros relative all'attività del dottor Gioacchino Genchi in qualità di consulente della Procura della Repubblica di Catanzaro. E qui mi fermo. Nella sostanza, ci siamo trovati di fronte ad un materiale che pone seri interrogativi sulla libertà dei cittadini, sulla sicurezza dello Stato, e sulla guerra per bande all'interno della magistratura".
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
C'è chi sostiene che il contenuto dell'archivio Genchi era noto da tempo, ma sia stato tirato in ballo solo adesso da Berlusconi per agevolare una legge restrittiva sulle intercettazioni telefoniche...
"Quando i membri del Copasir, dal presidente Rutelli ai rappresentanti di maggioranza e opposizione, saranno liberi di ricostruire come sono andate le cose e come si è giunti alla situazione attuale, i complottisti che in questi giorni si agitano tanto dovranno chiedere scusa al Parlamento e al presidente del Consiglio".
Prima Telecom, ora Genchi. I "complottisti", come li chiama lei, potrebbero parlare di una "sottile linea rossa"... Ma c'è chi, come Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, accusa Berlusconi d'aver taciuto in un caso e di parlare molto nell'altro.
"Anche in questo caso la foga di gettare discredito sul premier induce alcuni solerti censori a produrre analisi quantomeno superficiali. Nel caso Telecom, infatti, si è trattato di investigazioni, certamente illegali, effettuate da un gruppo privato. E' vero che anche a causa del grande dispiegamento di mezzi economici messi in campo si è determinata la "penetrabilità" dei Servizi segreti. Ma in quel caso vi è stata la probabile violazione del codice penale da parte di determinate persone, private, a carico delle quali pende un procedimento giudiziario. Dunque, Berlusconi fa bene a lasciare che a pronunciarsi siano i magistrati che conducono l'inchiesta, ai quali va dato atto di aver evitato fughe di notizie che danneggiassero le persone coinvolte".
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Nel caso dell'archivio Genchi, invece?
"La situazione è profondamente diversa. Ci troviamo di fronte a una vicenda maturata interamente dalla parte dello Stato, attraverso il rapporto tra una Procura della Repubblica e un suo consulente. Non sappiamo ancora se il materiale che ci troviamo di fronte sia frutto di azioni lecite. In tal caso, credo che la situazione sarebbe ancora più inquietante".
Per quale ragione?
"Per parlar chiaro, se fosse vero, come sostiene ad esempio Antonio Di Pietro, che tutto è stato fatto nel rispetto della procedura vigente e previa autorizzazione dell'autorità giudiziaria, dovremmo chiederci se è tollerabile che in uno Stato che si presume libero e democratico vengano controllati "legalmente" i contatti telefonici dei vertici delle istituzioni, della sicurezza nazionale, della magistratura; e se una riforma che sia davvero di sistema non sia ancora più urgente".
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La rottamazione è un palliativo, contro la crisi servono interventi strutturali
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 6 della discussione
di Giovanni Lombardo
Oggi i rappresentanti dell’industria dell’auto incontrano il governo per decidere le misure di sostegno al settore, sulla scia di quanto sta avvenendo negli altri paesi europei. Allo studio c’è un nuovo programma di incentivi alla rottamazione e sostituzione delle vecchie autovetture per stimolare i consumi che negli ultimi mesi sono crollati a causa della crisi economica. L’incontro odierno è stato preceduto ieri sera da un vertice a Palazzo Chigi tra l’Esecutivo e i vertici della Fiat. Lunedì l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, ha confermato le stime allarmanti dei sindacati: senza interventi pubblici sono a rischio 60 mila posti di lavoro. Un impatto devastante in un comparto che produce l’11,4% del Pil nazionale, un gettito fiscale di 81 miliardi di euro ed è composto da 2.500 aziende che occupano 400 mila addetti, come ha ricordato ieri il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. È evidente, perciò, che sostenere il settore auto significa sostenere una bella fetta dell’industria italiana.
Intervenire in questo momento è necessario, ma bisogna avere la consapevolezza che la rottamazione, intesa come un mero programma di incentivi al rinnovo del parco circolante, rappresenta solo un palliativo contro gli effetti dolorosi della crisi in atto. Niente più. Perché i benefici sull’economia saranno di breve termine mentre le conseguenze sull’ambiente sono piuttosto incerte, come dimostrano alcuni studi effettuati in Europa e negli Stati Uniti. I provvedimenti di rinnovo del parco circolante hanno dunque una valenza industriale momentanea e circoscritta. E anche stavolta, come già successo in passato, la rottamazione servirà solo a fare fronte all’emergenza. Ma per curare la crisi che stiamo vivendo servono interventi strutturali che riguardino l’intero sistema produttivo del Paese (mercato del lavoro, fiscalità, investimenti e ricerca). Non è un caso che Barack Obama negli Stati Uniti abbia subordinato allo sviluppo di nuove tecnologie pulite da parte dei produttori gli interventi a sostegno dell’auto. Come dire: il governo va in aiuto del sistema imprenditoriale che in cambio, però, deve garantire investimenti in ricerca che possano tradursi in maggiore produttività e nuovi posti di lavoro.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Le prime rottamazioni. Sono passati dodici anni dal primo provvedimento di rottamazione varato in Italia dal governo Prodi nel 1997, l’anno in cui veniva siglato a livello internazionale il famoso protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni globali di gas serra, in particolare l’anidride carbonica. Negli anni successivi sono stati più volte introdotti incentivi di questo tipo (gli ultimi sono scaduti a fine dicembre). Prima di noi, molti altri paesi hanno varato politiche di incentivazione alla rottamazione delle autovetture, preoccupati per i danni causati dall’inquinamento. Gli Stati Uniti hanno fatto da pionieri: già a partire dal 1990 una piccola impresa americana, la Unocal, iniziò a concedere degli sconti particolari ai consumatori che le consegnavano un autoveicolo più vecchio di 15 anni comprandone uno più recente in sostituzione.
L’interesse per questo tipo di strumento di politica economica e ambientale non tardò ad arrivare anche in Europa. Diversamente da quanto fatto negli Usa, dove la rottamazione fu introdotta con relativa prudenza in molti Stati, preceduta da studi di valutazione ex ante sui risultati conseguibili e dapprima sperimentata con progetti pilota, nei Paesi europei questo strumento fu applicato con grandissima rapidità e su vasta scala. La Grecia per prima lo introdusse nella regione di Atene, nel 1991, con gli scopi principali di ringiovanire un parco macchine più anziano della media europea e di accelerare l’introduzione di autovetture munite di marmitta catalitica. Francia e Spagna la seguirono negli anni ’94 e ’95, applicando gli incentivi su scala nazionale.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Gli effetti sull’industria dell’auto. Non c’è dubbio che la rottamazione aumenti le vendite mentre sono in corso gli incentivi. Alcuni soggetti reagiscono anticipando i loro acquisti per sfruttare i benefici del provvedimento. Ma l’effetto anticipazione abbassa le vendite di auto nel periodo successivo. La crescita di breve periodo della vendita di nuove vetture incrementa i profitti dell’industria dell’auto. Questo aumento potenziale, però, è ridotto da alcuni elementi: la generale diminuzione dei prezzi durante il periodo degli incentivi (dovuta alla concorrenza tra le case automobilistiche); lo slittamento degli acquisti verso modelli più piccoli su cui sia l’industria dell’auto sia i concessionari hanno margini di profitto minori; e infine l’effetto anticipazione che fa diminuire i profitti nel medio termine (parte dell’incremento dei profitti è da intendersi non come un incremento reale ma come uno spostamento temporale). Anche in Italia, dopo la rottamazione del ’97, si è verificato l’effetto anticipazione, moderato però dal fatto che negli anni precedenti all’introduzione degli incentivi si era accumulata una domanda potenziale molto elevata causata dalla bassa propensione agli acquisti indotta da una crescente fiscalità e da una situazione economica generale poco favorevole.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Gli effetti su Pil e occupazione. Ci sono poi gli effetti sul sistema economico generale, anche in questo caso incerti. Nei paesi con una forte industria dell’auto, come l’Italia, la rottamazione ha effetti positivi sulla crescita del Pil e dell’occupazione, ma questo incremento rischia di essere, ancora una volta, solo temporaneo, cioè di breve termine e gli effetti di medio termine sono dubbi. In Italia lo 0,4% della crescita del Pil relativo al 1997 è stato attribuito all’incremento delle vendite delle auto. Tra il ’96 e il ’97 si è verificato l’incremento più netto delle immatricolazioni negli ultimi venti anni. Ma questo risultato non può essere attribuito interamente agli effetti degli incentivi alla rottamazione. Il mercato, stagnante per quattro anni consecutivi, stava già mostrando segni di ripresa alla fine del 1996. Dunque, una parte delle automobili sostituite durante il provvedimento di rottamazione sarebbe stata sostituita comunque, senza nessuna spesa da parte dello Stato. Per quanto riguarda l’occupazione, sia nell’industria dell’auto sia nell’indotto, in Italia la maggior parte delle nuove assunzioni durante gli incentivi è avvenuta con contratti a termine. Questo fa supporre che gran parte della mano d’opera assunta per far fronte ai ritmi produttivi più elevati e alla maggiore domanda, al termine dei provvedimenti di rottamazione rischia di trovarsi nuovamente disoccupata.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 5 della discussione
Gli effetti sui conti pubblici. Si afferma, poi, che la rottamazione incrementi le entrate nelle casse dello Stato (Iva, tasse di registrazione ecc.), visto che si suppone che le imposte sull’acquisto dei nuovi veicoli risulteranno maggiori del costo totale del provvedimento di incentivazione. Ma bisogna ricordare, innanzitutto, che alcune delle auto rottamate sarebbero sostituite in ogni caso, visto che si tratta di veicoli ormai vecchi: il costo del provvedimento per queste vetture è una perdita netta per lo Stato. Inoltre, sempre considerando l’effetto anticipazione, più che un incremento delle entrate fiscali si ha uno spostamento nel tempo di tali entrate. Infine, gli incentivi hanno un effetto distorsivo sulle decisioni di acquisto dei consumatori: l’aumento della vendita di automobili va a ledere gli altri mercati, in particolare quelli di alcuni beni durevoli dalla vendita dei quali l’Erario consegue notevoli entrate. Lo Stato perderebbe gli introiti fiscali provenienti da questi mercati che risulterebbero svantaggiati.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 6 della discussione
Gli effetti sull’ambiente. Sui risultati ottenuti dalla rottamazione non c’è unanimità di consensi. Certamente questi provvedimenti, nei paesi che li hanno adottati, hanno conseguito una riduzione delle emissioni dei principali macroinquinanti (monossido di carbonio, ossidi di azoto, idrocarburi, particolato) portando benefici all’ambiente e ancor più alla salute dei cittadini, in particolare per quanto riguarda gli abitanti dei centri urbani. Ma ci sono aspetti più controversi da sottolineare. La rottamazione, lo ripetiamo, non fa che anticipare, grazie all’incentivo economico, delle decisioni che i consumatori prenderebbero comunque, sia pure con qualche anno di distanza. Il vantaggio dato in termini ambientali ha dunque una durata limitata al breve periodo e tende a svanire nel medio-lungo termine, quando le stesse riduzioni di emissioni inquinanti sarebbero comunque conseguite dal naturale ricambio del parco macchine e senza nessun esborso per le casse dello Stato.
Inoltre, se si analizzano i dati sul numero di chilometri annuali mediamente percorsi da un’autovettura durante il suo ciclo di vita, si nota che i veicoli più vecchi sono utilizzati molto meno di quelli che hanno pochi anni di vita. La minore affidabilità e il minor comfort dei modelli più datati, infatti, fa sì che essi siano in genere lasciati a un uso marginale, per spostamenti di più breve distanza. Incentivare la loro sostituzione con veicoli nuovi e maggiormente affidabili significa incentivare il trasporto su strada: dunque si hanno veicoli che emettono meno inquinanti per chilometro percorso, ma d’altra parte aumentano i chilometri complessivamente percorsi dal parco macchine di un Paese, riducendo in tal modo i possibili vantaggi ambientali.
La rottamazione del 1997, secondo alcuni calcoli effettuati dall’Enea, ha provocato in Italia una riduzione di molte sostanze inquinanti. Per quanto riguarda l’anidride carbonica (principale responsabile dell’effetto serra) si è verificato invece un vero e proprio fallimento provocato dalla combinazione degli elementi sopra descritti, ma anche da altri fattori più specifici: innanzitutto le auto con marmitta catalitica hanno consumi energetici (e quindi emissioni di anidride carbonica) superiori alle auto non catalizzate. E poi non va dimenticato che si producono emissioni inquinanti non trascurabili anche nelle fasi di costruzione delle vetture e in quelle di demolizione e smaltimento (e/o riciclaggio) dei rifiuti da esse provenienti: accorciare la vita media delle auto (come è negli scopi di questi incentivi) potrebbe anche andare in senso opposto a ciò che viene richiesto da uno sviluppo sostenibile. Nonostante, dunque, gli incentivi alla rottamazione siano sempre stati presentati entusiasticamente pressoché ovunque, come strumento per ridurre l’impatto ambientale del trasporto su gomma, molti sono ancora i dubbi sulla loro reale efficacia.
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E' braccio di ferro tra Pd e Idv sulla nuova Vigilanza Rai
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Dario Caselli
Non sembra ancora essere giunto al termine l’impasse nella Commissione parlamentare di Vigilanza dove dopo le dimissioni e la revoca dei componenti da parte dei presidenti di Camera e Senato la confusione continua a regnare sovrana. Infatti Idv persiste nel non inviare la lista dei propri rappresentanti impendendo così la formazione della nuova commissione. Un ostruzionismo che però i presidenti di Camera e Senato potrebbero superare con regolamento alla mano indicando loro stessi i commissari per Idv, ma almeno per il momento sia Fini che Schifani non sembrano propensi a farlo proprio per evitare l’inasprirsi dei toni.
Da qui lo stallo e l’impossibilità di procedere alla convocazione della nuova Commissione (e di conseguenza all’elezione del presidente). Alla base delle ragioni di questa chiusura da parte di Idv c'è il duro braccio di ferro con il Pd al quale Di Pietro, dopo la dolorosa bocciatura di Orlando, avrebbe intenzione di chiedere “risarcimenti”. Risarcimenti che riguarderebbero in particolare il CdA della Rai, ormai scaduto da quasi un anno e tra le prime voci nell’agenda della nuova Vigilanza. Un’ipotesi però smentita dallo stesso Di Pietro, il quale all’uscita dell’incontro di ieri sera con lo stato maggiore del Pd - assente Veltroni - ha invece ribadito la necessità che per il CdA si facciano scelte su persone “di grandi professionalità, al di sopra e al di fuori delle parti, e che siano garanti di terzietà e indipendenza”. Un punto sul quale Di Pietro non ha alcuna intenzione di transigere spiegando che “l’Italia dei Valori rimarrà fuori dalla Commissione di Vigilanza Rai fino a quando non verrà garantita, dai gruppi parlamentari, la certezza che nel CdA non ci vadano ex-parlamentari, i soliti porta bandiera e persone con palesi interessi di parte”.
Più in generale, la situazione riflette l’immagine di un duro scontro tra Idv e Pd con il primo molto critico per la gestione dell’opposizione in questi primi nove mesi di legislatura. Ad irritare i dipietristi il “conventio ad excludendum” che ha avuto nel dietrofront di Orlando il suo culmine. Da qui la volontà di trovare dei correttivi, proprio nel CdA. Infatti la legge Gasparri prevede che all’opposizione spettino quattro posti: tre indicati dalla Vigilanza ed il quarto, destinato a fare il presidente di garanzia, designato dal ministero del Tesoro. E secondo il “piano” elaborato da Idv il Pd avrebbe in quota un presidente (Claudio Petruccioli o Pietro Calabrese) ed un altro consigliere che potrebbe essere Nino Rizzo Nervo o lo stesso Calabrese. L’altro amministratore invece spetterebbe all'Udc e qui i nomi che circolano sono quelli di Erminia Mazzoni o Rodolfo De Laurentiis mentre l’ultimo posto sarebbe per Di Pietro per il quale si fa da molti giorni il nome di Marco Travaglio (secondo molti si tratterebbe solo di una provocazione).
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Dal Pd per il momento ancora nessuna decisione anche se Walter Veltroni insiste sulla necessità di fare presto dicendo: “Spero che ci si sbrighi in pochi giorni e Zavoli resta assolutamente il candidato”. Dichiarazione d’intenti a parte è evidente che a trovare il bandolo della matassa dovrà essere il Pd e il suo leader: cercheranno una via d’uscita che non scontenti Di Pietro ma nemmeno il partito. Proprio ieri Massimo D’Alema ai microfoni di SkyTg24 indicava che un’alleanza esclusiva con Idv non poteva essere la prospettiva del futuro. Una dichiarazione che dalle parti di Idv non sarà stata accolta con favore e che evidenzia bene lo stato dei rapporti tra le due forze.
Intanto, su tutta la vicenda aleggia il possibile ricorso del defenestrato presidente della Vigilanza, Riccardo Villari, "rafforzato" propprio in queste ore dall'indiscrezione secono dui all'indirizzo dei presidenti di Camera e Senato sarebbero arrivati tre pareri pro veritate che paventerebbero la fondatezza dell’iniziativa di Villari. Un vero e proprio colpo di scena che rischierebbe di imballare ancora di più l’attività della Vigilanza. Insomma dopo quasi nove mesi nella telenovela di palazzo San Macuto non sembrano ancora essere arrivati i titoli di coda.
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Ahmadinejad: "Obama confessi che l’11/9 fu una cospirazione sionista"
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Roberto Santoro
E’ sempre un piacere dialogare con i mullah. Ieri, durante la lunga intervista trasmessa dal canale satellitare al-Arabiya, il presidente Obama aveva ribadito “l’importanza di parlare con Teheran” per “stabilire con chiarezza dove siano le nostre differenze, ma anche dove esistano strade potenziali di progresso”. Obama aveva riassunto le colpe del regime di Teheran: le minacce a Israele, il programma atomico per dotarsi dell’arma nucleare, l’appoggio alle organizzazioni terroristiche della regione. Nonostante tutto: “Se il governo iraniano mostrerà la volontà di aprire il suo pugno, troverà da parte nostra una mano tesa”.
Oggi arriva la risposta di Ahmadinejad a cui probabilmente nessuno ha mai chiarito cos’è una stretta di mano. Il presidente iraniano chiede a Obama di dire la verità sugli attentati dell’11 Settembre. E’ la solita solfa cospirazionista che, purtroppo, conosciamo bene anche in Italia grazie a personaggi del calibro di Maurizio Blondet, Claudio Moffa o Giulietto Chiesa. L’11/9 sarebbe il frutto di un complotto organizzato da agenti israeliani annidati nell’amministrazione Bush. “Così come sull’Olocausto – aggiunge Ahmadinejad – anche sull’11/9 non fu rivelata la verità, ma gli attentati furono un pretesto per attaccare l’Iraq e l’Afghanistan e uccidere milioni di persone”. Più che la politica della “mano tesa” a Obama saranno cadute le braccia.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il presidente iraniano ha anche chiesto agli Usa di scusarsi per i “crimini” commessi contro l’Islam: “Vi siete schierati contro il popolo iraniano negli ultimi 60 anni”, e ha definito “terroristi” tutti i gruppi che si oppongono al regime religioso che prese il potere nel 1979. Conclusione: “Se parlate di cambiamento bisogna mettere fine alla presenza militare americana nel mondo, dovete ritirare le truppe e restare all’interno delle vostre frontiere”. Con una postilla: “Mettete fine al sostegno dato ai sionisti senza radici”. L’impressione è che la nuova strategia del bastone e della carota, di cui Obama sembra andare tanto fiero, con Teheran sia praticamente inutile.
L’intervista di Obama ha provocato una serie di reazioni anche in altri ambienti del mondo arabo e musulmano. I Talebani, per esempio, gente abituata a decapitare soldati e civili senza farsi troppi scrupoli, si permettono di giudicare come “un passo positivo per la pace e la stabilità” del Medio Oriente la decisione di Obama di chiudere Guantanamo. “Usare la forza contro le popolazioni indipendenti del mondo – spiegano – ha perso efficacia”. Ecco il rischio di tendere la mano ai propri avversari, tu la tendi e quelli si prendono tutto il braccio. Tra un po’ diranno che i veri pacifisti sono loro.
Reazione identica ai Talebani è stata anche quella di Hamas che ha valutato “positivamente” la scelta di George Mitchell come nuovo inviato speciale americano in Palestina. Secondo Ahmed Youssef, un ufficiale di Hamas intervistato da Al-Jazeera, “Credo che potremo raccontargli molte cose buone”. Ma per i palestinesi di Gaza una cosa è il dire e l’altra è il fare. Molti arabi ci vanno con i piedi di piombo nel commentare l’intervista obamiana, mostrandosi scettici di fronte alla possibilità che la politica americana possa cambiare in modo sostanziale: “Non posso essere ottimista fino a quando non vedrò qualcosa di tangibile – ha detto Hatem al-Kurdi, un ingegnere 35enne di Gaza City – Chiunque può dire delle belle parole ma devi farle seguire da azioni concrete”.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Può essere opportuno, infine, fare una riflessione generale sulle reazioni dei governanti arabi e islamici all’intervista di Al-Arabiya. Fa sorridere che gli stessi leader arabi che si sono congratulati con Obama per la nuova politica della “mano tesa” restino quella accozzaglia di principi e monarchi, mullah e ayatollah, autocrati e dittatori, aggrappati al potere da qualche decennio e che hanno tolto ogni speranza di libertà e di cambiamento ai loro popoli. Leader che per lungo tempo, e ancora oggi, hanno incoraggiato il terrorismo, alimentato la corruzione, violato i diritti umani nei loro Paesi. Quelli della mano mozza più che della mano tesa.
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Dietro le mosse del Mpa c'è un progetto che si chiama Partito del Sud
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Beppe Benvenuto
“Per la svolta federalista servono partiti autonomi ed autonomistici”: ecco la parola d’ordine con cui Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia e leader del Movimento per l’Autonomia, annuncia lo sbarco a Milano del suo raggruppamento.
E’ questa anche l’ultima uscita, leggermente fuori dalle righe, del presidente della Regione, stavolta nelle sue vesti di capo partito. Nella stessa occasione, il politico catanese annuncia che il capoluogo lombardo è solo la prima tappa di un escalation nordista che ha in agenda punti di aggregazione in Friuli, in Veneto, per finire persino a Torino.
Una vera performance che dice di una gran voglia di non passare, fuori dall’isola, sotto silenzio da parte della formazione che attualmente guida Palazzo di Orleans. Lombardo, d’altro canto, in parte si schernisce, parla di iniziative subite, sebbene non di contraggenio. “Non abbiamo deciso noi di aprire una sede del Mpa a Milano”, spiega, “ma sono stati molti milanesi e lombardi a decidere di farlo”. E subito a rimarcarne il carattere di scelta quasi indipendente, fa riferimento a una “nostra classe dirigente” con tanto di leadership, magari “provvisoria” e tuttavia già pronta a scendere in campo con “propri candidati alle prossime europee”. Insomma, un Lombardo a tutto tondo, dinamico e nervoso quanto basta da imbracciare la bandiera della “rivoluzione” federalista anche nella terra di Umberto Bossi.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Per il Mpa e i suoi capi, sono settimane di fibrillazione senza distinzioni di sorta dallo scacchiere isolano a quello nazionale. A Palermo, è quotidiano nervosismo sottotraccia. Su tutto, il nodo dell’intesa ancora da definire sulla Sanità. Le modulazioni del piano di rientro sono nei fatti, a oggi, abbastanza in alto mare. I draconiani tagli ipotizzati dall’assessore competente, l’ex magistrato Russo, continuano a dividere la maggioranza. Il grosso del Pdl, gli amici di Renato Schifani e Alfano, la maggioranza degli esponenti di An e l’intera Udc (nell’isola va ricordato che i casiniani sono formazione di tutto rispetto oltreché uno dei pilastri dell’esecutivo) sin dall’inizio oscillano fra scetticismo e aperta ostilità. Di opposto avviso Lombardo, a cui fanno corona pezzi di Forza Italia e schegge di finiani locali. Una partita apertissima, sul cui esito è difficile qualsiasi previsione.
Il busillis Sanità in effetti è solo la punta di un iceberg. L’Mpa gioca in Regione una partita più seria e complessa, di cui la gestione della futura salute dei siciliani è solo un frammento, per quanto rilevante.
Dietro alla battaglia in corso da mesi per tagli e accorpamenti di aziende ospedaliere e Asl, fa sempre di più capolino una questione che si chiama partito del Sud. Ovvero un qualcosa che, magari prendendo le mosse dalle roccaforti isolane, possa svolgere un ruolo anche nel resto della penisola. Un’ipotesi suggestiva ma dal non semplice realizzo, accarezzata nel passato da altri esponenti dell’attuale Pdl, che però garantirebbe a Lombardo e ai suoi una libertà di movimento ragguardevole, accanto alla possibilità di sparigliare a piacimento in direzione del Cav piuttosto che quella di Walter Veltroni. Ma per conquistare questa invidiabile chance il governatore deve mantenersi ben saldo nella sua ridotta panormita e insieme farsi notare anche al di là dello Stretto. Si spiega così il braccio di ferro (con la vecchia nomenklatura del suo predecessore ed ex amico Totò Cuffaro a far fuoco e fiamme sulla ridotta opposta) sulla Sanità, insieme al suo attivismo nel territorio, profondo Nord incluso. Sempre nella direzione di rinsaldare le truppe è il recente annuncio, per bocca di Lombardo, di una campagna acquisti in corso presso entrambi i poli. Un’operazione in pieno svolgimento che, a detta del governatore, potrebbe riservare non poche sorprese.
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Sri Lanka, i profughi sotto il fuoco incrociato dell’esercito e dei Tamil
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Valentina Ferraboschi
57 persone di 18 diverse famiglie sono arrivate il 31 dicembre a Vannamoddai, credendo di essere finalmente in salvo e di poter festeggiare un inizio d’anno speranzoso. Non stiamo parlando dell’Eldorado srilankese ma di un edificio che l’esercito ha adibito a rifugio temporaneo per i profughi scampati alle bombe e da un incubo che dura da settembre.
Vannamoddai è una paese a Nord Ovest dello Sri Lanka, in una zona recentemente rioccupata dall’esercito. Il conflitto ventennale che consuma l’isola di Ceylon tra l’esercito governativo e il gruppo indipendentista delle Tigri Tamil (LTTE) è arrivato ad un apice di crudeltà che ne segna forse le battute finali. Le Tigri ormai sono costrette in un piccolo lembo di terra a Nord-Est, nel distretto di Mullaitivu, l’ultima roccaforte dei ribelli. Insieme a loro, un numero non inferiore a 300.000 civili che continua a spostarsi ripetutamente dallo scorso settembre alla ricerca di un cielo che non sia graffiato dai fumi dei cannoni.
L’esercito, lanciato nell’offensiva finale per riportare il paese sotto il controllo del governo, non accetta che vengano aperti dei corridoi umanitari per le migliaia di civili sotto attacco. Le poche immagini che abbiamo della tragedia sono le stesse da mesi: carovane di famiglie che si spostano tutte verso la stessa direzione, in attesa di nuove migrazioni. Nel settembre del 2008 il governo aveva chiesto e imposto a tutte le agenzie delle Nazioni Unite e alle ONG nei territori occupati (A Nord-Est del paese) di evacuare le area controllate dai ribelli, visto che era impossibile garantire l’incolumità degli operatori umanitari. Da quel momento è iniziata l’ultima battaglia che dovrebbe portare a una pace tanto agognata quanto insanguinata. Ma un governo a maggioranza sinhalese, che considera i tamil ospiti dell’isola, difficilmente riuscirà a mantenere l’ordine per molto tempo. Lo scenario terroristico che potrebbe delinearsi è agghiacciante.
Ancora più drammatica è la crisi umanitaria che sta vivendo il Paese. Migliaia di sfollati vengono considerati complici dei gruppi ribelli del LTTE. Non appena raggiungeranno le zone controllate dalle truppe governative, aprendosi da soli un corridoio umanitario (visto che vengono bersagliati senza precauzioni), i profughi saranno sottoposti a controlli e perquisizioni continue. “Dobbiamo eliminare il pericolo di possibili relazioni con i ribelli”, dicono il Presidente e il Segretario alla Difesa, due fratelli.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Le Tigri ormai hanno perso il controllo della situazione. Dopo aver perso questa battaglia quattro mesi fa, invece di difendere i diritti della minoranza tamil, si arroccano in posizioni assurde. Hanno continuato a reclutare minorenni (ragazzi e ragazze, senza distinzione di sesso) trascinandoli in una lotta disperata. Hanno contribuito a mettere in ginocchio un’etnia che ora viene vista come un nemico dalla maggioranza della popolazione.
I Tamil, i civili, quelli che sono solo nell’etnia sbagliata al momento sbagliato, che scappano per non farsi sequestrare i figli dall’LTTE, che cercano scampo dall’esercito e dalla polizia, sono tutte le vittime di un conflitto che non accenna a finire. Dopo la tempesta da queste parti c’è sempre un’altra tempesta, l’arcobaleno non vuole spuntare. E la gente muore. Nei distretti del Nord più dell’80% delle case ricostruite dopo la tragedia dello Tsunami è stato distrutto o danneggiato dai bombardamenti. Il 100% di queste abitazioni è disabitato.
Vannamoddai è il terzo campo di “detenzione” costruito nella regione di Mannar, nella zona nord-occidentale del Paese. Qui arrivano i civili che hanno camminato per giorni, tra le mine, tra i cannoni, seppellendo i loro familiari durante il cammino, e che adesso si ritrovano chiusi in un campo di concentramento fatto di tende dell’esercito ed edifici militari. Le organizzazioni umanitarie possono entrare solo se ottengono il permesso dei soldati. Non è possibile fare molto come operatore umanitario: le organizzazioni sociali e internazionali hanno paura a rilasciare una dichiarazione che condanni la situazione e le due parti che si combattono. L’unica speranza di questa regione è l’ufficio di Caritas, un giovane prete e 60 operatori locali che si spostano con i rifugiati da mesi. La sola organizzazione rimasta. Tutte le mie preghiere sono per loro.
Persino la chiesa locale non parla, a stento si prega per questo massacro. Il mondo ha i riflettori puntati su Gaza, se qualcuno provasse a vedere cosa succede qui si accorgerebbe di quello che sta succedendo. Ci sono due parti in causa: un gruppo di ribelli estremisti e sanguinari, che hanno perso il lume della ragione, e un governo legittimato che crede di poter fermare il terrorismo uccidendo anche i civili. Stretti in una morsa fatta di fuoco, morte, pianto e poche speranze.
*Valentina Ferraboschi è una operatrice della Caritas francese in Sri Lanka
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Se le banche non prestano più l'economia continua a rallentare
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Francesco Zambon
Il ministro Tremonti all’inizio del 2009 ha dipinto la situazione attuale come un videogame in cui i mostri da affrontare sono i subprime, le carte di credito e i derivati. I primi hanno avuto al momento il maggiore impatto sulle economie mondiali, perché hanno determinato all’inizio il crollo delle piazze finanziarie e successivamente delle grandi banche.
I subprime, il mutuo alla portata di tutti, hanno nutrito il sogno Americano. Offrire a chiunque la possibilità di avere una casa di proprietà è stato la patriottica ragione per cui le grandi merchant bank hanno disseminato il mercato di prodotti tossici e le cosiddette banche commerciali hanno divorato i risparmi dei cittadini.
Le banche d’affari hanno realizzato margini altissimi e le banche commerciali sono riuscite ad applicare tassi altissimi, prestando il denaro dei risparmiatori a debitori potenzialmente non solventi.
Tutti gli istituti finanziari in pochi anni hanno prodotto utili altissimi, che hanno fatto correre il prezzo delle azioni, garantito dividendi da capogiro e giustificato laute stock options per i managers.
Come è noto, questo sistema che ha garantito l’abitazione di proprietà a tanti e guadagni a un numero più ristretto di persone, ha affossato molti glorie del capitalismo occidentale, come Lehman Brothers e colpito duramente le banche sopravvissute.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
L’Italia ha preservato dal tracollo i propri istituti. Il Governatore Draghi ha prudentemente implementato i nuovi protocolli di Basilea. E in ogni caso, il nostro sistema creditizio leggermente più conservatore di quello americano, inglese e belga, ha limitato le scommesse sui prodotti tossici.
Eppure le banche nostrane soffrono. Lo dimostra un rapporto della Banca Centrale Europea secondo cui nel terzo trimestre del 2008 il 65% degli istituti Italiani ha reso più stringenti i requisiti richiesti per l'erogazione di prestiti, mentre nessuno li ha allentati.
Per aumentare il flusso del credito, non sono bastate le massicce cartolarizzazioni dei mutui casa ipotecati al fine di ridurre il capitale minimo che Banca d’Italia impone di tenere disponibile per assicurare la copertura dei prelievi.
La contrazione del credito sta rallentando inevitabilmente l’economia. Un esempio lampante è il crollo degli ordinativi dell’industria automobilistica. Indubbiamente i consumatori hanno poca liquidità per acquistare una nuova vettura. Ma le banche usano maggiore cautela nell’erogare linee di credito e finanziare leasing con cui è stato alimentata la crescita del settore auto negli ultimi vent’anni.
Sebbene sia possibile istituire un’ipoteca sul 100% del valore dell’immobile, oltre quindi la cifra messa a disposizione dalla banca, gli istituti sono molto cauti nell’erogazione dei mutui per le case.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
L’Agenzia del Territorio in un’indagine recentemente pubblicata ha riscontrato che a fine 2007, inizio della crisi, gli istituti Italiani avevano erogato mutui ipotecari per circa 47,4 miliardi di euro a fronte dei 52,1 miliardi di euro distribuiti nel 2006. E i primi dati disponibili per il 2008 sono decisamente peggiori. La Stessa Agenzia del Territorio stima che tra gennaio e giugno dello scorso hanno, le banche abbiano accordato solo 2 richieste di mutuo ogni 16.
Di riflesso, in una metropoli come Torino sono state concluse nello stesso periodo, poco meno di 6.700 transazioni con una flessione del 23% rispetto al 2007. Tale fenomeno ha determinato uno stallo delle vendite di immobili soprattutto nelle periferie, con un conseguente crollo dei prezzi. Molte costruzioni in corso d’opera non sono state completate con il conseguente licenziamento di personale, soprattutto tra la bassa manovalanza dei precari, che abbonda in questo settore.
La stretta ai mutui inoltre penalizza i ceti meno abbienti: gli immigrati che un tempo acquistavano immobili finanziando il 100% dell’acquisto con un muto ipotecario, non possono più ricorrere a questa modalità.
Poiché la situazione è decisamente allarmante, il Governo ha introdotto drastiche misure nel Decreto Anticrisi approvato dal Senato. Gli istituti in difficoltà che intendo ricorrere alla ricapitalizzazione da parte dello Stato dovranno ad impegnarsi con il Ministero dell’Economia in ordine al livello e alle condizioni del credito da assicurare alle piccole e medie imprese e alle famiglie.
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La gaffe di Carla Bruni
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Domenica da Fazio
Come anticipato dai Grandi Media Italiani, Carla Bruni, ora Première dame di Francia e cantante, ex top model, erede delle Contesse di Castiglione e delle Caterina de’ Medici, è intervenuta alla trasmissione Che tempo che fa.
La trasmissione di Rai Tre è condotta da Fabio Fazio, con la partecipazione della capitalista Luciana Litizzetto, la quale in effetti è una gran macchina per fare soldi, tra publi, libri, tv, film. e cotillons, ma che, forse per contratto, recita sempre la parte della sim?patica cacolalica antikapitalistista. Carla ha cantato due canzoni, ha detto cose condivisibili, politicamente corrette. I media mainstream hanno sottolineato il suo distinguo da Battisti, ma hanno tralasciato altro. In effetti la nostra Dame de Paris è incappata in una gaffe che, se Carla fosse una Bruni in Berlusconi, invece di una Bruni in Sarkozy, non sarebbe sfuggita a Vittorio Zucconi detto Occhio di Falco. Carla ha detto che Nicolas ha sangue ungherese, greco e - poverino - ha sposato un’italiana...
N. B. La gaffe è che Carlà ha omesso una parte della genealogia. Sarkozy ha origini ungheresi, greche ed è “italiano” per virtù matrimoniale, ma ha anche origini ebree da parte di madre. Queste origini spesso vengono dimenticate, come mai?
Morale. Come dicono a Genova, Parigi val bene una mussa. (*)
* Lessicologia: in Genovese [mussa] indica sia una [Bella signora] sia una [Bugia]. Bellissimo sinonimo.
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Una censura per non far eleggere presidente Carnevale
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Dimitri Buffa
“... Tutti sanno cosa è diventata la Corte costituzionale o meglio in cosa si è trasformata con la contiguità di alcuni suoi membri al potere politico, tutti ricordano quello che è successo con il referendum sulla smilitarizzazione della Guardia di finanza e con Scalfaro e tutti hanno letto sul ”Corriere della sera“ questa storia delle cene.. ”
E’ bastata questa singola affermazione, vera e di buon senso per quasi tutti i cittadini italiani, che risale all’epoca in cui fu dichiarato ammissibile il referendum di Guzzetta sulla preferenza unica, per consentire al Csm di censurare il giudice Corrado Carnevale e togliere di mezzo quindi per il 2010 un pericoloso pretendente alla poltrona di primo presidente della Corte di Cassazione. Carnevale presiede l’ufficio della Cassazione in cui vengono controllate le cifre per i referendum abrogativi depositati. E i suoi colleghi lo considerano tanto più pericoloso perché non prono né alle logiche di casta in toga né tantomeno a quelle correntizie dell’Anm. Ebbene cari lettori, da venerdì scorso chi scrive è preso da un senso di colpa che non lo abbandonerà più per tutta la vita. Sì, perché quella frase Carnevale l’ha detta rispondendo a una mia precisa domanda in un’intervista per “L’opinione”. Ebbene per colpire lui, Corrado Carnevale, i signori della disciplinare del Csm si sono serviti di me che per anni sono stato uno dei pochissima difenderlo contro le accuse dei pentiti di mafia che lo accusavano di aggiustare i processi in Cassazione. Mentre per altri magistrati si glissa su esternazioni che riguardano di tutto, quando c’è di mezzo un “nemico” della loro casta come Carnevale, che per giunta al contrario di Contrada è riuscito anche a vincere la battaglia contro i prezzolati collaboratori di giustizia che lo accusavano, va bene per “censurarlo” anche l’avere lui risposto alla domanda “che tempo fa oggi?” o “che ore sono?”, per fotterlo. Così Corrado Carnevale non diventerà mai primo presidente di Cassazione. L’interessato l’ha presa con filosofia e giura di non portarmi rancore, benché io sia stato lo strumento involontario di questa situazione che lo ha danneggiato. Tanto, questa è la filosofia dell’evento, per fermarlo avrebbero trovato un qualunque altro pretesto.
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Tra Di Pietro e Napolitano - L’equivicinanza impossibile
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Dimitri Buffa
“Repubblica” e “L’Unità” hanno inventato da ieri un nuovo tipo di equivicinanza, dopo quella predicata per anni da D’Alema, tra i guerriglieri palestinesi, Hamas e islamisti compresi, e lo Stato libero e democratico di Israele: quella tra Di Pietro, Travaglio e Grillo, da un parte, e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dall’altra. Leggere per credere il quotidiano di Concita che ieri titolava di spalla: “Di Pietro attacca Napolitano. E’ bufera”, scegliendo quel minimo di understatement consentito in casi estremi come questo. Da parte sua l’house organ del neo pensionato Carlo De Benedetti metteva la notizia in apertura così: “Di Pietro attacca Napolitano. Il Quirinale: basta offese”. Se Mauro e la De Gregorio si fossero o meno telefonati per concordare almeno la prima parte del titolo, che in effetti è identica, non è dato sapere. Forse però non ce ne era stato neanche bisogno: quando si deve scegliere una formuletta titolistica di rito che suona un po’ falsa per tentare di non parlare troppo male di qualcuno come Di Pietro, Grillo e Travaglio, di cui invece quasi tutti gli altri quotidiani parlano malissimo senza inutili scrupoli di opportunità politica, le menti raffinatissime dei quotidiani che fanno riferimento al Pd non sono seconde a nessuno. Riescono, dalemianamente parlando, ad essere “equivicine” anche tra Di Pietro e Napolitano. Come mutatis mutandis lo sono state per l’appunto tra Israele e Hamas nella recente guerra di Gaza. Finché questa furbata viene fatta una volta i lettori potranno anche fare finta di non avere visto e letto niente. La domanda però è la seguente: come titoleranno e cosa scriveranno i vari D’Avanzo, De Gregorio e Mauro se attacchi del genere dovessero ripetersi o peggio ancora diventare un’abitudine? Insomma c’è il rischio che accada con Napolitano quel che è successo con Cossiga, e cioè che diventi un bersaglio dell’opposizione? Oppure il Pd avrà il coraggio di isolare l’estremismo forcaiolo dei tre figuri di cui sopra? A bene vedere l’ecologia politica italiana passa anche dalla risposta a questa domanda. E non è facile: perché se la testa dei riformisti dentro al Pd, Veltroni compreso, non avrebbe dubbi sul come comportarsi e sul chi gettare dalla torre, il problema nasce quando ci si rivolge alla pancia piuttosto becera del parito che di fatto ha sostituito lo zoccolo duro di un tempo. Se la pancia se ne va in massa con Di Pietro e Travaglio, Concita e Ezio, ma anche Walter, stanno proprio freschi. Veramente una “mission impossible”, si potrebbe dire. Roba che neanche Tom Cruise potrebbe risolvere. A quel punto la cosa più facile sarà proprio il sacrificare sull’altare dell’equivicinanza ipocrita e furbetta persino un galantuomo come Napolitano. Diranno che è diventato un servo di Berlusconi.
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Il caso Battisti visto dal Brasile - Lula è stato scavalcato dai suoi ministri
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Roberto Lovari
In Brasile non si è mai parlato così tanto dell’Italia come in questi giorni per il caso Battisti. Occorre dire che l’opinione pubblica, i giornali, le televisioni, molti partiti politici hanno condannato senza mezzi termini la scelta del ministro della Giustizia, Tarso Genro, di dare asilo politico a Cesare Battisti. Solamente un ministro lo ha difeso. Anche Lula si è schierato dalla parte del suo ministro. Vero, ma bisogna ricordarsi che ci sono sempre stati due Lula, uno che ha gestito benissimo l’economia con taglio quasi liberista, certamente affiancando al rigore economico forti politiche sociali di successo come la “Bolsa Familia”, un contributo di circa quaranta euro a 15 milioni di famiglie. Accanto a questo Lula ce n’è un altro, quello che gli viene dal suo vecchio partito, il Pt, massimalista e terzomondista in politica estera. Lula si è dimostrato abile anche in questo campo: ha mantenuto ottimi rapporti con George W. Bush, ma nel contempo ha praticato la “grandeur brasiliana” con i nuovi massimalisti del Sud America. L’ex colonnello Chavez, l’indio Morales, l’ex vescovo Lugo hanno avuto ampia solidarietà, ma anche schiaffi, come ha fatto con il presidente dell’Ecuador ritirando l’ambasciatore quando questo si era rifiutato di pagare il debito al Brasile. Va bene i “due Lula”, ma l’asilo l’ha dato Tarso Genro, perché? Secondo i principali quotidiani brasiliani, il ministro ha voluto rilanciarsi a sinistra in occasione del IX World Social Forum che si sta tenendo a Belem, in Amazzonia. Forum al quale è invitato insieme a Cesare Battisti. L’anno prossimo si vota per il Presidente della Repubblica e per i governatori degli stati e Tarso Genro ha dichiarato che sarà candidato nel suo stato, il Rio Grande del Sud. Genro, ricordiamolo, era il sindaco di Porto Alegre quando si tenne il primo World Social Forum nel 2001.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
A novembre , quando Lula è stato in Italia, le cose sembravano diverse. In Brasile la stampa dava per certa l’estradizione, il competente organo per l’asilo politico aveva già detto no. Non è chiaro perché il presidente brasiliano abbia cambiato idea. Probabilmente Lula è stato messo di fronte ad una decisione presa autonomamente da Genro. Il Ministro dell’Istruzione è stato “trombato” da Lula che ha scelto, come suo successore, Dilma Rousseff. Lui non si può ricandidare: è già al suo secondo mandato. Lula ha un consenso di più dell’80% nel Paese, ma non è il padrone assoluto del suo partito, il Pt, dove invece Tarso Genro è molto forte ed ha anche di recente ricordato che il Pt non ha ancora scelto il candidato per l’anno prossimo, anche se sicuramente accetterà la proposta di Lula. Le reazioni, in Brasile, al richiamo in patria per consultazioni dell’ambasciatore italiano sono state caratterizzate da grande prudenza. Dopo un’arrogante difesa del diritto del Brasile a decidere, sono subentrati toni molto più moderati. Addirittura in un’intervista a Globo News Tarso, Genro ha dichiarato che non c’è crisi tra Italia e Brasile e che tutto finirà presto. In una riunione di governo Lula ha consigliato di abbassare i toni. In una nota il Ministro degli Esteri brasiliano ha dichiarato che “la questione si sta svolgendo secondo le leggi brasiliane”. Che cosa possono significare queste parole? Che la questione è ora nelle mani del Supremo Tribunal Federal che potrebbe anche prendere scelte diverse da quelle di Tarso Genro. L’Italia sarà ascoltata. In caso di accoglimento dell’asilo politico, l’Italia dovrà usare tutte le sedi internazionali per dire che il Brasile non può dare asilo ad un terrorista e chiedere nel contempo di giocare un ruolo internazionale.
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AUTOMOTIVE - Sugli incentivi per il settore i conti non tornano
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Sebastiano Dolci
Il Governo lavora a ritmo serrato sul pacchetto di misure per il settore auto che il Ministro Claudio Scajola ha promesso di presentare la prossima settimana. Le ipotesi allo studio dei tecnici dei Ministeri interessati (sviluppo economico, economia, ambiente, infrastrutture, politiche europee) restano ancora da definire con certezza anche se l’orientamento ormai scontato sembra quello degli incentivi. Voci insistenti, che però il Governo non conferma, danno come probabile un bonus di 1.500 euro per la sostituzione delle vecchie vetture euro 0, euro 1 e euro 2 (anche se non è ancora certo se inserire o meno questo ultimo segmento) con le meno inquinanti euro 4 ed euro 5 o con auto elettriche ed ibride. Il problema resta però quello dei costi dell’operazione. Le stime degli esperti infatti non coincidono affatto. Per il Centro studi Promotor, “con l’erogazione di incentivi di 1.500 euro, l’erario incasserebbe un maggior gettito di 750 milioni, che equivale alla stessa somma erogata per gli incentivi. Quindi l’operazione sarebbe per le casse dello Stato a costo zero pur portando una crescita del pil dello 0,4%”. Secondo la Cgil invece per mettere in campo incentivi della stessa cifra servono “almeno due miliardi”. Potrebbe invece tramontare l’idea di un malus sui suv di nuova immatricolazione, più inquinanti e per questo finora considerati non in linea con le misure tutte ecologiche a cui punta l’esecutivo. L’idea di penalizzarli con una tassa di 500 euro non è piaciuta affatto ai costruttori presenti al tavolo di ieri a Palazzo Chigi ed anche all’interno dell’esecutivo sembra essere sorto qualche dubbio. Accanto agli incentivi ai consumatori non sarebbe inoltre escluso un sostegno anche alle imprese che investono in ricerca e sviluppo.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il Ministero dello sviluppo economico potrebbe in questo senso rinnovare il bando in proposito già inserito in Industria 2015 (il pacchetto di misure di sviluppo varato dal Governo Prodi). Il valore era in quel caso di 200 milioni di euro. Stando alla tempistica dettata da Scajola, il pacchetto di misure potrebbe arrivare sotto forma di decreto al Consiglio dei Ministri della prossima settimana. Nel frattempo proseguiranno i tavoli tecnici e sarà con ogni probabilità convocato anche un nuovo tavolo con le parti sociali e le imprese di categoria. Per sindacati e aziende l’importante è però agire in fretta. Anche ieri è arrivato infatti l’ennesimo allarme sullo stato di salute, tutt’altro che invidiabile, del settore. Secondo la Fiat, la crisi economica e l’attesa degli incentivi, annunciati ma non ancora varati, provocherà a gennaio un calo delle immatricolazioni tra il 35 e il 40%. Anche il Lingotto, ha spiegato l’amministratore delegato del marchio Fiat Auto, Lorenzo Sistino, “seguirà più o meno il mercato. Faremo la nostra parte - ha detto - ma il mercato quando è basso ci preoccupa”. E proprio in attesa che si chiariscano tempi e modi di intervento il titolo Fiat ha perso in Borsa il 4,17% scendendo a 3,73 euro. La preoccupazione per la crisi del comparto non è comunque solo italiana. Anche la Commissione europea teme le ripercussioni della caduta del mercato: “L’intera catena produttiva nel settore automobilistico è ormai colpita dalla crisi, e l’impatto è particolarmente pesante per i fornitori, specialmente i piccoli”, ha denunciato Bruxelles. Senza interventi di sostegno, “un fornitore su dieci è oramai a rischio fallimento”.
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Le Camere penali al contrattacco - “Basta con la giustizia fai da te”
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Dimitri Buffa
Partito Democratico o partito magistrato- cratico? Se lo è chiesto, un po’ retoricamente, il presidente dell’Unione delle camere penali italiane, Ucpi, Oreste Dominioni a margine del convegno di contro inaugurazione svoltosi ieri a Milano. Contro inaugurazione che si avvia a diventare una vera e propria nuova tradizione nell’ambito della giustizia italiana, visto che nelle pompose inaugurazioni degli anni giudiziari vere e proprie gli avvocati non hanno diritto di parola. E così viene fuori quello che negli ipocriti consessi, dove si parla di massimi sistemi senza mai combinare nulla di buono, salvo gridare all’emergenza di turno, non esce mai: le verità non dette della politica e della giustizia. Per quanto riguarda la prima le parole di Dominioni ieri non potevano essere più nette: “Il maggior partito dell’opposizione è stato per anni subalterno all’Anm. Non è un’accusa, ma una lettura politica suffragata da tutti i commentatori”. Insomma, se le riforme bipartisan non sono state possibili la colpa è stata prima del Pci e poi del Pds-Ds fino ad arrivare al Pd. Qui la complicità e la collateralità con i pm, anche a causa delle inchieste che hanno pressoché decimato il partito, si è un po’ frenata (vedasi per tutte la nuova posizione di Violante sulla casta in toga) ma ormai era già troppo tardi. Anche perché nel frattempo erano arrivati i vari Di Pietro, Travaglio e Grillo a dettare legge demagogicamente.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Per quanto riguarda la seconda, la malata d’Italia e l’imputata numero uno in Europa, nella contro inaugurazione di ieri la parte del leone l’ha fatta il rapporto sul funzionamento della Cassazione svolto dopo attento monitoraggio ad hoc dall’avvocato Domenico Battista, che in passato dell’Ucpi fu vicepresidente. Ebbene Battista ha dato agli avvocati due tragiche certezze: oramai in Cassazione spadroneggiano i magistrati dell’Anm opportunamente messi nei ruoli chiave dal Csm grazie alla nota logica correntizia e come se non bastasse questi signori, in gran parte trasmigrati dal loro essere dei “fuori ruolo” nel ministero di via Arenula, dopo avere pressoché fatto le leggi del settore come preferivano, adesso giudicano, interpretano e suggeriscono a tutti gli altri magistrati di merito come applicarle. Sono diventati giudici di legittimità, ma hanno soprattutto inventato la giurisprudenza creativa, arrivando persino a teorizzarla come fece nel discorso di inizio anno giudiziario del 2008 l’ex primo presidente della corte di cassazione Giuseppe Carbone. Un altro nome che è stato fatto dall’avvocato Battista, come paradigma di questa sua tesi, è stato quello del giudice Nello Rossi, una vita in Magistratura democratica, sempre presente in convegni anti Berlusconi o sulle pagine di Micromega, ma anche relatore di una sentenza di Cassazione (ed i relatori, che vengono scelti dall’alto con criteri sempre meno trasparenti, di fatto condizionano la sentenza e la rendono prevedibile) che invece di applicare l’odiata legge Pecorella sull’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del Pm, diede il là a una mare di ricorsi organizzato a tavolino contro questa norma davanti alla Corte costituzionale.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
E alla Corte costituzionale le sentenze le preparano altri giudici in toga lì distaccati a fare da assistenti ai giudici costituzionali veri e propri. Fine del cerchio quindi: “loro” se le scrivono, “loro” le applicano e se a “loro” non piacciono, “loro” le interpretano. E il risultato è che quando il governo è retto dalla sinistra, e quindi presuntamente amico, “loro” invadono il campo e dettano legge. Mentre quando come nell’attuale contingenza il ministro è “nemico” e non condizionabile, “loro” organizzano la resistenza in tutti i gangli di fatto e di diritto in cui la magistratura associata grazie al Csm mette i propri uomini fidati. In queste condizioni inutile chiedersi se sia meglio o peggio questa o quella riforma: tanto “loro” la applicheranno solo se la gradiranno. E se qualcuno farà ricorso potete stare sicuri che il “loro ” sindacato, l’Anm, tramite la cinghia di trasmissione del Csm, farà in modo che sia sempre un di “loro” a decidere sulla legittimità di un giudizio di merito precedente. Se questo non è il grande fratello di Orwell poco ci manca.
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Il "Piano Obama" per la crisi parla di stimoli ma è pieno di sprechi
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Traduzione di Fabrizia B. Maggi
Tratto da The Wall Street Journal
“Non sprecare una vera crisi. Quello che voglio dire è che una crisi è un’opportunità di fare cose che non hai ma potuto fare”. E’ quello che ha detto a novembre il capo del Gabinetto della Casa Bianca Rahm Emanuel e, senza dubbio, i democratici al Congresso stanno proprio prendendo sul serio questo consiglio. Ci stanno vendendo come uno “strumento di stimolo” un provvedimento fatto di 647 pagine e 825 miliardi di dollari ma, ora che i democratici hanno diffuso i suoi dettagli, possiamo capire molto meglio cosa voleva dire Rahm. Il fatto di riuscire a spendere soldi praticamente per ogni proposta dei democratici che è stata soffocata negli ultimi 40 anni, è tutto un prodigio politico.
Abbiamo analizzato il provvedimento, e davvero non riusciamo a credere ai nostri occhi. C’è un miliardo per Amtrak, la rete ferroviaria americana che non è riuscita a produrre profitti negli ultimi 40 anni; 2 miliardi in sussidi per la cura dei bambini; 50 milioni per quell’“ottimo meccanismo” destinato a creare nuovi posti di lavoro, com’è la National Endowment for the Arts (Dotazione nazionale per le arti, ndt); 400 milioni per la ricerca sul riscaldamento globale e altri 2,4 miliardi per progetti destinati al “sequestro del carbonio” (una tecnica per riutilizzare il carbonio concentrato nell’atmosfera, ndt). Tra tutti questi miliardi, c’è persino spazio per i 650 milioni distribuiti per pagare i coupon di conversione della tv digitale.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Quando ci ha venduto il piano, il presidente Obama ha detto che questa norma servirà per fare “spettacolari investimenti con lo scopo di far rivivere la nostra economia in declino”. Beh, potete giudicare voi stessi. Circa 30 miliardi, meno del 5% del totale del provvedimento, sono destinati alla riparazione dei ponti e di altri progetti di autostrade. Ci sono altri 40 miliardi per lo sviluppo della banda larga e della rete elettrica, e per investimenti su progetti per aeroporti e acqua pulita, interventi che sono delle priorità meritevoli anche se contestabili.
Aggiungete i circa 20 miliardi di dollari dei tagli alle imposte d’impresa e che, secondo le nostre stime, solamente 90 degli 825 miliardi – pari a 12 centesimi per ogni dollaro – è destinato a qualcosa che può essere considerato in modo attendibile uno stimolo alla crescita. La maggior parte di questi progetti, poi, probabilmente non sono neanche capaci di aiutare l’economia nell’immediato. Così come un anno fa aveva detto al Congresso Peter Orszag, il nuovo direttore del bilancio di Obama, “quei lavori pubblici che sono stati messi in disparte per molto tempo, non possono essere avviati con una velocità tale da stimolare l’economia in tempo”.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
La maggior parte delle spese restanti del progetto andrà a finire in cose tipo il finanziamento dell’energia rinnovabile (8 miliardi) o dei trasporti pubblici (6 miliardi), settori che hanno un utile sul capitale investito basso o negativo. La maggioranza dei sistemi di trasporto urbano sono così mal gestiti che le loro tariffe coprono meno della metà dei loro costi. Tuttavia, la gente che lavora in questi sistemi appartiene ai sindacati dei lavoratori pubblici che sono contribuenti della campagna di... indovinate di quale partito?
Ecco un’altra chicca: il Congresso ora vuole spendere altri 600 milioni di dollari destinati al governo federale per comprare nuove macchine. Lo “zio Sam” spende già 3 miliardi all’anno nella sua flotta di 600.000 veicoli. Il Congresso inoltre vuole spendere 7 miliardi per modernizzare gli edifici e le strutture federali. Allo Smithsonian (una struttura che ospita 19 musei e 9 centri di ricerca, ndt) spetteranno 150 milioni; amiamo lo Smithsonian, certo, ma questo è davvero un modo di creare posti di lavoro?
Un’altro segreto dello “stimolo” è che circa 252 miliardi è destinato ai pagamenti del “trasferimento di redditi” (il sistema di redistribuzione del reddito nel sistema di mercato, ndt), che in realtà non è un investimento che può aiutare davvero la gente, ma si tratta invece di denaro contante o di benefici indirizzati ai singoli individui per non aver fatto nulla. Ci sono 81 miliardi per Medicaid, 36 miliardi destinati a maggiori benefici per i disoccupati, 20 miliardi per il programma di sostegno alimentare (alle frange di reddito più basse) e 83 miliardi per i crediti derivati dalla partecipazione in un commercio o un’impresa, destinati a chi non paga imposte sui redditi. Se è pur vero che parte di queste iniziative possono essere giustificate dal fatto di voler aiutare gli americani più poveri a superare questa recessione, nessuna favorisce la creazione di posti di lavoro.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Per quanto riguarda l’accountability (la “promessa di responsabilità”, ndt) circa 54 miliardi andranno ai programmi federali che tanto l’Ufficio della Gestione e del Bilancio quanto l’Ufficio della Responsabilità di Governo hanno già criticato perché “inefficaci” o incapaci di superare le verifiche finanziarie di base. Tra queste ci sono l’Amministrazione per lo Sviluppo Economico, l’Amministrazione per la Piccola Impresa, i 10 programmi federali di tirocinio, e molti altri.
Ah, e non dimenticatevi dell’istruzione, che otterrà 66 miliardi in più. Questa cifra è maggiore di quella spesa da tutto il Dipartimento della Educazione solo 10 anni fa e supera quella precedentemente raddoppiata dal presidente Bush. Di questa cifra, circa 6 miliardi serviranno a sovvenzionare progetti di costruzione di edifici universitari. Se pensate che l’intenzione sia quella di aiutare i bambini a imparare, a pagina 257 l’atto chiarisce che “Nessun destinatario... dovrà usare questi fondi per fornire assistenza finanziaria agli studenti con l’obiettivo di frequentare scuole private elementari o secondarie”. Orrore! Parte di quel denaro potrebbe andare a professori non sindacalizzati.
La questione più fiscale è se tutta questa prospera spesa diventerà parte della “base di bilancio” annua che il Congresso utilizza come punto di riferimento quando deve essere calcolato l’aumento della spesa per l’anno successivo e per il futuro. I democratici insistono che non sarà il nuovo riferimento. Ma è difficile – anzi, impossibile – credere che l’anno prossimo il Congresso taglierà le spese di questi programmi rispetto ai loro nuovi, e più elevati, livelli. La cosa più probabile è che questa emergenza di spesa diventerà un costo aggiuntivo rispetto alle spese federali, per di più incrementando la pressione sull’aumento delle imposte. Ogni Blue Dog democratico (una coalizione di membri moderati e conservatori del partito democratico, ndt) che vota per questa tendenza, dovrebbe rivedere subito le sue credenziali di "guardiano del budget".
Si suppone che questa dovrebbe essere una nuova era per l’imparzialità, ma questo provvedimento è stato scritto basandosi sulla lista dei desideri di ogni singolo gruppo di interesse democratico. Come ha detto il presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, “Abbiamo vinto le elezioni. E abbiamo anche scritto la legge”. Hanno fatto proprio così. I repubblicani, quindi, dovrebbero lasciare che si prendano tutti i meriti.
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Erdogan attacca Israele per compiacere il mondo musulmano
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Roberto Barducci
“Come si può consentire a un simile paese [Israele], che ignora totalmente e non applica le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di varcare i cancelli delle Nazioni Unite?”. La persona che ha pronunciato queste parole non è il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad o uno dei suoi accoliti mediorientali, ma il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan.
Israele ha sempre avuto dei rapporti diplomatici, commerciali e militari, piuttosto stretti con la Turchia laica fondata da Kemal Ataturk. Ma l’ascesa al potere del "Partito della Giustizia e Sviluppo" (AKP), nel 2002, ha complicato questo rapporto a causa dei contenuti islamisti delle politiche turche. Peraltro, nella storia della Turchia moderna, si tratta del primo partito di questo tipo che è rimasto al potere senza provocare un colpo di stato da parte dell’esercito apertamente laico.
Per la Turchia, sempre in pessimi rapporti con i suoi vicini arabi (la Siria e l’Iraq dominate dai rispettivi partiti Baath), l’alleanza con Israele aveva una sua ragione. Ma il primo ministro Erdogan ha iniziato un processo di riavvicinamento con la Siria e l’Iran che ha sostanzialmente modificato la politica estera del paese. Quando è iniziata l’offensiva israeliana a Gaza, Erdogan ha attaccato Israele durante tutto l’arco dei combattimenti e ha chiesto che fosse bandito dall’ONU. Ha accusato Gerusalemme di usare bombe al fosforo bianco contro i civili di Gaza e l’ha accusato di “azioni inumane” aggiungendo che “Allah, prima o poi, punirà coloro che non rispettano i diritti degli innocenti”.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Un responsabile israeliano ha commentato dicendo che “Erdogan non ha detto una sola parole che attribuisse almeno l’uno per cento di responsabilità del conflitto ad Hamas. Ha sposato interamente le tesi di Hamas”. Ai commenti di Erdogan sono seguite una serie di dimostrazioni pubbliche in tutta la Turchia che hanno presto assunto toni fortemente anti-semiti. Nel corso di una dimostrazione nella città industriale di Eskisehir, si potevano leggere cartelli del tipo “Ingresso consentito ai cani ma non agli ebrei e agli armeni”.
Erdogan, da parte sua, non ha fatto niente per dissimulare questi sentimenti anti-semiti. In un suo intervento al parlamento, ha accusato gli ebrei di controllare i mezzi di informazione e di colpire intenzionalmente i civili. “I mezzi di comunicazione, appoggiati dagli ebrei, stanno diffondendo false notizie su quello che sta succedendo a Gaza, trovando sciocche scuse per giustificare il bombardamento di scuole, moschee ed ospedali”, ha sostenuto il premier.
Le parole del primo ministro hanno allarmato la comunità ebraica turca, composta da circa 26.000 persone che in questo momento sta vivendo “il peggior momento a memoria di uomo” come ha detto un membro della comunità. Il presidente delle repubblica Gul e il ministro degli esteri Babacan hanno cercato di stemperare le tensioni con dichiarazioni pubbliche volte a rassicurare la comunità ebraica che i diritti civili degli ebrei turchi non verranno toccati. Babacan ha anche affermato che sia Israele che la Turchia intendevano mantenere i loro buoni rapporti. Nonostante il tono conciliatorio dei queste dichiarazioni, le tensioni rimangono alte.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Va notato che questo pronunciamento di Erdogan sembra seguire il filo della sua agenda politica. La crescente solidarietà fra musulmani della regione, e le massicce dimostrazioni organizzate dai turchi per protestare contro la guerra a Gaza, hanno offerto ad Erdogan l’opportunità di criticare Israele guadagnando così popolarità sia in Turchia che in Medio Oriente. Peraltro Ankara sta cercando di ritagliarsi la posizione di intermediario fra il mondo arabo musulmano e l’Occidente ma, per fare questo, doveva accrescere il proprio appeal fra gli arabi e i musulmani. Da qui discendono le aspre critiche rivolte a Israele.
Nel recente passato la Turchia ha svolto il ruolo di mediatore per le trattative indirette fra Israele e Siria. Erdogan aveva anche giocato un ruolo determinante nello sbrogliare il nodo libanese. Le sue doti diplomatiche nell’incontro di Doha erano riuscite a fare eleggere alla presidenza del Libano il generale Suleiman dopo quasi due anni di stallo. Qualche tempo dopo, in visita in Libano, Erdogan aveva ricevuto una standing ovation da parte del parlamento libanese. Tuttavia, gli attacchi di Erdogan ad Israele sembrano andare molto oltre quelle posizioni di neutralità che un mediatore dovrebbe avere. Come potrà Israele, in futuro, accettare di affidare i propri interessi a un mediatore che lo vorrebbe addirittura fuori dall’ONU?
L’analista politico turco Kamran Bokhari pensa che “la ricerca della leadership in Medio Oriente da parte della Turchia, non vuole necessariamente dire che saranno danneggiati i rapporti fra Ankara con Israele e l’Occidente”. Si tratta di un punto di vista decisamente ottimista. Quanto questa previsione sia corretta dipenderà da quanto Erdogan intenda ancora spingere il suo paese fuori dal solco laico che il fondatore delle Turchia, Ataturk, aveva tracciato.
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La capacità di socializzare sta nei geni
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Uno studio condotto sui gemelli spiega la relazione tra successo sociale, interrelazioni e codice genetico
C'è chi sembra nato per fare da trascinatore, e quando è ora di divertirsi e far festa è sempre al centro dell'attenzione. E c'è chi invece non può proprio essere definito un «animale sociale» e preferisce evitare le serate di gruppo per dedicarsi a relazioni con singoli amici. Non è un caso: il fatto di essere più o meno popolare e disinvolto, quando si tratta di amicizia, dipende dal codice genetico.
LA RICERCA - Lo rivela uno studio condotto dai ricercatori dell'Harvard University su un campione di oltre mille coppie di gemelli sia etero che omozigoti, solitamente scelti per questo genere di indagini dato che, oltre a condividere l'ambiente in cui crescono, condividono anche il codice genetico (per metà nel primo caso, interamente nel secondo). Confrontando le informazioni ottenute sul numero delle conoscenze e delle amicizie i ricercatori hanno riscontrato che le reti sociali erano più simili fra i gemelli identici. Questo era relativamente scontato, ma la ricerca ha anche spiegato come la genetica possa determinare le interconnessioni tra amici di una stessa persona. Se una persona ha tre amici – supponiamo – la possibilità che questi si conoscano tra loro dipende dai geni del primo, responsabili quindi della sua maggiore o minore inclinazione a presentare gli uni agli altri.
EVOLUZIONE - Secondo gli scienziati che hanno condotto lo studio, la sua importanza è da leggere non tanto in chiave psicologica o sociale in sè, ma piuttosto in chiave evoluzionistica, perchè introduce un'ipotesi ulteriore su come la genetica possa influire sul posizionamento degli individui all'interno di un gruppo sociale. Il saper coltivare un network di relazioni permette infatti di accedere più facilmente a un maggior numero di informazioni, e ciò è un vantaggio in termini evolutivi, mentre un atteggiamento più riservato e cauto porta a essere meno esposti al contagio da malattie varie e anche questo rappresenta un vantaggio immediato in termini di conservazione dell'individuo, ma è di segno opposto al primo e di diverso o valore. Comunque sia, come ha riconosciuto Nicholas Christakis – uno degli autori dello studio – quella emersa dalla ricerca di Harvard è senza dubbio «una scoperta alquanto bizzarra».
Alessandra Carboni
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Usa, staminali embrionali via alla prima sperimentazione
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
La Food and Drugs Administration autorizza il "trial" di un medicinale che potrebbe aiutare persone colpite da paralisi
WASHINGTON - Via libera negli Stati Uniti alla prima sperimentazione su cellule staminali embrionali umane per testare una nuova terapia che potrà dare nuova speranza alle persone paralizzate. Oggi la Food and Drugs Administration - l'ente indipendente che regola farmaci e ricerca - ha annunciato che la Geron Corp ha dato garanzie sufficienti di sicurezza delle procedure e ha così ottenuto l'autorizzazione al trial.
Indubbio l'interesse scientifico - migliaia di pazienti in tutto il mondo si sono sottoposti a terapie basate su cellule staminali adulte offrendo risultati controversi, ma per la prima volta sarà possibile osservare la capacità riproduttiva delle cellule embrionali.
Ma è importante anche il segnale politico della decisione della Fda: l'arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama sta rivoluzionando l'approccio pubblico alla ricerca in modo profondo. Il rifiuto dell'utilizzo di embrioni per la ricerca è infatti stato un caposaldo della politica dell'Amministrazione Bush, mentre Obama si è sempre detto disposto a rovesciare questa impostazione. Fortemente favorevole alla ricerca sulle staminali embrionali è del resto il suo consigliere scientifico Thomas P. Holdren.
Lo studio clinico di fase riguarderà una decina di pazienti con gravi lesioni del midollo spinale (che tuttavia devono essere recenti, riportate non più di due settimane prima): scopo della ricerca è garantire che non vi siano fenomeni di rigetto e che la terapia sia sicura, anche se i medici sperano che possano esservi fenomeni di rigenerazione del tessuto.
Il trattamento, che è ancora a una fase sperimentale, dovrebbe far sì che le cellule iniettate stimolino la ricrescita dei nervi danneggiati. L'obiettivo ultimo è di ristabilire la regolare funzione del midollo spinale.
La Geron è interamente finanziata da fondi privati, per ora infatti non sono previsti finanziamenti pubblici in questo settore dopo il veto imposto da Bush nel 2006 nonostante il via libera del congresso, ma il fatto che non si sia opposta la Fda, che pur essendo un organismo indipendente risente evidentemente dell'aria che tira dalla Casa Bianca, dimostra che davvero qualcosa è cambiato.
Le cellule staminali embrionali sono in grado di differenziarsi per produrre tutte le cellule dei tessuti umani: una caratteristica che le rende uno strumento eccezionale per la ricerca medica. Le cellule staminali adulte infatti servono per il rinnovamento dei tessuti, ma solo del tipo nel quale si trovano; quelle embrionali (ricavate dal blastociste, ovvero l'embrione con 5-6 giorni di età) sono invece in grado di dare origine a 200 diversi tipi di cellule e per questo sono dette "pluripotenti".
Il nodo etico della questione è che l'embrione dal quale vengono ottenute viene di norma distrutto: nella pratica, si utilizzano quelli ottenuti in soprannumero dalla fecondazione in vitro, non destinati cioè all'impianto nell'utero.
Un'alternativa promettente è quella delle cellule staminali pluripotenti indotte (ips), ottenute grazie alla "riprogrammazione" del nucleo delle staminali adulte: rimangono tuttavia ancora incertezze sul loro sviluppo e per questo gli scienziati ritengono che la ricerca che utilizza quelle embrionali debba continuare.
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Meglio carta e penna dei «brain trainer»?
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Un ricercatore francese si è scagliato contro i videogame che «allenano la mente»
Perché spendere anche qualche centinaio di euro per allenare la mente con uno dei molti videogiochi studiati appositamente per stimolare le meningi, quando con molto meno si può acquistare una matita e un taccuino ed esercitarsi allo stesso modo?
NIENTE DI STRAORDINARIO - Secondo Alain Lieury, professore di psicologia cognitiva presso l'Università di Rennes, non vi sarebbe alcuna prova scientifica di una maggiore utilità dei giochi elettronici cosiddetti «salva memoria» rispetto a qualsiasi altro metodo, come rivelato dai dati emersi da uno studio da lui condotto su 67 studenti di 10 anni di età. I bambini interessati dalla ricerca sono stati divisi in quattro gruppi e monitorati per sette settimane: ai primi due è stato affidato il gioco elettronico, al terzo è stato chiesto di risolvere quiz con carta e penna, mentre il quarto ha semplicemente seguito le lezioni a scuola. L'indagine ha rivelato che i risultati dell'allenamento su console sono equivalenti (se non addirittura inferiori) a quelli che si ottengono andando a scuola oppure semplicemente risolvendo enigmi su carta. Lieury riconosce che console portatili e giochi di logica siano spesso innegabilmente gioielli tecnologici, ottimi per divertirsi, ma che sarebbe «da ciarlatani attribuire loro un qualsiasi valore scientifico».
SCIENTIFICO O NO? - Parole, le sue, che contraddicono una ricerca scozzese pubblicata alla fine dello scorso anno, dalla quale era emerso un legame tra i videogiochi per allenare il cervello e i migliori risultati in matematica. In questo caso lo studio aveva interessato 600 bambini di 32 scuole del Paese, che ogni giorno si esercitavano per 20 minuti proprio con il popolare gioco di casa Nintendo. L'analisi aveva rivelato che gli studenti che si erano allenati con Brain Training avevano aumentato le proprie conoscenze di un buon 50 per cento in più rispetto a quelli che si erano limitati a studiare sui libri. Un risultato, questo, dovuto probabilmente anche al fatto che l'associazione gioco-apprendimento rende lo studio più allettante per i più piccini.
Alessandra Carboni
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Stare all’aperto dimezza il rischio miopia nei bimbi
>>Da: urania
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La luce del sole libera sostanze chimiche che impediscono la crescita eccessiva del bulbo oculare, causa prima del problema
5 GEN – Volete evitare che i vostri figli diventino miopi? Teneteli il più possibile all’aria aperta, lontano da televisione e pc, ma soprattutto esposti alla luce solare. Secondo un team di ricercatori australiani, infatti, sono i raggi a liberare sostanze chimiche che impediscono la crescita eccessiva del globo oculare, causa principale della miopia.
Lo studio ha confrontato la vista e le abitudini di bambini di 6-7 anni a Singapore con quelle di loro coetanei in Australia. Il 30% dei bambini di Singapore sono risultati miopi, ben 10 volte di più degli australiani. I geni non c'entrano, però: entrambi i gruppi erano composti da bambini di origine cinese. La differenza è nel sole: i bambini australiani hanno speso una media di due ore al giorno all'aria aperta, 90 minuti in più rispetto ai loro coetanei del Sud-Est asiatico.
“I due gruppi”, ha confermato il capo dei ricercatori Ian Morgan, dell'Australian research Council's Vision Centre, “avevano passato lo stesso tempo davanti ai videogiochi, al computer e la tv. L'unica differenza che abbiamo accertato è la quantità di tempo trascorsa all'aria aperta". Troppo poca luce solare, insomma. Per questo i bambini delle aree urbane occidentali, spiega il ricercatore, stanno diventando sempre più miopi. "In alcune città dell'est asiatico l'80-90% dei bambini è miope, e sia i governi che l'Oms sono molto preoccupati al riguardo".
La luce naturale innesca il rilascio di dopamina, che impedisce la crescita disordinata del bulbo oculare e la distorsione che provoca la miopia. Lo conferma uno studio effettuato a Sydney lo scorso anno, che dimostra come tre ore al giorno di luce naturale dimezza il rischio di miopia. Tuttavia, secondo altri studi la luce del sole si "paga" negli anni: i bambini nati in estate, con la luce del solleone, hanno molta più probabilità di diventare miopi in età avanzata.
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Influenza? I rimedi della nonna efficaci per davvero
>>Da: urania
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Dal centrifugato di carote all’infuso di basilico, i consigli della Coldiretti per combattere tosse, mal di gola & Co.
L’Australiana imperversa, ha già costretto a letto quasi un milione e mezzo di italiani. Contro questa forma influenzale così agguerrita, c’è poco da fare: se non vi piace l’idea di ricorrere ai farmaci per combatterne i sintomi, potete sempre ricorrere ad alcuni “rimedi della nonna” efficaci e del tutto innocui. Quali? Li illustra la Coldiretti, secondo cui la chiave per allleviare al meglio i tipici acciacchi collegati all’influenza “è custodita da secoli nelle nostre campagne, sotto forma di prodotti naturali”.
Infusi, gargarismi e…
Volete qualche esempio? Se contro mal di gola si consiglia di fare gargarismi con succo di due limoni diluiti in mezzo bicchiere d’acqua e sale, in caso di gola infiammata è bene fare i gargarismi con un infuso di acqua bollente e foglie di basilico fresco. E ancora: per la raucedine il toccasana è un centrifugato di carote fresche e un cucchiaino di miele da bere durante la giornata. La fastidiosa tosse può essere sedata bevendo il succo di un limone con un cucchiaio di miele, mentre sembra addirittura che tagliare delle fette di patata e metterle sulla fronte fermate con un foulard possa aiutare contro il mal di testa. E per la convalescenza, mangiare pomodori crudi molto maturi o berne il succo aiuta a tornare presto in forma.
Come difendere l’organismo
E’ peraltro scientificamente provato che una corretta dieta a base di vitamina C e sali minerali sia una validissima alleata contro le malattie da raffreddamento e non c’è dubbio che l’alto contenuto di questa vitamina negli agrumi e nei kiwi ha un effetto benefico contro le scorie (radicali liberi) che “annientano” l’organismo e che sono prodotte, proprio dal nostro corpo, in grandi quantità proprio nel periodo invernale.
E allora, invece di abusare di sostanze multivitaminiche che sono pur sempre prodotti “sintetici”, realizzati in laboratorio, preferiamo gli agrumi e tutta la frutta e verdura di stagione: ne guadagnerà senz’altro sia il portafoglio che il palato.
Riepilogando:
CONTRO IL MAL DI GOLA: fare gargarismi con succo di 2 limoni diluiti in mezzo bicchiere d’acqua e sale.
PER LA GOLA INFIAMMATA: fare dei gargarismi con un infuso di acqua bollente e foglie di basilico fresco.
CONTRO LA RAUCEDINE: preparare un centrifugato di carote fresche e 1 cucchiaino di miele, da bere durante la giornata.
PER SEDARE LA TOSSE: bere il succo di 1 limone con 1 cucchiaio di miele.
CONTRO IL MAL DI TESTA: tagliare delle fette di patata e metterle sulla fronte fermate con un foulard.
DURANTE LA CONVALESCENZA: mangiare pomodori crudi molto maturi o berne il succo.
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Il mal di mouse è soprattutto… rosa
>>Da: urania
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A rischio di sindrome del tunnel carpale, provocata dall’uso intensivo del computer, due milioni e 700 mila donne italiane
Quasi certamente ne avrete già sentito parlare. Il nome è complicato, ma dietro la “sindrome del tunnerl carpale” c’è qualcosa che è ormai molto diffuso: il cosiddetto “mal di mouse”, il disturbo provocato dall’uso intensivo del mouse del computer, ma non solo (l'utilizzo di utensili non ergonomici o le vibrazioni e le basse temperature). Un fenomeno in netto aumento, che sta incidendo anche dal punto di vista sociale, con un numero altissimo di giornate lavorative perse: è stato calcolato infatti che la sua insorgenza nel 47% dei casi è riconducibile all'attività lavorativa.
Soprattutto donne
La sindrome del tunnel carpale colpisce prevalentemente nell'età adulta. E riguarda soprattutto le donne: il tasso di incidenza al femminile, infatti, è del 3,4% (contro lo 0,6% per gli uomini) ma si stima che tale neuropatia sia presente in un ulteriore 5,8% delle donne non diagnosticate, fino ad arrivare a un picco del 9,2%. Questo vuol dire che in Italia, potenzialmente, si potrebbero ammalare di questa sindrome 2,7 milioni di donne. La stima è del professor Giulio Basoccu, esperto in chirurgia della mano.
Diagnosi precoce
Proprio per il suo impatto sociale, la necessità di una precoce diagnosi clinica, ma soprattutto una valida ed efficace terapia riabilitativa che permetta di recuperare a pieno e in tempi non troppo lunghi la funzionalità dell'arto, è decisiva. Non solo: una mano priva della sensibilità non puòessere utilizzata come una mano che ha un handicap motorio recuperabile, di conseguenza la strategia terapeutica che mira alla ricostruzione della funzione della mano deve dunque dare priorità al recupero sensitivo senza il quale il tentativo della ricostruzione motoria sarebbe vano.
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Analisi del sangue possono prevedere l'osteoporosi
>>Da: urania
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La scoperta di ricercatori danesi: potrebbe bastare un prelievo per individuare una predisposizione alla malattia.
10 GEN - Una semplice analisi del sangue potrà portare a diagnosticare precocemente l'osteoporosi ed a prevenire le tante fratture che colpiscono soprattutto le donne. Alcuni ricercatori danesi dell'Università di Aarhus hanno infatti scoperto un metodo in grado di rivelare la predisposizione all'osteoporosi perché a determinarla sarebbe la riduzione di un gene chiamato Alox-12.
Analizzando il sangue prelevato da un paziente sano, il nuovo metodo sarebbe in grado di far capire allo specialista se il soggetto corre il rischio di venire colpito dalla malattia. In questo modo una terapia appropriata potrebbe essere prescritta in tempi utili per evitare la riduzione della massa ossea.
L’importanza della scoperta è proprio qui: l'osteoporosi è una malattia ansintomatica e se ne scopre l'esistenza solo quando la fragilità scheletrica è già subentrata e si è predisposti alla frattura. Si sa che il processo si accelera in età avanzata e aumentando la lunghezza della vita la malattia rischia di diventare in futuro un problema grave.
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Vitamina C alleata della pressione
>>Da: urania
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Una dieta ricca di alimenti che contengono acido ascorbico migliora i valori pressori
Fare quotidianamente il pieno di vitamina C giova alla pressione sanguigna delle giovani donne. Lo segnala uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università della California di Berkeley, pubblicato di recente sulla rivista Nutrition Journal. Dalla ricerca è infatti emerso che i livelli di vitamina C nel plasma sono collegati in modo inversamente proporzionale alla pressione: in altre parole maggiori i livelli della preziosa vitamina, migliori i valori di pressione.
ASSOCIAZIONE – Con l’intento di identificare eventuali fattori protettivi nei confronti dell’ipertensione, i ricercatori americani hanno analizzato la relazione tra i livelli di acido ascorbico (vitamina C) nel sangue e la pressione sanguigna in 242 ragazze di età compresa tra i 18 e i 21 anni, arruolate nel National Heart, Lung, and Blood Institute Growth and Health Study, uno studio durato dieci anni progettato con l'intento di verificare le cause dell'insorgere dell'obesità nelle ragazze durante l'adolescenza. Le misurazioni eseguite dai ricercatori al termine dello studio, ovvero dopo 10 anni, e a intervalli negli anni precedenti hanno mostrato che nelle donne che presentavano livelli maggiori di vitamina C nel plasma si assisteva mediamente a una riduzione di 4,66 mmHg nella pressione sistolica e di 6,04 nella pressione diastolica. Nelle ragazze che presentavano livelli più bassi di vitamina C è stato invece evidenziato il fenomeno opposto, ovvero un aumento nei valori pressori.
VITAMINA C - «La vitamina C è una delle vitamine solubili più importanti per il nostro organismo, che però non è in grado di sintetizzarla e va quindi assunta con la dieta – premette Michele Carruba, direttore del Centro studi e ricerche sull’obesità dell’Università di Milano -. Questa vitamina non si accumula per cui per mantenere stabili i suoi livelli durante la giornata occorre assumere costantemente alimenti che la contengono, dagli agrumi alle verdure a foglia verde in generale. Se per esempio una persona assume al mattino un integratore di vitamina C, non è detto che i suoi livelli rimangano stabili per tutta la giornata. Detto questo, non penso che gli effetti benefici dell’acido ascorbico sulla pressione sanguigna evidenziati nella ricerca siano il risultato di un effetto diretto, ma piuttosto la conseguenza di uno stile di vita più salutare. I livelli di vitamina C nel sangue potrebbero infatti essere la spia di una dieta migliore, più ricca di frutta e verdura, con evidenti ricadute sulla pressione».
EDUCAZIONE ALIMENTARE – Che la prevenzione dell’ipertensione parta dallo stile di vita e, nel caso specifico, da una corretta educazione alimentare lo sottolineano anche alcune considerazioni degli autori della ricerca: «Nel corso dello studio – segnala la ricercatrice Gladys Block - uno degli obiettivi è stato quello di educare le ragazze a una corretta alimentazione: la loro dieta è stata arricchita con frutta e verdura che, generalmente, non sono alimenti molto in voga tra i più giovani. L'aumento dell'assunzione di questi cibi ha coinciso con un miglioramento dei valori medi della pressione arteriosa». Insomma se i giovani non vogliono vedere la loro pressione salire negli anni farebbero bene a dare la giusta attenzione alla dieta, aumentando il consumo di frutta e verdura e riducendo quello di grassi e cibi salati. Non meno importante una regolare attivi
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L'obesità è comune nelle donne a rischio di cancro al seno
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Le donne con storia familiare di cancro al seno sono spesso obese e sedentarie: è quanto sostiene uno studio condotto presso il Russells Hall Hospital di Dudley e pubblicato sulla rivista International Seminars in Surgical Oncology.
I ricercatori hanno seguito 92 donne, tutte con storia familiare di tumore al seno: la maggiornaza di loro è risultata in soprappeso e il 37% obeso.
Delle 59 donne in menopausa dello studio, solo il 15% ha dichiarato di svolgere un'attività fisica per almeno 4 ore a settimana.
Le donne in soprappeso o obese, però, hanno una probabilità più alta rispetto alle donne magre di sviluppare tumore al seno.
Per questo motivo le donne con familiarità per questo tumore, più delle altre dovrebbero tenere sotto stretto controllo il loro peso corporeo e svolgere una regolare attività fisica.
I ricercatori hanno commentato i risultati da loro ottenuti sottolineando come l'esatta relazione fra soprappeso, candro al seno , familiarità al tumore e esercizio fisico
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Psicofarmaco per bambini causa gravi danni al fegato
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
La Food and Drug Administration, dopo l’ennesimo report per gravi danni epatici – anche mortali - riportati da picoli pazienti trattati con lo psicofarmaco atomoxetina (nome commerciale Strattera), ha emesso una comunicazione urgente indirizzata a tutti i medici autorizzati all’esercizio della professione negli Stati Uniti, sollecitandoli a informare immediatamente le famiglie dei loro pazienti circa i rischi associati all’uso del medicinale, con preghiera di contattare il proprio medico al primo sintomo di fatica, perdita di appetito, nausea, vomito, prurito, urine scure, ittero della pelle, gonfiori dell’area epatica o inspiegabili sintomi influenzali.
Lo Strattera fu approvato il 26/11/2002 come psicofarmaco per trattare i bambini iperattivi, distratti e agitati. Dal 2002 al 2007, circa 3,3 milioni di pazienti hanno ricevuto prescrizioni di atomoxetina nei soli Stati Uniti, e di essi circa 2,1 milioni (64%) erano minorenni. L’FDA nella sua comunicazione scrive che mentre nella fase di pre-commercializzazione non erano stati evidenziati segnali circa possibili danni gravi al fegato, i report successivi alla commercializzazione hanno identificato nell’atomoxetina un elemento causante malattie epatiche, anche gravi e a volte mortali.
A seguito di tali reports, nel 2004 è stata resa obbligatoria l’aggiunta di un avviso sui foglietti illustrativi indicante i potenziali rischi di gravi danni al fegato. Ma l’FDA dichiara di aver ricevuto sei ulteriori report di gravi danni epatici in pazienti trattati con atomoxetina. I foglietti sono stati rivisti in senso ancor più restrittivo nel 2007, ma le segnalazioni non cessano di pervenire.
Il fegato è il principale organo che metabolizza i farmaci, e a volte questi possono causare danni alle cellule epatiche: da aumenti di attività enzimatica nel sangue, a un vero e proprio collasso dell’organo con conseguente necessità di trapianto. Questo tipo di danni possono portare anche al decesso e questa è una delle ragioni principali per cui un farmaco viene rimosso dal mercato.
La professoressa Graziella Fava Vizziello, Primario, Neuropsichiatra Infantile e Professore Ordinario di Psicologia all’Università di Padova, ha dichiarato al riguardo: «Con questi psicofarmaci i genitori preferiscono far classificare il figlio come ADHD piuttosto che affrontare situazioni complesse. Spesso i genitori si rendono conto che i bambini stanno soffrendo anche gravemente a causa del trattamento farmacologico, e li portano da noi con il sospetto che qualcosa non stia funzionando, ma non decidono di far sospendere il farmaco per paura di perdere il controllo della situazione. Oltre agli effetti dello Strattera sul fegato, ho visto bambini completamente appiattiti, totalmente disinteressati all'ambiente, con lo sguardo vuoto e immobilizzati dal farmaco, più che calmati».
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Un uomo su cinque a rischio alcool
>>Da: urania
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Almeno un uomo su cinque che vive in un paese industrializzato è a rischio alcolismo: è quanto sostiene uno studio condotto presso l’università della California e pubblicato sulla rivista The Lancet.
Il rischio alcolismo si dimezza nelle donne: per gli uomini il rischio di abuso dell’alcool è stimato nel 15%, mentre il rischio dipendenza è stimato nel 10%.
Chi consuma grosse quantità di alcool ha un 40% di probabilità in più di soffrire di depressione; l’80% degli alcolisti sono anche fumatori accaniti.
L’abuso di alcool e l’alcolismo sono determinati soprattutto dal contesto sociale in cui si vive: le donne sono meno esposte ai problemi dovuti dall’alcool perché, in genere, sono meno abituate al suo consumo.
Circa il 50-60% degli alcolisti, siano essi uomini o donne, mostrano notevoli miglioramenti dopo un anno di trattamento di divezzamento dell’alcool: i programmi di recupero prevedono sia un supporto psicologico che un trattamento farmacologico vero e proprio.
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Meno cibo, più memoria
>>Da: urania
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Uno studio tedesco rivela che mangiare meno aiuta a migliorare la memoria e a evitare l’insorgenza dell'Alzheimer e di altre forme di demenza senile.
Secondo lo studio piccoli cambiamenti nello stile di vita potrebbero ritardare patologie legate all’avanzare dell’età; sembra infatti che una dieta con il 30% di calorie in meno migliori la memoria.
Spiega infatti la neurologa Agnes Floe, che lo studio «dimostra come la restrizione calorica può migliorare il funzionamento della memoria negli anziani».
La Floe e la sua squadra hanno lavorato con cinquanta volontari sessantenni divisi in tre gruppi. Il primo, affidato a un dietista, ha diminuito di un terzo le calorie giornaliere; il secondo non ha avuto alcuna indicazione alimentare e il terzo gruppo ha assunto cibo con acidi grassi insaturi, tipo olio di oliva e pesce.
Dopo tre mesi il primo gruppo ha registrato miglioramenti in test di memoria tra il 10 e il 20%.
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400.000 italiani con l'influenza, uno su tre ha complicanze
>>Da: urania
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Il picco dell’epidemia di influenza si sta avvicinando e arriverà a metà febbraio: nell’ultima settimana l’Australiana ha messo a letto ben 400.000 italiani e altrettante sono le persone colpite da malattie respiratorie acute.
Non solo. Rispetto alla settimana precedente, i ricoveri ospedalieri correlati a patologie influenzali sono cresciuti di quasi dieci volte e le visite domiciliari da parte dei medici di famiglia sono aumentate del 50%, con una conseguente incremento del 15% dei giorni di malattia prescritti. Il consumo di farmaci, in particolare antibiotici, è cresciuto del 14%. E, in un mese, si è registrato un incremento del 70% nella richiesta di indagini diagnostiche.
È la fotografia dell’influenza scattata da Health Search / Italia, come stai?, il progetto della Società Italiana di Medicina Generale SIMG che rappresenta il più potente strumento di rilevazione epidemiologica mai realizzato nel nostro Paese. Una rete di medici di medicina generale distribuiti su tutto il territorio nazionale non solo fornisce con tempestività informazioni sull’evoluzione della patologia, i cui dati peraltro sono già tenuti sotto osservazione dalla rete Influnet, ma verifica anche capillarmente le complicanze e lo stato di salute della popolazione italiana nel corso del periodo influenzale, il numero di indagini diagnostiche effettuate, i trattamenti terapeutici prescritti, le assenze dal lavoro causate dalla malattia e i ricoveri ospedalieri richiesti.
Le rilevazioni sono iniziate sei settimane fa, e dagli ultimi dati risulta con evidenza che il virus influenzale è sempre più diffuso e le malattie respiratorie simili all’influenza stanno avanzando. Nell’ultimo mese di rilevazione l’incidenza dell’Australiana è aumentata in maniera costante passando dai 2,1 casi ogni mille pazienti della prima metà di dicembre ai 7,7 casi dell’ultima settimana. Quasi un paziente su tre ha ricevuto un ciclo di antibiotico in seguito a una complicanza batterica conseguente a influenza o a una malattia respiratoria acuta.
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Il latte crudo è sicuro se rispettate le norme igieniche
>>Da: urania
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La recente bufera mediatica scatenatasi sul latte crudo ha causato ingenti perdite agli allevatori che avevano investito su questo nuovo prodotto, creando un ingiustificato allarme e un diffuso disorientamento tra i consumatori. Il punto sulla situazione è stato fatto da ricercatori, nutrizionisti, produttori in un convegno dal titolo Latte: la cruda verità. Il latte crudo, i suoi vantaggi, i suoi pericoli, organizzato da Slow Food Italia e dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
A seguito dei casi di tossinfezione oggetto delle cronache, il 10 dicembre 2008 il Ministero della Salute ha emesso un’ordinanza che introduce l’obbligo di riportare sugli appositi distributori la dicitura da consumarsi solo dopo bollitura. Tuttavia le statistiche dimostrano che non ci sono state variazioni nella casistica di SEU (Sindrome emolitico-uremica), una malattia molto rara causata da tossinfezioni di Escherichia Coli, da quando si sono diffusi in Italia gli erogatori di latte crudo.
«Il latte crudo è un un alimento integro e vivo che contiene elementi nutrizionali fondamentali per l’alimentazione umana a tutte le età», ha dichiarato Giorgio Calabrese, docente di Nutrizione Umana presso l’Università di Torino e consulente del Ministero della Salute. «L’atto di spillare il latte crudo da un distributore – continua Cinzia Scaffidi, direttore del Centro Studi Slow Food - è la sintesi perfetta del buono, pulito e giusto: questo latte ha proprietà nutritive superiori a quelle del prodotto pastorizzato ed è più gradevole al palato; percorre pochi chilometri per giungere al consumatore e non produce rifiuti in packaging; infine, la filiera diretta consente una politica di prezzo più rispettosa del lavoro degli allevatori».
Una goccia di latte contiene tutti gli elementi nutrizionali necessari all’alimentazione in un equilibrio perfetto quanto precario. Per questo il latte deve subire il minor numero possibile di trattamenti e alterazioni. Il latte prodotto in una stalla sana, in cui si rispettano tutte le norme igieniche, filtrato, refrigerato a 4° e mantenuto in stato di blanda agitazione conserva inalterate le proprie caratteristiche.
I primi distributori di latte crudo sono nati in Lombardia nel 2004 dalla volontà di alcuni produttori. Già alla fine di quell’anno una circolare della Regione Lombardia fissava rigidi livelli di sicurezza igienico-sanitaria. Da quelle prime esperienze, gli erogatori di latte crudo si sono diffusi in tutta Italia e oggi se ne contano oltre 1.100. «L’esperienza lombarda - afferma Roberta Lodi, responsabile della sede di Milano del CNR - ISPA (Istituto di Scienze delle Produzioni Animali) – ha permesso di costruire le regole per una gestione sanitaria del latte crudo: l’allevatore garantisce che la sua stalla è sana, grazie anche agli strumenti per ridurre il rischio di proliferazione di elementi patogeni forniti da veterinari e tecnici del latte; il consumatore, infine, conserva correttamente il prodotto prelevato dall’erogatore».
Intanto in Francia si punta sulla sicurezza assoluta per i consumatori di latte crudo e la responsabilizzazione dei produttori. Sulla base di questo, già nel 1999 è stata realizzata una guida delle buone pratiche, ripresa poi nel 2006 con il cosiddetto pacchetto igiene.
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Tumori: in Australia mammografie gratis ai grandi magazzini
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Ha aperto a Sydney la prima clinica al mondo che offre la diagnosi gratuita del tumore al seno all'interno di un grande magazzino, rendendo più accessibile un servizio da sempre offerto nelle strutture ospedaliere durante l'orario di lavoro.
La Sunflower Clinic ha gli stessi orari dei grandi magazzini Myer in cui è situata, e permette di effettuare mammografie in orario serale e durante i weekend, venendo incontro alle esigenze delle donne che lavorano e che fanno la spesa. La mammografia viene subito trasmessa alla struttura ospedaliera associata, dove due medici formulano la diagnosi in tempo reale.
«La clinica è un matrimonio fra lo shopping e la cura della salute - ha dichiarato John Boyages, presidente dell'Istituto di ricerca sul cancro al seno, partner dell'iniziativa - Aprendo anche fuori dell'orario di lavoro, diamo la possibilità a molte donne di effettuare controlli, come altrimenti non potrebbero fare».
La prima delle quattro cliniche, all'interno dei magazzini Myer a Parramatta nella periferia ovest di Sydney, ha ricevuto un numero considerevole di pazienti nel giorno della sua inaugurazione, attirando molte donne che si erano recate a fare la spesa.
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Le pulizie domestiche aggravano l'asma
>>Da: urania
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Le pulizie domestiche e l'utilizzo dei prodotti di pulizia per la casa possono esacerbare l'asma: è quanto sostiene uno studio condotto presso l'università di Cincinnati e pubblicato sulla rivista Annals of Allergy, Asthma and Immunology.
I ricercatori hanno seguito 25 donne asmatiche e 19 donne non asmatiche tutte impegnate in prima persona nella pulizia della casa, per un periodo di 12 settimane.
I ricercatori, dopo le pulizie, hanno evidenziato un aumento statisticamente significativo dei sintomi respiratori nelle donne asmatiche rispetto alle non asmatiche.
Anche le donne non asmatiche, però, hanno evidenziato un certo numero di segni respiratori per esposizione a prodotti di pulizia di media tossicità.
I ricercatori, quindi, raccomandano ai medici di base di redarguire le loro pazienti asmatiche sui pericoli che corrono durante le pulizie domestiche.
L'esposizione a certi prodotti di pulizia, inoltre, può favorire l'insorgenza dell'asma anche in donne sane, anche se circa quest'evenienza sono necessari studi prospettici con un più largo numero di partecipanti.
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Raggi X dalla Luna
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
In tre minuti sono stati raccolti dati sul profilo spettrografico di una parte della superficie lunare prezioso per comprendere la chimica della regione
L’affascinante chiaro di Luna, che ha ispirato poesie e credenze sui suoi influssi, non smette di incuriosire anche gli scienziati: grazie alla camera a raggi X C1XS, sviluppata da un consorzio di ricerca tra l’STFC Rutherford Appleton Laboratory, nel Regno Unito, e l’Indian Space Research Organisation (ISRO), si è riusciti a ottenere il primo profilo spettrografico X del nostro satellite naturale.
Montato sulla sonda Chandrayaan-1, in orbita intorno alla Luna, il C1XS ha rivelato il segnale X di una regione vicina ai siti di allunaggio dell’Apollo. L’emissione rivelata è in realtà molto debole, circa 20 volte meno intensa del livello minimo che il dispositivo si riteneva fosse in grado di rilevare.
"Il C1XS è andato oltre ogni aspettativa quanto a sensibilità e ha dimostrato di superare qualunque altro dispositivo dello stesso tipo mai realizzato”, ha commentato Shyama Narendranath, ricercatore dell’ISRO.
Il risultato lascia ben sperare anche per il futuro della missione.
Manuel Grande, che ha coordinato lo studio, ha sottolineato come "La qualità del segnale rivelato dimostra che il C1XS è in eccellenti condizioni ed è sopravvissuto al passaggio di Chandrayaan-1 attraverso le fasce di van Allen.”
Ma non si è trattato solo di una verifica strumentale: la camera ha raccolto circa tre minuti di dati per ottenere il profilo spettrografico di una parte della superficie lunare che potrà rivelarsi prezioso per comprendere la chimica di questa regione.
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Spettacolari immagini nella costellazione del Centauro
>>Da: urania
Messaggio 2 della discussione
Gli strumenti hanno permesso di evidenziare il disco di polveri che circonda la galassia gigante e i getti radio in moto ad altissima velocità dal centro galattico, segni della presenza di un buco nero supermassiccio nel nucleo di Centaurus A
Nuove osservazioni astronomiche hanno permesso di ottenere ulteriori informazioni sulla galassia attiva Centaurus A (NGC 5128), grazie alla possibilità di visualizzare per la prima volta nello spettro delle onde submilimetriche i getti e i lobi che fuoriescono dal buco nero presente nel suo centro.
I dati così ottenuti grazie al telescopio Atacama Pathfinder Experiment (APEX) dell’ESO, situato in Cile, sono stati combinati con le lunghezze d’onda nel visibile e nello spettro X per produrre questa nuova affascinante immagine.
Centaurus A è la galassia gigante a noi più vicina, poiché dista soli 13 milioni di anni luce dalla Via Lattea, in direzione della parte meridionale della costellazione del Centauro.
Si tratta di una galassia ellittica, che attualmente si sta fondendo con una galassia a spirale compagna, dando luogo a aree di intensa formazione stellare e rendendola uno dei più spettacolari oggetti del cielo.
Centaurus A ospita una regione centrale molto luminosa e attiva, a causa della presenza di un buco nero supermassiccio, fonte di un’intensa radiazione nello spettro radio e X.
Nell’immagine ottenuta, sono visibili il disco di polveri che circonda la galassia gigante e i getti radio in moto ad altissima velocità dal centro galattico, segni della presenza di un buco nero supermassiccio nel nucleo di Centaurus A.
Nelle lunghezze d’onda sub millimetriche, è possibile vedere non solo il bagliore dovuto al calore del disco di polveri, ma anche l’emissione della sorgente radio centrale e - per la prima volta nelle onde submillimetriche - i lobi radio interni nord e sud del disco.
Le misurazioni di questa emissione, che avviene quando gli elettroni ad alta velocità spiraleggiano intorno alle linee del campo magnetico, rivelano che il materiale sta viaggiando approssimativamente a metà della velocità della luce.
Nell’emissione di raggi X, si vedono i getti emergere dal centro di Centaurus A e, nella parte inferiore destra della galassia, il bagliore in cui il lobo in espansione collide con il gas circostante, creando un’onda d’urto.
Il Large APEX Bolometer Camera (LABOCA), costruito dal Max-Planck-Institut per la radioastronomia (MPIfR) di Bonn, in Germania, è montato su APEX, un telescopio per le onde submillimetriche da 12 metri di diametro situato a 5000 metri di quota sull’altipiano di Chajnantor nella regione cilena dell’Atacama.
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La locusta 'depressa' salva il raccolto
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Inibendo la produzione di serotonina, le locuste non adottano il comportamento gregario anche in presenza degli stimoli fisici che usualmente lo innescano
Il passaggio delle locuste dal loro comportamento usualmente solitario e innocuo a quello gregario, in cui centinaia di milioni di esemplari si spostano tutti insieme devastando raccolti e terreni. è controllato sul piano biochimico dai livelli di serotonina prodotti nell'animale.
La scoperta, fatta da ricercatori delle Università di Cambridge e di Oxford, è pubblicata sull'ultimo numero di "Science", in un articolo a firma Michael Anstey, Stephen Rogers e Malcolm Burrows.
Quando migrano, le locuste del deserto sono in grado di coprire oltre 120 chilometri nell'arco di 5-8 ore: considerato che ogni giorno consumano una quantità di cibo pari a circa il proprio peso (circa due grammi) e che si spostano in sciami che possono essere composti anche da un miliardo di individui, dove arrivano portano inevitabilmente un flagello.
Monitorando i livelli di serotonina sia in locuste solitarie che gregarie, i ricercatori hanno rilevato che queste ultime avevano livelli di serotonina tripli rispetto alle altre. Ciò suggerisce la possibilità, osservano i ricercatori, che singoli neuroni possano fungere da controllori del passaggio da un comportamento all'altro.
I ricercatori hanno scoperto che, fisicamente, le locuste possono essere stimolate ad adottare un comportamento gregario e migrante sia dalla stimolazione fisica delle zampe posteriori, quelle con cui producono il loro "canto", sia dalla presenza contemporanea di stimoli visivi e olfattivi provenienti dai conspecifici. Parallelamente hanno riscontrato un aumento dei livelli di serotonina.
Per avere conferma della loro conclusione, hanno quindi dimostrato che gli inibitori della serotonina consentono di mantenere le locuste nella loro condizione solitaria e innocua anche in presenza di stimolazioni fisiche che inducono il comportamento gregario. Per contro, la somministrazione di serotonina induce il comportamento gregario anche in assenza di stimolazione fisica.
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La mira perfetta del cobra
>>Da: urania
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Oltre ai muscoli che strizzano le ghiandole velenifere, il serpente attiva quelli della testa e del collo per creare uno schema geometrico di spruzzo che massimizzi le probabilità di successo
Si dice che i cobra “sputino” il veleno contro i loro potenziali aggressori. In realtà non tanto di sputo di tratta, ma di un getto prodotto da appositi muscoli che strizzano le ghiandole velenifere con una forza tale da generare un pressione in grado di spingere il veleno fino a una distanza anche di un metro e ottanta.
Quando spruzzano il veleno, i cobra mirano agli occhi perché solo così esso è in grado di provocare un forte dolore e la cecità, a volte permanente, dell'avversario.
Studi precedenti avevano mostrato che lo spruzzo del cobra raggiunge gli occhi con una incredibile frequenza, che arriva al cento per cento per bersagli che si trovino a circa 60 centimetri di distanza.
Ora un gruppo di ricercatori dell'Università del Massachusetts - Bruce Young, Melissa Boetig e Guido Westhoff - ha scoperto il meccanismo grazie a cui il serpente riesce ad avere “performance di tiro” così elevate. La ricerca è illustrata in un articolo pubblicato sulla rivista Physiological and Biochemical Zoology.
Dallo studio risulta che il veleno del cobra non raggiunge la vittima in un punto, ma si deposita secondo complessi schemi geometrici, e tutt'altro che casuali: lo schema, affermano i ricercatori, è attivamente generato dal cobra.
Per studiare il meccanismo di lancio del veleno Young e colleghi hanno utilizzato congiuntamente strumenti di fotografia ad altissima velocità e di elettromiografia, in modo da individuare le contrazioni dei muscoli della testa e del collo del serpente. In questo modo hanno potuto rilevare che l'impegno di questi muscoli inizia una frazione di secondo prima dello “sputo”, e che comporta un'attività di rotazione della testa avanti e indietro che determina complessi schemi spaziali di getto.
"Il sistema dell'apparato velenifero serve per la spinta propulsiva in avanti del veleno, mentre i muscoli del collo e della testa producono rapide oscillazioni del capo che disperdono il veleno massimizzando la probabilità che una parte di esso entri in contatto con gli occhi”, scrivono gli autori.
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La 'grande speciazione' degli uccelli dagli occhiali
>>Da: urania
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La singolare caratteristica di questi animali aveva già attratto l'attenzione di Ernst Mayr e Jared Diamond
Un nuovo studio di biologia molecolare dimostra che i cosiddetti uccelli dagli occhiali, ossia quelli appartenenti alla famiglia degli Zosteropidae, formano nuove specie a un tasso superiore a quello di qualsiasi altro uccello. A differenza delle altre rapide diversificazioni, che in genere sono geograficamente confinate, gli uccelli dagli occhiali hanno mostrato di diversificarsi rapidamente in diversi continenti e isole.
Che gli uccelli dagli occhiali siano dei “grandi speciatori” è un'idea avanzata già da Ernst Mayr e Jared Diamond quando, 30 anni fa, i due studiosi constatarono che nelle isole Salomone questi uccelli erano presenti con specie diverse da isola a isola, laddove le altre specie mostravano al loro interno solo differenziazioni minori.
"C'è qualcosa di speciale in questi uccelli. Gli uccelli dagli occhiali divergono facilmente in specie nuove in presenza di barriere d'acqua anche di solo un paio di chilometri, distanze che non impediscono ad altre specie di superarle e mantenere il flusso genico”, osserva Christopher Filardi dell'American Museum of Natural History, che con Rob Moyle dell'Università del Kansas firma un articolo sui "Proceedings of the National Academy of Sciences".
La nuova ricerca determina in particolare la velocità di diversificazione di questa famiglia di volatili. I ricercatori hanno scoperto che la maggioranza delle oltre cento specie appartenenti ai Zosteropidae si è evoluta in tempi molto recenti. La famiglia è emersa come gruppo fra i 4,46 e i 5,57 milioni di anni fa e il genere Zosterops (circa 80 specie) si è diversificata negli ultimi due milioni di anni. Calcolando il tasso di diversificazione in Zosterops i ricercatori hanno trovato un valore compreso fra 2,24 e 3,16 specie per milione di anni.
Per valutare correttamente il risultato,va considerato che pochissimi vertebrati al mondo, come i pesci ciclidi dei laghi della Rift Valley in Africa, hanno un tasso di diversificazione superiore, ma mentre per questi ultimi il processo può essere spiegato nei termini dei mutamenti climatici e dei cambiamenti geologici in atto nel loro piccolo ecosistema, la diversificazione degli uccelli dagli occhiali non può essere legata a fattori ambientali locali data la loro recente diffusione nell'emisfero.
Secondo i ricercatori, i risultati del loro studiano suffragano piuttosto l'ipotesi di Mayr, secondo cui sarebbero tratti intrinseci degli uccelli dagli occhiali a fare da forza di propulsione della speciazione.
Questi tratti includerebbero la loro socialità, la capacità di sopravvivere in un'ampia varietà di ambienti e la brevità temporale, rispetto agli altri uccelli, fra una generazione e l'altra.
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L'orologio dei ricordi
>>Da: urania
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Sono i neuroni in maturazione nel giro dentato a creare una sorta di codice temporale con cui sono etichettati i ricordi che si formano in uno stesso periodo
In che modo il cervello tenga conto, classifichi e ordini gli eventi è una questione ancora poco chiara e oggetto di studio. Ora un gruppo di ricercatori del Salk Institute e dell'Università della California a San Diego ha sviluppato un modello computazionale che suggerisce che qualche migliaio di cellule nervose generate ogni giorno nel giro dentato creino una sorta di "codice temporale" con cui etichetta le memorie che si formano in uno stesso periodo.
"Etichettando eventi contemporanei come simili, i nuovi neuroni ci permettono di ricordare gli eventi di un certo periodo”, ipotizza Fred H. Gage che ha diretto lo studio, ora pubblicato sulla rivista “Neuron”. A differenza delle indicazioni registrate sulle foto delle macchine fotografiche, prosegue Gage, il codice temporale neuronale non è però assoluto ma solo relativo.
In realtà, in origine l'intento del gruppo diretto da Gage non era quello di scoprire le modalità di archiviazione temporale dei ricordi, quanto piuttosto le ragioni per cui nel cervello adulto vi è una creazione di sempre nuove cellule nel giro dentato, considerato la “porta d'ingresso” dell'ippocampo, fra le cui funzioni vi è la classificazione dei ricordi.
"Almeno l'uno per cento di tutte le cellule del giro dentato sono costantemente immature", spiega Brad Aimone, che ha partecipato alla ricerca. "Per intuito abbiamo sentito che queste nuove cellule cerebrali avevano da dirci qualcosa d'importante, ma nessuno sapeva che cosa.”
Ognuno di questi nuovi neuroni sottostà a un lungo processo di maturazione durante il quale passa da uno stato di ipereccitabilità a uno più tranquillo, allungandosi verso le cellule cerebrali già mature e inserite in una fitta rete di connessioni.
Cercando di stabilire la funzione di queste cellule nel cervello adulto, i ricercatori hanno inserito tutti i dati che sono riusciti a ottenere in un modello di simulazione dei circuiti cerebrali del giro dentato.
“Diversi test di modellazione hanno messo alla prova specifiche ipotesi, per cercare di costruire un modello più preciso, senza partire da assunzioni pesanti sulle possibili funzioni dei nuovi neuroni”, ha spiegato Aimone.
Ben presto è apparso chiaro che i neuroni più giovani e ipereccitabili rispondevano indiscriminatamente a qualsiasi informazione in arrivo.
"Il circuito nel giro dentato è progettato per separare le memorie in arrivo in eventi distinti, un processo chiamato separazione dei pattern, ma era chiaro che le nuove cellule, per così dire, uscivano dal seminato”, ha osservato Aimone. Peraltro dopo un certo periodo questi neuroni finivano di maturare e si inserivano nei normali circuiti neuronali, mentre lasciavano il posto a nuove cellule neonate.
Ora, hanno osservato i ricercatori, gli eventi indipendenti non avevano nulla in comune se non il fatto di essere avvenuti nello stesso arco di tempo, ciò permatteva però a essi di restare per sempre collegati nella nostra mente grazie al segno lasciato in quei neuroni.
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Dolore tuo, dolore mio
>>Da: urania
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Nei soggetti con deficit congenito di percezione del dolore, l'empatia per lo stato emotivo altrui prende una strada neuronale differente, che coinvolge la capacità cognitivo-emotiva
Secondo quanto riportato sulla rivista “Neuron”, gli schemi di attivazione delle aree cerebrali coinvolte nel caso di dolore empatico, evidenziati grazie alle tecniche di risonanza magnetica funzionale (fMRI), sono simili a quelli provati in prima persona, ma con alcune sostanziali differenze.
È stato ipotizzato in passato che una persona che non abbia mai provato una specifica emozione dovrebbe avere difficoltà a empatizzare direttamente con una che la stia provando tramite un meccanismo di “rispecchiamento emotivo” e dovrebbe per contro fare affidamento su processi inferenziali di “cambiamento di prospettiva”.
I ricercatori si sono così basati su un campione di soggetti con un deficit di questo tipo, caratterizzati da insensibilità congenita al dolore (CIP), che secondo precedenti studi tendono in effetti a sottostimare il dolore degli altri.
"I soggetti CIP rappresentano un’opportunità unica per verificare questo modello di empatia per stabilire in che modo la mancanza di una rappresentazione mentale del proprio dolore possa influenzare la percezione del dolore altrui”, ha spiegato Nicolas Danziger del Dipartimento di neurofisiologia clinica e Centro del dolore dell'Ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi, in Francia. Sottoposti ad alcuni test in cui veniva loro mostrata una serie di fotografie di visi con espressioni di dolore, i volontari hanno mostrato una diminuzione dell’attivazione fMRI nelle regioni che sovrintendono alla visione, un risultato indicativo di un ridotto disagio emotivo alla vista del dolore altrui.
D’altra parte, nei pazienti CIP, diversamente dal gruppo di controllo, la capacità empatica è fortemente predittiva dell’attivazione delle strutture cerebrali coinvolte nei processi di inferenza degli stati emotivi altrui.
I risultati, secondo i ricercatori, suggeriscono che in assenza di una “risonanza emotiva” plasmata da personali esperienze di dolore, i pazienti CIP possono solo affidarsi alle loro capacità empatiche di immaginazione del dolore, e in particolare attraverso l'attivazione dei processi cognitivo-emozionali.
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Tre minuti per migliorare il metabolismo
>>Da: urania
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Le linee guida che raccomandno esercizi protratti sono utili in linea di principio, ma la diffusa mancanza di compliance da parte dei pazienti evidenzia la necessità di un’alternativa più praticabile
Un’intensa attività fisica di tre minuti ha un significativo effetto sulla capacità dell’organismo umano di metabolizzare gli zuccheri. È quanto è emerso in una recente ricerca svoltasi presso la Heriot-Watt University, il cui resoconto è ora pubblicato sulla rivista “BMC Endocrine Disorders”.
Dopo anni in cui si sono spese molte parole per sottolineare i benefici effetti degli sforzi prolungati, James Timmons e colleghi hanno cominciato a studiare le conseguenze del cosiddetto high-intensity interval training (HIT) sul buon funzionamento metabolico di 16 volontari maschi sedentari.
Secondo quanto ha riferito lo stesso ricercatore: “Il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari e diabete di tipo 2 è sostanzialmente ridotto grazie alla regolare attività fisica. Sfortunatamente, molte persone semplicemente non hanno il tempo di seguire le attuali linee guida sull’esercizio fisico. Ciò che abbiamo trovato è che anche svolgendo pochi ma intensi esercizi, della durata di 30 secondi circa ciascuno per una serie di circa tre minuti, si migliora sensibilmente il metabolismo di una persona in sole due settimane.”
Le attuali linee guida suggeriscono che le persone dovrebbero svolgere attività fisica aerobica da moderata a intensa per molte ore alla settimana.
Sebbene queste linee guida siano molto utili in linea di principio, Timmons ritiene che la mancanza di compliance da parte dei pazienti segnali con forza la necessità di un’alternativa praticabile: “L’allenamento a basso volume e ad alta intensità utilizzato nel nostro studio ha migliorato sostanzialmente l’azione dell’insulina e l’eliminazione del glucosio in soggetti di sesso maschile altrimenti sedentari e ciò indica che non abbiamo ancora valutato appieno la tradizionale connessione tra esercizio e diabete.”
I soggetti di questo trial hanno utilizzato una cyclette per fare un breve sprint alla maggiore velocità possibile. In linea di principio, tuttavia, qualunque attività molto intensa svolta per pochi giorni alla settimana avrebbe permesso di raggiungere miglioramenti del metabolismo. "Questo approccio innovativo - ha concluso Timmons - potrebbe aiutare le persone a condurre una vita più sana, a migliorare la salute della popolazione generale e a risparmiare così milioni di euro in cure mediche.”
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Sodio, potassio e pressione sanguigna
>>Da: urania
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Dai dati raccolti nello studio, i soggetti con i più alti livelli del rapporto sodio/potassio vedevano aumentare del 50 per cento le probabilità di patologie cardiovascolari rispetto a coloro in cui il livello aveva i livelli minimi
Il legame tra introito di sodio e rischio di ipertensione arteriosa è ben noto e confermato da numerosi studi: ciò che finora è rimasto per lo più trascurato è il ruolo del potassio, che ha l’effetto opposto del sodio.
Grazie a una ricerca ora pubblicata sulla rivista “Archives of Internal Medicine”, un gruppo di ricerca della Loyola University ha trovato che il rapporto sodio/potassio riscontrato dalle analisi delle urine è un miglior fattore predittivo di disturbi cardiovascolari rispeto ai livelli di sodio e di potassio presi singolarmente.
“C’è poca attenzione al ruolo del potassio, esso sembra essere efficace nell’abbassare la pressione sanguigna e la combinazione tra un più alto introito di potassio e un contenimento del sodio risulta essere più efficace delle strategie adottate finora senza tenere conto di tale correlazione”, ha commentato Paul Whelton, autore senior dell’articolo.
I ricercatori hanno determinato l’introito medio di sodio e potassio dei partecipanti a uno studio denominato "Trials of Hypertension Prevention" mediante la raccolta di campioni di urine ogni 24 ore per un periodo di 18 mesi, in una prima fase dello studio, e di 36 nella seconda fase.
I circa 3000 soggetti, di età compresa tra 30 e 54 anni all’inizio del trial, sono poi stati seguiti per 10-15 anni per verificare le loro condizioni di salute in particolare per quanto concerneva l’apparato cardiovascolare.
Secondo i dati raccolti, coloro che avevano i più alti livelli di sodio nelle urine avevano una probabilità di incorrere in ictus, infarti e altre patologie cardiovascolari aumentata del 20 per cento rispetto al gruppo con i livelli più bassi, anche se la correlazione non era sufficiente da poter essere considerata statisticamente significativa.
Per contro, i soggetti con i più alti livelli del rapporto sodio/potassio vedevano aumentare del 50 per cento le probabilità di patologie cardiovascolari rispetto a coloro in cui il livello aveva i livelli minimi, con una correlazione statisticamente significativa.
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Il meccanismo molecolare dello shock anafilattico
>>Da: urania
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La ricerca di un gruppo dell'Università di Heidelberg ha videnziato il ruolo di alcune specifiche proteine nelle pareti dei piccoli vasi sanguigni
Il meccanismo molecolare dello shock anafilattico è stato scoperto da ricercatori dell’Università di Heidelberg, e in particolare è stato evidenziato il ruolo di alcune specifiche proteine nelle pareti dei piccoli vasi sanguigni.
Inoltre, è stato dimostrato come la soppressione dei rispettivi geni protegga i topi di laboratorio da reazioni potenzialmente letali del sistema circolatorio e di quello immunitario senza intaccare la regolazione circolatoria, aprendo la strada allo sviluppo di un trattamento o alla prevenzione dello shock anafilattico.
Lo studio - guidato da Stefan Offermanns direttore medico del’Istituto di farmacologia dell’Università di Heidelberg, e i suoi colleghi in collaborazione con i colleghi del Centro tedesco di ricerca sul cancro della stessa città, con l’Università di Francoforte e con il Max-Planck-Institut per la ricerca sull'apparato cardiocircolatorio di Bad Nauheim, in Germania - è ora pubblicato online sul "Journal of Experimental Medicine".
Lo shock anafilattico è una reazione allergica acuta, scatenata di solito dall’assunzione di farmaci o dalle punture d’insetti o da altri allergeni, che è diventata sempre più frequente negli ultimi decenni.
Nelle persone sensibilizzate, la presenza di allergeni porta al rilascio da parte dell’organismo di diverse sostanze - i cosiddetti mediatori - da parte delle cellule immunitarie presenti nel sangue. Tali mediatori, tra cui l’istamina o i leucotrieni, determinano una drastica caduta della pressione sanguigna, un’abbassamento della temperatura, aritmie, affanno respiratorio e reazioni acute da parte dello stomaco, dell’intestino e della pelle.
La combinazione di queste reazioni portano a una situazione di grave pericolo nota come shok anafilattico.
I mediatori esplicano i loro effetti tramite i cosiddetti recettori associati alla proteina G che sono stati trovati in differenti cellule del corpo, e tra le altre anche in quelle delle pareti sanguigne.
Essi scatenanonelle cellule i segnali che causano i tipici sintomi della reazione anafilattica. “Nel modello genetico murino, abbiamo mostrato che, sorprendentemente, la soppressione selettiva dei geni che codificano per le proteine G, Gq e G11 nei vasi proteggono gli animali dalle reazioni anafilattiche più gravi”, ha spiegato Offermanns.
Ora è aperta la strada allo sviluppo di nuove sostanze che possano essere usate direttamente per inibire il meccanismo di scatenamento.
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MEDICI DI FAMIGLIA: NASCONO LE AGGREGAZIONI FUNZIONALI TERRITORIALI
>>Da: urania
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Consentiranno agli assistiti di essere visitati anche anche al di fuori degli orari dei medici di famiglia
Novità in vista per i medici di famiglia. Il processo di riforma della medicina generale, contenuto nel preaccordo per il rinnovo della convenzione tra sindacati e Sisac, che dovrebbe essere operativo a marzo, prevede la nascita delle Aggregazioni funzionali territoriali. Si tratta di raggruppamenti di 20 medici sia di assistenza primaria che di continuita' territoriale, che costituiranno un'unita' razionalizzata per consentire al cittadino di poter essere visitato in orari non di visita da un medico della stessa unita' territoriale, gia' in contatto col suo medico e a conoscenza delle sue condizioni. Un ‘altra novita' importante sarà l'obbligo di inviare la ricetta elettronica alla Regione, a cui il medico dovra' adempiere con oneri tecnici ed economici a carico delle aziende. Per Giacomo Milillo, segretario nazionale della Fimmg, si tratta di un'automazione importante, che per essere operativa avra' pero' bisogno di mesi se non di anni. Insoddisfazioni per l'accordo sono state espresse da altre organizzazioni sindacali, tra cui lo Snami che ha programmato per il 6 febbraio un giorno di protesta. Ma Milillo, a capo dell'organizzazione piu' rappresentativa, tiene a precisare che "la convenzione non da' carichi di lavoro eccessivi ai medici, ne' sposta il medico dal suo studio. Nessuno ci costringe a lavorare in un'unica sede e soprattutto nessuno vuole stravolgere il rapporto di fiducia medico-paziente".
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SCOPERTI DUE GENI CORRESPONSABILI DELLA PSORIASI
>>Da: urania
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Il loro malfunzionamento riduce le capacità difensive della cute
Tre gruppi di ricercatori, tra cui uno italiano guidato da Giuseppe Novelli, preside della Facolta' di medicina di Tor Vergata, hanno scoperto che la psoriasi colpisce piu' frequentemente le persone che non hanno due particolari geni che si trovano nel cromosoma 1: il gene 'LCE3B' e il gene 'LCE3C'. Si tratta di due geni molto importanti che nelle persone sane aiutano la pelle a proteggere l'organismo dalla aggressione di agenti patogeni come per esempio virus e batteri. Accade infatti che quando la pelle e' soggetta a stress fisici e meccanici, l'involucro corneo che dovrebbe proteggerla subisce delle modificazioni chimiche che ne limitano la funzione di barriera. E' questo il momento in cui si attivano i geni LCE3B ed LCE3C, che parteciperebbero attivamente alla ricostituzione dello scudo protettivo e garantiscono il ripristino delle funzioni di difesa della pelle. Quando questi geni mancano o funzionano male, il processo di protezione non avviene in modo efficiente, aprendo una via di accesso a microrganismi e molecole estranee diffuse nell'ambiente. 'Nonostante questa scoperta - ha spiegato Novelli - non possiamo considerare la psoriasi una malattia genetica, nell'accezione classica del termine, sapendo da tempo che diversi fattori ambientali possono provocare la comparsa dei sintomi. Semmai e' una malattia che, come il diabete e l'obesita', sono definite multifattoriali o complesse. La comparsa dei sintomi dipende infatti da una complessa rete di interazioni tra fattori ambientali scatenanti (infezioni da streptococco, stress) e componenti genetiche'. La scoperta apre nuove strade per la lotta a questa malattia con l'identificazione di nuovi bersagli per farmaci e per l'individuazione delle persone a rischio all'interno dei gruppi familiari dove c'e' la malattia.
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LA VITAMINA D È PREZIOSA PER LA SALUTE MENTALE DEGLI ANZIANI
>>Da: urania
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Livelli bassi nel sangue favoriscono i disturbi di memoria
Una conferma sull’efficacia della vitamina D per preservare la salute mentale degli anziani arriva da una ricerca britannica e statunitense che ha preso in considerazione circa duemila persone over 65. La vitamina D non si trova naturalmente nell’organismo ma la sua produzione va stimolata attraverso l’esposizione ai raggi del sole oppure deve essere introdotta attraverso alimenti come il pesce, il latte, i cereali. La recente ricerca pubblicata sul Journal of Geriatric Psychology and Neurology ha dimostrato che le persone con i più bassi livelli di vitamina D nel sangue soffrivano di disturbi della memoria il doppio più gravi di quelli registrati tra chi aveva alti livelli di vitamina. Il team internazionale della Peninsula Medical School di Exeter, dell’Università di Cambridge e di quella del Michigan ha preso in esame soggetti che avevano partecipato a un ampio studio sulla salute mentale, condotto nel 2000, e ha concluso che quando i livelli di vitamina D andavano giù scendevano anche i punteggi ottenuti dai pazienti ai test per le capacità cognitive e mnemoniche. Il problema, spiegano i ricercatori, è che la pelle delle persone anziane difficilmente riesce ad assorbire la vitamina D grazie all’esposizione ai raggi solari, pertanto è molto importante che la preziosa vitamina venga fornita attraverso una particolare dieta o integratori.
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LA SEDIA A ROTELLE DEL FUTURO SI GUIDA CON LA FORZA DEL PENSIERO
>>Da: urania
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E’ stata sviluppata dal Politecnico di Milano
Attraverso una rivoluzionaria tecnologia sviluppata dal Laboratorio di Intelligenza Artificiale e Robotica del Politecnico di Milano i disabili potranno guidare la loro sedia a rotelle con la sola forza del pensiero. La nuova carrozzella e' un ausilio robotizzato che sfrutta un'interfaccia cerebrale chiamata Bci, Brain Computer Interface, per consentire al suo passeggero di comandarla senza utilizzare alcun muscolo, ma solo con l'attivita' cerebrale, rilevata da un elettroencefalografo e interpretata da un programma di Intelligenza Artificiale. Secondo gli esperti del Politecnico di Milano, la carrozzella-robot rappresenta un'opportunita' preziosa per chi soffre di Sclerosi amiotrofica laterale (Morbo di Gehrig), paresi, sclerosi multipla e patologie della colonna vertebrale. Gli studiosi sono partiti dal presupposto che, nell'impossibilita' di riparare i danni del sistema nervoso esistono tre possibilita' per ristabilire le funzioni originarie, con percentuali di successo variabili a seconda della gravita' della patologia: aumentare la funzionalita' dei canali neurologici rimasti illesi, deviare gli impulsi dalle parti danneggiate e, infine, fornire al cervello nuovi canali di comunicazione e controllo della realta' esterna. Ed e' proprio concentrandosi su questo terzo punto che gli esperti del Politecnico di Milano hanno sviluppato la speciale carrozzella robotizzata con l'utilizzo di un'interfaccia cerebrale non invasiva. Per far funzionare la carrozzella-robot si poggiano degli elettrodi sulla testa del soggetto che 'leggono' l'attivita' elettrica sviluppata dai neuroni, traducendola in comandi di movimento per la sedia a rotelle tramite un'opportuna interfaccia. In particolare, la carrozzella e' dotata di due laser in grado di 'vedere' gli eventuali ostacoli e telecamere puntate sul soffitto 'leggono', invece, speciali disegni che indicano il percorso corretto all'interno di un ambiente chiuso. La possibile evoluzione del progetto, ora a livello solo prototipale, sara' quella di mettere in grado disabili motori non solo di muoversi all'interno degli ambienti domestici, ma di circolare in ambienti aperti, in sicurezza. Infatti, grazie alla dotazione sensoriale, la sedia e' in grado di evitare pedoni, auto o altri ostacoli 'non previsti'. In un prossimo futuro la carrozzella automatica potrebbe essere alla portata di tutti, il suo costo, infatti, non dovrebbe superare una maggiorazione del 10% rispetto alle attuali carrozzelle motorizzate. Nel Laboratorio di Intelligenza Artificiale e Robotica del Politecnico di Milano si sta mettendo a punto anche una versione piu' avanzata della sedia a rotelle dotata di uno speciale braccio meccanico che permetterebbe di afferrare gli oggetti. Lo stesso principio sfruttato per muovere 'senza muscoli' la carrozzella e' allo studio dei robotici del Politecnico di Milano per consentire di muovere il cursore di un computer senza l'utilizzo del mouse.
Info: www.polimi.it
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UNA NUOVA RISONANZA VALUTA IL RISCHIO DI ICTUS
>>Da: urania
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Consentirà di verificare se il bypass di una carotide occlusa ha ripristinato il flusso sanguigno
Un nuovo apparecchio per la risonanza magnetica consente di calcolare la percentuale di rischio dei pazienti che potrebbero avere un ictus. Il dispositivo e' da ieri a disposizione della Fondazione Istituto Neurologico Besta di Milano e dell' Ospedale di Niguarda. MRI-NOVA ed e' in grado di fare una angiografia quantitativa senza bisogno di introdurre un catetere nelle arterie interessate. Una volta individuate eventuali stenosi e occlusioni, ostruzioni o aneurismi e dopo aver valutato il conseguente danno sul tessuto cerebrale rimasto con una insufficiente irrorazione per le alterazioni del flusso sanguigno, la MRI-NOVA calcola e quantifica le alterazioni emodinamiche indicando se e quando c'e' un pericolo imminente. Mentre fino ad ora non si poteva prevedere il momento giusto per intervenire su un vaso alterato applicando uno stent o eseguendo un by-pass ora si potra' studiare direttamente il vaso come se ci fosse un rivelatore di flusso inserito direttamente nell'arteria interessata, ma senza invasivita' perche' tutto e' virtuale. Infatti il calcolo è eseguito da un computer che, con un algoritmo, ricrea le sezioni virtuali del vaso sanguigno senza dover cateterizzare il paziente. La MRI-NOVA, messa a punto nell'Universita' dell'Illinois a Chicago, non e' solo strumento di valutazione preventiva ma anche di controllo sull'efficacia dei trattamenti: si potra' ad esempio verificare se il bypass di una carotide che si era occlusa ha ripristinato il flusso sanguigno.
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I VACCINI AL MERCURIO NON PORTANO DANNI NEUROLOGICI
>>Da: urania
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I risultati di uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità
Non esiste alcun legame tra i vaccini con conservanti al mercurio e i ritardi dello sviluppo neuropsicologico nell'infanzia. E’ arrivato a questa conclusione uno studio epidemiologico pubblicato ieri su Pediatrics e coordinato dai ricercatori dell'Istituto superiore di sanita' (Iss), in collaborazione con i colleghi dell'universita' di Padova e quelli dell'ospedale Bambino Gesu' di Roma. Nella relazione dell’ISS si legge che: "Il legame tra i vaccini contenenti tiomersale, somministrati nel corso dell'infanzia, e la comparsa di deficit neuropsicologici come autismo, tic motori, ritardo mentale, disturbi del linguaggio e deficit dell'attenzione da iperattività e' allo stato attuale della ricerca, inconsistente". L'analisi e' stata svolta su 1403 bambini italiani a 10 anni di distanza dalla vaccinazione antipertosse. I ricercatori hanno spiegato che i bambini, di cui si conosce esattamente la quantita' di tiomersale assunta, sono stati sottoposti dagli psicologi ad una serie di prove diverse. I risultati dei vari test per identificare differenze peggiorative tra i bambini che avevano ricevuto con le vaccinazioni del primo anno di vita quantita' di tiomersale maggiori (137,5 mcg: 697 bambini), rispetto a chi ne aveva assunto quantita' totali minori (62,5 mcg: 706 bambini), sono pertanto irrilevanti.
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STUDIATO IN TURCHIA UN NUOVO POTENTE ANTIEMORRAGICO
>>Da: urania
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Sarebbe in grado di arrestare le emorragie gengivarie nei diabetici
E' stato registrato e commercializzato in Turchia, in Bosnia e in Erzegovina un nuovo farmaco scoperto da un ricercatore turco in grado di bloccare qualunque emorragia esterna in pochi secondi. Si chiama Ankaferd antiemorragico (in sigla Abs) ed e' un farmaco di origine organica che e' stato sottoposto a sperimentazione in 682 ospedali e oltre 500 ambulanze come agente emostatico, mentre i test clinici riguardanti citotossicita', irritazione della pelle, sensibilizzazione e sterilita', condotti presso l'Universita' Hacettepe di Ankara, hanno dato esiti talmente positivi da convincere il Ministero della Sanita' a registrare il nuovo prodotto. Huseyin Cahit Firat, inventore del miracoloso farmaco, non e' un dottore in medicina bensi' un ex uomo d'affari, giornalista e studioso di economia appassionato di erboristeria che dopo 30 anni di studi ha scoperto che la combinazione ottenuta in laboratorio mescolando valanga, una radice simile a quella dello zenzero molto usata nella cucina thailandese e vietnamita, ortica, foglie di vite, liquirizia e timo, puo' costituire un potente antiemorragico. Lo scopritore ha dichiarato che l'Abs e' in grado di arrestare le emorragie esterne senza coagulare il sangue creando un rete di proteine che in pochi secondi bloccano il flusso ematico e in più rappresenta l'unico prodotto in grado di arrestare le emorragie gengivarie nei pazienti emofiliaci e diabetici.
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L’OBESITA’ POTREBBE ANCHE DIPENDERE DA UN COMUNE VIRUS
>>Da: urania
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Sotto accusa l’Adenovirus 36
Non scatenerebbe solamente mal di gola e raffreddore, ma innescherebbe anche un meccanismo in grado di farci ingrassare. Sul banco degli imputati c’è l'adenovirus, un virus noto e altamente contagioso. Lo sostengono i ricercatori statunitensi del Pennington Biomedical Research Centre, in Louisiana, dopo aver condotto studi su animali e persone colpiti dall'Adenovirus 36. La prova decisiva arriverebbe da un test di laboratorio condotto su topi e polli. Infettati con il virus sotto accusa, gli animali contagiati ingrassavano molto piu' rapidamente di quelli non infettati dall'adenovirus, e questo a parita' di cibo ingurgitato. Secondo Nikhil Dhurandhar, a capo della ricerca 'made in Usa', l'adenovirus entra nei polmoni e si propaga rapidamente nel corpo, spingendo le cellule adipose a moltiplicarsi, oltre a causare mal di gola. "Quando il virus raggiunge il tessuto cutaneo - spiega Dhurandhar - si replica, facendo piu' copie di se stesso. Il processo aumenta il numero di nuove cellule grasse, il che spiegherebbe perche' il tessuto adiposo cresce e perche' la gente ingrassa quando si infetta con questo virus". Se le prove di laboratorio sugli animali non lasciano spazio a dubbi, un nuovo capo d'accusa comproverebbe che anche per gli uomini l'adenovirus costituisce un nemico giurato della linea. Un test ha infatti dimostrato che un terzo delle persone 'oversize' ha contratto il virus finito sul banco degli imputati, contro l'11% della gente in forma. L'aumento del peso, spiegano i ricercatori americani, puo' durare anche tre mesi prima che il corpo maturi resistenza al virus; gli esperti prevedono che ci vorranno tra i 5 e i 10 anni prima di arrivare a un vaccino. Dubbi su questa teoria vengono avanzati da Tam Fry, della Child Growth Foundation: 'Sono scettica, questa teoria gira da 10 anni, e nessuno ha fatto uno studio comparativo che la sostenga. La preoccupazione per l'epidemia di obesita' fa nascere tante idee bizarre, ma il messaggio resta lo stesso: una dieta equilibrata e l'esercizio fisico sono i fattori principali per tenere il peso sotto controllo'.
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IL FUTURO DELLA MEDICINA E’ DONNA
>>Da: urania
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Le donne medico registreranno uno storico sorpasso sugli uomini
Con l’attuale trend fra pochi anni si dovrebbe avere uno storico sorpasso che sancirà il primato numerico delle donne medico italiane sui loro colleghi maschi. E' quanto emerge da uno studio presentato in occasione di un convegno del Cimo-Asmd sulle donne medico come forza nuova per la sanita' pubblica nel prossimo decennio. Oggi le donne medico sono il 35% del totale ma considerando il dato disaggregato emerge che rappresentano il 54% della forza lavoro medica nella fascia di eta' compresa tra i 35 e i 44 anni. Le statistiche si tingono ancora piu' di rosa per la fascia di eta' tra i 25 e i 34 anni, dove le donne rappresentano il 65% del totale. 'Tra 10 anni coloro che andranno in pensione saranno soprattutto uomini - ha detto il professor Americo Cicchetti, dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore, che ha presentato i dati dello studio - mentre le nuove professionalita' saranno soprattutto donne. Questo evidenzia una progressiva femminilizzazione della professione'. Restano da sciogliere alcuni nodi ancora irrisolti, come quello della tutela della maternita' e della presenza delle donne ai livelli dirigenziali. 'E' una scelta suicida da parte delle donne medico quella di avere una famiglia o dei figli - ha aggiunto Itala Corti, del coordinamento donne medico del Cimo - perche' e' difficile conciliare il tempo da dedicare alla professione e il tempo familiare. Dobbiamo puntare a ottenere una legge che tuteli veramente le donne; quella esistente, che concede congedi parentali, e' solo una copertura della carenza di strutture sociali, come gli asili'.
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UN NUOVO ANTIMALARICO PER I BAMBINI
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Sarà offerto alle strutture pubbliche a prezzo di costo
Novartis e Medicines for Malaria Venture (MMV) hanno annunciato il lancio di una nuova formulazione pediatrica del farmaco a base di artemetere/lumefantrina, per il trattamento della malaria non-complicata nei neonati e nei bambini. La nuova formulazione contiene le stesse quantità di artemetere e lumefantrina del farmaco utilizzato finora negli adulti, il farmaco leader in Africa tra le associazioni a base di artemisinina (ACT), ed è il primo ACT a dosaggio fisso sviluppato specificamente per l’impiego pediatrico. “Questa nuova compressa può essere d’aiuto a migliorare il trattamento e la compliance, salvando molti degli oltre 700.000 bambini sotto i cinque anni che ogni anno muoiono di malaria - ha affermato Daniel Vasella, Chairman e CEO di Novartis. - Mi fa molto piacere che oggi possiamo mettere a disposizione una formulazione chiaramente migliore per contribuire a far sì che i bambini affetti da malaria ricevano una terapia efficace.” Uno studio di fase III pubblicato recentemente su The Lancet ha dimostrato che anche la formulazione pediatrica è in grado di assicurare un tasso di guarigione del 97,8%, comparabile dunque a quello della formulazione classica (98,5%). I ricercatori hanno riportato anche che il farmaco ha un buon profilo di sicurezza. Anche questa nuova formulazione sarà fornita alle strutture pubbliche a prezzo di costo, a beneficio delle persone che ne hanno bisogno nei Paesi in via di sviluppo. Oltre che da Swissmedic, il farmaco è stato approvato da diverse autorità regolatorie in Africa, come quelle di Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gabon, Ghana, Guinea, Kenya, Madagascar, Mauritania, Niger, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Senegal e Togo.
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UNA NUOVA TERAPIA GENICA PER LA PREECLAMPSIA
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
La molecola aiuta la crescita dei vasi sanguigni nella placenta
Gli scienziati della Cornell University, coordinati da Robin Davisson e Shari Gelber, hanno sviluppato una terapia genica sperimentale che riduce la preeclampsia nei topi, con l’auspicio di poterla applicare un giorno con successo alle donne. La preeclampsia è una sindrome caratterizzata dalla presenza, singola o in associazione, di sintomi quali edema, proteinuria e ipertensione che può interessare le donne in gravidanza. Si tratta della causa principale di morte per le madri e i feti, uccide ogni anno più di 500mila donne nel mondo e causa il 15% di tutti i casi di nascite prima del termine. Davisson e Gelber hanno identificato un tipo di ratto, chiamato il topo BPH/5, che mostra caratteristiche simili a quelle osservate nelle donne con preeclampsia, con la speranza di comprendere la malattia nelle fasi iniziali di gestazione. Su BPH/5 è stata testata una terapia genica che sostiene il fattore di crescita del feto e migliora la circolazione del sangue tra questi e la madre. Davisson e colleghi hanno somministrato a BPH/5 un virus innocuo che contiene un gene il quale, quando viene raccolto dall’organismo, accresce le secrezioni del fattore di crescita endoteliale VEGF. La molecola aiuta la crescita dei vasi sanguigni nella placenta, creando una connessione più efficace tra la madre e il feto.
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COLF E BADANTI
>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Programma gratuito per la gestione del rapporto di lavoro di natura domestica: elaborazione della busta paga, lettera di assunzione, modulistica per la denuncia al centro per l'impiego ed altri utili documenti. La registrazione e' obbligatoria: http://www.webcolf.com/
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Per la giustizia le riforme non bastano, ci vuole una rinascita
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Stefano Amore
Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, considerava il potere giudiziario “il ramo meno pericoloso per i diritti politici sanciti dalla Costituzione”, poiché “non può influire né sulla spada né sulla borsa, non può dirigere né la forza né la ricchezza della Società e non può addivenire ad alcuna decisione veramente risolutiva. Si può, a ragione, dire – scriveva nel Federalist - che esso non ha forza né volontà, ma soltanto giudizio e dovrà ricorrere all’aiuto del governo perfino per dare esecuzione ai propri giudizi”.
Ci si potrebbe chiedere se Hamilton avrebbe formulato lo stesso giudizio se fosse vissuto in questi anni e se avesse conosciuto la giustizia nelle forme e nei modi in cui questa viene oggi percepita dai cittadini italiani.
Perché la giustizia conosciuta oggi dalla gran parte degli italiani non è quella, rassicurante, che riposa sull’argomentazione giuridica, sul confronto delle parti, sull’atteggiamento imparziale del magistrato e che soddisfa, con rapidità, le esigenze di sicurezza e di certezza della collettività.
E’ piuttosto quella dei ritardi e delle inefficienze, dei procedimenti che alimentano le pagine dei rotocalchi scandalistici e, soprattutto, quella del prolungato ed ossessivo scontro tra magistratura e mondo politico.
Se la magistratura italiana ha una colpa è, certamente, quella di aver frainteso in molti casi il proprio compito, ritenendosi investita di una funzione etica ulteriore e diversa dai doveri e dai limiti propri degli accertamenti penali. Una prospettiva questa che ha condotto a minimizzare e a non chiarire episodi gravissimi di diffusione di notizie relative a fatti non illeciti, spesso attinenti alla vita privata dei singoli, e, soprattutto, ad assecondare la rappresentazione semplificata della realtà giudiziaria fornita dai mass media, fidando che nell’immaginario collettivo il “cattivo” sarebbe rimasto sempre l’indagato.
In realtà le cose sono andate molto diversamente ed oggi la magistratura, dopo aver perso la sua identità culturale e gran parte del suo prestigio per avere assecondato o, comunque, non adeguatamente contrastato la rappresentazione qualunquista e spesso strumentale degli eventi giudiziari, rischia di fare la stessa fine di quelle piccole formazioni politiche che una semplice modifica normativa, una soglia di sbarramento, è in grado di spazzare via definitivamente.
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L'Unità di Soru attacca Tremonti per colpire Veltroni
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Lodovico Festa
“Lavorare per spaccare un grande partito in due tronconi, uno di sinistra e uno centrista, è un’occupazione vecchia quanto il mondo e inutile come poche altre” Dice un corsivo di Europa (30 gennaio) Sintetico messaggino dei rutelliani di Europa al “vecchio quanto il mondo” (e inutile come pochi altri) D’Alema
“Impiegare i giovani arruolati per la difesa del territorio nazionale non è la stessa cosa che mandarli a spalare la neve nelle strade cittadine” Dice Giorgio Bocca sull’Espresso (30 gennaio) Al vecchio alpino ribolle il sangue. Perbacco non c’è dunque più un Col Moschin da conquistare?
“E Lui vuole colpire le pensioni” Dice un titolo dell’Unità (30 gennaio) Formalmente il titolo è contro Tremonti, di fatto contro Veltroni, ispiratore della riforma delle pensioni (nonché rivale di Soru)
“E’ logico e normale che in un partito vero ci siano delle sensibilità diverse” Dice Antonio Di Pietro alla Repubblica (30 gennaio) Il figlio la pensa in un modo, la moglie in un altro, la prima moglie in un altro ancora. Altri dissensi vengono dal cognato. Ma sono tutte liti in famiglia
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Di Pietro sa tutto: non ci resta che confessare
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Giancarlo Loquenzi
Dopo la manifestazione dipietrista di ieri alcune cose sono più chiare nel panorama politico italiano. Da una parte c'è Tonino Di Pietro con tutto il suo lugubre pantheon poliziesco: Travaglio, Grillo, il terzetto in toga De Magistris-Forleo-Apicella (non quello delle canzonette, ma l'ex procuratore di Salerno), Micromega, e persino Gioacchino Genchi, il re dei tabulati telefonici. Dall'altro c'è tutto il resto, a cominciare dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Solo Veltroni continua a stare un po’ con lui ma anche un po’ contro di lui. Solo il Pd regge l’assurdo paradosso di avere un alleato che mette sotto accusa il meglio che ha saputo offrire alla politica di questi ultimi tempi.
Certo, con Di Pietro, c'è anche una colorita ciurma di manifestanti sempre pronti alla bisogna, di reduci di mani-pulite, di cittadini risentiti e scontenti che cercano ristoro nella palingenesi carceraria promessa dalla premiata ditta dei Valori. E c'è tutta una classe politica e sotto-politica, fatta di terze e quarte file della prima repubblica o di speranzosi neofiti, che su questi sentimenti diffusi conta di farsi o rifarsi una carriera istituzionale.
Il particolare fermento di questi giorni, l'alzarsi dei toni polemici, il rimettere in fila tutte le facce della squadra, segnala proprio questo: l'imminenza del voto europeo richiede un'accelerazione dello strepito, una continua accentuazione dell'alterità del gruppo persino rispetto ai simboli più solidi del consesso democratico.
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In Italia le espulsioni non funzionano anche perché mancano i traduttori
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Fabrizia B. Maggi
Arrestati, condannati e poi messi subito in libertà. Chissà quante volte avremo sentito ripetere queste parole negli ultimi mesi, specialmente quando si tratta di reati particolarmente gravi, come la rapina o aberranti al punto da scuotere l’animo umano, come lo stupro. Se poi parliamo di immigranti, magari anche irregolari e clandestini, non è molto difficile capire che l’applicazione della giustizia ci sta sfuggendo di mano. Non serve a placare gli animi la solita risposta “i giudici applicano il diritto, non è colpa loro se la legge è troppo blanda”. E se invece si venisse a sapere che, in fondo in fondo, anche le istituzioni hanno molte delle responsabilità di cui cercano di lavarsi le mani?
Il Tar del Lazio, che si occupa dei ricorsi di tutto il territorio nazionale è praticamente saturo, tanto che che rischia di portare al collasso l’intero sistema di giustizia amministrativa. Si tratta di migliaia di ricorsi contro le espulsioni imposte agli stranieri extracomunitari dall’amministrazione italiana. Una mole che deve essere smaltita da 67 magistrati – 54 dei quali a tempo pieno – e da 103 funzionari amministrativi. Un rapporto pari a 1,5 impiegati per magistrato, “il più basso di sempre” come commenta il presidente del Tar, Pasquale de Lise.
Esistono due tipi di decreti di espulsione amministrativa, quella disposta dal ministero dell’Interno “per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato” e quella della prefettura, “per ingresso clandestino, irregolarità del soggiorno e sospetta irregolarità sociale”. Il giudice fa il suo lavoro, ascolta l’imputato, dà la parola al pm e poi all’avvocato della difesa (principalmente quelli a patrocinio gratuito), e les jeux sont faits: il magistrato firma il provvedimento di allontanamento dall’Italia. E’ qui che il gioco si complica.
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Obama dà il benservito a Karzai e apre alla successione in Afghanistan
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Roberto Santoro
Zalmay Khalilzad è stato l'ambasciatore degli Usa alle Nazioni Unite nell'ultima fase della presidenza Bush. In un discorso tenuto davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 14 ottobre scorso, ha fatto un bilancio preciso sulla guerra contro Al Qaeda e i Taliban proponendo alcune vie di fuga rispetto alla stasi attuale. Dopo aver ricordato che gli Usa sono il primo finanziatore della ricostruzione afgana, Khalilzad ha fatto appello alle altre nazioni perché aiutino il governo e la popolazione afghana a superare un inverno che dal punto di vista metereologico e da quello bellico è molto difficile.
Oggi, a tre mesi di distanza, Obama ripete esattamente le stesse cose dell'ambasciatore di Bush, chiedendo agli alleati della Coalizione di impegnarsi di più nel nation-building afgano. La situazione della sicurezza nel Paese quest’anno si è deteriorata. Dall’estate scorsa gli attacchi dei Taliban e dei miliziani qaedisti sono aumentati regolarmente e a farne le spese sono soprattutto le truppe afgane e la popolazione civile. Bisogna incrementare il training delle forze di sicurezza nazionali, rafforzare la polizia e le autorità locali, combattere la corruzione, favorire lo sviluppo economico e delle istituzioni, contenere il narco-traffico e far rispettare le leggi. Bella impresa.
Questo processo sembra essersi interrotto negli ultimi mesi del mandato di Karzai. Il presidente afgano si è messo a dialogare a distanza con il mullah Omar, mentre attaccava gli americani in modo velenoso usando come arma le vittime civili dell’aviazione Usa. Una strategia per guadagnare consenso tra la popolazione stanca della guerra e disposta a scendere a patti con i padroni di un tempo. Le prossime elezioni presidenziali sono state fissate per il prossimo 20 agosto. Per la seconda volta, la democrazia afgana sarà chiamata al voto dopo quello che nel 2004 portò Karzai - all'epoca presidente ad interim - a guadagnarsi la carica di capo dello stato. Le elezioni si svolgeranno con qualche mese di ritardo sia per le questioni legate alla sicurezza ma anche per problemi tecnici e di budget.
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INTERVENTO NELLA SESSIONE SU GAZA DELL’ASSEMBLEA DEL CONSIGLIO D’EUROPA
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
ON. Fiamma Nirenstein,
componente della Delegazione Italiana presso il Consiglio d'Europa (Strasburgo)
La commozione, la pietas che naturalmente suscitano morti e feriti, non possono e non devono essere usati come una cortina dietro cui si nasconde la ragione e si oblitera la coscienza. Così, invece, salvo rari casi, e, avvenuto nel nostro dibattito.
Data la necessità di essere brevi mi esprimerò per punti, affermando prioritariamente che gli aiuti umanitari devono essere potenziati e veicolati nelle mani giuste, come del resto sta cercando di fare il governo italiano.
1. Chiunque sottovaluti la disumana condizione in cui hanno vissuto centinaia di migliaia di abitanti della zona israeliana circumvicina a Gaza per otto anni, non consoce la situazione, purtroppo spesso ignorata dai media. Solo la solidarietà e la forza d’animo ha permesso a quegli uomini, donne, bambini, anziani di seguitare a vivere sotto bombardamenti continui. Morti e feriti il cui numero è stato limitato solo dalla estrema vigilanza verso la popolazione civili, case e beni distrutti, scuole e strutture pubbliche chiuse, continue sirene... Noi, come Consiglio d’Europa, e quindi guardiani dei diritti umani, avremmo dovuto essere là da anni a difendere la violazione di tutti i basilari diritti degli israeliani a causa dei bombardamenti, come avremmo dovuto essere là nella stessa funzione quando gli attentati dei terroristi suicidi, nella maggior parte di Hamas, hanno fatto più di mille morti, sugli bus, nei supermarket, nei caffè.
2. La guerra di Gaza non è parte del conflitto israeliano palestinese ma dell’attacco dell’islamismo estremista che non cerca nessuna soluzione concordata, ma la distruzione dello Stato degli ebrei. Hamas ha rifiutato il rinnovo della tregua e, nella notte del 24 dicembre, ha colpito Sderot e Ashkelon con 100 missili. Intanto, il primo ministro Olmert pregava dalla tv Al Arabja la gente di Gaza perché accettassero la tregua. Ma, recita lo Statuto di Hamas, che la sua battaglia proseguirà “fino all’uccisione dell’ultimo ebreo” (non israeliano, notare). L’Iran è stato determinante nel fare di Hamas una pedina strategica volta a perseguire l'egemonia dell’islam fondamentalista sul Mediorente, una forza antagonista rispetto a tutti i Paesi moderati sunniti dell'area, primo fra tutti l’Egitto; e, soprattutto, una forza invisa ai suoi stessi fratelli palestinesi laici, che ha torturato e perseguitato. Essi oggi, nella forma politica del Fatah, guidato da Abu Mazen, sono l’unico interlocutore per un processo di pace, e certo non lo è Hamas, terrorista e islamista. Hamas, sorta nel 1987, inoltre non è affatto il rappresentante legittimo di Gaza perché, benché vittorioso alle elezioni del 2006, ha subito impugnato le armi, ha cacciato Fatah e si è impossessato col fuoco del potere assoluto che esercita con estrema crudeltà e fanatismo, perseguitando i dissidenti fino all’uccisione extragiudiziaria e alla tortura.
3. Gaza non è affatto occupata, il tema dell’occupazione israeliana è stato qui sventolato del tutto strumentalmente, è stata sgomberata fino all’ultimo israeliano nell'agosto 2005, è stata lasciata ricca di strutture, infrastrutture e aiuti e anche aperta ai varchi secondo regole internazionali. La folle determinazione di Hamas a perseguire scopi terroristici, ha distrutto le sue possibilità economiche e civili. Hamas sacrifica e distrugge i suoi cittadini.
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Kebab o non Kebab: questo ''non'' è il problema
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Carlo Panella
E ora tocca al Kebab: l’infinita serie di provvedimenti legati in qualche modo all’immigrazione che parlamento, comuni e istituzioni varie assumono si è arricchita di un nuovo piatto.
Il provvedimento del comune di Lucca che vieta “ristoranti di altra etnia” nell’area del centro storico, segue l’esatta impostazione di tutti i suoi predecessori: preso in sé rischia di essere demente, se fosse però inserito in un serio contesto riformatore e regolatore dell’integrazione di etnie e culture, potrebbe essere assolutamente valido. La demenza del provvedimento è evidente, là dove quel provvedimento auspica che comunque venga inserito un qualche piatto della tradizione culinaria toscana, nei menù etnici. Il solito pastrocchio da azzeccagarbugli, che banalizza e rende tragicomico un tema drammatico.
Se in Italia vi fosse una qualche traccia di una cultura urbanistica, se le nostre star mondiali dell’architettura sospendessero per un attimo l’emissione delle loro parcelle milionarie per costruire grattacieli, sarebbe chiaro il disastro che si è verificato in questi ultimi dieci anni nei centri storici del centro nord. All’inzio, appare in un quartiere, una macelleria haram, che vende carne macellata secondo la shari’a; passano pochi mesi e il macellaio affitta un seminterrato e vi apre un “centro di cultura”, in realtà, una moschea; contemporaneamente qualcuno impianta sempre nell’area di quel isolato, prima un negozio per chiamate telefoniche internazionali e infine uno sportello per l’invio di denaro –lecito e illecito- in patria. I negozi di Kebab, intanto, sono già fioriti e strapieni. Les jeux sont faits, su queste palafitte, naturaliter, si costruisce aggregazione abitativa e sociale. E’ passato un anno dall’apertura della macelleria e quella che da mille anni era una strada di vecchi, vecchissimi residenti, è diventata un micro ghetto. Questo è avvenuto a Canneto il Lungo e in via Pré a Genova, a Porta Palazzo e a S, Silvario a Torino; a via Sarpi –con i cinesi- a Milano; in piazza Vittorio a Roma, a Parma, a Brescia, ovunque.
E’ indispensabile dunque che nel paese si sviluppi una discussione che permetta ai comuni –nella loro autonomia- di comprendere innanzitutto che la politica delle licenze commerciali è oggi fondamentale, strategica e poi di definire le linee di loro distribuzione nel contesto urbano.
Se questo processo si avvierà, Lucca avrà il merito di avere spezzato il ghiaccio (ma segnalo che Alba l’ha preceduta di un anno). Se no, quel provvedimento, finirà tra le mille inutili grida che intasano i tombini delle principali piazze del nostro paese.
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Intercettazioni, un esempio del cavolo
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Mauro Mellini
Era prevedibile che, qualunque dovesse essere la restrizione del regime delle intercettazioni che si andrà ad approvare, prima o poi sarebbe venuto fuori qualcuno a raccontarci che chi sa quale pericoloso criminale, autore dei più spaventosi delitti, era riuscito a farla franca perché i bravi magistrati erano stati dalla nuova legge costretti a rinunziare ad una intercettazioncella telefonica che avrebbe risolto il caso ed assicurato il malfattore alla giustizia, salvando chi sa quante altre vittime.
Un discorso che non si fa per i tanti elementi di prova dimenticati (non certo per colpa di una legge o di un legislatore) tanto meno si fa il discorso di intercettazioni telefoniche mai fatte, in casi in cui nessuno e nessuna legge, vecchia o nuova che sia, impedisce di farle, che avrebbero potuto provare l’innocenza di qualcuno. A cominciare da Enzo Tortora, mai intercettato dopo che i pentiti “attendibili” lo avevano denunziato come “insospettabile” esponente della Camorra.
Ma è successo di più. L’appello a desistere dal porre un limite alle centinaia di migliaia di intercettazioni è intervenuto “in corso d’opera”, fondato sull’inverso di tale espediente.
Senza le intercettazioni telefoniche non si sarebbe arrivati alla prova della colpevolezza ed all’arresto dei rumeni autori dello stupro di Guidonia.
L’”ammonimento” al Parlamento ed al Governo lo ha rivolto lo stesso Procuratore di Tivoli, al quale i dipietrini e democraticini hanno subito fatto da megafono.
Bella tempestività. Ma niente altro né di bello né di buono. Che parlare di una bella faccia tosta non sarebbe né consono alle buone maniere né attinente a qualcosa di realmente bello e buono.
Certo il Procuratore di Tivoli conosce i fatti assai meglio di noi, che conosciamo sì e no quello che ne dicono i giornali. Ma se i giornali, che riportano sia le notizie della caccia ai malviventi, sia quelle dell’”ammonimento” in nome del successo ottenuto, non riportano fischi per fiaschi, gli stupratori del “branco” di Guidonia sarebbero strati individuati e catturati perché oltre allo stupro avrebbero messo in atto anche una rapina “complementare”, appropriandosi del telefonino di una delle vittime dell’aggressione.
E lo avrebbero poi usato.
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Pd-Pdl, asse ritrovato sulle Europee
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Lorenzo Fuccaro
L’ accordo sullo sbarramento al 4% per le Europee, siglato tra maggioranza e opposizioni con la solitaria contrarietà del Mpa di Raffaele Lombardo, scatena la rivolta dei piccoli mentre Silvio Berlusconi apprezza l’operazione perché «così si va verso un consolidamento del bipolarismo».
Sinistra radicale e destra, che vedono minacciata la loro presenza in Europa dopo essere usciti di scena dal Parlamento nazionale, concordano invece nel sostenere che si è trattato di un «inciucio golpista ai danni delle forze minori».
Franco Giordano, ex segretario del Prc ora nel gruppo vicino a Nichi Vendola e quindi penalizzato da una soglia giudicata alta, sbotta: «Siamo di fronte a un’altra legge ad personam, una sorta di "salva-Veltroni"». Un favore fatto dal Cavaliere al leader del Pd per impedire che nasca un partito concorrente alla sinistra dei Democratici. Ecco perché il suo successore alla guida di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, dopo essersi incatenato alla sede del Pd, scrive al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sollecitando un intervento «contro l’attacco alla democrazia che maggioranza e opposizione parlamentari intendono compiere», nella speranza che il Quirinale condivida la tesi di una violazione della Costituzione.
L’intesa raggiunta nella Conferenza dei capigruppo della Camera prevede una sola modifica all’attuale legge per le Europee. Sul modello in vigore nel resto del continente, si introduce una soglia del 4%, fermi restando le preferenze e il meccanismo di ripartizione su base proporzionale. L’accordo comporta che il provvedimento andrà in Aula il prossimo martedì e che la deliberazione finale avverrà il giorno successivo, il 4 febbraio. Dopodiché il testo passerà all’esame del Senato per l’approvazione definitiva. L’accordo sulla legge per le Europee potrebbe anche preludere a un altro appeasement sulla data di svolgimento del referendum abrogativo del cosiddetto «Porcellum». Voci raccolte in entrambi i campi parlano di una possibile convergenza sul 14 giugno, nella domenica a cavallo tra Europee e ballottaggi per le amministrative che si svolgeranno il 21 giugno. Un modo, si dice sottovoce, per fare fallire la consultazione dato che sarebbe davvero arduo fare andare per tre settimane di fila i cittadini ai seggi, anche se di deciso al momento non c’è ancora nulla.
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Il demagogo in trappola
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Mario Giordano
Finirà così. Finirà con Di Pietro, Grillo, Travaglio e Pancho Pardi da soli in piazza ad insultare il mondo senza capire perché il mondo non li segue.
Finirà così: quattro amici al bar convinti di essere Napoleone e magari anche di saper risanare le Ferrovie. Finirà con lo scolapasta in testa e urla sempre più alte davanti a platee sempre più vuote. Sguardi invasati per vedere il nulla. Finirà così: dopo aver attaccato tutto quello che c’è da attaccare finiranno per prendersela con Braccobaldo, Giove Pluvio, l’incredibile Hulk e Pippi Calzelunghe (colpevole anche lei di silenzio mafioso: in effetti ha la coda, anzi i codini, di paglia). E poi finiranno, forse, per esaurimento offese. E per esaurimento nervoso.
Ieri c’erano poco più di mille persone nella ridotta di piazza Farnese. Erano tanti, erano giovani, erano forti: dove sono finiti? In principio fu Piazza Navona. Poi quella sede sembrava troppo grande. E allora hanno ristretto l’orizzonte, forse anche per essere proporzionati alla loro ampiezza di vedute: niente da fare. Non riescono più a riempire neanche una vasca da bagno. Girotondo intorno al vuoto: le presenze erano più rade e casuali che i capelli sulla testa di Paolo Brosio. Il prossimo appuntamento, chissà, forse se lo daranno dentro una tazzina di caffè.
Le immagini sono eloquenti. Grillo che si faceva pagare per riempire i palazzetti, ora non riesce ad attirare pubblico nemmeno gratis. Da Travaglio che si può pretendere? La Guzzanti? Non pervenuta. Camilleri? Ha la credibilità di chi si professa martire del regime berlusconiano nel giorno in cui esce il suo libro pubblicato da Mondadori. Resta lui, Tonino il moralizzatore con la fuga di notizia al seguito. Le ultime vicende devono averlo parecchio innervosito: basta guardarlo in faccia. Di lucido pare che gli siano rimasti solo gli occhi. Una volta potevano sembrare spiritosi. Adesso sono solo spiritati.
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Alitalia - Io, capitano AZ-CAI, vi racconto come si lavora nella nuova compagnia
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Tratto da Susssidiario
Caro Direttore,
inizio con una breve presentazione: ho 50 anni, moglie e 2 figli, volo da quando ne avevo 19; i primi 10 anni trascorsi in A. M. come pilota di caccia (F104 e Tornado) e a 30 anni, quando di lì a poco mi avrebbero messo a pilotare qualche scrivania, mi sono spostato a Roma diventando pilota in Alitalia, dove ho la mansione di comandante da 11 anni.
Premetto che in questi 21 anni di compagnia ho sempre lavorato con passione, orgoglio e volontà, e ho creduto nell’Azienda fino alla fine, e nonostante tutto. Negli ultimi 10 anni in qualità di comandante ho totalizzato 7. 000 ore di volo, e per inciso in questi 10 anni ho accumulato 11 giorni di assenza per malattia. Nella mia condizione si trova la gran parte dei piloti e comandanti Alitalia, se non anche meglio di me.
Come potrà facilmente comprendere, sentire e leggere dai media di appartenere ai fannulloni e privilegiati italiani mi crea grande dolore e amarezza, ancora di più se le accuse giungono ai miei familiari, che hanno tentato ripetutamente, purtroppo invano, di difendermi e difendersi. Mi riferisco a mio figlio ancora in età scolare, in classe, quando si parla di Alitalia, e mia moglie con gli amici, conoscenti e parenti, che forti dell’unica verità detta e scritta dai giornalisti tutti, privandoci a volte anche della dignità, si ritenevano autorizzati a manifestare la loro insensibile gratuita inutile divertita pietà.
Come potrà intuire il passato periodo non è stato dei più felici, la ferita è stata ed è ancora molto profonda, fa ancora molto male! Solo chi ci è passato può rendersene conto. Un pensiero cupo e profondo va a chi è rimasto fuori, chi non lavora e non lavorerà più, e ai due silenziosi suicidi di due colleghe assistenti di volo che forse non hanno sopportato l’affondo finale.
Vede, la domanda che ci facciamo continuamente tutti è: «Perche?».
Non so se ci giungerà mai una risposta, quella vera.
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È braccio di ferro tra Pd e Idv sulla nuova Vigilanza Rai
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Dario Caselli
Non sembra ancora essere giunto al termine l’impasse nella Commissione parlamentare di Vigilanza dove dopo le dimissioni e la revoca dei componenti da parte dei presidenti di Camera e Senato la confusione continua a regnare sovrana. Infatti Idv persiste nel non inviare la lista dei propri rappresentanti impendendo così la formazione della nuova commissione.
Un ostruzionismo che però i presidenti di Camera e Senato potrebbero superare con regolamento alla mano indicando loro stessi i commissari per Idv, ma almeno per il momento sia Fini che Schifani non sembrano propensi a farlo proprio per evitare l’inasprirsi dei toni.
Da qui lo stallo e l’impossibilità di procedere alla convocazione della nuova Commissione (e di conseguenza all’elezione del presidente). Alla base delle ragioni di questa chiusura da parte di Idv c'è il duro braccio di ferro con il Pd al quale Di Pietro, dopo la dolorosa bocciatura di Orlando, avrebbe intenzione di chiedere “risarcimenti”. Risarcimenti che riguarderebbero in particolare il CdA della Rai, ormai scaduto da quasi un anno e tra le prime voci nell’agenda della nuova Vigilanza. Un’ipotesi però smentita dallo stesso Di Pietro, il quale all’uscita dell’incontro di ieri sera con lo stato maggiore del Pd - assente Veltroni - ha invece ribadito la necessità che per il CdA si facciano scelte su persone “di grandi professionalità, al di sopra e al di fuori delle parti, e che siano garanti di terzietà e indipendenza”. Un punto sul quale Di Pietro non ha alcuna intenzione di transigere spiegando che “l’Italia dei Valori rimarrà fuori dalla Commissione di Vigilanza Rai fino a quando non verrà garantita, dai gruppi parlamentari, la certezza che nel CdA non ci vadano ex-parlamentari, i soliti porta bandiera e persone con palesi interessi di parte”.
Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends
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Nuovi messaggi di oggi
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http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard
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"Noi, italiani discriminati in Inghilterra".
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
Brown: "Scioperi indifendibili"
Il vicepresidente della società siracusana contestata dai lavoratori britannici: "È triste che in un’economia senza frontiere ci siano queste difese del territorio. Siamo tornati indietro di anni. Ma noi non molliamo".
Giovanni Musso è il vicepresidente dell’Irem, la società di Siracusa contestata dai lavoratori britannici. È lui che fa da ponte tra le maestranze nel Lincolnshire, le loro famiglie e l’azienda. «È una vicenda strana, è triste che in un’economia sempre più globalizzata si facciano ancora queste discriminazioni. Sembra di essere tornati indietro di anni», dice.
La situazione è sempre molto tesa?
«Ieri i nostri operai sono riusciti a scendere dalla nave ormeggiata dove alloggiano, sono andati a farsi una gita senza subire molestie da parte degli operai inglesi».
Ma il lavoro è ripreso?
«No, per adesso tutto è ancora fermo, stiamo aspettando disposizioni dall’azienda committente. Lo sciopero continua, fra un paio di giorni ci sarà una nuova riunione, andrà qualcuno di noi a parlare con i sindacati inglesi».
Quando è stato aggiudicato l’appalto?
«Prima di Natale, tra fine novembre e i primi di dicembre».
E voi quando avete aperto il cantiere?
«All’inizio dell’anno. Voglio precisare che abbiamo una piccola parte di un appalto complessivo di 220 milioni di sterline per costruire una raffineria della Total».
Qual è la vostra quota?
«Diciassette milioni di euro. Dobbiamo costruire un impianto di desolforizzazione all’interno della raffineria. L’incidenza del nostro lavoro sull’occupazione complessiva è molto bassa, è evidente che questa cosa è stata strumentalizzata».
Quanti operai utilizzate?
«In questo momento ne abbiamo 90, ma dovremmo arrivare a una punta di 300 perché il lavoro dura quattro mesi, finiamo il 30 aprile e quindi dovremo aumentare la forza lavoro».
Tutto personale specializzato?
«Proprio per la brevità in cui dobbiamo portare a termine l’opera impieghiamo maestranze che conoscono bene le nostre tecnologie e i nostri macchinari».
E sono tutti italiani?
«C’è qualche portoghese, una minima percentuale. Ma soprattutto abbiamo assunto una trentina di inglesi. Saranno il 10-15 per cento della manodopera complessiva».
Da chi avete avuto la commessa?
«Dalla Jacobs, uno dei grandi studi di ingegneria con cui collaboriamo da tempo, che ha regolarmente vinto una gara internazionale. Noi della Irem lavoriamo nel settore dei montaggi industriali da una trentina d’anni. Abbiamo acquisito un know how, il 90 del lavoro lo svolgiamo all’estero, abbiamo preso grossi appalti in Arabia Saudita. Con Jacobs abbiamo operato in Olanda e Francia, abbiamo lavorato anche con Total. Ci hanno chiamato perché conoscono le nostre tecnologie e come lavoriamo».
Come spiega che per venti giorni avete lavorato regolarmente e poi è scoppiato questo putiferio?
«Forse hanno reagito alle parole del premier Gordon Brown, il quale ha detto che il lavoro degli inglesi deve restare in Inghilterra. Ripeto, mi sembra una strumentalizzazione. Noi avevamo già incontrato i sindacati e ci eravamo allineati con la loro normativa, come sempre facciamo quando lavoriamo all’estero».
Dicono che gli operai italiani vengono pagati meno degli inglesi.
«Ag
>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione
«Macché razzismo, gli inglesi temono solo di perdere il lavoro»
di Tony Damascelli Il manager: «Mai avvertito diffidenza verso noi italiani. Il vero bersaglio è il governo, come sempre accade quando l’economia va male»
«Londra non reagisce. Londra quasi non si è accorta che nel resto del Paese c’è qualcosa che non va. Perché Londra è come New York, è un’isola felice, vive lontana da certi movimenti, Londra è una realtà internazionale che finisce per filtrare quello che le accade intorno». Flavio Briatore smorza i toni della protesta dei lavoratori di Grimbsy. Li smorza ma li giustifica, li ridimensiona e li spiega. Da italiano in Inghilterra, da ex immigrato alla ricerca di spazio e di affermazione a manager affermato e riconosciuto, ha il termometro dell’isola britannica, da oltre vent’anni manager e dirigente prima della Benetton poi della Renault, per la scuderia di Formula 1, nell’azienda di Enstone.
«Nella nostra fabbrica il cinquanta per cento dei lavoratori è britannico il resto arriva dall’estero ma non ho avvertito mai nessuna forma di xenofobia, di protesta violenta e clamorosa».
Eppure gli inglesi, il loro “superiority complex”...
«Sì, qualche battutina, le solite da repertorio. Ad esempio qualcuno dei nostri si è lamentato e ancora si lamenta per la qualità del cibo nelle mense. Sapete che cosa rispondono gli inglesi?».
Che cosa?
«Che loro mangiano per vivere mentre noi italiani viviamo per mangiare. Tutto qui».
A parte le battute di spirito, in questi ultimi giorni la situazione si è fatta critica, i lavoratori di Grimbsy e degli altri centri, per solidarietà, chiedono garanzie, sono pronti a marciare anche sulla capitale...
«Il momento è critico e lo so bene. L’industria motoristica è in evidente difficoltà, le grandi fabbriche, la Nissan, la Jaguar, la Ford hanno provveduto a licenziare molte persone, c’è paura, in alcuni casi disperazione e per questo gli avvenimenti della Total di Grimbsy hanno una spiegazione».
Si torna indietro di trent’anni?
«Lo ripeto, il momento è critico ma in tutto il mondo e poi c’è una parte dei cittadini britannici che stanno scoprendo oggi che cosa sia la povertà».
A chi allude?
«Ai lord che avevano affidato tutto ai Lloyds e adesso sono senza soldi, anche perché non hanno mai lavorato in vita loro. E se non produci la tua vita si complica».
Nemmeno lei, dunque, ha mai avvertito il senso di diffidenza nei confronti degli stranieri, di noi italiani in particolare?
«Quando arrivai in Inghilterra entrai in un settore fortemente radicato e consolidato nel Paese, quello dei motori. Per qualche settimana ci fu sorpresa, qualche sorrisino ma il mio ruolo era di gestione, diciamo manageriale, ero io che dovevo decidere. Poi hanno parlato, per fortuna, i fatti. Ma non c’è mai stato astio e nemmeno diffidenza».
Qualcuno sostiene che la protesta partita da Grimbsy abbia un solo obiettivo: Gordon Brown, la sua politica, il suo slogan elettorale «Il lavoro britannico ai britannici».
«Anche questo mi sembra naturale, normale. In qualunque parte del mondo se l’economia entra in crisi chi è il bersaglio delle critiche? Il governo. E Gordon Brown sa benissimo che la protesta di Grimbsy non riguarda soltanto l’Inghilterra e il Regno Unito ma tutto il resto del mondo del lavoro».
Finito il tempo degli «spaghetti» e del «mandolino»...
«Loro dicono italian job e ci mettono dentro tu
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Frattini: "La Ue chieda l'estradizione di Battisti"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il ministro degli Esteri: i Paesi membri pretendano dal Brasile la restituzione del terrorista all’Italia. "L’Europa ha perso un’occasione. Stavolta siamo noi, ma se toccasse alla Germania con gli ex Raf?"
Roma Si aspetta che la Corte Suprema brasiliana decreti l’estradizione e si dice intanto soddisfatto che Lula abbia fatto sapere che il suo governo ne rispetterà la decisione. Ma, oltre a rilevare come non gli sia piaciuto affatto l’atteggiamento del ministro della Giustizia carioca Genro, il ministro degli Esteri Franco Frattini, già commissario a Bruxelles di Giustizia e Interni, tiene a levarsi un sassolino dalla scarpa nella vicenda che ha visto l’Italia reclamare la consegna di Cesare Battisti: «In senso strettamente giuridico - osserva - si può definire corretta la tesi della commissione Barroso sulla sua non competenza a intervenire davanti alla richiesta avanzata da Ronchi sull’argomento. Ma proprio nel momento in cui l’Unione sta deliberando sullo status di profugo valevole per tutti e 27, si può rinunciare a definire una linea per quanto riguarda gli europei nei confronti di altri Paesi? Perché stavolta è toccato a noi, ma se domani il Brasile o l’Indonesia dicessero di no alla restituzione di un terrorista della Baader Meinhof alla Germania, come dovremmo comportarci? Secondo me, a Bruxelles hanno davvero perso una occasione importante...».
Dice?
«Dico. Intanto, basta guardarne gli atti, tanto il consiglio d’Europa che il Parlamento europeo dibattono ampiamente su problemi di questo tipo. Dopodiché - ripeto - la commissione non avrà strumenti in punta di diritto, ma la questione è politica: nel respingere la nostra richiesta di estradizione, il Brasile ha sostenuto che la decisione è frutto dei rischi che Battisti avrebbe potuto correre in Italia. Il che vorrebbe dire che si mette in dubbio la tenuta costituzionale e democratica di un paese della Ue. Può tacere Bruxelles davanti a questa tesi? E se domani toccasse al Belgio o alla Polonia, come ci si comporta? Si fa finta di niente?»
Beh, in effetti non appare una grande prospettiva per chi si dichiara la più grande democrazia del mondo...
«Appunto. Quella di Ronchi non era una provocazione, come ha pensato qualcuno, ma una richiesta politica di chiarimento, visto che proprio la Ue sta lavorando per stabilire per tutti quale dev’essere lo status del rifugiato e, dunque, sta decidendo quali siano i canoni per accettarne la richiesta d’asilo. Anzi, so che in questi giorni si va stilando un elenco di Paesi, come l’Australia o il Canada, i cui cittadini, evidentemente, non possono avanzare richieste. Ma agli europei chi ci pensa? Tocca agli altri darci patenti di democrazia?».
È quello che ha fatto Genro, no? Come giudica la posizione del ministro brasiliano che si è fatto lo scudo di Battisti?
«Il tipico politico sudamericano legato alle aree più radicali della sinistra. Che vede in Battisti non un terrorista e un assassino, ma un guerrigliero della libertà. Peccato si guardi bene dal ricordare che Battisti agiva in modo criminale in un paese democratico. Comunque ho l’impressione che in questi ultimi giorni cerchi più di tenere il punto che altro. Credo si stia rendendo conto di aver commesso un errore nella strenua difesa di Battisti».
L’ha letta, Frattini, l’autodifesa fatta uscire dal carcere dal terrorista...Che ne pensa?
«La definirei un
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Oggi il caso passa alla Corte suprema
Potrebbe essere la tappa decisiva di una vicenda lunga trent’anni. Oggi il Supremo tribunale federale brasiliano si riunisce per decidere se archiviare o no, una volta per tutte la richiesta dello Stato italiano di estradare Cesare Battisti nel nostro Paese, dove deve scontare 2 ergastoli per 4 omicidi. «La questione è stata affidata a mani competenti, il tribunale saprà sicuramente trovare una soluzione giusta», ha promesso ieri il presidente della corte, Gilmar Mendes. Se sarà davvero così, lo scopriremo nel giro di pochi giorni. Il Guardasigilli brasiliano Tarso Genro, che ha concesso al pluriomicida lo status di rifugiato politico, ha infatti ribadito che «siamo tutti vincolati alla decisione del tribunale», e che i lavori della corte «potrebbero durare 15 o 20 giorni» per arrivare alla sentenza definitiva. In aula verrà sentito il procuratore generale brasiliano Antonio Fernando de Souza, che chiederà la non estradizione proprio in base al patentino di «perseguitato» rilasciato a Battisti dal ministro della Giustizia, ma avrà spazio anche un avvocato del governo italiano e sarà analizzato pure il rapporto del Conare, il Comitato brasiliano per i rifugiati, che si è sempre rifiutato di concedere asilo politico al latitante italiano. Intanto, gli avvocati di Battisti si preparano alla difesa in aula puntando ancora una volta sulla lettera inviata all’assassino dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Un testo di 19 righe, scritto il 6 febbraio dell’anno scorso, che definisce Battisti «criminale politico» e «rivoluzionario impotente». In un’intervista al quotidiano brasiliano «O Globo», proprio ieri Cossiga ha ricordato che «lo status di rifugiato politico si concede a coloro che sono perseguitati politicamente e che, se tornassero nel loro Paese di origine, potrebbero essere torturati e perfino uccisi». Evidentemente non è questo il caso del «criminale» Battisti: «la condanna italiana è stata giusta», mentre a sbagliare è solo il governo brasiliano. E alla fine il presidente emerito ha ammesso: «Se avessi saputo che quella lettera sarebbe stata usata per sostenere la tesi dell’asilo politico non l’avrei scritta».
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Razzi su Israele, Hamas: "Tregua di un anno"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Sale la tensione in Medio Oriente. Raid aereo israeliano nella Striscia dopo l’avvertimento del premier Olmert: "Reagiremo in modo sproporzionato". Contrasti nel governo. Obama accusa la Livni: "Fa la dura ma cerca l'intesa con gli integralisti"
Gaza - Guerra o pace? A otto giorni dal voto i leader israeliani hanno deciso di rispondere a muso duro alle nuove salve di missili e mortaio da Gaza che ieri hanno ferito due militari e un civile. In serata Hamas ha denunciato un raid dell’aviazione con la Stella di Davide nel centro della Striscia conclusosi peraltro senza vittime. La tensione è dunque altissima ma la partita a scacchi medorientale continua. Lo sa bene Hamas, che sfruttando le divisioni tra il premier uscente Ehud Olmert, il ministro della Difesa Ehud Barak e quello degli Esteri Tzipi Livni lascia agli altri gruppi armati il lancio dei missili e negozia con l’Egitto una tregua di un anno che prevede il ritorno di Fatah nella Striscia.
Stando alla tv satellitare Al Arabya l’organizzazione fondamentalista è pronta a lasciare il controllo del confine meridionale di Gaza agli uomini del presidente palestinese Mahmoud Abbas e consentire la riapertura dei valichi di Rafah con l’Egitto già giovedì. Il diavolo si nasconde come sempre nei dettagli. A farlo capire ci pensa Amos Yadlin, capo dell’intelligence militare israeliana, intervenendo al consiglio dei ministri. «Hamas è stato ben dissuaso, ma non fa nulla per fermare le altre fazioni dal colpirci», spiega il generale avvertendo che Hamas userà il paravento della riconciliazione palestinese «per prendere il controllo dell’Olp e mettere fine al concetto di due Stati». Consapevole di poter contare su consensi ben più vasti del delegittimato presidente Abbas, il gruppo radicale prepara la trappola finale. Da una parte accoglie una minuscola forza di Fatah in una Gaza dove regna egemone, dall’altra pretende di entrare nell’Olp per assumerne il controllo. La strategia fondamentalista verso Israele è più a breve termine e punta a sfruttare al meglio sia l’era Obama, sia le emozioni suscitate dalle immagini delle rovine e dei morti di Gaza. Reagendo «in maniera severa e sproporzionata» - come aveva annunciato il premier Ehud Olmert nel consiglio dei ministri di ieri mattina, prima del raid serale - Israele potrebbe venir accusato di far saltare in un colpo solo l’offerta di tregua, la riapertura del valico di Rafah e il ritorno di Mahmoud Abbas a Gaza. Questo intricato scenario e l’imminente elezione contribuiscono ad infiammare le divisioni interne. Ehud Barak, deciso a strappare voti moderati a Kadima, fa capire di accontentarsi della lezione impartita ad Hamas per puntare ora su un periodo di tranquillità. E risponde a muso duro a Tzipi Livni che invoca una nuova durissima rappresaglia e l’accusa di «voler raggiungere un accordo con Hamas».
«In tempo d’elezioni sentiamo sempre un sacco di chiacchiere da parte di persone che non hanno mai tenuto un’arma in mano e non capiscono le condizioni in cui dobbiamo agire», replica l’ex ufficiale più decorato d’Israele. Tzipi Livni non può proporre nulla di diverso. Gli ultimi sondaggi attribuiscono al suo Kadima 25 seggi contro i 28 del Likud di Benjamin Nethanyau. Per coronare il sogno di aspirante Golda Meir il ministro degli Esteri deve dunque rubar consensi ad una destra pronta - grazie all’alleanza con ultra-ortodossi e gruppi estremisti - a guidare il parlamento con una maggi
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Afghanistan, kamikaze contro stazione di polizia
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Kandahar - Almeno 18 poliziotti afghani sono rimasti uccisi oggi quando un kamikaze si è fatto esplodere in una stazione di polizia nel sud dell’Afghanistan. L’attentato è avvenuto a Tirin Kot, capoluogo della provincia meridionale di Uruzgan. A quanto si è appreso, il kamikaze indossava una uniforme della polizia che nascondeva il corpetto esplosivo. "Nell’attentato suicida 18 poliziotti sono rimasti uccisi e diversi altri feriti", ha detto Juma Gul Himat, capo provinciale della polizia.
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Di Pietro ai suoi: "Sfiduciate le giunte di Napoli"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Ma l'Idv non ci sta: "Prima fai pulizia nel partito"
L’ex pm annuncia l’intenzione di sfiduciare gli amministratori campani: "Chi non vota questo atto nelle assemblee di Comune e Regione è fuori dal partito". Ma due consiglieri avvertono: "Risolvi la questione morale o ce ne andiamo".
Roma - Antonio Di Pietro dichiara guerra al governatore della Campania Antonio Bassolino e al sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino ma tra le sue truppe è già ammutinamento. Nell’Italia dei valori campano regna il caos, con l’immancabile resa dei conti interna.
Al termine di una giornata convulsa era stato il segretario regionale e deputato Nello Formisano a dichiarare ufficialmente che il partito aveva deciso, sia a livello regionale sia nazionale, di «presentare una mozione di sfiducia sia al Comune che alla Regione». Tanto per essere chiari, poco dopo era intervenuto lo stesso leader: «Dopo aver fatto dimettere i nostri rappresentanti dalle giunte napoletane e dai posti di responsabilità, la battaglia dell’Idv passa ora attraverso la sfiducia alle giunte Bassolino e Iervolino». Della serie: non siamo mica delle tinche, e noi nelle acque fangose non nuotiamo. Troppo alto il prezzo da pagare in termini di immagine lo sguazzare con amministrazioni che più chiacchierate non si può. D’altronde per l’ex pm è vitale presentarsi non solo con le mani ma anche con braccia e gambe intonse. Il problema è che da tempo c’è chi all’interno del partito denuncia scarsa igiene. Il sistema Mautone, le ombre su alcuni pezzi grossi dell’Idv (Nello Formisano, Americo Porfidia, Nicola Marrazzo), i j’accuse di Franco Barbato e i suoi, hanno proiettato ombre inquietanti nella casa campana di Tonino. Ed è imbarazzante sventolare la bandiera della legalità schizzata di fango. Un bel problema, buttato sul tavolo dai cosiddetti «ribelli» campani, i consiglieri comunali di Napoli Raffaele Scala e Carlo Migliaccio. I quali, due giorni fa, avevano sbottato: «Così non possiamo andare avanti. Non c’è coerenza, altro che diversità morale. Tra di noi c’è gente chiacchierata ma nessuno di loro si dimette». Detto fatto: i due, come si fa nei campi di calcio quando non si va d’accordo con i compagni di squadra, s’erano tolti la maglia e avevano annunciato che si sarebbero sospesi dal partito.
Ieri Di Pietro ha preso di petto la questione: sfiducia immediata a Bassolino e Iervolino, sennò si è fuori. «La linea di demarcazione dell’appartenenza o no al partito passa attraverso questo atto», ha tuonato. Ma gli animi dei dissidenti non si sono affatto placati. La replica al veleno dei consiglieri Scala e Migliaccio non s’è fatta attendere: «Non accettiamo ultimatum - hanno confermato i due -. Noi chiediamo pulizia nel partito e l’obiettivo da Roma viene spostato sulla sfiducia alla giunta. Questo non possiamo accettarlo. Se il presidente continua su questa linea significa che ce ne andremo, in fondo ci siamo già autosospesi e quindi ci comporteremo con coerenza». Poi, Scala ha rincarato la dose: «Se si puliscono le liste per le amministrative io firmo anche dieci mozioni e vado a raccogliere le firme contro in piazza contro Bassolino, ma così no».
Francesco Cramer
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Nettuno, la confessione: "Bruciato per noia"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Dormiva alla stazione di Nettuno. Fermati tre ragazzi italiani, uno è minorenne: erano pieni di droga e alcol. Prima di dargli fuoco lo hanno picchiato e verniciato: è gravissimo ma non in pericolo di vita.
Nettuno - Massacrato di botte, cosparso di vernice perché bruciasse meglio e quindi di benzina, infine dato alle fiamme. Una bravata, un gesto di intolleranza, di infinita stupidità, che ha portato al fermo di tre italiani, uno dei quali di 17 anni, tutti di Nettuno, per tentato omicidio. «Avevamo bevuto e preso droga, volevamo concludere la serata con un gesto eclatante», la loro confessione. Un gesto eclatante in seguito al quale lotta tra la vita e la morte Singh L., un clochard indiano di 36 anni, aggredito dal branco nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Nettuno, comune del litorale a Sud di Roma.
Accade tutto in pochi istanti, poco dopo le 4 del mattino di ieri, quando alla sala operativa dei carabinieri arriva una telefonata anonima. «Correte in stazione, c’è un uomo che sta bruciando». La «gazzella» arriva e trova una scena terribile: «L’uomo si dimenava in terra cercando di spegnere le fiamme sui vestiti - racconta il maggiore dei carabinieri Emanuele Gaeta, comandante della compagnia di Anzio -. Gli abbiamo prestato soccorso e chiamato un’ambulanza del 118. Il poveretto è riuscito a dire poche parole, il suo nome e ciò che era accaduto». «Erano tanti, prima mi hanno dato calci e pugni, poi mi hanno gettato addosso qualcosa e dato fuoco», lo smozzicato racconto di Singh, che urla di dolore mentre viene trasportato agli Ospedali Riuniti di Anzio-Nettuno. Per i medici del pronto soccorso la situazione è grave, si rende necessario il trasferimento in una struttura specializzata. Poco dopo Singh entra nel reparto Grandi ustionati del Sant’Eugenio, a Roma. «Le condizioni del paziente sono preoccupanti ma non è in pericolo di vita - spiega il primario Paolo Palombo -. Le ustioni di terzo grado sono sugli arti inferiori, alle mani e sul collo. La prognosi resta riservata».
Le indagini puntano subito alla pista razzista anche se, secondo il sindaco, il clima in città fra nettunensi e immigrati non sarebbe pesante. Mentre gli uomini del Ris refertano boccette di vetro e una latta sporca di benzina, gli uomini del nucleo operativo si concentrano su un gruppo di giovani noto per le scorribande notturne. Nel pomeriggio una decina di ragazzi viene interrogata davanti al pm della Procura di Velletri e a un magistrato del Tribunale dei minori di Roma. Poi il cerchio si stringe attorno ai tre. Un gruppo violento, secondo gli inquirenti, alla ricerca di un barbone al quale «dare una lezione». A quell’ora la stazione di Nettuno è deserta, alle 23 il capostazione se ne va e quel luogo diventa terra di nessuno. Neanche una telecamera interna a sorvegliare quella che è una vera terra di nessuno, ostaggio negli ultimi mesi da vandali e writer che hanno spesso provocato danni ingenti ma che ieri non si sono accontentati soltanto di distruggere. A soccorrere gli inquirenti soltanto le riprese effettuate dal sistema di sicurezza di una banca vicina.
Molto turbata la comunità indiana che vive tra i comuni di Anzio e Nettuno, circa 5mila persone occupate per lo più nelle serre della campagna locale. «Siamo gente tranquilla, che lavora in campagna e non ha tempo per fare altro, se non stare con la famiglia - dice Ajit Singh, presidente dei Sikh di Anzio -. In Italia stiamo
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Messaggio 2 della discussione
Santanchè: "Non c'è emergenza xenofobia" Strumentalizzano casi drammatici»
di Manila Alfano
«Ma quale razzismo. L’Italia non è un Paese di razzisti». Daniela Santanchè ascolta la scia di reazioni scatenate dal caso di Nettuno e scuote la testa.
La sinistra parla di clima razzista scatenato da un certo stile nel fare politica. Troppe emergenze immigrati, campagne della paura. Cosa ne pensa?
«Una strumentalizzazione. Chi accusa il governo non ha memoria. E in questa situazione il razzismo non c’entra nulla. Quello che è successo al ragazzo indiano è senza dubbio un episodio odioso, da condannare, ma non si può generalizzare ed etichettare».
Cosa sta facendo il governo?
«Bisogna ricordare che questo clima è piuttosto il frutto delle politiche di immigrazione del governo Prodi. Con le loro false politiche di solidarietà, del buonismo a tutti i costi, del loro politically correct, ci siamo trovati in questa situazione di impasse. Il nostro governo sta piuttosto cercando di arginare un conflitto già esistente e molto alto. Dalla paura all’ostilità poi il passo è breve. E oggi gestire l’integrazione è ancora più complesso».
Perché?
«Prima di tutto bisogna fare i conti con la crisi economica di mezzo. Scarseggiano i posti di lavoro, le possibilità di lavorare. Sappiamo benissimo che senza lavoro la percentuale di chi commette reati aumenta. Oltre il 40 per cento degli stupri è commesso da clandestini».
Su cosa bisogna puntare?
«In una situazione come questa il ruolo della magistratura torna ad essere determinante. L’incertezza non è data dalla politica ma dalle scelte sbagliate della magistratura. Non c’è posto per temi come l’incertezza della pena. Oggi più che mai dobbiamo riavere la fiducia dei cittadini. E la magistratura deve invertire la marcia immediatamente».
Si riferisce ai magistrati che concedono i domiciliari a chi ha violentato?
«Ho sentito Elisa al telefono, la giovane violentata la notte di Capodanno. Il suo carnefice era appena tornato a casa. Ho abbassato gli occhi. Mi sono vergognata. È come sale sulla ferita. Frustrante per le vittime, per i cittadini tutti».
Cosa può fare il governo per fermare quest’ondata di violenza?
«Torno a dire che la responsabilità non è del governo ma della magistratura. La politica in questa storia non c’entra niente. Mai come in questo governo la questione sicurezza è avvertita in modo forte. E Maroni sta facendo un ottimo lavoro».
E allora dov’è la falla?
«Nella discrezionalità della magistratura, nei tempi biblici per ottenere giustizia. Occorrono regole certe. Bisogna eliminare il sistema premiale della giustizia. Non è possibile togliere 45 giorni ogni sei mesi di buona condotta».
Pene più pesanti per i criminali migliorerebbero la situazione?
«L’ergastolo è ormai un ricordo per l’Italia. Per questi reati efferati io propongo di eliminare il rito abbreviato che di fatto elimina un terzo della pena».
Anselma Dall’Olio suggerisce l’autodifesa come soluzione. Lei cosa consiglia?
«L’incertezza della pena è il problema principale in questa storia. Rispettare le vittime significa prima di tutto assicurargli giustizia. Io non voglio difendermi da sola, sarebbe il fallimento dello Stato. E io non sono ancora pronta a gettare la spugna. Io lotto».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Le reazioni E Veltroni getta benzina sul fuoco
L’indiano bruciato vivo a Nettuno e ricoverato al Sant’Eugenio di Roma ha ricevuto nel pomeriggio la visita del sindaco della capitale. «Ho parlato con l’uomo - ha detto Gianni Alemanno uscendo dall’ospedale dell’Eur -, le sue condizioni sono ancora critiche. Si è trattato dell’ennesima barbara violenza, ma a Roma dobbiamo difendere tutte le persone pacifiche e innocenti, sia italiane sia straniere. Dobbiamo potenziare i centri di accoglienza». «Non si può pensare di fare giustizia con le proprie mani - conclude l’inquilino del Campidoglio -, né gli episodi possono giustificarlo». Parole quest’ultime a cui si appiglia Paolo Gentiloni, deputato del Pd, per organizzare uno straccio di polemica politica: «Non ci si deve fare giustizia con le proprie mani è un principio giusto in generale. Ma in questo caso che c’entra? Che aveva fatto l’indiano? E quale giustizia avrebbe dovuto fare qualcun altro? Il rischio di frasi del genere è che il reato contro il quale non bisogna farsi giustizia da soli sia semplicemente quello di non aver casa. O di essere indiano». Getta benzina sul fuoco - è proprio il caso di dirlo - anche il segretario del Pd Walter Veltroni, che ha già pronto un colpevole: «Episodi di intolleranza criminale come questi sono il frutto di predicazioni xenofobe, di un clima creato ad arte di odio e paura».
Il gesto di Nettuno è ripugnante, il mondo politico è compatto nel condannarlo. Di «sintomo allarmante della presenza all’interno della società italiana, in particolare in alcuni settori giovanili, di un senso di disprezzo per la vita umana e della dignità delle persone più deboli» parla il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini. «Un atto incivile che getta una grave ombra sui consolidati principi della tolleranza ed ospitalità del nostro Paese», l’angoscia del presidente del Senato Renato Schifani. «Occorre condannare severamente, senza se e senza ma, ogni violenza xenofoba - dice Italo Bocchino, presidente vicario del gruppo del Pdl a Montecitorio -, coscienti che atti come quello di Nettuno mettono in discussione la civiltà della nostra società». Idea che trova d’accordo anche Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: «Bisogna fare di tutto per evitare l’imbarbarimento della nostra società». E a sinistra parla Jean-Leonard Touadi (Pd), primo parlamentare italiano di colore: «Nell’ossessione della sicurezza e nella confusione spesso creata ad arte tra disagio sociale e problemi di ordine pubblico, si sta facendo credere all’opinione pubblica che la priorità siano gli immigrati clandestini anziché i delinquenti veri».
Andrea Cuomo
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Maroni: "I giudici liberano troppi delinquenti"
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Il ministro accusa certi magistrati: sono fuori dalla realtà, così vanificano il lavoro delle forze dell’ordine. "Grave in Inghilterra l’attacco ai lavoratori italiani. A Nettuno violenza cieca per abuso di alcol e droga"
Roma - «Sono preoccupato».
Per cosa, ministro Maroni?
«Per quanto sta avvenendo in Inghilterra.
Perché?
«Perché si rischia di far implodere il modello europeo definito a Lisbona nel 2000, quando si decise per la progressiva integrazione nel settore del welfare. E sarebbe un danno per tutti, la riposta peggiore da dare alla crisi economica».
Oltremanica non la pensano tutti così.
«Guardi, comprendo la preoccupazione degli operai inglesi, ma la loro reazione nei confronti dei lavoratori italiani non è accettabile. Si tratta di un comportamento che va condannato, perché se si condivide lo stare insieme, all’interno dell’Europa, non si può poi reagire così, rimettendo tutto in discussione. E poi...».
E poi?
«In questo caso non stiamo affrontando problemi legati alla sicurezza e al controllo delle frontiere, quanto la crisi interna europea del sistema di protezione sociale. Ecco perché sono davvero preoccupato. La vicenda non va sottovalutata e auspico un dialogo tra premier».
Intanto, c’è chi chiede l’immediata revisione del Trattato di Schengen.
«Sì, ma in questo caso specifico non c’entra nulla, perché l’Inghilterra non ne fa parte. Detto questo, il problema del controllo dei confini resta ed è sentito. Tanto che stiamo già lavorando, in sede Ue, ad un nuovo accordo, Schengen 2. Un passo importante, pure per l’Italia, visto che non può più controllare il suoi confini, divenuti permeabili».
Quali saranno le novità?
«La più importante sarà legata allo scambio di informazioni tra i Paesi aderenti, grazie all’accesso immediato alle singole banche dati. Ci sarà un maggior raccordo e si potrà conoscere la posizione di ogni extracomunitario fermato ai confini esterni, in modo da non far rientrare chi è stato magari già espulso. Sembra strano, ma adesso non esiste questa attività di coordinamento».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
A proposito di immigrazione, negli ultimi giorni lei ha rilanciato l’ipotesi di una moratoria dei flussi per due anni. Quanto è concreta l’ipotesi?
«Premessa: l’emergenza immigrazione esiste e il governo da mesi sta compiendo una lotta quotidiana, con l’obiettivo di arrivare ad una svolta entro il 2009. La questione moratoria, iniziativa parlamentare della Lega al Senato, che condivido in pieno, nasce da una consapevolezza concreta».
Quale?
«Tenuto conto della crisi economica, che verosimilmente colpirà maggiormente le fasce più deboli, in primis extracomunitari, che senso ha farli entrare se poi perderebbero subito il lavoro e dovrebbero tornare al loro Paese? Quindi, aspettiamo un attimo: verifichiamo dove ci porterà questa congiuntura negativa e poi ne riparliamo. Semmai, invece di creare altri danni, con un mercato del lavoro già in sofferenza, sarebbe meglio garantire il reimpiego di chi sta già qui. Discorso a parte merita invece la questione dei lavoratori stagionali».
Cioè?
«Ho già avuto modo di parlarne con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, con cui sto lavorando ad un decreto flussi, relativo al 2009, riservato solo ad ingressi stagionali, legati magari ai settori dell’agricoltura e del turismo. Bisogna essere prudenti e sappiamo, per esperienza, che queste categorie sono necessarie e perfettamente controllate. Il provvedimento potrebbe arrivare presto all’esame del Cdm».
Nel frattempo, da domani sarà in Libia per definire l’accordo bilaterale sul pattugliamento delle coste, siglato dal precedente governo ma mai applicato.
«Sarò in Libia da domani a giovedì. E sono sicuro che stavolta possa essere la volta buona. Anche perché, il contestuale via libera definitivo che arriverà dal Parlamento al Patto d’amicizia sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi dovrebbe consentire una svolta. Ma oltre al capitolo Libia, ricordo che non siamo stati finora a guardare. E lo testimoniano gli accordi e gli impegni presi e da prendere con Tunisia, Egitto, Algeria...».
In Italia, però, non si placano le polemiche sui nuovi centri d’espulsione, a partire dal caso Lampedusa.
«La nostra azione è chiara: contrastare l’ingresso, accelerare e rendere più facili le espulsioni. Il resto è solo polemica inutile di una sinistra strabica».
Strabica?
«Sì, in Europa vota a favore dell’innalzamento da 2 a 18 mesi per la detenzione dei clandestini nei centri d’espulsione, in Italia vota contro e ci accusa di essere razzisti».
Situazione contraddittoria?
«Assolutamente sì. Ma ciò che importa è il “sì” al ddl sicurezza che presto - lo do già per scontato - arriverà dal nostro Parlamento. Tutto il resto è solo speculazione politica. Il buonismo nei confronti dei clandestini va respinto, a noi interessano le aspettative dei cittadini».
Dall’immigrazione alla sicurezza. Altra emergenza?
«No, al di là dell’allarme legato a recenti fatti di cronaca, non esiste un’emergenza sicurezza. Complessivamente, rispetto al 2007, lo scorso anno i reati sono diminuiti dell’11%, mentre le rapine, grazie ad un maggior controllo del territorio, sono calate del 12%. Il dato relativo ai reati sessuali, inoltre, segna un -9%. Ciò vuol dire che le norme del pacchetto sicurezza e l’uso dei militari nelle città hanno avuto successo».
Proprio i
>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
Nessuna emergenza a Roma?
«Nella capitale, i reati sessuali sono scesi del 10%, più della media nazionale, grazie anche all’azione molto intensa del sindaco, Gianni Alemanno. È comunque vero, in generale, che la città vive in una situazione difficile, con una forte presenza di comunità rom, a causa della gestione della sinistra negli ultimi 15 anni, che ha determinato insicurezza e degrado. Quindi, Veltroni, per difendersi dice falsità. È da irresponsabili. E poi, sentir predicare e fare lezione chi ha votato l’indulto, mi fa ridere».
A Nettuno, ieri, è stato dato fuoco ad un indiano che dormiva su una panchina. Nuovo caso di intolleranza?
«Si tratta di una violenza inaudita e gratuita, provocata dall’abuso di alcol e droga, che sembra escludere la matrice razzista».
Ministro, la polemica sulle cosiddette “scarcerazioni facili” non si placa. Come giudica il fenomeno?
«Siamo dinanzi ad una situazione difficile da gestire. Perché da una parte si fa di tutto per prendere i delinquenti, mentre dall’altra i giudici spesso li rimettono in libertà. Evidentemente, c’è da parte della magistratura un atteggiamento incomprensibile, che faccio fatica a capire. Alcuni giudici non si rendono conto della realtà, portano avanti un’azione di assoluta benevolenza, cancellando tutto ciò di buono che ogni giorno fanno Polizia e Carabinieri. E non ditemi che è una questione di leggi, perché il problema semmai è la loro interpretazione, che spetta appunto ai magistrati».
Passiamo al caso Battisti.
«Innanzitutto, va detto che Battisti è tutto tranne che un prigioniero politico che possa vantare protezione. Si tratta di un normale criminale, pericoloso, che scarica su altri le proprie responsabilità. Ha goduto in Francia colpevolmente dell’appoggio di una sinistra caviale-champagne, che vive in un altro mondo. Per me è un serial killer, altro che rifugiato politico».
Riuscirete a farlo estradare dal Brasile?
«Il governo brasiliano sta commettendo un errore gravissimo, per colpa di un’illusione ottica del suo ministro della Giustizia. E non c’è cosa peggiore di non accorgersi di aver sbagliato. Se non ripara, sono a rischio i nostri rapporti bilaterali».
Berlusconi e Lula assicurano però che si manterranno saldi.
«Guardi, finora non sono entrato nella querelle, ma faccio notare: quando sarò chiamato a collaborare con il mio omologo, ad esempio, per contrastare il traffico della droga, è inevitabile che io abbia qualche imbarazzo nel guardare negli occhi un componente di un governo che ci considera un Paese con licenza di tortura. È inaccettabile. Ecco perché la vicenda non può che chiudersi con l’ingresso nelle nostre patrie galere del serial killer in questione. E di questo ho parlato pure con Berlusconi».
Cosa ha detto al premier?
«Se la questione non si risolve, gli ho chiesto di ripensare all’ingresso del Brasile nel G13. Insomma, devono riconoscere l’errore. Non chiediamo la testa di nessuno, men che meno del ministro Genro, ma non possono incaponirsi».
Intanto, c’è chi chiede di non far giocare l’incontro di calcio tra Italia e Brasile.
«La politica e il governo non devono entrare nelle vicende sportive. Però, visto che si tratta di un’amichevole, non cambia nulla se si fa o meno. E mi piacerebbe molto se fossero calciatori, Coni o
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Stipendi, balzo del 3,5% Mai così alti dal 1997
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I dati Istat sull'andamento tendenziale dei salari registrano un aumento mensile dello 0,3% a dicembre. Crescono del 3,8% rispetto al dicembre 2007. Tra i motivi, il rinnovo dei tabellari di molti contratti
Roma - Nel mese di dicembre 2008 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate dello 0,3 per cento rispetto al mese precedente e del 3,8 per cento rispetto a dicembre 2007. Lo rende noto l’Istat precisando che l’aumento medio registrato nel 2008 rispetto all’anno precedente, è del 3,5 per cento.
Crescono le retribuzioni orarie L’incremento delle retribuzioni orarie contrattuali registrato nel mese di dicembre, sottolinea l'Istat, deriva dagli aumenti tabellari in alcuni contratti (commercio, servizi portuali, credito) e dal pagamento dell’indennità di vacanza contrattuale per il biennio 2008-2009 all’insieme dei dipendenti delle amministrazioni centrali, costituito da ministeri, scuola, agenzie fiscali e monopoli, attività dei vigili del fuoco, presidenza del consiglio dei ministri. Sempre a dicembre, è stato rinnovato il contratto società e consorzi autostradali: i primi aumenti saranno corrisposti con le mensilità di gennaio 2009. A dicembre si rileva il pagamento della seconda rata di incrementi tabellari per i dipendenti disciplinati dal contratto del commercio. L’intesa si applica anche ad aziende che erogano servizi al mercato (informatica, telematica, pubblicità, ricerche di mercato, eccetera) e regola il trattamento economico di quasi 1,9 milioni di dipendenti (circa 1,3 milioni nel commercio e la restante parte nei servizi al mercato). Ai dipendenti regolati dal contratto servizi portuali a dicembre è stata corrisposta l’ultima rata di incrementi retributivi previsti dal contratto siglato a maggio 2007: l’aumento medio mensile è di circa 20 euro. L’aumento congiunturale dell’indice orario (0,8 per cento) che si osserva per il comparto del credito deriva dal pagamento della terza rata di aumenti tabellari previsto dal contratto Abi: l’incremento retributivo medio lordo è di circa 22 euro. Nella pubblica amministrazione si registra la corresponsione dell’indennità di vacanza contrattuale per il biennio 2008-2009 (Ivc) ai dipendenti del settore statale (ministeri, scuola, agenzie fiscali, monopoli, attività dei vigili del fuoco, presidenza del consiglio dei ministri), secondo quanto disposto dal DL n 185 del 29 novembre 2008. Poichè la corresponsione si riferisce al biennio 2008-2009, gli importi di dicembre sono già a regime e calcolati sulla base del 50 per cento del tasso di inflazione programmata (Tip), fissato all’1,7 per cento. Per tutti i contratti ai quali è stata corrisposta l’Ivc si registra un incremento congiunturale dello 0,7 per cento, ad eccezione del comparto scuola per il quale l’aumento dell’indice è dello 0,6 per cento: per tutti, la crescita media delle retribuzioni lorde è intorno a 14 euro. Contestualmente sono stati corrisposti arretrati relativi al periodo aprile-novembre 2008 : gli importi oscillano da un valore medio di circa 85 euro per i monopoli a poco più di 91 per le agenzie fiscali.
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
I dati di dicembre Nel mese di dicembre, a fronte di una variazione tendenziale media dell’indice orario di più 3,8 per cento, gli incrementi più elevati si osservano per: scuola (più 6,0 per cento), regioni e autonomie locali (più 5,7 per cento), credito (più 5,6 per cento), servizio sanitario nazionale (più 5,5 per cento), pubblici esercizi e alberghi (più 5,3 per cento). Viceversa, gli aumenti più contenuti riguardano: forze dell’ordine (0,5 per cento), militari - difesa (più 0,7 per cento), attività radiotelevisive (più 1,4 per cento) e ministeri (più 1,6 per cento). Il valore medio dell’indice orario delle retribuzioni contrattuali per l’anno 2008 registra una variazione rispetto al valore medio dell’anno 2007 di più 3,5 per cento. Variazioni annue delle retribuzioni contrattuali orarie significativamente superiori alla media si osservano nei seguenti comparti: assicurazioni (più 6,3 per cento), pubblici esercizi e alberghi (più 6,0 per cento); ministeri (più 5,2 per cento), credito (più 5,0 per cento) e scuola (più 4,9 per cento). Gli incrementi più contenuti si osservano, invece, nei comparti: agricoltura (più 0,9 per cento), servizi privati alle famiglie (più 2,0 per cento) commercio (più 2,1 per cento), gomma e plastica e carta editoria e grafica (per entrambi più 2,2 per cento). Con riferimento ai contratti monitorati dalla rilevazione sulle retribuzioni contrattuali, nel mese di dicembre nessun accordo è scaduto, mentre ne è stato rinnovato uno. Alla fine del mese risultano in vigore 50 accordi, che regolano il trattamento economico e normativo di circa 8,7 milioni di dipendenti; ad essi corrisponde un’incidenza in termini di monte retributivo pari al 68,4 per cento. Per contro, risultano scaduti 26 accordi, relativi a circa 3,5 milioni di dipendenti e al 31,6 per cento del monte retributivo totale.
Si chiude il 2008 La stagione contrattuale del 2008, sottolinea l’Istat, è risultata particolarmente intensa sia in termini di contratti rinnovati, sia di lavoratori interessati: si è, infatti, registrato il rinnovo di 36 contratti che hanno coinvolto più di 7,8 milioni di dipendenti, pari, in termini di monte retributivo contrattuale, al 61,9 per cento del totale preso a riferimento per il calcolo dell’indice generale. Dei contratti recepiti, 20 sono relativi alla parte normativa quadriennale, 11 al secondo biennio economico e 5 al rinnovo contestuale del primo e secondo biennio. A livello settoriale, uno appartiene all’agricoltura, 20 accordi all’industria, 10 ai servizi destinabili alla vendita e 5 alla pubblica amministrazione. In particolare, nel 2008 sono stati rinnovati quasi tutti i contratti del settore industriali (20 su 27 seguiti). Tra quelli siglati, gli accordi che coinvolgono il maggior numero di dipendenti, a cui si associa anche una quota significativa del monte retributivo totale, sono: settore moda (tessili vestiario e maglierie, calzature, pelli e cuoio, conciarie) che rappresenta il 4,3 per cento del monte retributivo totale, legno (con una quota dell’1,7 per cento), gomma e plastiche (1,4 per cento), metalmeccanica (14,8 per cento) ed edilizia (4,7 per cento) . I contratti rinnovati appartenenti ai servizi destinabili alla vendita sono: commercio (14,2 per cento del monte retributivo totale) attività ferroviarie, servizi postali in appalto, società e consorzi autostradali, credito (4,6 per cento), servizio di smaltimento rifiuti (privati e municipa
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Delitto Fortugno, tutti condannati
>>Da: andreavisconti
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4 ergastoli per mandanti ed esecutori
La Corte d’Assise di Locri ha condannato Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino all’ergastolo per l’omicidio del politico calabrese. A Vincenzo Cordì 12 anni, a Carmelo Dessì 4 e ad Antonio Dessì 8: tutti accusati di associazione mafiosa. Per Alessio Scali il reato di associazione mafiosa è stato ritenuto assorbito in una sentenza precedente del gup di Reggio Calabria del 2007
Locri - La Corte d’Assise di Locri presieduta da Olga Tarsia, dopo otto giorni di camera di consiglio, ha condannato i presunti mandanti ed esecutori dell’omicidio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria ucciso con cinque colpi di pistola il 16 ottobre del 2005 all’interno del seggio allestito per le primarie dell’Unione a Palazzo Nieddu del Rio, a Locri.
Le condanne della Corte Condanna all’ergastolo per Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, considerati i mandanti dell’omicidio. Ergastolo anche per Salvatore Ritorto, considerato l’autore materiale, e per Domenico Audino. La Corte ha poi condannato Vincenzo Cordì a 12 anni, Carmelo Dessì a quattro anni e Antonio Dessì ad otto anni, accusati di associazione mafiosa. Per Alessio Scali il reato di associazione mafiosa è stato ritenuto assorbito in una sentenza precedente del gup di Reggio Calabria del 2007.
Il delitto Fortugno Un solo killer, individuato dall’accusa in Salvatore Ritorto, che eseguì l’omicidio a Locri nel seggio della primarie dell’Unione, a palazzo Nieddu. È così che il 16 ottobre del 2005 fu ucciso il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, di 54 anni. Contro Fortugno, esponente della Margherita, furono sparati cinque colpi di pistola, uno solo dei quali si rivelò mortale. Fortugno, nel momento in cui fu compiuto l’omicidio, stava conversando con alcune persone e si accingeva ad uscire, dopo essere rimasto per l’intera giornata nel seggio, da palazzo Nieddu. L’assassino agì a viso scoperto e dopo l’omicidio si allontanò a piedi.
Le indagini I pm della Dda di Reggio Calabria che hanno condotto l’inchiesta sull’assassinio non hanno mai attribuito un significato "politico" al luogo scelto per uccidere Fortugno. Dalle indagini è emerso che l’esponente della Margherita era stato seguito nei giorni precedenti per studiarne i movimenti. Salvatore Ritorto fu accompagnato sul luogo dell’omicidio, secondo l’accusa, da Giuseppe Marcianò, indicato come il mandante dell’omicidio insieme al padre Alessandro. Due i pentiti dell’inchiesta, Domenico Novella, affiliato alla cosca Cordì, e Bruno Piccolo, suicidatosi il 16 ottobre del 2007, giorno del secondo anniversario dell’omicidio, a Francavilla a Mare (Chieti), la località protetta in cui viveva.
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Roberto Scafuri: INTERVISTA POLITO (IL RIFORMISTA)
>>Da: andreavisconti
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Direttore Antonio Polito, «la sinistra brucia i suoi leader» lamenta Veltroni. Ormai è cotto a puntino?
«C’è dell’autolesionismo, a sinistra. Ma succede quando la leadership è debole».
A causa dell’eccessiva litigiosità interna?
«Così credo che pensi lui. Ma se la leadership è forte e non ondivaga, mette a tacere la critica interna».
D’Alema vede il Pd come un’«incompiuta». L’«obamanizzazione» non basta a dare un’identità?
«Non so, certo l’incertezza nella guida non aiuta. Il Pd è nato come partito del dialogo con il Pdl, poi è tornato a essere anti-berlusconiano a prescindere, impaurito da Di Pietro. Ora pare che il dialogo affiori sulla legge elettorale per le europee, ma non sulla giustizia, dove pesa l’errore iniziale dell’alleanza proprio con Di Pietro... ».
Di Pietro chi, l’«eversore»? Così l’ha definito Violante.
«L’ex pm ha organizzato un nuovo Pool, che ha la potenza mediatica di Annozero, conta sull’azienda giornalistica messa su da Travaglio, e sugli intrecci con un gruppo di pm. Lo trovo preoccupante, e la manifestazione dell’altro giorno aveva un tratto eversivo: contro il capo dello Stato, contro il Csm, contro l’Anm. Tutti parte di un sistema mafioso, a loro dire... ».
Intanto il povero Uòlter resta imballato come l’asino di Buridano.
«Credo che la crisi economica offra spazi di azione politica notevoli, a un partito d’opposizione. Veltroni l’ha capito e ci sta provando».
Però poi parla di «greeneconomy» e la gente non lo capisce.
«Sì, forse avrebbe dovuto tradurre il trend obamaniamo in termini più italiani. Ma la crisi riabilita tesi della sinistra: intervento dello Stato... ».
È una vita che parliamo di crisi del capitalismo e quando arriva non siamo pronti, diceva una vignetta di Sergio Staino ieri sull’«Unità».
«È un po’ così... Ma questo è il lavoro di leadership: avere la capacità di una proposta e saperla presentare all’opinione pubblica».
Ciò che manca a Veltroni. Un segretario non un leader, dice Parisi.
«È uno dei suoi problemi: una certa difficoltà a diventare protagonista dell’agenda politica. Poi pesa una gestione interna non felice, che non è riuscita a coinvolgere le maggiori personalità del partito».
>>Da: andreavisconti
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Un nome su tutti: D’Alema. Uòlter ne diffida o ne ha proprio paura?
«Il rapporto tra Walter e Massimo è uno dei misteri gloriosi nei quali neppure m’avventuro... Non so perché si comportano così. Però è vero che Veltroni ha dato fin dall’inizio l’idea di volersi liberare di quelli che una volta definì capibastone. Ma la squadra messa su non ha brillato, diciamo. Per di più avendo un forte squilibrio a vantaggio degli ex ppi, vicesegretario e capo organizzazione... ».
L’organizzazione è uno strazio.
«Hanno lasciato incancrenire situazioni, come in Campania, senza che un’autorevole struttura centrale riuscisse a intervenire. Un’anarchia totale, il regno dei cosiddetti cacicchi».
Alle Regionali sarde si rischia sia se Soru vince sia se perde.
«Se perde, il Pd esplode. Non si può passare di sconfitta in sconfitta. Se vince, e il Pd dovesse andare maluccio, uscirebbe rafforzata l’idea che ci vuole una leadership non politica. Però la situazione italiana è molto instabile, e se il governo continua a sottovalutare la crisi, tutto potrebbe mutare».
Fa bene Veltroni a tenere il tetto del 4% alle europee?
«No, è un errore. Si dà l’idea della sopraffazione alle forze minori, alimentando la tensione di settori sociali che potrebbero non sentirsi più rappresentati. Cercare il voto utile alle europee non è un’idea furba».
Bersani va bene per una sostituzione di leader stremato?
«Con tutto il rispetto, non mi pare. È della vecchia nomenklatura, un eterno pretendente. Come Carlo d’Inghilterra... ».
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Violentata, mi sono odiata per anni Ora ne sono fuori, ma non perdono
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
«Fino a otto-nove mesi fa non riuscivo a guardarmi allo specchio. La mia faccia mi faceva senso, come se mi avessero sfigurato per sempre lasciandomi un marchio che non sarebbe mai più sparito e che tutti avrebbero notato. Ma è stato così da subito: dopo lo sgomento iniziale, superata la paura di morire che si prova quando si finisce in balia di tre delinquenti che ti vogliono stuprare, riuscivo solo a ripetere a me stessa: “E adesso che cosa ci faccio con te? Cosa me ne faccio di una vita da buttare?”».
Alessandra P., napoletana, 33 anni compiuti a dicembre, ammette che da qualche tempo riesce a intravvedere finalmente la luce in fondo al tunnel in cui ha vissuto in questi ultimi cinque anni. Sono quelli trascorsi da quel giorno di gennaio del 2004 quando venne violentata proprio nel cuore della sua città. Uno dei suoi tre aggressori (napoletani anche loro)fu anche catturato, tempo dopo, dalla polizia.
Le chiese scusa? Si rese conto della gravità di quello che aveva fatto?
«Era minorenne, sfrontato, probabilmente non era la prima volta che aveva abusato di una ragazza insieme agli amici. Quando ci fu il confronto tra noi, in commissariato, sghignazzava; il tribunale dei minori lo condannò a 16 mesi di carcere minorile: è fuori da un pezzo».
Ci può spiegare come andò?
«Quella sera ero stata alla festa di compleanno di un’amica, al rione Sanità. Da quelle parti accadono fatti gravi, ci sono molti malavitosi, ma non si era mai sentito dire che c’era anche pericolo per le donne, pericolo di essere violentate, intendo. E poi non era così tardi quando raggiunsi la mia auto per tornarmene a casa: mancava poco a mezzanotte. Avevo appena compiuto 28 anni, ma sembravo più giovane della mia età. Infatti sentivo che, mentre si avvicinavano, quei tre ragazzi si chiedevano tra loro: “Ma non è troppo giovane”. “No, no - rispose il maggiore, quello con lo sguardo più cattivo - ha sicuramente più anni di quelli che dimostra”. Udendo quei commenti, in quel brevissimo lasso di tempo prima che mi immobilizzassero spingendomi dentro la macchina, sperai fino all’ultimo. “Non può essere - mi dicevo -, non può capitarmi una cosa simile, non qui, non a me”. Invece ero proprio io la vittima predestinata».
>>Da: andreavisconti
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Poi cosa accadde»?
«Non usarono armi, non ne ebbero bisogno. Uno mi mise la mano sulla bocca, l’altro m’immobilizzò le braccia. “Se non stai ferma e buona a casa viva non ci torni più: ti facciamo fuori e poi ti muriamo da qualche parte” sibilò quello con lo sguardo cattivo, che mi sembrava il maggiore dei tre. Fu lui che, strappandomi la maglia e i jeans abusò di me sul sedile posteriore della mia Polo. Gli altri due facevano in modo che non mi muovessi e non gridassi. Ricordo ancora l’odore del loro sudore, le parole schifose che mi dissero mentre pensavo che di tutto quel sudiciume, fuori e dentro di me, non mi sarei liberata mai più. I complici volevano avere la loro parte, ma il “capo”, quando ebbe finito di violentarmi, li mise in fuga con un “non è sicuro stare ancora qui”. Mi abbandonarono lì».
Nessuno si accorse di nulla?
«Con la mano premuta sulla bocca e le minacce, io non ero riuscita a gridare. Qualcuno aveva sicuramente visto qualcosa dalle finestre, ma da quelle parti la regola principe è farsi gli affari propri».
Come affrontò i giorni, i mesi seguenti?
«Alla denuncia, agli interrogatori, seguirono i colloqui con gli psichiatri. Io, però, rifuggivo da tutto quel gran parlare che avrebbe dovuto farmi bene, volevo solo nascondermi. Se non mi sono tolta la vita è stato solo per la mia famiglia che mi ha sempre rincuorato e sforzato a pensare a un futuro migliore. Nessuno può sapere cosa succede dentro una donna dopo un’esperienza del genere. So che ho ancora tanta strada da percorrere e che, alla fine di questo percorso, sarò un’altra persona. Che non perdonerà mai».
Cosa prova di fronte a una giustizia “leggera” in casi come il suo, o quello di Guidonia?
«Quando senti che chi ha abusato di te se ne torna tranquillo a casa per una donna è come essere violentata una seconda volta. La giustizia dovrebbe essere più a misura di persona. Mi pare che i giudici spesso perdano di vista quest’ottica, che si limitino a un’applicazione pedissequa delle norme». Paola Fucilieri
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Tutti gli "aiutini" di Soru ai costruttori amici
>>Da: andreavisconti
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Il piano paesaggistico del governatore è drastico: basta edificare nuovi alberghi sulle coste. Ma con le "intese" qualcuno ci riesce Via libera a Club Med e all’ex presidente Fiat Fresco. In attesa dei 400mila metri cubi di cemento di Colaninno e Fuksas
Caprera - Aspra, verde, muta, l’isola di Caprera è come Renato Soru. Interamente protetta dal parco nazionale della Maddalena, e doppiamente vincolata dal Piano paesaggistico regionale (Ppr) voluto dal governatore dimissionario. Due-case-due nella contrada di Stagnali. Un’unica strada dove vige il limite dei 30 all’ora. Un unico cartello stradale: attenzione ai cinghiali. Unica attrazione turistica, un cimitero: la tomba di Garibaldi. Ruderi, alberi, arbusti, un silenzio irreale. E un Club Med. Il villaggio è un’oasi di Polinesia, con i suoi bungalow dai tetti conici di paglia e i bagni in comune. Una bellezza selvaggia e spartana, quella che Soru sognava per la Sardegna quando vietò nuove costruzioni su coste ed entroterra.
Quest’angolo esclusivo è chiuso da anni e il Club Med voleva riaprirlo, ristrutturandolo. L’intervento di riqualificazione prevedeva di sostituire le attuali 274 capanne con 300 villette di lusso e un aumento di volumetria (40mila metri cubi, più 28 per cento) per 1.230 posti letto. E quindi camion, gru, scavi, ponteggi, eccetera. Una boccata d’ossigeno per il turismo dell’arcipelago, ma come la mettiamo con il vincolo di assoluta inedificabilità posto da comune, parco, regione, Unione europea?
Niente paura, la via d’uscita c’è. Si chiama intesa. È il grimaldello per forzare i divieti del Ppr. L’intesa è un tavolo tra le parti e la regione. Chi vuole costruire tratta direttamente con la giunta. Decide Soru, anche se l’ente locale è sfavorevole. Nel caso specifico, il comune di La Maddalena aveva depositato un’istruttoria tecnica contrarissima agli interventi; la regione ha invece chiesto qualche correttivo (incremento della cubatura del 25 anziché 28 per cento, case lontane almeno 150 metri dal mare e a piano unico) sollecitando - fa sapere il Club Med - «l’apertura nel villaggio di stand sull’artigianato artistico sardo nonché l’utilizzo nelle strutture di prodotti tipici locali». L’intesa è stata accordata, con il benestare anche del comune.
>>Da: andreavisconti
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Soru ha spiegato che cosa intenda per tutela ambientale infinite volte. L’Ansa del 25 novembre 2003, per esempio, riferisce queste sue parole: «Bisogna ripensare il turismo, riempire gli alberghi che ci sono e non costruirne di nuovi. Bisogna finirla con il ricatto, un posto di lavoro uguale un albergo. Non so come si possa pensare di lasciare ai figli casa e garage e non un ambiente intatto». A un convegno l’8 marzo 2004 vaticinava: «Se oggi, per assurdo, le nostre coste fossero disabitate, in realtà non saremmo più poveri, ma più ricchi». Si potrebbero riempire intere paginate.
Stop al cemento. Il Ppr doveva applicare questi ideali del guru internettian-ecologista tutto d’un pezzo. Eppure la sua applicazione in questi anni è lastricata di deroghe come quella di Caprera. Qualche settimana fa il presidente del consiglio regionale sardo, Giacomo Spissu (Ds), ha fatto sapere che «sulla base del Ppr, la giunta ha stipulato 120 intese con i comuni per concedere nuove volumetrie, quasi tutte nelle coste, e altre 80 intese sono in preparazione».
E chi ne beneficia? I «soliti noti». Tra Collinas, Villanovaforru e Lunamatrona, a una dozzina di chilometri da Sanluri (patria di Soru), l’imprenditore irlandese Thomas F. Kane e il suo avvocato di fiducia Paolo Fresco, ex presidente Fiat, prevedono di realizzare campi di golf, alberghi a 5 stelle, piscine, 716 villette, beauty farm: il benestare giunge sotto forma di «accordo di programma». A Pula, a sud di Cagliari, lo strumento dell’intesa consentirà al gruppo Immsi di Roberto Colaninno di attuare un progetto da 115 milioni di euro firmato da Massimiliano Fuksas, con 400mila metri cubi di cemento su una superficie di 150 ettari. Ad Arbatax, sulla costa orientale, è invece un «programma integrato» a favorire la società Bilancia che fa capo a Giorgio Mazzella, imprenditore turistico molto amico di Soru nonché presidente del Credito industriale sardo e proprietario dell’emittente tv Sardegna 1: con il progetto Janas realizzerà una volumetria di 182mila metri cubi per centinaia di unità abitative e 1700 posti letto, con centro congressi e zona commerciale.
Stefano Filippi
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Paolo Granzotto: Una chance per Battisti? Sì, la galera
>>Da: andreavisconti
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Dategli una seconda chance, chiede, con qualche baldanza, il fratello di Cesare Battisti. Una seconda opportunità. Di seguitare a fare il latitante visto che la prima, pur sostenuta dalla gauche caviar transalpina e confortata dalle stucchevoli smancerie di madame Bruni in Sarkozy è andata storta? Di continuare a sottrarsi al mandato di cattura e quindi di scontare la pena alla quale è stato condannato? Non sa dire altro, Domenico Battisti, che: «Cesare è un ragazzo che ha sbagliato per seguire degli ideali». Come se gli ideali fossero tutti degni e rispettabili, tali comunque da rappresentare una attenuante morale, prima ancora che giudiziaria. Quattro omicidi - Antonio Santoro, Lino Sabbadin, Pierluigi Torreggiani, Andrea Campagna - pesano sulla coscienza di Cesare Battisti. E di quelli deve dar conto, non dei suoi ideali. «Erano anni caldi, c’erano i fascisti e i comunisti, ce le davamo. C’erano le contestazioni, la fabbrica», prosegue il fratello Domenico chiamando in causa la responsabilità collettiva, l’agevole via di fuga indicata dalla sociologia progressista: nessuno è colpevole perché è colpevole l’indistinto della gente, la società, le circostanze. Troppo facile e anche troppo consumato, come argomento. Quando Battisti ha premuto il grilletto o ha dato l’ordine di farlo era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali; sapeva quel che faceva e intendeva fare proprio quello: uccidere. «È un uomo senza patria che ha una moglie e due figlie - seguita Domenico Battisti -, bisogna metter fine a questa storia affinché mio fratello trovi finalmente un po’ di pace». Fa sorridere la parola pace in questo contesto. E poi non quella cerca Cesare Battisti perché se così fosse la potrebbe trovare benissimo in carcere, luogo fra i più opportuni per fare i conti con la propria coscienza, senza i quali non c’è pace dell’animo che conti.
>>Da: andreavisconti
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Ma anche così, da latitante e specie quando lo era di lusso, in Francia, Cesare Battisti avrebbe potuto iniziar l’opera cominciando a chiedere il perdono ai familiari delle persone morte di sua mano. Nemmeno il fratello fa cenno, mi par di ricordare, al pentimento. Deve essere un assunto non preso in considerazione, nella famiglia Battisti. Di pace, moglie, figli, ideali, fascisti, comunisti, anni caldi, fabbriche, scontri se ne può parlare, di rammarico per il sangue versato, no. E c’è di peggio: in una intervista rilasciata ad un quotidiano brasiliano, Cesare Battisti, riferendosi a Alberto Torreggiani (il figlio di Pierluigi, costretto alla carrozzella perché colpito anch’egli dal piombo idealistico di Battisti) e alle sue dichiarazioni a favore della richiesta di estradizione, ha avuto il coraggio di affermare: «Lui soffre le pressioni da parte del governo italiano, perché, dopo tanti anni di lotte, ha ottenuto una pensione come vittima del terrorismo... Gli stanno facendo pressioni, perché potrebbero ritirargliela». Come a dire che Torreggiani non gli si mostra amico e solidale solo per una questione di soldi. Pensiero di una bassezza, di una volgarità che la dice lunga sul latitante Cesare Battisti e sul suo animo, ancora nutrito delle spregevoli passioni, dell’odio e del disprezzo che erano il bagaglio etico del militante nei Pac, Proletari armati per il comunismo.
Visto il suo cursus honorum, non stupisce più di tanto che Cesare Battisti insista a pescare nella sentina del rancore. Sorprende, invece, Domenico, che invoca una seconda chance come se fosse dovuta e senza contropartita - senza un accenno al pentimento -, solo perché Cesare è un compagno («la nostra famiglia è sempre stata di sinistra», ha messo in chiaro) che ha sì sbagliato, ma in buona fede, mosso da un ideale: quello di abbattere con le armi - il Pac si definiva «armato» - uno stato borghese e, in quanto tale, illegittimo. Se così pensava di rendere più accattivante la figura del fratello, se pensava di impietosirci, ha fatto male, ma molto male, i suoi calcoli. In galera.
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Federico Novella: Sta parlando Veltroni? Toccate ferro
>>Da: andreavisconti
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Comunicazione di servizio: i quattro cavalieri dell’apocalisse sono pregati di stringersi un attimo. Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più: Veltroni. Da inguaribile ottimista a profeta di sventura, ecco l’ultimo travestimento del leader Pd per salvare faccia, pelle e poltrona: spenta l’aureola dell’ottimismo, non resta che il cilicio democratico. Finiti i tempi del Walter vecchio conio, quello che ripeteva a macchinetta Yes We Can, daje che je la famo, e che gli occhiali con le lenti rosa non se li toglieva nemmeno sotto le coperte. Oggi il segretario col rosa ha chiuso, ora va di moda il nero: e Obama non c’entra. Bruciano un povero indiano a Nettuno? «Sale un clima creato ad arte di odio e paura». Sicurezza? «I reati aumenteranno». L’evasione? «Prima o poi arriva la fiammata». I precari? «Di sicuro perderanno il posto». L’economia? «Siamo in emergenza nazionale». La crisi? «Di questo passo ci saranno ricadute per la nostra democrazia». Alla faccia. Mancava solo che nella palla di cristallo prevedesse la caduta della torre di Pisa, il prosciugamento del Po e il crollo del Colosseo, e poi ci saremmo allegramente gettati dal primo parapetto disponibile senza paracadute. Stupisce il tasso di sfiducia con cui il segretario dell’apocalisse tocca i temi sul tavolo, mentre il cittadino tocca ferro sotto il tavolo. Cosa vogliamo dire, ancora, all’italiano medio: «Ricordati che devi morire»? «Polvere sei e polvere tornerai», come dicono sempre quelli del Pd indicando Veltroni? E pensare che nel suo famoso discorso del Lingotto Walter disegnava rose e fiori: «Bisogna ridare speranza agli italiani, purtroppo convinti che il futuro faccia paura». Ecco, secondo Veltroni questo è il modo migliore per renderli sicuri, gli italiani: state sicuri che finirete in mezzo a una strada, senza lavoro, senza una casa, senza più democrazia, possibilmente «in un clima di odio e paura» nei secoli dei secoli. E anche allora ci sarà sempre Walter a ricordarvi che starete ancora peggio.
>>Da: andreavisconti
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Ora, è chiaro che, con le Europee e le regionali sarde alle porte, con la sedia che traballa come un budino, Veltroni deve percorrere l’ultimo miglio sparando le cartucce più rumorose. Ma basteranno queste a salvarlo dal processo sommario nel partito? I famelici Rutelli, Soru e D’Alema lo aspettano al varco come Tom il gatto aspetta al varco Jerry il topo. In questo contesto, spiace doverlo ammettere, ma quasi rimpiangiamo i vecchi tempi dell’allegria democratica, del «se po ffà», quando Veltroni pompatissimo diceva: stai sicuro che le elezioni le vinciamo noi (le elezioni politiche, intendeva, quelle che ha perso così male che a confronto Caporetto è una disfatta a biliardino). Questo per dire che sì, alla fine era meglio il Veltroni kennediano all’insaputa di Kennedy, o se vogliamo obamiano all’insaputa di Obama: «Barack è uno di noi», diceva. Neanche gli autori di Zelig sanno fare di meglio. Quindi ridateci il segretario vecchia maniera, che almeno metteva di buonumore. Quello che disceso dal Campidoglio ripeteva lo slogan ufficiale: «Una nuova stagione per l’Italia». Nuova stagione, capite? Cioè nuova primavera, rinascita, resurrezione. Mica inverno perenne, morte eterna, oblìo infinito, come va gufando adesso. Se con la bomba atomica del catastrofismo spinto pensa davvero di guadagnarsi la fiducia dei suoi, campa cavallo. Citiamo solo l’ultima di Arturo Parisi: «Che Veltroni sia il segretario del Pd è fuori discussione. Ma fare il leader è un’altra cosa». Ecco, appunto: un’altra cosa. Quando Veltroni avrà scoperto cos’è quest’«altra cosa», probabilmente sarà già su un’auto ecologica sulla via dell’Africa.
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Ora basta, i magistrati tengano in carcere tutti questi criminali
>>Da: andreavisconti
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Due complici e favoreggiatori di un branco di ladri stupratori vanno a casa con la firma del giudice dopo qualche giorno, magari a inquinare prove, certo a rilasciare illegalmente e incivilmente interviste, altrettanto illegalmente e incivilmente raccolte e pubblicate da un quotidiano nazionale. Un giudice non è un registratore di cassa, un giudice vive nella nostra società, legge i giornali, conosce le vicende e i problemi, capisce le conseguenze delle decisioni che assume. Nessuno pensa che la giustizia possa o debba risolvere i mali della società italiana, ma almeno non deve aggravarli. Anche la più rigida applicazione della legge ha sufficienti margini per consentire a chi lo fa di decidere e di scegliere, di portarne la responsabilità.
I giudici di Cassazione che non hanno dato l’ergastolo al romeno assassino di Giovanna Reggiani a Roma, perché hanno ritenuto che ubriachezza e rissosità fossero delle attenuanti, hanno compiuto una scelta che, a voler essere tecnici, pecca di eccesso di garantismo, a dirla senza troppe formalità è un segnale grave e carico di responsabilità. Il gip che ha concesso gli arresti domiciliari allo stupratore della notte di Capodanno alla nuova Fiera di Roma, l’altro che sabato scorso ha rimandato a casa i due complici del branco di romeni a Guidonia, non possono rinchiudersi né rifugiarsi dietro la lettera della legge, o sotto la parolona «incensurato», perché semplicemente non è così che si fa, non è vero che non possano comportarsi diversamente.
L’Italia attraversa una emergenza di crimini, violenze e tentativi eversivi. Che siano stupri, rapine sanguinose, evasioni dai centri per clandestini, che siano omicidi orribili, come quello di Giovanna Reggiani, sono diventati elementi di costante preoccupazione sociale. Non li commettono soltanto gli stranieri, a Capodanno lo stupratore era un «bravo ragazzo» romano che di nome fa Davide e che qualche ora prima si faceva intervistare in tv per consigliare di non esagerare con gli alcolici, ma certamente li commettono in maggioranza stranieri extracomunitari o con troppa fretta promossi a comunitari dal governo di Romano Prodi.
>>Da: andreavisconti
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La violenza si combatte con regole severe. L’effetto moltiplicatore dell’imitazione va stroncato, mostrando e insegnando la durezza delle conseguenze. Certo, non solo al giudice compete esercitare la mano dura della legalità di uno Stato sovrano. Il governo non deve esitare per timore di perdere consenso, piuttosto rischia di succedere il contrario. La brava gente semplicemente non ne può più, i tentativi di linciaggio e qualche episodio di grave razzismo rischiano di diventare comprensibili e perfino giustificabili. Perché non seguire l’esempio dell’Olanda che ha chiuso dall’inizio dell’anno le frontiere a romeni e bulgari, risultati in cima alle classifiche di delinquenza?
Ma è sul tavolo di un giudice che finisce per fortuna, o purtroppo, buona parte di questa materia delicata. Ci arriva, grazie all’ottimo lavoro di polizia e carabinieri, anche rapidamente, e da lì deve uscire non solo trasformata in decisione o sentenza giusta, deve pure avere una funzione educativa per italiani e immigrati, inviare un messaggio esemplare, non fare i dispetti all’esecutivo.
Il giovane romano Davide è diventato un eroe carico di ammiratori sul sito di incontri online che si chiama Facebook. È una cloaca dove si accumula senza censure qualsiasi umore, soprattutto quelli giovanili, dunque è un grande sgradevole specchio. Davide su Facebook è uno che ce l’ha fatta, li ha fregati gli sbirri, e adesso se ne sta a casa sua. Sull’altro fronte la ragazza che Davide ha massacrato si fa intervistare per dire che si farà giustizia da sola. La stessa cosa sostengono con tutta la rabbia che hanno in corpo i due ragazzi aggrediti a Guidonia. Assalti, rapine, violenze sessuali negli ultimi due giorni sono avvenuti in Calabria e in Sicilia. Nessuno si azzarda a stabilire una relazione meccanica di causa ed effetto, nessuno qui vuole manipolare la cronaca. Ma si può serenamente sostenere che non sarebbe così, e così preoccupante per tutti, se i colpevoli fossero rimasti in carcere in attesa del processo e degli accertamenti definitivi, se l’assassino di Giovanna Reggiani fosse all’ergastolo. Si chiama certezza della pena, signori giudici, e non è un’espressione oscena. Maria Giovanna Maglie
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Michele Brambilla: DUE ESTREMISMI SUL RAZZISMO
>>Da: andreavisconti
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Non commetteremo il grave errore di banalizzare la gravità di quel che è successo ieri a Nettuno parlando di «balordi» o peggio ancora strumentalizzando le prime dichiarazioni dei tre ragazzi fermati e del comandante dei carabinieri. I tre giovani (il più grande ha 29 anni e gli altri due sono poco più che adolescenti, 19 e 17 anni) hanno detto a chi li interrogava che in quel che hanno fatto non c’è un movente razziale: «Avevamo bevuto, avevamo fumato hashish, cercavamo un gesto eclatante per provare una forte emozione, abbiamo preso di mira il primo che ci è capitato sotto mano». Il comandante dei carabinieri ha fatto sapere che «al momento l’unica cosa che posso dire è che ci troviamo di fronte a un gesto di stupidità assoluta».
Ma sarebbe appunto un grave errore liquidare la faccenda come una bravata di tre giovani con la testa vuota come purtroppo è vuota quella di molti loro coetanei. Se anche fosse vero che i tre avrebbero dato alle fiamme qualsiasi «barbone», anche se italiano, resta il fatto che un allarme razzismo in Italia oggi c’è, eccome se c’è. Non fosse altro per il fatto che molti stranieri, soprattutto se extracomunitari, sono oggi i soggetti più deboli: e come tali diventano automaticamente i bersagli più facili. Bersagli non solo di «spedizioni» alla Arancia meccanica, com’è nel caso di ieri; ma anche di vari tipi di maltrattamenti, di insulti, di sospetti, di emarginazione.
Noi non siamo tra coloro che negano l’esistenza di questo fenomeno. Che lo si chiami razzismo, o xenofobia, oppure ostilità verso il diverso, poco cambia. Chi non vede questa realtà non è molto distante - come modo di pensare - da chi sostiene che le camere a gas non sono mai esistite. È insomma un nuovo negazionismo, un estremismo che impedisce di porre le condizioni per un miglioramento della convivenza per tutti, italiani e stranieri. Quando, su questo giornale, ho scritto dell’infame pestaggio cui è stato vittima un giovane di colore da parte dei vigili urbani di Parma, l’Associazione Professionale della Polizia Locale d’Italia ci ha inviato un comunicato dicendosi indignata per il mio articolo, che pareva «una pagina di Repubblica oppure de l’Unità». È un Paese malato, quello in cui si ritiene che la stampa debba essere spaccata in due, e che ciascuna delle due parti debba chiudere gli occhi di fronte ai fatti per sostenere sempre e comunque una «parte» che prescinda dalla realtà.
>>Da: andreavisconti
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Ma accanto all’estremismo dei «negazionisti del razzismo» ce n’è un altro, speculare e opposto. Quello di coloro che scomunicano, anzi espellono dal consesso civile chiunque dia notizia anche dei delitti compiuti da stranieri fatti entrare in Italia con troppo buonismo e troppa disinvoltura. Ieri, ad esempio, c’è stato un nuovo stupro, e i responsabili sono alcuni maghrebini: ne diamo notizia, ovviamente, ma sappiamo già che qualcuno ci accuserà, per questo, di essere «razzisti».
Esageriamo? Non ci pare proprio. Nei giorni scorsi perfino un giornale non sospettabile di simpatie destrorse o leghiste quale il Riformista è stato duramente attaccato per aver scritto, in un titolo, che colpevole dello stupro di Guidonia è una «banda di romeni». Per un certo politicamente corretto non si può neppure scrivere che un romeno è romeno?
A questo secondo tipo di estremismo ha dimostrato ieri di appartenere - e francamente ne siamo un po’ sorpresi - anche un moderato, un «centrista» come Pierferdinando Casini, che si è accodato a chi indica il centrodestra quale mandante morale di killer e incendiari. «Chi governa il Paese - ha detto Casini - non può in alcun modo eccitare gli animi sistematicamente e far passare nel Paese l’idea che gli extra-comunitari sono tutti delinquenti e come tali vanno trattati».
Cerchiamo di capirci, signor ex presidente Casini: chi dice che l’immigrazione incontrollata ha portato anche problemi di criminalità sostiene che gli extracomunitari sono tutti delinquenti? Vedere un allarme delinquenza soprattutto in certe aree degradate, e cercare di risolvere questo problema, equivale a essere razzisti?
Purtroppo, fino a quando il Paese continuerà a restare così spaccato in due - da una parte i «negazionisti» del razzismo e dall’altra quelli che il razzismo lo vedono ovunque - sarà difficile trovare una soluzione. Continueranno piuttosto a crescere la contrapposizione, l’odio, la paura.
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"Siamo spagnoli": 200mila cubani in fuga
>>Da: andreavisconti
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Il governo di Madrid allenta le regole per ottenere la cittadinanza. Risultato: i nipoti degli immigrati dalla penisola iberica assediano il consolato dell’Avana. Ed entro il 2011 il 2% della popolazione avrà passaporto europeo
Madrid - Il colpo di grazia alla sempiterna rivoluzione cubana potrebbe non arrivare dai capitalisti del grande vicino americano ma dalla Spagna socialista. E con un semplice provvedimento burocratico. La cosiddetta «Legge della Memoria», varata nei mesi scorsi dal governo di Madrid guidato da José Luis Rodriguez Zapatero, oltre a cancellare i simboli del franchismo, rischia infatti di trasformare Cuba in un'isola di spagnoli. Poche settimane fa, per la precisione il 29 dicembre 2008, è entrata in vigore la norma che stabilisce che i nipoti di esiliati ed emigranti spagnoli possono acquisire la nazionalità anche se i loro padri non sono nati in Spagna, come era in precedenza.
Maglie più larghe, dunque, per ottenere la cittadinanza del Paese iberico. Una manna per chi non vede l’ora di lasciare in qualche modo Cuba. Il risultato: il Consolato spagnolo dell'Avana è stato preso d’assalto, centinaia di persone sono in fila a qualsiasi ora del giorno per avere informazioni e l’edificio è già stato soprannominato «la fabbrica degli spagnoli». Soprannome azzeccato se le previsioni saranno rispettate: i primi calcoli parlano di 200mila cubani destinati a diventare spagnoli entro il 2011. Un fortunato 2% della popolazione che potrà scordarsi il cibo razionato, le restrizioni per espatriare e le difficoltà economiche di tutti i giorni. Numeri che stanno incominciando a preoccupare il regime castrista che ha dovuto affrontare negli anni il lento dissanguarsi della sua popolazione con i disperati «balseros» richiamati dalle sirene anticastriste di Miami e i campioni olimpici in fuga a ogni trasferta.
Fino ad ora il numero dei fuggitivi è stato tutto sommato ridotto. Da adesso in poi la falla rischia di diventare una voragine. Per di più del tutto legale. Il sogno di un passaporto europeo può coinvolgere praticamente chiunque sull'isola. A Cuba sono ben pochi quelli che non possono sfoggiare un antenato spagnolo. Gran parte dell’immigrazione dalla penisola iberica risale agli anni ’30. E per chi un nonno non lo trovasse c'è sempre la possibilità di recuperare carte false dai maestri del mercato nero. Ironicamente i primi due a poter rivendicare la cittadinanza spagnola sono proprio i due che più hanno contribuito a realizzare l'utopia socialista a due passi dalla patria del capitalismo: Fidel Alejandro Castro Ruz e il fratello Raul. I due (che avrebbero avuto diritto alla nazionalità iberica anche con la vecchia legge) sono infatti figli di Angel Castro, un emigrato spagnolo diventato un benestante proprietario terriero.
Per le vie della capitale cubana comunque non si parla d'altro da mesi. La «fabbrica degli spagnoli» ha superato Obama nell'interesse della gente. In un mese, nonostante le molte festività, al Consolato spagnolo dell'Avana sono pervenute oltre 20mila richieste di appuntamento per consegnare la documentazione. Un numero eccezionale, specie se si considera che la richiesta si fa via internet, un mezzo ostico per gli isolani, visti i costi e le limitazioni, che solo in pochi possono permettersi. Una valanga di contatti che ha spinto il Consolato a correre ai ripari ed evitare un collasso dei computer e dei centralini, attivando un numero verde telef
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Irak Elezioni locali, vince il premier Al Maliki
>>Da: andreavisconti
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Si profila una vittoria della lista del premier Nuri al Maliki alle elezioni provinciali che si sono svolte l’altro ieri in Irak, almeno stando ai primi risultati preliminari diffusi ieri. Per i risultati definitivi ufficiali ci vorranno giorni, se non settimane, ma in ogni caso, la seconda consultazione elettorale dalla caduta del regime di Saddam Hussein è stata definita dallo stesso al Maliki «una vittoria di tutti gli iracheni», per il suo pacifico svolgimento. Sono andati a votare il 51,5% degli elettori chiamati a scegliere tra oltre 14 mila candidati. In palio, i 440 seggi dei consigli di 14 (su 18) province del Paese. In almeno sei province del Sud sciita è in testa la lista per lo Stato di Diritto, che fa capo al partito Dawa del premier e che ha assunto un’impronta sostanzialmente laica. Perde invece il Supremo consiglio islamico in Irak (Scii), alleato del Dawa in seno alla grande coalizione sciita che sostiene il governo e fino ad oggi al potere in gran parte del sud. Un notevole risultato, sempre nel sud, in particolare a Kerbala, sembrano averlo ottenuto esponenti sostenuti dalla corrente del leader radicale Moqtada Sadr.
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Alitalia, resta il rebus Fiumicino
>>Da: andreavisconti
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Resta ancora in sospeso il ruolo dei due aeroporti, Linate e Malpensa nel futuro di Cai e di conseguenza quello di Fiumicino.
In una intervista al Sole 24Ore il presidente di Air France-Klm, Jean-Cyril Spinetta, lascia intendere che la questione è ancora aperta. Il governo ha sempre detto che la decisione non è di sua competenza e in questo momento il Pdl non intende aprire un fronte polemico con la Lega che sul tema Malpensa è particolarmente sensibile.
Quindi ieri bocche cucite sull'intervista di Spinetta che è parso in linea con quanto ha detto il presidente di Cai Roberto Colaninno ospite di «In 1/2 ora». Il numero uno di Air France spiega che il piano presentato da Cai, ha posto due opzioni sul sistema aeroportuale: «una è Milano Malpensa, a patto però che venga ridefinita la vocazione di Linate come aeroporto specializzato sui voli interni. Oppure se ciò non sarà possibile, si andrà su Fiumicino come piattaforma di riferimento».
Spinetta chiarisce di aver detto già a fine agosto che «entrambe le opzioni erano valide». Ma ora si tratta di decidere e il presidente di Air France sottolinea che «si devono fare scelte chiare perchè i compromessi troppo sottili alla fine possono risultare deludenti». Spinetta ribadisce che il piano di partnership concordato con il governo Berlusconi è «migliore dello schema tentato con il governo Prodi. L'apporto di AirOne fa la differenza, è stata una scelta strategica vincente».
Il presidente della Cai, Roberto Colaninno, offre qualche indicazione in più sullo scalo romano. Dice che «più che fra Malpensa e Fiumicino, la scelta è tra Malpensa e Linate. Non possono coesistere due aeroporti, con la stessa vocazione, a 40 chilometri di distanza».
>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Questo lascerebbe intendere che il problema semmai è per Malpensa. Tant'è che a chi gli chiede se Malpensa non ha futuro, risponde che «non si può essere così categorici ma occorre parlare con l'autorità di Malpensa e Linate per fare la scelta economicamente più sostenibile».
Sia Spinetta che Colaninno sottolineano che non esiste nessun patto sotto banco tra le due compagnie per la cessione, tra qualche anno, della quota di controllo della compagnia italiana ad Air France-Klm. «Non esiste alcun patto segreto, nessuna side letter perchè siamo una società quotata in Borsa, non avremmo il diritto di farlo e neppure lo vorremmo» sono le parole di Spinetta. «La realtà dei fatti - gli ha fatto eco Colaninno - è che non è prevista nessuna norma o accordo segreto tra Alitalia e Air France».
Poi ricorda la clausola di lock-up (il blocco di pacchetti azionari) che «gli azionisti che hanno fondato Cai si sono dati autonomamente». Per quattro anni, ossia il periodo in cui i soci italiani potranno vendere le azioni solo tra loro (al quinto anno sarà possibile la cessione a terzi ma solo a certe condizioni, tra cui l'ok del Cda) «lavoreranno per rilanciare la società, per investire, perchè Alitalia torni ad essere la compagnia ambasciatore del nostro Paese», ha detto Colaninno. Entrambi quindi concordano sulla difesa dell'italianità della compagnia aerea. Colaninno ha poi ribadito che Cai «non ha mai ricevuto un'offerta da Lufthansa».
Sulla tratta Roma-Milano c'è semmai da affrontare «il grande concorrente di Alitalia» che «è il treno»: «Dovremo trovare il modo per migliorare il servizio e abbassare le tariffe», ha detto Colaninno.
Laura Della Pasqua
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Crisi, Tremonti: Si combatte con le regole non con debito pubblico
>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
La ricetta per combattere la crisi economica? Le regole. Non ha dubbi il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ospite di Radio 24. “Combattere la droga con la droga - ha detto il titolare di via XX Settembre - è sbagliato. Se uno è alcolizzato non è che lo curi con più alcol”. Insomma, la crisi “è stata causata da un eccesso di debito privato” e dunque “pensare che se ne esce con più debito pubblico è sbagliato in qualunque parte del mondo”. D’altronde, ha proseguito Tremonti con il suo piglio piuttosto pragmatico, “se a uno gli fa male il cuore gli operi il cuore, non è che gli operi le gambe”. Ecco perché “la soluzione non è mettere nell’economia più capitale drogato dal debito ma più regole morali, contabili, etiche”. Di sicuro, in un momento del genere, sono necessari aiuti “per garantire la coesione sociale, gli ammortizzatori sociali, per tenere in piedi le strutture industriali, ma non c’è governo che possa sostituirsi a quello che è mancato alla finanza: non si fa con più debito, ma con più regole”. Ed è giunto il momento, ha aggiunto il ministro dell’Economia, che si cominci “a fare un discorso su chi ha sbagliato sulle regole”. Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, Tremonti ha ribadito quanto detto già nei giorni scorsi: “Non ho mai sollevato la questione”.
Remo Urbino
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Internet. Alla Cina il primato mondiale di utenti
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Luca Pautasso
Pechino batte tutti a colpi di clic: spetta infatti alla Cina il primato mondiale per numero di internauti. Lo dimostra lo studio recentemente condotto da una nota società americana specializzata in rilevamenti statistici, la ComSore. Dai rilevamenti effettuati risulta come nella Repubblica Popolare gli utenti abituali del web siano oltre 180milioni, quasi 20milioni in più rispetto agli Stati Uniti, «fermi», si fa per dire, a 163 milioni, e di ben tre volte superiori al numero di navigatori giapponesi: «appena» 60 milioni, ovvero più della popolazione complessiva del Bel Paese.
Sono numeri che fanno davvero impressione, specie se si considera che al mondo sono in totale un miliardo le persone che accedono alla rete e vi fanno abitualmente ricorso. Il presidente di ComSore è convinto però che le cifre reali siano nettamente più alte, e che molto presto si toccheranno i due miliardi di utenti. La ricerca effettuata dagli statistici americani, infatti, ha escluso dal conteggio il target di fruitori al di sotto dei 15 anni, una «fetta» di pubblico che cresce a ritmi esponenziali, così come quello di coloro che per accedere ad Internet non ricorrono a pc o laptop bensì ai telefonini cellulari, anche loro in buona compagnia.
La Cina si aggiudica così da sola ben il 18% dell'utenza mondiale, lasciandosi alle spalle per diverse lunghezze due tra i paesi tecnologicamente più avanzati al mondo: Usa e Giappone, per l'appunto. Un altro dato sorprendente, considerato il fatto che proprio nella Repubblica Popolare esiste uno dei più forti e restrittivi sistemi di controllo e di censura sull'accesso al web, che impedisce ad esempio ai navigatori cinesi di poter usufruire, del tutto o anche solo in parte, di alcune tra le piattaforme più note e cliccate della rete. La Tigre Rossa batte dunque sul loro stesso campo da gioco persino gli americani, che Internet lo avevano inventato 40 anni fa come sistema di coordinamento in tempo reale delle basi missilistiche in caso di attacco sovietico; e i giapponesi, che del settore dell'hi-tech e dell'informatica avanzata hanno fatto uno dei più blasonati cavalli di battaglia del loro sistema industriale.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Certo, se si vanno ad analizzare questi risultati sotto un'ottica di proporzioni e non di mere cifre, la prospettiva cambia: i navigatori incalliti tra gli ex sudditi dello scomparso Celeste Impero ora riproposto in salsa rossa saranno anche 180 milioni, ma su una popolazione complessiva di oltre un miliardo e mezzo di individui. Contro 300 milioni di americani e poco meno di 130 milioni di giapponesi. Ciò significa che se un giapponese su due ed un americano su tre naviga abitualmente su Internet, i cinesi che possono farlo non sono neanche uno su cinque. Ma, statistica a parte, è proprio dal mercato cinese che ci si aspetta nei prossimi anni la crescita più consistente, essendo per l'appunto la Cina il paese dove esistono le più consistenti quote di utenza potenziale da colmare. Anche quando si passa a considerare i risultati della ricerca per continente appare di nuovo chiaro come il numero maggiore di navigatori sia concentrato proprio in Asia, l'area geografica che si aggiudica il primato davanti a Europa, America del Nord, America Latina, area mediorientale e, a fare ancora una volta da fanalino di coda, Africa
E gli italiani? Tutto sommato, vista la concorrenza così agguerrita e, nella maggior parte dei casi, così meglio equipaggiati, se loa cavano ancora piuttosto bene. «Italians don't do it better, however do it well» verrebbe da dire, parafrasando un piccante adagio che parla di tutt'altro che non di Internet. Del resto sarebbe stato quantomeno paradossale che il popolo di navigatori per antonomasia si facesse trovare impreparato proprio quando si tratta di navigare, foss'anche solo sul web. L'Italia, infatti, è il dodicesimo paese in classifica con 21 milioni di appassionati della rete: ben il 35% della popolazione, che ammonta a quasi 60milioni di unità. Non è molto, è vero, per un paese industrializzato, ma comunque non è pochissimo. Davanti a noi subito dopo l'irraggiungibile trimurti di Cina, Usa e Giappone, ci sono Germania, Gran Bretagna, Francia, India, Russia, Brasile, Corea del sud e Canada. Impensabile raggiungere per numeri i primi della classe, dato che questo significherebbe avere più internauti che abitanti. C'è però da riflettere sulle proporzioni: percentuali vicine a quelle di Stati Uniti e Giappone, infatti, sono tutt'altro che irraggiungibili.
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Frattini: «Gli stupratori di Guidonia scontino la pena in Romania»
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Ilaria Bifarini
«Questi criminali devono scontare la pena nel loro Paese». A parlare è il ministro degli Esteri Franco Frattini, intervenendo sull'arresto dei rumeni colpevoli dell'ormai famigerato stupro di Guidonia. Uno stupro tanto efferato quanto casuale. «Abbiamo violentato quella ragazza solo perché la macchina aveva un portabagagli grande e potevamo rinchiuderci il fidanzato». Comincia così l'agghiacciante confessione di uno dei romeni che giovedì scorso, a Guidonia, hanno violentato una ragazza di ventun anni ed imprigionato nel bagagliaio dell'auto il fidanzato.
«Poche ore prima - continua il racconto agli inquirenti - avevamo rapinato altri due giovani che si erano appartati lì vicino. Avevamo deciso di violentare la ragazza, ma siamo stati costretti a lasciar perdere perché la loro auto, una Ford Ka, era troppa piccola: non saremmo riusciti a chiudere il suo ragazzo nel bagagliaio. Così quando abbiamo visto la Fiesta l'abbiamo fatto: «Abbiamo bloccato il ragazzo e lo abbiamo chiuso dietro. Poi, a turno, abbiamo violentato la donna dentro l'auto». Prosegue così il racconto della furia del branco che, soddisfatta la propria "voglia di divertirsi", con spietatezza lucida e feroce porta a casa le scarpe da ginnastica tolte al fidanzato chiuso nel portabagagli, la collana e gli occhiali da sole della ragazza.
Particolari raccapriccianti e un copione che ricorda molto il caso di Giovanna Reggiani, la donna assalita a Roma il 30 ottobre 2007 nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto da un rumeno e morta pochi giorni dopo a causa delle lesioni riportate. Fece scalpore la sentenza con cui la Corte, «pur valutando la scelleratezza e l'odiosità del fatto», rilevò che sia l'omicidio sia la violenza sessuale erano scaturiti «del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori contingenti»: lo stato di completa ubriachezza e di ira per un violento recente litigio sostenuto dall'imputato e la resistenza da parte della vittima.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Oggi come allora cresce lo sdegno da parte dei cittadini, sempre più in pericolo nelle proprie città e con minore fiducia nei confronti della certezza della pena, che si manifesta nei modi più disparati. Dal tentato linciaggio delle belve romene fermate a Guidonia alla creazioni di gruppi on line che rivolgono un appello ai giudici chiedendone l'inflessibilità o si appellano al Governo perchè, alla luce degli ultimi, deprecabili fatti, consideri l'opportunità di riformare il codice al fine d'inasprire ulteriormente le pene. L'articolo 609-bis del Codice Penale punisce infatti la violenza sessuale con la reclusione da 5 a 10 anni e tra le varie aggravanti contempla anche la violenza di gruppo, i cui coautori sono punibili con una pena che va dai 6 ai 12 anni di reclusione.
Dodici anni dunque il massimo della pena, con attenuanti varie ed eventuali, nei confronti di questi criminale che hanno shoccato oltre ai due giovani fidanzati un Paese intero. Dodici anni nelle carceri italiane con servizi igienici con acqua calda, docce, servizi di barbiere e di parrucchiere, tre pasti regolari al giorno approvati dall'Istituto nazionale della nutrizione per attestare la adeguatezza delle porzioni, nonchè la qualità nutrizionale delle medesime, assistenza sanitaria completa, ecc. «Sarebbe vera solidarietà» europea, senza puntare il dito contro nessuno» se questi criminali scontassero la pena nel loro Paese. Senza discriminazioni né sconti per nessuno di fronte ad un reato che umilia e priva della propria dignità.
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Il World Economic Forum, l'Europa e la crisi
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Giovanni Vagnone
Si è tenuto a Davos, in Svizzera, un meeting che ha raccolto un numero record di presenze per quanto riguarda capi di Stato, leader mondiali ed esponenti dell'alta finanza: il World Economic Forum. Il titolo, ottimisticamente ideato dagli organizzatori, è stato: «Modellando un mondo post-crisi». E se di sicuro la crisi economica è stata al centro dell'attenzione e dei dibattiti, forse però è da ritenersi un po' prematuro considerarla finita. Negli ultimi dieci giorni, infatti, si sono succedute dichiarazioni e notizie che da varie parti dell'Europa hanno portato ad una prospettiva non del tutto rosea le analisi di investitori ed economisti: protagonisti delle varie vicende in primis l'Islanda, poi la Francia ed infine l'Inghilterra.
In Islanda sicuramente la situazione è la più grave. Esponenti di spicco della politica e del governo hanno rassegnato le dimissioni e si sono indette elezioni anticipate per maggio. Il 25 gennaio scorso, dopo la dichiarazione del primo ministro Geir Haarde, infatti, Bjorgvin Sigurdsson, ministro del Commercio dell'isola del Nord Atlantico, ha lasciato il suo incarico. Nelle ultime settimane, d'altra parte, nel paese nordico, si sono succedute varie manifestazioni di cittadini che protestavano contro il governo per il fallimento dell'economia statale, iniziato drammaticamente con il collasso della Banca nazionale lo scorso ottobre e continuato con l'effetto a cascata sulla linea del credito che questo ha causato. Sigurdsson è stato il primo personaggio di spicco a dimettersi, e fanno riflettere le sue parole relative alla decisione, riportate dai giornalisti: «Ho realizzato l'altra notte che, almeno per me, è arrivato il punto di non ritorno, la rabbia e la sfiducia del pubblico è troppo profonda perché io possa riguadagnare la stima degli elettori». Solo pochi giorni prima il primo ministro Haarde aveva annunciato di voler indire elezioni anticipate per maggio, affermando contestualmente che non si sarebbe ricandidato e motivando la decisione con generici motivi di salute. Ma pare piuttosto palese che il vero motivo di tanto sconvolgimento politico sia la crisi economica, che sembra destabilizzare la situazione della normalmente tranquillissima e benestante nazione, mettendo addirittura in dubbio che il governo riesca a reggere anche solo fino a maggio.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Reazioni immediate si sono avute in tutta Europa, ed in particolar modo, riportando la notizia, il Financial Times tedesco ha sottolineato la preoccupazione dell'Unione Europea per quanto riguarda i piani di salvataggio di Stati membri che sembrano destinati a fallire il raggiungimento dei risultati desiderati. Il riferimento è ad un paper preparato dalla presidenza di turno dell'Ue, la Repubblica Ceca, e riguardante l'analisi internazionale dei dati che specificano come i soldi pubblici dati alle banche non stiano affatto spingendo la ripresa di affari che sarebbe necessaria a smuovere nuovamente l'economia. Il commissario Ue per il Commercio e gli Affari monetari, Joaquin Almunia, a quanto si dice, ritiene della massima importanza che i governi nazionali facciano pressioni affinché le istituzioni di credito ricomincino a concedere prestiti in maniera sistematica e sicura.
Su questo tema si inserisce la Francia, il cui governo sta stanziando 5 miliardi di euro direttamente per l'industria manifatturiera degli aeroplani Airbus. Mancando la garanzia dei clienti per quanto concerne i fondi necessari ai nuovi ordini, la Societe Financement de l'Economie Française, istituita lo scorso novembre al fine di stabilizzare il sistema bancario, provvederà a fornire il pacchetto di salvataggio di garanzie statali alle banche francesi, di modo che in cambio queste forniscano denaro per le operazioni commerciali. Il tutto contestualizzato ad un altro ingente esborso governativo della scorsa settimana, che ammontava a 6 miliardi di euro ed era rivolto alla sofferentissima industria automobilistica. Questo per avere dei parametri di riferimento nel considerare quanto succede in Italia, e come gli aiuti statali qui siano calibrati e motivati dal contesto internazionale.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Come se non bastasse, anche l'Inghilterra naviga in brutte acque. La concatenazione di eventi porta gli investitori a temere che una situazione analoga a quella islandese possa verificarsi anche nell'isola della regina Elisabetta, e la paura crea ovviamente grosse perdite borsistiche. L'Office for National Statistics ha annunciato lo scorso venerdì che il paese è ufficialmente in recessione, in riferimento ai dati raccolti che hanno mostrato una crescita negativa per il quarto trimestre del 2008. E non si parla di una fluttuazione giustificabile, anzi i dati in questione mostrano che l'economia inglese è arretrata dell'1,5% negli ultimi tre mesi del 2008, un abbassamento maggiore di quello che gli economisti avevano previsto: una contrazione della crescita rispetto al trimestre precedente dello 0,6%. Risultato della conferma di un nuovo periodo di recessione inglese, il primo dal 1991, è la pressione dell'Unione Europea sul primo ministro Gordon Brown, affinché affronti i problemi endemici dell'economia. Proposito molto nobile ed assolutamente indispensabile, ma che si preannuncia di difficile attuazione, considerando che anche la programmazione di un secondo pacchetto di aiuti per le banche, pubblicizzata dal governo britannico la scorsa settimana, non ha sortito gli effetti sperati, fallendo nel proposito di arrestare la caduta dei prezzi delle azioni.
L'Islanda resta un paradigma di confronto che nel mondo globalizzato appare incredibilmente vicino, e mentre il governo della piccola isola vacilla, Joaquin Almunia preannuncia la preparazione di un report interno sulla situazione della Gran Bretagna: anticipando però che il suo settore finanziario appare come uno dei più esposti al rischio di carenza di credito di tutta l'Unione.
In un contesto così drammatico, l'Italia sembra essere più riparata ed al sicuro. Tuttavia non può sottrarsi ai venti che soffiano violenti, a una tempesta mondiale così diffusa: al di là delle mere considerazioni finanziarie, delle spiegazioni dei perché e dei per come, dal punto di vista geopolitico una concreta previsione degli sviluppi della crisi, o della sua soluzione, si profila sempre meno prevedibile e calcolabile. Certo è che probabilmente febbraio e marzo saranno ancora mesi al centro della bufera e che i più ottimisti dovranno fare i conti con la realtà, magari rifugiandosi nelle speranzose parole del titolo della conferenza del World Economic Forum di questa settimana.
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Crisi dell'auto. L'impegno del governo
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Francesco Zambon
La trasferta a Roma per il vertice Fiat è stata molto impegnativa. Martedì Luca di Montezemolo, Sergio Marchionne e John Elkan hanno incontrato il Sottosegretario Letta, il Ministro Tremonti, Scajola e Sacconi per prospettare all'esecutivo la crisi profonda in cui versa la casa di Torino. Ieri gli stessi esponenti del Governo hanno incontrato una delegazione più eterogenea in rappresentanza di tutto il comparto automotive. C'erano infatti il presidente degli industriali, Marcegaglia, il suo vice Bombassei, i presidenti delle associazioni confindustriali di produttori di motocicli e componentistica, i rappresentati delle varie reti commerciali e tutte le rappresentanze sindacali del settore metalmeccanico, tra cui i leader di Cgil, Cisl e Uil.
L'Esecutivo ha convocato un nutrito gruppo di rappresentati di tutto il settore perché la preoccupazione è molto alta in uno scenario di recessione generale. Tuttavia l'attenzione del Governo è chiaramente focalizzata su Fiat, per la sua dimensione e per il notevole coinvolgimento dell'indotto. Il Ministro Scajola ha ricordato che l'industria dell'auto coinvolge altre 2.500 aziende con un fatturato di circa 165 miliardi di euro e un conseguente gettito fiscale di circa 81 miliardi di euro. È chiaro quindi che lo Stato deve sostenere questo settore che è strategico per l'economia nazionale, per l'occupazione e per l'equilibrio delle entrate erariali.
I dati occupazionali sono forse i più allarmanti: l'Anfia, l'Associazione Nazionale Fra Industrie Automobilistiche, ha stimato che nel giro di un paio di mesi 60 mila dipendenti del Gruppo Fiat potrebbero perdere il posto di lavoro, mentre i disoccupati di tutta la filiera salirebbero a circa 205 mila. Del resto questi sono i numeri portati da Marchionne a Palazzo Chigi già martedì pomeriggio, su cui concordano anche il Governo e i Sindacati. Questi ultimi in particolare si sono affrettati a richiedere l'impiego ingente di fondi pubblici. In particolare Epifani ha lamentato che le misure del Decreto anticrisi siano dei provvedimenti tampone e non risolvano i problemi strutturali. Il leader della Cgil probabilmente non si rende conto che l'epoca dei finanziamenti pubblici a pioggia è terminata. Le risorse dello Stato non sono tali da potere affrontare interventi analoghi al passato. Lo impediscono i vincoli comunitari e soprattutto una politica assennata che non ingigantisca il debito pubblico peggiorando ulteriormente la congiuntura del Paese. In Via XX Settembre sanno benissimo che la spesa deve essere contenuta, proprio per assicurare il sostegno dello Stato nella crisi che si preannuncia lunga e duratura. I sindacati fanno bene a richiedere ammortizzatori sociali per i dipendenti ma non possono domandare quanto il Tesoro non può dare o meglio non è opportuno che dia.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
D'altronde dopo lo sciagurato esito della trattativa per il personale Alitalia, il sindacato dovrebbe avere compreso che non può più sfruttare le crisi occupazionali per influire su cruciali questioni economiche attribuendosi un peso sulla politica Italiana. Non è compito dei sindacati chiedere soldi allo Stato per conto degli imprenditori, che sono sufficientemente rappresentati per manifestare le proprie istanze al Governo. Non c'è più posto per un sindacato appiattito sulla grande industria che si attribuisca uno smodato potere contrattuale.
Il Governo, al termine dell'incontro, si è impegnato a emanare un decreto ad hoc entro 10 giorni. Secondo indiscrezioni il provvedimento dovrebbe sostenere il settore con una cifra che si aggira trai 300 e 500 milioni di euro. Il contributo dovrebbe avere la forma di eco-incentivi per l'acquisto di nuove vetture con motori Euro 4 ed Euro 5, finalizzato al rinnovo del parco auto tra 200 mila e 250 mila vetture, solo per il 2009. Si tratterebbe di un contributo medio di circa 1.400 euro per macchina venduta. In questo modo si stima che il calo delle vendite si dovrebbe attestare intorno al 10% anziché il temuto 20%.
E' pure vero che i Governi degli altri Paesi membri dell'Unione Europea hanno concesso aiuti più sostanziosi: la Francia 5 miliardi, la Gran Bretagna circa 2,5 miliardi, la Germania 2,5 e la Spagna 2,3. Le misure italiane appaiono quindi più contenute. Però Fiat può contare sul sostegno delle banche italiane: IntesaSanpaolo - rimasta illesa dalla crisi - e Unicredit stanno approntando una linea di credito da circa 1,5 miliardi di euro e sono in corso contatti con altri istituti stranieri come BNP-Paribas. Intanto Mediobanca sta approntando un piano per la ristrutturazione del debito della casa torinese ed è alla ricerca di altre merchant bank da coinvolgere.
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Una Pubblica Amministrazione sempre più amica
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Francesco Rosati
Il cittadino «brunettiano»? Seguito, coccolato, portato per mano verso una Pubblica Amministrazione sempre più accessibile. Questa la palingenesi del nuovo utente-cliente, che trova nel progetto «Linea Amica» il paradigma di una struttura non più violentata dai tempi statici e cristallizzati di tanta letteratura burocratica. Il tentativo, per nulla pletorico, è quello di eliminare le sinestesie di una struttura pubblica percepita ancora come una congerie di sprechi. 60 operatori in front office, tutti laureati e con una grande esperienza specialistica e 60 esperti pronti ad intervenire per le pratiche complesse. Sono queste le risorse di un contact center che punta ad aumentare la capacità di risposta complessiva della Pubblica Amministrazione italiana al cittadino; proporre al cliente una P.A. unitaria e coerente, gentile, moderna, trasparente, misurabile e valutabile; sviluppare nel cliente la conoscenza delle competenze e delle funzioni delle Pubbliche Amministrazioni; supportare le fasce deboli della popolazione nell'uso degli strumenti e dei servizi proposti dai contact center della P.A.
«E' il più grande Urp (Ufficio relazioni con il pubblico) d'Europa - afferma il ministro Brunetta - e una sezione speciale del ministero analizzerà tutte le richieste che le altre Amministrazioni non riescono ad evadere a causa della complessità dei requisiti. Non lasceremo solo il cittadino, ogni giorno sono 500.000 le richieste che attraverso gli Urp arrivano negli uffici pubblici, nessuno aveva mai pensato di mettere in rete tutte queste decine di migliaia di operatori, arriveremo presto ad un'enciclopedia della soddisfazione del cliente, delle domande e delle risposte. Tutto questo - conclude il ministro - è rivoluzionario».
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il network «Linea Amica», gestito dal Formez, ha già firmato protocolli di intesa con Anci, Upi, Inps/Inail, Inpdap, e altri 120 sono in fase di definizione. Dal 14 febbraio il servizio sarà esteso ai telefoni cellulari, agli sms e ai fax con numeri dedicati. Il numero degli operatori/esperti impegnati sarà elevato a 160. La copertura di risposta passerà a 4.000 contatti giornalieri. Il network sarà progressivamente esteso a altri Enti, Comuni, Province e Regioni. Dal 1° marzo partirà il servizio dedicato alle persone svantaggiate per facilitarne tutti i rapporti con la P.A. Saranno forniti report settimanali/mensili sull'attività di Linea Amica, sia del contact center centrale che dell'intero network (numero di domande/evase; domande e risposte frequenti; livello di soddisfazione del cittadino; report sui disservizi). Il portale sarà rinforzato con pieno utilizzo dell'assistente virtuale e motore di ricerca sui siti della P.A. Sarà aggiornata la rubrica di tutti gli Urp e numeri verdi della P.A.
Dal 1° aprile partirà un piano di formazione per diffondere ad almeno 1.500 operatori del network le stesse informazioni e favorire con una redazione unica news e aggiornamenti per accrescere e migliorare i servizi al cittadino. I vari servizi di assistenza ai disabili da parte della P.A. saranno progressivamente integrati. Il numero di operatori/esperti del Formez sarà elevato a 200, con possibilità di portare a 8000 i contatti giornalieri. Sarà attivato un servizio di assistenza di secondo livello per i cittadini/clienti che avranno incontrato difficoltà nel contatto con la P.A., accompagnandoli nelle loro transazioni sino al raggiungimento del risultato.
www.lineaamica.it
www.formez.it
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La sinistra non ha bisogno di facce nuove, ma di nuove teste
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Stefano Adami
Raffaele Iannuzzi si pone e pone a tutti, giustamente e intelligentemente, una domanda capitale: perché la sinistra è alla canna del gas? Domanda capitale perché un sistema politico è sano se tutti i suoi componenti funzionano e producono analisi dei problemi e proposte: un tavolo senza una gamba, infatti, non dà gran prova di sé. Azzardiamo un'immagine: la sinistra italiana si trova, ormai da tempo, molto arretrata rispetto alla realtà e, a questo, combina una strana credenza, invece, d'esserne il migliore e più acuto interprete. Credenza che si basa sull'idea di aver ereditato, dal marxismo, i più avanzati strumenti di analisi della realtà. Il problema è che già Marx diceva, civettando con Hegel, che quando la realtà ci supera, è perchè i nostri strumenti di analisi sono difettosi. Bisogna abbandonarli immediatamente, non persistere ad usarli. Quando la realtà dipinge in chiaroscuro, una forma di vita è invecchiata.
Già un discorso di Occhetto alla Bolognina, ai tempi della pre-svolta, recitava: «Tutto il mondo si muove, noi non possiamo star fermi». Era il 1989. Vent'anni fa, ormai. E da quegli interventi occhettiani, con lacerazione immediata, successiva e sussultante, filmata da Nanni Moretti nel suo La Cosa, nacque il Pds, Partito Democratico della Sinistra. Chi erano i maggiori leader del Pds? Walter Veltroni, Massimo D'Alema. E il suo personale politico? Quadri medi e molecolari che provenivano dal vecchio Pci e che si trinceravano nelle segreterie e nelle amministrazioni locali, sfere autoreferenziali, con poco contatto con l'esterno. Il Pds nasceva dunque - tra l'imperversare di documenti su documenti - con una cultura politica eclettica, che da una parte ereditava le tradizioni del Pci, anche le più rigide, dall'altra teorizzava un'apertura verso il punto di vista liberale, verso la società, verso i movimenti, il nuovo che avanza, eccetera. Ricordate le «Isole Rosse» e i vari «Popoli della Sinistra»?
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Dopo un certo periodo, fu deciso che era necessaria una ulteriore politica di sintesi. Nacquero i Ds, Democratici di Sinistra. Sparì la «P», la parola «Partito». Forse per far vedere chiaramente che la nuova struttura era veramente aperta a tutti? Chi erano i maggiori leader dei Ds? Walter Veltroni, Massimo D'Alema. I Ds ebbero persino esperienze di governo nazionale, con Prodi primo ministro, poi con D'Alema, poi di nuovo con Prodi. Furono esperienze «Arca», nel senso dell'Arca biblica, l'Arca di Noè, che tutto conteneva.
Alla fine del secondo governo Prodi, e preparando le nuove elezioni, la direzione decise che anche il tempo dei Ds era passato: bisognava dar vita ad una ulteriore forma nuova. Nacque il Pd, Partito Democratico. Nuovo partito basato, questa volta, anche sul matrimonio, sul casto connubio, sulla convergenza parallela con la Margherita, e con la rottura con le sinistre radicali. E siamo all'oggi, all'ultima campagna elettorale. Chi sono i leader del Pd? Walter Veltroni, Massimo D'Alema. Negli Usa nasce il fenomeno Obama. E il Pd lo coopta, al punto che un leader del partito si autodefinisce l'«Obama italiano», Ma qualcuno ricorda chi era Obama 3 anni fa? La rottura con le sinistre radicali? Ma in tutti i governi locali d'Italia, amministrati dal Pd, il nuovo partito governa proprio con le sinistre radicali... Insomma, è tutto un coro di «vengo anch'io? No, tu no». Adesso gira anche la retorica delle «facce nuove», nel centrosinistra. Ma non è un problema di nuove facce. E' un problema di teste nuove.
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Le opposte opposizioni
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Gabriele Cazzulini
Una volta si parlava di «opposti estremismi». Erano gli anni di piombo, quando il vento fischiava perché Battisti e compagni programmavano con spietata freddezza la morte di civili indifesi. Oggi la realtà è cambiata, ma Battisti resta un terrorista che si nasconde dietro alla bandiera verde-oro. Però dagli opposti estremismi siamo passati alle opposte opposizioni. Una volta c'erano le ali estreme. Destra e sinistra avevano entrambe impugnato le armi per abbattere la fragile democrazia dei partiti. Insieme contro le libertà. Adesso ci sono due opposizioni che si combattono tra di loro in modo più aspro di quanto non combattano contro il governo. Gli alleati si dividono e diventano nemici mortali. Invece di fare fronte comune contro il governo, Veltroni e Di Pietro si scannano l'uno con l'altro come fossero belve impazzite. L'Italia resta la patria delle contraddizioni. Inutile aggiungere che questo cannibalismo tra le opposte opposizioni non fa che difendere la salute di Berlusconi.
Ma il fulcro non è nei rapporti tra maggioranza e minoranze. E' nella struttura della democrazia, nella sua solidità, nella sua tenuta. Da una parte l'accordo sulla riforma elettorale, a meno di agguati parlamentari o ripensamenti dell'ultimo minuto, dimostra che il bipartitismo non è una pianta senza frutti. Al contrario, le esigenze di Pdl e Pd ci sono e si fanno sentire al punto da consentire un sostanziale consenso su una riforma che stabilizza anche il sistema elettorale europeo. Troppo spesso il parlamento di Strasburgo è finito come ricettacolo per ridare visibilità ai delusi dalle elezioni italiane. Anche la cronologia non aiuta, perché le elezioni europee arrivano un anno dopo quelle politiche, quando l'amarezza per una sconfitta è ancora calda. Se l'accordo Pd-Pdl ha funzionato senza bisogno di particolari accomodamenti, vuol dire che ci sono i margini per replicare questa intesa nell'interesse comune e senza l'obbligo di snaturare le reciproche identità.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Allo stesso tempo l'altra metà dell'opposizione ha scatenato una guerra fratricida contro tutti. Dalla cooperazione costruttiva alla distruzione totale. Anche la scenografia conta: il Pd a fare politica nel palazzo; l'Idv a gridare rabbia in piazza. Da una parte la confusa ricerca di una nuova o vecchia identità; dall'altra l'abbandono di qualunque razionalità politica per lasciarsi andare allo sfogo, alla protesta, alla rabbia contro qualunque forma istituzionale di politica. E' una ribellione integralista che trova il suo unico punto fermo nel personaggio Di Pietro. L'Idv non ha un'ideologia all'infuori del «legalismo», l'ossessionata applicazione delle leggi nella loro più spietata purezza che ricorda la mentalità furente di Robespierre e del suo regime del terrore. Il Pd è agli antipodi. E' un miscuglio amorfo di tanti elementi senza unità. E' una serie di personaggi in cerca di un autore che non finisce mai di scrivere una trama completa. Di Pietro non è neppure un politico o un leader. Ambisce a diventare un corpo politico che assorbe qualunque malumore per rovesciarlo amplificato contro la politica.
Il vero pericolo per la democrazia è che questa sceneggiata delle opposte opposizioni è una farsa. Quando non c'è in ballo la finta leadership di Veltroni o le ambizioni peroniste di Di Pietro, Pd e Idv non mostrano grandi divergenze programmatiche. Neppure l'elettorato è troppo dissimile passando da Pd a Idv. La lotta fratricida tra le due opposte opposizioni dimostra che l'opposizione come tale non esiste. E' un vuoto politico che diventa anche vuoto istituzionale. In questo spazio deserto, invece di coltivare il grano della politica, si spargono i semi della battaglia. Quasi tutto potere, quasi niente politica.
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L'ALLEATO SOVVERSIVO
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Gianni Baget Bozzo
Non si può sottovalutare Antonio Di Pietro. Egli è un protagonista della politica italiana e il suo aspetto contadino è parte del personaggio, non della persona. Intende incarnare l'italiano medio che ha difficoltà con la lingua e incespica nel dialetto. Di Pietro è tutt'altro che un sempliciotto. Senza di lui non ci sarebbe stata Mani pulite. L'idea di usare la carcerazione preventiva per esercitare pressione sugli indagati facendo cambiare a essi radicalmente le condizioni di vita è un atto da poliziotto, non da giudice. Ma di un poliziotto che conosce internet, la stampa, la comunicazione sociale, e sa che la strettoia del carcere e l'infamia politica possono distruggere le persone. Senza Antonio Di Pietro come regista la Procura di Milano non avrebbe costruito Mani pulite.
Vi è stata una operazione politica di cui Di Pietro è l'inventore e l'autore. Per questo è necessario studiare il personaggio per comprendere la complessità della persona, che non agisce a caso. La diversità politica tra Di Pietro e i magistrati è così evidente che egli ha potuto scorporare la sua linea radicale dalla posizione di magistrato e farne un partito politico. E, al tempo stesso, ha ottenuto che i magistrati assumessero la posizione di antipolitici, in nome dell'indipendenza della magistratura fino al punto di escludere la possibilità di una legge della Repubblica che ne mutasse le regole. Di Pietro ha così potuto avere le mani libere come politico e poter usare la magistratura come un corpo di riferimento. Ha avuto a un tempo l'autonomia della politica e la rappresentanza dei giudici, sia come corpo professionale sia come ordine dello Stato. Non è poco.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
L'attacco a Giorgio Napolitano potrebbe sembrare un errore, se si pensa a Di Pietro come alleato della sinistra. Questa non accetterà mai una critica alle istituzioni e soprattutto al loro massimo livello quando chi vi siede è un uomo proveniente dalle sue fila. Con l'attacco a Napolitano Di Pietro dà l'addio alla sinistra come alleata e punta a staccare una componente radicale autonoma che è di destra e di sinistra assieme. Ed esprime una rivolta contro le istituzioni come ultimo sbocco della tensione antipolitica che Berlusconi ha usato in chiave democratica. Beppe Grillo e Marco Travaglio divengono contenuti politici e non più solo folklore o satira. Si è ben oltre Sabina Guzzanti. Berlusconi è il nemico ideale. Ma Di Pietro pensa soprattutto a sottrarre voti alla sinistra recuperando le posizioni anticapitaliste in chiave radicale antidemocratica, pur volendo giocare a fondo sull'abbandono del fascismo da parte di Fini e della confluenza di Alleanza Nazionale in un solo partito con Forza Italia. Di Pietro opera la medesima sintesi che sta alla base delle posizioni fasciste che nascono dalla fusione di estrema destra ed estrema sinistra in chiave antidemocratica.
Se si pensa alle tensioni sociali che la recessione genererà nel Paese, il movimento di Di Pietro assume i contorni di una sfida alla stabilità delle istituzioni e all'equilibrio della società. Se si può prevedere quello che farà Di Pietro, si può forse mettere in conto che userà i problemi posti dall'immigrazione per prendere voti anche alla Lega. Berlusconi è il nemico, ma la sinistra è l'avversario reale. Di Pietro punta sulle incertezze del Partito Democratico e sulle tensioni che vi regnano per sottrarre consensi a vantaggio del suo radicalismo antidemocratico.
Di Di Pietro si può pensare tutto fuorché sia uno sprovveduto. Egli ha modificato la politica italiana da magistrato, pensa di avere un destino per guidarla. A danno soprattutto del Pd e di Veltroni, che ha commesso l'imprudenza di introdurre la volpe nel pollaio concedendo all'Italia dei Valori l'apparentamento a sinistra.
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Quorum europee - L’accordo intoccabile
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Arturo Diaconale
E’ facile prevedere che l’accordo tra Pdl e Pd sullo sbarramento al quattro per cento nella legge elettorale per le europee verrà facilmente approvato dal Parlamento. Nel maggiore partito del centro destra ci sono alcuni che si chiedono perché mai si debba fare a Walter Veltroni un regalo di questa portata. Cioè la concreta possibilità di evitare che il Pd scenda sotto il 25 per cento alle elezioni di primavera. Ma è assolutamente impensabile che questa opinione si trasformi da mugugno in voto contrario. Ed è quindi da escludere che dal fronte del Pdl possa venire qualche sorpresa nei confronti della modifica della legge sulle elezioni per il Parlamento di Strasburgo. Lo stesso vale, per ragioni completamente diverse, per il Partito Democratico. All’interno del maggior partito di centro sinistra c’è molto di più di qualche mugugno contro lo sbarramento del quattro per cento. Tutti gli avversari di Walter Veltroni, a cominciare da Massimo D’Alema, si rendono perfettamente conto che un quorum così alto può favorire la speranza del segretario di contenere le perdite recuperando i consensi di quegli elettori di sinistra che non voteranno per Rifondazione, Verdi e Comunisti Italiani per non sprecare inutilmente la loro scheda. E sarebbero ben felici se si verificasse qualche accidente in grado di cancellare l’accordo e tornare a far votare con il proporzionale. In questo caso il risultato delle europee avrebbe per Veltroni il significato di un congresso clamorosamente perso. E lo costringerebbe ad uscire di scena in anticipo rispetto alle successive assise nazionali. Ma un conto è sperare nell’imponderabile ed un conto è uscire allo scoperto, sconfessare Veltroni e bruciare la sua intesa. Significherebbe anticipare lo scontro congressuale a prima della campagna elettorale. E, soprattutto, significherebbe mettere in condizione chiunque dovesse sostituire Veltroni ad accollarsi il peso della inevitabile sconfitta.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Nessuno, tanto meno D’Alema che ha criticato ma non bocciato del tutto la soglia del quattro per cento, è così pazzo da imbarcarsi in una impresa del genere. Per cui, se è facile pronosticare che dal Pdl non verranno intoppi, è ancora più semplice prevedere che neppure dal Pd spunteranno ostacoli di sorta. La legge per le europee verrà modificata così come concordato dai due partiti maggiori ed i “cespugli” di maggioranza e d’opposizione saranno costretti a subire le conseguenze di questo nuovo passo in avanti verso il bipartitismo. La circostanza, ovviamente, scatenerà le ire dei partiti minori, quelli che non sono in grado di scavalcare il quorum e conquistare la rappresentanza parlamentare in Europa. Ma non segnerà affatto il passaggio definitivo dal bipolarismo al bipartitismo. Anzi, proprio perché non saranno solo il Pdl ed il Pd a superare l’asticella del quattro per cento ma ci saranno anche formazioni politiche, dalla Lega all’Udc fino all’Italia dei Valori, ciò che verrà rafforzato non sarà affatto il bipartitismo ma un sistema diverso di tipo bipolare in cui ognuno dei due partiti maggiori avrà bisogno di stringere alleanze con le forze della propria area per diventare maggioranza. La constatazione può sembrare banale. Invece nasconde una indicazione precisa per i partiti minori. Sia nel centro destra che nel centro sinistra vi sono spazi da coprire. Chi non lo fa esce dal gioco. Definitivamente.
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Liberali - Grazie Arturo, ma dissento
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 5 della discussione
Stefano De Luca
Segretario uscente del Partito Liberale
Sono molto grato ad Arturo Diaconale che è tornato sulla decisione assunta al Consiglio Nazionale del PLI dello scorso Giugno di dimettersi dal partito. Certo il suo distacco, dopo tanti anni di condivisione, a volte con accenti fortemente critici, della necessità che esistesse un soggetto autonomo dai liberali italiani, ci aveva turbato. Ho trovato tuttavia non condivisibile l’affermazione fatta in questi giorni da chi, ferito dalle recenti dimissioni con motivazioni ritenute sprezzanti, gli ha contestato che il PLI non è un taxi dal quale si scende o si sale a piacimento. La libertà è l’unica religione che ci contraddistingue. Abbiamo, quindi il dovere di rispettare tutte le decisioni, anche quelle che ci amareggiano. Purtroppo ci siamo abituati a prendere atto dell’abbandono del partito da parte di qualche amico, anche semplicemente perché non si sente di proseguire una sorta di missione impossibile.
Per questo motivo ogni decisione contraria ci fa piacere. Ancora di più se si tratta di un vecchio amico come Arturo. Lo ringrazio quindi per la scelta di tornare nel partito. Gli sono anche grato per le cortesi espressioni che ha riservato alla mia persona e per il riconoscimento alla mia caparbia determinazione di mantenere in vita la nostra storica famiglia politica.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Sono anche lieto che abbia posto la sua candidatura alla segreteria del Partito, perché questo renderà più vivace il dibattito e consentirà di dimostrare con i fatti che il nostro è rimasto l’unico partito democratico nello squallido panorama italiano, in cui la democrazia è un oggetto misterioso, principalmente per quanto concerne le maggiori formazioni politiche, padronali e plebiscitarie. Naturalmente non sono così ipocrita da augurargli il successo nel suo proposito, perché non condivido la proposta politica, che ha accompagnato la sua candidatura.Mi sembra contraddittorio (su questo punto dissertiamo da anni) pensare ad un PLI alleato con il PDL, che, avendo scommesso su un percorso verso il bipartitismo, ha escluso tutte le alleanze, compresa quella con l’UDC, facendo una eccezione per la Lega, con riguardo alla particolare natura di partito territoriale. Non capisco, quindi, l’ostinazione di insistere nel proporre come principale obiettivo, il matrimonio con una sposa, che ha più volte ribadito di voler rimanere single. Fino a quando c’è stata la CDL, sia pure con molte incertezze, anche noi abbiamo perseguito l’obiettivo dell’alleanza con la coalizione, che si contrapponeva a quella di sinistra.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Quello del PDL è, invece, un progetto che esclude tale ipotesi. Inoltre, dal giorno in cui, con una stretta di mano, Veltroni e Berlusconi, hanno, di fatto, realizzato la riforma bipartitica noi abbiamo ritenuto questa forzatura un vulnus grave alla democrazia in Italia. Respingo, pertanto, con fermezza, la insinuazione di Diaconale, secondo cui avrei scelto la linea del distacco dal PDL per una miserabile questione di posti. E’ una caduta di stile, che contrasta con la realtà di una posizione ispirata dal desiderio di garantire, esclusivamente, la sopravvivenza e l’autonomia del PLI, rifiutando offerte personali. Gli elettori, dopo essere stati espropriati del diritto di scegliere gli eletti, si sono visti ridurre la facoltà di scelta tra i partiti semplicemente a quella tra il PD o PDL, ed i loro edificanti alleati, Lega o Di Pietro. A questo punto ci siamo ribellati con la decisione di una solitaria battaglia elettorale di principio alle politiche, fuori e contro i due protagonisti principali, che hanno cercato di trasformare il rito democratico delle elezioni in mero scontro tra opposte tifoserie. Oggi, anche in una circostanza come le elezioni europee, in cui non si deve compiere una scelta di governo, ma solo inviare i rappresentanti italiani al Parlamento dell’Unione, compiono, sempre d’accordo, e con la complicità dell’UDC, un’ulteriore strappo alla democrazia. Lo sbarramento al 4% toglie agli elettori il diritto di votare un partito diverso dai cinque partiti oligarchici e privi di regole di democrazia interna, rappresentati in Parlamento e che hanno il monopolio di presenza sui media. Seguirà la stessa antidemocratica riforma anche per gli altri livelli di rappresentanza politica. Gli alleati minori, fino ad ora, tollerati, saranno progressivamente epurati. Nel PLI sono state ritenute sempre legittime le sensibilità verso destra come verso sinistra, ma nessun partito che si definisca liberale può ragionevolmente pensare di avere qualcosa a che fare con partiti di plastica, somiglianti tra loro, egualmente illiberali, come il PD con la “L” e quello senza.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
L’unica ragion d’essere di un partito liberale, è quella dell’orgogliosa rivendicazione della propria autonomia e della contrapposizione radicale senza se e senza ma, (come si dice) rispetto ad un “bipartitismo alla amatriciana”, che è lo strumento per spazzare via il pluralismo e trasformare il nostro sistema politico in una sorta di imitazione di quelli sudamericani, che non scelgono capi di governo e governi, come nelle democrazie liberali, ma si affidano ad un caudillo, affidandogli una delega in bianco. Su questo punto dissento totalmente dalla proposta di Diaconale e ne formulerò al Congresso una coerente con la nostra cultura e tradizione. Confido comunque che potremo avere un confronto libero e democratico, come si conviene tra liberali. Desidero anche ribadire al Direttore dell’Opinione che, come ho assicurato per molti anni, con la mia dichiarazione al Parlamento, all’Opinione di sopravvivere e ricevere i contributi, che ritenevo doverosamente dovuti all’unica voce del mondo editoriale liberale, lo rifarei, anche senza ricevere in cambio l’ospitalità per il partito nella propria sede. Colgo, infine, questa occasione per annunciare agli amici, che più volte me lo hanno chiesto in questi giorni, che, superando le incertezze e soprattutto il senso di stanchezza per una troppa lunga battaglia superiore alle mie forze, ho deciso, se il Congresso lo vorrà, di dichiarare la mia disponibilità a guidare ancora il Partito Liberale. La presenza al suo interno di due linee ben diverse, che si confronteranno, fa bene al PLI. A me personalmente ha consentito di recuperare l’entusiasmo che si era affievolito. Non mi rimane dunque che augurare, a tutti, quale che sarà la loro scelta di campo, buon Congresso e Libertà di scelta di linea e di gruppo dirigente, in una fase che si presenta difficile ma foriera, forse, dell’opportunità nuova, di essere ancora protagonisti di libertà.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 5 della discussione
Ringrazio Stefano De Luca dei ringraziamenti. Può sembrare singolare che che tra il segretario del Pli che si ricandida alla guida del partito ed il suo sfidante ci possano essere espressioni del genere. Ma se possiamo avere idee diverse sulla linea politica del Pli, De Luca ed io siamo perfettamente d’accordo sulla necessità che essere liberale significhi anche avere uno stile diverso rispetto a quello delle beghe personali tipiche di altri ambienti e soggetti politici. Avversari ma non nemici. Ed anzi, avversari ma nutrendo sempre e comunque sentimenti di reciproca stima ed amicizia. Questa precisazione, ovviamente, non cambia di un millimetro le rispettive posizioni. Che De Luca ha esposto con l’articolo di cui sopra, che io indicato con la lettera aperta ai liberali pubblicata da “L’Opinione” la scorsa settimana e che confronteremo e contrapporremo giovedì prossimo in un dibattito aperto a tutti a cui parteciperanno anche Paolo Guzzanti e Marco Taradash.
(a.diac.)
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Il presidente svizzero invita a rispettare la libertà del mercato
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Chiara Battistoni
Aprirsi, aprire il commercio, incentivare il libero scambio per far fronte tempestivamente alla crisi; è stato questo il messaggio di chiusura del Forum di Davos, un invito esplicito a non abbracciare la strada, in apparenza facile, del protezionismo. E tutto questo mentre in Inghilterra infuria la polemica contro gli operai specializzati italiani, come se la libera circolazione delle persone all’interno dell’Ue non fosse un punto fermo dell’Europa contemporanea. La crisi sta mettendo in discussione ciò che fino a qualche mese fa sembrava un fatto incontrovertibile e l’onda delle proteste potrebbe estendersi; colpisce soprattutto che l’innesco sia avvenuto in uno dei paesi più aperti della nuova Ue27 che ha fatto della flessibilità e dell’agilità due pilastri del proprio sviluppo. In questo clima turbolento, domenica prossima i cittadini della Confederazione elvetica andranno alle urne per il referendum necessario per il rinnovo degli accordi bilaterali con l’Ue per la libera circolazione delle persone, con contestuale estensione a Bulgaria e Romania. Un no avrebbe l’effetto di annullare l’attuale politica di apertura alla Ue con effetti non trascurabili sull’economia elvetica; come ha ricordato il presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz la Svizzera ha costruito la prosperità di questi ultimi anni sull’apertura e sul partenariato con l’Unione Europea che permette di costruire legami stabili, particolarmente importanti in un periodo di incertezze come l’attuale.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Per Merz il protezionismo è la strada peggiore per affrontare le turbolenze dei prossimi mesi; una convinzione ribadita ben prima che esplodesse la crisi, con i frequenti richiami al valore fondante della concorrenza tanto in ambito fiscale che in quello sociale, politico ed economico. Proprio nel discorso inaugurale del World Economic Forum di Davos, Merz ha ribadito come la Svizzera sia uno dei paesi più aperti al mondo (affermazione peraltro confermata dalla classifica dell’indice di globalizzazione elaborato dal Kof, che la colloca al quarto posto al mondo) e una delle principali piazze finanziarie mondiali; di fronte all’attuale crisi l’apertura richiesta è rivolta anche al dialogo sui valori, che per venir applicati devono essere conosciuti, accettati e condivisi. Vale per le professioni, in cui il codice deontologico dovrebbe essere centrale, vale per le banche private che, come ha ricordato Merz, quando nacquero nel 1800 si diedero poche ma solide regole: “conosci il tuo cliente, sii cauto nel concedere crediti, segui i dossier, abbi rispetto per il denaro e per il rischio”. Dai valori alle regole il passo è breve, almeno in teoria; la sfida più complessa, tuttavia, è la ricerca dell’equilibrio tra le responsabilità del mercato e quelle dello Stato. Come ha osservato Merz, “il fallimento del mercato non deve tradursi nel fallimento dello Stato e la politica del laissez-faire non deve trasformarsi in monopolio statale”. Invito quanto mai opportuno oggi in cui l’ondata degli aiuti statali porta con sé il rischio di nazionalizzazioni di massa, rischio ancor più temibile in paesi già fortemente centralisti. Proprio i paesi più piccoli, già avvezzi alla competizione, abituati a lavorare sull’innovazione, capaci di riconvertire con maggior elasticità le proprie infrastrutture produttive, globalizzati per necessità ma capaci di valorizzare a fondo le proprie specificità, potrebbero uscire prima e meglio degli altri dalla crisi. Il federalismo (quello vero, che coinvolge la Costituzione, l’organizzazione, l’economia) potrebbe davvero essere la strada per la salvezza.
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Fatah denuncia: 181 palestinesi sono stati “puniti” da Hamas
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Secondo fonti palestinesi, il negoziato in Egitto per una tregua duratura a Gaza sarebbe in una fase di stallo. Mentre si attendono ancora gli esiti delle trattative, prosegue la conta dei morti dell’ultimo conflitto fra Hamas e Israele. Questa volta non si parla di palestinesi uccisi dagli Israeliani, ma per mano di altri palestinesi, nel corso della stessa guerra. In un suo comunicato, il partito Fatah (al governo nell’Autorità Palestinese) denuncia l’uccisione di 11 suoi militanti e il ferimento di altri 170 da parte delle milizie di Hamas. Il partito islamico prese il potere a Gaza nell’estate del 2007, rovesciando il governo dell’Autorità Palestinese. La guerriglia fra Hamas e Fatah non è mai finita da allora.
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La scommessa di Carbone per migliorare la giustizia
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Fiorenzo Grollino
Il 2009 sembra essere un anno di svolta per la giustizia italiana. L’inaugurazione dell’anno giudiziario non è stata la solita liturgia, perché il discorso del presidente della Corte di Cassazione non è stato come quelli degli altri anni: retorico e paludato, che diceva tutto in termini di criminalità, di ritardi dei processi civili e penali, ma senza proposte. Quest’anno finalmente il presidente Vincenzo Carbone ha letto una relazione a dir poco scioccante, che non lascia adito a dubbi sullo stato della giustizia italiana, ormai sull’orlo di un collasso senza ritorno. Per la prima volta Carbone ha alzato il velo di questo simulacro di giustizia ed ha fatto scoprire agli allibiti rappresentanti delle istituzioni che la giustizia del nostro Paese è al centocinquantaseiesimo posto della graduatoria dell’efficienza giudiziaria su un totale di centottantuno paesi. C’è chi fa meglio dell’Italia, che, in questa classifica del “doing business” della banca mondiale, è preceduta da Egitto, Angola, Gabon e Guinea Bissau. L’Italia, la patria del diritto, viene dopo l’Africa, il che è tutto dire. Non che ci aspettasse che la giustizia italiana fosse nei primi posti, ma essere al centocinquantaseiesimo posto è a dir poco una vergogna nazionale con i tanti “soloni” che discettano tutti i giorni di riforme, in convegni e seminari, che si ripetono in continuazione senza mai arrivare ad una conclusione. L’analisi dei mali della giustizia, fatta da Carbone, è impietosa. Essa mette a nudo la ricerca di visibilità mediatica di magistrati narcisi e tribuni, che vogliono la notorietà a tutti i costi. La giustizia italiana è ormai da tempo bloccata, i suoi ritardi sono l’emblema di un paese che non cammina ma arranca alla meno peggio e l’articolo 111 della Costituzione che vuole un processo di ragionevole durata sulla scia della Convenzione dei diritti dell’Uomo, è solo un pio desiderio.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
A questo riguardo è bene ricordare che, se il grido di allarme per la durata dei processi è generale, nessuno suggerisce il modo in cui abbreviarne i tempi, che potrebbe consistere nell’eliminare i cosiddetti tempi morti e/o i vari passaggi inutili. Basta analizzarne uno, tra quelli più complessi, per capire i momenti che intralciano il percorso processuale. La fiducia dei cittadini è in caduta libera. Da una indagine di Eurispes risulta che solo l’1,60% degli italiani si fida ancora della giustizia così come è ridotta. L’Unione camere penali in punto di carenza di magistrati, ha rilevato che nessuno parla dei tanti magistrati collocati “fuori ruolo”, il che significa sottrarre importanti risorse alla giustizia. A questo punto è d’obbligo ricordare che sono in forte aumento i ricorsi di equa riparazione dovuti alle centinaia di migliaia di casi di non ragionevole durata dei processi, che intasano le sezioni specializzate delle Corti di appello di tutta Italia. Vale ancora ricordare a questo riguardo le decine di diffide della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Da questa situazione nasce l’esigenza di trovare soluzioni alternative, come quella del “mediatore” per risolvere le controversie civili e commerciali. Una procedura sulla quale spingono non solo l’Istituto di studi giuridici Arturo Carlo Jemolo e l’assessorato per la Semplificazione amministrativa della Regione Lazio, ma anche e soprattutto la Commissione europea grazie alla direttiva 52/2008/CE.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Il presidente Carbone, a fronte della situazione italiana, quanto a rapidità dei processi, ha rilevato che in Francia un processo civile in Cassazione dura 15 mesi, mentre in Italia dura 38 mesi; un processo penale 4 mesi, e in Italia 9 mesi, ed i paesi europei, secondo la classifica del “doing business”, si trovano nei primi 50 posti. Quello del presidente Carbone è un J’accuse che non risparmia nessuno, ce ne è per tutti nella sua rassegna sui temi di maggiore attualità, come le intercettazioni e l’obbligatorietà dell’azione penale. Tutti sanno che le intercettazioni, anche se costose, sono essenziali, ed il loro limite può essere costituito “dall’abnorme ricorso alle proroghe degli ascolti”: il caso della Procura della Repubblica di Potenza è emblematico. Quanto ai processi urgenti, secondo Carbone “si dovrebbero individuare con prudenza i processi che devono avere la precedenza rispetto ad altri meno urgenti”, seguendo limiti indicati dal legislatore. Come si vede le problematiche che emergono dal discorso di Carbone non sono di lieve momento, ed il ministro della Giustizia Alfano ha proposto la formazione di “una squadra coesa di magistrati, avvocati, personale amministrativo, forze dell’ordine, che, senza antagonismi, si dedichi ai problemi della giustizia, invocando per sé ”effettive potestà organizzative“. Sembra una scommessa, ma in tempi come questi si possono accettare anche le scommesse.
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Federe strappate nella giustizia
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Valter Vecellio
Sono, a volte i particolari, i dettagli, le piccole cose a dare significato, forma e sostanza delle grandi questioni. Il “dettaglio” di cui si vuole parlare riguarda un profugo di nazionalità curda: prima di ottenere lo status di rifugiato politico era stato incarcerato, se ne ignora la ragione, e qui poco importa. In cella aveva tentato di togliersi la vita, lo hanno salvato all’ultimo minuto, i soccorritori sono riusciti a togliergli il cappio dal collo e rianimarlo. Fin qui tutto bene. Ma si arriva ora al “dettaglio”. Per impiccarsi l’uomo aveva utilizzato una specie di corda costituita da due federe ridotte in strisce. Qualcuno dell’amministrazione penitenziaria, con asburgico senso della cosa pubblica, si rivolge all’autorità giudiziaria: le federe strappate e ormai inutilizzabili, devono essere risarcite, e ne investe la procura. In primo grado e in Appello affrontano l’urgente e spinoso caso delle federe strappate. Nella sentenza di rinvio a giudizio si legge di danneggiamento aggravato: “Con coscienza e volontà distruggeva un bene della pubblica amministrazione”. Tesi accolta e conseguente condanna esemplare: pagamento di ben trenta euro in primo grado. Anche in Appello l’imputato viene riconosciuto colpevole di aver danneggiato volontariamente un bene della pubblica amministrazione, ma – come spesso accade – la pena viene ridotta: non più trenta euro, ma venticinque. Finita qui? No, perché giustamente il curdo e i suoi difensori stanno attendendo di conoscere le motivazioni della conferma della condanna; e chissà che la vicenda non approdi dunque in Cassazione, che già con tante sentenze si è dovuta occupare di questioni di letti, è giusto che si occupi ora di lenzuola e federe. Un solo “piccolo” dubbio: a parte gli onorari degli avvocati, già due corti (primo e secondo grado) si sono occupati della vicenda; l’avranno senz’altro evasa rapidamente, ma comunque due udienze ci sono state, qualche ora le avranno richieste: personale occupato a discettare di federe, e quant’altro. Per recuperare 25 euro. Ne valeva davvero la pena? Certamente tutto è stato fatto secondo legge; quanto al buon senso ci si permette di dubitarne. Forse il ministro della Giustizia Angiolino Alfano dovrebbe dedicare qualche minuto del suo tempo a questa vicenda: emblematica di cosa siano chiamati ad occuparsi i magistrati, e forse si può anche capire perché tribunali e procure sono intasati da procedimenti e lo stato della giustizia in Italia è quello che sappiamo e patiamo. Una vicenda emblematica che spiega più di cento convegni giuridici di come vadano le cose di giustizia in questo paese.
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Senza riforma delle pensioni non possiamo aiutare le imprese
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
di Francesco Forte
La crisi si sta facendo più aspra. Ciò dipende dal fatto che il piano di Obama è considerato inefficace o dannoso. Il Pil degli USA, in relazione a ciò, sta cadendo al ritmo del 5 per cento, molto più del previsto. Il contraccolpo sulla Germania sarà forte e si riverbererà su tutti, nell’area euro e, in misura maggiore, sull’Italia, dato che la nostra economia è particolarmente legata a quella tedesca.
L’aggravamento della crisi congiunturale, pur non essendo responsabilità dell’Italia, la colpisce duramente nel suo settore manifatturiero proprio mentre esso sta completando il suo processo di ristrutturazione. La contrapposizione fra manifatturiero di esportazione e di mercato interno, fra grandi imprese e piccole e medie imprese che si tenta di fare per circoscrivere i problemi di crisi è errata. Infatti una parte delle imprese che esportano opera anche per il mercato interno e viceversa. Esempi tipici sono il settore dell’auto e della sua componentistica e quello degli elettrodomestici. Inoltre la domanda interna si riduce in conseguenza della recessione indotta dalla domanda estera. E per conseguenza l’industria che vende in parte sul mercato etereo e in parte su quello interno, si vede colpita sui due fronti. D’altra parte molte piccole e medie imprese lavorano per le (poche) grandi imprese che abbiamo. E la crisi delle grandi imprese genera riduzioni di domanda, di beni intermedi , di beni di investimento e di beni di consumo (in relazione alla riduzione di potere di acquisto nelle aree in cui esse operano) che comportano perdita di mercato per le piccole e medie imprese, diffuse nell’intera economia. Ecco perché occorre un piano aggiuntivo per il sostegno del settore industriale che Emma Mercegaglia ha quantificato in 8 miliardi di euro, che serva a sorreggere l’apparato manifatturiero, sul fronte della sua domanda. E ciò a prescindere dalla spesa aggiuntiva per ammortizzatori sociali.
Immagino che la Confindustria abbia, per questo piano, idee concrete e quindi non ragioni con la formula semplicistica parakeynesiana dei cultori di obamanomics secondo cui la validità di una ricetta anticrisi si misura con la sua quantità e non con il suo contenuto. Non si possono creare nuovi deficit senza pensare al peso che generano per il futuro contribuente e, in primis, per la credibilità finanziaria dell’Italia, che colloca più di metà del debito pubblico sui mercati internazionali.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il punto , dunque, è come finanziare il piano. E la risposta noi la abbiamo. Quando dico noi, intendo il gruppo di esperti di Magna Carta, che ha elaborato la proposta Forte Rebecchini di aumento dell’età pensionabile delle donne, a 65 anni, in un quinquennio, con un aumento di un anno di età anagrafica ogni anno. Tale piano, ove attuato dal secondo semestre del 2009, comporterebbe per le donne nate nella seconda metà del 1948 di andare in pensione a 61 anni, anziché a 60. Nel 2010 potrebbe toccare alle donne nate dopo il primo trimestre del 1949 di andare in pensione a 62 anni e a quelle nate nel primo a 61. Nel 2011 si potrebbe attuare il pensionamento a 63 anni per le donne nate nel 1950. Nel 2012, per donne nate nel 1951 l’età di pensionamento salirebbe a 64 anni e dal 2013 per tutte le donne nate dal 1952 in poi il pensionamento sarebbe al compimento dei 65 anni.
Le donne che lavorano, comprese fra l’età di 55 e 60 anni nel 2009 percepiscono presumibilmente una pensione media di 12 milioni di euro annui. Le donne che lavorano comprese fera le età di 55 anni e 65 sono 800 mila. Possiamo ipotizzare che le donne che lavorano oltre i 60 anni e prima dei 65 anni siano un sesto di questo totale e cinque sesti quelle che vanno in pensione a 60 anni o prima. Dunque le donne che, con l’età di pensione a 65 anni rimarranno al lavoro, a regime, saranno 665 mila circa . E con una pensione media di 12 mila euro ciascuna, che è la attuale pensione media che le donne ottengono in quella classe di età, il risparmio annuo che si potrà fare a regime potrebbe essere sarebbe di 7, 980 miliardi. Praticamente la cifra che Emma Mercegaglia ipotizza sia ora necessaria per nuove misure anticrisi del governo per la nostra industria.
La situazione pensionistica italiana è anomala. Infatti abbiamo ben 16,5 milioni di pensionati che sui 23,1 milioni occupati sono una percentuale del 71,5 per cento. Un occupato medio sorregge 0,71 pensionati. Come si può reggere un simile esercito di pensionati? La cifra che spendiamo per le pensioni in Italia, nel 2007 è di 270 miliardi pari al 17,6 per cento del PIL. E la quota raccolta con i contributi sociali è solo di 200 miliardi. Altri 70 pari al 4,5 per cento del Pil sono tratti dalla spesa pubblica generale dello stato, quindi sono a carico del sistema tributario statale. Se a ciò aggiungiamo che il 5% del Pil abbondante se ne va in interessi sul debito pubblico, appare evidente che il 10% del nostro Pil è prenotato per spese per oneri del debito pensionistico e del debito pubblico. E nel 2007 la spesa per pensioni è aumentata del 6 per cento, mentre il Pil in moneta corrente aumentava del 3,8 per cento.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Senza riforma delle pensioni, non siamo credibili.
E, fra l’altro, non ci possiamo permettersi una riforma fiscale che comporti di devolvere alle Regioni altre quote delle entrate tributarie erariali. Dunque urgono interventi sul settore pensionistico. La riforma del sistema di pensioni per le donne è solo una parte del quadro. Ma non è un tema irrilevante, in quanto sui 16 milioni e mezzo di pensionati le donne sono il 53 per cento. Inoltre il tema è all’ordine del giorno, perché c’è, al riguardo una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia europea che ritiene che la diversità di pensionamento delle donne rispetto agli uomini comporti una discriminazione. E, come la Corte ha notato, non è vero affatto che elevare l’età di pensione per le donne a quella prevista per gli uomini comporta di togliere loro un vantaggio. Nel complesso, comporta di togliere loro un’inferiorità, che le danneggia, anche nella carriera. La resistenza a questa riforma, però, è notevole. Ma è ancora più notevole la debolezza degli argomenti che vengono addotti per sostenere che la riforma non va fatta o al massimo va limitata al pubblico impiego. Infatti, è vero che la Corte di Giustizia della Comunità Europa ha emesso la sua sentenza con riguardo al pubblico impiego. Ma ciò perché il caso che le era stato sottoposto si riferiva al pubblico impiego. Per altro la discriminazione non dipende dal tipo di occupazione, ma dal sesso delle persone coinvolte.Un’altra tesi per negare questa riforma si basa sull’argomentazione secondo cui, con il regime ancora vigente delle pensione di anzianità, accanto a quelle di vecchiaia, le donne vanno attualmente in pensione mediamente alla stessa età o a una maggiore degli uomini, perché raramente riescono a usufruire dei 35 anni di anzianità contributiva prima dei 60 anni. In effetti, le donne in pensione con meno di 65 anni sono il 27,3 per cento del totale delle pensionate, vale a dire 2.375 mila, mentre ci sono 2700 mila maschi in pensione aventi meno di 65 anni, pari al 34 per cento del totale dei pensionati maschi. E sui 100 pensionati aventi meno di 65 anni le donne sono solo il 46,7 per cento. A prima vista , queste percentuali sembrerebbe servire per sostenere che le donne che vanno in pensione prima dei 65 anni sono meno degli uomini.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Il confronto corretto però va fatto fra le donne non sessantacinquenni che vanno in pensione e le donne occupate. Ora le donne occupate sono 9,1 milioni pari al 39,3 per cento mentre la percentuale delle donne in pensione prima dei 65 anni, composta quasi tutta di lavoratrici andate in pensione prima dei 60 anni, è il 46%. Ne consegue che ci sono ben 8,7 milioni di donne in pensione che sono, rispetto ai 9,1 milioni di donne occupate, il 95,6 per cento vale a dire che per ogni donna occupata ce ne è quasi una pensionata. E questa anomalia contribuisce ad abbassare la percentuale dell’occupazione femminile sull’occupazione totale. E questo appare un assurdo palese oltreché un incredibile spreco sociale e genera anche iniquità perché la pensione media femminile è molto più bassa di quella degli uomini.
E questo divario, se le donne continueranno ad andare in pensione a 60 anni per dedicarsi alla casa, proprio quando i figli sono ormai grandi, si esaspererà, in quanto la pensione prima di 65 anni per gli uomini è una situazione transitoria, poiché il pensionamento per anzianità prima dei 65 anni gradualmente viene eliminato. D’altra parte l’esercito delle donne che lavorano è cresciuto nel tempo e a regime, posto che l’occupazione femminile sia di 9 milioni di unità con una durata media della loro attività lavorativa anni di 40 anni, le donne che vanno in pensione in un anno non sarebbero affatto 140 mila ma 225 mila, ossia il 60 per cento in più.
Dunque, in realtà l’effetto strutturale è destinato a ssere maggiore di quello calcolato, ci si avvicina a un punto di Pil.
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Nuovo giro di poltrone in vista dell'accordo sui vertici del PdL
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Michele Ruschioni
Berlusconi leader, Gianfranco Fini riconosciuto co-fondatore del partito (ma senza incarichi ufficiali per via del suo profilo istituzionale ) e poi un triunvirato composto da Verdini, La Russa e Sandro Bondi, ai quali affidare il ruolo di coordinatori nazionali del Pdl. Questa la struttura apicale del nascituro partito. Sotto i tre ci sarà una direzione, composta da venti dirigenti. Pieno accordo sullo statuto. Il Popolo della Libertà nascerà ufficialmente nel congresso del 27–29 marzo. Queste le notizie ufficiali dietro le quali si aprono molteplici scenari, come solo una importante operazione politica come questa può generare. Ma andiamo per ordine.
L’accordo sui vertici di partito influirà sull’attuale collocazione politica degli stessi protagonisti. Da qui un dubbio legato alle dimissioni, eventuali, dei ministri La Russa e Bondi, in vista della nuova investitura. E quindi, dimissioni si, o dimissioni no? Un bel dilemma.
Se il titolare di palazzo Baracchini potrebbe anche prendere in considerazione l’idea di abbandonare la guida della Difesa, diversa è la posizione del suo collega Bondi, che lascerebbe a malincuore il ministero. Perché questo atteggiamento diverso? Per un semplice motivo: per Fini e La Russa servono tre coordinatori che si occupino del nuovo partito a tempo pieno, senza le“distrazioni” di un incarico ministeriale. Se i due rimanessero ai loro posti, l’unico coordinatore con le mani libere rimarrebbe Denis Verdini.
Già pronti diversi sostituti per La Russa. Ovviamente la difesa rimarrebbe in quota An e in pole position potrebbero ritrovarsi Bocchino e Gasparri. Meno quotato Urso che aspira a diventare Ministro del Commercio Estero. Ad ogni modo se Gasparri dovesse lasciare l’incarico di capogruppo al Senato è già pronto Domenico Nania a prendere il suo posto.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Capitolo Bondi. Tra ipotesi di abbandono del Ministero e smentite seguenti si è aperto un piccolo giallo, perché dopo le voci circa le sue dimissioni, lo stesso ministro ha smentito sostenendo di fatto la possibilità di mantenere il doppio incarico. “Ma le notizie smentite sono notizie dette due volte”, era il leit motiv che circolava ieri in Transatlantico.
Berlusconi non vorrebbe le dimissioni di nessuno dei due. Il Cavaliere riterrebbe inopportuno in questo momento un cambio di caselle e ministri, alle quali seguirebbe la classica scia rumorosa e litigiosa di arrembanti deputati e senatori a caccia di incarichi più prestigiosi, meglio evitare quindi il turbinio di poltrone. E’ su questo tavolo che si giocherà la seconda fase della partita. Nulla è dato per certo. Non è un segreto poi che Paolo Bonaiuti, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria e portavoce di Berlusconi, aspiri al Ministero oggi occupato dal suo collega Bondi. La sua delega gli conferisce oggettivamente poco spazio e dopo anni di fedele sacrificio alla causa berlusconiana ambirebbe ad una promozione sul campo. Nel caso ci fosse il cambio di caselle il Premier potrebbe accontentarlo. A questo punto ci sarebbe da scegliere un nuovo portavoce per Berlusconi, un ruolo questo che potrebbe calzare a pennello a Daniele Capezzone, attuale portavoce di Forza Italia.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Sullo sfondo, come un brusio fastidioso, i cosiddetti cespugli brontolano e protestano. Rotondi, Nucara, Caldoro, Giovanardi, Baccini aspiravano ad avere un posto nella triade. Ma di fatto, se i tre dovessero essere confermati, i piccoli dovranno lottare per essere inseriti nella direzione dei venti. Quello è il loro posto. E pazienza se qualcuno appare scontento, la soglia del 4% alle europee, disincentiverà ogni ipotesi di corse solitarie. Intanto An incassa una piccola vittoria sulla modalità di nomina del numero Uno, sarà eletto per votazione e non per acclamazione.
Una vittoria di Pirro per alcuni osservatori, considerato il fatto che Fini è fuori dall’organigramma apicale e spetterà al solo La Russa marcare stretto i suoi due colleghi, un buon risultato per altri, visto che Berlusconi per la prima volta da quando è in politica verrà sottoposto a giudizio dai suoi in un congresso. Una pura formalità, certo. Ma la nomina del numero Uno per elezione, e non per acclamazione, è importante se la si giudica in chiave post berlusconiana. Nessuno infatti ipotizza, né oggi né domani il Pdl senza Silvio Berlusconi. E’ al dopodomani infatti che si rivolgono tutte le ambizioni dei successori.
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Il Pd fiorentino nel caos in vista del dopo-Domenici
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
di Brunello Strozzi
Le coordinate (temporali e politiche) del “frullatore-primarie” a Firenze stanno nelle esternazioni scandite, in tre momenti diversi, da altrettanti democrat “di peso”. Con in testa il segretario Veltroni. Già a settembre bollò la vicenda in riva d'Arno in modo impietoso e parlando di primarie a Bologna ammonì i suoi: “Evitare come la peste il caso Firenze”. Tre mesi dopo, a sbottare fu Giuseppe Fioroni: “Va scongiurato il ripetersi di tafferugli come a Firenze”. Tre giorni fa il toscano Enrico Letta ha parlato di “vicenda gestita male” al punto che è “meglio concluderla il prima possibile”. In mezzo ci sono quattro mesi incredibili se si pensa che siamo in Toscana, in una delle ultime ma solidissime “roccaforti rosse” dove ancora esiste e resiste l'Unione voluta a tutti i costi dal governatore toscano Claudio Martini anche quando il progetto Prodi fallì clamorosamente a Roma portandosi dietro due anni di governo da dimenticare. E ancor più incredibile nella Firenze dove il Pd alle politiche 2008 ha sfiorato il 49% dei consensi.
Invece è tutto drammaticamente vero. La competizione tra candidati per il post-Domenici ha finito per dilaniare il partito costretto a ripiegare sulle primarie di coalizione dopo aver costatato che quelle interne rivendicate nel nome dell'autosufficienza sono tristemente franate sotto il peso di quella che è diventata una guerra per bande. E il risultato è che al voto del 15 febbraio si presenteranno cinque candidati: quattro del Pd e uno de La Sinistra.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Con l'ultima new entry sotto le insegne democratiche: Michele Ventura, dalemiano di ferro (tra i promotori della dalemiana “Red”), ministro ombra del governo ombra con delega all'attuazione del programma del governo ombra (sic!). Ex Pci doc, classe 1943, alla quarta legislatura da parlamentare, è stato vicesindaco di Firenze dall'85 al '90, quindi consigliere regionale del Pds, prima del “salto” romano. I maligni nel suo partito dicono che su di lui qualcuno ha lanciato “l'anatema Castello”. Il riferimento corre a quella sera del 1989 quando da Roma il leader del Pci Achille Occhetto telefonò al segretario fiorentino del partito per fermare l'operazione Castello (“Sento puzza di bruciato”, sentenziò). L'area a quel tempo era di proprietà Fiat-Fondiaria e il giorno dopo in consiglio comunale era previsto il voto su una variante urbanistica. A quel dicktat, l'allora vicesindaco Ventura, seppure favorevole all'operazione Castello, obbedì senza fiatare. Gli costò caro, perchè lo stop di Occhetto provocò l'azzeramento di un'intera classe dirigente, compreso lui. Che oggi, dice che quell'ordine di Occhetto fu “un errore”. Insomma, vent'anni dopo, seppure in tutt'altra dimensione, con “l'operazione Castello” ci dovrà fare ancora i conti, sia in campagna elettorale se vincerà le primarie, sia da sindaco se i fiorentini lo sceglieranno. Politico di lungo corso e di vecchia scuola comunista, Ventura entra adesso nell'agone delle primarie con un profilo “morbido”, orientando il suo impegno (pare destinato ad una sola legislatura in caso di vittoria) alla “riunificazione dei riformisti”. I suoi detrattori lo hanno già ribattezzato “il candidato felpato”, uno che “traccheggia da quarant'anni”, ironizzando (secondo la migliore tradizione dissacrante dei fiorentini) sulla sua capacità oratoria, sul suo volare alto senza dire granchè. Nelle file democratiche si dice sia il candidato che uscirà vincitore dalle urne delle primarie e c'è perfino chi lo considera “il candidato del partito”: su di lui convergono oltre all'ala dalemiana, una robusta parte degli ex popolari (con in testa la folta schiera dei mariniani) e di ex ds delusi dal veltronismo in salsa gigliata. Compreso l'assessore-sceriffo Graziano Cioni, estromesso dalle primarie di partito perchè indagato nella vicenda urbanistica di Castello al centro di un'inchiesta della procura, e prima dell'avvento di Ventura pronto a correre con una sua lista sfidando il partito. Ma la lettura che corre tra gli addetti ai lavori è che in realtà l”operazione Ventura” sia finalizzata a sbarrare la strada delle primarie ad un altro candidato di punta, il parlamentare ex Dl Lapo Pistelli gradito a Veltroni e finora dato per favorito in città. In corsa ci sono anche il presidente della Provincia Matteo Renzi, giovane rampante per anni “delfino” di Rutelli e la “pasionaria” ex Ds Daniela Lastri (assessore). Quest'ultima ha risposto picche al tentativo dei venturiani di farle ritirare la candidatura, magari in cambio della poltrona di vicesindaco. Della partita è anche il presidente del consiglio comunale Eros Cruccolini, straconvinto pacifista, colonna della galassia movimentista e no global, esponente di punta de La Sinistra.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
C'è tutto questo nel pentolone delle primarie, anche se c'è chi assicura che “se ne vedranno ancora delle belle” in riva d'Arno. Un quadro alquanto deprimente che, indipendentemente dall'esito del voto del 15 febbraio, certifica il fallimento di una classe politica che ha perso la bussola, lontana anni luce non solo dai problemi di una città ormai in declino, ma pure dalle legittime aspettative del proprio elettorato.
In questi mesi si è cercato di contenere la tracimazione del caso primarie tirando su il fragilissimo argine delle regole, scritte poi stracciate e riscritte mille volte dopo assemblee-fiume tra clamorose assenze dei militanti chiamati al voto, colpi bassi e strategie affossa-tutto. E non sono valsi nemmeno i richiami romani di Veltroni (due faccia a faccia coi candidati e i vertici del partito fiorentino puntualmente disattesi) che, alla fine, ha dovuto scomodare il vicepresidente del Senato Vannino Chiti (ex numero uno della Regione e uomo forte del Pd toscano) calato dalla Capitale a fare da “garante”.
In tutti questi mesi che in più d'uno nei ranghi democratici hanno definito “di follia collettiva”, pesa come un macigno la vicenda urbanistica di Castello (area nella zona nord della città di proprietà di un gruppo imprenditoriale lombardo, destinata ad accogliere edifici residenziali, commerciali, le nuove sedi di Regione e Provincia e pure l'ipotesi del nuovo stadio di calcio), sulla quale la procura vuole vederci chiaro. Vicenda che ha portato alle dimissioni dell'assessore Gianni Biagi (urbanistica) indagato insieme al collega di giunta Cioni e provocato una serie di contraccolpi politici nel centrosinistra che governa Palazzo Vecchio (il Pdci ha ritirato il suo assessore Coggiola che, guarda caso, pochi giorni fa è stato nominato consulente del Comune fino al voto amministrativo, creando imbarazzi nel suo partito; mentre La Sinistra minaccia di non votare in Consiglio comunale il piano strutturale che, invece, il sindaco vorrebbe consegnare alla città dopo averlo propagandato come fiore all'occhiello del suo secondo mandato amministrativo). Vicende politiche e amministrative che in tutto questo pazzesco rompicapo si intrecciano e che col voto di giugno all'orizzonte, amplificano irritazioni e veleni all'ombra del Biancone. Sia dentro il partito che a Palazzo Vecchio dove Domenici, che guarda con interesse ad una sua candidatura alle europee, non ci sta a lasciare le consegne in un clima da “tutti contro tutti”, rischiando così di appannare se non di compromettere la propria immagine politica, l'operato di amministratore e sulla ribalta nazionale il profilo di presidente dell'associazione dei Comuni italiani. E' anche per questo che di recente ha lanciato strali e dispensato fendenti all'indirizzo dei vertici locali del suo partito. Lo ha fatto con dichiarazioni al fiele sul Pd fiorentino definito “un partito che non c'è” per i troppi candidati interni in corsa, per il mancato rispetto delle indicazioni veltroniane. Al punto che proprio a Veltroni ne aveva chiesto il commissariamento; al punto da minacciare di non ritirare la tessera del Pd (poi invece presa). Domenici non ha risparmiato stoccate neppure al leader regionale dei democratici Andrea Manciulli, reo a suo dire, di “usare schemi legati al passato”.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Il peso di una situazione che forse è sfuggita di mano un po' a tutti, lo sente anche lo stesso Manciulli, preoccupato per la piega che queste primarie (non gestite cum granu salis dal livello fiorentino) hanno preso, specie a quattro mesi dalle amministrative e con tutto il caos che, finora, ha provocato disorientamento e maldipancia tra gli elettori. E così, pochi giorni fa, di fronte alle critiche dei militanti riuniti all'assemblea del circolo di Santa Croce, Manciulli ha criticato un partito troppo condizionato dai comitati elettorali e puntato l'indice su primarie “in cui non si percepisce la sintesi ma la competizione divaricante”, con candidati impegnati a rivendicare l'esigenza di una discontinuità dall'amministrazione Domenici. Insomma un partito diviso tra correnti e comitati elettorali, incapace di parlare alla gente, rispetto al quale il segretario regionale non nasconde tutta la sua delusione. Di qui il monito: “Se questo è il modello di partito che si vuole, non è il partito che io dirigerei”. Il Pd, ha aggiunto, si deve risollevare, “guardare al futuro” e recuperare “il rapporto, la capacità di rappresentare le persone”. E che le cose per il Pd di Veltroni non vadano bene neppure nel “fortino rosso” della Toscana lo si evince dall'andamento di una campagna per il tesseramento che “non sta andando bene” come ha ammesso Manciulli rispondendo al j'accuse della base sulla mancanza di sedi nel territorio, di occasioni di confronto e di unità nel partito. Difficoltà che il quarantenne segretario toscano conosce bene e ha rimarcato sottolineando anche i ritardi nel trasferimento di risorse da Roma: “Siamo stati costretti a pagare le bollette a 68 sezioni”. A quell'assemblea c'era anche il sindaco Domenici che non ci ha girato intorno quando ha detto di considerare “la situazione del partito così difficile, per non dire grave”. Arrivando addirittura a invocare il ricorso a una terapia “come l'elettroshock per curarlo”.
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Napoli, la Camera si prepara a sfiduciare la Iervolino
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Dario Caselli
E’ iniziata ieri e si concluderà tra oggi e domani con un voto la discussione sulle due mozioni, una del Pdl ed un’altra di Idv, per la rimozione del sindaco e per lo scioglimento del consiglio comunale di Napoli. In realtà si tratta per lo più di un atto politico visto che la Camera non ha un effettivo potere di scioglimento del consiglio comunale, ciononostante sono in molti a guardare con interesse a quello che accadrà in Aula nelle prossime ventiquattro ore.
In particolare, gli occhi sono puntati sul centrosinistra considerato che al momento il Pd non ha ancora deciso come schierarsi. Non è un mistero infatti che molti a largo del Nazareno avrebbero sperato che dopo lo scandalo Global Service a Napoli si tornasse alle urne. Una scelta che secondo quel ragionamento avrebbe dato quel segnale di discontinuità e di rinnovamento necessario in un partito travolto dalla corruzione e che a Napoli è ormai al governo della città da oltre quindici anni. Invece si è deciso di rimanere aggrappati alla poltrona di Palazzo San Giacomo e di limitarsi a un robusto rimpasto della giunta comunale: ecco perché l’ipotesi che una delle due mozioni possa essere votata da una buona parte dei deputati del Pd non è poi così remota. In questo caso sarebbe un segnale chiaro nei confronti della Iervolino da parte del proprio partito (con conseguenze però difficili da prevedere).
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
In realtà sono in molti a ricordare un precedente: quello del 1993 e sempre riguardante Napoli. Allora il Parlamento emanò un indirizzo politico al ministro dell’Interno Nicola Mancino sullo scioglimento del consiglio comunale e della stessa giunta a causa del grave dissesto finanziario. Un indirizzo in seguito fatto proprio dal responsabile del Viminale ed inviato all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che decise per lo scioglimento del comune e per le nuove elezioni. Accadrà la stessa cosa? Sono in molti a sperarlo primo fra tutti il presentatore di una delle due mozioni, il deputato napoletano Amedeo Laboccetta.
Per il momento l’incertezza principale è sui numeri anche perché è difficile pensare che il Pd possa convergere su una mozione di sfiducia presentata dal Pdl mentre non si esclude che su quella di Idv, molto simile a quella del Popolo della Libertà, ci possano essere convergenze. Intanto, sul fronte Pdl lo stesso Laboccetta ha spiegato che “si è esaurita una fase storica: la Iervolino deve essere rimossa dal posto che ha occupato per troppo tempo”. Una richiesta di rimozione che per il deputato napoletano è legata al “fallimento politico della Iervolino” e dimostrato attraverso “atti dai quali è possibile cogliere tutta quanta l’incapacità del sindaco anche come Commissario straordinario per l’emergenza traffico e viabilità e per l’emergenza sottosuolo”. E proprio su quest’ultimo punto Laboccetta ha denunciato “un quadro sconvolgente di spreco delle risorse nazionali e comunitarie che erano state messe a disposizione del sindaco commissario dal governo Prodi, oltre 260 milioni di euro, di cui più di 7 solo per il funzionamento del suo staff. Si tratta di uno scandalo più grande di quello degli stipendi d’oro sul quale sarebbe bene che non solo la stampa, come ha già fatto, si soffermasse”.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Come detto però, oltre i numeri del Pdl, la mozione Laboccetta dovrà trovare sostegno negli altri partiti. Certamente non tra le fila di Idv che invece ha presentato una sua mozione di sfiducia. Un gesto che come ha spiegato il deputato dipietrista, Fabio Evangelisti, è legato alla considerazione che l’iniziativa del Pdl è “forzata e strumentale”. Da qui la mozione di Idv che fatta salva la “stima personale” per Rosa Russo Iervolino le rivolge “un severo giudizio politico e amministrativo”. Di certo, il caso Napoli sta mettendo a dura prova la tenuta interna di Italia dei Valori dove giorni fa si è registrata la defezione dei due consiglieri comunali napoletani contrari alla decisione di Di Pietro di uscire dalla maggioranza al Comune. Uno schiaffo molto pesante per l’ex pm che ieri in un esecutivo del partito ha voluto ribadire come “tutti i rappresentanti lasceranno i loro incarichi e chi non lo farà sarà da noi, automaticamente, considerato decaduto dal partito”. Linea dura, quindi, con chi non si allinea alle decisione del vertice. Inoltre ha precisato Di Pietro: “Noi presenteremo ovunque sia possibile mozioni di sfiducia per Bassolino e Iervolino, ma non ci sarà mai nessun accordo con il centrodestra. Lo stesso centrodestra che ha fatto a Napoli sempre accordi sottobanco e che ora presenta mozioni assolutamente ipocrite come quella che è giunta nell’aula della Camera e che l’esecutivo dell’Idv ha oggi esaminato rigo per rigo. Se si vogliono mandar via Bassolino e Iervolino il centrodestra voti le nostre mozioni, a cominciare dalla Camera”.
L’attenzione è rivolta a quello che accadrà tra oggi e domani a Montecitorio. Chissà che come sedici anni fa la lunga crisi politica del Comune di Napoli non sia interrotta da un voto parlamentare e da intervento del presidente della Repubblica.
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Violenza sessuale: si pensa a una legge più severa
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Ettore Mario Peluso
E’ ormai ufficiale: la giustizia italiana non è giusta. Qualcuno potrà pensare che non è una grande novità ed in effetti ogni giorno che passa ci si rende conto che più un reato è grave e meno la giustizia è in grado di applicare la legge più giusta.
In questi giorni è di grande attualità il tema della violenza sessuale sulle donne italiane. Come non ricordare il drammatico “stupro di Capodanno” che ha avuto per vittima una povera ragazza romana, picchiata e poi violentata da un nostro connazionale in preda ai fumi dell’alcool e della droga. La notte di Capodanno la Fiera di Roma era gremita di giovani pronti a festeggiare l’arrivo del nuovo anno, una notte per tutti noi speciale, notte di bilanci per l’anno appena concluso e di aspettative per il futuro. Invece, per questa povera ragazza è stata una notte orribile avendo subito l’atto più squallido e vile che un uomo possa compiere: lo stupro. O per dirla alla maniera del codice penale, si è trattato di violenza sessuale aggravata, visto che, per ora, il reato di stupro non esiste.
Viene fermato il colpevole e dopo sole 48 ore gli vengono concessi gli arresti domiciliari perché è incensurato (c’è sempre una prima volta), perché ha confessato (dopo che lo hanno informato dell’esame del DNA sulle sue tracce organiche lasciate sul corpo della ragazza) e perché la famiglia ha condannato la condotta dell’adorato figlio. Un magistrato dice: “ Mah si! E’ un bravo ragazzo, di buona famiglia ed ha collaborato. E’ giusto sottrarlo all’arresto. E poi si era drogato”.
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Tutto ciò non è possibile! Non è giusto sottrarre all’arresto uno stupratore. Non è legittimo immedesimarsi nelle cause personali, sociali e nei disagi dello stupratore; non è il compito di un giudice, al massimo lo è dello psicologo! Altrimenti dovremmo considerare anche e soprattutto le ripercussioni sulla vittima.
Basti ricordare che reati come la violenza sessuale danno luogo, nella stragrande maggioranza delle volte, ad effetti devastanti su chi ha subito la violenza come ad esempio depressione grave, senso di vergogna e colpa, problemi sociali, relazionali e sessuali, choc, confusione e ansia crescente.
Dal punto di vista giuridico c’è anche da dire che il giudice ha applicato le leggi vigenti. Analizzando, però, la norma sui criteri di scelta delle misure cautelari personali si percepisce immediatamente una eccessiva genericità.
Sancisce l’articolo 275 del codice di procedura penale al comma 3 che “La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Si possono ritenere adeguati i domiciliari per uno stupratore violento? Il GIP Finiti di Roma ha ritenuto di sì, magari migliaia di altri giudici la pensano diversamente, ma con questa legge ognuno decide come preferisce. E la certezza delle legge dove è finita? Per questo motivo in ambienti parlamentari si vocifera l’introduzione di una normativa più stringente, che lasci meno spazio al giudice. O meglio, il giudice avrà sempre il suo potere discrezionale, ma in presenza di episodi così violenti e per reati particolarmente gravi (come la violenza sessuale aggravata), l’imputato non potrà usufruire dei domiciliari.
L’introduzione di una regola si rende necessaria visto che l’eccessiva discrezionalità lasciata finora ai giudici permette di trattare casi simili in maniera nettamente diversa. Sembra realmente illegittimo giustificare il colpevole di un reato grave solo perché lo ha commesso in stato di ebbrezza o drogato di chissà quale sostanza.
Il Presidente Berlusconi, pur avendo espresso il suo parere in una forma criticata dall’opposizione, non sbaglia quando dice che è impossibile far accompagnare ogni bella donna da un tutore della legge. E’ necessario colpire il problema alla radice con una legge più repressiva. Con l’introduzione di questa previsione normativa, colui che compie un reato grave, anche se drogato o ubriaco, sa che si apriranno immediatamente le porte del carcere! Solo così (probabilmente) potranno diminuire questi orribili reati!
In attesa di una normativa maggiormente incisiva, non ci resta che sperare in una punizione esemplare per tutti gli stupratori e per coloro i quali infrangono la legge. In law we trust (Noi crediamo nella legge)…
Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends
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Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard
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I muscoli di Pyongyang
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Alessandra Poggi
«Tutti gli accordi destinati a mettere fine al confronto politico e militare tra il Nord e il Sud sono da ora annullati». È di una chiarezza allarmante il comunicato che Pyongyang ha rimbalzato alle agenzie di tutto il mondo, venerdì 30 gennaio. Questo annuncio è il secondo step di un'escalation propagandistica tesa a rinnovare i fasti della leadership di Kim Jong-Il e a mostrare al mondo - e soprattutto agli Stati Uniti rinnovati di Barak Obama - una Corea del Nord nuovamente agguerrita e battagliera.
Il primo segnale era stato inviato la settimana scorsa, allorché il «caro leader» nord-coreano era riapparso in pubblico (dopo un'assenza dalla ribalta di ben 4 mesi) in occasione di una visita a Pyongyang del Capo del dipartimento internazionale del comitato centrale del Partito Comunista cinese. In quell'occasione era sembrato naturale che Kim Jong-il volesse indirizzare soprattutto alla nuova Amministrazione di Washington un chiaro messaggio: il timoniere è saldo al suo posto e traghetta il suo popolo senza defezioni. Nulla di preoccupante, dunque. Le Cancellerie occidentali avevano recepito il messaggio interpretandolo come una naturale prova di forza diplomatica della leadership nord-coreana.
Probabilmente il Politburo di Pyongyang non è rimasto abbastanza soddisfatto dei risultati raggiunti con la sorprendente ricomparsa pubblica del suo capo. La Corea del Nord, infatti, si sta comportando come se temesse grandemente di essere declassata ad un rango secondario sull'agenda internazionale del nuovo Presidente Usa.
Eppure le relazioni tra la Corea del Nord e l'Occidente sembravano essersi aggiustate pressoché definitivamente allorché - a metà dell'ottobre 2008 - l'uscente Amministrazione Bush aveva voluto segnare un ultimo punto a suo vantaggio riguardo al dossier nucleare nord-coreano. Forti anche della prolungata assenza dalla scena pubblica del «caro leader» Kim Jong-Il, gli statunitensi avevano rimosso la Corea del Nord dalla lista dei cosiddetti «Stati Canaglia» per ottenere, in cambio, la ripresa dello smantellamento della centrale nucleare di Yongbyon.
Evidentemente il meccanismo si è inceppato e la situazione rischia ora di divenire incandescente. Tra gli accordi annullati da Pyongyang è infatti ricompreso il Patto di non aggressione e di riconciliazione stipulato nel 1991 dalle due Coree, tecnicamente tuttora in stato di guerra dato che al conflitto del 1953 non è mai stata ufficialmente posta fine con un trattato di pace.
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La svolta storica dell'industria cinese
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Luca Pautasso
La Cina vuole acquistare autorevolezza sui mercati del mondo. E non più soltanto per la capacità del suo sistema economico interno, un mix tra socialismo reale e capitalismo sfrenato, di produrre un po' tutto a costi irrisori e in quantità pantagrueliche. Ora la Cina vuole fare rima con qualità, affidabilità ed efficienza, termini che fino a ieri erano praticamente sconosciuti al suo vocabolario.
A dimostrarlo è l'atteggiamento assunto dal Governo e dalla giustizia di Pechino di fronte ai responsabili dello scandalo del latte alla melammina. La scure della magistratura cinese è calata senza alcuna pietà sulle teste dei colpevoli. Il verdetto della corte, infatti, è stato pesantissimo: tre condanne capitali, di cui una commutabile in ergastolo nel caso in cui il condannato dimostri entro i prossimi due anni ravvedimento e contrizione per il reato commesso. Il tribunale si è poi ancora prodigato in una sfilza di condanne durissime, una sequela di ergastoli impressionante: uno di questi, accompagnato da una sanzione multimilionaria, ha colpito la stessa imprenditrice a capo dell'azienda resasi responsabile di aver messo in vendita il latte contaminato pur essendo perfettamente a conoscenza dei terribili rischi in cui sarebbero potuti incorrere i consumatori.
Condanne esemplari, eclatanti, cui i media del «fu» Celeste Impero hanno voluto dare il massimo riverbero sulla ribalta mondiale. Segno palese che lo scandalo del latte avvelenato, costato la vita di sei bambini e l'intossicazione grave di decine di altri, ma soprattutto l'attenzione negativa del mondo e il black-out totale delle esportazioni di latte e prodotti caseari in genere, è una macchia enorme sul proprio curriculum commerciale che la Cina vuole cancellare al più presto. Per questo motivo, parallelamente alla proncuncia delle condanne, il governo di Pechino ha annunciato lo stanziamento di un maxi-fondo di quasi 90 miliardi di euro per rinnovare dalle fondamenta il sistema dei controlli sulla filiera produttiva alimentare.
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Il pluralismo sornione, da panna montata, di Mieli
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Salvatore Sechi
Le condizioni della stampa, cioè del modo in cui si fa informazione nel nostro, autorizzano a parlare di crisi della democrazia repubblicana. I giornali non ne sono lo specchio, ma anche, per la loro parte di influenza, la causa. Chi ha sbertucciato, mesi fa, Berlusconi per avere lamentato questo stato di cose impressionante, dovrebbe riflettere sulla sorte che attende un paese in cui un gruppo di industriali o di finanzieri decide di formare, invece che informare, l'opinione pubblica.
Vige una sorta di paradigma che da l'Unità arriva a Repubblica e coinvolge lo stesso Corriere della sera. Secondo questo paradigma l'opzione a favore di un partito o di una coalizione di partiti va declinata come scelta di schieramento. In questa linea si è sempre mosso il quotidiano di Eugenio Scalfari. La Repubblica è stato un giornale-partito come quelli dell'Ottocento. Fin dall'inizio Scalfari ha cercato i propri lettori in un'area alla quale l'Unità e Paese Sera non bastavano più. Erano espressione di un elettorato che nella società civile oltre a disporre di un reddito superiore alla media, erano acculturati, e viaggiavano spesso all'estero, cioè conoscevano il mondo. Basta pensare a quanti lavoravano nelle cooperative, nella piccola e media impresa, che nella «terra rossa» sono maggioritarie.
Questo elettorato concepiva la politica come qualcosa di diverso da una di visione tra progressisti e reazionari, di una sorta di contenzioso continuo tra laici e cattolici. Al posto dei dagherrotipi delle liti tra Peppone e don Camillo avevano a che fare con la concorrenza internazionale su piastrelle, ceramiche, formaggi, utensili industriali di alta precisione ecc., bilanci di import-export, forme di produzione. Lavoravano in imprese a contatto con l'estero, misurandosi con lingue e culture diverse. Questo proposito di rappresentare una sinistra non plebea, dallo stile e dai toni non metalmeccanica, si è progressivamente offuscato quanto più Scalfari ha fatto del suo giornale l'epicentro di uno schieramento politico. Anno per anno ha finito per essere impegnato in prima persona nel gioco politico quotidiano. Col potere, anzi più, di un segretario di un partito con i quali parlava da pari a pari, e li sfotteva.
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Per l'Italia la crisi diventa un'opportunità strategica
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Aurora Franceschelli
Guardare in faccia la realtà e ripartire proprio da quest'ultima: questo è il leit motive a cui si ispira l'azione di Governo e che si traduce in politiche concrete, volte non solo a elaborare ricette applicabili al breve periodo, ma anche a gettare i semi in un terreno che, se in questo momento appare arido, grazie a politiche lungimiranti potrebbe tornare ad essere florido.
E' su questa strada che l'Esecutivo, sempre nell'ottica di salvaguardare i conti pubblici, si sta adoperando per varare dei provvedimenti che intervengano laddove si manifestano i punti di maggiore criticità: da una parte, per far fronte ad uno dei problemi più impellenti, ha stanziato 8 miliardi di euro a favore degli ammortizzatori sociali, che, sommandosi a i 6 miliardi di riduzione previsti dal decreto Iva, a i 16,6 miliardi destinati alla costruzione di infrastrutture, a i 10 miliardi per il finanziamento alle imprese in bond bancari, raggiungono una cifra di ben 40 milioni di euro (che con i Fondi europei salirà sino ad 80 milioni); dall'altra il Governo sta predisponendo tutte le misure necessarie a rilanciare alcuni settori strategici per la nostra economia quali quello dell'auto, della componentistica e degli elettrodomestici.
Venerdì, infatti, sarà all'esame del Consiglio dei Ministri un secondo decreto anticrisi: dopo il primo decreto, tempestivo, volto a garantire la concessione del credito da parte delle banche a favore delle imprese e dei privati cittadini, l'Esecutivo varerà un secondo pacchetto di misure per sostenere alcuni settori ora in difficoltà: il testo, ancora al vaglio e in via di definizione per quanto riguarda le risorse che verranno messe a disposizione, prevede, per quanto trapelato sino a questo momento, incentivi -dovrebbero attestarsi attorno a mille euro- per rottamare le vecchie auto, che salirebbero a 2 mila euro se la vettura acquistata è super-ecologica. E' allo studio anche la possibilità di uno sconto del 20% per elettrodomestici e mobili nel caso in cui l'acquisto sia strettamente legato alla ristrutturazione della casa (comunque entro un tetto di 10 mila euro).
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Rianimato Walter Veltroni
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Andrea Camaiora
Si è rianimato. Si, si! Si è rianimato. Il massaggio cardiaco favorito da Silvio Berlusconi ha rianimato Walter Veltroni nelle dinamiche dei rapporti di forza interni al Partito democratico. La situazione per l'ex sindaco di Roma stava diventando proprio brutta: i dalemiani si facevano sempre più ostili, Pierluigi Bersani aveva rotto gli indugi e sembrava (e sembra) pronto a candidarsi a nuovo leader del Partito democratico, mentre i veltroniani uscivano da un vero e proprio annus horribilis, il 2008. Poi, per volontà del Premier, ecco due tentativi di rianimazione che vanno in porto: l'affondamento di Villari e l'elezione di Zavoli alla Commissione di Vigilanza Rai e lo sbarramento al 4% per puntellare quella che, in teoria, dovrebbe essere l'opposizione responsabile. Chi scrive non crede più molto all'affidabilità del Pd e soprattutto della sua attuale dirigenza, che raccoglie tutti i peggiori difetti di Pci e Dc, conditi da una diffusa carenza culturale e da un insopportabile nuovismo forzato. Ma tant'è - deve aver pensato Berlusconi - dopo aver inventato il centrodestra, ci toccherà pure inventare il centrosinistra.
Del resto lo schema bipolare richiederebbe che Veltroni riuscisse nella sua impresa alla guida del Partito democratico. E per questo - come ha spiegato nei giorni scorsi don Gianni Baget Bozzo - è tornata l'ipotesi di lanciare un salvagente a Veltroni attraverso l'offerta dello sbarramento elettorale per impedire che la sconfitta alle europee conduca a un collasso del Pd e crei a sinistra un caos politico che renda più difficile la governabilità del paese. In mancanza d'altro, dunque, Veltroni rappresenta oggi la linea alternativa a una frammentazione di partiti che porterebbe a un centrismo irreale, a un dipietrismo eversivo, a una sinistra estrema anti-sistema.
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Di Pietro - Una prospettiva da qualunquista
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Arturo Diaconale
E’ tutto assolutamente chiaro ed evidente. In difficoltà per le vicende del figlio Cristiano, l’offuscamento dell’immagine dell’Italia dei Valori a causa del coinvolgimento in vicende giudiziarie di esponenti del dipietrismo locale e per le prime divisioni interne, Antonio Di Pietro ha alzato il livello dello scontro. Le elezioni europee sono alle porte. E l’ex Pm di Mani Pulite ha deciso di provocare il massimo clamore possibile. Per nascondere dietro le cortine fumogene della polemica portata al parossismo i primi passi falsi e le prime frenate del proprio movimento. In questa luce s’inquadrano gli attacchi ripetuti che Di Pietro rivolge a Giorgio Napolitano. Che c’è di più clamoroso nel nostro paese che prendersela con il Presidente della Repubblica, cioè con una istituzione che gode tradizionalmente di una sorta di intoccabilità decisamente superiore anche a quella del Papa? Ecco, allora, che il leader dell’Italia dei Valori sale sul palco di Piazza Navona ed accusa il Quirinale di “dormire” di fronte ai tentativi di “normalizzare” la giustizia messi in atto dalla maggioranza delle forze politiche. Ed ecco che ieri lo stesso Di Pietro torna ad attaccare il Capo dello Stato intimandogli di non firmare la legge che limita l’uso indiscriminato delle intercettazioni telefoniche visto che verrà approvata da un Parlamento sostanzialmente delegittimato a causa della sua volontà di punire la magistratura e blindare la classe politica.
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Zavoli nuovo presidente della Vigilanza
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Paolo Pillitteri
Una volta tanto possiamo dire: l’uomo giusto al posto giusto. Con l’elezione di Sergio Zavoli alla Presidenza della Vigilanza Rai si chiude una fase turbolenta e confusa, a volte surreale. Capita ogni qual volta la politica si dissolve ,insieme al buon senso. La sua scomparsa era dovuta al combinato disposto dell’imposizione dipietresca alla presidenza (Orlando) e dell’aquiescenza di Veltroni, sponsor di quell’imposizione. Era talmente evidente che un candidato di Di Pietro, uno qualsiasi del suo circo barnum giustizialsta, sarebbe stato inaccettabile dal PdL, oltre che dalla logica, a ricoprire un ruolo di garanzia, che c’è voluto l’intermezzo dell’eroico Villari, uscito dal cilindro del mago Pannella, e trasformato in vittima sacrificale. A chi? Alla politica, ovvio. Perchè come si diceva allora che il problema Rai e Vigilananza era ed è politico, altrettanto oggi si può affermare che soltanto il percorso di una politica condivisa può dare risultati positivi. Si dice che ciò che avviene oggi in Rai, accadrà domani nel Paese. L’Azienda è il termometro e, al tempo stesso, il paradigma, il metro regolatore della Polis italiana e ciò non tanto o non solo per il potere che ne promana quanto, soprattutto, per l’irresistibile forza di un’entità storica che respinge, come fosse un partito vero e proprio - il Partito Rai - qualsiasi approccio dilettantesco, aggressivo, unilaterale. Molti politici parlano di privatizzazione Rai, di reductio ad unam retem, di fuoriuscita dei partiti da Viale Mazzini nel momento stesso in cui nominano i propri rappresentanti nell’Azienda - sulla base dell’immortale manuale Cencelli - tramite la Commissione Parlamentare.
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Lotta nel Pd - D’Alema e la rivincita di aprile
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Aldo Torchiaro
D’Alema, si sa, non è tipo che incassa facilmente. Poco avvezzo alla resa, se e quando va in minoranza – come è successo l’altro ieri sulla legge elettorale per le europee – si prepara subito a sferrare il contraccolpo. Ieri s’è tolto qualche sassolino dalle scarpe parlando a nome del Partito intero. “Il Pd aveva proposto una soglia del 3% e a me sembrava più appropriata”, ha detto. “Il partito”, nelle parole di D’Alema, è un corpo articolato, diretto da una testa dagli equilibri variabili e ben distinto dal gruppo, dai gruppi parlamentari. Se infatti alla Camera il Pd ha votato senza esitazioni come ha indicato Veltroni, con le sole timide eccezioni sollevate da Arturo Parisi, Livia Turco, Enrico Letta, la contrapposizione tra il segretario e D’Alema si accentua sempre più. Esiste un partito di palazzo, un Pd formale guidato da Franceschini e sovieticamente sottomesso alla segreteria, e un Pd reale che fa sempre più riferimento a D’Alema. Ed eccolo che incarna la voce più profonda del popolo democratico: “la legge elettorale europea meritava una riforma più profonda e, a proposito di quello di cui abbiamo discusso oggi, la norma è in controtendenza con lo spirito federalista con delle circoscrizioni così ampie”, dice rivolto a Veltroni. L’occasione del dibattito di Italiani Europei, la fondazione dalemiana per antonomasia, intorno al federalismo è perfetta per riunire lo stato maggiore dell’opposizione interna del Pd. E non a caso da Enrico Letta a Pierluigi Bersani la discesa in campo, ascia di guerra tra le mani, è del tutto evidente. Il primo ha fatto confluire tutti i suoi consensi, le sue influenze e le sue risorse sull’intesa con D’Alema, con cui si fa vedere sempre più spesso sottobraccio. Il secondo ha quasi rotto gli indugi e accettato di “assumere responsabilità” alla guida del Pd, rimanendo però solo un ballon d’essai, per il momento, nelle disponibilità degli antiveltroniani.
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Dalla giustizia delle emergenze all’emergenza giustizia
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Mauro Mellini
Oramai nessuno osa più mettere in dubbio che siamo di fronte all“emergenza giustizia”. Meglio tardi che mai. Più di vent’anni fa, un quarto di secolo, dicevo, scrivevo e titolavo articoli e capitoli di libri: “dalla giustizia delle emergenze all’emergenza giustizia”. Se lo ricordo non è certo per vanità, per rivendicare un diritto di primogenitura, del resto senza appannaggi e diritti di maggiorasco. Lo ricordo perché, senza capire come si è arrivati a questa “emergenza”, quanto essa sia vecchia e quanto lungo il cammino per approdarvi e, soprattutto, senza rendersi conto delle cause vere di una crisi tanto grave e profonda, non vi sia rimedia, non si va, con tutti i buoni propositi di riforme, da nessuna parte. Si parla, dunque, di emergenza giustizia. Basta leggere i titoli delle cronache delle inaugurazioni dell’anno giudiziario. Ma, si evita di ricordare che essa è figlia della giustizia delle varie emergenze (terrorismo, mafia, corruzione, etc. etc.). Del resto ammettere che quello della giustizia è un grosso, grossissimo problema politico solo in quanto è divenuto “un’emergenza”, vuol dire non discostarsi da quella traccia. Ma, intendiamoci, è fuori discussione che la giustizia, così come è concepita, strutturata, praticata, strumentalizzata, è una autentica emergenza. La preoccupazione per la mancanza di ogni riferimento, nel dibattito politico, alle cause di questa sciagurata situazione non è, ovviamente, d’ordine formale e, magari, storiografico. Ignorare le cause, il perché si sia giunti a tanto, significa ignorare la natura del malanno e pretendere di porvi tuttavia rimedio è, a dir poco, azzardato.
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Si delineano le prime mosse dell’amministrazione Obama all’estero
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Inizia l’appeasement con Siria, Russia e Cina
Stefano Magni
Sono essenzialmente tre le prime mosse che l’amministrazione Obama compirà per migliorare i rapporti degli Stati Uniti con i suoi rivali: Siria, Russia e Cina. Per quanto riguarda l’apertura alla Siria, la notizia è stata data ieri dal quotidiano israeliano Haaretz, che cita fonti diplomatiche europee: Washington intenderebbe nominare un nuovo ambasciatore a Damasco. Il precedente era stato richiamato nel 2005 dopo l’attentato all’ex premier libanese Rafiq Hariri, per il quale i servizi segreti siriani restano i principali indiziati. Non sarà facile ripristinare i rapporti, proprio in un periodo in cui la tensione fra la Siria e Israele è al calor bianco. A Damasco, infatti, sono stati invitati il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il premier turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente venezuelano Hugo Chavez e l’emiro del Qatar Sheik Hamad bin Khalifa al Thani, che ha recentemente rotto le relazioni commerciali con lo Stato ebraico. Si prevedere che tutti questi leader anti-israeliani presenzieranno a una cerimonia di Hamas per celebrare la “vittoria” della guerra a Gaza. Contemporaneamente (la notizia è sempre di ieri) i servizi segreti israeliani temono che dalla Siria possano essere cedute armi più sofisticate al movimento armato Hezbollah, che tuttora domina il Sud del Libano e continua a costituire una grave minaccia per lo Stato ebraico. Una politica di riapertura diplomatica degli Stati Uniti nei confronti della Siria, in questo contesto, rischia di indebolire gli storici rapporti fra gli Stati Uniti e Israele.
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Usa, come disincagliare il “bailout”
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Giorgio Bastiani
Il piano di stimolo dell’economia statunitense si è incagliato al Senato per giorni, a causa di un malcontento diffuso. Un malcontento per una forte spesa pubblica che inizia ad essere condiviso anche dagli elettori che hanno votato Obama. Il margine di consenso si è molto ridotto: secondo un sondaggio Gallup, pubblicato ieri, il 38% approva il piano così come è stato presentato al Congresso, il 37% chiede cambiamenti “drastici” e il 17% è contrario. In queste due ultime categorie, si annoverano anche, rispettivamente, il 30 e il 4% degli elettori democratici. “Io penso che si tratti di un piano di spesa, più che di stimolo all’economia” - dichiarava ieri il governatore della Carolina del Sud, il repubblicano Mark Sanford - “Se si guarda ai 300 milioni di dollari che si vogliono destinare al contrasto delle malattie trasmesse per via sessuale, o a una lunghissima lista di altre cose simili, vediamo che si sta parlando più di sprechi che non di stimoli”. Da bravo liberista, Sanford mette in dubbio anche la retorica rooseveltiana che accompagna tutta l’operazione democratica: “Se andiamo a ripassare la storia della Grande Depressione, vediamo che l’intervento statale ha reso il problema ancora più grande rispetto a quel che era all’origine. Io penso che stiamo imboccando la stessa strada, purtroppo”.
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Quelli che ... in toga
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Davide Giacalone
Affliggo spesso i lettori con considerazioni sulla nostra ingiustissima giustizia, poi si apre l’anno giudiziario, la cosa è su tutte le prime pagine e non ne scrivo una riga. Me ne hanno chiesto il perché, eccolo: è un rito inutile, che andrebbe cancellato. Inutile anche il commento. Quest’anno, poi, il protagonista occulto era Enzo Jannacci. Un suo pezzo, metà monologo e metà musica (1975), puntava il dito contro le ipocrisie ed i luogocomunismi di “quelli che…”, ed in un passaggio diceva: “quelli che, peggio che da noi solo in Uganda”. La realtà ha superato l’ironia: la giustizia ugandese funziona meglio della nostra.
Ci sono cose che si possono leggere solo pensando ad autori comici. Ad esempio le parole del procuratore generale presso la cassazione, secondo cui è ora di finirla con i “giudici narcisi e tribuni”, avvertendo che i magistrati non devono cercare il consenso delle piazze. Meravigliosamente giusto, ma mi domando dove fossero, certuni, mentre mi facevo processare per avere sostenuto l’inciviltà di magistrati che parlavano e scrivevano di “momenti magici”, legati agli arresti, o erano tronfi del fatto che “il processo pubblico” era già stato fatto in piazza. Avranno imparato a leggere e scrivere grazie ad Alberto Manzi, la cui trasmissione s’intitolava “non è mai troppo tardi”, ma spiace osservare che, in effetti, sono largamente fuori tempo massimo ed i barbari dilagano. Si sono svegliati, guarda un po’ i casi della vita, quando le piazze si rivoltano contro i provvedimenti della magistratura.
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La piazza e la spesa pubblica
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Davide Giacalone
La perdita dei posti di lavoro è cominciata, il tema degli aiuti al settore automobilistico è posto. La crisi non proietta ancora la sua influenza sui consumi, e questo capita sia perché fette di mercato protetto hanno aumentato il loro potere d’acquisto, sia perché si sono intaccati i risparmi. Ciò spiega il successo delle svendite e l’esaurirsi dei pacchetti esotici presso le agenzie di viaggio. Ma la divaricazione, la distanza fra chi ha protezioni e chi no, si allarga velocemente, come per uno sciatore che corre in pendenza ed ha perso il controllo: o ruzzola o si scianca.
Le previsioni sono fosche nei numeri, ma concepite secondo un approccio ottimista. Il presupposto è che nella seconda metà dell’anno arriverà la ripresa. Trattasi di speranza, e sembra più la chiacchiera di una macumbeira che non la proiezione di un economista. Molte delle politiche chieste (dalla sinistra, dai sindacati ed anche dagli imprenditori) sono tipiche del sostegno alla domanda, che, però, non è crollata affatto. Non ancora, almeno. E non basta dire: “si deve fare qualche cosa”, reclamando un keynesismo che farebbe ridere il vecchio Maynard, perché se pompo più quattrini in un mercato che compera prodotti esteri avrò solo aggiunto inflazione a recessione, avvelenando tutti. Tremonti ha ragione a resistere, perché allargare il debito con spesa pubblica improduttiva è suicida. Ed è preoccupante vedere tanti reclamare la spesa pubblica senza essere capaci d’immaginare una diversa politica pubblica.
I soldi statali sono indispensabili, ma solo se servono a riconvertire industrie, relazioni ed istituzioni. I nostri “ammortizzatori sociali” sono concepiti per sobbalzi congiunturali, restano utili solo per una minoranza, per giunta la più protetta, dei lavoratori. Vanno ribaltati, resi funzionali alla produttività ed indirizzati a chi ha perso il lavoro ed ancora lo cerca. Sull’altro fronte: Alitalia è già un pessimo esempio, non si deve spendere per conservare i perdenti, ma per favorire nuovi vincenti. Salvando gli inefficienti si ridistribuisce reddito a loro favore. Chi lo spiega, agli altri?
Le piazze si riempiono, in Europa. O si trovano rappresentanti del futuro, capaci di parlare ai non garantiti con parole di verità e senza illusionismi, o la rabbia agguanterà il presente.
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Angelucci ed il male italiano
>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Davide Giacalone
Scrivo su un tema di cui non so nulla, tanto per cambiare: le inchieste che coinvolgono i proprietari di questo giornale. Premetto: mi leggete quasi ogni giorno (grazie), ma metto piede in redazione ad ogni morte di papa (che si sono fatti longevi) con una totale libertà, che devo a Feltri. Non ho, pertanto, l’attenuante che qualcuno mi abbia chiesto quel che adesso scrivo, e spero non aggravi la posizione degli indagati, che non ho il piacere di conoscere. Veniamo a noi.
In beata ignoranza, osservo i sintomi della malattia italiana. 1. La sanità è e sarà fonte di scandali, perché è governata da personale politico di secondo, o terzo livello ed amministra la gran parte della spesa pubblica. I reati scoperti vanno perseguiti, naturalmente, ma è il sistema intero che va cambiato. 2. Perseguire i reati non significa sbattere gli indagati agli arresti e sulle prime pagine dei giornali, ma portarli davanti ad un tribunale ed ottenerne la condanna. Da noi, invece, le inchieste generano altre inchieste e per le sentenze si attendono lustri. 3. L’inquisizione è divenuta letteratura a ruota libera, prendendo spunto anche dalla pubblicistica. Se ti hanno indagato, magari poi anche assolto, resti comunque un “coinvolto in vicende giudiziarie”, che non significa una cippa, salvo autorizzare qualsiasi servo a sentirsi indipendente se parla male di te. 4. Tale prosa rimbalza anche negli atti giudiziari. Degli Angelucci si disse che usavano la stampa a fini lobbistici quando una parte della redazione dell’Unità si oppose a che divenissero proprietari. Così il giornale finì in portafoglio a Soru, che essendo eletto e candidato nel loro partito non lo utilizza, ma loro lo incensano per vocazione. La polemica è divenuta notizia di reato, e ora si trova nel mandato di cattura. 5. Un mandato di ottocento pagine non è più dettagliato, è un mostro ingestibile per lo stesso gip, che pure afferma di averlo letto e condiviso. 6. A fasi ricorrenti il capo famiglia diventa “ex portantino”, per alludere non della sua bravura, all’americana, ma della sua evidente sozzeria, all’italiana.
Dopo di che, si è innocenti fin quando non condannati. Può accadere ad ogni italiano, come anche a qualche migrante di passaggio. E’ malato, però, un Paese a mollo nella malagiustizia e nell’ipocrisia.