Rapporto quotidiano per Club azzurro la clessidra & friends

13 views
Skip to first unread message

MSN Gruppi

unread,
Dec 30, 2008, 6:46:23 AM12/30/08
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
Lampedusa al collasso, nuova maxi-ondata di sbarchi di clandestini

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Non si ferma la nuova ondata di sbarchi sull’isola. All'alba sono arrivate 247 persone. I clandestini si aggiungono agli oltre mille extracomunitari sbarcati nelle ultime 24 ore. Il centro di accoglienza è al collasso

Lampedusa - Nuovo maxi sbarco a Lampedusa. Questa mattina è approdato sull’isola un altro barcone con 247 migranti, tra cui 15 donne, intercettato da una motovedetta della Guardia costiera a mezzo miglio dalla costa. È il settimo sbarco consecutivo che si registra sull’isola, dove dal giorno di Natale sono giunti oltre 1.300 extra comunitari. Nel Centro di prima accoglienza, che in questo momento ospita circa 1.500 persone, la situazione è al collasso.
La nuova maxi-ondata Lampedusa resta in emergenza per i continui arrivi di immigrati. Dopo i 247 giunti all’alba di oggi, sono circa 1.500 le persone giunte a partire dalla notte della vigilia di Natale e in mattinata un gommone con a bordo una settantina di migranti è stato avistato a 50 miglia a Sud dell’isola. Nella zona sta operando la nave "Bettica" della Marina militare, con il coordinamento della Capitaneria di porto di Palermo impegnata anche nella verifica di altre due segnalazioni relative ad altrettanti barconi che sarebbero in rotta verso Lampedusa. Queste imbarcazioni al momento si troverebbero ancora in prossimità delle coste della Libia, e la Capitaneria di porto di Palermo sta cercando di tracciare la loro direzione. Un piccolo natante con a bordo un numero ancora non precisato di immigrati è stato individuato dalla Guardia costiera al largo dell’isola di Marettimo, la più remota della Egadi (Trapani), dove sono in atto le operazioni di soccorso.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Non si ferma l’ondata di sbarchi in Sicilia: a Linosa ci sono più clandestini che abitanti

Ieri pomeriggio, sulla più piccola delle Pelagie, è arrivato un barcone con trecentotrentuno persone a bordo. Il natante di 25 metri si è andato a schiantare sugli scogli.

Alcuni migranti sono finiti in acqua, ma sono stati recuperati dai soccorritori. Con il mare in tempesta, la Capitaneria di porto non ha potuto effettuare il trasferimento a Lampedusa. Linosa è sprovvista di un centro di accoglienza e pertanto, i clandestini sono stati sistemati alla meno peggio. In tanti anche in strada, mentre sull’isola, isolata dalle pessime condizioni meteo presto potrebbe potrebbe cominciare a scarseggiare il cibo.

Linosa non è minimamente pronta a dare ospitalità a tutta questa gente. La Prefettura di Agrigento si è messa al lavoro e da stamani dovrebbero effettuarsi dei trasferimenti tramite elicotteri. Non ci sono alternative considerato che il maltempo è destinato a proseguire. E nella tarda serata di ieri, un altro barcone con a bordo 234 persone, tra cui 4 donne, è stato soccorso a poche miglia da Lampedusa. Al Cpt la situazione è problematica. A fronte di 900 posti letto, ci sono oltre mille extracomunitari. Infatti, malgrado 500 siano stati trasferiti nella mattinata di ieri, con diversi ponti aerei, la struttura è sempre stracolma per i continui arrivi. Il maltempo, dovrebbe scoraggiare per i prossimi giorni gli organizzatori dei cosiddetti «viaggi della speranza».

-----------------------------------------------------------
Gaza: Israele ridimensiona Hamas e adesso spera nell'Egitto

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Intervista a Fiamma Nirenstein di Roberto Santoro

Due giorni fa Israele ha dato il via alla più massiccia operazione militare contro Gaza degli ultimi anni. Ci sono stati centinaia di morti e feriti. Ma l'infrastruttura terroristica di Hamas è stata pesantemente colpita e la maggioranza schiacchiante degli israliani è d'accordo con l'intervento. Ne parliamo con l'onorevole del Pdl Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati.

Centinaia di palestinesi stanno sconfinando in Egitto. Hamas ha definito l’attacco un complotto israelo-egiziano. La crisi di Gaza rischia di destabilizzare il Cairo?


E’ in corso da tempo un tentativo di spodestare l’Egitto nel suo ruolo di mediatore ed è la ragione per cui Mubarak ha tentato di smascherare Hamas come nient’altro che un emissario di Teheran e Damasco. Hamas è diventata il portabandiera sunnita della pretesa sciita iraniana di egemonizzare il mondo arabo, un tentativo a cui ovviamente l’Egitto si oppone. Hamas è una forza che è stata addestrata dagli ufficiali iraniani e che ha i suoi uffici di rappresentanza in Siria.

Lo scorso novembre l’Egitto aveva cercato di favorire un accordo tra Fatah e Hamas per promuovere l’unità del popolo palestinese – il Cairo lo faceva anche per difendere i propri interessi, certo, perché vuole bloccare la bomba a tempo di Gaza – ma Hamas fece saltare all’ultimo momento l’incontro addossando la responsabilità del fallimento sulle spalle di Abu Mazen.

Oggi mi ha colpito soprattutto la terribile manifestazione con le bandiere verdi di Hamas che è avvenuta sotto l’ambasciata egiziana di Beirut (secondo al Jazeera nel corso della manifestazione ci sarebbero stati dei feriti tra i militanti pro-Gaza e le forze dell'ordine libanesi intervenute per disperderli, ndr), che fa il paio con le parole piene di odio lanciate dal leader di Hezbollah, Nasrallah, che definisce Israele “un mostro che vuole ingoiare tutto il Medio Oriente”.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Dopo l’attacco israeliano, fonti dei servizi sanitari di Gaza hanno parlato di 300 morti e 800 feriti. Che riscontri ci sono su queste cifre?

Nessuno mette in dubbio che i morti ci sono stati. Israele ha colpito i centri del potere di Hamas, ci sono state numerose vittime durante una cerimonia delle forze di sicurezza locali, sono stati presi di mira gli uffici e le infrastrutture dei terroristi, i luoghi da dove i miliziani sparano i missili su Israele. Come al solito, Hamas aveva insediato questi agglomerati militari tra la popolazione civile. I morti dunque ci sono stati ma quanti civili? Forse non ci sono tutte questi vittime tra i civili.

Piuttosto andrebbe evidenziato che Israele ha compiuto una sofisticata operazione di intelligence prima di colpire i suoi obiettivi e un risultato, almeno fino adesso, l'ha ottenuto: ridurre Hamas a più miti consigli. Un obiettivo condiviso dai paesi arabi moderati che vogliono eliminare il potere statuale di Hamas a Gaza.

Israele potrebbe restare isolato dal punto di vista internazionale?


In realtà la risoluzione che si sta votando alle Nazioni Unite e le posizioni assunte dai membri del consiglio di sicurezza non vanno oltre una legittima preoccupazione per la sofferenza della popolazione civile e un rapido cessate il fuoco, senza esplicite condanne di Israele ma lanciando un appello alle parti affinché interrompano le attività militari. Quindi non credo che Israele resterà isolato.

Un caso a parte è quello di Sarkozy. Un atteggiamento, quello del presidente francese, che considero improprio. Sarkozy ha parlato di una “reazione sproporzionata” di Israele ma è una formula inappropriata. Il presidente si è mai domandato cosa vuol dire, per Sderot e le pacifiche città israeliane nella “linea verde”, essere bombardati per 6 o 7 anni di fila? Che significa non poter mandare a scuola i propri bambini? Dov’è, in che cosa consiste la “sproporzione” di cui parla Sarkozy? E' sensato che Hamas abbia diritto a bombardare le città israeliane? O Sarkozy crede che per ottenere la pace un popolo spartano come quello israeliano subisca senza reagire qualunque offesa?

Nel 2002 il presidente Sharon decise di reagire all’ondata di kamikaze palestinesi che aveva fatto un migliaio di morti nei bar e nei caffè israeliani e il mondo si ribellò. Quando Sharon iniziò la costruzione del cosiddetto “muro”, che muro non è, se mai è un recinto, e che in ogni caso è servito a diminuire gli attacchi, il tribunale penale internazionale condannò Israele. Questa pazzia ha cominciato a mitigarsi quando il mondo ha capito cos’è Hamas. Non riescono a togliermi davanti agli occhi l’immagine di quel cameriere di un ufficiale di Fatah che i miliziani di Hamas buttarono giù dal tredicesimo piano di un palazzo. Non ci sono parole per Hamas. Gaza doveva essere la “Piccola Singapore” del Mediterraneo e invece è diventata una rampa di lancio per i missili Qassam.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Un sondaggio israeliano rileva che oltre l'80 per cento della popolazione appoggia l’intervento a Gaza, ma la sinistra pacifista sostiene che Israele si sta rinchiudendo in se stesso e diventa aggressivo verso l’esterno. Come giudica queste voci minoritarie?

Gli israeliani sono stanchi di Hamas. Pensiamo alle dichiarazioni dello scrittore Amos Oz o alle posizioni assunte da alcuni partiti della sinistra israeliana. Ecco perché le idee dei pacifisti col tempo si sono rivelate sbagliate. L’errore fondamentale dei pacifisti sta nella formula “Land for Peace”, terra in cambio di pace. Questa idea è stata un fallimento. Non si scambia “terra in cambio di pace” se mai “pace in cambio di pace”. Quando non c’è reciprocità c'è qualcosa che non va.

Le formule pacifiste sono servite solo a deresponsabilizzare la popolazione palestinese, spingendola verso la pratica del terrorismo, alimentando l’antisemitismo, avvicinando i palestinesi all’integralismo islamico e generando l’attuale egemonia iraniana su Gaza. Tutto questo è passato come se niente fosse ed è anche colpa di slogan come “terra in cambio di pace”. Quello pacifista è stato un messaggio del tutto moralistico e insufficiente.

Quali saranno i riflessi dell’attacco a Gaza sulle prossime elezioni israeliane?

Non saranno fondamentali. Netanyahu è già avanti nei sondaggi. Kadima probabilmente è destinata a pagare alcuni errori che non sono tutti colpa sua, come nel caso dello sfortunato scontro con Hezbollah in Libano. E’ vero che tutto è in gioco. La roulette sta girando. Barak sta crescendo a spese di Kadima anche per le posizioni che ha assunto in merito all'operazione di Gaza. Netanyahu come primo ministro e Barak come primo ministro. Ci spero.

-----------------------------------------------------------
Russia, come lo stato si ingigantisce approfittando della crisi

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Stefano Magni

La crisi economica non ha penalizzato tutti. In tutto il mondo, a guadagnare dal crollo dei listini sono soprattutto gli apparati statali: hanno aumentato la loro legittimità (perché visti come salvatori) e il loro controllo sul mercato. Fra le élite politiche che hanno maggiormente guadagnato dalla crisi, ai primissimi posti troviamo sicuramente il Cremlino. Non è una novità: dal 2000 ad oggi, il controllo statale sull’economia russa è passato dal 5% ereditato da Eltsin al 65% attuale, dopo otto anni di era Putin, secondo i dati della European Bank for Reconstruction and Development. La crisi ha semplicemente accelerato questo processo, secondo quanto rivela uno studio del Centre for Eastern Studies, centro studi europeo con base a Varsavia.

Negli ultimi otto anni, la classe dirigente russa ha ri-nazionalizzato le imprese che erano state privatizzate, o erano nate, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Questo processo è avvenuto in modo plateale, circondato da una retorica simile a quella della vecchia Unione Sovietica: la lotta contro gli “oligarchi”, dipinti dai media come corrotti, in combutta con poteri forti stranieri, quasi sempre ebrei. Il caso più eclatante resta quello dell’imprenditore Mikhail Khodorkovskij, arrestato dalle forze speciali e gettato in galera nel 2003, poi condannato a otto anni di lavori forzati in Siberia, mentre la sua azienda petrolifera, la Yukos, veniva divisa e acquistata, pezzo dopo pezzo, dalla compagnia statale Rosneft. Altri due “oligarchi”, Boris Berezhovskij e Vladimir Gusinskij, erano già stati costretti a riparare all’estero. Un alto funzionario di Stato, in un’intervista “sfuggita” al quotidiano Kommersant, aveva rivelato i metodi delle nazionalizzazioni, chiamate anche ironicamente “aspirapolvere di Sechin” (dal nome del vicepremier), condotte da ex agenti Kgb con argomenti intimidatori. Dopo l’arresto plateale di Khodorkovskij, pochi hanno rifiutato le offerte del Cremlino.

Attualmente, settori-chiave quali i media, le banche, l’industria metalmeccanica (trasporti, motori, ecc...), l’industria energetica (gas e petrolio) e delle materie prime, più tutto ciò che concerne la produzione di armamenti, sono saldamente nelle mani dello Stato. E per di più, controllate da uomini della cerchia del presidente, quasi tutti provenienti dall’ambiente dei siloviki (militari e agenti del Kgb). Ormai gli uomini di Stato che contano hanno tutti avuto la loro esperienza “imprenditoriale”. Lo stesso Putin è stato presidente del direttorato della banca Vnesheconombank Veb, il vicepremier Igor Sechin ricopre lo stesso incarico nella Rosneft e un uomo di fiducia di Putin, l’ex ufficiale del Kgb Sergej Chemezov, è stato direttore generale di Rosoboronexport, l’agenzia che monopolizza l’esportazione di tecnologia militare all’estero. Allo stesso tempo, gli stranieri sono malvisti e lo Stato pone una serie di limiti alla loro presenza nel mercato russo. Tra il 2006 e il 2007, per esempio, la Shell non ha retto alle pressioni del Cremlino e ha dovuto cedere a Gazprom gran parte delle sue attività nell’isola orientale di Sakhalin.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Cosa è successo con la crisi economica? La Russia è stata colpita in modo molto duro. Da agosto a novembre, la Borsa ha perso il 60%. Ad aggravare la situazione è la caduta del petrolio, da 150 dollari al barile in agosto ai 40 (a volte anche meno di 40) di queste settimane. L’economia russa dipende in larga misura dalle esportazioni energetiche, quindi ora si trova a dover attingere dai fondi di riserva per coprire le spese già programmate. Il Pil russo, invece che del previsto 6%, rallenterà la sua crescita al 3% nel prossimo anno. Lo Stato russo si è così trovato di fronte la ghiotta occasione di subentrare in modo ancor più massiccio nell’economia. E l’ha colta al volo: 200 miliardi di dollari in piani di salvataggio, di cui 75 nel settore bancario, 7 nel mercato azionario, 5,5 al settore petrolifero, 50 a sostegno delle aziende “strategiche”, ma solo quelle in cui lo Stato ha già la sua golden share (come Gazprom, Rosneft e Lukoil). Aumenta anche il protezionismo: i dazi doganali per le automobili aumentano del 30%.

Questi aiuti non sono donazioni, e non sono gratuiti: lo Stato chiede in cambio di poter nominare nuovi uomini negli organi di management nelle aziende strategiche finanziate. E non sono misure che giungono da sole, ma in un periodo di grandi riforme politiche che stanno rendendo la Russia ancora più autoritaria. Il mandato presidenziale è stato aumentato da 4 a 6 anni, assieme alla durata della legislatura parlamentare (in un parlamento dominato per due terzi da partiti pro-Cremlino) da 4 a 5 anni. La legge contro il “tradimento”, che un tempo puniva solo i reati di spionaggio, dopo la crisi è stata estesa anche a tutti coloro che minacciano “sovranità nazionale” e “ordine costituzionale”, rendendo perseguibili (data la vaghezza dei termini) tutti coloro che contestano la linea e gli interessi del governo. Interessi privati, oltre che “nazionali”.

-----------------------------------------------------------
Anche Praga può dare la scossa a un'Europa in affanno

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Michele Marchi

Uno riguarda la contingenza politica e l’attuale lunga transizione dell’Unione europea, apertasi ad inizio XXI secolo e non ancora conclusa. L’altro è più direttamente legato al lungo periodo e dunque interroga la profondità storica e l’evoluzione del Vecchio Continente a partire dal post 1945.

Rispetto al primo punto il semestre di presidenza europea di Praga presenta senza dubbio alcune incognite, la maggior parte delle quali legate alla figura enigmatica e provocatoria del suo Presidente Klaus. Interrogato a proposito dei sei mesi di guida ceca dell’Ue, Klaus non ha esitato a ricordare che difficilmente in questo lasso di tempo accadrà qualcosa di significativo. A novembre, in visita di Stato a Dublino, ha deciso di incontrare l’uomo d’affari Declan Ganley, primo sponsor del “no” irlandese al Trattato di Lisbona e ha fraternizzato con lui definendosi “dissidente all’interno dell’Unione europea”. Ancora di recente, oltre a ribadire la sua contrarietà ad esporre la bandiera dell’Ue sul pennone del castello di Praga (l’Unione europea è a suo dire un’organizzazione sovranazionale come la Nato e l’Onu), ha rincarato la dose descrivendo l’Ue come una sorta di Giano bifronte: da un lato sinonimo di libertà e caduta delle frontiere, ma dall’altro simbolo di centralizzazione e burocratizzazione. Klaus ha poi concluso: “Per i cechi i valori europei sono la libertà, la libertà e ancora la libertà. Solamente in un quadro nazionale può essere garantita questa libertà”. Dunque l’Ue deve prepararsi ad un mutamento a 360 gradi? Dall’euro-attivismo di Sarkozy all’euro-scetticismo di Klaus?

Bisogna innanzitutto ricordare che, in base alla Costituzione della Repubblica Ceca, la gestione della politica estera è nelle mani del Primo ministro e l’attuale capo del governo Topolanek, pur condividendo alcune critiche di Klaus all’Unione, è comunque un leader politico pragmatico e realista. Ai primi di dicembre ha condotto e vinto una dura battaglia interna al partito di centro-destra ODS (abbandonato da Klaus proprio perché non sufficientemente euroscettico) nel corso della quale non poco ha pesato la questione della ratifica del Trattato di Lisbona. E a pochi giorni dall’apertura del semestre di presidenza si è più volte affannato a ribadire che i prossimi sei mesi saranno un successo. Topolanek ha ricordato che le priorità di Praga saranno tre: economia (crisi economica globale e G20 nell’aprile 2009), energia (approvvigionamento e lotta al riscaldamento climatico) e politica estera (con un occhio di riguardo alla spinosa questione del partenariato orientale). Al di là di questo elenco formale tutti concordano su un punto: il vero banco di prova del semestre sarà la grande tappa della ratifica del Trattato di Lisbona. Dopo il parere positivo della Corte costituzionale, Topolanek ha scelto di rinviare al 3 febbraio prossimo il voto parlamentare di ratifica. Una volta ottenuto il via libera parlamentare toccherà a Klaus apporre la sua firma, atto dovuto secondo la Costituzione ceca, che però il presidente della Repubblica potrebbe ritardare. Il rinvio di Topolanek è stato strategico, dal momento che al tema della ratifica del Trattato di Lisbona ha finito per sovrapporsi quello dello scudo antimissile e il pragmatico Primo ministro sa di non poter prescindere dal voto socialdemocratico, visti i malumori anti-europei che percorrono il suo partito, in grave crisi anche dopo le recenti batoste elettorali. Oltre ai rischi

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Se il rischio di una nuova interruzione del percorso di rinnovamento istituzionale dell’Ue sembra remoto (difficilmente il fronte euro-scettico dovrebbe prevalere nel Parlamento ceco), certamente il passaggio da una guida dell’Unione volontarista (Sarkozy), ad una pragmatica ed improntata al realismo (Topolanek) qualche rischio lo nasconde. Sui temi del clima Praga potrà davvero garantire quel protagonismo che dovrebbe portare l’Ue a svolgere un ruolo di primo piano alla conferenza di Copenaghen di fine 2009? La Repubblica Ceca, dopo aver subito 50 anni di dominio sovietico, sarà in grado di contribuire alla ripartenza del dialogo per una partnership realista e pragmatica con Mosca? E infine Praga, che non si trova all’interno dell’Unione monetaria, come potrà dare seguito alla creazione di quell’embrione di governo economico dell’Ue, abbozzato da Sarkozy nella sua decisione storica di riunire l’Eurogruppo a livello di Capi di Stato e di governo e di convocare la riunione straordinaria del G20 di Washington?

Questi dubbi sono tutti più che leciti, ma affinché il quadro risulti completo devono essere accompagnati da una riflessione che consideri le dinamiche di lungo periodo. Interrogare la storia più o meno recente della Repubblica Ceca aiuta a comprendere l’attitudine di una parte consistente della sua classe dirigente post 1989.

Bisogna innanzitutto tenere conto del ricordo ancora molto vicino del dominio sovietico e non dimenticare che la sfiducia nei confronti dell’Europa risente non poco della scelta occidentale, successiva alla Seconda guerra mondiale, di immolare i “fratelli dell’est” sull’altare della coesistenza pacifica.

Solo in questo modo è possibile comprendere il filo-americanismo di Praga, da declinarsi come appartenenza prima di tutto allo spazio atlantico di difesa (la Nato) e il suo conseguente e speculare anti-europeismo, da considerare nell’accezione di una deriva burocratica e accentratrice delle istituzioni di Bruxelles. L’europeismo nell’ottica di larga parte della classe dirigente ceca è sinonimo di libero scambio, liberismo economico e libera circolazione di merci e persone. Scorrendo la pagina di apertura del sito internet dedicato al semestre di presidenza ceco dell’Ue, spicca il riferimento ad un’ “Europa senza barriere”. Ebbene questa definizione assomiglia molto, almeno da un punto di vista politico-culturale, a quella della Comunità economica europea delle origini, quella dei Trattati di Roma.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Ecco allora che appare fondamentale, se si vuole comprendere l’importanza storica dell’avvio del semestre di presidenza della Repubblica Ceca, non soffermarsi soltanto sulle affermazioni provocatorie di Klaus e non impostare tutta la riflessione sul possibile scontro istituzionale Klaus-Topolanek. L’impatto, magari non del tutto indolore, con questo “europeismo dell’est”, dovrebbe innanzitutto ricordare quanta strada debba ancora compiere l’Unione europea che ha deciso il suo allargamento a 27 senza riflettere minimamente sui temi dell’identità e del passato storico, che non si è soffermata a progettare le modalità attraverso le quali integrare due nuclei di Paesi che hanno vissuto esperienze storiche profondamente differenti.

Bisognerebbe inoltre sforzarsi di uscire dai luoghi comuni che descrivono il nucleo di Paesi fondatori come dominati da un saldo europeismo e i nuovi venuti attraversati da pericolose pulsioni euroscettiche. Se vi è crisi e sfiducia nei confronti dell’Ue, il discorso non può essere limitato esclusivamente ai Paesi dell’est. Anzi i recenti dati Eurobarometro relativi alla Repubblica Ceca sono per certi versi confortanti. Alla domanda se l’appartenenza all’Unione europea possa essere considerata un dato positivo, il 46% dei cechi risponde affermativamente. Se la media dell’Ue a 27 è del 53%, il dato ceco risulta molto superiore a quello italiano (40%), a quello inglese (32%) e non lontano da quello francese (49%). I cechi sono poi fortemente convinti che l’adesione all’Ue porti benefici alla propria vita (62% la pensa in questo modo), contro il 41% degli italiani, il 51% dei francesi e il 39% degli inglesi (la media dell’Ue-27 è del 56%). Infine il 44% dei cechi ha un’opinione molto positiva dell’Unione, quando la media Ue-27 è del 45% e quella italiana si ferma ad un misero 46% (così come quella francese).

Dunque senza sottostimare i rischi di questo avvio di semestre della Repubblica Ceca bisognerebbe ricordarne anche le opportunità. Magari sottolineando la portata storica dell’evento: il primo Paese dell’ex blocco sovietico alla guida dell’Europa unita. E non dimenticando il contributo alla costruzione di una comune identità europea fornito da personalità come Jan Patocka e Vaclav Havel (e gli altri dissidenti del movimento Charta 77) che nel corso degli anni Settanta hanno combattuto il totalitarismo comunista anche in nome di un ritorno all’identità spirituale dell’Europa. Non bisogna certo trascurare le intemperanze di Klaus, ma allo stesso modo bisogna ricordare le parole di Havel: “Il dovere dell’Europa consiste oggi nel ritrovare la sua piena coscienza ed assumersi la sua piena responsabilità”.

Anche Praga, dopo Parigi, potrà portare un contributo fondamentale al lento e faticoso percorso di costruzione di una reale, e non solo immaginaria, integrazione europea.

-----------------------------------------------------------
Cambio di regime in Sudan

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Intervista a Talha Gibriel di Roberto Barducci

Talha Gibriel è uno dei maggiori oppositori del governo sudanese. Giornalista, politico e scrittore, è il capo-redattore di Asharq Al-Awsat, un grande quotidiano del mondo arabo. Gibriel, nato nel Nord del Sudan, cioè nella parte araba del Paese, è autore di numerosi libri sul pluralismo politico. Da trent’anni, infatti, si occupa di promuovere la democrazia in Sudan, opponendosi all’imperialismo arabo sulle popolazioni africane. Gli abbiamo chiesto cosa sta accadendo nel Paese e qual è la situazione in Darfur, la martoriata regione che vive da anni un brutale genocidio. Potrebbe esserci un intervento diretto degli Stati Uniti?

Qual è la causa degli interminabili conflitti che insanguinano il Sudan fin dalla sua indipendenza?

Il motivo principale è la mancanza di democrazia. Il Sudan è un paese con numerose etnie ognuna con la sua storia e cultura. Il governo centrale nel Nord del Sudan si è sempre opposto al pluralismo politico e religioso, pertanto l’assenza di libertà e la marginalizzazione delle popolazioni sono le cause scatenanti dei conflitti che hanno gettato il paese nel caos. Ci sono state guerre nella parte orientale del paese, dove vive la tribù autoctona dei Bija; nel meridione, dove a farne le spese sono state le popolazioni africane e cristiane; nel Darfur, dove vivono sia africani che arabi, entrambi di fede musulmana.

Qual è la situazione in Darfur?

Siamo davanti a una delle peggiori crisi umanitarie di questo secolo, e a soffrire sono sia la popolazione africana che la popolazione araba. La regione è stata marginalizzata dal governo centrale che vuole mantenere il controllo senza rispondere alle sue richieste di autonomia e togliendo le risorse alla popolazione. Dall’altro lato, i ribelli africani del Darfur sono più preoccupati dei propri interessi politici, che della crisi nella regione.

Per quale motivo accusa anche i ribelli del Darfur?

Esistono due gruppi principali, uno è il Justice and Equality Movement (JEM) e l’altro è il Sudan Liberation Movement (SLM). La guerra in Darfur è iniziata nel 2003, quando questi movimenti hanno attaccato il governo centrale di Khartoum, proprio mentre il paese stava mettendo fine alla ventennale guerra civile con il Sud del Sudan. Il JEM è guidato da Khalil Ibrahim, leader della tribù Zaghawa, il cui territorio si estende fino al Ciad. Khalil, prima di diventare un ribelle, era un membro del regime sudanese e un fedele dell’islamista Hassan Turabi, la mente del colpo di Stato del 1989 che ha visto la salita la potere dell’attuale presidente Omar Bashir. Khalil, pertanto, era stato nominato ministro nel Sud del Sudan, dove portò avanti ogni genere di massacri contro la popolazione. Quando Turabi abbandonò Bashir, Khalil decise di lasciare il governo, ma voleva conservare una posizione di rilievo. Tornato in Darfur divenne il capo del JEM. In una intervista rilasciata ad Asharq Al Awsat qualche anno fa, Khalil affermava di volere costruire un impero islamico che includesse vari paesi della regione. E’ chiaro che il suo obiettivo principale non è preoccuparsi di difendere i diritti umani della popolazione. A spingerlo è unicamente la propria ambizione personale.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
E il movimento SLM?

Il gruppo inizialmente era formato da Minni Minawi, membro della tribù Zaghawa, e da Abdulhawid Mohammed Nur, membro della tribù Fur, dal quale prende nome il Darfur ("Terra dei Fur"). Nel 2006 i due leader si separano. Minawi accetta di firmare un accordo di pace con il governo, e diventa il consigliere del presidente Bashir, nonostate le responsabilitá di quest’ultimo negli eccidi che hanno sconvolto la regione. Nur, invece, decide di non firmare il trattato ma di andare a vivere comodamente a Parigi, mentre il suo popolo viene massacrato dal governo centrale, che finanzia di Janjaweed, i feroci miliziani arabi del Darfur.

Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha dichiarato che sul Darfur dovrebbe essere imposta una no-fly zone. Susan Rice, la nuova ambasciatrice degli Usa alle Nazioni Unite, ha parlato di un intervento diretto in Sudan. Che ne pensa?

Il Sudan è un paese complesso, e spesso l’Occidente parla di Darfur senza nemmeno sapere dove sia o che cosa stia accadendo. Il Darfur è un’area grande quanto la Francia. Com’è possibile dichiarare una regione così vasta una “no-fly zone”? Un’azione militare diretta, poi, porterebbe l’esercito statunitense in una situazione difficile, lasciando Washington isolata dal punto di vista internazionale. Nel 2011 ci sarà un referendum per la autodeterminazione nel Sud del Sudan, in base agli accordi internazionali firmati nel 2005 con il governo di Khartoum (Comphensive Peace Agreement, CPA). Pertanto il Sud del Sudan, che poteva essere l’alleato degli Stati Uniti, diventerà probabilmente indipendente e i suoi leader non hanno intenzione di essere coinvolti in una lotta per il Darfur. Molti miliziani che hanno compiuto massacri nel Sud del paese erano anche africani del Darfur. Il problema del Darfur è in ogni caso il governo centrale di Khartoum. E’ necessario cambiare regime. Nel 2009 ci saranno le elezioni come indicato dal CPA. La comunità internazionale devo impegnarsi per assicurare che questa tornata elettorale abbia effettivamente luogo. Il procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale, Luis Ocampo, ha richiesto un mandato di arresto internazionale per il presidente Bashir. Purtroppo quest’ultimo userà il mandato come pretesto per rinviare il voto.

C’è una soluzione per il Darfur?

L’unica è l’autodeterminazione. Alcuni intellettuali sudanesi sostengono che nel Paese dovrebbe essere applicato il federalismo. Personalmente ritengo che la pace potrà esserci soltanto quando alla popolazione africana del Darfur sarà riconosciuta l’indipendenza. Solo in questo modo metteremo un freno alla ferocia del governo di Khartoum.

-----------------------------------------------------------
Cai a un passo dal decollo

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Giuseppe Pennisi

Per chi segue le privatizzazioni in Italia, il 2008 è stato l’anno dell’Alitalia. In effetti, nel 2006 il Governo allora uscente aveva lasciato nel cassetto (per l’Esecutivo entrante) un vasto programma di privatizzazioni: non solo la compagnia di bandiera, ma anche Enel, Eni, Poste, Rai, servizi pubblici locali. Nei due anni di Governo Prodi si è concluso poco o nulla negli altri capitoli e la privatizzazione di Alitalia – seguita con attenzione da “L’Occidentale” – è stata pasticciata in modo inconcludente. Il nuovo Governo – risultato dalle elezioni della primavera scorsa – è entrato in carica nel bel mezzo di una lunga e profonda crisi finanziaria che non solo ha rallentato le privatizzazioni in tutto il mondo ma ha in molti Paesi (Usa in primo luogo) ha riportato la mano pubblica nel capitale di banche ed imprese tramute salvataggi di varie forme e guise.

Quindi, è prevalentemente sulla denazionalizzazione di Alitalia (a cui si soni aggiunte quelle di Cinecittà Studios e di Tirrenia) che si è operato.

Quale è il consuntivo? A fine anno, la Cai è pronta al decollo in programma per il 12 gennaio quando avrà verosimilmente ripreso il nome di quella che fu la compagnia di bandiera. Il 12 gennaio – attenzione – ci sarà probabilmente uno stop tecnico (non sindacale) dei voli per alcune ore: se il blocco non è ben organizzato, il traffico sui cieli italiani potrebbe andare in tilt con ripercussioni in tutta Europa. E’ un primo test d’efficienza del nuovo management e della nuova compagine azionaria. Se fallisce, le conseguenze sul piano di mercato (e di reputazione internazionale) saranno gravissime.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Gli sforzi per fare partire la nuova compagnia sono stati notevoli. I contribuenti italiani si sono accollati parte importante dei costi del doppio salvataggio (AirOne boccheggiava tanto quanto Alitalia). Sono stati contrappuntati dalle resistenze corporative di categorie che hanno sempre visto come la funzione di Alitalia non fosse il trasporto aereo ma la tutela di diritti (e privilegi) dei propri dipendenti. Ciò ha reso più difficile il percorso della privatizzazione e ha fatto perdere punti alla compagnia in una fase in cui la crisi finanziaria ed economica internazionale hanno reso la concorrenza più agguerrita.
Nei primi 11 mesi del 2008, il traffico aereo europeo ha subito una flessione complessiva dell’1% (ma ben del 9% se si raffronta il novembre dell’anno che sta per terminare con il novembre 2007). Molte compagnie hanno perso quote del mercato mondiale. Quella dell’Alitalia ha subito un tracollo del 47,5% : dal 6,4% nel novembre 2007 al 3,4% nel novembre 2008- mentre Lufthansa, AirFranceKlm, e British Airways ne hanno guadagnate rispettivamente del 4,5%, dell’1,2% e dell’1,5%. Quindi, la nuova compagnia parte indebolita in generale e soprattutto in confronto ai maggiori concorrenti europei. “L’Occidentale” ha anticipato più volte questo risultato chiosando le vicende della privatizzazione quasi settimanalmente dal dicembre 2006.

Quali le prospettive? Qualcosa si può fare per ampliare la gamma dei servizi e migliorarne la qualità al fine di riconquistare parte del mercato perduto. Tuttavia, a mio giudizio, si è di fronte ad un trilemma strategico:
A) Accontentarsi di essere una compagnia regionale, a bassi costi per tutti, con pochi voli intercontinentali ed enfasi sul mercato europeo ed in particolare italiano. Ciò impone – si badi bene – ulteriori tagli nelle strutture e nel personale.
B) Accettare al più presto un partner straniero che, di conseguenza, diventerà azionista di riferimento (AirFranceKlm, Lufthansa ed anche British Airways guardano con interesse al mercato italiano) e sarà di fatto “il fratello maggiore” all’interno della compagine azionaria.
C) Tentare , per due-tre esercizi, di giungere ad un attivo di bilancio con le strutture (slots in primo luogo) ed il personale che si ha e senza “grandi fratelli” e se i conti non tornano, chiudere definitivamente la partita e dare ciò che resta al migliore offerente (sempre che ce ne sia uno).

Il punto B è la strada più promettente. Buon Anno, Alitalia.

-----------------------------------------------------------
La "settimana corta" del Governo e quella dei sindacati

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Giuliano Cazzola

Se mai si aprirà, il confronto sulla "settimana corta" non sarà una passeggiata. Le posizioni del Governo non sono le stesse dei sindacati, quanto meno della Cgil.

Il ministro Sacconi lo ha riconosciuto indirettamente nelle più recenti interviste. Sinceramente preoccupato della possibile evoluzione della crisi e delle sue ripercussioni sull’occupazione, Sacconi sta facendo ogni sforzo per reperire un ammontare di risorse adeguato a fronteggiare la situazione attesa nei prossimi mesi. Per lui la proposta della settimana corta dovrebbe avere una precisa finalità: quella di responsabilizzare le parti sociali a cercare soluzioni a livello aziendale, attraverso nuovi regimi d’orario, senza precipitarsi subito – e senza esperire alcun tentativo in sede sindacale - a chiedere l’intervento dello Stato attraverso l’erogazione delle classiche prestazioni sociali a sostegno del reddito.

Non a caso Sacconi ha invitato le imprese a non abusare degli ammortizzatori sociali. Lo ha fatto "parlando a nuora perché suocera intenda" ovvero perché anche i sindacati comprendano che il conto dell’emergenza non potrà essere inviato al solito Pantalone. In sostanza, laddove si stipuleranno intese per lavorare quattro giorni alla settimana anche la retribuzione sarà ridotta proporzionalmente; e
non sarà automatica l’integrazione dello Stato. I sindacati, invece, pensano che si possa lavorare quattro giorni, ma a retribuzione piena, in quanto saranno gli ammortizzatori sociali a colmare la differenza.

A tale prassi si riferisce Guglielmo Epifani quando subordina la disponibilità della Cgil al fatto che non ci siano "furbizie". Del resto, il Governo non è in grado di trovare gli stanziamenti che sarebbero necessari per estendere gli ammortizzatori sociali alle categorie che oggi ne sono prive, compresi coloro che non hanno rapporti di lavoro stabili. Il ministro Sacconi intende convincere la Ue e le Regioni sulla possibilità di impegnare parte del Fondo sociale europeo per finanziare interventi a sostegno del reddito e dell’occupazione, purchè tali prestazioni abbiano anche un alto contenuto formativo e di ri-professionalizzazione.

Non è detto che tale operazione abbia successo. Anche se l’esito sarà favorevole in via di principio, non sarà agevole sicuramente darvi corretta e puntuale applicazione. Nell’immediato si porrà un problema di ripartizione di tali nuove risorse, in quanto c’è il rischio di trasferire al Nord (perché lì saranno il maggior numero di ore di cassa integrazione) risorse che, altrimenti, andrebbero in buona misura al Sud.

Ci saranno poi da superare le resistenze localistiche della Lega Nord che non vedrebbe di buon occhio l’istituzione di un fondo per l’occupazione, con forti contenuti di flessibilità, ma gestito a livello centrale. Comunque, sarà bene seguire lo svolgersi degli eventi, a partire dalla ripresa post-festiva, quando, nella Commissione Bilancio della Camera, comincerà ad entrare nel vivo la discussione e la conversione in legge del decreto n. 185 del 2008 (il c.d. decreto anticrisi).

-----------------------------------------------------------
Capodanno s'avvicina ed è tempo di bilanci. Soprattutto in economia

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Prodi-Berlusconi: festività a confronto
di Piercamillo Falasca

Fine anno: tempo di bilanci, tempo di ricordi. Guardiamo alle vicende dell’oggi, la crisi economica e l’abiura frettolosa del libero mercato, gli ammortizzatori sociali insufficienti e l’insostenibilità delle pensioni ai cinquantottenni, il calo dei consumi e le tensioni di finanza pubblica. Ci viene in mente, come d’incanto, un’epoca lontana: le festività natalizie nell’anno del Signore 2007. Chiudiamo gli occhi e, come in un sogno, appaiono quei giorni. La crisi dei mutui subprime americana era già evidente, eppure essa appariva sufficientemente lontana, tanto da avere per l’economia europea conseguenze accettabili. Ad occupare le attenzioni dell’Italia era la crisi politica della maggioranza di centrosinistra e le vicissitudini del governo Prodi. Scuri nuvoloni referendari si addensavano all’orizzonte (a gennaio la Consulta avrebbe deciso per l’ammissibilità dei quesiti in materia elettorale di Segni e Gazzetta) e turbavano la quiete di Clemente Mastella, ancora ignaro del terremoto giudiziario che nel giro di qualche settimane avrebbe abbattuto il suo castello politico. Lamberto Dini e i suoi minacciavano di staccare la spina ad un governo troppo condizionato dalla sinistra massimalista. Walter Veltroni, già leader del Pd, prometteva e seduceva. Nolente o forse molto volente, demoliva. Nel centrodestra, Silvio Berlusconi aveva annunciato dal predellino di un’auto la nascita di un nuovo partito, spiazzando ad un tempo Fini, Casini e commentatori politici. Giulio Tremonti, elogiando Marx e preconizzando una crisi di matrice orientale dovuta all’eccessiva apertura commerciale, tuonava contro le banche e aveva in gran dispitto gli speculatori del petrolio. Probabilmente aveva già in animo la Robin Hood Tax.

Nella conferenza-stampa di fine anno, Romano Prodi definiva i dodici mesi appena trascorsi “l’anno del risanamento”. In realtà, si trattava di un risultato permesso dal forte aumento delle entrate dovuto essenzialmente a due fattori, l’aumento delle tasse e la congiuntura economica timidamente positiva. Non diceva il premier che, per la prima volta negli ultimi decenni, il suo governo aveva compiuto l’improvvida scelta di peggiorare il deficit tendenziale, riportandolo sopra il 2 per cento del Pil con una manovra di espansione della spesa pubblica. L’anno che volgeva al termine aveva visto uno spettacolare spreco di risorse pubbliche – il “tesoretto”, l’extra-gettito di quasi 11 miliardi di euro, frutto di stime volutamente errate sulle entrate – sottratte a destinazioni più utili al Paese: il risanamento dei conti, il taglio delle tasse, il miglioramento del sistema di ammortizzatori sociali. Il futuro appariva roseo. Padoa Schioppa e Visco scrutavano all’orizzonte nuovi tesoretti e annunciavano agli italiani che nel 2008 ci sarebbe stato un taglio dell’Irpef. Non si scendeva nei particolari - a chi il taglio e quanto - per non urtare la suscettibilità di quella sinistra che non avrebbe ammesso altra misura che il sostegno ai redditi medio-bassi.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
La preoccupazione principale degli italiani era il caro-mutui: sulla stampa e per le strade si parlava di “livelli record” e si invocavano provvedimenti governativi, come il congelamento dei tassi. In realtà, i tassi degli ultimi mesi del 2007 erano in linea con i valori registrati nel 2006 e superiori di appena un punto percentuale ai minimi storici del 2005. Il problema, come al solito, avrebbe dovuto essere affrontato in un’ottica differente rispetto all’approccio consumerista che il ministro Bersani aveva adottato nei mesi precedenti. Ciò che davvero affaticava gli italiani era il livello stagnante dei salari. La causa, più che decennale, si chiamava (per la verità, si chiama ancora) produttività. I sindacati chiedevano una immediata detassazione dei salari per i lavoratori dipendenti: in realtà, sottolineava ad esempio Benedetto Della Vedova, la triplice chiedeva un “aiuto di stato” per la propria incapacità di accettare le riforme nel mercato del lavoro. Come definire altrimenti una misura che per ridurre le imposte ai lavoratori dipendenti avrebbe finito per aumentarla ad autonomi ed imprese, con effetti negativi sulla produzione e sulla crescita? Le risorse che avrebbero potuto permettere una riduzione delle imposte a tutti (dipendenti, autonomi e imprese) erano volate via, svanite come erano comparse.

Per un alcune centinaia di migliaia di lavoratori attempati ma ancora nel pieno delle loro forze, le feste natalizie del 2007 rappresentavano uno sventato pericolo: il Parlamento aveva appena “ratificato” (è il caso di dirlo) il protocollo sul Welfare sottoscritto dal governo e dai sindacati, che prevedeva l’abolizione dello scalone Maroni e l’introduzione di dolci e graduali scalini. Dal primo gennaio 2008 non si sarebbe maturata la pensione di anzianità a 60 anni ma a 58. Per la prima volta in Occidente negli ultimi decenni l’età pensionabile veniva abbassata, caricando sul bilancio pubblico ben 10 miliardi di euro per i successivi 10 anni. Molti padri brindavano per la novità, molti figli avrebbero pagato il conto da lì a pochi mesi, quando - con lo sbarco in Europa della crisi economica - in tanti avrebbero perso il lavoro.

All’improvviso ci si sveglia. Ma le immagini e le sensazioni del sogno restano vive, almeno per qualche minuto. E abbiamo il tempo di accorgerci di quanto irresponsabile e miope fosse quella che solevano chiamare “serietà al governo”. Quanta strada persa che si sarebbe potuta percorrere. Quante provviste avrebbe potuto mettere da parte il Governo, prima che arrivasse la bufera, invece di procedere sulla base della contingenza. Bufera che – al contrario di quanto prevedeva l’allora oppositore Tremonti, oggi ministro dell’Economia - è venuta da Occidente, non da Oriente. Il prezzo del petrolio è così basso da paventare rischi di deflazione, la relativa tenuta dell’economia cinese frena gli effetti negativi della recessione, l’Italia e gli altri paesi occidentali hanno attivato robusti piani di sostegno al sistema bancario per salvarlo dal collasso. Guai a chi, come ha fatto il Governo Prodi, si fa guidare dalla contingenza e non si copre dai rischi del futuro. Ma attenzione anche a chi si innamora troppo delle proprie previsioni. Historia magistra vitae.

-----------------------------------------------------------
Chiesa. Brunetta: "Papa assuma lavoratori in nero del Vaticano"

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Schietto il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che dopo l' appello del Papa contro il precariato dalle colonne della Stampa commenta: "Benedetto XVI ha fatto bene a denunciare che il precariato toglie dignità al lavoro. Io purtroppo posso testimoniarlo in prima persona. Adesso, però, mi aspetto che il Santo Padre dia personalmente il buon esempio assumendo tutti quelli che lavorano in nero per il Vaticano".

Brunetta torna poi a parlare del fondo di solidarietà aperto dall'arcivescovo di Milano: "Ognuno, secondo me, dovrebbe tornare a fare il proprio mestiere e la Chiesa il suo lo fa molto bene, ma qualche volta sembra voler investire un po' troppo su operazioni di mera immagine".

"Io non sono credente - chiarisce . Ho però un grandissimo rispetto per la funzione che la Chiesa svolge a vantaggio dei giovani, degli anziani, dei diversamente abili. E apprezzo anche molto questa iniziativa di istituire un fondo di solidarietà. Mi limito a rilevare che qualcosa in più si poteva fare, dato che quei soldi la Chiesa li riceve comunque dallo Stato".

"Non è possibile - conclude il ministro - che lo Stato possa essere il bersaglio di qualunque critica, come se fosse il ricettacolo di tutti i mali, e nessuno possa mai dire alcunché della Chiesa. Adottiamo un criterio di reciprocità, che è poi quello evangelico della pagliuzza e della trave. O no?"

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
E sarebbe anche ora!

-----------------------------------------------------------
Le ragioni di Israele e le colpe di Hamas

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Fausto Carioti

Le bombe sganciate dagli aerei con la stella di David sui miliziani di Hamas nella striscia di Gaza sono manna dal cielo per i tanti nemici di Israele che popolano le redazioni delle agenzie, dei telegiornali e dei quotidiani europei.

«Oltre 200 morti» e «carneficina» sono le espressioni che rimbalzano nei titoli e nei primi commenti. Il tutto viene farcito con le foto dei civili palestinesi disperati e degli edifici colpiti, dove il rischio, come sempre quando di mezzo c’è Israele, è che la tragedia vera si mescoli alla messinscena (forse qualcuno ricorda Adnan Hajj, il fotografo libanese dell’agenzia Reuters che nell’estate del 2006 ritoccava al computer le fotografie dei bombardamenti israeliani su Beirut per farle apparire più cruente, o le scenografie organizzate da Hezbollah, che davanti alle telecamere occidentali faceva accendere le sirene alle ambulanze vuote allo scopo di “drammatizzare” la situazione). Quindi lo Stato di Israele è malvagio ed è «come il Terzo Reich» (tempo qualche ora e qualcuno tornerà a dirlo), e le Nazioni Unite e la comunità internazionale devono intervenire per far cessare il «massacro». Insomma, antisemiti e antisionisti possono finalmente rialzare la testa, e in queste ore per loro sembra tutto davvero molto facile. Basta tacere sull’altra metà (una metà molto abbondante) della storia e il gioco è fatto.

I morti della striscia di Gaza, infatti, prima che a Israele debbono essere imputati ai fedayn di Hamas, il movimento di resistenza legato ai Fratelli Musulmani, che nel gennaio del 2006 ha vinto le elezioni palestinesi promettendo la distruzione di Israele, nel 2007 si è sbarazzato dei suoi alleati “moderati” di Al Fatah, uccidendoli casa per casa ed assumendo così il pieno controllo della striscia di Gaza, e pochi giorni fa ha dichiarato di considerare chiusa la tregua scaduta il 19 dicembre e durata sei mesi, durante i quali i proiettili di mortaio e i razzi Qassam costruiti in garage dai miliziani di Hamas avevano continuato a piovere sulle case e le strade dei territori nel sud di Israele. A ufficializzare la rottura della tregua, negli ultimi giorni i razzi diretti contro Israele erano aumentati, anche se la loro costruzione approssimativa aveva fatto sì che le uniche vittime fossero due sorelline palestinesi, di 5 e 13 anni.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
La verità è che la tregua è stata un’eccezione: per Hamas la normalità sono la guerra contro Israele e i morti che ne derivano, e anche questa volta è riuscita ad ottenerli. La vera ragion d’essere dell’organizzazione palestinese, infatti, non è trattare con lo stato d’Israele, ma distruggerlo. «Cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione», si legge nello statuto di Hamas, che - ovviamente - intende per Palestina anche ogni zolla di terra dello Stato d’Israele. Così come debbono essere distrutti tutti gli ebrei, secondo l’indicazione di Maometto: «L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno». Perché Hamas non è paragonabile a quei partiti occidentali che, sebbene invischiati con il terrorismo, hanno obiettivi politici e con i quali, quindi, si può trovare un accordo. È un’organizzazione religiosa e militare che (articolo 1 dello statuto) «dall’Islam deriva le sue idee e i suoi precetti fondamentali, nonché la visione della vita, dell’universo e dell’umanità; e giudica tutte le sue azioni secondo l’Islam».

Essendo lo scopo di Hamas l’attuazione della volontà di Allah, che premia i suoi martiri con 72 mogli vergini e altre ricompense ultraterrene, ogni tentativo di stringere accordi con i fedayn palestinesi è destinato a fallire e ogni tregua può essere solo temporanea e funzionale al riarmo in vista della nuova aggressione a Israele. Per lo stesso motivo, ogni equivalenza morale tra Hamas e Israele è impossibile. Da un lato, infatti, non c’è nessun rispetto per la vita, nemmeno per la propria («È nostro diritto difenderci con tutti i mezzi possibili, ivi compresi gli attentati suicidi», ha ribadito nei giorni scorsi un portavoce di Hamas), si puntano i razzi contro gli insediamenti civili israeliani, allo scopo di fare quanti più morti possibile, e si annidano i propri combattenti, primi tra tutti i poliziotti di Hamas, negli stessi edifici in cui vivono le famiglie palestinesi: sia per usarle come scudo, sia perché ogni civile ucciso per errore da un razzo israeliano è un’arma in più per la propaganda. Sul fronte opposto, invece, c’è chi fa il possibile per colpire solo gli obiettivi militari e ridurre al minimo il numero delle vittime civili. I primi dati dicono che il 95 per cento delle bombe israeliane sganciate ieri ha raggiunto l’obiettivo e lo stesso ministro degli Interni di Hamas ha dovuto ammettere che tutte le infrastrutture della sua organizzazione nella striscia di Gaza, incluso il quartier generale, sono state colpite, a conferma della precisione del raid.

Per inciso, l’atteggiamento guerrafondaio dei miliziani palestinesi è anche la sconfitta di quei governi europei, tipo quello guidato da Romano Prodi, che lo scorso anno avevano scommesso su Hamas, convinti che l’organizzazione terroristica, chiamata a governare, sarebbe diventata un interlocutore politico affidabile per Israele e i paesi occidentali. Certo, la tragedia vera è quella dei palestinesi, che autentici macellai desiderosi di scatenare l’Armageddon su Israele hanno trascinato sotto il fuoco degli aerei nemici. Ma è anche vero che questi macellai i palestinesi se li sono scelti come rappresentanti, mediante libere elezioni alle quali Hamas si era presentata promettendo quello che ha poi realizzato.


-----------------------------------------------------------
Obama starà al fianco di Gerusalemme

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Giuseppe De Bellis

Obama non parla perché non può. «C’è solo un presidente in carica ed è Bush». Segue e aspetta. Ha saputo degli attacchi israeliani cinque minuti prima che i caccia di Gerusalemme sganciassero le bombe.

L’ha chiamato Condoleezza Rice, subito dopo aver telefonato al presidente Bush. L’America sapeva, l’America non poteva intervenire, l’America non voleva intervenire. Il clan Obama non può ancora mostrare come vorrà muoversi nel caos israelo-palestinese. Continua a ripetere il ritornello dell’unico presidente in carica come una specie di mantra di avvicinamento al 20 gennaio. Il mondo si chiede se questo è l’ultimo colpo di coda dell’Amministrazione Bush o il primo accenno dell’idea della politica estera obamiana. Forse è semplicemente la stessa cosa. Perché l’idea per il Medio Oriente del presidente uscente non è diversa da quella del suo successore: lo dice la scelta di confermare Gates alla Difesa, così come quella di aver dato il Dipartimento di Stato a Hillary Clinton. Allora il 20 gennaio potrebbe essere solo una data simbolica: sottotraccia lo staff del presidente sta lavorando alla strategia mediorientale da prima dell’elezione. E la strategia, al di là delle potenziali uscite pubbliche fino al giorno dell’insediamento, sarà di appoggio quasi incondizionato a Israele. I palestinesi erano stati avvertiti più volte dal futuro presidente: «L’America è amica di Israele. Io sono amico di Israele».


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
E il team del presidente eletto ieri ha fatto capire che l’attacco israeliano alle postazioni militari di Hamas è condiviso. Gli uomini comunicazione obamiani hanno fatto circolare il retroscena dell’ultima visita di Barack in Israele. L’estate scorsa, da candidato alla Casa Bianca, Obama andò a Sderot e fece un discorso forte, deciso, chiaro: «Se qualcuno lanciasse missili sulla casa nella quale stanno dormendo le mie figlie, non aspetterei un solo attimo per fare tutto quello che è nelle mie possibilità per fermarlo. E credo che Israele stia facendo altrettanto». Sderot perché è l’obiettivo principale dei razzi Qassam palestinesi che arrivano da Gaza. Obama adora i simboli e questo ritorna il giorno dopo l’attacco israeliano a Gaza. Non ci sono casualità nella sua tattica comunicativa, ma solo punti da mettere in connessione: Barack non parla, ma veicola lo stesso il suo messaggio. Chi vuole capire capisca. E allora adesso l’America e il mondo sanno che il presidente Barack sta con Gerusalemme perché Gerusalemme si difende anche quando attacca. Punto fermo, Israele. Lo è stato in campagna elettorale con l’aiuto della lobby ebraica che l’ha appoggiato e lo è stato nelle scelte fatte per la sua squadra: gli uomini filo-israeliani del team del presidente eletto sono potenti e influenti. Si comincia dal vicepresidente Joe Biden e si va avanti con il capo di gabinetto Rahm Emanuel. Obama ha elaborato con loro la strategia mediorientale del suo mandato: controllare l’Iran considerato «un problema per l’umanità», sì a uno Stato palestinese, ma solo se sarà garantito il diritto all’esistenza e alla totale sicurezza di Israele. In altre parole, il concetto è far fuori Hamas dalla scena politica. Quando? Subito. Come? La guerra è una possibilità contemplata. Non deve decidere Washington, ma Gerusalemme: l’Amministrazione americana deve solo garantire il sostegno. E quello c’è ora, ci sarà il 20 gennaio. Ci sarà anche dopo.

-----------------------------------------------------------

Per interrompere la ricezione di questo messaggio o modificare la frequenza di ricezione, vai a Impostazioni posta elettronica.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/_emailsettings.msnw

Se hai dimenticato la password e vuoi maggiori informazioni, visita il Servizio utenti di Passport.
http://groups.msn.com/_passportredir.msnw?ppmprop=help

Per inviare domande o commenti, passa alla pagina Scrivici.
http://groups.msn.com/contact

Se non vuoi ricevere altri messaggi di posta elettronica da questo gruppo MSN o se hai ricevuto questo messaggio per errore, fai clic sul collegamento "Elimina". Nel messaggio preindirizzato che si aprirà, fai clic su "Invia". Il tuo indirizzo verrà eliminato dalla lista di distribuzione del gruppo.
mailto:Clubazzurrolacless...@groups.msn.com

MSN Gruppi

unread,
Dec 31, 2008, 6:47:59 AM12/31/08
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
AUGURI!

>>Da: LAURA39398
Messaggio 10 della discussione
Carissimi, Buon Natale,
che sia ricco di tante Sorprese

Buon nuovo anno,
che ogni giorno
possa regalarvi nuove e meravigliose Emozioni

Auguri Sempre,
per ogni sogno che realizzerete,
per ogni sorriso che vi sarà donato,
per ogni bacio che vi scalderà il cuore. Un caro abbraccio,
Laura
Visualizza allegato/i:
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/_notifications.msnw?type=msg&mview=1&parent=1&item=238376
>>Da: framar46
Messaggio 8 della discussione
ciao Andrea, Su multiply fa freddo. Qua era più intimo!-))

>>Da: Rumore Provinciale
Messaggio 9 della discussione
Auguri, intensissimi!! Il 2008 è stato positivo per noi....spero lo sarà anche il 2009. Besitos Alberto

>>Da: Ildefonso_4
Messaggio 10 della discussione
Mi auguro e Vi auguro che il 2009 ci porti una grande vittoria elettorale, sia alle Amministrative che alle Europee. Pace, lavoro, sicurezza! Auguri a tutti. Ildefonso.

MSN Gruppi

unread,
Jan 2, 2009, 6:40:15 AM1/2/09
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
Avanzano le dittature nel Mondo

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

di Stefano Magni

L'Onu celebra i 60 anni della Dichiarazione Universale per i Diritti dell'Uomo, ma in molte zone del mondo non si può festeggiare. Gli uffici del Centro per la difesa dei diritti umani di Teheran, quello diretto dal premio Nobel Shirin Ebadi, sono stati chiusi proprio mentre si preparavano a celebrare la ricorrenza internazionale. La polizia ha ispezionato e chiuso i locali senza fornire alcuna spiegazione ufficiale. Nonostante la solidarietà internazionale che si è stretta attorno a una donna conosciuta e stimata in tutto il mondo, le autorità di Teheran hanno mantenuto il loro bavaglio su un'istituzione che diffonde rapporti sulla violazione dei diritti umani in Iran.

In Cina non va meglio, nonostante l'eroismo isolato di alcune iniziative. In occasione della celebrazione del 60°, circa 300 personalità hanno firmato il documento Charta 08, che ricorda, nel nome e nei contenuti, il documento dei dissidenti cecoslovacchi Charta 77, uno dei primi motori della rivoluzione democratica nell'Est europeo del 1989. Charta 08 chiede, sostanzialmente: separazione dei poteri, elezioni multipartitiche per tutte le cariche dello Stato, libertà di religione, difesa della proprietà privata e federalismo. In sintesi: trasformare la Cina in una democrazia liberale. I firmatari sono stati tutti arrestati.

Questi sono solo due dei numerosi esempi di violazione sistematica dei diritti e di persecuzione sistematica di chi li vorrebbe difendere. Se prendiamo in considerazione gli ultimi tre anni, vediamo un trend tutto negativo. Freedom House ha pubblicato in questi giorni una breve anticipazione del suo rapporto 2009 (che uscirà a metà gennaio) sullo stato dei diritti umani nel mondo, rivelando questa triste realtà: le dittature sono più assertive, mentre la «libertà è in ritirata».

Freedom House, uno dei think tank più autorevoli d'America in merito allo studio della democrazia liberale nel mondo, nel rapporto 2008 aveva registrato peggioramenti in 38 Paesi e miglioramenti in appena 10. Per il 2009 si prevede uno scenario ancora più dominato dalle dittature. Va male, in particolare, l'area ex sovietica, con le piccole eccezioni delle Repubbliche Baltiche già integrate in Europa. Quanto al resto: 10 dei 12 Stati ex sovietici sono dittature o finte democrazie che reprimono i diritti umani. I popoli di questi Stati, secondo il ricercatore Chris Walker, stanno chiudendo il loro ciclo storico dalla dittatura alla democrazia e poi ancora dalla democrazia alla dittatura. Fra questi percorsi all'indietro, la Russia «ha assistito al declino più precipitoso negli ultimi anni».

La notizia peggiore, tuttavia, è un'altra: le dittature stanno iniziando a cooperare fra loro, a condividere programmi e informazioni e ad agire politicamente contro le democrazie occidentali. Sta nascendo, insomma, una sorta di «Internazionale delle Autocrazie» che agisce compatta pur non avendo un'ideologia in comune. Lo si vede soprattutto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dove Cina e Russia agiscono compatte in difesa di altri dittatori. Lo si constata regolarmente nel caso dell'Iran, per cui le sanzioni sono rese più leggere grazie agli intereventi delle due potenze non democratiche. Lo si è visto chiaramente nel caso dello Zimbabwe, dove Pechino e Mosca hanno posto il veto alla risoluzione che avrebbe imposto sanzioni contro il dittatore Mugabe, dopo che questi aveva palesemente truccato le elezioni e dato il via alla repression

-----------------------------------------------------------
Europa e Russia: un’intesa possibile

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Daniele Martino e Alessandro Agnese

È evidente che la Russia nel 2009 sarà il punto chiave della politica dell'Unione Europea. Il rapporto tra Bruxelles e Mosca non è tuttavia inquadrabile come un classico rapporto tra le istituzioni comunitarie e un altro Stato, poiché la grandezza ed il peso politico-economico del Cremlino sono tali che una partnership è possibile solo con un accordo specifico tra le due parti, che consideri i punti in comune e le peculiarità presenti tra il Cremlino e i 27 membri dell'Unione. L'avvicendamento alla presidenza della Federazione tra Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev ha confermato come la Russia presenti una situazione di forte stabilità istituzionale: questa caratteristica è positiva e fondamentale per garantire una visione a lungo termine della politica e dell'economia, tenendo conto anche dell'enorme estensione territoriale del paese e di quel mosaico etnico e religioso che va dal Baltico all'Alaska.

In Russia, più che in altri paesi, è forte il legame tra le priorità della politica e le istanze dello sviluppo economico ed infrastrutturale. Non a caso Putin, che nel periodo '99-2000 è stato primo ministro, ricoprendo la carica presidenziale fino allo scorso maggio per poi essere nuovamente premier, ha sempre avuto un legame molto forte con l'attuale presidente Medvedev, patron della public company Gazprom e uomo di punta del team che Vladimir Putin portò con sé da San Pietroburgo a Mosca durante la presidenza Eltsin. L'avvento di Dmitrij Medvedev al Cremlino non corrisponde ad un cambio di rotta della politica estera russa ma, al contrario, conferma il ruolo strategico che l'Italia ha in Russia. Lì, il nostro paese ha saputo fare sistema, accompagnando alle commesse delle piccole e medie imprese importanti accordi nelle infrastrutture, nell'alta tecnologia e nelle joint-ventures energetiche. In questo senso va la creazione della società congiunta South Stream tra Eni e Gazprom, che testimonia il salto di qualità delle aziende italiane in Russia. Il ruolo di Gazprom è un esempio perfetto dell'azione politica della nuova Russia post-sovietica: infatti, la società energetica di Stato svolge un ruolo strategico per determinare la collocazione internazionale del paese. Ciò ha determinato una sinergia costruttiva tra i grandi soggetti economici e l'apparato politico ed istituzionale, con un vantaggio in termini di benessere e crescita economica. Infatti la presidenza Putin ha portato un notevole miglioramento della qualità della vita di larga parte dei cittadini russi, fino al raggiungimento di livelli prima riservati quasi esclusivamente ai pochi membri dell'ex nomenklatura sovietica. Per la prima volta nella storia del paese vi è stata una capillare diffusione dei beni di consumo, ponendo le basi per quello che si è rivelato un rapido sviluppo dell'economia di mercato.

-----------------------------------------------------------
Dove nasce la questione morale

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Raffaele Iannuzzi

Nadia Urbinati è una filosofa della politica raffinata e scrive chiaramente, senza contorcimenti intellettualistici. Dunque, il suo articolo su La Repubblica del 29 dicembre, dal titolo: Da dove nasce la questione morale, è un limpido e chiaro cahier de doleance, secondo lo spirito dei tempi circolante a sinistra, nell’oggetto misterioso Pd, un vero e proprio genere letterario.

Urbinati va giù dura sulle note critiche e fa a pezzi la «questione morale» come dottrina politica e disciplina culturale (in fondo, una distorsione cognitiva), assegna alla morale il suo posto di orientatrice delle azioni ed alla politica il ruolo centrale che ha e deve avere, in una democrazia decente, quindi affonda il colpo sulla privatizzazione delle istituzioni a carico – e qui siamo elle solite…- del Nemico per antonomasia, Berlusconi, che intende cambiare la Costituzione, in quanto «cosa sua», poi si cala su Sacconi, rèo di aver fornito direttive da ministro proprio in materia pubblica, dunque tutto il contrario di ciò che sostiene la tenace Urbinati. Ma alla fine viene il bello: il Pd è alla frutta. Vecchio dalla nascita e incapace di costruire classe dirigente e macinare politica moderna, il Pd non è riuscito a prendere il posto dei partiti tradizionali, salvo nel malaffare generalizzato. Solo che, nella cosiddetta «Prima Repubblica» (l’unica che, finora, l’Italia abbia mai avuto), c’erano, sì, le clientele e i ladri, ma c’era anche la politica e il progetto politico; ora c’è il comitato d’affari con vari prestanome delle banche e delle cooperative, senza più alcun nesso con il popolo, il quale è chiamato a votare e tacere, se non gli dispiace. E questo non sarebbe un uso strumentale del bene pubblico primario, il voto dei cittadini?

-----------------------------------------------------------
Brunetta: donne in pensione alla stessa età degli uomini

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Ilaria Bifarini

Parlando da Stresa nel corso del Forum «Terza economia», il ministro della Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, ha lanciato la proposta di innalzare l'età pensionabile per le donne portandola allo stesso livello degli uomini, 65 anni. Ed è subito polemica. Alimentata da chi, non comprendendo la portata del progetto, ha giudicato inopportuna una riforma sul sistema pensionistico, a chi, come Ferrero, ha etichettato l'idea come «demenziale» e mossa da una presunta misantropia, e più nello specifico misoginia, del ministro veneziano. La proposta «indica un odio profondo, quello che il ministro Brunetta nutre nei confronti dei lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici», ha commentato con toni a dir poco duri il segretario di Rifondazione.

Eppure le ragioni che hanno spinto l'inquilino di Palazzo Vidoni ad affrontare un tema tabù come questo hanno radici ben diverse. Lo scorso 13 novembre 2008 la Corte di giustizia europea ha dichiarato inadempiente lo Stato italiano per «mantenere in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, venendo meno agli obblighi di cui all'art. 141 CE.». In pratica siamo stati condannati perché l'anticipazione dell'età pensionabile delle donne determina una discriminazione. Positiva, ma pur sempre discriminazione.

Ora, non occorre essere esperti in diritto per sapere che l'ordinamento giuridico italiano si conforma a quanto stabilito dalle norme di diritto comunitario. In caso di mancato adeguamento da parte del nostro Paese la Commissione europea aprirebbe formalmente la procedura di infrazione, con l'applicazione di sanzioni per somme molto ingenti. Non è praticabile, pertanto, l'ipotesi di lasciare senza esecuzione la sentenza. In data 11 dicembre 2008 si è riunito un tavolo tecnico presso il Ministero degli Affari Esteri, a conclusione del quale il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione ha concordato sulla necessità di adeguamento alla sentenza della Corte di giustizia ed ha assicurato che il Ministro eserciterà il suo potere di indirizzo, in coordinamento con gli altri Ministri di settore interessati (MEF e Welfare).

-----------------------------------------------------------
Striscia di Gaza. L’inevitabile offensiva di Israele contro Hamas

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Anna Bono

Ancora una volta Israele lotta per la propria sopravvivenza contro un nemico che ne vuole la cancellazione dalla faccia della Terra. Hamas ha lanciato missili per settimane prima che scattasse la reazione israeliana che ora promette di essere uno scontro «all'ultimo sangue», come ha detto il Ministro della Difesa Ehud Barak durante il terzo giorno di operazioni militari, ricordando che la restituzione di Gaza ai palestinesi tre anni or sono ha avuto come risultato di farne un «santuario per i terroristi». Gaza infatti, dove abitano e si esercitano i 17.000 uomini di Hamas e dove gli istruttori della Guardia Rivoluzionaria Iraniana hanno i loro campi di addestramento, è una immensa rete di tunnel, strutture minate, bunker e depositi in cui sono ammassati armi, missili, esplosivi e propellente e da cui possono essere lanciati fino 80 missili al giorno.

Contro questi obiettivi gli israeliani rivolgono i loro raid aerei. Nel farlo non hanno potuto evitare di causare delle vittime civili, finora forse 50 su oltre 300 morti e quasi 1.500 feriti: perché Hamas, come a suo tempo Saddam Hussein in Iraq, non si è fatto scrupolo di organizzare e distribuire le proprie milizie e i loro armamenti vicino a case, scuole e altri edifici pubblici e anzi si serve dei civili come scudi umani dietro ai quali nascondersi, confidando nella sensibilità tutta occidentale che respinge l'idea di mettere in pericolo la vita di persone innocenti.

È difficile peraltro distinguere i civili dai militanti in una popolazione in cui si annoverano genitori che invece di allevare i figli si fanno o li fanno esplodere per uccidere i civili israeliani e li educano a disprezzare e odiare Israele e l'Occidente; insegnanti che illustrano la geografia ai loro allievi usando carte sulle quali Israele è assente; e direttori di istituti che usano le strutture scolastiche per «corsi» intesi a instillare nei bambini fin dalla prima infanzia diffidenza, ostilità e risentimento e i rudimenti di un addestramento militare che li trasformi all'occorrenza in shahid, assassini di Allah, e combattenti.

-----------------------------------------------------------
Attendendo Gheddafi...

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Gianni Baget Bozzo

Fortunati gli spagnoli, che trovano sull'altra sponda del Mediterraneo il governo amico del re del Marocco, che, nonostante il dissenso sulle enclaves di Ceuta e di Melilla, di pertinenza spagnola in terra marocchina, è tanto ben disposto verso Madrid da usare le armi contro coloro che vogliono immigrare clandestinamente. E ancora fortunati, gli spagnoli, perché trovano un altro governo amico, quello del Senegal, che accetta di riprendersi, con viaggi organizzati bilateralmente, gli immigrati che hanno tentato di raggiungere le isole Canarie.

Non si scelgono i propri vicini. Noi abbiamo di fronte un cavallo di razza come Muammar Gheddafi, che ha fatto della Libia un potere forte, dandole esistenza autonoma rispetto al mondo arabo e a quello africano. Egli ha ricreato un nazionalismo libico che ha costituito una barriera impenetrabile al fondamentalismo islamico e, quindi, al terrorismo. I rapporti della politica italiana con il Colonnello sono così intensi che, quando il presidente Reagan decise di bombardare da Lampedusa la residenza di Gheddafi, il governo Craxi, con Andreotti ministro degli Esteri, avvertì il presidente libico del pericolo che lo minacciava. Così il governo italiano, pur così fedele all'Alleanza atlantica, fece un'eccezione ad essa per proteggere la singolare Libia di Gheddafi.

Il governo Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia dando al suo leader molte soddisfazioni economiche e politiche, sino a giungere a un altro sgarbo verso l'Alleanza atlantica, promettendo al governo di Tripoli che Lampedusa non sarebbe stata più usata come base di lancio di missili contro obiettivi libici. In questo vi è piena continuità con i governi precedenti, che tutti avevano compreso l'importanza di un rapporto con una Libia retta da una così forte personalità. L'accordo prevede la cooperazione della Marina italiana al pattugliamento delle coste libiche per impedire la nuova tratta degli schiavi che i nuovi negrieri organizzano dal Corno d'Africa, in particolare dalle nostre ex colonie eritree e somale.

-----------------------------------------------------------
Quel 2008 tra gaffe, autogol politici e questioni morali

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 6 della discussione
L'anno della sinistra di Michele Ruschioni

Si chiude un anno che verrà ricordato da storici e politologi come l'anno della definitiva consacrazione di Berlusconi, giunta all'unisono del tracollo delle sinistre.

Quelle più critiche, spazzate fuori dall'assetto parlamentare, e quelle riformiste, pesantemente sconfitte e ridimesionate. Un 2008 che verrà ricordato per la vittoria di Obama negli Usa e per la sconfitta subita dal Pd a Roma e in Abruzzo. Recita il proverbio: anno bisesto anno funesto. Per la sinistra italiana questo adagio calza a pennello. Ripercorriamo allora il 2008 mese per mese.

Gennaio. L'anno si apre con la grana Napoli. La spazzatura continua a riempire, oltre alle strade della città partenopea, anche le prime pagine di tutti i giornali del mondo. Mentre bande organizzate assaltano gli autobus colmi di immondizia e lanciano molotov contro la polizia, Prodi annuncia trionfante di come, grazie a lui, l'Italia abbia superato la Spagna. Ma intanto la tensione in Campania cresce ogni giorno di più fin quando il governo si vede costretto a inviare l'esercito. A metà gennaio prima tegola contro Veltroni, rimproverato duramente dal Papa per le aree di gravissimo degrado in cui versano le periferie di Roma. Qualche giorno prima i duri e puri della sinistra mangiapreti avevano di fatto impedito la visita del Santo Padre all'università La Sapienza di Roma. Che il Papa si sia voluto togliere qualche sassolino dalla scarpa? Il 17 gennaio è il Guardasigilli Clemente Mastella finisce sotto inchiesta, mentre la moglie Sandra, presidente del consiglio regionale campano, viene messa ai domiciliari. E' l'inizio della fine perché una settimana più tardi il governo verrà sfiduciato dal Senato per far cadere definitivamente il tribolato governo Prodi.

-----------------------------------------------------------
Dalle crisi si esce rafforzati e il 2009 sarà l'anno dell'ottimismo

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

La quiete dopo la tempesta di Fabrizio Goria

Il 2008 che si sta chiudendo sarà ricordato come un anno nefasto per l’economia mondiale. Da una condizione di indifferenza, il mondo intero ha compreso, nell’arco di 12 mesi, quanto siano volatili i mercati finanziari e quanto sia grave la crisi in atto. Tutti si domandano se il 2009 porterà un po’ di pace alle borse, ma nessuno sa dare una risposta certa.

Ancora scossi dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense, nel luglio 2007 grazie a due fondi hedge di Bear Stearns, ci siamo illusi che le code di fronte alle filiali della banca inglese Northern Rock del settembre dello stesso anno fossero un episodio estemporaneo. Abbiamo iniziato un 2008 indubbiamente con troppa presunzione che la crisi economica in corso fosse ampiamente gestibile, salvo poi veder crollare le iniziali convinzioni alla metà di marzo, con il default delle stessa Bear Stearns e con il continuo scendere dei tassi, di sconto e di riferimenti, di Federal Reserve e Banca Centrale Europea. C’è voluto poco per comprendere la realtà dei fatti e far mente locale su cosa stava accadendo. Verso l’inizio d’estate, il peggio. Il crollo generale dei mercati finanziari ed il continuo aumentare del prezzo del petrolio, insieme con un’inflazione sempre maggiore, hanno fatto intendere anche all’uomo della strada che quanto osservato fino ad allora era solo il preludio di un evento del tutto devastante.

Fannie Mae & Freddie Mac, le due agenzie governative che gestiscono il 45% del mercato dei mutui americani, vengono salvate per il rotto della cuffia a luglio dal governo federale, anche per evitare il default di un asset da 5 miliardi di dollari. Alla loro crisi fa seguito quella di Indymac Bancorp prima e di AIG, la prima società assicuratrice americana, dopo. Come se non bastasse, sempre a luglio abbiamo osservato due massimi storici: il petrolio a ridosso dei 150 dollari al barile ed un cambio euro-dollaro sempre più a vantaggio del primo. Ma il peggio, finanziariamente parlando, doveva ancora accadere.


-----------------------------------------------------------
Le sofferenze dell'Africa in un anno da dimenticare

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Le violazioni della democrazia di Anna Bono

Il 2008 sembra destinato a concludersi senza che le pressioni internazionali riescano a ottenere la resa di Robert Mugabe, il dittatore che da 20 anni decide delle sorti dello Zimbabwe.

Peraltro, benché non vi sia dubbio che Mugabe è il responsabile della rovina del suo paese e dell’attuale disperata situazione dei suoi abitanti, la giusta causa di convincerlo a lasciare il potere, tanto più ora che pretende di conservarlo pur essendo stato sconfitto alle elezioni di marzo, non deve far perdere di vista la portata assai più profonda e drammatica della crisi in atto nell’ex Rhodesia del sud.

Nulla, proprio nulla, infatti, induce a pensare che, uscito di scena Mugabe, le cose andranno meglio. Anche Morgan Tsvangirai, il suo avversario, sta mostrando di non avere a cuore la sorte del proprio paese abbastanza da rinunciare al ministero degli Interni per il quale continua a battersi. Assunta la presidenza, potrebbe rivelarsi altrettanto irresponsabile e incapace del suo predecessore.

Nella storia africana recente, d’altra parte, le speranze riposte nei nuovi leader sono state tradite talmente tante volte da lasciare ben poco spazio all’ottimismo e alla speranza.

I capi clan che nel 1991 in Somalia hanno deposto il dittatore Siad Barre, combattendolo in nome della democrazia, della giustizia e dei diritti umani violati, da allora si disputano l’apparato statale del tutto indifferenti alle sofferenze dei loro connazionali ridotti in miseria da una guerra interminabile.


-----------------------------------------------------------
Congo - Spenti i riflettori internazionali la guerra e le barbarie continuano.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
di Edoardo Tagliani

Hanno ammazzato il nostro responsabile del settore educazione con una raffica di Ak mentre era in missione per Avsi nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo).

Bauduin, 52 anni e 6 figli. L’autista, Deo Gratias, è rimasto ferito. Una pallottola al ventre e una nella mano sinistra. Se l’è cavata con l’amputazione di un dito e un intervento chirurgico ben riuscito. Un’imboscata. Hanno aperto il fuoco sull’auto e hanno rubato 63 dollari e un telefono cellulare.

È successo lo scorso 15 dicembre. Avevamo appena riaperto gli uffici dopo averli chiusi per tre giorni in segno di lutto, a causa della morte di Ernest Rubase, capo logista di Avsi a Goma. Ernest, un amico di vecchia data. Se n’è andato per un’ischemia celebrale dovuta all’ipertensione. Cose che capitano, ci ha detto il medico del migliore ospedale dei dintorni.

Già. Capitano ovunque. Certo che in guerra capitano di più. Ernest era in cura da un anno. Ma la sala rianimazione dove è stato ricoverato consiste in una barella con un materasso di plastica nera e una flebo. Tutto qui. Forse, altrove, in un Paese con medici e ospedali decenti, l’ipertensione saremmo riusciti a curarla insieme così come si cura l’ipertensione di milioni di occidentali. O forse no. Forse era soltanto la sua ora. Il problema è che il dubbio rimane. Il problema è che è evidente e lampante che si sarebbe potuto fare di più se solo qui, a Goma, esistesse una sala rianimazione con qualcosa di più che una flebo.

Due settimane fa, l’Onu ha pubblicato un rapporto sulla strage di Kiwanja (Nord Kivu, Rdc). Almeno 150 civili massacrati, dicono i caschi blu. La gente del villaggio non esita, tra le lacrime, a raddoppiare la cifra. I morti sono di tutte le etnie. Il 26 di dicembre, un gruppo di ribelli che opera nella regione dell’Ituri (Ituri, Rdc) ne ha ammazzati altri 180. Molti di loro sono stati fatti letteralmente a pezzi in una chiesa, a colpi di machete.

Tutto questo a nemmeno due mesi dall’ultima evacuazione di Goma (Nord Kivu, Rdc).


-----------------------------------------------------------
Le ragioni per sperare in un rapido ritorno all’atomo in Italia

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

di Ernesto Pedrocchi

In questi mesi si sente spesso parlare per l’Italia di ritorno al nucleare. L’Italia, che nei primi anni ’60 era all’avanguardia mondiale come produttrice di energia nucleare, ma che, come conseguenza indiretta del referendum del 1987, ha abbandonato questa fonte, avrebbe ottimi vantaggi ritornando al nucleare:

1) diversificherebbe il mix di produzione di energia elettrica, rendendosi meno vulnerabile, 2) ridurrebbe le emissioni di CO2 con un conseguente minor esborso per i vari target ambientali che vengono, a ragione o a torto, imposti, 3) molto probabilmente avrebbe in prospettiva una produzione di energia elettrica meno costosa, avvicinandosi ai livelli di prezzo europei, 4) alcune industrie nazionali potrebbero proficuamente inserirsi nel processo di costruzione di nuove centrali.

In base a questi presupposti, tanti politici, ma anche alcuni responsabili delle grandi imprese di produzione di energia elettrica propongono e danno per scontato che si ritorni al più presto alla fonte nucleare. Oltre ai vantaggi elencati si citano spesso le indagini sulla pubblica opinione e, in base a un miglioramento del parere favorevole rispetto al periodo del referendum che, non si dimentichi, era a ridosso dell’incidente di Chernobyl, si dà per scontato che il processo possa essere facile.

Una recente indagine vede un 47% di genericamente favorevoli contro un 44% contrario e un 9% di incerti, ma nel caso la costruzione avvenisse nella propria provincia i favorevoli scendono al 41% e i contrari salgono al 50%. La situazione va lentamente migliorando, ma siamo ancora lontani da un decente livello di accettabilità. Tra i favorevoli si schierano inopportunamente alcuni convertiti che furono fra coloro che maggiormente denigrarono nei passati anni, solo sulla base di falsità e aspetti emotivi, il nucleare.


-----------------------------------------------------------
Meno precari, uguale più disoccupati

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

di Davide Giacaloe

Benedetto XVI è preoccupato per l’aumento dei lavoratori precari, io per la loro diminuzione. Ha ragione, naturalmente, nel chiedere che il lavoro sia sempre dignitoso, ma è un errore credere che si possa ottenerlo irrigidendo il mercato, perché in quel modo lo si farà solo diminuire (aumentando quello in nero, che dignitoso non è). Né sarei certo che la precarietà mina la famiglia e la prolificità, perché fra i più stabili e prolifici ci sono gli immigrati, che sono anche i più precari.
La crisi avanza, il 2009 sarà duro. Prima dei licenziamenti arriveranno i mancati rinnovi dei contratti a termine. I precari diminuiranno, e sarà un gran male. Chi crede che si possa evitarlo trasformando i contratti dal termine determinato all’indeterminato, crede nelle favole, confonde la causa con l’effetto. Se quella rigidità ci fosse stata fin dall’inizio, del resto, quei posti di lavoro oggi non si perderebbero, ma solo perché non sarebbero mai nati e quei giovani sarebbero rimasti disoccupati. La buona ricetta, la più solidale, pertanto, non consiste nel contrarre, bensì nell’allargare l’elasticità, consentendo alle aziende di cancellare costi non sopportabili, ma anche di scommettere sulla ripresa, assumendo senza contrarre debiti per il futuro. A quei lavoratori, che trovo deviante definire “precari”, vanno assicurate due cose: a. fondi pubblici che sussidino la disoccupazione temporanea e non il mantenimento di lavori improduttivi (la settimana cortissima è contro il loro interesse); b. trattamenti fiscali e previdenziali non penalizzanti. Quando, ad esempio, si è finanziata la cancellazione dello “scalone”, mettendola in conto agli atipici, si è commessa una grave ingiustizia. Protestammo in pochi.
Se non procediamo in questa direzione freghiamo e marginalizziamo i giovani. Consideriamo normale, del resto, che se ne stiano in giro fino alle sette del mattino, a sballare, piuttosto che a studiare per competere e primeggiare. Se non crepano in un burrone (con trecento genitori in fila, che temono siano i propri figli!!), si cercherà di procurare loro una raccomandazione, della curia o della politica, per avere il posto fisso, naturalmente nella pubblica amministrazione, fuori dal mercato. Il che difetta non solo di dignità, ma anche di ragionevolezza e convenienza.


-----------------------------------------------------------
Filtro vaticano

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

di Davide Giacalone

La decisione vaticana, in vigore da oggi, di “filtrare” le leggi italiane, è positiva. Da laico, plaudo. L’istituto del recepimento automatico, nel diritto interno vaticano (da non confondersi con il diritto canonico, che regola i rapporti fra i fedeli, nel mondo, o con il diritto ecclesiastico, che regola i rapporti fra i singoli Stati e le confessioni religiose), nacque con il concordato del 1929. Motivo di più per non rimpiangerlo. E’ sbagliato, però, sottolineare la parte sottrattiva della novità, smarrendone i significati più promettenti.
In Vaticano dicono che la nostra produzione legislativa è caotica, esagerata e non di rado incoerente. Hanno ragione. Aggiungono che non sempre il contenuto morale delle leggi è per loro condivisibile. Hanno ancora ragione: c’è una grande differenza fra una democrazia ed uno Stato con un fondamento religioso in un sistema assoluto. Non solo hanno il diritto di non recepire quel che non condividono, ma hanno anche quello di far valere, in Italia, fra i fedeli e non, il loro punto di vista. E, del resto, da tempo il Vaticano non recepisce le leggi che regolano le tutele sindacali e contrattuali dei lavoratori, senza per questo indurre Benedetto XVI a tacere sull’argomento. Faceva e farà bene a parlare, posto che un eventuale dissenso non dovrà essere indicato come sacrilego od offensivo per l’istituzione. Infine, l’ordinamento italiano è ora subordinato a quello dell’Unione Europea, e non si vede perché il Vaticano debba passivamente recepire anche quello, non facendone parte.
Vi sono, come si vede, ragioni tecniche e di generale ragionevolezza, al fondo di questa decisione, ma sullo sfondo c’è un valore enorme, quello dello Stato laico. Il nostro. La più grande conquista della civiltà, ciò che ci rende superiori ai fondamentalisti di ogni risma: lo Stato casa di tutti, credenti e non credenti, fedeli di ogni confessione, tutti tenuti al rispetto dell’altro, ciascuno soggetto al dominio della legge che garantisce la convivenza. E’ ovvio che le leggi regolanti la vita interna alle istituzioni religiose possano avere natura diversa, anche discriminando in base alla fede, ma sempre riconoscendo al proprio esterno il valore superiore delle leggi statuali. Laiche, proprio perché hanno imparato a praticare il rispetto della fede.


-----------------------------------------------------------
Cocaina sulle piste da sci: inverno da "record" per incidenti e sequestri

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

di Matthias Pfaender

La denuncia della polizia di Salisburgo: "60 per cento di infortuni in più per la droga. Si usa dappertutto, sui tracciati e nelle baite". E spunta anche il maestro di sci-pusher
Mai così tanta neve come quest’anno, sia sulle piste che nelle narici degli sciatori. Per la gioia di maestri di sci e spacciatori. Che, in alcuni casi, sono la stessa persona. L’allarme arriva dalla polizia austriaca: a bordo dei tracciati, sulle baite in cima alle discese, nei fuori pista in mezzo ai boschi, la polvere bianca impazza.

E non solo quella. Assieme alle bustine di «neve», le forze dell’ordine in servizio nei comprensori sciistici austriaci denunciano un aumento netto anche del consumo di Ecstasy. «Quest’anno il numero di incidenti sulle piste da sci direttamente riconducibili all’utilizzo di droghe è aumentato del 60 per cento» dichiara Christian Voggenberger, ufficiale della polizia di Salisburgo. E corollario del boom di consumo di sostanze stupefacenti la nascita di una nuova figura di spacciatore: il «pusher delle nevi». Gestori degli impianti, personale dei chioschi ristoro, alcuni maestri di sci. Tutti pronti a cavalcare la nuova lucrosa tendenza, che ha sostituito ai classici grappini o vin brulé strisce e pasticche.

Che la cocaina sia sbarcata in forze anche sulle Alpi non impressiona troppo le forze dell’ordine. È solo l’ennesimo esempio della pervasività di una sostanza in Europa sempre più massicciamente utilizzata; ma dal punto di vista della repressione, per i poliziotti la vendita di droga sulle piste da sci è un grattacapo. Beccare sul fatto uno spacciatore che, sci ai piedi, si può muovere liberamente su aree di svariati chilometri quadrati, è un’impresa. Ma neanche lo spaccio tra baite risulta facile da combattere, visto che metodiche di investigazione classiche come appostamenti e pedinamenti non possono essere applicate. «Siamo costretti ad agire immediatamente. Se un sospetto spacciatore, in una giornata di sciate, entra in un hotel o in una baita solo due o tre volte al giorno per vendere la droga, è ovvio che non si presentino molte occasioni di fermarlo».

Le parole di Voggenberger non sono piaciute a chi sul turismo invernale ci vive. Walter Veith, presidente dell’associazione degli albergatori di Salisburgo ha dichiarato di non sapere «se qualcuno dei miei colleghi, o di quanti lavorano nella gastronomia, vendono droga. Dovremmo invece - ha sottolineato - concentrarci sulla neve vera». Forse alla luce di quanto accade oggi nei resort dopo sci, Veith e soci cambieranno la campagna promozionale, che punta a presentare l’area degli impianti come un «posto per famiglie». «It's snowtime», cioè «è tempo della neve»: un claim pubblicitario facilmente fraintendibile.

Anche le associazioni dei maestri di sci non hanno gradito affatto di essere associati a pratiche come lo smercio di cocaina, e hanno sottolineato che quelli citati dalla polizia sono solo «alcuni casi isolati». Ma le dichiarazioni di Voggenberger hanno suscitato un tale vespaio di polemiche da costringere il suo stesso superiore, il comandante della polizia austria Ernst Kroll, a presentare una mezza marcia indietro: «La droga è un problema generale della nostra società, non legato solo al turismo. La gente ha i soldi ed è annoiata». Tutto qui.

-----------------------------------------------------------
Gaza, nella notte raid e lanci di razzi Livni: "Tregua? No

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

Gerusalemme - Le forze aeree israeliane continuano i raid sulla Striscia di Gaza al settimo giorno dell’offensiva "piombo fuso". Prima dell’alba sono stati colpiti 20 obiettivi di Hamas. Fra questi sono state prese di mire case di 15 importanti militanti del movimento. Prima degli attacchi gli israeliani hanno avvertito per telefono gli abitanti delle case vicine e o sparato colpi d’avvertimento per ridurre le vittime civili. Secondo fonti palestinesi, negli attacchi di stamane vi sono stati 12 feriti.

Colpita moschea Nella tarda serata di ieri aerei israeliani hanno colpito una moschea nel campo profughi di Jabaliya. Secondo Israele la moschea era utilizzata come deposito di armi. La portavoce ha sottolineato che l’attacco ha innescato una serie di esplosione all’interno dell’edificio, dovute allo scoppio di missili e munizioni.

Nuovi razzi da Hamas Militanti palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato questa mattina quattro missili in rapida sucessione verso la città israeliana di Ashkelon, seguiti poco dopo da altri due verso l’area di Sdot Hanegev. Una donna è stata leggermente ferita. Una casa di Ashkelon è stata direttamente colpita da un razzo, ma nessuno è stato colpito perchè gli abitanti si trovavano in un rifugio.

-----------------------------------------------------------
Noi ebrei sotto i Qassam pronti a curare anche i feriti palestinesi

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

Nell’ospedale di Ashkelon, città israeliana bersaglio dei razzi, dove i medici non fanno discriminazioni davanti al dolore
di Luciano Gulli

nostro inviato a Ashkelon

«Ah, Bologna! È lì che ho studiato medicina. I sette anni più belli della mia vita... la cultura, l’arte, la gastronomia...». Questo sta dicendo il dottor Lobel, lieto di poter sfoggiare il suo italiano ancora rotondo, quando le sirene entrano in azione. Ron Lobel, 57 anni e vicedirettore dell’ospedale Barzilai di Ashkelon, tace un momento, tende l’orecchio, si carezza soprappensiero la barba che fu rossa e prende a raccontare delle sue ascendenze centroeuropee, dove la lingua usata da suo padre era l’yiddish, mentre mi fa cenno di seguirlo. Dal secondo al primo piano, una ventina di gradini. Lui col passo flemmatico e fatalista di chi ha deciso una volta per tutte che non vuol farsi rovinare la vita da quelli di Hamas. Chi scrive, e gli altri visitatori occasionali che sono con lui, colti invece da insoliti fremiti alle caviglie e una voglia di pedalare rapidi verso qualcosa che somigli a un rifugio. Il tempo di arrivare alla base della scala, ed ecco il botto. Preceduto, appunto, dai soliti quindici, venti secondi garantiti dal sofisticato sistema di rilevamento israeliano che riesce a scorgere per tempo l'oggetto volante. Botto non fortissimo epperò non piccolo, capace comunque di far tremare i vetri delle finestre e di arruffare il sistema nervoso di chi è costretto a vivere nella quotidiana salamoia della paura. Un figlio che è fuori a giocare a pallone; il marito che torna a casa in auto; un genitore anziano, magari a letto, incapace di spostarsi. Ogni volta pensi che possa toccare a te, a uno dei tuoi, e finisci per vivere respirando al minimo, o per affidarti a una kabbala benigna, o alla chimica dei tranquillanti.
Ashkelon, la città di Sansone e dei filistei, 12 chilometri dalla linea di confine con Gaza, bella e ridente come una Rimini fuori contesto, sembra una città senza vita. Chiusi gli uffici pubblici, le scuole, le fabbriche. La vita al tempo dei Qassam, e ora dei Grad, che volano fino a Beersheba, dove il terrore non si era mai affacciato, e ora ha il volto del ministro Tzipi Livni che si affaccia dal buco lasciato nella parete di una scuola del capoluogo del Neghev, è fatta così. Ashdod, Sderot, Ashkelon: un milione di israeliani sotto schiaffo che ora chiedono con forza di essere liberati dall’incubo Hamas.
Bei paradossi, però, esprime questa guerra a bassa intensità che va avanti da anni. «Noi siamo l'unica, grande struttura ospedaliera vicino Gaza - spiega il dottor Ron Lobel -. In tempi normali, vengono a ricoverarsi da noi tra i 10 e i 20 palestinesi al giorno. Qui non si discrimina. Israeliani, palestinesi: nessuno chiede nulla a nessuno. Stai male? Se bussi, ti verrà aperto. Malati bisognosi di cure particolari, spesso. Ma anche i feriti degli scontri tra fazioni». Per esempio? «Per esempio certi militanti dell’Olp, quando rimediano qualche pallottola alle ginocchia alle 2 del mattino dai loro rivali di Hamas. Ecco, loro vengono qui...», racconta sorridendo il dottor Lobel.
Cinquecento letti, 1700 impiegati, 250 medici, 700 infermieri. Se scatterà l’offensiva di terra, l'ospedale di Barzilai sarà in prima linea. Lobel lo sa, e si è già preparato. «Ho mandato a casa o trasferito 200 pazienti. Se ci sarà una battaglia di terra avremo bisogno del maggior numero di letti possibile».
Il razzo, quello che ha fatto tremare i v

-----------------------------------------------------------
Osservatori Ue, ma con mandato armato

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Fiamma Nirenstein


L’Europa può spesso permettersi, o almeno lo crede, di essere irresponsabile e di fare la morale. Di fronte allo scontro di Gaza, l’Europa con una proposta di tregua umanitaria coniata dal ministro francese degli Esteri Bernard Kouchner, ha subito optato per la più facile delle posizioni. Alla tregua, seguirebbe un accordo con al centro i soliti osservatori internazionali fra i due contendenti.

L’Italia fa bene a promuovere iniziative di pace, ed è stata la più puntigliosa e chiara nel ribadire, come ha fatto il ministro Frattini martedì, che comunque si deve partire dall’idea che Hamas è responsabile della guerra col lancio di missili sulla popolazione civile e il rifiuto, richiesto da Israele, della conferma della passata tregua. Hamas, dice Frattini, è un’organizzazione terrorista nella lista Ue, se ne tiene ben conto.

Kouchner e il responsabile della diplomazia britannica Milliband puntano soprattutto sulla crisi umanitaria, glissando sulla natura del feroce gruppo islamista che ieri ha promesso, mentre faceva l’occhiolino sulla tregua, la vittoria totale e ha ribadito per bocca di Ismail Haniyeh, il capo, che lo scopo è sempre quello promesso: distruggere Israele, che secondo la sua Carta «esisterà finché l’islam lo oblitererà».

La Livni, ministro israeliano degli Esteri in visita a Parigi, gli ha risposto che la crisi umanitaria è una scusa, che a Gaza sono entrati in due giorni da Israele più di 300 camion di cibo, medicine ecc., più 20 ambulanze e che Israele oggi fornisce a Gaza il 70 per cento dell’elettricità. E comunque non si dà una tregua per far rimpannucciare Hamas, se lo scopo è bloccare la pioggia di missili, che continua densa.

-----------------------------------------------------------
Una corsa contro il tempo

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

di R.A. Segre


Per chi lavora il tempo a Gaza? La dottrina militare tradizionale israeliana si fondava in passato su tre punti: raggiungere rapidamente gli scopi per evitare l'intervento politico estero mirante a trasformare i successi militari in sconfitte politiche; evitare perdite di soldati capaci di diminuire il sostegno del paese; impedire che il rapporto di forza fra lo Stato e il popolo palestinese trasformi la resistenza del secondo in vittoria. Questi tre principi sono certo operanti nella tattica seguita sinora con alcune varianti che nelle precedenti operazioni contro le milizie palestinesi o islamiche non c'erano.

Anzitutto questa è la prima guerra di Israele accompagnata da una ben organizzata campagna psicologica: ai giornalisti israeliani è stato messo il bavaglio «per garantire la loro sicurezza» e lasciati a dipendere dalle informazioni date dai militari oppure dalle descrizioni di "colore" che ottengono con contatti telefonici senza trovarsi sul campo di battaglia. In secondo luogo è ormai evidente che Gerusalemme non deve preoccuparsi delle reazioni dei paesi arabi, apertamente accusati dalla propaganda iraniana e libanese di aver tradito la causa palestinese. In terzo luogo, mentre ribolle l'ira degli arabi israeliani, forti delle garanzie democratiche di cui dispongono e del loro libero accesso ai media stranieri, la reazione dei palestinesi della Cisgiordania verso quelli di Gaza è sempre più critica.

Hamas è accusato di non aver compreso la lezione della guerra del Libano: di aver "follemente" assunto la responsabilità della rottura della tregua, delle conseguenze che ne sono seguite e della tensione con Il Cairo.

Lo schieramento delle truppe israeliane attorno a Gaza, unitamente al passaggio di aiuti umanitari e all'aiuto ai feriti negli ospedali israeliani, ha il doppio scopo di creare un forte pressione psicologica sui palestinesi - che ignorano se e quando arriverà l'assalto - e influenzare l'opinione pubblica internazionale, che sembra comprendere l'impossibilità per Israele di continuare a sottostare al bombardamento di missili di Hamas. E infatti non c’è una condanna dell’Onu.

Nessuno poi sa cosa stiano facendo le truppe speciali all'interno di Gaza: operano per il ritrovamento del caporale Shalit, il che rappresenterebbe un immenso successo per i due partiti - Kadima e Labour - che debbono affrontare le elezioni generali il 10 febbraio, oppure stanno dando all'aviazione le informazioni topografiche per i suoi micidiali e miratissimi bombardamenti. Sul totale dei morti, più di 300 sono militanti di Hamas fra cui alcuni dei suoi comandanti "storici", mentre la dirigenza politica resta nascosta nei bunker incapace di fare sentire la sua voce.

Il che non significa che Israele abbia rinunciato all'uso delle truppe. Ma potrebbe spiegare, anche grazie alla irresponsabilità di Hamas che continua a lanciare missili, perché il governo abbia respinto la tregua e affidato al ministro degli Esteri Livni, il compito di spiegare a Parigi se e perché autorizzerà l'entrata dei suoi carri a Gaza. Sempre che si sia previsto come uscirne.

MSN Gruppi

unread,
Jan 3, 2009, 7:51:00 AM1/3/09
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
AUGURI!

>>Da: LAURA39398
Messaggio 11 della discussione


Carissimi, Buon Natale,
che sia ricco di tante Sorprese

Buon nuovo anno,
che ogni giorno
possa regalarvi nuove e meravigliose Emozioni

Auguri Sempre,
per ogni sogno che realizzerete,
per ogni sorriso che vi sarà donato,
per ogni bacio che vi scalderà il cuore. Un caro abbraccio,
Laura
Visualizza allegato/i:
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/_notifications.msnw?type=msg&mview=1&parent=1&item=238376

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 11 della discussione
Ancora auguri a tutti.

-----------------------------------------------------------
Avanzano le dittature nel Mondo

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
di Stefano Magni

L'Onu celebra i 60 anni della Dichiarazione Universale per i Diritti dell'Uomo, ma in molte zone del mondo non si può festeggiare. Gli uffici del Centro per la difesa dei diritti umani di Teheran, quello diretto dal premio Nobel Shirin Ebadi, sono stati chiusi proprio mentre si preparavano a celebrare la ricorrenza internazionale. La polizia ha ispezionato e chiuso i locali senza fornire alcuna spiegazione ufficiale. Nonostante la solidarietà internazionale che si è stretta attorno a una donna conosciuta e stimata in tutto il mondo, le autorità di Teheran hanno mantenuto il loro bavaglio su un'istituzione che diffonde rapporti sulla violazione dei diritti umani in Iran.

In Cina non va meglio, nonostante l'eroismo isolato di alcune iniziative. In occasione della celebrazione del 60°, circa 300 personalità hanno firmato il documento Charta 08, che ricorda, nel nome e nei contenuti, il documento dei dissidenti cecoslovacchi Charta 77, uno dei primi motori della rivoluzione democratica nell'Est europeo del 1989. Charta 08 chiede, sostanzialmente: separazione dei poteri, elezioni multipartitiche per tutte le cariche dello Stato, libertà di religione, difesa della proprietà privata e federalismo. In sintesi: trasformare la Cina in una democrazia liberale. I firmatari sono stati tutti arrestati.

Questi sono solo due dei numerosi esempi di violazione sistematica dei diritti e di persecuzione sistematica di chi li vorrebbe difendere. Se prendiamo in considerazione gli ultimi tre anni, vediamo un trend tutto negativo. Freedom House ha pubblicato in questi giorni una breve anticipazione del suo rapporto 2009 (che uscirà a metà gennaio) sullo stato dei diritti umani nel mondo, rivelando questa triste realtà: le dittature sono più assertive, mentre la «libertà è in ritirata».

Freedom House, uno dei think tank più autorevoli d'America in merito allo studio della democrazia liberale nel mondo, nel rapporto 2008 aveva registrato peggioramenti in 38 Paesi e miglioramenti in appena 10. Per il 2009 si prevede uno scenario ancora più dominato dalle dittature. Va male, in particolare, l'area ex sovietica, con le piccole eccezioni delle Repubbliche Baltiche già integrate in Europa. Quanto al resto: 10 dei 12 Stati ex sovietici sono dittature o finte democrazie che reprimono i diritti umani. I popoli di questi Stati, secondo il ricercatore Chris Walker, stanno chiudendo il loro ciclo storico dalla dittatura alla democrazia e poi ancora dalla democrazia alla dittatura. Fra questi percorsi all'indietro, la Russia «ha assistito al declino più precipitoso negli ultimi anni».

La notizia peggiore, tuttavia, è un'altra: le dittature stanno iniziando a cooperare fra loro, a condividere programmi e informazioni e ad agire politicamente contro le democrazie occidentali. Sta nascendo, insomma, una sorta di «Internazionale delle Autocrazie» che agisce compatta pur non avendo un'ideologia in comune. Lo si vede soprattutto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dove Cina e Russia agiscono compatte in difesa di altri dittatori. Lo si constata regolarmente nel caso dell'Iran, per cui le sanzioni sono rese più leggere grazie agli intereventi delle due potenze non democratiche. Lo si è visto chiaramente nel caso dello Zimbabwe, dove Pechino e Mosca hanno posto il veto alla risoluzione che avrebbe imposto sanzioni contro il dittatore Mugabe, dopo che questi aveva palesemente truccato le elezioni e dato il via alla repression

-----------------------------------------------------------
Europa e Russia: un’intesa possibile

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Daniele Martino e Alessandro Agnese

È evidente che la Russia nel 2009 sarà il punto chiave della politica dell'Unione Europea. Il rapporto tra Bruxelles e Mosca non è tuttavia inquadrabile come un classico rapporto tra le istituzioni comunitarie e un altro Stato, poiché la grandezza ed il peso politico-economico del Cremlino sono tali che una partnership è possibile solo con un accordo specifico tra le due parti, che consideri i punti in comune e le peculiarità presenti tra il Cremlino e i 27 membri dell'Unione. L'avvicendamento alla presidenza della Federazione tra Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev ha confermato come la Russia presenti una situazione di forte stabilità istituzionale: questa caratteristica è positiva e fondamentale per garantire una visione a lungo termine della politica e dell'economia, tenendo conto anche dell'enorme estensione territoriale del paese e di quel mosaico etnico e religioso che va dal Baltico all'Alaska.

In Russia, più che in altri paesi, è forte il legame tra le priorità della politica e le istanze dello sviluppo economico ed infrastrutturale. Non a caso Putin, che nel periodo '99-2000 è stato primo ministro, ricoprendo la carica presidenziale fino allo scorso maggio per poi essere nuovamente premier, ha sempre avuto un legame molto forte con l'attuale presidente Medvedev, patron della public company Gazprom e uomo di punta del team che Vladimir Putin portò con sé da San Pietroburgo a Mosca durante la presidenza Eltsin. L'avvento di Dmitrij Medvedev al Cremlino non corrisponde ad un cambio di rotta della politica estera russa ma, al contrario, conferma il ruolo strategico che l'Italia ha in Russia. Lì, il nostro paese ha saputo fare sistema, accompagnando alle commesse delle piccole e medie imprese importanti accordi nelle infrastrutture, nell'alta tecnologia e nelle joint-ventures energetiche. In questo senso va la creazione della società congiunta South Stream tra Eni e Gazprom, che testimonia il salto di qualità delle aziende italiane in Russia. Il ruolo di Gazprom è un esempio perfetto dell'azione politica della nuova Russia post-sovietica: infatti, la società energetica di Stato svolge un ruolo strategico per determinare la collocazione internazionale del paese. Ciò ha determinato una sinergia costruttiva tra i grandi soggetti economici e l'apparato politico ed istituzionale, con un vantaggio in termini di benessere e crescita economica. Infatti la presidenza Putin ha portato un notevole miglioramento della qualità della vita di larga parte dei cittadini russi, fino al raggiungimento di livelli prima riservati quasi esclusivamente ai pochi membri dell'ex nomenklatura sovietica. Per la prima volta nella storia del paese vi è stata una capillare diffusione dei beni di consumo, ponendo le basi per quello che si è rivelato un rapido sviluppo dell'economia di mercato.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Il merito di Vladimir Putin è stato quello di aprire la Russia all'interscambio commerciale con l'estero, spezzando l'isolamento del paese dai principali soggetti economici internazionali e consentendo da una parte l'esportazione di prodotti energetici e dall'altra la penetrazione di imprese straniere nel tessuto produttivo nazionale. Se all'interno dell'economia russa l'Italia ha forti sinergie con le imprese locali, Roma è sicuramente un attore importante anche nel processo di apertura della Russia al Mondo: basti pensare che il giro d'affari tra i due paesi è passato dai 5,04 mld di $ del 2001 ai 38,67 del 2007. Il motivo del successo italiano in Russia è da attribuire alla forte cooperazione politica tra i due paesi, che si traduce nel rapporto preferenziale tra il premier Silvio Berlusconi e il duo alla guida del paese Putin-Medvedev. Questo ha permesso all'Italia di scalare la classifica degli interscambi tra Russia e resto del Mondo, piazzandosi al secondo posto, prima della Cina e dopo la Germania. È da sottolineare, tuttavia, come tra Berlino e Mosca vi sia una partnership prettamente commerciale, mentre dal punto di vista politico sono notevoli gli attriti tra i due paesi, dovuti ai controversi rapporti con gli stati dell'Europa orientale; ciò determina la necessità e l'opportunità dell'Italia di porsi come il trait d'union ideale tra Russia ed Europa.

-----------------------------------------------------------
Dove nasce la questione morale

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Raffaele Iannuzzi

Nadia Urbinati è una filosofa della politica raffinata e scrive chiaramente, senza contorcimenti intellettualistici. Dunque, il suo articolo su La Repubblica del 29 dicembre, dal titolo: Da dove nasce la questione morale, è un limpido e chiaro cahier de doleance, secondo lo spirito dei tempi circolante a sinistra, nell’oggetto misterioso Pd, un vero e proprio genere letterario.

Urbinati va giù dura sulle note critiche e fa a pezzi la «questione morale» come dottrina politica e disciplina culturale (in fondo, una distorsione cognitiva), assegna alla morale il suo posto di orientatrice delle azioni ed alla politica il ruolo centrale che ha e deve avere, in una democrazia decente, quindi affonda il colpo sulla privatizzazione delle istituzioni a carico – e qui siamo elle solite…- del Nemico per antonomasia, Berlusconi, che intende cambiare la Costituzione, in quanto «cosa sua», poi si cala su Sacconi, rèo di aver fornito direttive da ministro proprio in materia pubblica, dunque tutto il contrario di ciò che sostiene la tenace Urbinati. Ma alla fine viene il bello: il Pd è alla frutta. Vecchio dalla nascita e incapace di costruire classe dirigente e macinare politica moderna, il Pd non è riuscito a prendere il posto dei partiti tradizionali, salvo nel malaffare generalizzato. Solo che, nella cosiddetta «Prima Repubblica» (l’unica che, finora, l’Italia abbia mai avuto), c’erano, sì, le clientele e i ladri, ma c’era anche la politica e il progetto politico; ora c’è il comitato d’affari con vari prestanome delle banche e delle cooperative, senza più alcun nesso con il popolo, il quale è chiamato a votare e tacere, se non gli dispiace. E questo non sarebbe un uso strumentale del bene pubblico primario, il voto dei cittadini?

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Sia come sia, Urbinati dà un colpo al cerchio ed uno alla botte, scoprendo che la botte è praticamente sfasciata da ogni parte. Questa tendenza apocalittica si sta diffondendo a macchia d’olio nel Pd, tra i suoi intellettuali e dirigenti. Segni dei tempi? Chissà, quel che sappiamo è, per ora, chiaro come il sole: la sinistra si sta suicidando e questo suicidio – che Del Noce profilò come «della rivoluzione», per me riguarda anche la modernità come tale, di cui la sinistra si è sempre fatta portavoce – era prevedibile da almeno trent’anni. Stupisce che Cacciari abbia avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di affermare che la sinistra si fosse calata le brache di fronte al giustizialismo dei magistrati fin dagli anni di piombo. Certo è che l’implosione – nonostante il salvataggio del Pci e delle sue spoglie affaristiche – è avvenuta durante Tangentopoli, dichiarando quel movimento giustizialista guidato dalle procure come l’unico in grado di azzerare i partiti, dopo quanto realizzato da Mussolini con le leggi speciali del 1926. Questo è il dato che abbiamo ancora di fronte a noi. E non c’è, francamente, più nessun gusto nel reiterare le ragioni del «vinto» Bettino Craxi di fronte ai «vincitori» post-comunisti e «democratici» di oggi. La storia non assimilata e diventata senso della misura ed equilibrio politico si rovescia in un grande mattatoio, in questo caso giustizialista. I frammenti di schegge della morte di ieri sono le intercettazioni di oggi e gli arresti dei «buoni» progressisti sui territori governati dalla sinistra. Storia di una sciagura annunciata. Quando Berlusconi pronuncia la parola-feticcio, imbrattata di nero e provocazione, «presidenzialismo», sta pensando, a parer mio, a tutto questo, a ciò che oggi è diventata la politica ed a ciò che potrebbe ancora diventare. Perché, presa la china, non c’è limite al peggio. La sinistra sta conquistandosi la scena apocalittica e ciò sta ammazzando l’opposizione. Non è colpa nostra. A noi spetta soltanto essere consapevoli dei loro ritardi e dei progressi fatti al governo del Paese. Il presidenzialismo, allora, non è soltanto l’ennesimo «ismo» da inserire nella bacheca dei wishful thinking. C’è dell’altro e si lega a doppio filo alla crisi storica della sinistra. Ce ne accorgeremo presto.

-----------------------------------------------------------
Brunetta: donne in pensione alla stessa età degli uomini

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Ilaria Bifarini

Parlando da Stresa nel corso del Forum «Terza economia», il ministro della Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, ha lanciato la proposta di innalzare l'età pensionabile per le donne portandola allo stesso livello degli uomini, 65 anni. Ed è subito polemica. Alimentata da chi, non comprendendo la portata del progetto, ha giudicato inopportuna una riforma sul sistema pensionistico, a chi, come Ferrero, ha etichettato l'idea come «demenziale» e mossa da una presunta misantropia, e più nello specifico misoginia, del ministro veneziano. La proposta «indica un odio profondo, quello che il ministro Brunetta nutre nei confronti dei lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici», ha commentato con toni a dir poco duri il segretario di Rifondazione.

Eppure le ragioni che hanno spinto l'inquilino di Palazzo Vidoni ad affrontare un tema tabù come questo hanno radici ben diverse. Lo scorso 13 novembre 2008 la Corte di giustizia europea ha dichiarato inadempiente lo Stato italiano per «mantenere in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, venendo meno agli obblighi di cui all'art. 141 CE.». In pratica siamo stati condannati perché l'anticipazione dell'età pensionabile delle donne determina una discriminazione. Positiva, ma pur sempre discriminazione.

Ora, non occorre essere esperti in diritto per sapere che l'ordinamento giuridico italiano si conforma a quanto stabilito dalle norme di diritto comunitario. In caso di mancato adeguamento da parte del nostro Paese la Commissione europea aprirebbe formalmente la procedura di infrazione, con l'applicazione di sanzioni per somme molto ingenti. Non è praticabile, pertanto, l'ipotesi di lasciare senza esecuzione la sentenza. In data 11 dicembre 2008 si è riunito un tavolo tecnico presso il Ministero degli Affari Esteri, a conclusione del quale il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione ha concordato sulla necessità di adeguamento alla sentenza della Corte di giustizia ed ha assicurato che il Ministro eserciterà il suo potere di indirizzo, in coordinamento con gli altri Ministri di settore interessati (MEF e Welfare).

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
E così il ministro antifannulloni più popolare d'Italia affronta, con la determinazione e la risolutezza che gli sono proprie, l'annoso e sottovalutato problema della parità di trattamento nel nostro Paese. Infatti, come emerge dalla relazione sui risultati della direttiva sulle pari opportunità del 2007, l'Italia è uno dei Paesi in Europa dove tale principio trova un'applicazione del tutto marginale e gli incentivi a conciliare lavoro e famiglia sono per lo più inapplicati. Eppure il nostro è uno dei pochi Stati in cui le donne vanno in pensione a sessant'anni contro i sessantacinque degli uomini.

A questo punto ci sorge un dubbio: che forse abbia ragione il ministro Brunetta quando dice che le donne andando in pensione prima sono discriminate due volte? «Nella carriera per l'interruzione legata alla fase riproduttiva, nelle pensioni più basse legate all'aver smesso di lavorare prima». L'anticipato pensionamento delle donne rappresenta, secondo un'ottica di compensazione paternalistica, una sorta di «risarcimento postumo» per essere penalizzate nel periodo della maternità. Risarcimento che, in realtà, finisce per assumere i tratti della discriminazione.

La donna deve essere assistita nel momento del suo ingresso del mondo del lavoro, quando le barriere all'entrata sono maggiori, e tutelata durante la fase della maternità, favorendo il più possibile le misure di conciliazione tra impiego e famiglia. Non ci stupisce dunque che i sondaggi rilevino un forte apprezzamento da parte dell'universo femminile per la proposta di riforma, che recrimina un'effettiva parità di trattamento tra generi.

Accogliamo dunque l'invito del ministro riformista a spezzare le attuali catene, consentendo di liberare risorse «non per fare cassa, ma per redistribuirle al welfare, alla cassa integrazione, agli asili nido, all'assistenza. Con l'opportunità di creare, tra l'altro, due milioni e mezzo di posti di lavoro in più nei servizi alla famiglia». Sarebbe di certo un significativo passo avanti nel tortuoso cammino verso l'attuazione del principio delle Pari Opportunità in Italia.

-----------------------------------------------------------
Striscia di Gaza. L’inevitabile offensiva di Israele contro Hamas

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Anna Bono

Ancora una volta Israele lotta per la propria sopravvivenza contro un nemico che ne vuole la cancellazione dalla faccia della Terra. Hamas ha lanciato missili per settimane prima che scattasse la reazione israeliana che ora promette di essere uno scontro «all'ultimo sangue», come ha detto il Ministro della Difesa Ehud Barak durante il terzo giorno di operazioni militari, ricordando che la restituzione di Gaza ai palestinesi tre anni or sono ha avuto come risultato di farne un «santuario per i terroristi». Gaza infatti, dove abitano e si esercitano i 17.000 uomini di Hamas e dove gli istruttori della Guardia Rivoluzionaria Iraniana hanno i loro campi di addestramento, è una immensa rete di tunnel, strutture minate, bunker e depositi in cui sono ammassati armi, missili, esplosivi e propellente e da cui possono essere lanciati fino 80 missili al giorno.

Contro questi obiettivi gli israeliani rivolgono i loro raid aerei. Nel farlo non hanno potuto evitare di causare delle vittime civili, finora forse 50 su oltre 300 morti e quasi 1.500 feriti: perché Hamas, come a suo tempo Saddam Hussein in Iraq, non si è fatto scrupolo di organizzare e distribuire le proprie milizie e i loro armamenti vicino a case, scuole e altri edifici pubblici e anzi si serve dei civili come scudi umani dietro ai quali nascondersi, confidando nella sensibilità tutta occidentale che respinge l'idea di mettere in pericolo la vita di persone innocenti.

È difficile peraltro distinguere i civili dai militanti in una popolazione in cui si annoverano genitori che invece di allevare i figli si fanno o li fanno esplodere per uccidere i civili israeliani e li educano a disprezzare e odiare Israele e l'Occidente; insegnanti che illustrano la geografia ai loro allievi usando carte sulle quali Israele è assente; e direttori di istituti che usano le strutture scolastiche per «corsi» intesi a instillare nei bambini fin dalla prima infanzia diffidenza, ostilità e risentimento e i rudimenti di un addestramento militare che li trasformi all'occorrenza in shahid, assassini di Allah, e combattenti.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
La compassione, poi, va innanzi tutto alla popolazione israeliana, bersaglio e non «effetto collaterale» degli attacchi di Hamas che prendono di mira proprio le persone, le famiglie e i luoghi in cui vivono. La nostra solidarietà si deve esprimere in atti concreti in suo aiuto almeno tanto quanto in favore dei palestinesi: e forse di più, considerate le cifre enormi già destinate ogni anno dall'Unione Europea alle autorità palestinesi.

Un fronte della guerra di Hamas e di chi lo sostiene è l'incessante campagna internazionale volta a far dimenticare che Israele è vittima di un progetto di sterminio e che, al contrario, lo fa apparire come aggressore, traducendosi in appelli e denunce che lo accusano di pulizia etnica e crimini di guerra, come accadde a Durban nel 2001 in occasione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo trasformatasi in un attacco all'Occidente e a Israele e che tra breve rischia una replica con Durban II, in agenda ad aprile a Ginevra, dalla quale Israele ha già preso le distanze dopo aver verificato il tono dei documenti preparatori: altrettanto ha giustamente fatto la nostra Camera dei deputati lo scorso 4 dicembre approvando una mozione presentata dall'onorevole del Pdl Fiamma Nirenstein.

Difficilmente accade, invece, per non dire mai, che alle Nazioni Unite o in altra sede si ottengano dichiarazioni di condanna e denunce per crimini di guerra e contro l'umanità commessi ai danni di Israele. Eppure, se il genocidio della popolazione israeliana cui mirano Hamas, Ahmadinejad e altri leader non si è ancora compiuto è soltanto perché Israele sa e osa combattere e ama la vita più che loro la morte.

Bene ha fatto, a questo proposito, l'onorevole del Pdl Giuliano Cazzola quando, in sintonia con altri parlamentari di maggioranza, ha ribadito che Israele costituisce «la prima linea della democrazia» in una regione in cui più aspra è la guerra contro il mondo libero di cui noi siamo parte e, per questo, gli dobbiamo «tutta la nostra solidarietà senza ‘se' e senza ma».

-----------------------------------------------------------
Attendendo Gheddafi...

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Gianni Baget Bozzo

Fortunati gli spagnoli, che trovano sull'altra sponda del Mediterraneo il governo amico del re del Marocco, che, nonostante il dissenso sulle enclaves di Ceuta e di Melilla, di pertinenza spagnola in terra marocchina, è tanto ben disposto verso Madrid da usare le armi contro coloro che vogliono immigrare clandestinamente. E ancora fortunati, gli spagnoli, perché trovano un altro governo amico, quello del Senegal, che accetta di riprendersi, con viaggi organizzati bilateralmente, gli immigrati che hanno tentato di raggiungere le isole Canarie.

Non si scelgono i propri vicini. Noi abbiamo di fronte un cavallo di razza come Muammar Gheddafi, che ha fatto della Libia un potere forte, dandole esistenza autonoma rispetto al mondo arabo e a quello africano. Egli ha ricreato un nazionalismo libico che ha costituito una barriera impenetrabile al fondamentalismo islamico e, quindi, al terrorismo. I rapporti della politica italiana con il Colonnello sono così intensi che, quando il presidente Reagan decise di bombardare da Lampedusa la residenza di Gheddafi, il governo Craxi, con Andreotti ministro degli Esteri, avvertì il presidente libico del pericolo che lo minacciava. Così il governo italiano, pur così fedele all'Alleanza atlantica, fece un'eccezione ad essa per proteggere la singolare Libia di Gheddafi.

Il governo Berlusconi ha firmato un accordo con la Libia dando al suo leader molte soddisfazioni economiche e politiche, sino a giungere a un altro sgarbo verso l'Alleanza atlantica, promettendo al governo di Tripoli che Lampedusa non sarebbe stata più usata come base di lancio di missili contro obiettivi libici. In questo vi è piena continuità con i governi precedenti, che tutti avevano compreso l'importanza di un rapporto con una Libia retta da una così forte personalità. L'accordo prevede la cooperazione della Marina italiana al pattugliamento delle coste libiche per impedire la nuova tratta degli schiavi che i nuovi negrieri organizzano dal Corno d'Africa, in particolare dalle nostre ex colonie eritree e somale.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
L'Italia e la Spagna, paesi minacciati dalle immigrazioni africane, hanno bisogno che gli Stati arabi del sud Mediterraneo siano il blocco che impedisce l'immigrazione verso le terre europee. Roma e Madrid chiedono un contributo agli Stati rivieraschi del sud perché questi possono usare la forza, mentre l'Italia e la Spagna sono legate dalla legislazione internazionale ad accogliere i migranti. I due paesi vengono lasciati soli sia dalla comunità internazionale che dall'Unione europea di fronte all'immigrazione africana. L'accordo firmato tra Berlusconi e Gheddafi comporta, da parte libica, l'impegno ad adoperare la forza contro l'immigrazione africana, trattenendola sul suo territorio e rinviandola ai paesi di provenienza. Potendo usare la forza perché è una dittatura, la Libia di Gheddafi può fare quello che lo Stato italiano non è riuscito a fare: controllare il suo territorio.

Il ministro Maroni ha chiesto al ministro Frattini di portare sul terreno diplomatico il problema del rispetto degli accordi tra Berlusconi e Gheddafi. E' probabile che Maroni abbia usato un piglio leghista nel trattare con il dittatore libico, annunciando un suo viaggio a Tripoli in data non concordata con il governo libico, che ha puntualmente bloccato l'incontro. Le difficoltà con la Libia sono nate nel momento del passaggio della trattativa da Palazzo Chigi e dalla Farnesina al Viminale. Gheddafi vive del suo prestigio e per questo non può apparire come un "buttafuori" al servizio della polizia italiana. L'intesa con la Libia di Gheddafi rappresenta un interesse essenziale per la Repubblica italiana perché il nostro Stato ha perduto il diritto di difendere con la forza il suo territorio dall'immigrazione africana.

-----------------------------------------------------------
Quel 2008 tra gaffe, autogol politici e questioni morali

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 6 della discussione
L'anno della sinistra di Michele Ruschioni

Si chiude un anno che verrà ricordato da storici e politologi come l'anno della definitiva consacrazione di Berlusconi, giunta all'unisono del tracollo delle sinistre.

Quelle più critiche, spazzate fuori dall'assetto parlamentare, e quelle riformiste, pesantemente sconfitte e ridimesionate. Un 2008 che verrà ricordato per la vittoria di Obama negli Usa e per la sconfitta subita dal Pd a Roma e in Abruzzo. Recita il proverbio: anno bisesto anno funesto. Per la sinistra italiana questo adagio calza a pennello. Ripercorriamo allora il 2008 mese per mese.

Gennaio. L'anno si apre con la grana Napoli. La spazzatura continua a riempire, oltre alle strade della città partenopea, anche le prime pagine di tutti i giornali del mondo. Mentre bande organizzate assaltano gli autobus colmi di immondizia e lanciano molotov contro la polizia, Prodi annuncia trionfante di come, grazie a lui, l'Italia abbia superato la Spagna. Ma intanto la tensione in Campania cresce ogni giorno di più fin quando il governo si vede costretto a inviare l'esercito. A metà gennaio prima tegola contro Veltroni, rimproverato duramente dal Papa per le aree di gravissimo degrado in cui versano le periferie di Roma. Qualche giorno prima i duri e puri della sinistra mangiapreti avevano di fatto impedito la visita del Santo Padre all'università La Sapienza di Roma. Che il Papa si sia voluto togliere qualche sassolino dalla scarpa? Il 17 gennaio è il Guardasigilli Clemente Mastella finisce sotto inchiesta, mentre la moglie Sandra, presidente del consiglio regionale campano, viene messa ai domiciliari. E' l'inizio della fine perché una settimana più tardi il governo verrà sfiduciato dal Senato per far cadere definitivamente il tribolato governo Prodi.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Febbraio. Salta l'ipotesi di un governo tecnico guidato da Franco Marini e mentre il Cavaliere spinge per la chiamata alle urne, Veltroni si dipinge forte e dichiara: "Silvio crede di vincere? Al suo posto non sarei così sicuro, il centrodestra ha l'ansia delle urne ma non vincerà". Sappiamo tutti come è andata a finire. E' in questi giorni che Veltroni decide che correrà da solo. Solo ma non troppo, visto che il giorno di San Valentino trova l'accordo con Di Pietro. Considerato che in politica la coerenza è una virtù, ecco arrivare una settimana dopo l'accordo con i Radicali. Oramai il clima da campagna elettorale fa circolare tanta adrenalina, sarà per questo che Veltroni annuncia: "Io come Obama, posso farcela".

Marzo. E' il mese della campagna elettorale. Prodi è sparito e affiancherà Veltroni sono in un paio di occasioni. A Bologna il professore sale sul palco quando i tg della sera sono ormai andati in onda. Questo per capire quale sia il clima tra i due. Il leader del Pd cerca di apparire altro da chi lo ha preceduto e invita Bassolino a dimettersi. Bassolino ascolta ed ancora oggi siede alla guida della regione Campania. Ma intanto in Spagna Zapatero trionfa e Walter può esclamare: "L'aria sta cambiando".

Aprile. Tra le tante dichiarazioni dei tanti carneadi candidati dalla dirigenza Pd, quella che più imbarazza Veltroni non è il "sono totalmente inesperta" candidamente annunciato dalla ventisettenne capolista alla Camera Marianna Madia, ma quelle del generale Mauro Del Vecchio candidato al senato che si esprime in maniera netta contro la presenza di gay nell'esercito ed è a favore dell'apertura di bordelli per i militari in missione all'estero. Le polemiche sollevate da avversari, associazioni gay e compagnia cantando ovviamente non tardano ad arrivare. E' il preludio alla disfatta del tredici aprile quando Veltroni tornerà ad assaporare la realtà delle urne e dei numeri: il centrodestra stravince. Due settimane dopo la sconfitta sarà totale perché Rutelli non riesce ad avere la meglio su Alemanno nella corsa per Roma, da sempre storico feudo Ds. Una sconfitta inattesa, che colpisce in pieno il modello veltroniano di cui Rutelli voleva farsi prosecutore. E' il crollo. In pratica l'inizio della fine di questa sinistra riformista. Qualcosa non deve essere andato per il verso giusto se il Pd non è riuscito ad ottenere più della mera somma aritmetica tra Margherita e Ds.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Maggio. E' tempo di leccarsi le ferite. Ma soprattutto di elaborare una seria analisi politica della sconfitta. Ma in casa Pd anche l'aritmetica è una opinione, Veltroni infatti avverte Berlusconi di come il 47% degli italiani non abbia votato per lui, trascurando il dato storico di un Berlusconi "che ha ottenuto la più schiacciante maggioranza dal dopoguerra ad oggi, ottenendo quattro milioni di voti in più", per citare le parole del vicedirettore di Repubblica. Basta questa uscita per far capire quanto l'ex sindaco della capitale non abbia più di tanto voglia di fare autocritica. Perché come lui stesso ammetterà dalle colonne proprio di Repubblica, "la sconfitta c'è stata per la corsa al governo del paese, ma se guardiamo alla costruzione di una grande forza riformista allora non si può proprio parlare di sconfitta". Intanto fonda il governo ombra, mutuando, se non copiando, l'esperienza anglosassone dello shadow
Giugno. Finalmente la sinistra torna a sorridere. Anche se per farlo deve smettere di guardare in casa e porgere lo sguardo oltreoceano. Obama è il candidato democratico che dovrà sfidare il repubblicano Mc Cain. Intanto si riunisce l'assemblea costituente del Pd, all'interno della quale cominciano ad apparire le prime divisioni interne al partito, la leadership di Veltroni c'è ma non è più così forte. In questo clima D'Alema presenta Red, la fondazione che fa capo a lui che però tranquillizza tutti: "Non romperemo le scatole a Veltroni e non sarà una corrente". Ma intanto dal cinema Farnese di Roma parte il tesseramento. Ospite di una trasmissione televisiva Antonio Di Pietro da del magnaccia a Berlusconi e annuncia: l'8 luglio tutti in piazza.

Luglio. Niente manifestazioni gratis del Pd. Walter è chiaro: non andrà in piazza Navona l'8 luglio. E annuncia la raccolta di cinque milioni di firme contro il governo, firme di cui poi si perderanno le tracce. A piazza Navona va in scena l'atto iniziale di quello che sarà il continuo attrito tra Di Pietro e il Pd. Sul palco della piazza sale Beppe Grillo e insulta, arriva Sabina Guzzanti e insulta. Il Pd assiste imbarazzato e il giornale di casa, l'Unità, arriva a bacchettare Di Pietro. Da li a pochi giorni si avrà la rottura con Di Pietro. I toni da lui usati in piazza sono troppo. Veltroni, oltre a perdere la pazienza verso lo scomodo alleato, vede perdere anche il governatore dell'Abbruzzo Ottaviano Del Turco che finisce dietro le sbarre con l'accusa di corruzione. E' l'inizio della questione morale. Ma che importa, tanto pochi giorni dopo Obama arriva a Berlino e fa il pieno in piazza. Ma di venire a Roma non ci pensa nemmeno.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

Agosto. Mese di annunci e di vacanze. Veltroni vara la sua tv, Youdem, e la presenta alla stampa giusto qualche giorno prima della Red tv di D'Alema. Almeno in questo Veltroni cerca di arrivare prima del suo eterno rivale. Il suo canale satellitare nascerà il 14 ottobre, ma, in pieno stile veltroniano, l'annuncio viene fatto molto prima. Nel frattempo Cacciari e Parisi cominciano a manifestare apertamente il loro dissenso nei confronti del Pd. Cambia la guida del giornale di casa, l'Unità passa a Concita de Gregorio. Da grande giornale della sinistra diventa un piccolo tabloid per i riformisti. La sostanza però non cambia.

Settembre. Inizia come era finito Agosto. Con Cacciari che chiede subito il congresso. Tutta la sinistra si prepara in questi giorni a vivere i due mesi più caldi dell'anno. All'orizzonte c'è la riforma della scuola auspicata dal ministro Gelmini con il movimento studentesco dell'Onda pronto a scendere in strada. Intanto arriva il si dei sindacati all?accordo con la Cai e Veltroni, che durante i giorni caldi della trattativa è a New York per presentare il suo libro, al suo ritorno in Italia afferma soddisfatto: "Se la trattativa si è conclusa è merito nostro".

Ottobre. Parte l'autunno caldo che darà una boccata di ossigeno al Partito Democratico. Dei dodici mesi appena trascorsi di certo Ottobre è stato quello del leone. Grazie al mondo della scuola, all'onda studentesca, ai sindacati e al mondo dell'università e alle duecentomila persone confluite al Circo Massimo aumenta il consenso del Pd. Il Pd c'è, è rinato. E il governo, per la prima volta dopo mesi, vede calare, seppur di qualche punto, il proprio consenso. Ma l'onda favorevole cesserà subito, non prima di aver visto però trionfare Obama in America.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 5 della discussione
Novembre. E' il mese di Barack Obama e quindi, per un semplice sillogismo tanto caro ai riformisti, è il mese di Veltroni. Ma è anche il mese di Riccardo Villari. Vince Obama e il Pd saluta il nuovo messia con feste e brindisi. Sarcastico il commento di Cossiga: "Complimenti a Veltroni e al suo Pd che hanno contribuito in maniera decisiva alla vittoria del candidato democratico". In fondo, come ironizzerà qualcuno, le prossime elezioni amministrative in Abruzzo sono a rischio, ma l'Ohio è conquistato. A molti questo festeggiare per le altrui vittorie appare come un provincialismo sinonimo di poco spessore, ad altri la disperata rincorsa di Veltroni di appropriarsi di un marchio culturale e politico altro, che non provenga né dalla tradizione socialista né da quella comunista, appunto un logo democratico che risponda al motto yes we can. Peccato che per Veltroni lo slogan più azzeccato sia: No, I can't. Intanto la piazza scalpita e l'universo studentesco, con i sindacati alle spalle, mette a dura prova l'esecutivo. A rimettere la palla al centro e a far capire lo spessore del Pd ci si mette quel carneade di Riccardo Villari, deputato democratico, che si fa eleggere Presidente della Commissione vigilanza Rai contro il parere di Veltroni e con il favore del Pdl. Veltroni proverà in tutti i modi a far dimettere Villari, non riuscendoci alla fine è obbligato ad espellere il dissidente dal partito. Ma la figuraccia nazionale è fatta. E l'indice di gradimento per il Pd torna sotto il 30%. Arrivano i primi segnali di quella che dai giornali tutti verrà battezzata come "la questione morale" interna al Pd e che proseguirà per tutto il mese di dicembre.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 6 della discussione

Dicembre. Scoppia la bomba. Giudiziaria e politica. Cominciamo dalla prima. Una serie di arresti nei confronti di amministratori locali coinvolge il Pd. A Napoli vengono messi sotto inchiesta quattro assessori, a Pescara il sindaco passa una settimana ai domiciliari, entra in crisi la giunta regionale in Basilicata e in Sardegna il governatore Renato Soru si dimette dalla guida della regione, si aprono le indagine sugli appalti dell'imprenditore napoletano Romeo, il quale avrebbe goduto di corsie preferenziali, da parte di giunte di sinistra, per l'assegnazione di appalti. Nel frattempo Cacciari e Chiamparino chiedono il Pd del nord, il Partito Democratico non entra ufficialmente nel Partito socialista europeo onde evitare mal di pancia al duo Binetti Rutelli, dulcis in fundo, in una fredda domenica, il sindaco di Firenze Dominici si incatena di fronte la sede dell'Espresso, per protestare contro il settimanale, reo, secondo il primo cittadino fiorentino, di aver trattato male gli esponenti della sua giunta finiti nel mirino di alcune inchieste. Nel frattempo l'Abruzzo è perso, e le urne sottolineano il crollo del Pd e la crescita dell'Italia dei Valori. Veltroni tiene la barra dritta e afferma: "La questione morale esiste". E mentre lo dice il figlio di Antonio Di Pietro, consigliere provinciale in Molise, si dimette perché finito nel giro delle intercettazioni telefoniche. La vera ciliegina sulla torta di un anno indimenticabile. Una cosa è certa, il popolo di sinistra non si è certamente annoiato.

Quali conclusioni trarre? C'è la consapevolezze che fino ad oggi, da parte del leader Pd, resti una irriducibile negazione degli errori commessi. Come dire: gli italiani popolo bue hanno votato per Berlusconi non perché io non mi sono spiegato, ma perché loro non mi hanno capito. L'anno si chiude e constatiamo come a sinistra poco sia cambiato: il riflesso di una vecchia tradizione comunista che colpisce anche chi comunista dice di non esserlo mai stato. Come diceva Bertold Brecht: "Il popolo ha chiesto al comitato centrale di cambiare le sue decisioni, il comitato centrale ha deciso di cambiare popolo".

-----------------------------------------------------------
Dalle crisi si esce rafforzati e il 2009 sarà l'anno dell'ottimismo

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
La quiete dopo la tempesta di Fabrizio Goria

Il 2008 che si sta chiudendo sarà ricordato come un anno nefasto per l’economia mondiale. Da una condizione di indifferenza, il mondo intero ha compreso, nell’arco di 12 mesi, quanto siano volatili i mercati finanziari e quanto sia grave la crisi in atto. Tutti si domandano se il 2009 porterà un po’ di pace alle borse, ma nessuno sa dare una risposta certa.

Ancora scossi dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense, nel luglio 2007 grazie a due fondi hedge di Bear Stearns, ci siamo illusi che le code di fronte alle filiali della banca inglese Northern Rock del settembre dello stesso anno fossero un episodio estemporaneo. Abbiamo iniziato un 2008 indubbiamente con troppa presunzione che la crisi economica in corso fosse ampiamente gestibile, salvo poi veder crollare le iniziali convinzioni alla metà di marzo, con il default delle stessa Bear Stearns e con il continuo scendere dei tassi, di sconto e di riferimenti, di Federal Reserve e Banca Centrale Europea. C’è voluto poco per comprendere la realtà dei fatti e far mente locale su cosa stava accadendo. Verso l’inizio d’estate, il peggio. Il crollo generale dei mercati finanziari ed il continuo aumentare del prezzo del petrolio, insieme con un’inflazione sempre maggiore, hanno fatto intendere anche all’uomo della strada che quanto osservato fino ad allora era solo il preludio di un evento del tutto devastante.

Fannie Mae & Freddie Mac, le due agenzie governative che gestiscono il 45% del mercato dei mutui americani, vengono salvate per il rotto della cuffia a luglio dal governo federale, anche per evitare il default di un asset da 5 miliardi di dollari. Alla loro crisi fa seguito quella di Indymac Bancorp prima e di AIG, la prima società assicuratrice americana, dopo. Come se non bastasse, sempre a luglio abbiamo osservato due massimi storici: il petrolio a ridosso dei 150 dollari al barile ed un cambio euro-dollaro sempre più a vantaggio del primo. Ma il peggio, finanziariamente parlando, doveva ancora accadere.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Era l’inizio di settembre quando sono giunte le prime notizie dei crolli del titolo Lehman Brothers, la quarta investment bank yankee. Dopo pochi giorni, nella notte fra di domenica 14 settembre, il gruppo bancario newyorkese domandava di poter accedere al Chapter 11 del Bankrupcty US Code, l’amministrazione controllata. L’evento ha innescato la settimana più difficile dal 1929, ancora peggiore dei giorni (non troppo remoti) vissuti nel 1987. Indici come il Dow Jones, l’S 500, il Mibtel, il Cac, il Dax e l’FTSE che perdono, in pochi giorni, oltre il 30% del loro valore sono il sintomo di una crisi ben più ampia delle aspettative di tutti: il crollo verticale dei listini non è minimamente stato assorbito dal mercato, facendo tornar alla mente il periodo della Grande Depressione. In quei giorni, dopo il fallimento di Lehman, è cambiata l’intera sfera delle grandi banche d’affari americane: il 23 settembre è una data che sarà ricordata per la fine del mondo dorato del Gordon Gekko di Wall Street. Infatti, Goldman Sachs e Morgan Stanley cambiano il loro status, divenendo banche commerciali al fine di aprir i battenti alla clientela retail, ottenendo nuova liquidità. Si apre quindi la pagina dei salvataggi statali, che sarà inevitabilmente portata avanti dal presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama.

Prima erano state le sorelle dei mutui Fannie & Freddie, poi AIG, poi è giunto il piano che cercava di ottenere il riequilibrio di mercati finanziari sempre più turbolenti. Henry Paulson, segretario al Tesoro statunitense, vara nell’ottobre scorso un piano di recupero degli asset in crisi, inizialmente di 700 miliardi di dollari e successivamente, dopo il passaggio al Congresso, di 850 miliardi. Il Troubled Asset Relief Program (TARP) ha cercato letteralmente di porre una pezza ad una dispersione di liquidità imbarazzante a causa dei numerosi malinvestment nei prodotti legati ai subprime. Ma non basta, dato che la Fed ha introdotto il Term Asset- Backed Securities Loan Facility (TALF), un piano per il sostegno del credito al consumo e delle piccole e medie imprese da oltre 800 miliardi di dollari. Ad entrambi i piani, inoltre, si è unita una politica monetaria americana, condotta da Ben Bernanke, che ha visto una sensibile riduzione del costo del denaro, fino al limite storico raggiunto all’inizio di dicembre con il range dei Fed Funds che varia dallo 0, 25% allo 0% a seconda del richiedente, inaugurando la Zero Interest Rate Policy in salsa yankee. Non si deve però dimenticare anche il nuovo fronte della crisi, la voragine creata da Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, che faceva credere a innumerevoli investitori istituzionali di gestire un hedge fund, quando in realtà bruciava denaro su denaro. Le esposizioni per questa truffa possono sconvolgere i bilanci di banche, SGR e società finanziarie ancora per molto tempo.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Tutto questo sul versante statunitense, a cui ha fatto seguito anche il continente europeo, seppur in modo minore. Fortis, Dexia, Hypo, UniCredit, Société Générale, Santander, Royal Bank of Scotland, UBS: i nomi dei soggetti bancari coinvolti nella crisi sono tanti, come numerose sono state le iniezioni di liquidità della BCE. Va detto che però la politica di Jean-Claude Trichet, numero uno dell’istituzione monetaria con sede a Francoforte, è sembrata più decisa e meno indulgente nei confronti degli operatori finanziari. I tagli ai tassi ci sono stati, in modo netto, ma la sensazione è che si sia utilizzato un metro di giudizio più oggettivo nell’affrontare la faccenda.

Da meramente finanziaria, la crisi è diventata anche economica e non servono gli outlook del Fondo Monetario Internazionale o dell’OCSE per comprenderlo. La situazione delle Big Three (General Motors, Chrysler, Ford) dell’industria automobilistica d’oltreoceano è esemplificativa in tal senso, come anche i 17, 4 miliardi di dollari elargiti per salvar milioni di posti di lavoro ed altrettante pensioni. Il passaggio del virus subprime dalle sale operative delle borse di mezzo mondo alla cosiddetta economia reale è stato tanto repentino, quanto sottovalutato. Il sentore comune è che il 2009 sarà un anno difficile, nel quale dovremo fare in conti, è il caso di dirlo, con una delle peggiori crisi economiche di tutti i tempi. La disoccupazione salirà, numerosi altri soggetti scompariranno, il petrolio ballerà ancora (verso l’alto?) e le piazza finanziarie perderanno ancora molti punti, ridimensionando svariati titoli, soprattutto bancari. I subprime colpiranno ancora molto, almeno per tutto il 2009, ma lo spazio per essere ottimisti c’è: da ogni crisi, si esce più forti e con notevoli spunti per il futuro. L’importante è smetterla con l’indulgenza nei confronti dei colpevoli.

-----------------------------------------------------------
Le sofferenze dell'Africa in un anno da dimenticare

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
Le violazioni della democrazia di Anna Bono

Il 2008 sembra destinato a concludersi senza che le pressioni internazionali riescano a ottenere la resa di Robert Mugabe, il dittatore che da 20 anni decide delle sorti dello Zimbabwe.

Peraltro, benché non vi sia dubbio che Mugabe è il responsabile della rovina del suo paese e dell’attuale disperata situazione dei suoi abitanti, la giusta causa di convincerlo a lasciare il potere, tanto più ora che pretende di conservarlo pur essendo stato sconfitto alle elezioni di marzo, non deve far perdere di vista la portata assai più profonda e drammatica della crisi in atto nell’ex Rhodesia del sud.

Nulla, proprio nulla, infatti, induce a pensare che, uscito di scena Mugabe, le cose andranno meglio. Anche Morgan Tsvangirai, il suo avversario, sta mostrando di non avere a cuore la sorte del proprio paese abbastanza da rinunciare al ministero degli Interni per il quale continua a battersi. Assunta la presidenza, potrebbe rivelarsi altrettanto irresponsabile e incapace del suo predecessore.

Nella storia africana recente, d’altra parte, le speranze riposte nei nuovi leader sono state tradite talmente tante volte da lasciare ben poco spazio all’ottimismo e alla speranza.

I capi clan che nel 1991 in Somalia hanno deposto il dittatore Siad Barre, combattendolo in nome della democrazia, della giustizia e dei diritti umani violati, da allora si disputano l’apparato statale del tutto indifferenti alle sofferenze dei loro connazionali ridotti in miseria da una guerra interminabile.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Nello stesso anno e per le stesse nobili ragioni veniva costretto alla fuga in Etiopia il sanguinario dittatore Hailé Mariam Menghistu (ospitato fino alla sua morte nel 2006 dall’amico Mugabe, in Zimbabwe). Prendeva il suo posto nel 1994, dopo un periodo di transizione, uno dei leader della rivolta, Meles Zenawi, tuttora primo ministro e ben deciso a mantenere il potere come ha dimostrato alle elezioni generali del 2005 facendo arrestare molti dei candidati dell’opposizione risultati vincenti e reprimendo nel sangue le proteste popolari.

Nel 1997 la sconfitta di Sese Seko Mobutu, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, metteva fine a 30 anni di dittatura, una delle più feroci e corrotte del continente. Sembrava l’inizio di una nuova era. Invece il suo successore, Laurent Désiré Kabila, altri non era che un avventuriero privo di scrupoli che di democrazia e diritti umani non sapeva che farsene. Fu assassinato nel 2001 e sostituito dal figlio Joseph, ora presidente in carica. Dal 1998 al 2003 la guerra civile per il controllo delle immense risorse del paese ha provocato quattro milioni di morti e ancora si combatte nell’est dove, dalla sua roccaforte di comando, un ex generale, Laurent Nkunda, lancia assai verosimili accuse di corruzione e malgoverno all’attuale gruppo dirigente.

Nel 2002 in Kenya toccava a Daniel arap Moi lasciare malvolentieri la carica di presidente dopo 24 anni di dittatura mascherata da regime presidenziale. Il suo avversario, Mwai Kibaki, era un economista che prometteva lotta alla corruzione e riforme democratiche: vinse ottenendo la fiducia di un elettorato esasperato dal malgoverno e dall’arroganza del regime di Moi, ma, come fu presto evidente, non intendeva fare né una cosa né l’altra. La conta dei leader che negli ultimi due decenni hanno conquistato il potere con la forza o con il voto denunciando le colpe dei loro predecessori, promettendo buon governo, democrazia e rispetto dei diritti umani e venendo poi meno alle loro promesse potrebbe continuare.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Nel solo 2008 tante sono state le violazioni delle regole democratiche da poter annoverare l’anno che sta per finire tra i peggiori sotto questo aspetto. A gennaio, in Kenya, i due candidati alla presidenza, il capo di stato in carica Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga, dopo aver cercato la vittoria elettorale con brogli vistosi, hanno tentanto di affermarsi con la forza, provocando un bagno di sangue conclusosi con un bilancio di 1. 500 morti e 250. 000 sfollati. Alla fine hanno concordato di spartirsi l’apparato statale e per farlo, senza danneggiare i rispettivi partiti, hanno quasi raddoppiato i ministeri e quindi il costo dell’esecutivo.

Tre mesi dopo, come si è detto, in Zimbabwe scoppiava un’altra crisi post elettorale, tuttora irrisolta. Il 6 agosto era la volta della Mauritania. A soli tre anni dal golpe che nel 2005 aveva deposto Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya, un altro colpo di stato, se non altro incruento, ha portato all’arresto del presidente Sidi Ould Cheikh Abdellahi e del primo ministro Yahya Ould Ahmed Waghf, accusati di non fare gli interessi del paese dai militari da allora al governo tramite un Alto Consiglio di Stato, promettendo elezioni entro il prossimo anno. Intanto il massimo risultato ottenuto dagli organismi internazionali intervenuti per chiedere il ripristino delle istituzioni democratiche è stato la promessa, effettivamente mantenuta, di liberare Abdellahi entro il 24 dicembre.

Non molto diversa da un golpe è stata anche la prova di forza all’interno dell’Anc, il partito di maggioranza in Sud Africa, che a fine settembre ha costretto il presidente Thabo Mbeki a dimettersi per aver tentato – secondo i suoi avversari – di sbarazzarsi del suo ex vice presidente Jacob Zuma ricorrendo a infondate accuse di corruzione, in seguito alle quali Zuma nel 2005 aveva dovuto rinunciare alla carica. Benché in attesa di giudizio, Zuma è stato eletto presidente dell’Anc al posto di Mbeki nel dicembre del 2007, il che ne fa il candidato del partito alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Due mesi più tardi il governo di transizione della Costa d’Avorio ha annunciato un ennesimo rinvio, questa volta a tempo indeterminato, delle elezioni previste per il 30 novembre e attese da anni, indispensabili per mettere fine alla crisi che divide in due il paese dal settembre del 2002, dopo un fallito colpo di stato contro il presidente Laurent Gbagbo. L’ulteriore proroga dipende dal mancato disarmo delle milizie protagoniste del conflitto civile e dal ritardo nella compilazione delle liste elettorali che avrebbero dovuto essere completate entro il 21 marzo: invece, a metà ottobre, su una stima di circa nove milioni di aventi diritto al voto ne risultavano iscritti soltanto 30. 000.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

Infine, in Guinea Conakry un gruppo di militari ha preso il potere con un colpo di stato il 23 dicembre, poche ore dopo la morte del presidente Lansana Conté, il dittatore che ha saccheggiato il paese per 24 anni reprimendo con la forza l’opposizione e le proteste popolari sempre più disperate. Il capitano Moussa Camara, leader del Consiglio Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo autore del golpe, ha sospeso la costituzione e ha annunciato la formazione di un governo composto prevalentemente da militari, promettendo lotta alla corruzione, democrazia e libere elezioni entro il 2010. Per concludere, non meno gravi, benché passati del tutto inosservati, sono gli attentati alla democrazia perpetrati in altri tre stati africani nel corso degli ultimi 12 mesi.

In Camerun, ad aprile, il presidente Paul Biya, al potere dal 1982, ha ottenuto dal parlamento la soppressione della norma costituzionale che, limitando a due i mandati presidenziali che una persona può ricoprire, gli avrebbe impedito di ricandidarsi alle prossime elezioni. Bisogna sapere che i capi di stato in Africa hanno un notevole vantaggio rispetto agli avversari al momento del voto perché, controllando l’apparato statale e le risorse nazionali, possono, se si dà il caso, ricorrere a brogli, corruzione e maniere forti per volgere i risultati elettorali a loro favore. Quindi Biya, superato l’ostacolo costituzionale, ha quasi sicuramente la vittoria in pugno. Per questo il 21 aprile il Fronte sociale democratico, l’unico partito ad aver votato contro la riforma della costituzione, ha organizzato una giornata di “lutto per la morte della democrazia”.

A novembre il vincolo dei due mandati presidenziali è stato soppresso anche in Algeria per decisione parlamentare quasi unanime. Inoltre il presidente Abdelaziz Bouteflika ha ottenuto un’altra fondamentale modifica costituzionale grazie alla quale d’ora in poi l’elaborazione del programma di governo, prima affidata al primo ministro, spetta al presidente della repubblica, il che trasforma il primo ministro in un mero esecutore.

Pochi giorni dopo infine, all’inizio di dicembre, anche lo schieramento che sostiene il presidente del Niger Mamodou Tandja ha avanzato la proposta di abolire il limite dei due mandati presidenziali. Tandja si unisce dunque alla lunga lista di leader africani che tentano di restare in carica a vita. Negli anni scorsi sono riusciti a cambiare a proprio favore la costituzione Idriss Déby in Ciad,

Yoweri Museveni in Uganda, Zine el-Abidine Ben Ali in Tunisia (alle presidenziali del 2004 rieletto con il 94, 5% delle preferenze!) e Blaise Compaoré in Burkina Faso.

-----------------------------------------------------------
Congo - Spenti i riflettori internazionali la guerra e le barbarie continuano.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
di Edoardo Tagliani

Hanno ammazzato il nostro responsabile del settore educazione con una raffica di Ak mentre era in missione per Avsi nel territorio di Rutshuru (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo).

Bauduin, 52 anni e 6 figli. L’autista, Deo Gratias, è rimasto ferito. Una pallottola al ventre e una nella mano sinistra. Se l’è cavata con l’amputazione di un dito e un intervento chirurgico ben riuscito. Un’imboscata. Hanno aperto il fuoco sull’auto e hanno rubato 63 dollari e un telefono cellulare.

È successo lo scorso 15 dicembre. Avevamo appena riaperto gli uffici dopo averli chiusi per tre giorni in segno di lutto, a causa della morte di Ernest Rubase, capo logista di Avsi a Goma. Ernest, un amico di vecchia data. Se n’è andato per un’ischemia celebrale dovuta all’ipertensione. Cose che capitano, ci ha detto il medico del migliore ospedale dei dintorni.

Già. Capitano ovunque. Certo che in guerra capitano di più. Ernest era in cura da un anno. Ma la sala rianimazione dove è stato ricoverato consiste in una barella con un materasso di plastica nera e una flebo. Tutto qui. Forse, altrove, in un Paese con medici e ospedali decenti, l’ipertensione saremmo riusciti a curarla insieme così come si cura l’ipertensione di milioni di occidentali. O forse no. Forse era soltanto la sua ora. Il problema è che il dubbio rimane. Il problema è che è evidente e lampante che si sarebbe potuto fare di più se solo qui, a Goma, esistesse una sala rianimazione con qualcosa di più che una flebo.

Due settimane fa, l’Onu ha pubblicato un rapporto sulla strage di Kiwanja (Nord Kivu, Rdc). Almeno 150 civili massacrati, dicono i caschi blu. La gente del villaggio non esita, tra le lacrime, a raddoppiare la cifra. I morti sono di tutte le etnie. Il 26 di dicembre, un gruppo di ribelli che opera nella regione dell’Ituri (Ituri, Rdc) ne ha ammazzati altri 180. Molti di loro sono stati fatti letteralmente a pezzi in una chiesa, a colpi di machete.

Tutto questo a nemmeno due mesi dall’ultima evacuazione di Goma (Nord Kivu, Rdc).

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Cerco di mettere insieme i pezzi di un lavoro e di una vita che talvolta sembrano perdere di senso.

Commetto l’errore di aprire un sito web per leggere qualche notizia. In Zimbabwe muoiono a decine di migliaia per il colera. La Somalia sembra essere arrivata all’ennesimo vicolo cieco. Israele dichiara che i bombardamenti a Gaza sono «la prima di una serie di fasi» e tutti gli analisti del Medio Oriente si chiedono quali ripercussioni potrà avere la crisi.

Stempero il malumore leggendo un pezzo sul nuovo presidente degli Stati Uniti. I media gli hanno chiesto se intende fumare alla Casa Bianca oppure

rispettare il no smoking imposto da Hillary Clinton quando era first lady. Sarebbe troppo facile e cinico chiedersi se nell’era post Monica abbia emanato divieti d’altra natura, ma sarebbe in linea con lo spazio che la stampa internazionale dedica alle 8 sigarette quotidiane di Obama.

Quattordici studenti uccisi da un’auto bomba in Afghanistan. Tutti sotto i dieci anni.

Un sospetto omicida rischia l’iniezione letale negli Stati Uniti. È la terza volta che l’esecuzione viene sospesa poche ore prima di essere messa in atto. I testimoni che lo accusavano hanno ritrattato (9 su 11, se ricordo bene), ma le procedure giudiziarie complicano la cosa. Non ci sono nuove prove tangibili per riaprire la causa e lo stesso imputato non può essere processato due volte per lo stesso crimine. I magistrati discutono. Chissa lui, che cosa fa.

Spengo il computer.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Non che da queste parti sia meglio. Come al solito, come sempre negli ultimi 12 anni, le truppe si muovono, gli eserciti si riarmano e fanno nuove reclute. È solo questione di tempo. Non è mai stato il caso di chiedersi se ci sarà o no la guerra. La domanda è quando. Oggi? Domani? Tra un mese? I profughi restano profughi e muoiono anche per una bronchite. E restano circa un milione e mezzo di anime, tanto per fare statistica.

A che cosa serviamo, noi? Per quale bizzarro o egoistico motivo, esistiamo? La cooperazione internazionale. Siamo in giro per il mondo per “fare del bene”, anche se resta da stabilire se lo facciamo agli altri o a noi stessi.

Negli ultimi tre mesi, la Repubblica Democratica del Congo è stata sotto i riflettori dei mass media internazionali. Quei riflettori, ora sono spenti. La guerra no. Non è spenta. La guerra brucia.

Tuttavia, ogni esperto di politica estera che ha avuto modo di scrivere sulla Rdc, ha scritto una cosa precisa: il conflitto ha radici economiche. Grandi potentati dell’occidente acquistano qui materie prime a basso costo. Per farlo, armano eserciti o governi compiacenti.

E poi l’occidente, quello stesso occidente che a dire dei suoi esperti è il responsabile ultimo del massacro, mette una pezza e paga i nostri salari da cooperanti internazionali. Con la mano sinistra uccide, con la destra si sciacqua (tenta di sciacquarsi) il viso e la coscienza.

Cosa facciamo, qui? Siamo convinti sostenitori della pace e della solidarietà o soltanto piccoli ingranaggi di un meccanismo che ci utilizza (e noi assecondiamo per interesse personale) al solo fine di raggiungere i suoi scopi? Siamo qui per firmare ordini di missione per Bauduin e inviarlo a Rutshuru per raggiungere gli obbiettivi di un progetto finanziato dalle Nazioni Unite? E per poi ritrovarci sulle spalle una grande jeep coperta di pallottole e sangue, un cadavere sotto terra e una famiglia in frantumi?

In questa notte difficile, non lo so più.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

Ma so che trovare una risposta è necessario, doveroso, eticamente e moralmente imprescindibile.

Domattina qualche risposta ce l’avrò. Quelle semplici, quelle che mi faccio bastare.

Domattina rivedrò le tante persone con le quali si lavora insieme da anni e da anni si cerca davvero (ci si riesce?) di costruire la pace. Condividendo esperienze, imparando gli uni dagli altri, mischiando culture e abitudini non senza difficoltà. Domattina mi dirò che le cose grandi vanno fatte un passo alla volta e che ogni passo è importante. Domattina cercherò di ricordarmi che questo mondo enorme è solo la somma di tante persone e che per migliorarlo bisogna migliorare quelle persone, cominciando da noi stessi. Noi stessi. Scintilla e motore d’ogni qualunque cambiamento.

Ma chi migliorerà i manager di una multinazionale che compra quei diamanti che forse sono serviti per pagare il fucile che ha ucciso Bauduin? Gli stessi che forse fanno annualmente delle sostanziose donazioni per finanziare progetti d’intervento umanitario in Africa (beneficiando persino di sgravi fiscali).

Io non ce la faccio. Non ne conosco nemmeno uno, di quei manager lì.

A loro non auguro un 2009 di serenità, perché temo che la loro serenità possa coincidere con la morte di milioni di persone. A loro auguro, di tutto cuore, un 2009 con bilanci in rosso, titoli in calo e Hedge Founds in fallimento. Finanza etica. Mercato etico. È possibile. Ma per metterlo in pratica, bisogna additare e combattere ciò che etico non è. Far soldi sulla pelle degli altri non è etico.

È omicidio. Anche in giacca e cravatta, resta omicidio.

A tutti gli altri, a quelli che si fanno bastare le motivazioni piccole per andare avanti un giorno dopo l’altro, a quelli che ancora credono in qualcosa perché credono che non credere sia peggio, sia sbagliato e sia impossibile, auguro invece un 2009 stupendo. Un anno di canti e frastuoni. Un anno di pace.

-----------------------------------------------------------
Le ragioni per sperare in un rapido ritorno all’atomo in Italia

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Ernesto Pedrocchi

In questi mesi si sente spesso parlare per l’Italia di ritorno al nucleare. L’Italia, che nei primi anni ’60 era all’avanguardia mondiale come produttrice di energia nucleare, ma che, come conseguenza indiretta del referendum del 1987, ha abbandonato questa fonte, avrebbe ottimi vantaggi ritornando al nucleare:

1) diversificherebbe il mix di produzione di energia elettrica, rendendosi meno vulnerabile, 2) ridurrebbe le emissioni di CO2 con un conseguente minor esborso per i vari target ambientali che vengono, a ragione o a torto, imposti, 3) molto probabilmente avrebbe in prospettiva una produzione di energia elettrica meno costosa, avvicinandosi ai livelli di prezzo europei, 4) alcune industrie nazionali potrebbero proficuamente inserirsi nel processo di costruzione di nuove centrali.

In base a questi presupposti, tanti politici, ma anche alcuni responsabili delle grandi imprese di produzione di energia elettrica propongono e danno per scontato che si ritorni al più presto alla fonte nucleare. Oltre ai vantaggi elencati si citano spesso le indagini sulla pubblica opinione e, in base a un miglioramento del parere favorevole rispetto al periodo del referendum che, non si dimentichi, era a ridosso dell’incidente di Chernobyl, si dà per scontato che il processo possa essere facile.

Una recente indagine vede un 47% di genericamente favorevoli contro un 44% contrario e un 9% di incerti, ma nel caso la costruzione avvenisse nella propria provincia i favorevoli scendono al 41% e i contrari salgono al 50%. La situazione va lentamente migliorando, ma siamo ancora lontani da un decente livello di accettabilità. Tra i favorevoli si schierano inopportunamente alcuni convertiti che furono fra coloro che maggiormente denigrarono nei passati anni, solo sulla base di falsità e aspetti emotivi, il nucleare.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Ci si può chiedere come mai in Italia si abbia un’opinione pubblica così contraria all’energia nucleare: certamente la causa principale è dovuta a una grave disinformazione propalata a piene mani, ma senza nessun presupposto tecnico scientifico, da tanti movimenti ambientalisti spesso aizzati da lobbies delle altre fonti energetiche. Continuare a ripetere falsità le ha fatte assurgere a verità, secondo il detto di Voltaire “calunniate, calunniate qualcosa resterà”.

L’esempio più classico è la valutazione delle conseguenze del disastro di Chernobyl. Invece di fare ricorso ai dati elaborati dal Chernobyl Forum, un’istituzione altamente qualificata sotto l’aspetto scientifico e composta da rappresentanti di otto agenzie dell’ONU e dai rappresentanti dei tre paesi maggiormente colpiti (Ucraina, Bielorussia e Russia) che ha analizzato dettagliatamente e criticamente la vasta documentazione scientifica esistente sull’argomento, si continuano a fornire dati catastrofici privi di ogni fondamento scientifico. A questa linea di pensiero danno sempre un appoggio i mass media, alla ricerca costante della notizia sensazionale.

La sinistra come forza politica, non tutta, ma in grandissima maggioranza è “geneticamente” contraria al nucleare: i verdi apertamente, altri in modo più subdolo, adducendo motivazioni pretestuose. Da parte di questa forza politica c’è come aspetto di fondo, favorito anche dal basso livello della nostra cultura tecnico-scientifica, la rivendicazione di un “primato della politica” anche se avulso dal sapere scientifico che ha portato prima a una sorta di mortificazione poi a una vera delegittimazione della scienza.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Uno dei motivi più forti addotto contro il nucleare è la necessità di attendere i reattori della IV generazione (ora sono disponibili commercialmente quelli della III). Questo perché i reattori della IV generazione saranno più sicuri (anche sotto l’aspetto della proliferazione di armi nucleari), più efficienti nello sfruttamento del combustibile, con una minor produzione di scorie e più economici. Questo è vero, ma quando fossero commercialmente pronti questi reattori certamente altri sarebbero allo studio innovativi e migliori e la dilazione si ripeterebbe con un rimando alle calende greche. Alcuni addirittura puntano sulla fusione, quando gli sviluppi passati del settore e gli stessi ricercatori non permettono di indulgere all’ottimismo.

Il precedente Presidente del Consiglio, interpellato sul nucleare ha affermato che era necessario “fare ricerca”. È certo che, come in tutti settori tecnico scientifici, anche in quello dell’energia nucleare è opportuno fare ricerca e certamente viene fatta, ma non sarà l’Italia, un Paese praticamente fuori da decenni dalla ricerca avanzata in campo nucleare e che non brilla per capacità di ricerca nel settore industriale a poter apportare significativi sviluppi.

Ci sono ancora, è vero, in enti di ricerca e nelle università alcuni validi scienziati italiani, che studiano l’energia nucleare e che permettono al Paese di mantenere almeno un aggancio allo sviluppo del settore e a loro sarà necessario rivolgersi nel caso di una ripresa. Con l’istituzione in corso di una Agenzia per la sicurezza si stanno muovendo i primi passi, speriamo che non si punti su una normativa autarchica, ma si recepisca la normativa vigente nei Paesi più avanzati nel settore.

L’energia nucleare sarà per l’umanità la fonte energetica del futuro, perché praticamente inesauribile, sostanzialmente rispettosa dell’ambiente e, in prospettiva, economica. Inoltre è l’unica vera alternativa ai combustibili fossili perché le fonti rinnovabili non hanno sufficiente potenzialità, come tutti i più qualificati organismi internazionali (IEA, WEC) riconoscono. Purtroppo l’Europa e l’Italia non recepiscono questo dato di fatto e si sono avventurate nel progetto 20-20-20 al 2020 che è un bello slogan, ma che tutti gli studiosi seri prevedono irrealizzabile.

Certamente in un futuro lontano anche l’Italia dovrà rientrare nel nucleare, non si dimentichi che già ora noi copriamo il 5% del nostro fabbisogno con questa fonte prodotta però all’estero. Sarebbe auspicabile che il rientro avvenisse il più presto possibile per evitare che l’Italia si stacchi ulteriormente dai paesi sviluppati, ma, data la situazione della pubblica opinione e del contesto politico, non bisogna cullare illusioni.


-----------------------------------------------------------
Filtro vaticano

nostro inviato a Ashkelon

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Opportuna anche un’occhiata al passato: quando Israele sgombrò Gaza, presero posto a Rafah i “monitor” dell’Ue come garanzia contro l’ingresso di armi e terroristi dall’Egitto. Era il 26 novembre del 2005. L’Eubam si trovò in difficoltà, perché i suoi punti di riferimento erano 70 uomini delle forze di sicurezza di Abu Mazen: l’avvento di Hamas emarginò Abu Mazen. Prima, entrò il fratello del più feroce fra i leader, Mahmoud al Zahar; poi al Zahar stesso passò con una valigia piena di 20 milioni di dollari. Il ricorso dell’Eubam all’Autorità nazionale palestinese si concluse con la sua estromissione nel giugno del 2007, quando ormai la Striscia era una rampa di lancio di missili, e una serra di odio iraniano.

Una nuova Eubam difficilmente potrebbe agire se non avesse un mandato armato per fermare Hamas. Non è solo Rafah, ma anche la larga fascia lanciamissili lungo Israele a dover essere assicurata. E l’Europa non è pronta a girare armata da quelle parti. È sempre apparsa molto più pronta, come per esempio fece Solana in un’intervista al Jerusalem Post, a lamentarsi dell’«atteggiamento iperossessivo di Israele verso i temi della sicurezza», responsabile, per lui, di tenere chiuso troppo a lungo il passaggio di Rafah. È evidente che una tregua che preluda a soluzioni come una forza di interposizione europea inerme, mentre Hamas promette di seguitare a sparare missili, non può essere accettata da Israele, che non ha intrapreso la guerra per ybris, ma per costrizione fisica e morale verso i suoi cittadini e contro la logica del terrorismo che riguarda tutti noi.

Anche l’Europa ha dei doveri verso la popolazione bombardata israeliana, 800mila persone perseguitate. E ha doveri anche verso la pace che Hamas non vuole, mentre vuole una tregua che le consenta di riprendere la guerra jihadista. Occorre da parte Ue una proposta che aiuti Israele, e questo aiuterà anche noi.

MSN Gruppi

unread,
Jan 4, 2009, 6:39:42 AM1/4/09
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
LA UE INCITA A DIFFONDERE L’USO DELLA TELEMEDICINA

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
La Commissione sosterra' un progetto pilota di telemonitoraggio su vasta scala
La Commissione Europea ha presentato al Parlamento ed al Consiglio Europeo una comunicazione sulla telemedicina suggerendo anche le azioni da realizzare sia in ambito nazionale che comunitario. Il documento parte dal presupposto che i cittadini europei invecchiano e vivono sempre piu' spesso con malattie croniche, ed hanno percio' necessita' di un potenziamento dell'assistenza medica che non sempre puo' essere disponibile per ragioni logistiche o per la particolare tipologia della malattia. In questo senso la telemedicina, cioe' il servizio di assistenza sanitaria a distanza, puo' contribuire a migliorare la vita dei cittadini europei, sia pazienti che operatori della salute. I vantaggi della telemedicina sono numerosi perche' si puo' migliorare l'accesso all'assistenza specialistica in settori in cui vi e' carenza di personale, contribuire a ridurre le liste di attesa negli ospedali e ottimizzare l'uso delle risorse; il telemonitoraggio inoltre puo' ridurre i soggiorni in ospedale di pazienti affetti da malattie croniche. Ma la telemedicina puo' anche contribuire in misura significativa all'economia della UE perche' in questo settore l'industria europea, comprese migliaia di piccole e medie imprese, ha subito una rapida espansione e le previsioni parlano di una progressiva crescita. Cio' nonostante il ricorso a tali servizi e' ancora limitato e la maggior parte delle iniziative e' rappresentata da progetti singoli non integrati nel sistema di assistenza sanitaria. E' quindi necessario che gli Stati membri inseriscano lo sviluppo della telemedicina nelle proprie strategie nazionali entro la fine del 2009 e adottino misure per creare fiducia e favorirne l'accettazione da parte dei pazienti e degli operatori. Dal canto suo, la Commissione sosterra' un progetto pilota di telemonitoraggio su vasta scala con una rete di prestatori di servizi di assistenza sanitaria, promuovera' l'elaborazione di orientamenti comuni per valutare l'incidenza dei servizi di telemedicina e sosterra' la raccolta di buone pratiche sul tema. Entro la fine del 2011 la Commissione, in collaborazione con gli Stati membri, pubblichera' un documento di strategia politica contenente criteri per superare alcune criticita' dei sistemi di telemonitoraggio, come la qualita', la sicurezza e l'interoperabilita'.


-----------------------------------------------------------
IL LINGUAGGIO DEL VOLTO E' SCRITTO NEI GENI

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Lo dimostra uno studio Usa pubblicato sul 'Journal of Personality and Social Psychology'
La capacita' di comunicare un sentimento attraverso una particolare espressione del viso, o al contrario di nasconderlo sfoderando un'impenetrabile espressione anche di fronte alla delusione piu' cocente, non e' un dono dell'esperienza, ma di madre natura. Il linguaggio del volto, insomma, non si impara ma e' innato, e lo dimostra uno studio Usa pubblicato sul 'Journal of Personality and Social Psychology'. La ricerca della San Francisco State University fornisce l'evidenza piu' solida a supporto di una teoria già avanzata negli anni ‘60. Il team guidato da David Matsumoto ha esaminato 4.800 fotografie, che immortalavano le espressioni di atleti di judo ciechi o normovedenti durante le cerimonie di premiazione delle Olimpiadi e Paralimpiadi del 2004. Gli studiosi hanno analizzato i volti degli sportivi che avevano vinto medaglie d'oro o d'argento, osservando che - indipendentemente dalle capacita' visive degli atleti - le espressioni di chi saliva sul primo o sul secondo gradino del podio erano fondamentalmente le stesse. Chi sfoggiava l'oro mostrava la propria soddisfazione in modo genuino, con sorrisi autentici e commozione palpabile, mentre chi doveva accontentarsi del premio d'argento esibiva nella maggior parte dei casi il cosiddetto 'social smile': un sorriso forzato, smorzato dalla delusione di chi arriva secondo. Per Matsumoto e colleghi, il risultato ottenuto prova che la capacita' di mostrare o di mascherare un sentimento non si apprende guardando gli altri, ma e' un'abilita' intrinseca nella natura dell'uomo.


-----------------------------------------------------------
DAGLI USA UN NUOVO FARMACO CHE ALLUNGA LE CIGLIA

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Negli Stati Uniti è stato approvato, dalla Food and Drug Administration (Fda), un nuovo farmaco in grado di allungare e rafforzare le ciglia. Il prodotto, studiato per curare una vera e propria malattia detta ipotricosi che comporta la quasi totale assenza di ciglia, si potra' applicare con un piccolo spazzolino e, se utilizzato con costanza, donera' alle ciglia lunghezza, forza e un'intensa colorazione scura. Il medicinale, chiamato Latisse, è prodotto dalla stessa azienda che ha lanciato sul mercato mondiale il botulino anti-rughe, la Allergan ed stato realizzato con un analogo della prostaglandina. Si tratta di una sostanza presente nei capelli che aiuta lo sviluppo e la ricrescita dei follicoli e che viene utilizzata anche per curare il glaucoma. Latisse sara' disponibile negli States a partire dal prossimo anno e una confezione della durata di un mese costera' 120 dollari. La notizia è sta riportata dal Daily Telegraph.

-----------------------------------------------------------
UNA COLLA SPECIALE CONTRO I TUMORI

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
E’ stata impiegata per sigillare i vasi sanguigni che li nutrono
Singolare intervento chirurgico in Gran Bretagna dove i medici invece, di usare il bisturi per rimuovere un cancro, hanno usato una particolare colla per chiudere i vasi sanguigni collegati ad esso. L'intervento è stato fatto su Madison Quartarone, un bimbo nato con un grande tumore benigno al cervello, quando aveva solo una settimana di vita. Secondo un articolo pubblicato sul sito della BBC è stato, in assoluto, il piú bimbo piccolo al mondo ad essere sottoposto ad intervento chirurgico simile volto a fermare la crescita e a ridurre la dimensione di un tumore al cervello.Chiudendo con la colla i vasi sanguigni che portano nutrimento al tumore, i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra, sperano, infatti, di "affamare" il tumore e di impedirne la progressione. Il caso di Madison, che ora ha otto settimane, è secondo i medici piuttosto insolito, in quanto, dicono, è difficile che un tumore si presenti in età cosí precoci.L'intervento è consistito nell'introdurre nei vasi sanguigni collegati al tumore, ben visibile dall'esterno per via di un rigonfiamento della testa, un tubo che, come fosse una siringa, ha iniettato colla per sigillare i vasi che portano nutrimento al cancro. Esami fatti con metodiche a immagini hanno rivelato che la procedura ha avuto un impatto forte sul tumore che ora si sta riducendo a causa della mancanza di ossigeno e di nutrienti.


-----------------------------------------------------------
I CIBI PRONTI STIMOLEREBBERO IL TUMORE AL POLMONE

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
I risultati di uno studio americano
Una dieta a base di cibi che hanno un elevato contenuto di fosfati inorganici come quelli gia' pronti, potrebbero aumentare la crescita di un cancro al polmone e anche la sua insorgenza in soggetti gia' predisposti.Questo e' quanto ha scoperto un gruppo di ricercatori della 'Seoul National University', in uno studio pubblicato sull'American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. Lo studio indica che l'aumentato introito di fosfati inorganici stimola fortemente lo sviluppo del cancro al polmone nel topo e suggerisce che la regolazione dietetica di queste sostanze può essere critica per il trattamento e per la prevenzione del cancro al polmone. I ricercatori hanno anche osservato che mentre un livello moderato di fosfati ha un ruolo essenziale per la vita, il loro crescente uso come additivi e conservanti nei cibi ha portato a un aumento significativo del loro livello nella dieta.


-----------------------------------------------------------
SCOPERTO IL GENE DELL'IPERTENSIONE

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Influisce sulla corretta elaborazione del sale da parte dei reni
Un gruppo di scienziati della facolta' di Medicina dell'universita' del Maryland (Usa) ha identificato una variante genetica molto comune che determina il rischio di ipertensione. Secondo quanto riporta la rivista 'Proceedings of the National Academy of Sciences' (Pnas) sarebbe il gene Stk39, identificato attraverso una speciale tecnica chiamata associazione del genoma, a renderci suscettibili nei confronti della pressione alta. Collocato sul cromosoma 2 questo gene produce una proteina che influisce sulla corretta elaborazione del sale da parte dei reni, un elemento chiave nell'insorgenza dell'ipertensione. Attraverso l’analisi dei campioni di Dna di 542 persone appartenenti alla comunita' Amish della contea di Lancaster, gli esperti sono riusciti a evidenziare una forte correlazione fra varianti comuni del gene della serina/treonin chinasi, il Stk39, e l'ipertensione diastolica e sistolica.


-----------------------------------------------------------
I geni cruciali per la virulenza della Spagnola

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Sulla rivista PNAS
L'insieme dei tre geni scoperti, in combinazione con un quarto gene chiave, permette al virus di colonizzare le cellule dei polmoni

Il virus della Spagnola viene ricordato come uno dei più letali nella storia dell’umanità. Secondo le cronache, uccise tra 20 e 50 milioni di persone nel 1918, complici anche le cattive condizioni delle popolazioni stremate dalla Grande Guerra.

Secondo quanto riporta l’ultimo numero della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, un gruppo guidato dai virologi Yoshihiro Kawaoka e Tokiko Watanabe dell’Università del Wisconsin a Madison è riuscito a identificare i geni che diedero al virus dell’influenza del 1918 la capacità di riprodursi nei tessuti del polmone.

"I virus dell’influenza ‘convenzionali’ si replicano essenzialmente nelle vie respiratorie superiori: bocca, naso e gola; il virus del 1918 si replica nelle stesse zone ma anche nei polmoni”, causando una polmonite primaria nei soggetti infetti, ha spiegato Kawaoka.

Le autopsie delle vittime della spagnola infatti rivelavano spesso polmoni pieni di liquido e danneggiati da copiose emorragie. Un’ipotesi seguita da molti studiosi era che la capacità dei virus di prendere il controllo dei polmoni fosse associata con l’alto livello di virulenza del patogeno, ma i geni in grado di conferirla rimanevano sconosciuti.

Per colmare quesla lacuna, Kawaoka e colleghi hanno mescolato elementi genetici del virus della spagnola con quelli dell’influenza aviaria attualmente in circolazione e hanno poi testato le varianti risultanti in un gruppo di furetti, animali che riproducono assai fedelmente le caratteristiche dell’infezione umana.

Nella maggior parte dei casi, le sostituzioni di singoli geni del 1918 nei ceppi attuali molto più benigni dà luogo ad agenti patogeni che ancora sono in grado replicarsi solo nel tratto superiore dell’apparato respiratorio. Un’eccezione, tuttavia, riguardava un insieme di tre geni che, in combinazione con un quarto gene chiave, permette al virus di colonizzare le cellule dei polmoni e di codificare per l’RNA polimerasi, una proteina necessaria per la riproduzione del virus.

-----------------------------------------------------------
Dieta grassa e ritmi circadiani

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Sulla rivista “Endocrinology"

Una dieta ad alto contenuto di grassi contribuisce non solo all’obesità, ma anche, attraverso i segnali dell’adiponectina, a uno squilibrio del ritmo circadiano

Una dieta ricca di grassi è dannosa per l’organismo non solo per gli effetti negativi sul soprappeso, sull’obesità e sul rischio di sviluppare patologie cardiovascolari ma anche - come si leggerà su un prossimo numero della rivista “Endocrinology" – per i rischio di squilibrare il ritmo circadiano, l’orologio interno con periodo di 24 ore del nostro organismo.

Il ritmo circadiano, come hanno chiarito numerose ricerche, è coinvolto nella regolazione e nella produzione di enzimi e ormoni, a loro volta cruciali per il metabolismo: un problema in questo delicato centro di comando fisiologico può portare a sua volta a uno squilibrio ormonale, a obesità, a problemi psicologici e disturbi del sonno.
Sebbene la luce sia il fattore che più influenza i ritmi circadiani, Oren Froy e colleghi dell’Istituto di biochimica, scienze dell’alimentazione e nutrizione della Hebrew University di Gerusalemme, hanno dimostrato con i loro esperimenti su topi di laboratorio che esisterebbe un rapporto di causa-effetto tra dieta e squilibrio del ritmo circadiano.

Per verificare le loro ipotesi, gli studiosi hanno analizzato quanto l’orologio biologico controlli i meccanismi di segnalazione dell’adiponectina nel fegato, e in che modo il digiuno e una dieta ricca di grassi influenzino tale controllo.

L’adiponectina è una sostanza secreta da dagli adipociti - le cellule del tessuto adiposo - coinvolta nel metabolismo del glucosio e dei lipidi. I ricercatori hanno così sottoposto i topi a una dieta a basso o ad alto contenuto di grassi seguita da un giorno di digiuno, misurando in seguito alcune componenti del cammino metabolico dell’adiponectina a vari livelli di attività.

Nei topi che avevano seguito una dieta a basso contenuto di grassi, il ritmo circadiano risultava normale. Per contro, la dieta ad alto contenuto di grassi contribuiva a diminuire i livelli della proteina AMPK, che svolge un ruolo cruciale nel metabolismo degli acidi grassi, il quale può essere danneggiato proprio dai bassi livelli di AMPK.

I ricercatori sono così giunti alla conclusione che una dieta ad alto contenuto di grassi possa contribuire all’obesità non solo per il contenuto calorico, ma anche per il disequilibrio portato nel ritmo circadiano attraverso i segnali dell’adiponectina.


-----------------------------------------------------------
Una prospettiva per una forma di distrofia

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Per le capacità di rigenerazione del tessuto muscolare sono cruciali le interazioni fra alfa 7 integrina e laminina

Una possibile prospettiva terapeutica è stata aperta da un gruppo di ricercatori della University of Nevada School of Medicine - diretti da Dean Burkin e J.E. Rooney - per i pazienti che soffrono di un particolare tipo di distrofia muscolare, un gruppo di malattie genetiche che inducono un progressivo indebolimento dei tessuti muscolari. Come riferiscono in un articolo ("Laminin 111 restores regenerative capacity in a mouse model for alpha 7 integrin congenital myopathy") pubblicato sul The American Journal of Pathology, i ricercatori hanno studiato la miopatia congenita correlata alla alfa 7 integrina. in cui si riscontra una mutazione nella molecola di adesione alfa 7 integrina, che porta a un ritardo nelle tappe dello sviluppo e a una progressiva ridotta mobilità.
Le interazioni fra la alfa 7 integrina e la laminina, una proteina extracellulare che circonda le fibre muscolari, promuovono la salute e la sopravvivenza delle cellule muscolari. Ma l'alfa 7 integrina è coinvolta in modo essenziale anche nei meccanismi di riparazione dei danni muscolari, come hanno scoperto Dean Burkin e collaboratori, che hanno studiato la risposta al danno muscolare in topi ingegnerizzati per essere deficitari nella produzione di alfa 7 integrina. La successiva iniezione di laminina 111, si è dimostrata in grado, in questo modello animale, di far recuperare al tessuto la capacità di ripararsi e rigenerarsi.

I dati ottenuti "indicano un ruolo critico della alfa7beta1 integrina e della laminina nella capacità rigenerativa del muscolo, e suggeriscono che l'iniezione diretta di laminina possa in prospettiva essere utilizzata come nuova terapia per i pazienti con miopatia legata a difetti della alfa 7 integrina", ha dichiarato Rooney. E ora, ha aggiunto Burkin, "stiamo studiando la possibilità di utilizzare questa tecnologia per trattare la distrofia di Duchenne e altre forme. Questo lavoro apre una nuova prospettiva terapeutica, con l'iniezione di proteine della matrice extracellulare per trattare malattie genetiche".

-----------------------------------------------------------
Piante modificate per una migliore produzione di etanolo

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Una ricerca della Penn State University

Il gene trasferito codifica per una proteina che si inserisce le molecole di acidi e alcoli fenilpropilici che costituiscono la struttura polimerica tridimensionale della lignina

Piante modificate per facilitare la disgregazione della lignina potrebbero essere la chiave per mettere a punto un ciclo di produzione dell’etanolo più economico e meno inquinante: è quanto è stato realizzato grazie a una ricerca svoltasi presso la Penn State University.

La lignina, uno dei principali componenti della componente legnosa dei tessuti vegetali, è costituita da fasci di cellulosa e fornisce alle piante la necessaria robustezza strutturale e una barriera protettiva nei confronti dei parassiti. Tuttavia, considerando i tessuti vegetali come materia prima industriale, la sua notevole coesione rende anche più difficoltoso lo sfruttamento della cellulosa stessa nei processi produttivi.


"Esiste un’enorme quantità di energia ‘bloccata’ nel legno", ha spiegato John Carlson, docente di genetica molecolare della Penn State. "Ma l’estrazione di quest’energia dal legno per produrre etanolo è un processo che richiede enormi quantità di calore e di sostanze chimiche caustiche. Inoltre, gli enzimi che attaccano la lignina non sono ancora ampiamente disponibili, e quelli che sono in fase di sviluppo non sono ancora molto efficienti.”


In effetti, molti ricercatori hanno finora cercato di aggirare il problema cercando di ridurre la quantità di lignina contenuta nelle piante. Tuttavia, ciò può portare a diversi problemi, dal momento che senza questo importante componente le piante hanno difficoltà a rimanere erette e a far fronte all’attacco di infezioni e insetti.


"Cercare di ottenere piante senza lignina è come puntare alla creazione di un pollo senza ossa: si tratta evidentemente di un’impresa senza senso”, ha commentato Ming Tien, docente di biochimica della Penn State che ha partecipato alla ricerca.

Carlson, e colleghi hanno così cercato di seguire un differente approccio genetico: invece di diminuire il contenuto di lignina, hanno cercato di modificare i legami presenti all’interno di essa, senza compromettere né la biosintesi della sostanza né la rigidità strutturale della pianta.


Genetisti e biochimici della Penn State hanno estratto un gene dai fagioli per inserirlo nel genoma del pioppo. Tale gene codifica per una proteina che si inserisce le molecole di acidi e alcoli fenilpropilici che costituiscono la struttura polimerica tridimensionale della lignina.


"Ora abbiamo a disposizione un polimero con una proteina inserita all’interno”, ha continuato Carlson, che ha già richiesto la registrazione di un brevetto sui risultati ottenuti. "In effetti si tratta di un tipo di lignina non molto differente da quella normale in termini di resistenza, ma grazie alla nostra modifica è possibile scindere il polimero utilizzando enzimi che attaccano le proteine, tra l’altro già disponibili sul mercato, invece di quelli che attaccano la lignina stessa."


-----------------------------------------------------------
Voglia di emozioni forti? Una questione di dopamina

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Sulla rivista “Journal of Neuroscience”


Nei novelty seeker il cervello è scarsamente in grado di regolare la dopamina: questa condizione rende i soggetti particolarmente sensibili alle novità

La ricerca psicologica ha classificato come novelty seeker le persone che mostrano un comportamento caratterizzato da una forte impulsività e da una ricerca continua del rischio e delle sensazioni forti.

Ora i ricercatori della Vanderbilt University hanno individuato il meccanismo neurobiologico che sembra essere alla base di questo tipo di comportamento. Uno studio ha infatti rivelato come questi soggetti abbiano un numero inferiore rispetto alla norma di recettori della della dopamina di un particolare tipo.
Il neurotrasmettitore dopamina è prodotto da un particolare gruppo di cellule presenti nel cervello, dotate di una serie di autorecettori che consentono di limitare il rilascio della sostanza quando vengono stimolati.

"È risultato che la densità di questi autorecettori è inversamente correlata al comportamento oggetto dello studio”, ha commentato David Zald, professore associato di psicologia della Vanderbilt e primo autore dello studio pubblicato sulla rivista “Journal of Neuroscience”. "Ciò significa che quanto meno sono presenti questi autorecettori in un individuo, tanto più che egli avrà difficoltà a regolare il desiderio di nuove esperienze potenzialmente gratificanti che normalmente inducono un rilascio di dopamina”.

La dopamina, com’è noto da molto tempo, svolge nel cervello un importante ruolo in tutte quelle esperienze che forniscono al soggetto una gratificazione, nei suoi aspetti sia fisiologici sia patologici, in particolare nelle dipendenze da sostanze o comportamenti (cibo, sesso e sostanze stupefacenti).

Precedenti studi avevano già individuato una notevole variabilità individuale sia nel numero di recettori della dopamina sia nella quantità di neurotrasmettitore prodotta, nonché una correlazione dei suoi livelli nei comportamenti abusanti.

Zald e colleghi si sono invece concentrati sulle possibili correlazioni con i tratti di personalità del novelty-seeker. Nel corso della ricerca è stata utilizzata la tecnica di tomografia a emissione di positroni (PET) per individuare i livelli di recettori della dopamina in 34 soggetti sani sottoposti anche a un questionario per valutare i tratti di personalità.

"La nostra ricerca suggerisce che in questi soggetti il cervello è scarsamente in grado di regolare la dopamina: questa condizione rende i soggetti particolarmente sensibili alle novità e le situazioni che forniscono una gratificazione e che normalmente inducono un rilascio di dopamina", ha concluso Zald.


-----------------------------------------------------------
Evoluzione: Dalla small alla extralarge

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Dalla comparsa della vita sulla Terra, le dimensioni degli organismi sono aumentate di 16 ordini di grandezza in due soli grandi salti, in corrispondenza dell'aumento di ossigeno


Per coprire i trentasei metri di lunghezza di una femmina di balenottera azzurra è necessario mettere in fila oltre centoventi milioni di micoplasmi, i più piccoli fra gli organismi liberi conosciuti sulla Terra. Eppure, la balenottera azzurra e i micoplasmi sono frutto dell'evoluzione dello stesso progenitore. Ma in che modo le forme di vita si sono evolute fino ad avere dimensioni così diverse?

La risposta arriva da uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy Sciences, frutto di una collaborazione internazionale fra paleontologi ed ecologi di dieci istituti (NESCent) guidata da Jonathan Payne, dell'Università di Stanford, Micheal Kowalewski del Virginia Tech e Jennifer Stempien dell'Università del Colorado-Boulder: la taglia è aumentata di 16 ordini di grandezza in 3,5 miliardi di anni, e questo aumento non si è verificato gradualmente, ma solo in due “precisi” momenti.

I ricercatori hanno condiviso i database dei propri istituti e hanno combinato i dati con quelli della letteratura scientifica esistente sulle taglie delle specie fossili e viventi. L'analisi dei dati mostra che l'aumento significativo delle dimensioni si è verificato soltanto in due periodi della storia della Terra, che coincidono con due importanti “eventi”: il passaggio dagli organismi procarioti a quelli eucarioti (che si differenziano per la presenza, nei secondi, della membrana nucleare che racchiude il Dna) e dagli unicellulari ai pluricellulari.

Questi due soli salti sarebbero avvenuti in corrispondenza di grandi aumenti della quantità di ossigeno disponibile nell'atmosfera. Fra i 2,7 e i 2,4 miliardi di anni fa infatti, i cianobatteri cominciarono a produrre ossigeno e immetterlo nell'ambiente, e 1,6 miliardi di anni dopo comparvero gli eucarioti, le cui dimensioni arrivarono fino a un milione di volte quelle degli organismi procarioti.

Il secondo salto avvenne 600 milioni di anni fa, per cause meno chiare ma sempre in corrispondenza di un altro grande incremento di ossigeno. Riguardò ogni specie animale e vegetale presente sul pianeta.

E in futuro? “Pensiamo che l'evoluzione non spinga verso un ulteriore aumento della taglia, anche a causa del limite fisico dettato dalle dimensioni del pianeta”, risponde Payne: “Piuttosto crediamo vada verso un più raffinato livello di organizzazione, simile a quanto si osserva nelle colonie delle formiche, dove gli individui si specializzano in base alla funzione che svolgono".


-----------------------------------------------------------
Marte, un passato favorevole alla vita

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Rocce di tre miliardi e mezzo di anni fa contengono carbonati. La presenza dei minerali lascia immaginare un ambiente meno ostile di quanto supposto finora

Che Marte possa un tempo aver ospitato forme di vita non è poi da escludere del tutto. I ricercatori della Brown University di Providence (Usa) hanno infatti trovato rocce carbonatiche originarie del Pianeta Rosso. Quelle a lungo cercate dagli scienziati perché prova della possibile (passata) presenza di organismi.

Oltre venti immagini, raccolte dal Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars (uno strumento del Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa) mostrano nel dettaglio le rocce nei loro luoghi di formazione. I geologi hanno trovato i minerali in vari tipi di terreni presso la zona chiamata Nili Fossae (lunga circa 667 chilometri), nel centro della Piana di Iside. Lo studio, guidato da Bethany Ehlmann, è pubblicato oggi su Science.

Ormai non ci sono più dubbi che su Marte scorresse acqua allo stato liquido - almeno all'inizio della sua storia geologica. Le recenti osservazioni del Mars Phoenix e delle altre sonde hanno rivelato che il pianeta ospita ancora vasti depositi di ghiaccio, sia ai poli sia a latitudini più basse, protetti da sedimenti. Quello che gli scienziati non sanno è quanto l'acqua fosse abbondante e quanta parte del suolo occupasse. Le evidenze finora accumulate lasciano supporre un periodo in cui si formarono molte rocce argillose ("a base" di acqua), seguito da un periodo di aridità, in cui l'ambiente marziano sarebbe divenuto salino e acido.

La presenza di carbonati, risalenti a 3,6 miliardi di anni fa, mostra ora un ambiente decisamente meno ostile alla vita. Per la formazione di questi minerali, infatti, è necessario che l'acqua abbia un pH basico o neutro e non certo acido, altrimenti le rocce si dissolvono velocemente. Questo fa supporre che l'ambiente acido abbia "risparmiato" alcune zone in cui questi carbonati si sono potuti conservare.

Tracce di carbonati erano già stati trovati in campioni di suolo recentemente raccolti dal Phoenix Mars Lander e in meteoriti di provenienza marziana, ma la loro origine non era certa. "La scoperta apre una serie di nuovi possibili scenari per il passato del Pianeta Rosso", conclude John Mustard, docente di geologia alla Brown University, "ben diversi da quelli immaginati finora".


-----------------------------------------------------------
Laghi sotterranei su Encelado

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Su uno dei satelliti di Saturno, l’analisi dei getti di vapore simili a geyser suggerisce la presenza di acqua liquida appena sotto la superficie gelata


Sotto la superficie di Encelado, una delle lune di Saturno, potrebbe esserci acqua allo stato liquido. Attraverso fenditure nella coltre gelata, in corrispondenza del Polo Sud del satellite, l’acqua sottostante sembra spinta in superficie sotto forma di vapore misto a cristalli di ghiaccio.

A far supporre che si tratti proprio di H2O sono le analisi dei dati raccolti dallo Ultraviolet Imaging Spectrograph della sonda Cassini (che dal 2004 orbita intorno al pianeta), ora pubblicate su Nature.

Secondo gli astronomi delle università del Colorado e della Florida Centrale, che hanno condotto la ricerca, il motore del processo sarebbe il riscaldamento mareale, il calore prodotto dalle deformazioni dovute all’attrazione gravitazionale da parte di un pianeta vicino, in questo caso Saturno. La forma sottile dei getti fa pensare a un’espulsione a forte velocità, che può essere causata dalle condizioni di pressione e temperatura dell’acqua.

“Ci sono solo tre luoghi nel Sistema Solare in cui si suppone o sia accertata la presenza di acqua liquida prossima alla superficie, in questo momento”, afferma Joshua Colwell, uno degli autori dello studio, “la Terra, il satellite di Giove Europa e ora Encelado”.

L’ipotesi dei geyser d’acqua sul satellite di Saturno è sostenuta anche da un modello matematico i cui parametri sembrano collimare con le osservazioni degli astronomi. Ma per la conferma si dovranno attendere gli altri dati dalla Missione Equinox di Cassini - cui partecipano le agenzie spaziali americana, europea e italiana -, che continuerà a monitorare Encedalo fino al 2010.


-----------------------------------------------------------
LO TSUNAMI DI MESSINA

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Da un antico libro la soluzione di un enigma

Utilizzando i dati riportati in un resoconto del 1910, un gruppo di ricercatori italiani ha finalmente scoperto la causa del cataclisma che cento anni fa colpì le coste dello Stretto

Il 28 dicembre del 1908, uno terremoto e uno tsunami colpirono le coste delle Stretto di Messina, distruggendo intere città e provocando oltre sessantamila morti. La causa dello tsunami è stata a lungo dibattuta, ma finora è rimasta sostanzialmente sconosciuta. La soluzione dell’enigma potrebbe venire adesso da un libro del 1910: “La catastrofe sismica calabro-messinese”, un resoconto degli eventi del geografo Mario Baratta, pubblicato dalla Società Geografica Italiana.

La causa sarebbe una frana situata nel tratto di Mar Ionio antistante Taormina e i Giardini Naxos. Lo smottamento è stato individuato da un gruppo di geologi e geofisici delle università Roma Tre e di Messina proprio grazie ai dati raccolti all’epoca dallo studioso.

La scoperta rende ancora più debole una delle ipotesi più discusse finora, secondo cui a provocare terremoto e tsunami sarebbe stato uno spostamento del fondale marino lungo una faglia - ancora sconosciuta - che dovrebbe trovarsi nello Stretto, non lontano da Messina. Ma se è plausibile che l’ipocentro (cioè il punto di origine del terremoto) si trovi in quell’area, non si può dire lo stesso per la causa geologica che innescò lo tsunami. Questo raggiunse infatti Messina tra gli otto e i dieci minuti che seguirono il terremoto. Un tempo molto lungo: con una velocità difficilmente inferiore ai cento chilometri orari, l'onda anomala doveva essersi generata in un punto più distante di quello ipotizzato per l'ipocentro.

Attraverso interviste e questionari distribuiti tra i sopravvissuti alla catastrofe, Mario Baratta era riuscito a definire gli intervalli temporali tra l’arrivo del terremoto e quello dello tsunami per circa trenta città e villaggi delle coste siciliane e calabresi. Elaborando i dati contenuti nel libro di Baratta e integrandoli con quelli di studi recenti, i ricercatori, guidati da Andrea Billi dell’Università di Roma Tre, hanno convertito i tempi in distanze, attraverso una tecnica di tracciamento delle onde di maremoto comunemente utilizzata in geofisica. La loro analisi, pubblicata su Geophysical Research Letters, ha portato a individuare una grande frana sottomarina a circa cento chilometri a Sud di Messina. Allo stato attuale delle conoscenze, quindi, questa frana è la causa più probabile dello tsunami del 1908.


-----------------------------------------------------------
Il viaggio alluncinante di 90 papere di gomma

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Qualche mese fa la Nasa ha "liberato" 90 papere di gomma in un foro di drenaggio polare, per studiare i percorsi sotterranei delle acque. Chi le ha viste? Alessandro Bolla, 2 gennaio 2009

Se pensate che gli scienziati della Nasa si dilettino solo con tecnologie ultra sofisticate, siete sulla strada sbagliata. Le protagoniste di uno degli ultimi esperimenti condotti dall’Agenzia Spaziale, e tutt’ora in corso, sono infatti 90 paperelle di gomma gialla, molto più comuni nelle vasche da bagno che nei laboratori di astrofisica. Le papere sono state messe a mollo lo scorso mese di settembre in un "mulino" della Groenlandia: un foro di drenaggio naturale che inghiotte l’acqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacci e la riversa in mare. Obiettivo del curioso esperimento è proprio quello di studiare il percorso sotterraneo dal pack al mare. La speranza degli scienziati è che prima o poi qualcuna delle gommose anatre attraversi i canali subglaciali e faccia capolino nell’Oceano, ma finora non ne è stata avvistata nessuna. «Se qualcuno dovesse trovarle, ce lo faccia sapere», dice Alberto Behar, il responsabile del progetto. Ma perché le papere di gomma? «Resistono bene alle bassissime temperature e sono praticamente inaffondabili», spiegano i ricercatori.
PESCA L'ANATROCCOLO E VINCI Le papere sono marchiate con un indirizzo e-mail al quale segnalare data, ora e posizione dell’eventuale ritrovamento. E il primo a segnalarne una si aggiudicherà una ricompensa di 100 dollari. Con questo studio i ricercatori della Nasa vogliono provare a capire come l’acqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacci durante la stagione estiva possa funzionare da "lubrificante" e facilitare lo scivolamento della massa gelata verso il mare, che nella stagione calda è dal 50 al 100% più veloce che nei mesi invernali.
EXPLORER TELEFONO... NASA. Ma le paperelle gialle non sono sole nel loro viaggio sotterraneo. Sono accompagnate dal Moulin Explorer, un cilindro in pvc grande come un pallone da rugby che ospita al suo interno un concentrato di tecnologia: un gps collegato a un modem satellitare, un accelerometro, un barometro e una batteria al litio ad altissima capacità che fornisce corrente al tutto. L’Explorer è stato lanciato insieme alle anatre di gomma, e si pensa che prima o poi salterà fuori da qualche parte insieme a loro... e chiamerà casa.


-----------------------------------------------------------
Il (cyber) malato immaginario

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
La facilità di accesso alle informazioni offerta dal web sta facendo nascere una nuova generazione di malati immaginari: i cybercondriaci. Una ricerca americana fa luce su questo fenomeno.
Alessandro Bolla

Vi è mai capitato di svegliarvi con il mal di testa? O con lo stomaco un po’ sottosopra? Secondo le statistiche mediche è molto più probabile che siano i postumi dei bagordi della sera prima piuttosto che qualcosa di veramente grave. Eppure tanti cybernauti, al primo malessere, si attaccano al computer, googolano i propri sintomi ed effettuano una rapida, e probabilmente sbagliata, autodiagnosi. Spesso convincendosi, senza alcuna base clinica, di essere affetti dalle più terribili malattie. È la cyberchondria, ossia l’ipocondria cybernetica, una delle conseguenze negative portate dal web e dalla facilità di reperire online informazioni di ogni tipo. Questo nuovo fenomeno digitale sta crescendo in modo significativo dal 2000 ed è stato oggetto di uno studio condotto da Microsoft e pubblicato qualche giorno fa. Obiettivo della ricerca era quello di verificare la possibilità di ridurre gli effetti negativi della cybercondria modificando il comportamento dei motori di ricerca.
DISINFORMATICA Eric Horowitz, responsabile del progetto, e i suoi colleghi sono partiti dalle ricerche effettuate su Live Search, il motore di ricerca di casa Microsoft. E per chiavi di ricerca come "mal di testa" hanno scoperto che i risultati che collegano questo banale sintomo al tumore al cervello sono molti di più rispetto a quelli che parlano di abbuffate o eccesso di caffeina. Bastano pochi clic per innescare una spirale di ricerche che conduce a conclusioni superficiali e soprattutto errate con strascichi di ansia e stress facilmente immaginabili. Il fenomeno ha ormai assunto dimensioni piuttosto vaste: secondo gli esperti circa il 2% di tutte le ricerche effettuate sul web è legato alla sfera della salute e circa un terzo del campione analizzato (5.000 dipendenti Microsoft) ha approfondito i risultati della prima ricerca fino ad arrivare a pagine che parlavano di malattie gravi. E più della metà di loro ha dichiarato che la ricerca di informazioni mediche ha interrotto almeno una volta il lavoro e le attività quotidiane.
SE QUALCOSA PUÒ ANDAR MALE, LO FARÀ
DUBITATE GENTE, DUBITATE
Secondo i ricercatori la qualità dei contenuti medici online è piuttosto scadente. Disinformazione, imprecisioni, e, sui siti rigorosi (che comunque esistono), l’utilizzo di una terminologia e di un linguaggio incomprensibili la fanno da padroni. A questo si aggiunge l’effetto amplificatore offerto da forum e chat, dove persone inesperte e magari spaventate, chiedono e offrono consigli medici. E passare da un raffreddore a una polmonite e da questa a un cancro al polmone può essere davvero facile.

Siamo tutti schiavi della legge di Murphy? Probabilmente no: secondo i ricercatori saltare a conclusioni tragiche (e affrettate) fa parte della natura dell’uomo ed è un comportamento le cui cause sono oggetto di studio da decenni. Gli uomini utilizzano infatti una serie di regole dettate dal comune buon senso per giungere a una conclusione circa eventi che non conoscono (per esempio chi vincerà le prossime elezioni). Ma queste regole possono portare a conclusioni errate, anche perchè, incosciamente, sappiamo già a quali conclusioni vogliamo arrivare (vedi lo speciale "Perchè Internet non ci fa cambiare idea"). Horowitz e i suoi colleghi hanno osservat

-----------------------------------------------------------
Obesità infantile, i danni maggiori entro i cinque anni

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
I chili di troppo i bambini li guadagnano entro i primi cinque anni di vita. La notizia arriva dall’EarlyBird Diabetes Study, in corso di pubblicazione sulla rivista Pediatrics. Secondo la ricerca inglese, i bambini di oggi sono più grassi di quelli degli anni ’80 e la maggior parte dell’eccesso di peso è accumulata in età prescolare. Le strategie preventive, dunque, e l’alimentazione equilibrata andrebbero avviate sin dalla più tenera età.

L’EarlyBird Study ha coinvolto 233 bambini dalla nascita alla pubertà. Il peso alla nascita dei piccoli era simile a quello misurato in neonati di 25 anni prima; ma, arrivati al periodo della pubertà, i bambini risultavano essere molto più grassi dei loro predecessori. Ma i problemi risalgono a prima della pubertà: sembra che, al momento di cominciare la scuola, la maggior parte del peso - il 90 per cento per le bambine e il 70 per cento per i bambini - fosse stata già accumulata dai piccoli.

È dunque l’ambiente familiare a fare la differenza, ma in che modo? Secondo i ricercatori, in bambini così piccoli, più che la mancanza di attività fisica è l’alimentazione la vera colpevole: cibo a densità calorica eccessiva e porzioni troppo abbondanti. “Le strategie per prevenire l’obesità infantile e le malattie ad essa legate, come il diabete di tipo 2, dovrebbero concentrarsi di più sull’età prescolare”, commenta Terry Wilkin della Peninsula Medical School di Plymouth, coautore dello studio.

Pur molto preoccupato dalla situazione e convinto della necessità di osservare sin da piccoli uno stile di vita sano, Sir Liam Donaldson, chief medical officer del Regno Unito, lancia un messaggio positivo e di speranza per il futuro: “Non è mai troppo tardi. L’obesità è uno dei pochi gravi problemi di salute la cui tendenza può essere invertita”.

Fonte: Gardner DSL, Hosking J et al. The contribution of early weight gain to childhood overweight and metabolic health: a longitudinal study (EarlyBird 36). Pediatrics 2008 (in press).


-----------------------------------------------------------
La pulizia dei denti può salvare anche il cuore

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Un sorriso pulito può salvare il cuore. Basta sottoporsi con regolarità a una semplice pulizia dei denti, praticata da un esperto igienista, per ridurre la probabilità di aterosclerosi. A dimostrarlo è uno studio tutto italiano, condotto dall’Università degli Studi e dall’ospedale Sacco di Milano e pubblicato su «The Faseb Journal». La ricerca ha coinvolto 35 persone sane, 15 uomini e 20 donne di età media 46 anni, colpite da infezione gengivale (parodontopatia) ma senza altri fattori di rischio cardiovascolare, fumo compreso.

Da alcuni anni, ricordano gli esperti, è stata suggerita una possibile correlazione tra parodontopatia e malattie di cuore e arterie. In particolare, si era ipotizzato che alcuni batteri gengivali aumentassero il pericolo di placca aterosclerotica: la formazione di un «tappo» arterioso ad alto rischio di eventi potenzialmente mortali.
on questo studio, «abbiamo dimostrato che in assenza di altri fattori di rischio concomitanti, anche una parodontopatia lieve accresce i parametri-spia di una patologia cardiovascolare - spiega l’immunologo Mario Clerici, direttore del Dipartimento di scienze e tecnologie biomediche della Statale milanese e dei laboratori della Fondazione Don Gnocchi, coordinatore della ricerca insieme con Stefania Piconi del Dipartimento di malattie infettive del Sacco -. E che una semplice pulizia con rimozione di tartaro e placca dentale, senza alcun intervento chirurgico o farmacologico, può abbattere in modo significativo il rischio cardiovascolare».

I pazienti reclutati per lo studio milanese sono stati esaminati attraverso indagini immunologiche, metaboliche e strumentali (ecodoppler del tronco carotideo). In sintesi, i risultati ottenuti hanno mostrato che, dopo il trattamento dell’igienista dentale, miglioravano significativamente i parametri infiammatori e immunologici responsabili dello sviluppo della placca aterosclerotica.

In particolare, la «pulizia del sorriso» riportava in un range di normalità i livelli di proteina C reattiva (Pcr) e fibrinogeno: «Due indicatori precisi del rischio cardiovascolare - ricorda Clerici - che prima della pulizia dentale, pur senza alcun altro fattore di rischio risultavano alterati per la sola parodontopatia».

Nel dettaglio, «la concentrazione della Pcr passava da 1,35 milligrammi per decilitro di sangue (mg/dl) a 0,3 mg/dl dopo tre mesi dalla pulizia dei denti, risalendo un po’ a 6 mesi, ma restando comunque inferiore ai livelli basali - riferisce l’autore -. Il fibrinogeno passava da 421 a 334 mg/dl dopo tre mesi, restando a livelli bassi anche dopo 6 mesi. Infine, lo spessore della placca aterosclerotica scendeva da 0,55 millimetri a 0,40 dopo 6 mesi dalla pulizia dei denti, e la riduzione restava significativa anche a 12 mesi».

Lo studio conferma dunque che alterazioni infiammatorie e metaboliche associate al rischio cardiovascolare sono presenti in persone sane, ma con paraodontopatia. I dati provano inoltre che queste alterazioni sono influenzate positivamente dal trattamento della paraodontopatia, e che la semplice pulizia dentale permette addirittura una diminuzione volumetrica della placca aterosclerotica.

Conclusioni che «aprono prospettive di enorme importanza per la predisposizione di terapie di prevenzione della malattia cardiovascolare, basate sul semplice mantenimento di una corretta igiene dentale», concludono gli scienziati milanesi.


-----------------------------------------------------------
Non mangiate verdura? Bevetela

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Secondo uno studio americano i succhi di verdura aiutano a coprire il fabbisogno di vegetali

Le scuse sono tante. C'è chi dice di non aver tempo per pulire cesti d'insalata o grappoli di pomodori, chi afferma di mangiarla ma a ben guardare sgranocchia mezzo finocchio una volta ogni tanto. Qualunque sia il motivo, la dieta di tantissime persone non include abbastanza verdura. E se per trarci d'impaccio provassimo a berla?

STUDIO – Il suggerimento arriva da una ricerca presentata al convegno dell'American Dietetic Association da un gruppo di ricercatori dell'università della California. Che non considerano i succhi di verdura come una mera «scappatoia» di fronte alle consuete raccomandazioni a mangiare più vegetali, bensì li ritengono un primo, piccolo passo per avvicinare la gente a un consumo maggiore di verdura. Che ce ne sia bisogno ci son pochi dubbi: secondo i dati diffusi da uno degli autori dello studio, Carl Keen, sette adulti su dieci non mangiano abbastanza verdura. Così il nutrizionista ha deciso di provare coi succhi: ha coinvolto 90 volontari adulti, dando loro i consigli per aumentare il consumo di vegetali, ma ad alcuni ha anche raccomandato di bere un bicchiere di succo di verdura una o due volte al giorno. Dettaglio importante, non si trattava di centrifugati fatti in casa, ma di succhi pronti che bastava prendere dal frigo.

SODDISFATTI – Dopo sei settimane, Keen si è accorto che le persone che avevano iniziato a consumare regolarmente succhi di verdura raggiungevano assai più spesso degli altri l'introito giornaliero consigliato di verdura: in chi non beveva i succhi ciò accadeva in meno di un caso su quattro, mentre i beveroni di verdura garantivano un consumo adeguato di vegetali in oltre la metà dei casi. «In media», dice Keen, «con i succhi si riescono a “mangiare” cinque porzioni di verdura in più rispetto al solito». Entusiasti gli americani, che hanno accolto la notizia come una manna dal cielo: altro che insalate, che cosa c'è di meglio di un metodo economico, gustoso e facile per assicurarsi le verdure necessarie ogni giorno? «Chi beveva i succhi era molto soddisfatto di aver trovato un modo gradevole e semplice per mangiare la verdura e diceva che gli erano pure piaciuti: il gradimento è un elemento fondamentale per la riuscita di un intervento dietetico, perché aiuta a consolidare una buona abitudine nel tempo», osserva Keen. All'insegna del grido «l'unica verdura che fa bene è quella che mangi davvero», i ricercatori statunitensi promuovono perciò a pieni voti i succhi di verdura come metodo per assicurarsi almeno una porzione di verdura a ogni pasto. Ma sarà vero?

NON BASTA – Anche senza voler essere troppo maligni (lo studio è stato sponsorizzato in parte dalla Campbell Soup, che produce il succo di verdura dato ai partecipanti), esistono ragioni consistenti per essere scettici e da questa parte dell'oceano c'è chi riporta tutti alla realtà: «I succhi di frutta non bastano di certo», riassume Andrea Ghiselli, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran). «Nei succhi infatti manca la fibra, uno dei motivi principali per cui dobbiamo mangiare frutta e verdura. Forse è proprio il caso di interrogarsi sul perché frutta e verdura fanno bene: non le dobbiamo mangiare tanto per quello che contengono, infatti, perché altrimenti basterebbe una pasticchina per ottenere lo stesso effetto. L'esperienza ci insegna che non è così», spiega Ghiselli

-----------------------------------------------------------
TENNIS BLOG

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Per gli appassionati di questo sport, ogni giorno articoli e notizie su eventi e grandi campioni: http://tennisblog.blogosfere.it/


-----------------------------------------------------------
DIZIONARIO INFORMATICO

>>Da: urania
Messaggio 1 della discussione
Un aiuto per chi ha dubbi sul significato di alcuni termini informatici. Basta inserire il vocabolo e basta un clic per ottenere una sintetica descrizione. Tramite l'ipertesto si potra' accedere ad altri termini e approfondimenti: http://www.dizionarioinformatico.com/


-----------------------------------------------------------
La Cina fa scorta di gas ma con l'economia cresce anche la corruzione

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Emiliano Albensi

Sviluppo e corruzione, crescita economica e cattiva gestione. Poli opposti che si conciliano in un perfetto mix nella società cinese.

Proprio il giorno della vigilia di Natale, il governo cinese ha firmato un accordo con il Myanmar per forniture di gas per i prossimi 30 anni. Il protocollo d’intesa coinvolge, oltre alla China National Petroleum Corporation (CNPC) e alla Myanmar Oil and Gas Enterprise, anche le compagnie sudcoreane Daewoo International e Korea Gas, l’India’s Oil & Natural Gas Corp (ONGC) Videsh e Gas Authority of India (GAIL) Limited. In base al documento sottoscritto, le forniture saranno prelevate da due complessi offshore situati nell’area di Shwe, nella Baia del Bengala, verso il confine con il Bangladesh. Le riserve di gas naturali del Myanmar sono stimate attorno ai 21mila miliardi di metri cubi e nell’area di Shwe si trova il 50% di questo patrimonio energetico. L’accordo include anche la realizzazione di un oleodotto-gasdotto per portare le forniture nel sudest della Cina (nella provincia dello Yunnan) entro la fine del 2009: un investimento di 2,5 miliardi di dollari. Le risorse energetiche provenienti da Shwe offriranno così la possibilità di svincolarsi dal passaggio, fino ad oggi obbligato, nello stretto di Malacca, infestato da pirati.

Gli analisti considerano il patto come l’ennesimo passo di Pechino per estendere la propria influenza nell’oceano Indiano ai danni soprattutto del governo di Nuova Delhi.

-----------------------------------------------------------
L'ultimo dell'anno in Medio Oriente

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Razzi e reporter: la "Dottrina Hamas"

di Barry Rubin

Non c’è più niente di chiaro nella strategia di Hamas. L’organizzazione offre a Israele di scegliere tra due ipotesi: subire l’attacco dei razzi e quello dei media, e pensa che la situazione attuale si possa riassumere così: “Noi vinciamo o voi perdete”.

Opzione A. Il “cessate il fuoco”. Termina il “cessate il fuoco” e Hamas cerca di ottenere pace e tregua necessari a incrementare il suo esercito e consolidare il suo potere a Gaza. Israele garantisce gli approvvigionamenti a patto che non ci siano altri attacchi. Dal punto di vista pragmatico del mondo occidentale questa sarebbe una grande occasione per mettere un freno alla crisi in atto. Ma Hamas non è un’organizzazione pragmatica di stampo occidentale. I suoi nemici sono proprio la pace e la tregua, non solo a causa della sua ideologia – la sfera divina gli comanda di distruggere Israele – o per la sua immagine – di eroi e martiri – ma anche perché il suo esercito ha bisogno di reclutare affiliati tra le masse per una guerra permanente, e quindi deve guadagnarsi il consenso della popolazione. Hamas non ha alcun programma per lo sviluppo del benessere del popolo palestinese. Non vuole educare i bambini a diventare dottori, insegnanti, o ingegneri. La sua piattaforma politica si sviluppa intorno a un solo punto: guerra, guerra, una guerra senza fine, fatta di sacrificio, eroismo, e martirio fin quando non sarà raggiunta la vittoria totale. Così finisce l'ipotesi “cessate il fuoco” .

-----------------------------------------------------------
Israele non ha paura e si prepara all'offensiva di terra

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

di Luca Meneghel

Il capodanno non ferma "Piombo fuso". Mentre Betlemme e svariati paesi – tra cui Siria, Egitto, Dubai e Giordania – hanno sospeso o ridimensionato i festeggiamenti per il nuovo anno, Israele e Hamas hanno continuato a farsi la guerra per il quinto e sesto giorno consecutivo: raid aerei israeliani e razzi sempre più potenti sono stati i protagonisti della notte più lunga dell'anno. Ma le prime ore del 2009 sono segnate anche dalla diplomazia: a una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite è seguita la trasferta francese del ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, che a nome del suo paese ha respinto la possibilità di una tregua. Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano "Haaretz", la continuazione delle operazioni militari è sostenuta dal 71% della popolazione israeliana.

Stando alle notizie che giungono dal fronte, intanto, i raid israeliani non accennano a calare d'intensità: nella sola notte del 31 dicembre, Israele ha colpito dall'aria svariati edifici istituzionali di Hamas. I miliziani della Striscia, intanto, rispondono colpo su colpo: le Brigate Ezzedine Al Qassam, in un comunicato rilasciato giovedì mattina, hanno annunciato di aver colpito con un razzo la base israeliana di Hatzerim, a 40 km dal confine con la Striscia di Gaza. Sono oltre 250 i razzi sparati da Hamas contro il sud di Israele nei primi sei giorni di guerra: ieri mattina un ordigno ha colpito un condominio di Ashdod, mentre Sderot e Beersheba restano le città più bersagliate. A dispetto dei raid israeliani, insomma, Hamas è in grado di raggiungere obiettivi distanti fino a 40 km dalle rampe di lancio: sono circa 900.000 gli israeliani potenzialmente esposti al fuoco dei miliziani palestinesi.

-----------------------------------------------------------
Se Alitalia sceglie Air France, Fiumicino decolla e Malpensa atterra

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Giuseppe Pennisi

E’ presto per dire se il “Cappello a Tre Punte” della nuova Alitalia assomiglierà al film (piuttosto farsesco) di Mario Camerini, con cui, nel lontano 1934, il trio De Filippo (Edoardo, Peppino e Titina) è stato lanciato su piano internazionale (rompendo l’autarchia) oppure al delizioso balletto del 1919 di Mamuel de Falla. Ambedue sono tratti da una piccante novella di P. A. de Alarcón y Ariza, una sorta di commedia degli equivoci (come, con il senno del poi, sono state le vicende Alitalia) del lontano 1874.

Quale che sarà il futuro di una partita che dura da anni e in cui i colpi di scena si susseguono, è bene ammettere subito che le informazioni sulle rotte che dovrebbero entrare in vigore il 13 gennaio non mostrano – come affermano i portavoce, ufficiali ed ufficiosi, della compagnia e come gran parte della stampa ripete senza guardare le carte geografiche e senza contare i voli – un esagono - ma un cappello a tre punte: Roma, Milano, Catania. Le sei “basi regionali” hanno una valenza amministrativa e tecnica, ma, sotto il profilo della strategia a lungo termine, i punti-chiave sono solo tre.

Tutti gli altri scali perdono qualcosa (tranne Pescara, “piezz'e core” del patron di AirOne), mentre Roma, Milano e Catania qualcosa guadagnano. Roma e Catania molto: Fiumicino diventa il vero hub per rotte internazionali ed intercontentali. Catania mantiene tutte le 138 frequenze settimanali del vecchio piano operativo (a spese di Palermo e Bari) e diventa il ponte verso il Medio Oriente, l’Africa ed anche l’Estremo Oriente (per percorsi differenti da quello polare). Milano perde sull’intercontinentale a Malpensa ma mantiene Linate in una posizione strategica.

In questa ottica, la polemica sul futuro di Malpensa (che infuria in questi giorni) perde parte della sua valenza. Da quando è stato progettato l’aeroporto nei pressi di Busto Arsizio, gli amministratori della Lombardia (e la stessa società civile della regione) non hanno accettato l’implicazione che ne conseguiva: ridimensionare Linate destinando lo scalo ai voli su e da Roma ed al “low cost”. Hanno, invece, tentato di alzarlo di categoria: farlo diventare un “Milan City Airport”, analogo al National Airport sulle rive del Potomac ad un quarto d’ora di taxi dalla Casa Bianca e dal Campidoglio di Washington.

Il vero scontro, si badi bene, non è mai stato tanto tra Malpensa e Fiumicino quanto tra il partito favorevole allo scalo nel varesino e quello della promozione di Linate. Le tensioni tra i sostenitori di Malpensa (allora allo stadio di progetto) e quelli del “Milan City Airport”, hanno messo in fuga gli olandesi di Klm – pronti a pagare una salata penale ad Alitalia ed a gettarsi nelle braccia di AirFrance. Dopo la creazione della Lufthansa Italia con collegamenti tra Malpensa a numerose città europee e, quindi, all’intercontinentale, è chiaro che il partito del “Milan City Airport” ha avuto (per ora) il sopravvento e che la nuova Alitalia guarda altrove. Sottolineo: “per ora”. Come ne “Il Cappello a Tre Punte”, infatti, non si possono escludere cambiamenti , anche drastici, di strategia.

-----------------------------------------------------------
Alitalia e Malpensa, la Moratti al governo: "scelga Lufthansa"

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

"Le scelte strategiche per il Paese non possono essere lasciate nelle mani degli imprenditori": il sindaco di Milano Letizia Moratti lancia un appello al governo perché intervenga su Cai per scegliere Lufthansa come partner estero della nuova Alitalia. In un'intervista al Corriere della Sera, Moratti spiega infatti che la compagnia tedesca "garantirebbe lo sviluppo sia di Malpensa sia di Fiumicino" e quindi lancia l'allarme occupazione per i lavoratori dello scalo varesino, dove si rischia una crisi "più grave dell'Alfa di Arese".

Lufthansa sarebbe la scelta migliore - ha spiegato Letizia Moratti - per garantire lo sviluppo del sistema dei trasporti italiano. Per due motivi: Lufthansa ha un modello di business basato sul multi-hub. In Italia Malpensa e Fiumicino non sono decollati per la debolezza della vecchia Alitalia, non perché sia mancato il mercato. Sono due hub complementari. Entrambi importanti per l'economia del Paese, e Lufthansa può garantire la loro crescita, mentre Air France ha un modello mono-hub che centralizzerebbe tutto su Parigi". Il secondo motivo che Letizia Moratti adduce a sostegno dell'ipotesi tedesca è "il network internazionale. La nuova Alitalia è più piccola della vecchia Alitalia e quindi ha bisogno di un partner internazionale forte".

Il sindaco di Milano, quindi, lancia "un appello al governo, perché qui si tratta di scelte strategiche per tutta Italia. Il governo deve intervenire perché la strategia del trasporto italiano non può essere lasciata al mondo imprenditoriale pur con tutte le decisioni legittime che il mondo imprenditoriale deve prendere". L'appello del sindaco di Milano chiama direttamente in causa anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che "già si era espresso in questo senso". Secondo Letizia Moratti, inoltre, c'è anche un grave allarme occupazionale: "Dal 13 gennaio - ha spiegato il sindaco - si bloccherà l'attività cargo di Malpensa perché Alitalia smetterà il traffico merci". Dallo scalo varesino passa il 50% delle merci dell'intera Italia, merci che "dal 13 gennaio dovranno transitare su altri scali, come Parigi. Con tutto il rispetto per le scelte industriali - ha aggiunto la Moratti - non credo che le nostre merci avranno la priorità su quelle francesi. Sarebbe una scelta devastante anche dal punto di vista occupazionale, con metà dei lavoratori messi in mobilità e un incremento della cassa integrazione per Sea del 15 per cento. Sarebbe una crisi più grave di quella dell'Alfa di Arese".

-----------------------------------------------------------
Iraq, donna kamikaze uccide almeno 35 pellegrini sciiti

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

Un'attentatore suicida di sesso femminile ha ucciso almeno 35 pellegrini sciiti oggi a Baghdad, ferendo altref 65 persone. "Una donna che portava addosso una bomba ha azionato la sua cintura esplosiva vicino all'entrata di un mausoleo. Dalle prime indicazioni, il bilancio è di 35 morti e 65 feriti, per lo più pellegrini iracheni tra cui donne e bambini", ha detto un portavoce delle operazioni di sicurezza nella capitale irachena.

L'attacco suicida è avvenuto questa mattina all'entrata del più importante mausoleo sciita della capitale irachena che si trova in un quartiere occidentale della città. L'esplosione è avvenuta verso le 11 (le 9 in Italia) quando la kamikaze ha azionato la sua cintura esplosiva all'entrata del mausoleo del settimo imam dell'islam sciita, Moussa Kadim, nel quartiere di Kazamiyah. La donna è riuscita nella missione nonostante l'entrata dell'edificio fosse dotata di misure di sicurezza e sorvegliata da guardie.

-----------------------------------------------------------
L'esercito di israele è alle porte di Gaza

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

L'esercito israeliano è giunto in poche ore alle porte della città di Gaza, operando dunque a molti chilometri dal confine con Israele. Blindati e unità di fanteria sono stati segnalati nel settore dell'ex colonia di Netzarim, evacuata in occasione del disimpegno israeliano dalla Striscia di Gaza iniziato nel 2005. Netzarim si trova a soli tre chilometri a sud della città di Gaza.

Dopo una settimana di intensi bombardamenti aerei contro le installazioni di Hamas nella Striscia di Gaza, l'esercito israeliano ha lanciato ieri sera un'offensiva di terra, con l'obiettivo dichiarato di prendere il controllo delle aree usate dai gruppi armati palestinesi per i loro attacchi con i Qassam contro le comunità israeliane nel Negev. Decine di miliziani di Hamas sono stati uccisi dalle truppe di terra israeliane: sarebbero almeno una ventina stando ad alcune fonti palestinesi. Il movimento islamico, da parte sua, ha annunciato l'uccisione di nove soldati, ma la notizia è stata smentita da Israele. Secondo un portavoce militare, ci sarebbero soltanto trenta soldati feriti, di cui due gravi, "ma nessuna vittima".

Le forze israeliane hanno occupato ampie porzioni di territorio nel nord della Striscia, in particolare nell'area compresa tra Beit Hanun, Beit Lahyia e Jebaliya, considerata la base di lancio privilegiata dei razzi Qassam contro Israele. L'obiettivo dell'incursione di terra è quello di "distruggere le infrastrutture terroristiche di Hamas nell'area delle operazioni", ha detto ieri la portavoce dell'esercito israeliano Avital Leibovitch. "Prenderemo il controllo delle aree di lancio usate da Hamas", ha aggiunto. Sarà "un'operazione lunga" e durerà "numerosi giorni", ha aggiunto la portavoce militare.

L'offensiva non "sarà semplice o breve, ma siamo determinati", ha spiegato a sua volta il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, il quale ha anche autorizzato il richiamo di decine di migliaia di riservisti. Barak ha precisato che l'obiettivo dell'operazione è di neutralizzare Hamas e di promuovere "un cambiamento significativo" della situazione nel sud di Israele, da otto anni sotto il tiro dei Qassam palestinesi. Il ministro della Difesa israeliano ha poi lanciato un non troppo indiretto avvertimento al gruppo sciita libanese Hezbollah, affermando che Israele è pronto anche a qualsiasi eventualità lungo sua frontiera settentrionale con il Libano.

Intanto gli Stati Uniti hanno bloccato l'approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu di un comunicato che chiedeva il cessate il fuoco immediato tra Israele e Gaza nella Striscia di Gaza. La riunione del Consiglio, convocata d'urgenza dopo la decisione dello Stato ebraico di avviare un'operazione terrestre contro Hamas, si è conclusa così senza un accordo su un testo che chieda la fine delle violenze. Il vice ambasciatore americano all'Onu, Alejandro Wolff, ha spiegato che gli Stati Uniti non vedono l'intenzione di Hamas di rispettare il cessate il fuoco, ponendo fine al lancio di razzi contro Israele. Hamas ha definito "una farsa" la riunione del Consiglio di sicurezza, che sarebbe "asservito agli Usa".

La Libia, unico paese arabo rappresentato in Consiglio di sicurezza, aveva presentato una bozza di risoluzione in cui esprimeva seria preoccupazione per l'escalation delle violenze a Gaza e chiedeva a tutte le parti in causa di osservare un immediato cessate il fuoco. Ma gli Stati Uniti hanno deciso di bocciare il documento, che non indicava in Ha

-----------------------------------------------------------
Combattimenti tra soldati e Hamas alla periferiadi Gaza City

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

Violenti combattimenti tra i militari israeliani e i miliziani di Hamas sono in corso alla periferia della città di Gaza, secondo quanto riferito da testimoni citati dal quotidiano Haaretz.

Almeno 19 palestinesi sono rimasti uccisi questa mattina nella Striscia, 18 dei quali nel nord del territorio palestinese, a causa delle operazioni militari israeliane, terrestre e aerea.

L'esercito israeliano ha sparato una cannonata su un centro commerciale della città di Gaza, provocando un numero imprecisato di vittime e feriti. Lo riferisce il quotidiano Yediot Ahronot, spiegando che le forze armate israeliane non hanno commentato la notizia.

Almeno sette civili palestinesi sono rimasti uccisi bombardamenti israeliani nel nord della Striscia di Gaza. Lo hanno riferito fonti locali, citate dallo Yediot Ahronot.

Secondo quanto si è appreso, cinque palestinesi sono morti a Beit Lahiya, altri due a Jebaliya.

Fonti mediche palestinesi hanno riferito che il bilancio complessivo dei nove giorni di offensiva militare israeliana contro Hamas è salito a oltre 480 morti.

-----------------------------------------------------------
L'Europa di Sarkozy e Blair sbaglia tutto in Palestina

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Carlo Panella

Raramente l’Europa ha dimostrato tanta inettitudine politica come nella crisi di Gaza. La solita, trita, richiesta di tregua –ogni volta che scoppia un conflitto, l’Ue sa solo chiedere una tregua- è infatti fallita per una ragione molto semplice: l’Europa –Sarkozy in testa- è prigioniera di schemi d’analisi inerziali e errati. Uniche eccezioni: Angela Merkel, il governo italiano e quelli dell’est europeo –repubblica Ceca in testa- che però ben poco possono, a fronte di un blocco franco-inglese (i due soli paesi europei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza) che dalla avventura di Suez del 1956 in poi, ha dato il peggio di sé sul quadrante mediorientale. Uomo simbolo della marginalità e del cinismo europei – a fianco di Sarkozy- è quel Tony Blair che da due anni finge di fare il rappresentante del “Quartetto”, fa occupare un piano intero del lussuoso American Colony di Gerusalemme da un suo poderoso staff… e intanto passa il suo tempo a tenere lucrosissime conferenze in giro per il mondo, tanto che, scoppiata la crisi di Gaza, non ha trovato nulla di meglio che tacere. Questo giudizio impietoso, è legato a un dato di fatto innegabile: dal 20 novembre era chiaro che Hamas puntava a far deflagrare la crisi a Gaza, e nel modo più sanguinoso, ma l’Ue non se ne è neanche accorta. Quel giorno, infatti, all’improvviso, Hamas, rovesciò il tavolo delle trattative con Abu Mazen che la mediazione egiziana era certa di avere ormai concluso positivamente. Fare saltare la pacificazione ormai quasi raggiunta con Abu Mazen e contemporaneamente riprendere il lancio dei missili Kassem su Israele, significava che Hamas lavorava ad un’escalation drammatica. Ma Sarkozy, presidente dell’Ue non ha fatto nulla, non ha dato segno neanche di cogliere l’emergenza incombente e meno ancora ha fatto l’evanescente Tony Blair.

-----------------------------------------------------------
Iervolino: Aspetto fino a lunedì, poi nuova giunta o elezioni

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

“O si finisce con questa tarantella o elezioni a primavera. La mia pazienza dura al massimo fino a lunedì”. Così il sindaco di Napoli Rosa Iervolino Russo rientrando a Palazzo San Giacomo, sede del Comune, dopo una mattinata trascorsa tra telefonate e incontri per lavorare alla composizione della nuova giunta che “probabilmente sarà annunciata domenica mattina”. “Credo di aver avuto una pazienza infinita – sottolinea la Iervolino - ma si tenga conto che anche la persona più paziente e responsabile ha una riserva di pazienza che, però, non è infinita”. “Sono una persona per la quale quello che va bene il venerdì va bene anche il sabato. Ma all’interno del mio partito pare che non tutti la pensino così”. Il sindaco di Roma è in attesa del rientro da Parigi di Veltroni e ribadisce di non aver avuto nessun diktat da parte della segreteria nazionale del Pd, “ma – precisa - non si può continuare con questa tarantella per cui si concorda una cosa il venerdì e il sabato non va bene”.

Intanto per un vizio di forma il tribunale del riesame di Napoli ha emesso un provvedimento che annulla le ordinanze di custodia agli arresti domiciliari nei confronti dell’ex assessore Giuseppe Gambale (accusato fra l’altro di associazione a delinquere con l’imprenditore Alfredo Romeo) e dell’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone. In pratica il tribunale ha accolto le eccezioni avanzate dai difensori che non avevamo ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza davanti al riesame. Secondo quanto si apprende la Procura intende emettere un decreto di fermo ai domiciliari per entrambi gli indagati. La dodicesima sezione del tribunale del Riesame ha invece confermato gli arresti domiciliari per gli ex assessori Felice Laudadio e Ferdinando Di Mezza.


-----------------------------------------------------------
Fabbisogno in salita, le mosse di Tremonti in linea con la Ue

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

“In base ai dati oggi disponibili, i conti di chiusura dell’esercizio 2008 sono pienamente in linea con gli impegni assunti in Europa dalla Repubblica italiana. È questa una ragione di fiducia per i cittadini e di orgoglio per il governo”. Lo afferma il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che commenta la chiusura dei conti pubblici. L’avanzo del settore statale del mese di dicembre 2008 risulta a oggi determinato in 2.900 milioni di euro. In sintesi, in base ai dati a oggi disponibili si può assumere la coerenza della chiusura dei conti pubblici con gli impegni assunti in sede europea della Repubblica italiana. Impegni che saranno formalizzati nell’aggiornamento del programma di stabilità e crescita che sarà presentato nei prossimi giorni all’Unione europea. Il fabbisogno annuo del settore statale del 2008 è determinato in circa 52.900 milioni di euro. Data la combinazione tra ciclo economico negativo e politiche anticicliche mirate a lasciare e/o immettere liquidità nel sistema, il dato 2008 è stato influenzato dai seguenti fattori. Dal lato degli incassi si sono manifestati gli effetti della scelta operata per legge di consentire una riduzione della percentuale del secondo acconto Ires e Irap, riduzione che si è aggiunta all’attenuazione del cuneo fiscale e all’esenzione Ici per la prima casa. Il saldo del mese sconta, inoltre, il venir meno del versamento straordinario da parte di Fintecna spa.


-----------------------------------------------------------
Il carbone torna a scaldare l’America

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

C’era una volta il carbone. Bisogna andare indietro negli anni, e di parecchi, per ritrovare le vecchie stufe oppure chi veniva a casa a portare il carbone, che si metteva in cantina e che poi serviva per scaldarsi tutto l’inverno – scrive Roberto Zanni dalla redazione di Miami di Gente d’Italia quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia - Per saperne di più bisogna farselo raccontare dai nonni, perché noi, e non importa nemmeno essere dei teenager, non l’abbiamo mai visto. Negli Stati Uniti, come in tante altre parti del mondo, il carbone è stata la fonte primaria per il riscaldamento nelle case dalla fine del 19esimo secolo, fino a metà del 20esimo. Negli anni Cinquanta gli americani bruciavano ancora più di 50 tonnellate all’anno del nero carbone per riscaldarsi durante i freddi inverni. Poi le cose sono cambiate, le fonti di energia anche e il nero carbone non si è più usato, nemmeno dalla Befana. Altri sistemi, anche più ecologici, più puliti, avevano soppiantato l’antico carbone. Nel 1975, sempre per rimanere negli Stati Uniti, se ne usavano ancora 2,8 milioni di tonnellate, una ventesima parte rispetto a un quarto di secolo prima, poi ancora giù. All’inizio del terzo millennio appena 500mila tonnellate di carbone erano ancora destinate al riscaldamento residenziale, scese a 258mila nel 2006. Pochi e sempre meno affezionati, il futuro, anche solo quello per tenersi caldi, non poteva essere... nero, la destinazione e l’uso del carbone era, ed è ancora, soprattutto per uso industriale. Ma le cose cambiano, la vita anche e i prezzi pure. Ecco allora che quasi all’improvviso il vecchio carbone è tornato a rialzare la testa, risalendo una china che sembrava destinata a concludersi presto.


-----------------------------------------------------------
GAS: E' SCONTRO APERTO TRA MOSCA E KIEV

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione

Continuano a salire i toni tra Gazprom e l'Ucraina, opposte da un contrasto sulle forniture di gas naturale che ha portato il colosso energetico russo a chiudere i rubinetti a Kiev. Il vice ad di Gazprom, Alexander Medvedev, ha dichiarato che e' impossibile per ora riprendere le trattative con l'Ucraina in quanto non c'e' stata nessuna risposta rilevante dalla controparte, e ha ribadito l'impegno della Russia nel rispettare i propri impegni con l'Europa. Medvedev e' attualmente in Repubblica Ceca, paese che detiene la presidenza Ue di turno, per spiegare la propria posizione alle autorita' europee. Molti paesi dell'Est Europa, nel frattempo, hanno lamentato un calo delle forniture, mentre Mosca e Kiev si rinfacciano a vicenda la responsabilita'. Secondo la Russia, l'Ucraina sta prelevando il gas diretto verso l'Europa dalle pipeline sul suo territorio, secondo la repubblica ex sovietica, Gazprom ha ridotto il flusso verso la Ue per incolpare l'Ucraina. A scatenare il conflitto e' stato il rifiuto di Kiev di accettare il rincaro proposto dal monopolista russo per il contratto di fornitura 2009. C'e' inoltre la questione degli arretrati dovuti dall'Ucraina a Gazprom per il 2009, che Kiev sostiene di aver pagato, cosa smentita da Mosca. Naftogaz, la societa' del gas ucraina, ha risposto accusando Gazprom di "ricatto economico". "Naftogaz e' sconcertata dalle dichiarazioni di Gazprom che discreditano l'Ucraina agli occhi della comunita' europea - si legge in una nota della societa' -l'incapacita' di Gazprom di svolgere delle trattative basate sui principi di partnership ha portato alla sospensione delle forniture per l'Ucraina e ha disturbato il meccanismo di transito per l'Europa".
AGI

-----------------------------------------------------------
Kosovo, bombe nella città divisa Ritorna l'incubo delle violenze

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Quindici feriti a Mitrovica. La missione Eulex inizia tra le tensioni
Due bombe, e l'incubo della violenza che ritorna. Il Kosovo non ha ancora festeggiato il suo primo anno d'indipendenza, e Mitrovica è lì a ricordare al mondo che la pace — dentro il Paese — è tutt'altro che conquistata. Una città divisa in due, Mitrovica: il fiume Ibar a separare i serbi al nord dagli albanesi al sud, il ponte e i soldati della Nato a custodire il dogma delle vite parallele. Finché non c'è un contatto tra le due comunità, o un incidente, e allora scattano le vendette. Venerdì sera la prima bomba è scoppiata in un caffé della zona nord. Nessun ferito, ma i vetri saltati delle macchine in strada scatenano la rabbia serba. Due ore, ed è la rappresaglia. Non c'è il bisogno di superare il fiume, basta arrivare a Bosnjacka Mahala, l'enclave dell'enclave, il quartiere albanese e musulmano nel cuore della Mitrovica serba. Vetrine spaccate, due negozi albanesi bruciati. Arrivano i pompieri, la tv serba Most (Ponte) riprende le fiamme, e scoppia un secondo ordigno.

Quindici i feriti alla fine di questa pazza notte di violenze, compresa una giornalista, il suo cameraman e sette vigili del fuoco, prima che le pattuglie della Nato riportino la calma. Tanta violenza da che cosa nasce? Sono giorni che a Mitrovica c'è tensione, da quando un ragazzo serbo è stato accoltellato. Agli arresti di due albanesi è seguita la ritorsione serba: raid contro le botteghe, caccia alle auto dei «nemici». E torna il ricordo di quell'altro incidente, quattro anni fa, che incendiò Mitrovica e scatenò i pogrom antiserbi. Allora, nel marzo 2004, tre fratellini affogarono nell'Ibar, mentre scappavano — si diffusero incontrollate le voci — da una gang slava. La vendetta fu violenta. E così sistematica che — si ricostruì dopo — doveva essere per forza organizzata: 19 morti, 900 feriti, 4mila profughi serbi, 35 monasteri ortodossi in fiamme.

MSN Gruppi

unread,
Jan 5, 2009, 6:40:46 AM1/5/09
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
AUGURI!

>>Da: LAURA39398
Messaggio 12 della discussione


Carissimi, Buon Natale,
che sia ricco di tante Sorprese

Buon nuovo anno,
che ogni giorno
possa regalarvi nuove e meravigliose Emozioni

Auguri Sempre,
per ogni sogno che realizzerete,
per ogni sorriso che vi sarà donato,
per ogni bacio che vi scalderà il cuore. Un caro abbraccio,
Laura
Visualizza allegato/i:
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/_notifications.msnw?type=msg&mview=1&parent=1&item=238376

>>Da: Veronica
Messaggio 12 della discussione
Su multiply si sta benissimo e ci sono nuovi amici e amiche.
Io mi ci trovo bene.
Auguri a tutti.
Very

-----------------------------------------------------------
TENNIS BLOG


-----------------------------------------------------------
DIZIONARIO INFORMATICO

Le organizzazioni umanitarie, invece, hanno espresso forti perplessità, dal momento che nessuno dei Paesi coinvolti nel ricco mercato energetico chiede maggiore rispetto dei diritti umani.

E se, da un lato, lo sviluppo della società cinese non sembra conoscere soste, dall’altro emergono grosse “lacune” nella gestione delle ingenti risorse economiche che stanno cadendo a pioggia sul Paese.
Liu Jaiyi, responsabile del National Audit Office (Nao), organo deputato ai controlli, ha rivelato che, nei primi 11 mesi del 2008, circa 57 miliardi di yuan (5,7 miliardi di euro) sono stati “usati male o sottratti” da funzionari e dipendenti di organi pubblici e compagnie statali.

Il Nao ha trovato 837 casi di cattiva gestione e ha azionato il procedimento disciplinare contro 64 funzionari e 226 impiegati. Molte sottrazioni riguardano grandi ditte statali e giganti finanziari come la Banca cinese dell'industria e del commercio, la China Construction Bank e il Citic Group. In molte grandi aziende sono stati trovati “dati fiscali alterati” ed è persino difficile distinguere le sottrazioni di fondi pubblici dalla cattiva gestione. Solo per rendere l’idea delle dimensioni del problema, l’ex segretario del Partito comunista di Shanghai, Chen Liangyu, è accusato di avere usato in modo improprio “solo” 3,2 miliardi di yuan di fondi pubblici.

Da anni i leader cinesi promettono tolleranza zero contro corruzione e malgoverno ma la situazione sembra sempre più preoccupante perché sottrazioni e, secondo Liu Jaiyi, “cattive gestioni possono portare a compromettere le riserve necessarie di grano, gli investimenti esteri e la sicurezza energetica nazionale”. Per il 2009 il Nao dedicherà grande attenzione ai fondi destinati a stimolare l’economia, specie quelli per la ricostruzione nel Sichuan. Mentre Pechino, sempre per evitare forme di malgoverno, sta studiando la possibilità di proibire ai governi provinciali la redazione di dati statistici sulla loro economia. Wu Xiaoling, membro del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, ha lamentato che molte autorità locali “gonfiano” i dati per mostrare un Prodotto interno lordo (Pil) locale maggiore del reale.

Da sempre i dirigenti costruiscono le carriere sui risultati economici raggiunti, per cui molti li ingigantiscono. Così che nel 2006 e nel 2007 la somma dei dati forniti dalle province indica un Pil nazionale maggiore del reale per migliaia di miliardi di yuan.

Solo l’ennesima incongruenza di una nazione che appare sempre più incapace di gestire un futuro da superpotenza

-----------------------------------------------------------
L'ultimo dell'anno in Medio Oriente

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
Razzi e reporter: la "Dottrina Hamas"

di Barry Rubin

Non c’è più niente di chiaro nella strategia di Hamas. L’organizzazione offre a Israele di scegliere tra due ipotesi: subire l’attacco dei razzi e quello dei media, e pensa che la situazione attuale si possa riassumere così: “Noi vinciamo o voi perdete”.

Opzione A. Il “cessate il fuoco”. Termina il “cessate il fuoco” e Hamas cerca di ottenere pace e tregua necessari a incrementare il suo esercito e consolidare il suo potere a Gaza. Israele garantisce gli approvvigionamenti a patto che non ci siano altri attacchi. Dal punto di vista pragmatico del mondo occidentale questa sarebbe una grande occasione per mettere un freno alla crisi in atto. Ma Hamas non è un’organizzazione pragmatica di stampo occidentale. I suoi nemici sono proprio la pace e la tregua, non solo a causa della sua ideologia – la sfera divina gli comanda di distruggere Israele – o per la sua immagine – di eroi e martiri – ma anche perché il suo esercito ha bisogno di reclutare affiliati tra le masse per una guerra permanente, e quindi deve guadagnarsi il consenso della popolazione. Hamas non ha alcun programma per lo sviluppo del benessere del popolo palestinese. Non vuole educare i bambini a diventare dottori, insegnanti, o ingegneri. La sua piattaforma politica si sviluppa intorno a un solo punto: guerra, guerra, una guerra senza fine, fatta di sacrificio, eroismo, e martirio fin quando non sarà raggiunta la vittoria totale. Così finisce l'ipotesi “cessate il fuoco” .

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Opzione B. I razzi. Termina il “cessate il fuoco” e riprendono a piovere missili su Israele, accompagnati da mortai e da attacchi occasionali di Hamas lungo la linea di confine. Israele non reagisce. Hamas si esalta: sei debole, sei confuso, sei privo di difese. Accorrete gente, insorgete per distruggere la “tigre di carta”! Così vengono reclutati nuovi adepti, i palestinesi della West Bank assistono con ammirazione a questi scontri con il nemico, e il mondo arabofono ne resta impressionato. Ricordate il 2006, dicono. E’ proprio come con l’Hezbollah. Israele è indifeso di fronte ai missili.

Opzione C. I media. Israele torna allo scontro armato. Proseguono i piani per bombardare obbiettivi militari specifici che però sono stati deliberatamente collocati tra i civili da Hamas. Se ci sarà un rischio troppo alto di colpire i civili, Israele non attaccherà. Ma c’è una linea al di sotto della quale ci sarà un rischio di fare vittime innocenti, ed è giusto che sia così. A quel punto i sorrisi compiaciuti spariranno dai volti dei leader di Hamas. Tuttavia gli islamisti hanno un’arma di riserva, i loro appelli ai media. Questi arroganti, eroici, macisti vincitori di ieri si sono trasformati in vittime compassionevoli. Hamas annuncia ogni genere di tragedia disastrosa e i reporter che non sono sul terreno la recepiscono senza alcun riscontro.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Ogni singolo colpo è, ovviamente, un palestinese civile morto. Non ci sono soldati a Gaza. E le disgrazie sono sempre “sproporzionate”: Hamas ha predisposto tutto perché si segua questa via. L’organizzazione terrorista ha bisogno di fotografi complici che immortalino bambini mentre fingono di essere feriti. Immagini che una volta pubblicate nei giornali occidentali diventano fatti incontrovertibili. La guerra si può vincere con i missili e i mortai, articoli di giornali certamente no. Certo, è stato causato un danno materiale che ostacola lo sviluppo materiale di Gaza. Ma questo ad Hamas non interessa, gli basta semplicemente garantire la distruzione della propria base concreta. Hamas si sta auto-distruggendo. In particolare è stremata a causa degli attacchi israeliani che si focalizzano su obiettivi militari.

Conclusione: il problema senza soluzione. Sicuramente Israele non può raggiungere una completa vittoria. Hamas non cadrà. La questione non si risolverà. Per Hamas la sopravvivenza deve coincidere con la vittoria. Hamas, come l’OLP, conquista una “vittoria” dopo l’altra ma ogni volta conclude la sua esperienza politica in un modo peggiore del precedente. Il conflitto terminerà. Comunque vada a finire questo ciclo di violenze, anche queste giornate finiranno. Tornerà la pace e i rifornimenti rifluiranno nuovamente a Gaza. Così fra qualche mese il processo si ripeterà. Con una differenza fondamentale: Israele usa il suo tempo non solo per il training militare ma anche per educare i suoi bambini, costruire infrastrutture, alzare il suo standard di vita. Hamas non fa nulla di tutto questo. “Noi crediamo nella morte – dice Hamas – voi credete nella vita”. State attenti a ciò che desiderate, lo potreste ottenere.

Barry Rubin è direttore del Global Research in International Affairs

Traduzione di Kawkab Tawfik

Tratto da "The Jerusalem Post"


-----------------------------------------------------------
Israele non ha paura e si prepara all'offensiva di terra

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione
di Luca Meneghel

Il capodanno non ferma "Piombo fuso". Mentre Betlemme e svariati paesi – tra cui Siria, Egitto, Dubai e Giordania – hanno sospeso o ridimensionato i festeggiamenti per il nuovo anno, Israele e Hamas hanno continuato a farsi la guerra per il quinto e sesto giorno consecutivo: raid aerei israeliani e razzi sempre più potenti sono stati i protagonisti della notte più lunga dell'anno. Ma le prime ore del 2009 sono segnate anche dalla diplomazia: a una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite è seguita la trasferta francese del ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, che a nome del suo paese ha respinto la possibilità di una tregua. Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano "Haaretz", la continuazione delle operazioni militari è sostenuta dal 71% della popolazione israeliana.

Stando alle notizie che giungono dal fronte, intanto, i raid israeliani non accennano a calare d'intensità: nella sola notte del 31 dicembre, Israele ha colpito dall'aria svariati edifici istituzionali di Hamas. I miliziani della Striscia, intanto, rispondono colpo su colpo: le Brigate Ezzedine Al Qassam, in un comunicato rilasciato giovedì mattina, hanno annunciato di aver colpito con un razzo la base israeliana di Hatzerim, a 40 km dal confine con la Striscia di Gaza. Sono oltre 250 i razzi sparati da Hamas contro il sud di Israele nei primi sei giorni di guerra: ieri mattina un ordigno ha colpito un condominio di Ashdod, mentre Sderot e Beersheba restano le città più bersagliate. A dispetto dei raid israeliani, insomma, Hamas è in grado di raggiungere obiettivi distanti fino a 40 km dalle rampe di lancio: sono circa 900.000 gli israeliani potenzialmente esposti al fuoco dei miliziani palestinesi.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
A marchiare il sesto giorno di guerra, però, è stata senza dubbio l'uccisione dell'alto esponente di Hamas Nizar Rayyan, colpito dal fuoco israeliano nella sua casa di Jabalya insieme ad alcuni familiari. Secondo Channel 10, dal 2004 Rayyan aveva preso il posto dello sceicco Ahmed Yassin, guida spirituale di Hamas a sua volta uccisa in un'operazione aerea di Tel Aviv: oltre 200.000 persone assistettero al suo funerale. Dopo aver confermato l'uccisione di Rayyan (insieme a una delle mogli, tre figli e cinque vicini di casa), Hamas ha annunciato incisive azioni di vendetta. Secondo il responsabile del servizio sanitario palestinese Mouawiya Hassanein, dopo sei giorni di combattimenti i morti sarebbero già 400 e i feriti oltre 2000.

Sul piano della diplomazia, l'alba del 2009 ha visto moltiplicarsi le critiche, gli appelli al cessate al fuoco e i tentativi di mediazione. Condanne ai raid israeliani accomunano gran parte dei paesi arabi: secondo Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba, "assistiamo a un rilancio israeliano: l'obiettivo sono le elezioni del 10 febbraio in Israele, e Gaza ne paga il prezzo". Il presidente dell'Anp Abu Mazen – di fronte ai militanti di Fatah – ha parlato poi di "un'aggressione il cui obiettivo non è soltanto Gaza, ma l'intero popolo palestinese e la sua causa". Un'invocazione alla cessazione di tutte le ostilità è giunta invece da Papa Benedetto XVI, che si è appellato al "profondo desiderio di vivere in pace che sale dal cuore della grande maggioranza delle popolazioni israeliana e palestinese, ancora una volta messe a repentaglio dalla massiccia violenza scoppiata nella striscia di Gaza in risposta ad altra violenza".

Ma al di là degli appelli, due sono le principali iniziative diplomatiche attivate nelle ultime ore. La prima è una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convocato d'urgenza nella notte del 31 dicembre: a fronte di una bozza di risoluzione libica che gli Stati Uniti hanno giudicato troppo "sbilanciata" verso Hamas, però, non è stato raggiunto alcun accordo. Niente di fatto anche per il duo Kouchner-Sarkozy: Tzipi Livni, invitata a Parigi per discutere di una possibile tregua, ha ribadito ieri la volontà israeliana di andare avanti con i raid. Secondo il ministro degli Esteri israeliano, "non c'è una crisi umanitaria nella Striscia: Israele non ha mai interrotto il flusso di aiuti per la Striscia, anzi li ha addirittura aumentati nel corso dei giorni". Il premier ceco Mirek Topolanek, da ieri presidente di turno dell'Unione Europea, ha annuncia intanto una missione diplomatica in Medio Oriente allo scopo di mettere fine alle ostilità.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

La posizione israeliana, ribadita dalla Livni a Sarkozy, resta dunque salda. Interrompere i raid significherebbe regalare una vittoria d'immagine ad Hamas: esattamente quello che avvenne nell'estate 2006 nel corso del conflitto contro Hezbollah. Sugli obiettivi israeliani, del resto, tanto il presidente Shimon Peres quanto il premier Olmert sono stati molto chiari. Nel corso di una visita ad Ashkelon, Peres ha dichiarato che "Israele non potrà accettare una Striscia di terrore come vicino, dunque Hamas sta testando la risposta israeliana". "Nonostante gli allarmi" ha continuato il presidente, parlando ai bambini di una delle città più colpite dai razzi di Hamas, "noi non abbiamo paura". In visita a Beersheba, altra città bersagliata, il premier Olmert ha invece chiarito che "noi non cerchiamo un conflitto su larga scala, ma vogliamo che la vita dei cittadini del sud possa cambiare così che i loro figli possano crescere in sicurezza, senza incubi e paure".

Cosa aspettarsi ora? L'invasione terrestre della Striscia di Gaza sembra imminente. E una parziale conferma è venuta da Tzahi Hanegbi, presidente della Commissione Esteri della Knesset: "Ci siamo ormai – ha dichiarato a Channel 10 – il mondo non fa pressioni su di noi, capisce che abbiamo il diritto di batterci per difendere le nostre case". Sul campo tutto è pronto: i carri armati sono schierati al confine, i riservisti sono stati richiamati. Un alto ufficiale di Tsahal – interpellato dal quotidiano israeliano "Yediot Ahronoth" – ha dichiarato che i piani per un'invasione di terra sono sul tavolo da mesi e le incognite restano le stesse del Libano: "Durante il conflitto, Hamas potrebbe utilizzare molti tipi di armi, congegni esplosivi, cecchini e cellule kamikaze che proveranno a colpire le nostre forze". Obiettivo di Hamas è quello di replicare le "gesta" di Hezbollah, vero vincitore della seconda guerra del Libano agli occhi dei fondamentalisti della regione.

Ma in attesa delle prossime mosse israeliane, sul fronte palestinese qualcosa si muove. Per ora solo sospetti: sul banco degli imputati ci sono paesi moderati come l'Egitto, sospettati di complottare con Israele ai danni di Hamas. Ma le critiche al movimento islamista, in effetti, abbondano: Muhammad Bassiouny, deputato egiziano a capo della commissione Esteri, ha criticato i capi dell'organizzazione che restano "chiusi nei bunker" a fronte delle bombe sulla popolazione di Gaza. Ad attirarsi la maggior parte delle critiche, però, resta sempre Abu Mazen: secondo il "Palestine Information Center", sito web affiliato ad Hamas, un consigliere di Abbas avrebbe addirittura telefonato ad Amos Gilad (consigliere della Difesa israeliana) concordando sul "diritto di Israele a liquidare Hamas". Forse anche per le due Palestine – quella di Fatah, in Cisgiordania, e quella di Hamas, nella Striscia – siamo giunti alla resa dei conti.

-----------------------------------------------------------
Se Alitalia sceglie Air France, Fiumicino decolla e Malpensa atterra

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
di Giuseppe Pennisi

E’ presto per dire se il “Cappello a Tre Punte” della nuova Alitalia assomiglierà al film (piuttosto farsesco) di Mario Camerini, con cui, nel lontano 1934, il trio De Filippo (Edoardo, Peppino e Titina) è stato lanciato su piano internazionale (rompendo l’autarchia) oppure al delizioso balletto del 1919 di Mamuel de Falla. Ambedue sono tratti da una piccante novella di P. A. de Alarcón y Ariza, una sorta di commedia degli equivoci (come, con il senno del poi, sono state le vicende Alitalia) del lontano 1874.

Quale che sarà il futuro di una partita che dura da anni e in cui i colpi di scena si susseguono, è bene ammettere subito che le informazioni sulle rotte che dovrebbero entrare in vigore il 13 gennaio non mostrano – come affermano i portavoce, ufficiali ed ufficiosi, della compagnia e come gran parte della stampa ripete senza guardare le carte geografiche e senza contare i voli – un esagono - ma un cappello a tre punte: Roma, Milano, Catania. Le sei “basi regionali” hanno una valenza amministrativa e tecnica, ma, sotto il profilo della strategia a lungo termine, i punti-chiave sono solo tre.

Tutti gli altri scali perdono qualcosa (tranne Pescara, “piezz'e core” del patron di AirOne), mentre Roma, Milano e Catania qualcosa guadagnano. Roma e Catania molto: Fiumicino diventa il vero hub per rotte internazionali ed intercontentali. Catania mantiene tutte le 138 frequenze settimanali del vecchio piano operativo (a spese di Palermo e Bari) e diventa il ponte verso il Medio Oriente, l’Africa ed anche l’Estremo Oriente (per percorsi differenti da quello polare). Milano perde sull’intercontinentale a Malpensa ma mantiene Linate in una posizione strategica.

In questa ottica, la polemica sul futuro di Malpensa (che infuria in questi giorni) perde parte della sua valenza. Da quando è stato progettato l’aeroporto nei pressi di Busto Arsizio, gli amministratori della Lombardia (e la stessa società civile della regione) non hanno accettato l’implicazione che ne conseguiva: ridimensionare Linate destinando lo scalo ai voli su e da Roma ed al “low cost”. Hanno, invece, tentato di alzarlo di categoria: farlo diventare un “Milan City Airport”, analogo al National Airport sulle rive del Potomac ad un quarto d’ora di taxi dalla Casa Bianca e dal Campidoglio di Washington.

Il vero scontro, si badi bene, non è mai stato tanto tra Malpensa e Fiumicino quanto tra il partito favorevole allo scalo nel varesino e quello della promozione di Linate. Le tensioni tra i sostenitori di Malpensa (allora allo stadio di progetto) e quelli del “Milan City Airport”, hanno messo in fuga gli olandesi di Klm – pronti a pagare una salata penale ad Alitalia ed a gettarsi nelle braccia di AirFrance. Dopo la creazione della Lufthansa Italia con collegamenti tra Malpensa a numerose città europee e, quindi, all’intercontinentale, è chiaro che il partito del “Milan City Airport” ha avuto (per ora) il sopravvento e che la nuova Alitalia guarda altrove. Sottolineo: “per ora”. Come ne “Il Cappello a Tre Punte”, infatti, non si possono escludere cambiamenti , anche drastici, di strategia.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
“L’Occidentale” ha messo più volte l’accento su quella che è ormai un’evidenza lapalissiana: nel traffico aereo internazionale, c’è posto per due-tre compagnie europee in grado di offrire una vasta gamma di servizi e di avere rotte intercontintali, accanto a quelle regionali e nazionali. La geografia delle rotte in vigore dal 13 gennaio suggerisce anche che il management della nuova Alitalia conta di concludere un accordo con AirFranceKlm, in cui Fiumicino diventerebbe una punta più importante delle altre due punte italiane. La punta di un cappello internazionale, pure esso a tre punte, in cui le altre due sono Charles de Gaulle a Roissy (nei pressi di Parigi) e Schiphol (alle porte d’Amsterdam).

Secondo alcune voci, AirFranceKlm avrebbe il 25% delle azioni della nuova azienda, diventando in pratica l’azionista di riferimento. Non si sa se alcuni soci italiani stiano negoziando un patto parasociale con AirFranceKlm per dare un “nocciolo duro” all’impresa o se invece si sta coalizzando (sempre tramite un patto parasociale) per mantenere una maggioranza italiana o comunque un contrappeso ai franco-olandesi. Ciò vuol dire che si torna alla situazione di circa un anno fa? E’ difficile valutarlo sino a quando l’accordo non è concluso e non se ne conoscono i termini.

Come ne “Il Cappello a Tre Punte” (nelle sue varie versioni letterarie, cinematografiche e musicali), non si debbono escludere sorprese all’ultimo momento. L’accordo potrebbe saltare per aspetti strategici: gli altri soci potrebbero non gradire la richiesta franco-olandese di diventare gli azionisti più importanti oppure potrebbe accadere che non si riesca a formare un patto parasociale tra i soci “italiani” (in funzione di controllo e di contenimento dei franco-olandesi), o tra un gruppo nutrito di loro, per mere “technicalities”. “Il diavolo – dice un proverbio britannico- sta nei dettagli”. In tal caso, si aprirebbe di nuovo una partita con Lutfhansa che potrebbe avere implicazioni per Malpensa. Ma anche per il “Milan City Airport” (Linate). Più che per Fiumicino. Buon Anno (sulle note di De Falla)!

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Il punto di estrema gravità politica, è che questo ennesimo episodio di ignavia franco-inglese nei confronti dell’estremismo palestinese non è affatto congiunturale, non è legato alla personalità di Sarkozy o di Blair, ma ha radici profonde nella storia politica del novecento dei due paesi, tanto che ha sempre funzionato da sponda per le posizioni palestinesi più irresponsabili. Un radicamento che va al di là dell’opportunismo petrolifero e che è conseguente a una radicale incapacità ideologico-politica di cogliere i termini della questione israelo palestinese. Per l’Inghilterra, gioca un vecchio retaggio imperiale: come è noto –ad eccezione dell’isolato Churchill- Londra, potenza mandataria in Palestina, fece di tutto nel 1948 –favorì anche la fondazione della Lega Araba- per contrastare la nascita di Israele. Anthony Eden, nel 1956, col socialista francese Guy Mollet, tentò poi di ribaltare questa strategia, alleandosi a Israele, ma l’umiliante sconfitta subìta, restò a monito di tutti i governi successivi a mai più sfidare in campo aperto estremisti arabi alla Nasser. Anche la Francia, dopo il 1956, ha sempre sottovalutato il ruolo strategico di Israele quale avamposto di democrazia, in un mondo arabo sempre più jihadista (fulcro della posizione americana da Truman in poi –con l’eccezione di Eisenhower, nel 1956, appunto), che invece è chiarissimo oggi ad Angela Merkel e al governo italiano. Fu De Gaulle, nel 1967, a tracciare le linee di “alleanza critica” con Gerusalemme di cui ancora oggi il neogollista Sarkozy è prigioniero. Dopo la guerra dei sei giorni –combattuta da Israele con armi francesi, va detto- il Generale –che aveva risolto la crisi algerina cedendo al nazionalismo terrorista del Fln- ruppe con un Israele che si rifiutava di accettare l’egemonia politica dell’Europa (cioè, della Francia). Egemonia politica che l’Ue –su impulso francese- impose alla crisi mediorientale nel 1980, quando nel vertice di Venezia, rifiutò di accettare la logica degli accordi Sadat-Begin (che non riconoscevano la filo terrorista Olp e puntavano alla creazione di una dirigenza palestinese attraverso elezioni amministrative nei Territori), e riconobbe invece l’Olp come unico interlocutore. L’uccisione di Sadat ad opera dei futuri fondatori di al Qaida, tolse di mezzo l’unico ostacolo all’imporsi di quella scelta, e diede via libera alla sciagurata leadership di Arafat, con conseguenze nefaste. Sarkozy oggi, dunque, è prigioniero di uno schema –condiviso anche dal postsovietico D’Alema- che vede nell’estremismo arabo palestinese, non un avversario da battere, ma una forza “nazionale” con cui interloquire. Da qui le ambiguità e le sottovalutazioni nei confronti di Hamas. Da qui le irresponsabili aperture alla Siria che a sei mesi dai trionfi parigini tributati da Sarkosi a Beshar al Assad, appaiono sempre più velleitarie.

-----------------------------------------------------------
Iervolino: Aspetto fino a lunedì, poi nuova giunta o elezioni

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 5 della discussione


“O si finisce con questa tarantella o elezioni a primavera. La mia pazienza dura al massimo fino a lunedì”. Così il sindaco di Napoli Rosa Iervolino Russo rientrando a Palazzo San Giacomo, sede del Comune, dopo una mattinata trascorsa tra telefonate e incontri per lavorare alla composizione della nuova giunta che “probabilmente sarà annunciata domenica mattina”. “Credo di aver avuto una pazienza infinita – sottolinea la Iervolino - ma si tenga conto che anche la persona più paziente e responsabile ha una riserva di pazienza che, però, non è infinita”. “Sono una persona per la quale quello che va bene il venerdì va bene anche il sabato. Ma all’interno del mio partito pare che non tutti la pensino così”. Il sindaco di Roma è in attesa del rientro da Parigi di Veltroni e ribadisce di non aver avuto nessun diktat da parte della segreteria nazionale del Pd, “ma – precisa - non si può continuare con questa tarantella per cui si concorda una cosa il venerdì e il sabato non va bene”.

Intanto per un vizio di forma il tribunale del riesame di Napoli ha emesso un provvedimento che annulla le ordinanze di custodia agli arresti domiciliari nei confronti dell’ex assessore Giuseppe Gambale (accusato fra l’altro di associazione a delinquere con l’imprenditore Alfredo Romeo) e dell’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone. In pratica il tribunale ha accolto le eccezioni avanzate dai difensori che non avevamo ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza davanti al riesame. Secondo quanto si apprende la Procura intende emettere un decreto di fermo ai domiciliari per entrambi gli indagati. La dodicesima sezione del tribunale del Riesame ha invece confermato gli arresti domiciliari per gli ex assessori Felice Laudadio e Ferdinando Di Mezza.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

''E' abbastanza surreale che la Iervolino presenti l'eventualita' delle sue dimissioni come una "minaccia". Semmai, sarebbe una liberazione per i cittadini e le cittadine di Napoli, che hanno sopportato anni e anni di disastri, anche a causa sua. Quindi, sarebbe per lei doveroso andarsene, lasciare il campo libero, e scusarsi per essere stato un sindaco del tutto inadeguato alle esigenze della citta'''.
Lo afferma Daniele Capezzone, Pdl, portavoce di Forza Italia.

>>Da: Veronica
Messaggio 3 della discussione
Troppo tardi.

-----------------------------------------------------------
Fabbisogno in salita, le mosse di Tremonti in linea con la Ue

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
“In base ai dati oggi disponibili, i conti di chiusura dell’esercizio 2008 sono pienamente in linea con gli impegni assunti in Europa dalla Repubblica italiana. È questa una ragione di fiducia per i cittadini e di orgoglio per il governo”. Lo afferma il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che commenta la chiusura dei conti pubblici. L’avanzo del settore statale del mese di dicembre 2008 risulta a oggi determinato in 2.900 milioni di euro. In sintesi, in base ai dati a oggi disponibili si può assumere la coerenza della chiusura dei conti pubblici con gli impegni assunti in sede europea della Repubblica italiana. Impegni che saranno formalizzati nell’aggiornamento del programma di stabilità e crescita che sarà presentato nei prossimi giorni all’Unione europea. Il fabbisogno annuo del settore statale del 2008 è determinato in circa 52.900 milioni di euro. Data la combinazione tra ciclo economico negativo e politiche anticicliche mirate a lasciare e/o immettere liquidità nel sistema, il dato 2008 è stato influenzato dai seguenti fattori. Dal lato degli incassi si sono manifestati gli effetti della scelta operata per legge di consentire una riduzione della percentuale del secondo acconto Ires e Irap, riduzione che si è aggiunta all’attenuazione del cuneo fiscale e all’esenzione Ici per la prima casa. Il saldo del mese sconta, inoltre, il venir meno del versamento straordinario da parte di Fintecna spa.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Dal lato della spesa, il dato è stato influenzato dai seguenti fattori: maggiori rimborsi fiscali in applicazione della disposizione del decreto legge n. 185/2008 che ha consentito un’accelerazione di quelli relativi ai crediti d’imposta ultradecennali; anticipazione a favore delle regioni per l’estinzione dei debiti sanitari pregressi, per effetto della legge finanziaria 2008; maggiori prelievi dalla tesoreria statale da parte delle Amministrazioni locali; rinnovo contatto per il pubblico impiego; erogazione alla Cassa depositi e prestiti spa; maggiori interessi sul debito pubblico. Il fabbisogno complessivo realizzato nell’anno 2008 si raffronta all’ultima stima ufficiale di 45.200 miliardi pubblicata nella Relazione previsionale e programmatica per il 2009. Il differenziale di cui sopra – sottolinea il ministero del Tesoro -, prodotto congiuntamente dal ciclo economico negativo e dalle corrispondenti politiche di liquidità ha comunque un impatto sostanzialmente marginale sull’indebitamento rilevante per il calcolo dei parametri europei.

Il dato del fabbisogno, per essere compreso, dovrebbe essere inserito in un quadro internazionale. Quadro sconvolto prima dai mercati finanziari con i mutui subprime e poi dalle conseguenze sull’economia reale, con la più grave crisi dal ‘29. Il fabbisogno è cresciuto soprattutto per effetto della recessione e delle misure messe in atto per contrastare le ricadute sull’economia reale. Un dato, lasciato lievitare proprio per evitare la paralisi economica ma, con grande capacità di manovra, rispettando i vincoli europei. Le misure messe in atto dal governo hanno consentito di evitare gli effetti negativi della recessione, senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici. Le ultime stime elaborate dal Tesoro indicano l’attuale rapporto deficit-Pil al 2,6 per cento. Saldamente sotto il paramento di riferimento europeo (3 per cento). Inoltre, al netto della “cura” del governo il rapporto deficit-Pil sarebbe stato molto vicino al 2 per cento. Risultato che neanche i più ottimisti avrebbero sottoscritto.


-----------------------------------------------------------
Il carbone torna a scaldare l’America

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione
C’era una volta il carbone. Bisogna andare indietro negli anni, e di parecchi, per ritrovare le vecchie stufe oppure chi veniva a casa a portare il carbone, che si metteva in cantina e che poi serviva per scaldarsi tutto l’inverno – scrive Roberto Zanni dalla redazione di Miami di Gente d’Italia quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia - Per saperne di più bisogna farselo raccontare dai nonni, perché noi, e non importa nemmeno essere dei teenager, non l’abbiamo mai visto. Negli Stati Uniti, come in tante altre parti del mondo, il carbone è stata la fonte primaria per il riscaldamento nelle case dalla fine del 19esimo secolo, fino a metà del 20esimo. Negli anni Cinquanta gli americani bruciavano ancora più di 50 tonnellate all’anno del nero carbone per riscaldarsi durante i freddi inverni. Poi le cose sono cambiate, le fonti di energia anche e il nero carbone non si è più usato, nemmeno dalla Befana. Altri sistemi, anche più ecologici, più puliti, avevano soppiantato l’antico carbone. Nel 1975, sempre per rimanere negli Stati Uniti, se ne usavano ancora 2,8 milioni di tonnellate, una ventesima parte rispetto a un quarto di secolo prima, poi ancora giù. All’inizio del terzo millennio appena 500mila tonnellate di carbone erano ancora destinate al riscaldamento residenziale, scese a 258mila nel 2006. Pochi e sempre meno affezionati, il futuro, anche solo quello per tenersi caldi, non poteva essere... nero, la destinazione e l’uso del carbone era, ed è ancora, soprattutto per uso industriale. Ma le cose cambiano, la vita anche e i prezzi pure. Ecco allora che quasi all’improvviso il vecchio carbone è tornato a rialzare la testa, risalendo una china che sembrava destinata a concludersi presto.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Un grande ritorno? Beh non è che all’improvviso tutto sia tornato come una volta, ma piano piano c’è chi ha ricordato che il carbone era sempre lì e che poteva essere usato ancora, anche in casa. L’aumento dei prezzi del petrolio, del gas naturale, hanno ridato in certe zone delle Stati Uniti la voglia di riscoprire vecchie fonti di calore. Soprattutto nel Nordeast e nel Midwest, ma anche in Alaska, diversi proprietari di case hanno pensato di tornare indietro nel tempo, anche se siamo ormai nel 2009. Se due anni fa il carbone per il riscaldamento ha toccato il suo minimo storico, come detto 258mila tonnellate, quasi niente, ecco che da due anni a questa parte i numeri hanno ripreso a salire. Secondo le cifre rese note dalla Energy Information Administration, nel 2007, rispetto a dodici mesi prima, c’è stato un incremento del 9 per cento che si è trasformato in un 10 per cento in più se si prendono in considerazione i primi 10 mesi del 2008 rispetto all’anno precedente. Un piccolo, ma sostanzioso, boom del carbone, ci sono anche i forum online per chi ha deciso di scegliere questa nuova-vecchia fonte di calore.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Si scambiano consigli online gli entusiasti amici del carbone, mentre i pochi produttori di stufe quasi all’improvviso si sono visti sommersi di ordini, che in molti non si aspettavano proprio. Se ancora negli anni Ottanta di esemplari se ne vendevano alcune centinaia all’anno, le vendite erano quasi crollate un decennio dopo. Rich Kauffman, manager della E.F.M. Automatic Heat di Emmaus, Pennsylvania, in una intervista al New York Times, ha spiegato che dopo il crollo delle vendite, il punto più basso raggiunto alla fine degli anni Novanta, dodici mesi fa il trend ha cominciato a cambiare direzione, con 60 unità vendute, cifra che quest’anno si è moltiplicata fino a raggiungere le 200 unità. Alla Reading Stove Company, altra industria che produce stufe a carbone per riscaldamento residenziale, un interesse così elevato per i loro prodotti non lo vedevano da trent’anni, con vendite quasi raddoppiate nel giro di appena dodici mesi. Ma si risparmia davvero tornando al vecchio e quasi dimenticato carbone? Ci sono diverse qualità, ma mediamente, secondo quando rivela la Energy Information Administration, una tonnellata di carbone è equiparabile, come produzione di calore, a 600 metri cubici di gas naturale oppure a 552 litri di combustibile derivato dal petrolio. Una tonnellata di antracite, una qualità di carbone, costa 120 dollari nelle vicinanze delle miniere della Pennsylvania, cioè senza grandi spese per il trasporto, l’equivalente di combustibile arriva, attualmente, a 380 dollari, mentre con il gas si raggiungono i 480 dollari. Insomma il risparmio c’è, e si vede.


>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

In Alaska, il proprietario di una villa con una superficie di oltre 300 metri quadrati, ha cambiato il sistema di riscaldamento, passando dal combustibile derivato dal petrolio al carbone: solo in un anno, secondo i prezzi dell’anno scorso, passerebbe da una spesa di settemila dollari a 1.400, così che per ammortizzare l’investimento di 13mila dollari per la nuova caldaia, basterebbero appena due inverni. Cifre che indubbiamente possono far riflettere, ma il carbone rimane ancora una nicchia per pochi, appena l’1 per cento della produzione infatti attualmente è destinata per uso residenziale con 131mila case che utilizzano il carbone come fonte di riscaldamento primario e 80mila come secondario. Piccoli numeri che, da un punto di vista ambientale, ecologico, possono essere ancora assorbiti, perché, nonostante tutto, il carbone inquina ancora, anche se fa risparmiare.


-----------------------------------------------------------
GAS: E' SCONTRO APERTO TRA MOSCA E KIEV

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 1 della discussione
Continuano a salire i toni tra Gazprom e l'Ucraina, opposte da un contrasto sulle forniture di gas naturale che ha portato il colosso energetico russo a chiudere i rubinetti a Kiev. Il vice ad di Gazprom, Alexander Medvedev, ha dichiarato che e' impossibile per ora riprendere le trattative con l'Ucraina in quanto non c'e' stata nessuna risposta rilevante dalla controparte, e ha ribadito l'impegno della Russia nel rispettare i propri impegni con l'Europa. Medvedev e' attualmente in Repubblica Ceca, paese che detiene la presidenza Ue di turno, per spiegare la propria posizione alle autorita' europee. Molti paesi dell'Est Europa, nel frattempo, hanno lamentato un calo delle forniture, mentre Mosca e Kiev si rinfacciano a vicenda la responsabilita'. Secondo la Russia, l'Ucraina sta prelevando il gas diretto verso l'Europa dalle pipeline sul suo territorio, secondo la repubblica ex sovietica, Gazprom ha ridotto il flusso verso la Ue per incolpare l'Ucraina. A scatenare il conflitto e' stato il rifiuto di Kiev di accettare il rincaro proposto dal monopolista russo per il contratto di fornitura 2009. C'e' inoltre la questione degli arretrati dovuti dall'Ucraina a Gazprom per il 2009, che Kiev sostiene di aver pagato, cosa smentita da Mosca. Naftogaz, la societa' del gas ucraina, ha risposto accusando Gazprom di "ricatto economico". "Naftogaz e' sconcertata dalle dichiarazioni di Gazprom che discreditano l'Ucraina agli occhi della comunita' europea - si legge in una nota della societa' -l'incapacita' di Gazprom di svolgere delle trattative basate sui principi di partnership ha portato alla sospensione delle forniture per l'Ucraina e ha disturbato il meccanismo di transito per l'Europa".
AGI

-----------------------------------------------------------
Kosovo, bombe nella città divisa Ritorna l'incubo delle violenze

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Quindici feriti a Mitrovica. La missione Eulex inizia tra le tensioni
Due bombe, e l'incubo della violenza che ritorna. Il Kosovo non ha ancora festeggiato il suo primo anno d'indipendenza, e Mitrovica è lì a ricordare al mondo che la pace — dentro il Paese — è tutt'altro che conquistata. Una città divisa in due, Mitrovica: il fiume Ibar a separare i serbi al nord dagli albanesi al sud, il ponte e i soldati della Nato a custodire il dogma delle vite parallele. Finché non c'è un contatto tra le due comunità, o un incidente, e allora scattano le vendette. Venerdì sera la prima bomba è scoppiata in un caffé della zona nord. Nessun ferito, ma i vetri saltati delle macchine in strada scatenano la rabbia serba. Due ore, ed è la rappresaglia. Non c'è il bisogno di superare il fiume, basta arrivare a Bosnjacka Mahala, l'enclave dell'enclave, il quartiere albanese e musulmano nel cuore della Mitrovica serba. Vetrine spaccate, due negozi albanesi bruciati. Arrivano i pompieri, la tv serba Most (Ponte) riprende le fiamme, e scoppia un secondo ordigno.

Quindici i feriti alla fine di questa pazza notte di violenze, compresa una giornalista, il suo cameraman e sette vigili del fuoco, prima che le pattuglie della Nato riportino la calma. Tanta violenza da che cosa nasce? Sono giorni che a Mitrovica c'è tensione, da quando un ragazzo serbo è stato accoltellato. Agli arresti di due albanesi è seguita la ritorsione serba: raid contro le botteghe, caccia alle auto dei «nemici». E torna il ricordo di quell'altro incidente, quattro anni fa, che incendiò Mitrovica e scatenò i pogrom antiserbi. Allora, nel marzo 2004, tre fratellini affogarono nell'Ibar, mentre scappavano — si diffusero incontrollate le voci — da una gang slava. La vendetta fu violenta. E così sistematica che — si ricostruì dopo — doveva essere per forza organizzata: 19 morti, 900 feriti, 4mila profughi serbi, 35 monasteri ortodossi in fiamme.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
Dietro le tecniche paramilitari s'intravide lo stile dei guerriglieri «rivoluzionari» dell'Uck, il monito dei duri dell'«armata liberatrice» frustrata alla comunità internazionale: non abbiamo più voglia di aspettare l'indipendenza. Stavolta, nessuno s'aspetta l'escalation. La libertà sotto vigilanza il Kosovo ormai l'ha raggiunta. Restano Mitrovica, la città enfaticamente chiamata la «Berlino dei Balcani», a ricordare quanta strada c'è da fare. Il 9 dicembre anche qui sono entrati i poliziotti di Eulex, la più grande missione di polizia nella storia Ue. Ma i rapporti col premier kosovaro Thaci partono tesi. Solo un mese fa, tre spie tedesche sono state messe in carcere a Pristina, con la fantomatica accusa d'aver piazzato la bomba alla sede della missione Ue. Berlino è riuscita a riportarli a casa, ma le tre spie esposte sui giornali e «bruciate» sono state un pesantissimo colpo a Frau Merkel: la vendetta di Thaci — così l'hanno interpretata i giornali tedeschi — quando ha scoperto di aver il gabinetto infiltrato da informatori dei 007 tedeschi. Gli stessi che da anni ricostruiscono, e denunciano agli altri governi Ue, i loschi traffici (sigarette, prostituzione, auto rubate) che fioriscono all'ombra del governo kosovaro. No, i poliziotti europei a Pristina non sono attesi solo a una (amichevole) parata.

Mara Gergolet

-----------------------------------------------------------
" Da Rayan a Zahar, i mirabili curriculum dei leader di Hamas "

>>Da: Veronica
Messaggio 4 della discussione
L'analisi di Giulio Meotti

Roma. Le migliori menti della società palestinese sono finite ai vertici del terrorismo islamico. Un’intera intellighenzia votata al martirio. Michele Serra dovrebbe leggere le loro biografie, visto che ieri su Repubblica farneticava di “guerra di ricchi contro poveri”. Nizar Rayan non era soltanto un leader terrorista. Era un finissimo storico, accademico e intellettuale. Autore di oltre dieci libri sui primordi dell’islam. Lunedì dalle macerie a Jabaliya sono stati estratti il suo cadavere, quello di una moglie e di tre figli. Sono rimasti in casa anche dopo che gli israeliani li avevano avvertiti del raid. Rayan aveva inviato un figlio in missione suicida contro una colonia ebraica a nord di Gaza e aveva preso parte a un attentato al porto israeliano di Ashdod, in cui morirono dieci “figli di maiali e scimmie”, come Rayan amava definire gli israeliani. Nel luglio 2007, durante il putsch di Hamas contro Abu Mazen, Nizar trasformò gli uffici dell’Anp in “luoghi di preghiera”. Di Abu Mazen diceva che è “una foglia secca” e che Hamas è impegnata in una “guerra fra l’islam e gli eretici”. Rayan era un gioiello dell’università islamica di Gaza, aveva studiato alla prestigiosa facoltà sudanese di Um Dorman e aveva scritto un saggio sulla vita del Profeta, dal titolo “Medina diventa oscura”, best seller in Arabia Saudita. La sua libreria, distrutta nel raid israeliano, conteneva diecimila libri. Il profilo di questo “leone” svela un mondo sconosciuto, perché fin dalla sua fondazione nel 1987, Hamas ha sempre enfatizzato la leadership collettiva più che i carismi individuali.

>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
Caduto un Ahmed Yassin se ne fa un altro. Hamas è guidato da noti accademici, scienziati, studiosi, intellettuali, hanno tutti un curriculum invidiabile. Le loro biografie sono la versione palestinese di al Qaida. Per dirne alcuni: Omar Sheikh, mente dell’esecuzione di Daniel Pearl, ha studiato alla London School of Economics; il pianificatore dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, è passato per gli atenei occidentali; il kamikaze del 7 luglio, Mohammed Siddique Khan, insegnava a Leeds; il medico inglese Bilal Abdullah, che ha partecipato ai falliti attentati a Londra e Glasgow nel giugno 2007, è nato in una delle famiglie più ricche di Baghdad. I “professori di Hamas” sono gli stessi che hanno messo bombe nei bus, nei ristoranti, nelle yeshiva, nelle sinagoghe e nelle sale da matrimonio di tutta Israele. E che poi i massacri di civili innocenti li hanno giustificati attraverso sermoni, proclami e fatwe. Sulla loro coscienza pesa l’assassinio deliberato di oltre 1.500 israeliani. E in questa cifra non rientrano militari e riservisti. Come ha appena scritto il Times di Londra, “la leadership di Hamas è la più qualificata e colta del mondo”. La dirigenza del movimento vanta 500 lauree di alto livello, sono medici e ricercatori universitari, la maggior parte educati in occidente. Il leader di Hamas, Khaled Meshaal, è un professore di fisica ed è stato un accademico di rango in Kuwait. Il premier di Hamas, Islamil Haniyeh, è preside dell’università islamica e il ensuo uomo forte agli Affari religiosi, Mohamed Tartouri, è decano dello Sharia College di Hebron, epicentro del jihad contro gli ebrei. L’ultimo dei fondatori di Hamas ancora in vita, Mahmoud Zahar, è un medico eccellente, un noto specialista in tiroidi, ha fondato la Palestinian Medical Society, sua moglie è insegnante, un figlio ucciso era laureato in finanza, una figlia è professoressa di inglese e altri due sono all’università.

>>Da: Veronica
Messaggio 3 della discussione
A Zahar si deve l’aver contribuito alla rinascita della fratellanza musulmana nella Striscia di Gaza, cementando il legame con lo sceicco disabile Ahmed Yassin. I giornalisti stranieri, ai quali se necessario Zahar non risparmia lezioni sui pericoli del fumo, ama soprattutto riceverli nel suo ambulatorio. E’ un chimico Mohammed Nazzal, mentre un genetista e un noto pediatra era il leader Abdul Aziz Rantisi, alto dirigente della Arab Medical Society ma soprattutto noto per la sua infaticabile campagna volta a “uccidere quanti più ebrei possibile”. Un matematico di talento è Saeed Siyaam, ministro dell’Interno. Omar Razeq ha studiato economia all’università americana dell’Iowa e ha continuato a fare ricerca. Mahmud Abu Hanud, noto come “sette vite” per essere scampato a numerosi tentativi di eliminazione, si era laureato all’Islamic College di Gerusalemme e aveva decine di cadaveri sulla coscienza. Il ministro dell’Educazione, Nasser Eddin al Sha’er, ha studiato a Manchester e New York, per finire preside all’università Najah di Nablus, da dove sono College di Hebron, epicentro del jihad contro gli ebrei. L’ultimo dei fondatori di Hamas ancora in vita, Mahmoud Zahar, è un medico eccellente, un noto specialista in tiroidi, ha fondato la Palestinian Medical Society, sua moglie è insegnante, un figlio ucciso era laureato in finanza, una figlia è professoressa di inglese e altri due sono all’università. A Zahar si deve l’aver contribuito alla rinascita della fratellanza musulmana nella Striscia di Gaza, cementando il legame con lo sceicco disabile Ahmed Yassin. I giornalisti stranieri, ai quali se necessario Zahar non risparmia lezioni sui pericoli del fumo, ama soprattutto riceverli nel suo ambulatorio. E’ un chimico Mohammed Nazzal, mentre un genetista e un noto pediatra era il leader Abdul Aziz Rantisi, alto dirigente della Arab Medical Society ma soprattutto noto per la sua infaticabile campagna volta a “uccidere quanti più ebrei possibile”.

>>Da: Veronica
Messaggio 4 della discussione
Un matematico di talento è Saeed Siyaam, ministro dell’Interno. Omar Razeq ha studiato economia all’università americana dell’Iowa e ha continuato a fare ricerca. Mahmud Abu Hanud, noto come “sette vite” per essere scampato a numerosi tentativi di eliminazione, si era laureato all’Islamic College di Gerusalemme e aveva decine di cadaveri sulla coscienza. Il ministro dell’Educazione, Nasser Eddin al Sha’er, ha studiato a Manchester e New York, per finire preside all’università Najah di Nablus, da dove sono usciti numerosi kamikaze. Il veterano di Hamas Islamil Abu Shanab, coinvolto nell’uccisione di soldati israeliani, ha frequentato la Colorado State University per due anni. Ibrahim Hamed, efferato pianificatore di attentati quali i caffè Moment e Hillel, la via Ben Yehuda e la caffetteria dell’università ebraica, ha una laurea magna cum laude. Baseem Naeem è diventato medico chirurgo in Germania, Atif Adwan deve la sua formazione scientifica alle più brillanti università del Regno Unito, mentre Aziz Dweik il suo inglese perfetto lo ha appreso all’università della Pennsylvania. Mousa Marzook, accusato dai giudizi israeliani di essere coinvolto nell’assassinio di 47 civili israeliani fra il 1990 e il 1994, ha studiato alla Louisiana Tech e alla Columbia University. Gli impressionanti curriculum della cupola di Hamas spiegano anche il fenomeno dei kamikaze palestinesi. Il 47 per cento di loro ha una laurea, il 29 un diploma superiore, il 24 ha frequentato le elementari. Altro che povertà e analfabetismo. E’ un’intera generazione araba imbevuta di un’ideologia assassina e genocida che accomuna uno studente di ingegneria come Dia Tawil, famiglia “borghese” e nessun problema finanziario, a Imad Zbaidi, povero ma geniale insegnante di Corano per bambini. Fin dalle elementari sognavano di uccidere gli israeliani. Le ultime parole di Tawil furono: “Farò a pezzi i loro corpi e le loro ossa conosceranno il gusto della morte”.


-----------------------------------------------------------
" Il propagandista degli scudi umani e delle moschee-arsenale "

>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
DA: Il Foglio

Gerusalemme. Nizar Rayan, leader di Hamas e gran teorico e sostenitore della tattica degli scudi umani palestinesi, è stato ucciso a Gaza dal razzo di un F16 che lo cercava. Ha colpito la casa dove viveva con quattro mogli e tredici figli e che non ha lasciato dopo aver ricevuto la telefonata registrata dell’esercito israeliano che lo avvertiva dell’imminente attacco. Voleva morire da martire. Con lui sono state uccise nove persone, tra cui due sue mogli e quattro suoi figli. Lo stratega degli scudi umani non ha cambiato le regole neppure per i membri della propria famiglia. Anzi, casa sua era stata trasformata in un deposito bellico per i miliziani, come altre case civili, scuole, moschee e i locali dell’università di Gaza. Nel 2006, durante l’operazione israeliana nella Striscia all’indomani del rapimento di Gilad Shalit, Rayan chiedeva alla popolazione di assieparsi sui tetti delle abitazioni nel mirino dell’esercito che, come nel suo caso, avvertiva del raid con una chiamata. La tattica perversa, l’utilizzo zo di civili disarmati per prevenire i bombardamenti, attira oggi al defunto le lodi di Hamas, che lo incensa per l’iniziativa sul sito del movimento. Dopo lo sceicco Ahmed Yassin e il successore Abdel Aziz Rantisi, Rayan era il terzo in grado, dicono sia fonti militari israeliane sia voci all’interno di Hamas. Il suo ruolo spirituale e militare sarebbe stato dunque maggiore rispetto a quello di nomi più citati dalla stampa internazionale, come il “primo ministro” Ismail Haniyeh e “il ministro degli Esteri” Mahmoud Zahar. Rayan ha trascorso dodici anni nelle prigioni israeliane.

>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
Suo cognato si è fatto saltare in aria in un attentato a un autobus nel 1998. Cinque anni dopo suo fratello fu ucciso dagli israeliani durante una manifestazione. Un altro fu espulso in Libano. Oggi i suoi tre figli - 12, 15 e 16 anni – si uniscono quotidianamente ai giovani che lanciano pietre contro gli israeliani ai check point. Tutti e tre, secondo il padre, voglio-l’utilizno soltanto una cosa: diventare martiri per la Palestina. ‘Prego Dio che li scelga’”, diceva lui. Nel 2001, uno di loro si è fatto saltare in un insediamento della Striscia, uccidendo due persone. Rayan era inoltre dietro l’attacco che nel 2004 fece dieci vittime nel porto di Ashdod. A Ramallah nessuno sembra aver versato molte lacrime per “il Professore”, l’esperto di “hadith”, i detti del Profeta Maometto, e di diritto musulmano all’Università islamica di Gaza. Era l’imam della moschea Khulafa, distrutta dai bombardamenti perché trasformata in un deposito d’armi, dicono fonti militari israeliane. Aveva studiato in Arabia Saudita, Giordania e Sudan e in cantina teneva, assieme a un arsenale, una biblioteca di cinquemila volumi sull’islam. Era però anche ufficiale di collegamento tra l’ala armata di Hamas e i vertici politici, una delle menti dietro al coup militare del giugno 2007. Il movimento islamista strappò la sovranità della Striscia a Fatah dopo giorni di scontri scontri armati, conquistando metro per metro l’intero territorio. Il 14 giugno i miliziani presero il compound presidenziale che fu di Yasser Arafat e in seguito di Abu Mazen. I giornali di mezzo mondo riportarono le parole di un alto esponente di Hamas, prima che gli uomini delle Brigate Ezzedine al Qassam entrassero negli uffici del potere: “Se Dio vuole, pronuncerò il sermone del venerdì alla Muntada (il compound presidenziale) e trasformeremo al Saraya (quartier generale delle forze di sicurezza di Fatah) in una grande moschea”. Quell’alto esponente era Rayan che pochi giorni dopo tornò sulla sua dichiarazione: “Ora pregheremo alla Muqata”, sede degli uffici presidenziali a Ramallah. “Il professore” allargava così la sfida alla Cisgiordania, sotto il controllo del rais Abu Mazen. “Non ci sarà dialogo con Fatah – aveva detto – solo spada e fucile”. Oggi, il movimento sotto le bombe accusa l’Anp di aver chiesto a Israele l’assassinio mirato di Nizar Rayan.


-----------------------------------------------------------
Israele capro espiatorio delle contraddizione dell’Occidente e del mondo islamic

>>Da: Veronica
Messaggio 3 della discussione
L'analisi di David Meghnagi

“In tempi bui che confondono il giudizio, scriveva Freud nel 1935 a Thomas Mann, le parole sono azioni”. Quei tempi sono per fortuna lontani. Ma il mondo odierno è sovraccarico di pericoli, e non possiamo permetterci di abbassare in alcun modo la guardia. Le parole malate hanno bisogno di essere curate come le persone. Possono colpire come pietre. Hanno bisogno di parole che curano e fra questo vi è innanzi tutto quella di non dire nulla di cui potersi vergognare.

La sensazione che si ha seguendo i dibattiti sulla crisi mediorientale, è che l’oggetto vero del discorso sia un altro. Parlando di Israele, l’Occidente parla di sé. Demonizzando Israele, respinge una parte di sé che non ha mai saputo elaborare. Demonizzando Israele, l’antisemitismo ritrova una falsa innocenza perduta. L’antisemita può sentirsi nuovamente libero, non più oppresso dalla memoria di una colpa incancellabile. Può addirittura declinare il suo odio antisemita come una variante della lotta al razzismo. A Durban, la conferenza delle Nazioni Unite contro il razzismo è stata trasformata in una macabra orgia dell’antisemitismo. In questo modo è stato possibile non parlare dei tanti problemi che travagliano il pianeta.

Nell’immaginario occidentale la tragedia della Shoah s’intreccia con quella del colonialismo. Le colpe del colonialismo si traducono a sinistra in una fantasmagorica rappresentazione di una colpa originaria da cui l’Occidente non riuscirebbe a liberarsi. In questa perversa logica le colpe del colonialismo sono trasferite su Israele.

>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
L’ostilità contro Israele nasconde in Occidente l’incapacità di guardare ai problemi irrisolti del rapporto fra occidente e civiltà islamica. Israele è il capro espiatorio di un fallimento nei rapporti tra Occidente civiltà araba e islamica.

Lo Stato ebraico diventa colpevole perché con la sua esistenza renderebbe più complicati i rapporti tra l’Europa e ‘Islam. Poco importa se l’eventuale “scomparsa” di Israele, non modificherebbe di alcunché i problemi che affliggono la regione. E poiché Israele è costretto dalla sua dolorosa storia, a dover prendere sul serio le minacce anche più folli, e a prepararsi contro di esse, l’eventuale messa in opera dei progetti di distruzione avrebbe come conseguenza una catastrofe per l’intera regione.

Sul versante opposto nel mondo arabo e islamico, Israele è vissuto come una “ferita” al corpo della nazione araba e islamica. Di fatto non è mai stato accettato. Non si spiegherebbe altrimenti perché anche i più moderati e liberali esponenti del mondo arabo, quando il discorso cade su Israele, diventano estremisti. Non è solo la paura della rappresaglia che li spinge a schierarsi su posizioni di rifiuto di Israele. È anche la conseguenza di un riflesso condizionato che finisce per appiattire l’intera società sulle posizioni più arretrate. Basterebbe un’occhiata alle vignette e alle caricatura della stampa per rendersene conto.

Nel delirio islamista, l’esistenza di Israele e il suo sviluppo sono una colpa ontologica che può essere sanata solo con l’estirpazione del “cancro” che ha infettato il corpo islamico. La demonizzazione di Israele permette di non guardare ai veri problemi che travagliano la società araba e islamica. Accusando Israele, le classi dirigenti arabe possono deviare all’esterno le loro tensioni. Alla lunga però il gioco può diventare pericoloso, come, di fatto, sta accadendo ora. Con l’ascesa dell’irredentismo sciita, nessun regime della regione può dirsi più al sicuro. L’Egitto si riscopre fragile. Avere permesso per anni alla sua stampa e televisione di cavalcare i peggiori luoghi comuni dell’antisemitismo, diventa un boomerang.

Purtroppo nessuno dei problemi regionali rimasti sul tappeto all’indomani della prima guerra mondiale è stato risolto. Eppure in molti preferiscono ragionare come se il conflitto arabo israeliano fosse l’unica vera matrice di ogni problema della regione e del mondo.


>>Da: Veronica
Messaggio 3 della discussione
ll mondo arabo e islamico un tempo tollerante è diventato invivibile per le sue minoranze religiose. È toccato prima agli ebrei. Il destino si ripete ora per le ultime vestigia del cristianesimo orientale, progressivamente ridotto a un simulacro. La stampa non se ne occupa, non interessano. Sono fonte di disagio perché rischiano di mettere in crisi i rapporti con i paesi arabi e islamici. Eppure dalla loro sopravvivenza, dipende se domani il rapporto fra sottogruppi culturali di diversa provenienza in Europa potrà svilupparsi.

La sparizione delle comunità ebraiche del mondo arabo è l’altra faccia del conflitto mediorientale che non fa notizia. Bisognerà onestamente chiedersi come mai il mondo arabo nonostante le enormi ricchezze che detiene, ha preferito trasformare la condizione dei profughi in una condizione senza uscita, mentre in Israele è avvenuto il contrario, i profughi sono diventati cittadini e le baracche in cui vivevano sino alla metà degli anni sessanta sono diventate delle vere abitazioni.

“Chi vive in un’isola”, ammonisce un antico proverbio arabo, “deve farsi amico il mare”. Israele vice accerchiato da un oceano arabo e islamico ostile. Aprire un varco in quel mondo, non è solo un modo per restare fedeli alla propria vocazione profonda. È per Israele una necessità politica e strategica, che deve vincere per se stesso e per le generazioni che verranno. Da un rapporto nuovo con i palestinesi, discende la possibilità di una vita vivibile, in cui la speranza prenda il posto della disperazione. È un augurio per israeliani e palestinesi, la realizzazione dei sogni di libertà di chi cento anni fa, abbandonando in tempo dall’Europa, gettò le basi per una esistenza più sicura.

L’esistenza di Israele, la sua sicurezza, è la condizione perché l’Europa nata dalla seconda guerra mondiale non conosca la deriva. Abbandonare Israele a se stessa sarebbe per l’Europa un suicidio morale e politico. L’esistenza di Israele è anche una necessità per il mondo arabo e islamico. È la condizione perché il mondo arabo non precipiti nella barbarie ed esca vincente nelle sfide poste dalla modernità.

-----------------------------------------------------------
Vittime civili e diritto internazionale

>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
Da: MFA

Israele è coinvolto in un conflitto che non ha provocato. Anzi, un conflitto che ha cercato di prevenire ritirando tutti i suoi soldati e tutti i suoi ottomila civili dalla striscia di Gaza sin dall’estate del 2005. Ma è costretto a combattere per un’elementare forma di autodifesa, per proteggere i propri cittadini che sono stati e continuano ad essere deliberatamente attaccati dall’organizzazione terroristica Hamas.
Lo ricorda un comunicato del ministero degli esteri israeliano che aggiunge: “Hamas non fa il minimo sforzo di rispettare il diritto internazionale. Israele, al contrario, fa di tutto per mantenere la propria risposta entro i limiti della legalità. Ciò significa che, mentre Hamas non si fa scrupolo di usare i civili sia come bersagli che come ‘scudi umani’, viceversa Israele cerca di limitare il più possibile i danni patiti dai civili sia al proprio interno che fra i palestinesi”.
Il diritto internazionale ammette che possa verificarsi la morte o il ferimento di civili durante legittime operazioni militari. Per essere legale, un’operazione militare deve essere diretta contro un “legittimo obiettivo militare” ed essere “proporzionata”.
In base alle Convenzioni di Ginevra e al diritto internazionale consuetudinario, un legittimo obiettivo militare – come ad esempio una base di lancio di missili o un deposito di armi ed esplosivi – non cessa di essere un legittimo obiettivo militare anche se viene collocato nel cuore di un’area abitata da civili. La responsabilità delle vittime civili usate come “scudi umani” ricade interamente sulla parte che ha deciso di mettere deliberatamente a repentaglio la loro vita.


>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
Il diritto internazionale richiede inoltre che un’operazione militare sia “proporzionata” al vantaggio militare stimato. Nel fare questa valutazione, la proporzionalità deve essere misurata non rispetto ad ogni singola azione, bensì alla luce della minaccia complessiva che l’operazione militare è chiamata a fronteggiare. Si tratta ovviamente di una stima complicata e difficile, che il diritto internazionale affida al discernimento del comandante sul campo nel pieno dei combattimenti chiamato a valutare tutti gli elementi, compresa la sicurezza delle sue forze militari.
“Israele – conclude il comunicato – ha adottato questi principi di fondo del diritto internazionale sui conflitti armati sia nell’addestramento che nella pratica militare. Accade spesso che le operazioni prospettate vengano cancellate proprio a causa di un rischio di colpire civili non proporzionato agli obiettivi militari. Da un esame della pratica internazionale in questo campo emerge chiaramente che le misure adottate da Israele, e il suo approccio alla proporzionalità, corrispondono o sono persino più rigorose di quelle adottate dalla maggior parte dei paesi occidentali tutte le volte che si trovano ad affrontare minacce analoghe”.


-----------------------------------------------------------
Israele mostra su YouTube la controffensiva anti-Hamas

>>Da: Veronica
Messaggio 1 della discussione
Le Forze di Difesa israeliane hanno aperto un canale YouTube dedicato a videoclip ripresi nei giorni scorsi durante le operazioni della controffensiva contro le strutture dei terroristi Hamas al potere nella striscia di Gaza. I filmati mostrano in particolare il grado di accuratezza e precisione con cui vengono sezionanti e presi di mira gli obiettivi di valore militare.
Martedì YouTube (di proprietà della Google Inc.) aveva brevemente bloccato i videoclip definendoli inappropriati, per poi ripristinarli dopo poche ore, soprattutto grazie alla reazione di blogger e visitatori, limitandosi a segnalarli come inadatti ai minorenni.
Uno dei video aerei visibili sul canale (Israeli Air Force Strikes Rockets in Transit 28 Dec. 2008) mostra, ad esempio, un gruppo di terroristi Hamas che caricano missili Grad su un veicolo un attimo prima d’essere colpiti da un razzo israeliano. Un altro mostra l’attacco israeliano a rampe di lancio di missili palestinesi (Israel Air Force Pinpoint Strike on Grad Missile Launchers 30 Dec. 2008).
“È importante informare l’opinione pubblica e mostrare, anche all’estero, ciò che fanno esattamente le Forze di Difesa israeliane”, ha spiegato Avital Leibovich, portavoce militare israeliana.

Per vedere i videoclip delle Forze di Difesa israeliane su YouTube:
http://it.youtube.com/idfnadesk

Per immagini e video di Sderot, la città israeliana bersagliata da più di sette anni dai missili palestinesi:
http://www.sderotmedia.com


-----------------------------------------------------------
La Carta di Hamas

>>Da: Veronica
Messaggio 1 della discussione
Il 18 agosto 1988 Hamas, l'organizzazione del fondamentalismo jihadista palestinese, pubblicava la propria Carta fondamentale, tuttora in vigore: un “manifesto” in cui viene invocata una jihad (guerra santa) senza compromessi contro gli ebrei, Israele e la civiltà moderna.

Sintesi in italiano:
http://www.israele.net/articolo,1070.htm

Testo integrale in italiano:
http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm


-----------------------------------------------------------
Elite arabe contro Hamas

>>Da: Veronica
Messaggio 3 della discussione
Da: Jerusalem Post

Come previsto, è iniziata: la lobby europea sedicente filo-palestinese, i pacifisti a riflesso condizionato pavloviano, gli estremisti islamici e le cosiddette “piazze arabe” hanno iniziato a manifestare contro le operazioni israeliane anti-Hamas nella striscia di Gaza. A Londra, rumorose manifestazione di islamisti ed estremisti di sinistra davanti all’ambasciata israeliana. Marce di protesta contro “l’olocausto palestinese” a Copenhagen, Parigi e Madrid. Una protesta del Partito Islamico Sunnita iracheno nella città settentrionale di Mosul è stata brutalmente interrotta da un attentatore suicida in bicicletta che si è fatto esplodere uccidendo una persona e ferendone altre sedici. Ci si potrebbe domandare perché mai al-Qaeda voglia attaccare altri sunniti anti-sionisti: evidentemente la sete di caos e di sangue degli estremisti islamisti fa premio su tutto.
Raduni pro-Hamas sono stati organizzati nelle piazze da Teheran a Beirut, da Bagdad al Cairo. Cittadini arabi israeliani hanno proclamato uno sciopero generale, accompagnato da sporadici lanci di pietre e falò di pneumatici. Un ministro arabo israeliano si è rifiutato di partecipare a una riunione di gabinetto. Giovani palestinesi di Gerusalemme est hanno inscenato tumulti mentre i loro fratelli più anziani partecipavano allo sciopero.


>>Da: Veronica
Messaggio 2 della discussione
È curioso notare come la strage di 14 scolari in Afghanistan domenica scorsa per mano di un attentatore islamista, l’attentato suicida talebano in Pakistan che ha mietuto la vita di 30 musulmani e l’ininterrotta incassante carneficina fratricida in Iraq (9.000 morti solo nel 2008) non abbiano suscitato nelle piazze arabe nemmeno la metà dell’ira furibonda scatenata dal diritto all’autodifesa esercitato da ebrei israeliani con la controffensiva anti-Hamas.
Detto questo, è utile dare un’occhiata al di là di queste folle – con i loro cartelli incendiari, i loro slogan striduli, le loro immancabili bandiere israeliane date alle fiamme – e notare una frattura nel mondo arabo e islamico di notevole portata.
Le elite arabe – i politici, gli statisti, gli accademici, i giornalisti, gli uomini d’affari – preferiscono ovviamente premettere ad ogni loro critica la condanna dei “crimini” di Israele, ma una parte significativa di questi gruppi dirigenti – che sarebbe semplicistico definire “moderati” – riconosce che è a Hamas che va imputata la responsabilità per ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza: il cuore vorrebbe sostenere Hamas, ma il cervello sa che il fanatismo, l’intolleranza politica e l’arretratezza sociale propugnate dagli islamisti costituiscono una gravissima minaccia per il futuro del mondo arabo. Queste elite prevalentemente sunnite – al Cairo come a Riad o ad Amman, nel Maghreb come nel Golfo o in occidente – non vogliono vedere le loro società scimmiottare i talebani o gli ayatollah.
Il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, che vive ancora nascosto da qualche parte sotto terra a due anni dalla sua presunta vittoria contro Israele nella seconda guerra in Libano, denuncia da tempo questo atteggiamento, e cerca di salvare le sorti di Hamas – un’organizzazione in cui lui e i suoi padrini iraniani hanno investito parecchio – facendo appello alla mobilitazione delle piazze arabe. Ha praticamente invocato un’insurrezione in Egitto. Come ha riferito la tv Al Jazeera, “Nasrallah ha spronato gli egiziani a costringere il loro governo ad aprire la frontiera fra il paese e la striscia di Gaza. ‘Se il popolo egiziano scendesse in strada a milioni – ha detto – potrebbe forse la polizia uccidere milioni di egiziani? Popolo d’Egitto, tu devi aprire quel confine con la forza del tuo petto’.”


>>Da: Veronica
Messaggio 3 della discussione
Ciò che il demagogo capo di Hezbollah si ha attentamente trascurato di dire alla moltitudine che lo guardava su uno schermo gigante mentre parlava loro dal suo bunker, è che Hezbollah e Iran hanno spinto a Hamas a optare per lo scontro con Israele mentre l’Egitto – e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – si stavano adoperando per convincere Hamas a rispettare il cessate il fuoco.
Nasrallah per metà ha ragione. Le elite arabe soffrono di una sorta di schizofrenia. Mentre cercano di togliere le castagne dal fuoco di Hamas facendo pressione su Washington perché spinga Israele a recedere, nello stesso tempo sanno fin troppo bene che Hamas (come Hezbollah e la Fratellanza Musulmana) minacciano non soltanto i loro regimi, ma qualunque progresso politico nel mondo arabo.
Magari le monarchie giordana e saudita, gli emirati del Golfo e il presidente egiziano sapessero tener testa agli islamisti. Come? Per esempio promuovendo gradualmente governi trasparenti e stato di diritto, e abituando le loro masse all’idea della tolleranza, e del governo della maggioranza nel rispetto delle minoranze. Il che contribuirebbe a forgiare istituzioni politiche moderne e stabilità sociale. Le elite arabe devono offrire alle loro popolazioni una valida alternativa all’estremismo islamista. Potrebbero iniziare col ridefinire che cosa significa essere davvero pro-palestinesi, dissociando la causa palestinese dall’intransigente rifiuto anti-Israele. In questo senso, se Israele riuscirà a ridimensionare Hamas, renderà un prezioso servizio al progresso degli interessi arabi almeno quanto alla sicurezza dei propri cittadini.


-----------------------------------------------------------
Pescara, D'Alfonso ora ritira le dimissioni

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il sindaco del Pd resta al suo posto: all'ultimo giorno utile per legge torna in carica. Ma presenta un certificato medicoper impedimento. Indagato per corruzione era stato messo ai domiciliari il 15 dicembre scorso e poi scarcerato

Pescara - Colpo di scena. Il sindaco Luciano D’Alfonso ha ritirato stamani, ultimo giorno utile, le sue dimissioni da primo cittadino. Contestualmente all’ufficio protocollo è stato depositato un certificato medico che attesta il suo impedimento al lavoro per motivi di salute. In base al testo unico sugli enti locali le funzioni di primo cittadino saranno svolte dal vice sindaco Camillo D’Angelo. Scongiurato, almeno per il momento, il ritorno anticipato alle urne. D’Alfonso era stato rieletto alla tornata amministrativa dell’aprile scorso. Le sue dimissioni avrebbero aperto la strada al commissariamento prefettizio con le nuove elezioni che si sarebbero tenute il 6 e 7 giugno prossimi, in concomitanza con le provinciali e le europee.
Indagato Tre le inchieste che vedono coinvolto il primo cittadino. La più eclatante è quella che lo portò ai domiciliari il 15 dicembre scorso, poi revocati alla vigilia di Natale, con accuse pesanti relative, in particolare, ad appalti pubblici milionari in cambio di favori. Un’altra inchiesta è relativa all’urbanistica e fu avviata nel novembre 2006 da quando 22 accordi di programma e programmi complessi finirono sotto l’attenzione della magistratura. All’epoca ci furono approfondite indagini patrimoniali su D’Alfonso e gli investigatori setacciarono i suoi conti bancari e quelli dei suoi familiari fino al terzo grado di parentela senza tuttavia scoprire "tesori" di sorta. Da questo filone di indagini sarebbe emerso solo il prestito di un fondaco da parte di un costruttore. L’ultima inchiesta è relativa all’assunzione in Comune del suo ex braccio destro, Guido Dezio. L’inchiesta è chiusa dal 16 novembre 2007 e ora si attendono le decisioni dei magistrati. In questo caso il primo cittadino è indagato per abuso patrimoniale per aver favorito l’assunzione, a un livello superiore, del suo uomo di fiducia. Nell’inchiesta sulle presunte tangenti sono indagate, in tutto, quaranta persone.


-----------------------------------------------------------
Alitalia, Air France alza l'offerta Formigoni: "Scontro"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Air France è sarebbe pronta ad alzare da 250 a 300 milioni di euro l’offerta per la partecipazione del 25% nella nuova compagnia. Questa settimana Alitalia dovrà scegliere il proprio partner.

Roma - Air France-Klm sarebbe pronta ad alzare da 250 a 300 milioni di euro l’offerta per una partecipazione del 25% nella nuova Alitalia, che questa settimana dovrà scegliere il proprio partner internazionale. Lo si legge sul sito internet del quotidiano economico francese Les Echos, che però non cita fonti. In questo modo il vettore franco-olandese dovrebbe riuscire a prevalere sulla concorrente tedesca Lufthansa, ancora in gioco.
Alemanno: "Non staremo a guardare" "Ci preoccupa questo atteggiamento unilaterale che guarda ai soli interessi territoriali", dice in un’intervista al Messaggero Gianni Alemanno che annuncia: su Fiumicino "ci faremo sentire con forza". Alla chiamata alle armi sulla partita Alitalia in difesa di Malpensa si contrappone il fronte preoccupato delle ripercussioni sullo scalo romano del Leonardo da Vinci. "Mi sembra positivo - spiega il sindaco di Roma - che anche Letizia Moratti abbia cominciato a parlare di hub complementari per Malpensa e Fiumicino". Ma avverte: "se dovessimo verificare che il piano industriale va a peggiorare la situazione dell’aeroporto da Vinci, che gli atteggiamenti localistici hanno avuto effetto, saremmo pronti anche noi a mobilitarci". Alemanno dice di aver avuto colloqui con Sabelli e Colaninno, con i ministri Matteoli e Ronchi, ma precisa che ogni decisione seguirà la presentazione del piano industriale. Il sindaco capitolino critica la semplificazione "Air France uguale Roma, Lufthansa uguale Milano" e ribadisce che "la cordata italiana sia stata la soluzione migliore". Alemanno non nasconde le preoccupazioni soprattutto in vista dei nuovi progetti turistici per la Capitale, dal parco tematico al gran premio di Formula Uno.

-----------------------------------------------------------
Di Pietro, ecco la prova delle sue bugie

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il leader Idv avrebbe trasferito Mautone nell’agosto 2007 perché "chiacchierato". Ma una registrazione ora dimostra che anche 5 mesi dopo i due erano insieme a Montenero. Tonino: "Mario? Ha tanta pazienza a stare appresso a me". All'evento partecipò anche il figlio Cristiano

Sentite come Di Pietro presenta l’uomo che dice di aver conosciuto appena e di non aver mai frequentato: «Guardo il provveditore Mautone, che è il mio direttore generale al ministero e che c’ha tanta pazienza, da venire appresso a me...» (risatine e applausi del pubblico). La scena si svolge a Montenero di Bisaccia, il paese dove il leader Idv è nato e dove suo figlio Cristiano fa il consigliere comunale (il file audio originale di quel passaggio si può sentire sul sito del Giornale). Ma è la data quella che conta di più. La conferenza pubblica nella sala consiliare del piccolo comune molisano si svolge il 29 dicembre del 2007, vale a dire nemmeno cinque mesi dopo il trasferimento di Mario Mautone dal Provveditorato della Campania al ministero delle Infrastrutture, spostamento deciso da Di Pietro perché informato da qualcuno sulle indagini a carico di Mautone e di suo figlio.
Di Pietro si trovava nel suo paese natale per presentare un intervento memorabile per Montenero di Bisaccia, il rifacimento di una torre del 1500 (da parecchi anni in pessimo stato) reso possibile grazie allo sblocco di 750mila euro caldeggiato proprio da Tonino. «Un finanziamento che Montenero aspettava da tempo – spiegò in Consiglio comunale un trionfante Di Pietro jr – e che si è realizzato grazie anche all’intervento del ministro Antonio Di Pietro, il quale ritiene la torre un simbolo per tutti i molisani». Insieme con il ministro e le autorità molisane (il presidente della Regione, quello della provincia e il sindaco di Montenero) in quell’occasione c’era anche il figlio Cristiano e, in prima fila, il dirigente del ministero ed ex provveditore Mario Mautone. Nel giro di pochi mesi, l’uomo che Tonino aveva spostato perché «chiacchierato» (così ha poi detto Di Pietro) si era miracolosamente redento. Quell’uomo «chiacchierato», con il quale a Di Pietro jr fu consigliato di troncare ogni rapporto, cinque mesi dopo, per Di Pietro senior, era tornato ad essere un professionista senza macchia. Dev’essere così se Di Pietro lo descrive affettuosamente agli astanti come «il mio direttore generale», uno che ha la pazienza di stargli sempre «appresso». E che stranamente viene presentato ancora come «provveditore», benché in quell’incarico gli fosse subentrata un’altra persona già da mesi. Anche Giuseppe D’Ascenzo, sindaco di Montenero - che ha recentemente espresso tutta la sua solidarietà a Di Pietro jr. - in apertura dei lavori saluta davanti a tutti il «provveditore Mautone», come fa Tonino.
Un calore incomprensibile da parte del leader Idv, se si confronta con le sue dichiarazioni successive. «Mautone non è il mio uomo di fiducia, non lo è mai stato» dice all’Ansa il 3 dicembre scorso. Pochi giorni dopo Mautone diventa quasi uno sconosciuto per Di Pietro: «Non so nulla più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale». In un altro comunicato poi Di Pietro parla vagamente di «un certo dottor Mario Mautone». Ma delle due l’una: se il leader Idv non sapeva nulla, perché ha trasferito in fretta e furia Mautone nell’estate del 2007? E se invece era a conoscenza di comportamenti scorretti, perché lo h

-----------------------------------------------------------
Inflazione da record: nel 2008 è salita al 3,3%

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
L'inflazione segna il livello record dal 1996 e in netto aumento rispetto all’1,8% dell’anno precedente. L’indice è cresciuto senza sosta fino alla fine dell’estate, spinto dall’impennata dei prezzi energetici e alimentari, raggiungendo il livello record di 4,1% annuo. Lieve frenata a dicembre

Roma - Il tasso d’inflazione nel 2008 si è attestato al 3,3%, il massimo dal 1996, contro l’1,8% del 2007. Stando ai dati resi noti dall'Istat, l'indice armonizzato europeo in media annua ha segnato +3,5%, il massimo da quando viene calcolato.
Un record dal 1996 Nel 2008 l’inflazione si è attestata al 3,3%, segnando il livello record dal 1996 e in netto aumento rispetto all’1,8% dell’anno precedente. L’Istat aggiunge che anche l’indice Ipca - quello usato in sede Ue - ha raggiunto il livello massimo dal 1997 attestandosi al 3,5%, mentre nel 2007 aveva segnato un +2%. L’anno scorso l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto quasi senza sosta fino alla fine dell’estate, spinto soprattutto dall’impennata dei prezzi energetici e alimentari, raggiungendo il livello record di +4,1% annuo a luglio e agosto. In autunno però, con la discesa dei prezzi petroliferi e il rallentamento dell’economia, l’inflazione ha frenato progressivamente, segnando perfino un calo record a novembre con un -0,4% mensile (una flessione che non si registrava dal luglio del 1959).
Il leggero calo di dicembre Inflazione in calo a dicembre. Sulla base dei dati pervenuti, l’Istituto nazionale di statistica stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), relativo al mese di dicembre 2008, presenti una variazione di meno 0,1 per cento rispetto al mese di novembre 2008 e una variazione di più 2,2 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In base alla stima provvisoria, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra nel mese di dicembre una variazione di meno 0,2 per cento rispetto al mese precedente e una variazione di più 2,3 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Sulla base dei dati finora pervenuti, rileva l’Istat, gli aumenti congiunturali più significativi dell’indice per l’intera collettività si sono verificati per i capitoli Ricreazione, spettacolo e cultura (più 0,5 per cento) e Comunicazioni (più 0,3 per cento); variazioni nulle si sono registrate nei capitoli Servizi sanitari e spese per la salute e Istruzione. Variazioni negative si sono verificate invece nei capitoli Trasporti (meno 1,1 per cento), Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (meno 0,6 per cento) e Servizi ricettivi e di ristorazione (meno 0,3 per cento). Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati nei capitoli Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (più 5,5 per cento), Bevande alcoliche e tabacchi (più 5,3 per cento) e Prodotti alimentari e bevande analcoliche (più 4,3 per cento). Variazioni tendenziali negative si sono verificate nei capitoli Comunicazioni (meno 3,3 per cento) e Trasporti (meno 0,2 per cento).

-----------------------------------------------------------
Lombardia La nuova sede della Regione sotto inchiesta

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

La firma in calce alle accuse è quella del «capitano Ultimo», il carabiniere che arrestò Totò Riina e che oggi è un colonnello del nucleo per la tutela dell’Ambiente.

Secondo il rapporto dei militari, «girato» alla Procura di Milano dal pm di Potenza Henry John Woodcock, sarebbero emerse irregolarità sui lavori per la realizzazione della nuova sede della Regione Lombardia. Un rapporto di 50 pagine che ipotizza vari reati dalla concussione alla corruzione, dalla turbativa d’asta alla truffa, a carico di persone già identificate, tra cui dirigenti di Infrastrutture Lombarde spa (società della Regione Lombardia che ha appaltato l’opera) e di Impregilo. I militari avrebbero anche evidenziato le difficoltà di un dirigente di Infrastrutture Lombarde di fronte alle azioni di controllo assiduamente svolte dal presidente della Regione Roberto Formigoni per l’effettiva conclusione dei lavori entro novembre 2009. «Siamo fiduciosi nella magistratura - replica il direttore generale di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni - e siamo certi della correttezza e trasparenza dell’operato della società».

-----------------------------------------------------------
È assolto, ora confessa: "Ho ucciso mia moglie"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il delitto perfetto: Denis Occhi, ferrarese di 33 anni assolto per l'omicidio della ex moglie, non può essere processato per la seconda volta. Giada Anteghini fu uccisa con un'accetta il 25 novembre 2004

Milano - Ha confessato davanti ai poliziotti il delitto dell’ex moglie. Ma non rischia niente e non passerà neanche un giorno in carcere: Denis Occhi infatti era già stato processato e assolto dall’accusa di omicidio. La sentenza è definitiva e il caso non può più essere riaperto.
È una storia amara e paradossale quella che arriva da Ferrara. Occhi, un muratore di 33 anni, si presenta in Questura venerdì mattina e agli ispettori di turno svela la soluzione del giallo: «Ho ucciso io mia moglie». Lei si chiamava Giada Anteghini, aveva 27 anni e viveva con un nuovo compagno: l’aggressione scattò in casa il 25 novembre 2004. Qualcuno penetrò nell’abitazione e colpì selvaggiamente con un’accetta la giovane che stava dormendo. Il seguito fu, se possibile, anche più straziante: Giada Anteghini, ferita in modo gravissimo alla testa, entrò in coma e rimase fra la vita e la morte, senza riprendere conoscenza, fino al 23 gennaio 2006 quando la sua agonia finì. Unica nota positiva della terribile vicenda: l’assassino non si curò della figlia di 6 anni, nata proprio dal fallito matrimonio con Occhi, che dormiva al momento dell’irruzione nella cameretta attigua a quella della mamma.
E Occhi? Lì per lì confessò di essere il killer. E mise il proprio racconto nelle mani di alcuni carabinieri di Comacchio, suoi amici. Ma poi ritrattò e la giustizia andò in testacoda: in primo grado l’ex marito venne condannato a 20 anni di carcere, con il rito abbreviato. In appello il colpo di scena: gli indizi furono riletti in altro modo e giudicati insufficienti; così il 27 febbraio 2008 l’ex marito fu assolto e rimesso in libertà. Insomma, dopo la donna, anche la giustizia è entrata in coma.
La sentenza ormai è definitiva e non può più essere rimessa in discussione. La revisione, istituto che il nostro codice contempla, funziona solo in una direzione: dalla colpevolezza all’innocenza. E infatti è servita a porre rimedio a errori giudiziari gravissimi, come quello che ha tenuto in cella per sette anni e mezzo, dal 1992 al 1999, Daniele Barillà, il piccolo imprenditore di Nova Milanese scambiato per un boss dello spaccio.
Ma non c’è sentenza che tenga quando la coscienza preme. A quanto pare, il rimorso ha scavato l’uomo, anche se con un’altalena del genere di confessioni e ritrattazioni, conviene andare con i piedi di piombo. Il muratore, roso dal senso di colpa, ha ammesso per la seconda volta le proprie responsabilità, alla presenza dei poliziotti e dell’avvocato d’ufficio. Per la cronaca, il Pm e gli investigatori ritengono del tutto attendibile il suo racconto e hanno avviato ulteriori accertamenti per verificarne la solidità. Anche se, ieri sera, altro colpo di scena, l’uomo ha innestato ancora la retromarcia e ai microfoni del Tg 5 ha negato di essere il killer. In ogni caso, le nuove ricerche saranno solo un esercizio accademico: Occhi non tornerà più in cella. Protetto dalla legge che ha beffato.
Stefano Zurlo

-----------------------------------------------------------
Chiamparino: «I vertici Pd? Distanti e inadeguati»

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il sindaco di Torino: «Sbagliato non condannare politicamente la gestione della vicenda rifiuti in Campania Il problema etica esiste. Ce l’ha pure Di Pietro, che ha dimostrato che la raccomandazione non è mai morta»
Sindaco Chiamparino, nel Pd si è aperto l’ultimo fronte. Dopo la querelle sul fatto che il partito è stato a lungo schiacciato sulle posizioni di Di Pietro e il dibattito sulla questione morale, ci si mette anche il presidente della Provincia di Trento Dellai. Dice che il Pd è «un partito socialista dove la cultura del popolarismo è sparita». Cosa ne pensa?
«Socialista? Potessi rispondere con una battuta direi “magari!”».
Non è d’accordo?
«Guardi, penso che Dellai abbia voluto dare due messaggi. Da una parte, forte del successo elettorale, cerca di spostare il baricentro del Pd più al centro. E dall’altra sottolinea la necessità di una vera autonomia territoriale rispetto ai vertici centrali del partito».
Un suo pallino da tempo...
«Credo sia arrivato il momento di uscire dagli schemi politici del ’900. Serve grande attenzione per il territorio e su questo punto ci misureremo a breve, quando si riunirà il coordinamento del Nord».
Cosa si aspetta?
«Capiremo se è possibile avere un’autonomia reale rispetto ai vertici centrali che sentiamo distanti e inadeguati oppure se il coordinamento non sarà altro che un altro livello interno al Pd per trasmettere le direttive che arrivano dal centro».
Si dice che Veltroni non ne sia entusiasta perché perderebbe potere sul partito...
«Questo non lo so. Di certo, la nostra esigenza è reale e per ora nessuno si propone scissioni nel Pd».
E nella stessa direzione va l’idea di un direttorio che affianchi il segretario?
«Continuo a pensare che sia la via da seguire per gestire la delicata fase delle elezioni. Un direttorio che si affianchi ai leader storici del partito così da conciliare la massima autonomia sul territorio (sui programmi e sulle alleanze, vedi Dellai) e la massima unità a livello centrale (dando l’immagine di un partito che lavora in una sola direzione per tutto il Paese).
Non sarà che si vuole commissariare Veltroni?
«Assolutamente no. Da una parte c’è una leadership individuale come quella di Berlusconi che ha le sue peculiarità, dalla nostra c’è invece l’esigenza di una leadership collettiva».


-----------------------------------------------------------
Questa sinistra pavida che gioca coi terroristi

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

È strano come i toni della ragionevolezza, quelli della saggezza antica, confortevole e insipida come l’acqua calda, alle volte nascondano invece un abisso di confusione, un vuoto di idee che può diventare un pericolo per il mondo. Viene da chiedersi con quale senso della responsabilità la sinistra italiana, l’Europa, l’Onu, parte della stampa internazionale, fingano di non capire che limitare il proprio commento alla richiesta di fermare la guerra contro Hamas giochi la credibilità del mondo occidentale, li metta in ridicolo presso il mondo islamista, rovini i Paesi arabi moderati che tacciono cauti, distrugga la deterrenza di fronte alla jihad islamica, danneggi Abu Mazen e anche la prospettiva di «due Stati per due popoli». Quale richiamo della foresta conduce un raziocinante moderato come Walter Veltroni a chiedere con estrema urgenza un cessate il fuoco fra Israele e Hamas? Per un moderato in politica internazionale come Veltroni, che certamente non approva la linea di Massimo D’Alema che, non pago della lezione degli Hezbollah, ripropone una trattativa con Hamas, la richiesta di fermare subito tutto sembra una risposta automatica. Israele affronta con sofferenza e determinazione l’impresa di terra, uomini come Shimon Peres e Ehud Barak spiegano come proprio il bisogno di pace costringa a combattere Hamas fino a ottenere risultati tangibili. Intanto, anche gli occhi della nostra sinistra moderata scorgono che le manifestazioni anti-israeliane si infittiscono, diventano razziste e furiose, manifestazioni bruciabandiere. A queste, davvero, non dovrebbe essere dato neppure un appoggio collaterale.
Mentre si ricominciano a ritrarre sui giornali di estrema sinistra i dirigenti israeliani come mostri assetati di sangue, guai a avallare l’idea che la guerra contro Hamas sia peregrina, dettata da ybris, che sia una guerra da fermare subito. Si dà semplicemente prova di non aver capito come stanno le cose, i loro sviluppi, le novità che contengono, i nessi geopolitici basilari di questo conflitto, che non è un episodio dello scontro israelo-palestinese ma un episodio fondamentale dello scontro col terrorismo. Per fermare lo scontro deve rompersi l’asse iraniano che fornisce le armi a Hamas; deve crearsi una supervisione autentica della frontiera di Rafah; deve tornare a casa il caporale Gilad Shalit; deve finire per sempre la pioggia di missili e, soprattutto, si deve cambiare la testa di Hamas, che deve sapere, con i suoi compari assassini, che Israele può agire anche di fronte alle più terribili minacce.


-----------------------------------------------------------
Quel silenzio sulla moschea in piazza Duomo

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L'invasione islamica del sagrato della cattedrale di Milano e della chiesa di San Petronio a Bologna è stata ignorata da tutti. Eppure è un'azione dall'evidente valore simbolico. Ma noi taciamo, forse perché non abbiamo nulla da dire

Guardate la foto qui sopra: è di sabato pomeriggio. Mille, forse duemila musulmani hanno occupato piazza Duomo a Milano per protestare contro i raid israeliani a Gaza, hanno bruciato bandiere con la stella di David e poi hanno pregato rivolti verso la Mecca. Anche il sagrato è stato occupato. Il Duomo ha dovuto chiudere. Se un cristiano, ammesso che ce ne sia ancora qualcuno in circolazione, avesse voluto entrare nella cattedrale per pregare, o per partecipare alla messa, avrebbe dovuto rinunciarvi. La stessa cosa è successa a Bologna in piazza Maggiore, davanti a San Petronio: la foto è a pagina 5. Anche in altre città d’Italia e d’Europa molte piazze e molti sagrati si sono trasformati in improvvisate moschee all’aperto. Guardate e tenete presente un dato: è la prima volta che succede.
Ma perché i musulmani, per protestare contro la guerra in Palestina, hanno scelto i luoghi simbolo della cristianità? Perché non davanti a un consolato israeliano? O americano? Perché per la preghiera, invece che in una moschea - ce ne sono ormai parecchie - hanno scelto le cattedrali, come a Milano, o la basilica più importante come a Bologna?
Domande alle quali si possono dare due risposte. La prima sgombrerebbe il campo da qualsiasi dietrologia: sono andati davanti al Duomo e davanti a San Petronio perché quelle sono le piazze principali di Milano e di Bologna. Secondo un’interpretazione ancor più benevola, hanno addirittura voluto cercare un’ideale solidarietà con i cristiani, pregando l’unico Dio: in fondo, ha osservato qualcuno, sulla facciata del Duomo sta scritto Mariae Nascenti, e se c’è un culto che accomuna cattolici e musulmani questo è proprio quello mariano. La preghiera di massa sarebbe dunque un atto di pietà, una richiesta di carità in un momento di sofferenza per il popolo arabo.
Ma c’è un’altra possibile chiave interpretativa, che è quella di una simbolica occupazione. Di un atto di arroganza e perfino di violenza: a Milano i dimostranti - guidati dall’imam di viale Jenner, già condannato per terrorismo - sono arrivati di corsa, seminando paura, sgomberando di forza la piazza, occupandola senza alcun permesso, costringendo appunto il Duomo a chiudere. Dove sarebbero, visti i modi e i fatti, il rispetto e la solidarietà con i cristiani?

-----------------------------------------------------------
Gaza, Israele prosegue l'offensiva

>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
Una delegazione Ue incontra Mubarak Da una parte l’esercito israeliano, appoggiato dall’aviazione, fa ricorso a colpi dell’artiglieria e dei carri armati: nella notte colpiti 130 obiettivi. I miliziani di Hamas rispondono con razzi, missili anticarro e ordigni. Oltre 500 le vittime dall'inizio delle operazioni. L'intelligence israeliana: "Hezbollah potrebbe aprire un secondo fronte". Battaglia a Gaza City

Gaza - La guerra non si placa. Dopo la rapida occupazione di alcune postazioni strategiche nella Striscia di Gaza l'offensiva israeliana contro Hamas è entrata nel suo decimo giorno. Prosegue l’operazione terrestre avviata sabato sera: una vera e propria caccia all’uomo nel tentativo di stanare gli estremisti di Hamas e di trovare depositi di armi e infrastrutture del movimento islamico. Dopo i ripetuti appelli al "cessate il fuoco" proseguono gli sforzi diplomatici della comunità internazionale.
Violenti combattimenti Secondo gli inviati a Gaza della tv satellitare araba al Jazeera, ci sarebbero "violentissimi combattimenti" tra le truppe israeliane e "elementi della resistenza palestinese" sui due assi dell’incursione israeliana nella striscia di Gaza, arrivata al terzo giorno. Per la tv araba, "l’avanzata dell’esercito israeliano è lenta, ma non si capisce se sia una tattica per tastare le forze del nemico", oppure se sia ostacolata "dalla feroce resistenza" opposta dai miliziani delle Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato di Hamas. Sta di fatto - aggiunge l’emittente - che da una parte l’esercito, appoggiato in cielo dall’aviazione, fa ricorso a colpi dell’artiglieria e dei carri armati e dall’altra i miliziani "rispondono con razzi Rpg, missili anticarro e ordigni". Il "fulcro" dei combattimenti più violenti sarebbe a est di Jabaliya, a nord est della Striscia, e a Hai al Zeitun, a sud est di Gaza City. Intanto, le Brigate al Qassam hanno rivendicato di avere fatto esplodere un ordigno contro un mezzo di trasporto truppe israeliano ad est di Beit Hanun.
Centotrenta obiettivi colpiti dai raid Sono almeno centotrenta in tutto gli obiettivi raggiunti soltanto la notte scorsa dai raid effettuati dall’aviazione d’Israele: lo ha reso noto un anonimo portavoce miliare, secondo cui "in particolare" sono stati colpiti "una moschea nella quale erano immagazzinate armi" a Jabaliyah, nel settore nord dell’enclave palestinese; e inoltre "abitazioni dove erano stati allestiti arsenali" nonché "veicoli che trasportavano rampe di lancio per razzi e individui armati". Il portavoce ha aggiunto che "le truppe di terra proseguono la loro avanzata", scattata sabato sera, "con l’appoggio dei bombardamenti navali".
Sette morti in una famiglia Sette persone della stessa famiglia sono rimaste uccise in un bombardamento israeliano su una casa alla periferia di Gaza City. Lo riferiscono fonti mediche palestinesi. L’attacco, effettuato in un campo profughi, segue una prima azione del genere nella mattinata in cui sono morti tre bambini e la loro madre. Secondo le stesse fonti mediche sono quindi 12 in tutto le vittime civili dall’inizio della giornata.
No ambulanze ai combattenti armati Il ministro della Sanità di Hamas, Bassem Naeem, ha ordinato al personale sanita

-----------------------------------------------------------
Hamas giustizia 35 membri di Fatah: «Erano spie del nemico sionista»

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Ancora prima dell’offensiva di terra Hamas ha iniziato i regolamenti di conto all’interno della Striscia di Gaza. Secondo l’israeliano «Jerusalem Post», che cita fonti della stessa Hamas, il movimento ha eliminato nel corso del fine settimana 35 palestinesi sospettati di essere spie al soldo di Israele. Non solo. Dall’inizio dei raid aerei, il 27 dicembre, sono stati gambizzati 75 esponenti di Fatah, la fazione del presidente dell’Anp estromessa dalla Striscia di Gaza con un sanguinoso colpo di mano a giugno del 2007. Nel contesto della «guerra psicologica» scattata con l’operazione «Piombo Fuso», ieri le forze armate israeliane sono riuscite ad oscurare a Gaza i programmi della televisione di Hamas, al-Aqsa Tv, e di mostrare agli spettatori un proprio messaggio. Prima si sono viste le immagini dei principali esponenti di Hamas, poi sulla loro fronte è apparso un mirino rosso. Come in un tiro al bersaglio, le immagini dei leader sono quindi cadute a terra una dopo l’altra. Infine è stata mostrata una sveglia, ferma sulle ore 9, accompagnata dalla dicitura: «La vostra ora è venuta». Da parte loro diversi siti internet israeliani sono stati oggetto di attacchi da parte di hacker arabi.

-----------------------------------------------------------
Veltroni fa il pacifista con Frattini nel mirino

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Il ministero degli Esteri esprime «forte preoccupazione» per le vittime innocenti tra i civili palestinesi e lancia a Israele un «appello accorato» perché si evitino altre azioni contro di loro e si assicurino aiuti umanitari. Franco Frattini è convinto che si debba «trovare un accordo in Consiglio di sicurezza dell’Onu» e sostiene l’importanza di una mediazione europea per arrivare al cessate il fuoco. Ma si augura, per questo, che l’Ue «ritrovi l’unità».
La posizione italiana è chiara: si riconosce il «diritto all’autodifesa di Israele», anche dopo l’attacco di terra nella striscia di Gaza seguito ai bombardamenti, e si condanna la violazione della tregua da parte di Hamas. Per contribuire a far tacere le armi e a isolare il terrorismo il ministro incarica il direttore generale per i Paesi del Mediterraneo e Medio Oriente, l’ambasciatore Cesare Ragaglini, di incontrare rappresentanti del governo israeliano e dell’autorità palestinese per valutare la situazione in atto e le prospettive di un’azione dell’Italia.
Troppo poco per il centrosinistra e Walter Veltroni giudica «inadeguata» la posizione di Frattini. «Facciamo appello per un immediato aiuto umanitario alle popolazioni civili - dice - e chiediamo che la parola torni alla politica». Per il leader del Pd l’Europa appare «divisa e incerta», mentre la situazione drammatica richiede «una forte iniziativa, come in Libano», per ottenere una tregua immediata. Veltroni critica Frattini anche per le assicurazioni di qualche giorno fa che non ci sarebbe stata un’offensiva di terra da parte di Israele e il ministro ombra Pierluigi Bersani, dopo un incontro a Ramallah con il consigliere politico del presidente dell’Anp Abu Mazen, Nemer Ammad, spiega che la politica israeliana sta minando «il ruolo e il prestigio» dei palestinesi moderati. L’Ue, per Piero Fassino, dovrebbe inviare osservatori e forze necessarie a garantire il rispetto di una tregua, come è stato fatto due anni fa in Libano.
Attaccando Frattini, come fanno Prc e Pdci, anche il portavoce dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando insiste su una forza internazionale di pace e chiede al governo di lavorare per l’immediata convocazione del Consiglio di sicurezza Onu. Per un intervento Ue con una missione di pace si pronuncia il leader dell’Udc, Lorenzo Cesa.
Le critiche a Frattini di Veltroni vengono respinte da diversi esponenti del Pdl. Daniele Capezzone definisce «surreale» l’attacco del segretario del Pd; per Fabrizio Cicchitto Veltroni alimenta una polemica «ad uso interno del suo partito»; sia Gaetano Quagliariello sia Margherita Boniver ricordano che il 31 dicembre Frattini «ha chiesto a nome dell’Italia il cessate il fuoco, e ancor prima si era attivato per l’invio di convogli umanitari». «Forse - osserva Quagliariello - Veltroni non se n’è accorto perché troppo impegnato a cercare di capire se la linea del suo partito sul Medio Oriente è quella espressa da D’Alema (che ha sostenuto la necessità di trattare con Hamas per arrivare alla pace, ndr) o quella comunicata da Fassino alle Camere».
Anna Maria Greco

-----------------------------------------------------------
I guai di Walter da Trento alla Calabria

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Chissà se Parigi val bene una messa. Di certo, per rimanere alla guida di un partito, pur se malconcio, bisogna ingoiare rospi. Di continuo. Walter Veltroni lo sa bene, lo sa fare. E con gli astri che non aiutano, il nuovo anno si apre come s’era concluso il vecchio: polemiche, lotte intestine, beghe giudiziarie, governi locali che traballano. Un mare di guai, per il segretario, che non trascorre con serenità neppure le sacrosante festività.
E così, non appena rimette piede in Italia, di ritorno dalla capitale francese, è costretto a chiamare l’amica Rosetta, che non ci sta a mollare, ad immolarsi. E con la faida partenopea in atto, tra veltroniani e bassoliniani, il leader democratico deve muoversi in punta di piedi. Per sedare il nervosismo della Iervolino, che «tarantelle» non vuole più ballarne, e mantenere calmo il governatore Antonio. Dunque, resistere, sperare, accomodare. Ed evitare un nuovo tonfo, dopo quello abruzzese, che consegnerebbe pure Napoli nelle mani del Cavaliere.
Insomma, qualcuno salvi Walter. Dagli amici finiti sulle prime pagine, grazie al loro coinvolgimento in vicende giudiziarie che poco si legano con la moralità sbandierata per anni. E da se stesso, visto che, dice il solito maligno, «è dai tempi delle videocassette con l’Unità che non ne azzecca più una». Ma tant’è. E pure quando pensa di aver vinto una battaglia - vedi Provinciali a Trento - deve ricredersi. A mettere il carico, stavolta, ci pensa Lorenzo Dellai, presidente grazie all’alleanza tra Upt, democratici e Udc. «Il Pd oggi non è altro che un moderno partito socialista europeo, dove la cultura del popolarismo, portata avanti dagli ex margheritini, è sparita», spara sull’Adige. Parole che Arturo Parisi non vede l’ora di far sue: «L’illusione che aveva indotto Veltroni a proclamarsi come il carismatico fondatore di un partito nazionale unico del centrosinistra, capace da solo di battere Berlusconi, appare oggi definitivamente demolita».
Non c’è pace. E comunque la si rigiri l’Italia, dal Trentino alla Toscana, dall’Abruzzo alla Campania, senza dimenticare la Sardegna del dimissionario Renato Soru, caduto per mano della sua maggioranza, e la Calabria - dove il governatore Agazio Loiero accusa di essere stato «lasciato solo» - sono schiaffoni.
Ma il bello, forse, deve ancora arrivare. Perché a sentire alcuni ex ds che ruotano tra la Capitale e l’Emilia Romagna, la leadership di Veltroni è al capolinea: «È già partito il conto alla rovescia e nel 2009 ci sarà l’exit». D’altronde, ragionano, come si fa a reggere se alle Europee, come si prevede, arriverà il colpo del ko? Non è un caso, aggiungono, che qualcuno si stia già scaldando. Chi? «Andatevi a rileggere l’intervista di Pierlugi Bersani a Repubblica e capirete». Si capisce tutto già dal titolo: «Nessuna alternativa a Walter? Se serve non mi tiro indietro». Si vedrà al Congresso. Intanto, Romano Prodi «guarda da lontano», assicura chi lo sente di continuo. E da laggiù, diciamo noi, chissà se sorrida beato.
Vincenzo La Manna

-----------------------------------------------------------
Agguato ai poliziotti, raffica di arresti ad Atene

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
In manette oltre settanta sospetti, l'agente è in condizioni gravissime

Nuovo episodio di violenza nella Grecia ancora scossa dai tumulti scatenati dalla morte del quindicenne Alexis Grigoropoulos, ucciso il 6 dicembre scorso ad Atene da una pallottola vagante della polizia: nella notte due agenti di guardia davanti al ministero della Cultura sono stati fatti bersaglio a colpi di arma da fuoco da ignoti assalitori, che sono quindi riusciti a fuggire, facendo perdere le loro tracce.

Uno dei poliziotti, colpito al torace e a un piede, è rimasto ferito in modo grave. Ricoverato in ospedale, dovrà essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico, hanno reso noto fonti delle forze dell’ordine, secondo cui l’arma utilizzata dagli aggressori era un fucile d’assalto, probabilmente del tipo kalashnikov. Sul posto sono stati recuperati una ventina di bossoli dal calibro corrispondente. Immediata è scattata la caccia all’uomo, epicentro della quale è stato il centrale quartiere di Exarchia, lo stesso dove il mese scorso avvennero le manifestazioni di piazza più ingenti: una quarantina gli arresti finora effettuati dagli inquirenti.

Le autorità greche hanno arrestato 72 persone nel quartiere di Exarchia. I due agenti colpiti fanno parte di un’unità di guardia del ministero della cultura greco. Il ministro degli Interni Prokopis Pavlopoulos ha definito l’attacco alla polizia un attacco «alla democrazia e all’ordine». Dall’inizio della crisi è la seconda volta in cui la polizia ellenica è attaccata con armi da fuoco: il 23 dicembre un furgone cellulare fu infatti raggiunto da diversi proiettili, che non provocarono feriti ma ne fecero scoppiare uno degli pneumatici. Le indagini dei periti giunsero alla conclusione secondo cui erano stati utilizzati due diversi fucili kalashnikov. L’assalto fu poi rivendicato da un gruppo estremistico auto-proclamatosi ’Azione Popolarè.

-----------------------------------------------------------
Borse, l'Europa apre positiva sulla scia dell'Asia

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Le Borse europee, sulla scia della chiusura positiva degli indici asiatici (per l'ottava seduta consecutiva), avviano la seduta in guadagno. L’indice Ftse 100 britannico cresce dello 0,89 per cento; lo Smi svizzero del 3,98 per cento; l’Ibex spagnolo lo 0,48 per cento; il Dax tedesco lo 0,80 per cento; il Cac 40 francese lo 0,99 per cento e l’Aex olandese lo 1,33 per cento. Anche Piazza Affari avvia la seduta in rialzo. Il Mibtel guadagna lo 0,92 per cento a 15.648 punti e lo S lo 0,93 per cento a 20.138 punti. In evidenza ci sono Tenaris, Saipem (la società prevede di chiudere il 2008 con ricavi superiori a dieci miliardi e un Ebitda in crescita del 25 per cento), Fiat (dopo la pubblicazione dei dati sulle immatricolazioni di dicembre che hanno evidenziato per il gruppo torinese una quota di mercato in calo al 30,94 per cento), Unicredit (nel giorno dell'avvio dell'aumento di capitale da tre miliardi di euro), Mediaset (dopo che Deustche Bank ha promosso il titolo da sell a buy) e Finmeccanica, inserito da Goldman Sachs nella “convinction buy list”. L’attenzione del mercato, comunque, è puntata sulla pubblicazione (nel pomeriggio) dei dati Usa relativi alle spese per le costruzioni di dicembre e su quelli dell'Istat (preliminari) sull'inflazione di dicembre.

Le piazze asiatiche, invece, continuano a volare grazie alla rinnovata propensione al rischio degli investitori, che si aspettano molto dai piani di spesa annunciati dai governi. Ci si aspetta, infatti, che a seguito delle misure intraprese ci sia un alleggerimento della recessione globale. A Tokyo l'indice Nikkei 225 ha chiuso in rialzo del 2,07 per cento, grazie alla buona performance dei titoli legati all'industria metallurgica; la Borsa di Shanghai ha guadagnato il 3,29 per cento; l’indice Hang Seng di Hong Kong ha terminato la seduta con un incremento del 3,5 per cento; a Seul il Kospi ha chiuso a + 1,85 per cento e a Taipei il Taiex ha raggiunto i massimi da due mesi, registrando un rialzo del 2,33 per cento.
IL VELINO

-----------------------------------------------------------
Germania, ancora in cantiere il secondo pacchetto anticrisi

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Il taglio delle tasse rimane il pomo della discordia all’interno della Grosse Koalition per il varo del secondo pacchetto anticrisi del governo di Angela Merkel. I democristiani (Cdu e Csu) hanno trovato l’accordo, i socialdemocratici (Spd) del ministro degli Esteri e candidato cancelliere Frank-Walter Steinmeier continuano a dichiararsi contrari. Una forte convergenza, invece, si registra sulla volontà di riservare la quota principale del pacchetto agli investimenti nel settore pubblico (istruzione e infrastrutture) e agli sgravi dei contributi previdenziali in campo sanitario e pensionistico. Il secondo pacchetto Merkel contro la recessione incombente sulla più forte economia dell’Unione Europea dovrebbe avere un volume annuo di circa 25 miliardi di euro per il biennio 2009-2010 per contenere il deficit di bilancio entro il limite del 3 per cento fissato dal vincolo di Maastricht. Questa la situazione prima del vertice di maggioranza in programma nella serata di oggi alla cancelleria federale, che non dovrebbe essere comunque il capolinea delle trattative nella maggioranza di governo, dal momento che è in agenda un altro vertice anticrisi il 12 gennaio, a ridosso dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca.


-----------------------------------------------------------
Colpo a Obama, ministro sotto inchiesta rinuncia

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Indagini su un appalto. E Richardson rinuncia al ministero offerto da Obama

Il governatore del Nuovo Messico era stato indicato come nuovo ministro del Commercio

NEW YORK - Un altro governatore democratico finisce sotto inchiesta negli Stati Uniti. A poche settimane dall’arresto di Rod Blagojevich, il governatore dell’Illinois che ha tentato di «vendere» il seggio del Senato di Barack Obama, è ora il suo omologo del New Mexico, Bill Richardson, a finire nel mirino dei magistrati. Richardson, che ha già annunciato di rinunciare all’incarico di prossimo segretario al Commercio affidatogli da Barack Obama, rientra nell’inchiesta che vede una società californiana accusata di aver «comprato» un appalto pubblico nel New Mexico.

LE ACCUSE - Richardson, che è uno dei più importanti esponenti politici della comunità latina americana, avrebbe aiutato, secondo l’accusa, la società privata a vincere un contratto pubblico del valore di 1 miliardo di dollari. La stessa società ha finanziato con diverse donazioni (la maggiore delle quali di 75.000 dollari) la corsa alle primarie di Richardson, che fu tra i primi sfidanti dello stesso Obama. Il nome del governatore era circolato con una certa insistenza anche per il posto di segretario di Stato. Il presidente eletto Barack Obama ha fatto sapere di aver accettato le «dimissioni» di Richardson «con profondo rammarico». «E’ un gesto espresso di sua volontà che pone la Nazione avanti al resto», ha detto Obama che ha aggiunto come «Richardson avrebbe dato un grande contributo al dipartimento del Commercio ed alla squadra economica». Il governatore del New Mexico, che resterà dunque nel suo attuale incarico, ha detto di aver rinunciato alla nomina perchè l’inchiesta lo costringerebbe a ritardare il suo arrivo a Washington. «Vista la gravità della situazione economica non posso chiedere al presidente eletto di ritardare anche di un solo giorno l’importante lavoro che deve essere svolto». Il governatore ha poi aggiunto di essere disponibile a lavorare per l’amministrazione Obama in futuro «in qualunque modo il presidente eletto ritenga opportuno».

-----------------------------------------------------------
Napoli: uomo in semilibertà ucciso dinanzi al carcere

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Salvatore Mignone raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco a Secondigliano
NAPOLI - Un uomo di 37 anni, Salvatore Mignone, è stato ucciso in un agguato a Napoli. Mignone, in regime di semilibertà, è stato freddato dinanzi al carcere di Secondigliano. A sparare, secondo le prime ricostruzioni delle forze dell’ordine, due persone in sella a una moto. La vittima era appena scesa dalla sua auto, una Fiat Multipla, quando è stato raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco. Trasportato all’ospedale San Giovanni Bosco per lui non c’è stato nulla da fare. Sono in corso indagini per risalire al movente e agli autori del delitto.

-----------------------------------------------------------
Carlo Panella: Veltroni si è accorto della guerra

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Walter Veltroni ha scoperto ieri, con il suo abituale ritardo, che il centro dell'attenzione del Pd non deve essere la Commissione di Vigilanza o l'Iva per Sky Tv, temi su cui si è incredibilmente infervorato nelle settimane scorse.

Avesse solo letto i giornali, Veltroni si sarebbe infatti accorto sin dal 20 novembre scorso (in pieno "caso Villari") che a Gaza stava per scoppiare l'inferno, perché Hamas aveva rotto unilateralmente le trattative di pacificazione con Abu Mazen. Avrebbe cioè avuto la conferma che Hamas intende continuare la guerra civile palestinese, proprio perché vuole sconfiggere Abu Mazen che intende trattare con Israele.
Scoppiata la crisi di Gaza, dopo ben otto giorni e 500 morti, Veltroni deve dunque avere letto finalmente un giornale, ed essersi così accorto che il caso Villari non è esattamente al centro dei problemi del mondo. Purtroppo, li ha letti male e - come spesso gli accade - ha detto cose prive di senso, ma comunque malevole. Veltroni infatti non si è neanche accorto così che la sua critica durissima alle scelte di Israele, definite «fallimentare strategia di chi riteneva che le crisi non vadano affrontate con le armi della politica bensì con la politica della forza» sono riferite ad una strategia gestita oggi in Israele da Ehud Barak, laburista, riferimento specifico suo e del suo partito in Israele.

Non si è neanche accorto che il socialista Ehud Barak applica esattamente la strategia indicata da Barack Obama durante la sua visita a Sderot: «Se in una di queste case dormisse una delle mie figlie, farei di tutto per impedire ad Hamas di bombardarla», tanto che ieri i due leader democratici del Senato Harry Reid e Dick Durbin, hanno avallato la scelta di guerra di Israele: «Quello che Israele sta facendo è molto importante.

-----------------------------------------------------------
L'intervista a Giorgia Meloni

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
"Il federalismo? Sì ma di pari passo al presidenzialismo"

Di vacanze vere e proprie ne ha fatte poche: solo qualche giorno in montagna, vicino Roma. Per il resto, Natale in famiglia, qualche chiacchierata con gli amici. Il tutto all'insegna del «riposo assoluto», anche perché «nei prossimi mesi ci saranno tante cose importanti da fare».

Tra le prime scadenze di Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, una strategia per la prevenzione e il contrasto al fenomeno delle stragi del sabato sera, progetto ancora in via di definizione, ma «già a buon punto».


Un fenomeno ancora molto diffuso?


«Il dato principale è che oggi rappresentano la causa principale di morte tra i giovani. È una questione che va affrontata a 360 gradi».


E come?


«Per esempio, responsabilizzando i ragazzi, o collaborando con i gestori dei locali. Pensiamo anche al coinvolgimento degli enti locali: questo è un fenomeno che va affrontato sicuramente anche sul territorio. Quello che però tengo a dire è che, come per altri fenomeni, non bisogna fare l'errore di generalizzare».

Concetto che lei ripete spesso, l'esistenza di una parte sana dei ragazzi, che va tutelata.


«Esatto. Oggi, purtroppo spesso si compie l'errore di partire da un caso di cronaca ed estenderlo a tutti. Non è giusto. Il messaggio che deve passare invece è un altro. Vale a dire che non sei più figo se, per esempio, bevi di più. Anzi è il contrario, sei uno sfigato. Sei molto più figo, se dopo aver bevuto un mojito hai la capacità di dire: "io mi fermo qui"».


Lei è il ministro più giovane e conosce il mondo giovanile molto bene. In cosa pensa siano cambiati i ragazzi di oggi rispetto al passato?


«Innanzitutto penso che ogni generazione abbia il diritto di essere giudicata in base al contesto in cui si trova. Non lo si può fare utilizzando canoni ormai superati. Detto questo, penso che questa generazione sia diversa in tutto: è soprattutto molto più coraggiosa delle precedenti».

MSN Gruppi

unread,
Jan 6, 2009, 6:40:47 AM1/6/09
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
VADEMECUM

>>Da: LAURA39398
Messaggio 3 della discussione
Allego intanto qusta breve guida che ha scritto la nostra Carla. Può essere utile a tutti. http://images.moon49310.multiply.com/attachment/0/SRgqQAoKCCUAAGEP1rE1/Regole%20per%20Multiply.doc?nmid=132715725 In ogni caso, non esitate a ccontattarmi, per qualsiasi altro chiarimento:
laurabi...@tin.it

>>Da: Ildefonso_4
Messaggio 2 della discussione
Grazie di cuore Laura e Carla, per l'aiuto datomi (datoci), ora seguiremo i vostri consigli. A presto su Multiply. Ciao

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Mi fa piacere che hai deciso di venire, vedrai che non è difficile.


-----------------------------------------------------------
Iervolino: Aspetto fino a lunedì, poi nuova giunta o elezioni

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 5 della discussione
“O si finisce con questa tarantella o elezioni a primavera. La mia pazienza dura al massimo fino a lunedì”. Così il sindaco di Napoli Rosa Iervolino Russo rientrando a Palazzo San Giacomo, sede del Comune, dopo una mattinata trascorsa tra telefonate e incontri per lavorare alla composizione della nuova giunta che “probabilmente sarà annunciata domenica mattina”. “Credo di aver avuto una pazienza infinita – sottolinea la Iervolino - ma si tenga conto che anche la persona più paziente e responsabile ha una riserva di pazienza che, però, non è infinita”. “Sono una persona per la quale quello che va bene il venerdì va bene anche il sabato. Ma all’interno del mio partito pare che non tutti la pensino così”. Il sindaco di Roma è in attesa del rientro da Parigi di Veltroni e ribadisce di non aver avuto nessun diktat da parte della segreteria nazionale del Pd, “ma – precisa - non si può continuare con questa tarantella per cui si concorda una cosa il venerdì e il sabato non va bene”.

Intanto per un vizio di forma il tribunale del riesame di Napoli ha emesso un provvedimento che annulla le ordinanze di custodia agli arresti domiciliari nei confronti dell’ex assessore Giuseppe Gambale (accusato fra l’altro di associazione a delinquere con l’imprenditore Alfredo Romeo) e dell’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone. In pratica il tribunale ha accolto le eccezioni avanzate dai difensori che non avevamo ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza davanti al riesame. Secondo quanto si apprende la Procura intende emettere un decreto di fermo ai domiciliari per entrambi gli indagati. La dodicesima sezione del tribunale del Riesame ha invece confermato gli arresti domiciliari per gli ex assessori Felice Laudadio e Ferdinando Di Mezza.


>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione

Iervolino: "La giunta c’è, non mollo la poltrona"
di Luca Telese Il sindaco di Napoli dopo aver minacciato le dimissioni, si inventa l’ennesimo rimpasto e, come fa da 30 anni, resta inchiodata al suo potere.

Roma - Le meravigliose evoluzioni del rosettismo: «Rimpasto», rimpasto, sicuramente. Anzi no, non basta: ci vuole qualcosa di più, un «rimpasto profondo», come si diceva 48 ore fa, perché a chiederlo era Walter Veltroni (e quell’aggettivo non era il titolo allusivo di qualche film porno d’epoca, ma il modo per dire che bisognava cambiare tutto). Anzi, «Forte rinnovamento» come diceva la stessa Rosa Russo Iervolino due giorni prima.
Ieri, però, il tanto annunciato cambiamento nella giunta di Napoli era già diventato un «mini-rimpasto» (la giunta che c’è, pare, dopotutto, con qualche messa a punto può andare). O meglio ancora: un «rimpasto necessario» (ovvero quello limitato alla sostituzione degli assessori indagati, autodimissionati, o suicidi, «cinque caselle», come dice l’interessata, ispirandosi al linguaggio della tombola). C’è qualcosa di veramente ammirevole nella geniale capacità inventiva e immaginifica del sindaco Rosa Russo Iervolino e delle continue evoluzioni della sua giunta danzante, elastica, flessibile, ma in ogni caso sempre e comunque inaffondabile. L’unica cosa certa è che oggi qualcosa cambierà.
Se per un attimo provi a collezionare le dichiarazioni del sindaco dell’ultima settimana, e la cosa più facile da scrivere sarebbe un articolo di satira. Un pezzo che si scrive da solo: la nave allo sbando, le inchieste che mettono mezza giunta agli arresti domiciliari, e il sindaco «indeciso a tutto», che detta condizioni a raffica, cipigliosa ma malleabile, ferma ma possibilista, come certi leader che non capiscono di essere già al capolinea finché la vettura non si schianta fragorosamente.
Poi rinunci alla satira facile e provi a leggere meglio, a cercare di capire se c’è una logica, nelle parole del sindaco, se è possibile che almeno lei pensi che ce ne sia una: «La mia posizione - spiegava ieri la Iervolino con grande convinzione nel suo comunicato della sera - resta sempre nella linea di un forte rinnovamento, non di un azzeramento, però motivato e concordato». Rinnovamento, non azzeramento, motivato e concordato. Con chi? Con se stessa, a quanto pare, prima ancora che con i vertici del Partito democratico. Di nuovo torni a leggere le parole del giorno prima: «Caro Walter, se non finisce questa tarantella, mi dimetto e si vota in primavera!». Bum. Per mezza giornata le avevamo creduto. Anche perché i toni erano davvero perentori: «Qui il Pd cambia idea ogni minuto! La mia pazienza dura ancora poche ore, al massimo fino a lunedì».
Non era vero nemmeno quello: è durata fino a domenica sera, quando il sindaco, dopo essersi auto-minacciata, si è auto-assolta. E dopo una riunione politica mattutina, ai cronisti che le chiedevano conto di ciò che aveva detto il giorno prima spiegava: «Le mie parole non erano di amarezza. Io sono una persona decisa e mi hanno insegnato che o sei dentro o sei fuori. Stare in bilico e fare la tarantella non è da me. Se le condizioni ci sono, e a oggi ci sono, si va avanti». Fra la tarantella ultimativa del giorno prima, e la tarantella rimpastativa del giorno dopo, c’è di mezzo il cambio di tempo dettato da una lunga telefonata con il segretario del Pd, Veltroni

>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione

Sei new-entry e dieci conferme

Arrivano in serata i nomi degli esponenti del nuovo governo partenopeo, gli ingredienti del «rimpasto». Dieci conferme e sei new-entry costituiscono la nuova giunta municipale di Napoli, la terza del secondo mandato di Rosa Russo Iervolino. La nuova giunta sarà presentata domani con l’attribuzione delle deleghe e a prima vista pare che il sindaco abbia puntato moltissimo su docenti e professori universitari nel tentativo di ridare lustro e credibilità all’amministrazione. La tanto reclamizzata «discontinuità» parte dalle aule degli Atenei. Confermati il vicesindaco Sabatino Santangelo, Luigi Scotti, Gioia Rispoli, Mario Raffa, Agostino Nuzzolo, Valeria Valente, Giulio Riccio, Nicola Oddati, Alfredo Ponticelli e Gennaro Nasti. Ecco invece le nuove entrate: Riccardo Realfonzo, ordinario di Economia politica all’università del Sannio; Enrica Amaturo, ordinario di Sociologia alla Federico II; Paolo Giacomelli, già direttore del settore Igiene urbana del Comune di Roma; Diego Guida, editore; Marcello D’Aponte, ordinario di Diritto del Lavoro pubblico all’ateneo Federico II; Pasquale Belfiore, ordinario di Composizione architettonica alla Sun e presidente dell’Inarc Campania.

-----------------------------------------------------------
Pescara, D'Alfonso ora ritira le dimissioni

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Il sindaco del Pd resta al suo posto: all'ultimo giorno utile per legge torna in carica. Ma presenta un certificato medicoper impedimento. Indagato per corruzione era stato messo ai domiciliari il 15 dicembre scorso e poi scarcerato

Pescara - Colpo di scena. Il sindaco Luciano D’Alfonso ha ritirato stamani, ultimo giorno utile, le sue dimissioni da primo cittadino. Contestualmente all’ufficio protocollo è stato depositato un certificato medico che attesta il suo impedimento al lavoro per motivi di salute. In base al testo unico sugli enti locali le funzioni di primo cittadino saranno svolte dal vice sindaco Camillo D’Angelo. Scongiurato, almeno per il momento, il ritorno anticipato alle urne. D’Alfonso era stato rieletto alla tornata amministrativa dell’aprile scorso. Le sue dimissioni avrebbero aperto la strada al commissariamento prefettizio con le nuove elezioni che si sarebbero tenute il 6 e 7 giugno prossimi, in concomitanza con le provinciali e le europee.
Indagato Tre le inchieste che vedono coinvolto il primo cittadino. La più eclatante è quella che lo portò ai domiciliari il 15 dicembre scorso, poi revocati alla vigilia di Natale, con accuse pesanti relative, in particolare, ad appalti pubblici milionari in cambio di favori. Un’altra inchiesta è relativa all’urbanistica e fu avviata nel novembre 2006 da quando 22 accordi di programma e programmi complessi finirono sotto l’attenzione della magistratura. All’epoca ci furono approfondite indagini patrimoniali su D’Alfonso e gli investigatori setacciarono i suoi conti bancari e quelli dei suoi familiari fino al terzo grado di parentela senza tuttavia scoprire "tesori" di sorta. Da questo filone di indagini sarebbe emerso solo il prestito di un fondaco da parte di un costruttore. L’ultima inchiesta è relativa all’assunzione in Comune del suo ex braccio destro, Guido Dezio. L’inchiesta è chiusa dal 16 novembre 2007 e ora si attendono le decisioni dei magistrati. In questo caso il primo cittadino è indagato per abuso patrimoniale per aver favorito l’assunzione, a un livello superiore, del suo uomo di fiducia. Nell’inchiesta sulle presunte tangenti sono indagate, in tutto, quaranta persone.


-----------------------------------------------------------
Alitalia, Air France alza l'offerta Formigoni: "Scontro"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Air France è sarebbe pronta ad alzare da 250 a 300 milioni di euro l’offerta per la partecipazione del 25% nella nuova compagnia. Questa settimana Alitalia dovrà scegliere il proprio partner.

Roma - Air France-Klm sarebbe pronta ad alzare da 250 a 300 milioni di euro l’offerta per una partecipazione del 25% nella nuova Alitalia, che questa settimana dovrà scegliere il proprio partner internazionale. Lo si legge sul sito internet del quotidiano economico francese Les Echos, che però non cita fonti. In questo modo il vettore franco-olandese dovrebbe riuscire a prevalere sulla concorrente tedesca Lufthansa, ancora in gioco.
Alemanno: "Non staremo a guardare" "Ci preoccupa questo atteggiamento unilaterale che guarda ai soli interessi territoriali", dice in un’intervista al Messaggero Gianni Alemanno che annuncia: su Fiumicino "ci faremo sentire con forza". Alla chiamata alle armi sulla partita Alitalia in difesa di Malpensa si contrappone il fronte preoccupato delle ripercussioni sullo scalo romano del Leonardo da Vinci. "Mi sembra positivo - spiega il sindaco di Roma - che anche Letizia Moratti abbia cominciato a parlare di hub complementari per Malpensa e Fiumicino". Ma avverte: "se dovessimo verificare che il piano industriale va a peggiorare la situazione dell’aeroporto da Vinci, che gli atteggiamenti localistici hanno avuto effetto, saremmo pronti anche noi a mobilitarci". Alemanno dice di aver avuto colloqui con Sabelli e Colaninno, con i ministri Matteoli e Ronchi, ma precisa che ogni decisione seguirà la presentazione del piano industriale. Il sindaco capitolino critica la semplificazione "Air France uguale Roma, Lufthansa uguale Milano" e ribadisce che "la cordata italiana sia stata la soluzione migliore". Alemanno non nasconde le preoccupazioni soprattutto in vista dei nuovi progetti turistici per la Capitale, dal parco tematico al gran premio di Formula Uno.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Formigoni: «Pronti a ribellarci se Alitalia firma con Air France»

di Sabrina Cottone

Il governatore lancia un appello a governo e imprenditori: danno grave, per salvare Malpensa diremo sì a Lufthansa
MilanoAlitalia è a un passo dalla chiusura dell’accordo con Air France. E il cosiddetto partito del Nord è in subbuglio, convinto che la scelta si rivelerà disastrosa non solo per Malpensa, ma per le sorti di tutto il traffico aereo italiano. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, alla vigilia dell’incontro di oggi tra i vertici di Cai e di Lufthansa, non si dà per vinto: «C’è ancora spazio per far entrare Lufthansa. Lancio un appello agli imprenditori del Nord, la maggioranza nella cordata, perché resistano a questa deriva verso Air France che creerà un grave danno al Paese. Non voglio essere una Cassandra, ma significherebbe diventare una linea aerea di piccolo cabotaggio e non svolgere la funzione per cui Cai è nata, cioè essere compagnia di bandiera».
Se Alitalia sceglie Air France, che farà la Regione Lombardia? Pensa di scendere in piazza?
«Vorrei che nessuno desse per persa la battaglia. Siamo in una fase in cui si può ancora compiere la scelta giusta. Se la decisione fosse altra da Lufthansa, è chiaro che non abbandoneremo Malpensa e faremo tutte le mosse perché possa crescere e tornare a essere un hub. Si imporranno alcune scelte. A quel punto, l’ho già detto in conversazioni private con imprenditori e governo, il conflitto sarà inevitabile. Dovremo pensare a uno sviluppo di Malpensa a prescindere da Cai e ci sarebbero certamente conflitti di interesse».
Vuol dire che la Lombardia sosterrà comunque un’alleanza Lufthansa-Malpensa ai danni di un’Alitalia romana?
«Nascerà inevitabilmente l’esigenza di sostenere comunque Lufthansa. Non si capisce ad esempio perché non dovrebbe entrare sul Milano Roma, la tratta più remunerativa. Chiederemo la liberalizzazione dei voli totale e immediata, di non facile digeribilità per Cai. Attenti però non a pensare i cieli liberi come una panacea, perché Malpensa non recupera immediatamente i suoi problemi. Se Cai sceglie Air France, la botta su Malpensa è forte».
Ma la scelta del partner di Alitalia è una decisione politica o una scelta industriale che riguarda solo gli imprenditori di Cai?
«È l’uno e l’altro insieme, perché Cai è una compagnia privata ma il suo compito, la sua mission, è realizzare una compagnia di bandiera. E poiché essere compagnia di bandiera significa garantire il trasporto aereo nel Paese, i criteri di scelta del partner non possono rispondere solo a interessi privati, ma devono assolvere a un compito nazionale: assicurare un trasporto aereo efficiente in tutto il Paese. Il settore aereo è delicato, non è un’impresa dolciaria, ma un settore con condizioni in monopolio o semimonopolio. Noi abbiamo sostenuto la cordata ma con l’obiettivo che questa cordata sviluppasse il trasporto aereo. E adesso ci aspettiamo che questo sia realizzato».
Gli eventi vanno in tutt’altra direzione. Sembra che Alitalia abbia già scelto l’alleanza con Air France.
«Sono sicuro che il governo non assisterà inerte al venire meno dell’obiettivo di fondo. Chiedo e mi auguro che l’incontro di domani (oggi per chi legge, ndr) tra i vertici Cai e i vertici di Lufthansa non sia formale, ma che sia una trattativa vera. So per certo che Lufthansa ha già presentato e

-----------------------------------------------------------
Di Pietro, ecco la prova delle sue bugie

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione


Il leader Idv avrebbe trasferito Mautone nell’agosto 2007 perché "chiacchierato". Ma una registrazione ora dimostra che anche 5 mesi dopo i due erano insieme a Montenero. Tonino: "Mario? Ha tanta pazienza a stare appresso a me". All'evento partecipò anche il figlio Cristiano

Sentite come Di Pietro presenta l’uomo che dice di aver conosciuto appena e di non aver mai frequentato: «Guardo il provveditore Mautone, che è il mio direttore generale al ministero e che c’ha tanta pazienza, da venire appresso a me...» (risatine e applausi del pubblico). La scena si svolge a Montenero di Bisaccia, il paese dove il leader Idv è nato e dove suo figlio Cristiano fa il consigliere comunale (il file audio originale di quel passaggio si può sentire sul sito del Giornale). Ma è la data quella che conta di più. La conferenza pubblica nella sala consiliare del piccolo comune molisano si svolge il 29 dicembre del 2007, vale a dire nemmeno cinque mesi dopo il trasferimento di Mario Mautone dal Provveditorato della Campania al ministero delle Infrastrutture, spostamento deciso da Di Pietro perché informato da qualcuno sulle indagini a carico di Mautone e di suo figlio.
Di Pietro si trovava nel suo paese natale per presentare un intervento memorabile per Montenero di Bisaccia, il rifacimento di una torre del 1500 (da parecchi anni in pessimo stato) reso possibile grazie allo sblocco di 750mila euro caldeggiato proprio da Tonino. «Un finanziamento che Montenero aspettava da tempo – spiegò in Consiglio comunale un trionfante Di Pietro jr – e che si è realizzato grazie anche all’intervento del ministro Antonio Di Pietro, il quale ritiene la torre un simbolo per tutti i molisani». Insieme con il ministro e le autorità molisane (il presidente della Regione, quello della provincia e il sindaco di Montenero) in quell’occasione c’era anche il figlio Cristiano e, in prima fila, il dirigente del ministero ed ex provveditore Mario Mautone. Nel giro di pochi mesi, l’uomo che Tonino aveva spostato perché «chiacchierato» (così ha poi detto Di Pietro) si era miracolosamente redento. Quell’uomo «chiacchierato», con il quale a Di Pietro jr fu consigliato di troncare ogni rapporto, cinque mesi dopo, per Di Pietro senior, era tornato ad essere un professionista senza macchia. Dev’essere così se Di Pietro lo descrive affettuosamente agli astanti come «il mio direttore generale», uno che ha la pazienza di stargli sempre «appresso». E che stranamente viene presentato ancora come «provveditore», benché in quell’incarico gli fosse subentrata un’altra persona già da mesi. Anche Giuseppe D’Ascenzo, sindaco di Montenero - che ha recentemente espresso tutta la sua solidarietà a Di Pietro jr. - in apertura dei lavori saluta davanti a tutti il «provveditore Mautone», come fa Tonino.
Un calore incomprensibile da parte del leader Idv, se si confronta con le sue dichiarazioni successive. «Mautone non è il mio uomo di fiducia, non lo è mai stato» dice all’Ansa il 3 dicembre scorso. Pochi giorni dopo Mautone diventa quasi uno sconosciuto per Di Pietro: «Non so nulla più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale». In un altro comunicato poi Di Pietro parla vagamente di «un certo dottor Mario Mautone». Ma delle due l’una: se il leader Idv non sapeva nulla, perché ha trasferito in fretta e furia Mautone nell’estate del 2007? E se invece era a conoscenza di comportamenti scorretti, perché lo h

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione
IL GIOCO DELLE TRE CARTE DI TONINO - ALL’ASSOCIAZIONE DI FAMIGLIA I FONDI ELETTORALI PUBBLICI DESTINATI AL PARTITO - LE CARTE SCOTTANTI DI VELTRI E OCCHETTO (CHE ANCORA BATTONO CASSA) - SI INDAGA SU 40 MLN €...
1 - IL GIOCO DELLE TRE CARTE DI TONINO SUI RIMBORSI ELETTORALI...

Gian Marco Chiocci e Massismo Malpica per "Il Giornale"

Ma cosa diavolo combina Antonio Di Pietro con i rimborsi elettorali? Perché tante persone, formazioni politiche, partiti più o meno grandi, dopo essersi alleati con lui per il voto amministrativo, politico o europeo, alla fine lo trascinano in tribunale accusandolo di non aver diviso equamente i soldi? È normale che vecchi e nuovi amici, compagni d'armi, gente che l'ha seguito ovunque e comunque, siano tutti in malafede? Proviamo a scoprirlo andando a leggere le ultimissime carte processuali rese pubbliche con l'accesso agli atti del ministero dell'Interno e delle Corti d'appello di Roma, Bologna e Perugia, depositate nel procedimento contro Tonino. Processo intentato nella capitale, seconda sezione tribunale civile, per l'appunto, dal movimento politico del «Cantiere» ideato dall'ex amico Elio Veltri per ottenere legittimamente parte dei rimborsi incassati, come risarcimento delle elezioni europee del 2004, dalla formazione denominata «Lista Di Pietro-Occhetto».

A scanso di equivoci va rammentato subito che i «rimborsi elettorali» altro non sono che fondi pubblici che hanno assolutamente uno scopo pubblico, un vincolo di destinazione ben preciso: quello - per dirla con un insigne costituzionalista - di consentire lo sviluppo della dialettica democratica. Ne consegue che sono «naturalmente» destinati ai partiti, solo ed esclusivamente a quelli. Eppure la documentazione processuale visionata dal Giornale sembra andare in una direzione drammaticamente opposta.


Silvana Mura
Vediamo perché: Antonio Di Pietro, oltre al partito che lui chiama Movimento politico, ha costituito un'Associazione composta da lui stesso, dalla moglie Susanna Mazzoleni e dall'onorevole Silvana Mura, tenuta celata sino a poco tempo fa. Il 26 luglio 2004, un giorno prima dell'approvazione del piano di ripartizione dei rimborsi da parte della Camera, questa Associazione nomina quale rappresentante legale la stessa Mura. La particolarità di questo soggetto associativo è che, nella sua intestazione, ricalca alla lettera il nome del partito-movimento: c'è dunque l'«Associazione Italia dei valori» e c'è il «Movimento Italia dei valori».

I due soggetti sulla carta hanno organi sociali e rappresentanti legali diversi: la Mura rappresenta legalmente l'Associazione, il presidente Tonino rappresenta legalmente il Movimento (tant'è che è proprio l'ex pm a depositare simbolo e liste). A forza di spulciare tra gli incartamenti del processo civile si scopre un suggestivo gioco degli specchi, che in mancanza di controlli da parte della Camera dei deputati, sembrerebbe far confluire i risarcimenti elettorali in conti correnti che con lo sviluppo della dialettica democratica sembrano «azzeccarci» davvero poco.

A richiedere, incassare e gestire i rimborsi del «Movimento politico» (e sostituendosi a esso) sarebbe in via di fatto l'«Associazione» di famiglia, attraverso la deputata-rappresentante legale Silvana Mura. Il che trova un riscontro persino nello Statuto laddove si specifica - caso mai qualcuno nutrisse dubbi - che gli organi sociali dell'Associazione sono diversi dagli «organi» e dalle «strutture

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Dellai dice che il Pd è troppo a sinistra, altri sostengono che è schiacciato su Di Pietro. Faticate a trovare una vostra identità?
«Non mi pare che siamo così appiattiti su Di Pietro, al di là di quel che ripete come un mantra Berlusconi. Certo, delle incertezze le abbiamo avute. Anche perché da dopo le elezioni l’Idv non ha mai mantenuto gli impegni presi, a differenza nostra. Ma bisogna uscire dallo schema per cui l’alternativa al centro è Di Pietro perché c’è tutta un’area culturale di sinistra (dal sindacato alla sinistra radicale) che è ben più importante dell’Idv. Il punto è che è arrivato il momento che il Pd trovi un suo profilo autonomo».
Le inchieste giudiziarie potevano essere un’occasione. Ma siete andati in ordine sparso, prima difendendo la magistratura e ora prendendone le distanze...
«Ci siamo trascinati dietro l’immagine del partito schiacciato sulle posizioni della magistratura qualsiasi cosa accada. Un errore, perché rispettare i giudici non vuol dire non poter discutere».
Cosa si sarebbe aspettato dai vertici del Pd?
«Una netta distinzione fin dall’inizio tra l’aspetto giudiziario e quello dell’etica pubblica. Nel primo caso, con procedimenti in corso, è necessario il massimo del garantismo. Nel secondo, invece, pur non trattandosi di comportamenti delittuosi bisogna condannare il malcostume di intrecci affaristici poco trasparenti o atteggiamenti spregiudicati».
Un esempio?
«La vicenda della Campania, dove un’intera comunità non è riuscita a smaltire i rifiuti. Sul fronte giudiziario bisogna aspettare la conclusione delle inchieste, ma è impossibile non dare un giudizio politico netto, a cominciare dagli stessi interessati. Serve una svolta chiara e comprensibile all’opinione pubblica».
Bassolino è rimasto al suo posto, la Iervolino si prepara a un rimpasto. Pensa che sia «comprensibile» per l’opinione pubblica?
«Mi pare una sfida molto difficile, ma è giusto che ognuno si assuma le sue responsabilità. Se la Iervolino si sente in grado di poter dare un segnale di forte rinnovamento in questo modo, vada avanti e aspetteremo i fatti. È chiaro che con un fallimento le responsabilità diventeranno ancora più grandi».
Che idea si è fatto delle inchieste che hanno coinvolto il Pd negli ultimi mesi?
«Quello che è successo a Pescara con lo stesso giudice che su D’Alfonso ha cambiato parere nel giro di una settimana è surreale e mi ha fatto correre un brivido sulla schiena. E anche su Del Turco aspetterei, non escludo qualche clamoroso errore giudiziario. Poi ci sono anche casi indubbiamente da verificare e che sono il sintomo di un problema di etica pubblica che non riguarda solo il Pd».
Per esempio?
«È così trasversale che c’è dentro anche un partito ipergiustizialista come quello di Di Pietro. Che ha dimostrato come l’italianissima raccomandazione non sia mai morta». Adalberto Signore

-----------------------------------------------------------
Questa sinistra pavida che gioca coi terroristi

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
È strano come i toni della ragionevolezza, quelli della saggezza antica, confortevole e insipida come l’acqua calda, alle volte nascondano invece un abisso di confusione, un vuoto di idee che può diventare un pericolo per il mondo. Viene da chiedersi con quale senso della responsabilità la sinistra italiana, l’Europa, l’Onu, parte della stampa internazionale, fingano di non capire che limitare il proprio commento alla richiesta di fermare la guerra contro Hamas giochi la credibilità del mondo occidentale, li metta in ridicolo presso il mondo islamista, rovini i Paesi arabi moderati che tacciono cauti, distrugga la deterrenza di fronte alla jihad islamica, danneggi Abu Mazen e anche la prospettiva di «due Stati per due popoli». Quale richiamo della foresta conduce un raziocinante moderato come Walter Veltroni a chiedere con estrema urgenza un cessate il fuoco fra Israele e Hamas? Per un moderato in politica internazionale come Veltroni, che certamente non approva la linea di Massimo D’Alema che, non pago della lezione degli Hezbollah, ripropone una trattativa con Hamas, la richiesta di fermare subito tutto sembra una risposta automatica. Israele affronta con sofferenza e determinazione l’impresa di terra, uomini come Shimon Peres e Ehud Barak spiegano come proprio il bisogno di pace costringa a combattere Hamas fino a ottenere risultati tangibili. Intanto, anche gli occhi della nostra sinistra moderata scorgono che le manifestazioni anti-israeliane si infittiscono, diventano razziste e furiose, manifestazioni bruciabandiere. A queste, davvero, non dovrebbe essere dato neppure un appoggio collaterale.
Mentre si ricominciano a ritrarre sui giornali di estrema sinistra i dirigenti israeliani come mostri assetati di sangue, guai a avallare l’idea che la guerra contro Hamas sia peregrina, dettata da ybris, che sia una guerra da fermare subito. Si dà semplicemente prova di non aver capito come stanno le cose, i loro sviluppi, le novità che contengono, i nessi geopolitici basilari di questo conflitto, che non è un episodio dello scontro israelo-palestinese ma un episodio fondamentale dello scontro col terrorismo. Per fermare lo scontro deve rompersi l’asse iraniano che fornisce le armi a Hamas; deve crearsi una supervisione autentica della frontiera di Rafah; deve tornare a casa il caporale Gilad Shalit; deve finire per sempre la pioggia di missili e, soprattutto, si deve cambiare la testa di Hamas, che deve sapere, con i suoi compari assassini, che Israele può agire anche di fronte alle più terribili minacce.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Non dimentichiamo che Israele ha avuto il coraggio di entrare a Gaza mentre l’Iran lo minacciava di morte se avesse osato. Vogliamo essere noi, di fronte al coraggio di Israele, a dare ragione all’Iran? La tregua, la trattativa, la mano tesa hanno avuto pessimi risultati in questi anni: l’esitazione nel mostrare un volto duro all’Iran, politica di cui la nostra sinistra è paladina, la predilezione per le armi della politica piuttosto che per le sanzioni, ha portato allo sviluppo delle potenzialità atomiche del regime degli ayatollah; una telefonata di Prodi a Bashar Assad, ne ricordo in particolare una del settembre di tre anni fa, lo portò a vantarsi della promessa di Assad di bloccare gli armamenti iraniani per gli Hezbollah: la promessa si è risolta in 42mila nuovi missili in mano a Nasrallah; lo stesso è accaduto della passeggiata di D’Alema a braccetto con gli Hezbollah, fatta per dialogare, per capirsi con una forza, diceva D’Alema, dopotutto eletta democraticamente. Anche Hitler lo fu, l’argomento è sepolto nella storia, le folle plaudenti spesso inneggiano al delitto, e infatti Nasrallah, adorato dai suoi, è un pericolo per tutto il Medio Oriente, un feroce sceicco medioevale che impedisce al Libano di emanciparsi. Anche Hamas impedisce al suo popolo la via della libertà e della trattativa: odia ambedue questi concetti. La tregua lo aiuterebbe a inventarsi una “vittoria divina” e a ricostruire le armi per la sua politica d’odio.
Del resto, la questione dei civili di Hamas è complicata, essi sono il suo scudo umano designato, vi si mischiano innocenti ma anche soldati senza divisa. Persino il Manifesto non ha potuto fare a meno di chiamare “criminale” Hamas. Eppure i riflessi pavloviani sulla questione mediorientale obnubilano la mente, il ritornello “pace contro terra” risuona gioioso e vano nella testa della sinistra: la pace la si otterrebbe contro Hamas, e non con esso. Le vecchie armi della politica sono arrugginite di fronte alla jihad, la sinistra metta in moto un po’ di orgoglio intellettuale per affrontare il problema. Fiamma Nirenstein

-----------------------------------------------------------
Quel silenzio sulla moschea in piazza Duomo

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
L'invasione islamica del sagrato della cattedrale di Milano e della chiesa di San Petronio a Bologna è stata ignorata da tutti. Eppure è un'azione dall'evidente valore simbolico. Ma noi taciamo, forse perché non abbiamo nulla da dire

Guardate la foto qui sopra: è di sabato pomeriggio. Mille, forse duemila musulmani hanno occupato piazza Duomo a Milano per protestare contro i raid israeliani a Gaza, hanno bruciato bandiere con la stella di David e poi hanno pregato rivolti verso la Mecca. Anche il sagrato è stato occupato. Il Duomo ha dovuto chiudere. Se un cristiano, ammesso che ce ne sia ancora qualcuno in circolazione, avesse voluto entrare nella cattedrale per pregare, o per partecipare alla messa, avrebbe dovuto rinunciarvi. La stessa cosa è successa a Bologna in piazza Maggiore, davanti a San Petronio: la foto è a pagina 5. Anche in altre città d’Italia e d’Europa molte piazze e molti sagrati si sono trasformati in improvvisate moschee all’aperto. Guardate e tenete presente un dato: è la prima volta che succede.
Ma perché i musulmani, per protestare contro la guerra in Palestina, hanno scelto i luoghi simbolo della cristianità? Perché non davanti a un consolato israeliano? O americano? Perché per la preghiera, invece che in una moschea - ce ne sono ormai parecchie - hanno scelto le cattedrali, come a Milano, o la basilica più importante come a Bologna?
Domande alle quali si possono dare due risposte. La prima sgombrerebbe il campo da qualsiasi dietrologia: sono andati davanti al Duomo e davanti a San Petronio perché quelle sono le piazze principali di Milano e di Bologna. Secondo un’interpretazione ancor più benevola, hanno addirittura voluto cercare un’ideale solidarietà con i cristiani, pregando l’unico Dio: in fondo, ha osservato qualcuno, sulla facciata del Duomo sta scritto Mariae Nascenti, e se c’è un culto che accomuna cattolici e musulmani questo è proprio quello mariano. La preghiera di massa sarebbe dunque un atto di pietà, una richiesta di carità in un momento di sofferenza per il popolo arabo.
Ma c’è un’altra possibile chiave interpretativa, che è quella di una simbolica occupazione. Di un atto di arroganza e perfino di violenza: a Milano i dimostranti - guidati dall’imam di viale Jenner, già condannato per terrorismo - sono arrivati di corsa, seminando paura, sgomberando di forza la piazza, occupandola senza alcun permesso, costringendo appunto il Duomo a chiudere. Dove sarebbero, visti i modi e i fatti, il rispetto e la solidarietà con i cristiani?

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Sembra quasi che, con questa azione forse coordinata nelle varie città, il mondo islamico abbia voluto lanciare un segnale: i vostri tradizionali luoghi di preghiera adesso diventano nostri. Dove prima pregavate voi, adesso preghiamo noi. Per il devoto musulmano i luoghi, i segni, i simboli hanno un valore ben più profondo di quanto ne attribuiamo noi occidentali, ormai largamente secolarizzati.
Può darsi che quest’ipotesi di un’occupazione simbolica sia un allarmismo esagerato. Resta il fatto che non si vede che cosa c’entrino il Duomo e San Petronio con i raid israeliani; e che mai la preghiera collettiva si era tenuta sui sagrati delle chiese cattoliche. (Non vogliamo neanche immaginare che cosa avrebbe scritto Oriana Fallaci. Avrebbe parlato come minimo di sfregio, di oltraggio. Quando cominciò a sostenere quelle sue tesi, fu fatta passare per un’invasata. Adesso sono molti, invece, a temere che avesse ragione).
Ma la vera notizia, quella che ci ha indotti - a distanza ormai di due giorni - ad «aprire» il giornale con la foto che avete visto in prima pagina, è la distrazione, il disinteresse, il deprimente silenzio che ha accompagnato le invasioni di piazza Duomo e piazza Maggiore. I saldi e le code agli outlet valgono ben di più, nel nostro media-system, di un Duomo trasformato in moschea.
Ed è di questo che abbiamo paura. Non dei musulmani, la cui aggressività in tutto il mondo è piuttosto, probabilmente, un segno di debolezza e di declino. Abbiamo paura dell’ignavia, della viltà, dei contorcimenti mentali di un Occidente che soffre di infiniti complessi e sensi di colpa. Di un mondo che per non offendere i musulmani cancella i presepi, i riferimenti a Gesù nelle canzoni di Natale e il prosciutto dalla mensa dell’asilo: ma che non ha nulla da eccepire se il Duomo è costretto a chiudere. Che cosa avremmo letto sui nostri giornali se quattro cattolici tradizionalisti fossero andati a pregare davanti alla moschea di Segrate?
È il nulla dell’Occidente che spaventa. Il vuoto pneumatico di valori e ideali che lascia campo libero a chi, invece, si nutre di un pensiero forte e di uno spirito di conquista. Non ce ne frega nulla di rinunciare al presepe perché al Natale non crediamo più, così come non crediamo più in niente: né in una filosofia che non sia quella del godersi la vita, né in una morale che non sia quella del secondo me. L’Occidente tace, di fronte all’avanzata dell’islam, perché non ha niente da dire: la stessa Chiesa sembra spesso rinunciare, per paura chissà di che, ad essere se stessa.
C’è chi dice che proprio questo nulla ci salverà dall’islam. Che i musulmani saranno alla fine sconfitti, più che da quel che resta dei nostri valori, dall’effetto contagioso dei nostri vizi. È probabile che finirà così. Ma non prima di uno scontro che sarà tutt’altro che breve e indolore.
Michele Brambilla

-----------------------------------------------------------
Gaza, Israele prosegue l'offensiva

>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
Una delegazione Ue incontra Mubarak Da una parte l’esercito israeliano, appoggiato dall’aviazione, fa ricorso a colpi dell’artiglieria e dei carri armati: nella notte colpiti 130 obiettivi. I miliziani di Hamas rispondono con razzi, missili anticarro e ordigni. Oltre 500 le vittime dall'inizio delle operazioni. L'intelligence israeliana: "Hezbollah potrebbe aprire un secondo fronte". Battaglia a Gaza City

Gaza - La guerra non si placa. Dopo la rapida occupazione di alcune postazioni strategiche nella Striscia di Gaza l'offensiva israeliana contro Hamas è entrata nel suo decimo giorno. Prosegue l’operazione terrestre avviata sabato sera: una vera e propria caccia all’uomo nel tentativo di stanare gli estremisti di Hamas e di trovare depositi di armi e infrastrutture del movimento islamico. Dopo i ripetuti appelli al "cessate il fuoco" proseguono gli sforzi diplomatici della comunità internazionale.
Violenti combattimenti Secondo gli inviati a Gaza della tv satellitare araba al Jazeera, ci sarebbero "violentissimi combattimenti" tra le truppe israeliane e "elementi della resistenza palestinese" sui due assi dell’incursione israeliana nella striscia di Gaza, arrivata al terzo giorno. Per la tv araba, "l’avanzata dell’esercito israeliano è lenta, ma non si capisce se sia una tattica per tastare le forze del nemico", oppure se sia ostacolata "dalla feroce resistenza" opposta dai miliziani delle Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato di Hamas. Sta di fatto - aggiunge l’emittente - che da una parte l’esercito, appoggiato in cielo dall’aviazione, fa ricorso a colpi dell’artiglieria e dei carri armati e dall’altra i miliziani "rispondono con razzi Rpg, missili anticarro e ordigni". Il "fulcro" dei combattimenti più violenti sarebbe a est di Jabaliya, a nord est della Striscia, e a Hai al Zeitun, a sud est di Gaza City. Intanto, le Brigate al Qassam hanno rivendicato di avere fatto esplodere un ordigno contro un mezzo di trasporto truppe israeliano ad est di Beit Hanun.
Centotrenta obiettivi colpiti dai raid Sono almeno centotrenta in tutto gli obiettivi raggiunti soltanto la notte scorsa dai raid effettuati dall’aviazione d’Israele: lo ha reso noto un anonimo portavoce miliare, secondo cui "in particolare" sono stati colpiti "una moschea nella quale erano immagazzinate armi" a Jabaliyah, nel settore nord dell’enclave palestinese; e inoltre "abitazioni dove erano stati allestiti arsenali" nonché "veicoli che trasportavano rampe di lancio per razzi e individui armati". Il portavoce ha aggiunto che "le truppe di terra proseguono la loro avanzata", scattata sabato sera, "con l’appoggio dei bombardamenti navali".
Sette morti in una famiglia Sette persone della stessa famiglia sono rimaste uccise in un bombardamento israeliano su una casa alla periferia di Gaza City. Lo riferiscono fonti mediche palestinesi. L’attacco, effettuato in un campo profughi, segue una prima azione del genere nella mattinata in cui sono morti tre bambini e la loro madre. Secondo le stesse fonti mediche sono quindi 12 in tutto le vittime civili dall’inizio della giornata.
No ambulanze ai combattenti armati Il ministro della Sanità di Hamas, Bassem Naeem, ha ordinato al personale sanita

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Il commento La posta in gioco non è soltanto la pace ma l’esistenza stessa d’Israele

Churchill diceva: «In guerra, risolutezza; in vittoria, magnanimità». Sono i due principi su cui Israele sta giocando la sua esistenza e - in caso di successo - la pace. La posta è enorme e il volto teso del ministro della Difesa Barak nell’annunciare sabato sera al Paese la decisione di inviare l’esercito a Gaza lo dimostrava. Cerchiamo di capire ciò che sta succedendo.
1. Lo scopo strategico di Israele non è solo la garanzia della sicurezza fisica - con o senza ausilio internazionale - di un milione di civili che vivono nel sud del Paese. È la rottura dell’immagine di potere di un fondamentalista islamico convinto di aver scoperto nell’attaccamento alla vita dell’avversario (ebrei, europei, americani, indù) l’arma segreta della vittoria. Israele viene visto come un baluardo numericamente insignificante, ma decisivo per l’imperialismo islamico, come Cipro veneziana lo fu per i turchi sulla strada della conquista di Vienna (e di Roma) nel XVII secolo. Non è detto che la cacciata (improbabile) di Hamas da Gaza dia a Israele molto più di una lunga tregua. Certo è che un Hamas sopravvissuto, anche se malmenato, all’offensiva terrestre di Israele, rappresenterebbe la probabile fine dello Stato ebraico democratico come di quello di un futuro Stato palestinese non fondamentalista.
2. La logica di questa situazione spiegherebbe la contraddittoria posizione del mondo arabo che in sordina accetta Israele come baluardo militare (quello economico è il prezzo del petrolio al ribasso) contro l’Iran sciita nemico giurato dell’islam sunnita (maggioritario). Spiega, in barba alla volontà della «strada araba» il «tradimento» egiziano, saudita, giordano, libico, algerino, marocchino e palestinese di al Fath senza parlare dell’appoggio di Washington. In Europa, che non sembra ancora guarita dal complesso di Monaco, i due governi che hanno compreso il significato di questa guerra sono paradossalmente i due gradi nemici di ieri: Germania e Cechia.
3. La stessa logica potrebbe aiutare a comprendere il comportamento di un triumvirato debole e riottoso composto da un premier sfiduciato, ma tecnicamente al potere (Ehud Olmert), un capo del partito Kadima e ministro degli Esteri Livni (onesta ma considerata incapace) e un ministro della Difesa laburista, Ehud Barak, militarmente abile ma politicamente fallimentare, uniti di fronte a una decisione politicamente non meno gravosa di quella presa da Ben Gurion nel proclamare lo Stato nel 1968. Agiscono assieme e col sostegno del Paese perché.
Prima di tutto perché, come Ben Gurion, non poteva non reagire; in secondo luogo, perché contrariamente a Ben Gurion hanno dietro di sé una macchina militare rimessa a nuovo a seguito della guerra del Libano e che dal 1967 politici corrotti, generali tronfi di vittoria e intellettuali poveri di ideali avevano lasciato arrugginire nell’illusione di poter creare una specie di California israeliana nel Medio Oriente e sulle spalle dei palestinesi. Perché, contrariamente alla guerra del Libano, disponevano di un piano operativo preciso con due scopi apparentemente precisi. Uno massimalista (auspicabile, ma probabilmente irrealizzabile con le sole armi) di evizione di Hamas da Gaza. Uno minimalista mirante a obbligare Hamas a chiedere il rinnovo della tregua (con aggiunte) che aveva orgogliosamente rott

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

L'offensiva: l'esercito israeliano ha tagliato in due la Striscia
di Andrea Nativi

La striscia di Gaza è tagliata in due tronconi dalle truppe israeliane le quali, dopo il primo giorno di operazioni terrestri, hanno raggiunto il mare, superando la debole resistenza opposta da Hamas al confine, per isolare completamente l'area metropolitana di Gaza City, ed assumere, con la occupazione di Netzarim, il controllo dei nodi stradali, a partire dalla cruciale dorsale nord-sud, la Salah al dine Road. Le truppe hanno investito anche i campi profughi a Jabaliya e si sono spinte ancora più a nord, a Beit Hanoun, fino al valico di Erez e a Beit Lahia.
Secondo fonti militari Israele ha impegnato l'equivalente di due divisioni, mandando oltre confine elementi di quattro brigate, comprese le truppe delle brigate Givati e Golani e unità di parà, supportati da forze corazzate e genieri: abbastanza per condurre una operazione mirata, certo insufficienti per conquistare e occupare la Striscia di Gaza. Il successo militare israeliano è indubbio: in poco più di 24 ore i suoi soldati hanno occupato tutte le più importanti posizioni strategiche, hanno superato le difese statiche di Hamas, sono penetrati in aree urbane periferiche. Tutto questo subendo un morto e circa 40 feriti. Hamas dichiara di aver ucciso 5 soldati di Tsahal e di averne catturati due... anche se fosse vero sarebbe un ben magro bilancio. Ma Tel Aviv smentisce.
In compenso Hamas ha perso almeno 50 dei suoi miliziani, mentre altri 3 comandanti, compreso Muhammad Al Shalfu, che guidava le forze speciali, sono stati uccisi dagli attacchi aerei. I guerriglieri di Hamas hanno risposto sparando una cinquantina di razzi e bombe di mortaio, caduti nelle aree di Sderot ed Eshkol e che hanno provocato un ferito. Israele temeva di peggio. L'avvio dell’offensiva terrestre non significa affatto la sospensione delle operazioni aeree, che anzi si sono intensificate con attacchi a una cinquantina di obiettivi fissi, oltre al supporto di fuoco ravvicinato garantito da aerei e soprattutto da elicotteri da combattimento AH-64 alle truppe in avanzata. Anche la marina continua a colpire bersagli lungo la costa impiegando i suoi cannoni da 76 mm. Purtroppo anche se i soldati israeliani hanno regole di ingaggio restrittive per ridurre al minimo le vittime tra la popolazione civile, si registrano diversi gravi incidenti: in particolare una famiglia di cinque persone è stata sterminata dal proiettile di un carro armato che ha centrato un'autovettura. Considerando che Gaza ha una superficie di appena 360 chilometri quadrati e una densità di abitanti di 4.100 persone per chilometro è evidente che è impossibile evitare il coinvolgimento dei civili. L'offensiva terrestre non è destinata a protrarsi per settimane, ma certo non ci si può aspettare che Israele accetti un cessate il fuoco prima di altre 48-72 ore: deve ancora eliminare molte infrastrutture chiave di Hamas.


>>Da: andreavisconti
Messaggio 4 della discussione

«Sotto i razzi faremmo tutti come Israele» Il ministro della Difesa sul Medioriente: «La sinistra antisionista dimentica che Hamas ha rotto la tregua» «Giusto proporre il nostro Paese come sede di dialogo. Ma è difficile usare la diplomazia con gli estremisti»

di Emanuela Fontana
RomaMinistro La Russa, l’Italia è pronta a un eventuale invio di uomini nella Striscia di Gaza qualora l’Onu decidesse di intervenire in Medio Oriente con una forza internazionale di interposizione?
«Sono decisioni che appartengono ai governi. Posso dire che dal punto di vista tecnico e militare non ci sono problemi, i nostri soldati hanno apprezzamento ovunque. Dal punto di vista politico, non spetta a me prendere decisioni di questo tipo, ma non mi sembra che in questo momento ci siano segnali, ipotesi di invio di truppe internazionali, almeno nel contesto attuale di non cessate il fuoco».
È questo il momento della diplomazia e basta?
«Un intervento prima del cessate il fuoco è una decisione che non spetta al ministro della Difesa ma agli organismi internazionali. Il ministero in questo caso è un semplice esecutore. I nostri uomini sono in grado di fare qualunque cosa. È un problema di opportunità e di scelta».
Come valuta la reazione italiana al conflitto? Ci sono molte critiche al governo per una posizione giudicata troppo filoisraeliana e manifestazioni in cui si bruciano bandiere di Israele.
«Mi sembra grave che alcune formazioni politiche di sinistra partecipino a manifestazioni contro Israele che hanno portato a bruciare vessilli. È una pratica che ho sempre condannato. Anche quando l’Unione Sovietica invadeva l’Ungheria non ricordo bandiere russe bruciate da noi ragazzi che avevamo diritto di manifestare per la libertà di quei popoli. Questa manifestazione di antiamericanismo e antisraelismo è un’offesa anche agli italiani, per un accostamento di quei simboli alla bandiera italiana».
Invece proprio l’Italia potrebbe essere il luogo del dialogo tra Israele e Palestina anche per la contemporanea presidenza G8. È ambizioso proporlo come ha fatto il ministro Frattini?
«Noi siamo sempre stati il terreno del dialogo naturale tra israeliani e palestinesi. Certo è che finché ci saranno estremisti palestinesi che rifiutano l’idea che Israele debba avere la sua esistenza e rifiutano di cancellare dai loro propositi di uccidere più israeliani possibile, l’azione diplomatica è dura».
Crede che la mediazione italiana sarebbe stimata da entrambe le parti, nonostante la vicinanza dichiarata di questo governo a Tel Aviv?
«Il nostro contingente in Libano che si frappone tra israeliani e palestinesi ha l’apprezzamento degli uni e degli altri, me lo conferma sempre il generale Graziano. Il nostro obbiettivo è la libertà e la serenità di Israele e uno Stato indipendente per i palestinesi. Il presupposto però è che entrambi accettino il punto finale, la coesistenza equilibrata. Alcuni gruppi terroristici palestinesi non accettano questo punto finale. Chi ha rotto la tregua è stata Hamas con i razzi. Mi chiedo cosa succederebbe se nelle nostre città piovessero razzi. Una risposta armata sarebbe invocata».
Isolare Hamas è necessario?
«I primi nemici della possibilità di dare uno Stato ai palestinesi sono coloro che rifiutano che Israele possa esistere, coloro che pensano che uccidere un ebreo per il fatto che sia ebreo sia una cosa giusta. Sono i primi nemici della soluzi

>>Da: andreavisconti
Messaggio 5 della discussione

L’Occidente si muove in ordine sparso
di Gian Micalessin Parte la missione Ue in Medio Oriente: tanti colloqui, ma nessun piano comune
La soluzione per un cessate il fuoco basato su una tregua controllata e monitorata da un’autorità internazionale, in teoria, esiste già. Ehud Olmert ne parla da giorni e George Bush l’ha avallata 48 ore fa. Il problema è riuscire ad agguantarla prima di quanto Israele sia disposto a concederla. In quella difficile gara l’Unione Europea, affidata alla presidenza di turno ceca, non parte certo avvantaggiata. La missione Ue, decollata da Praga alla volta del Medio Oriente, sembra più un viaggio della speranza che una trasferta diplomatica. Il ministro ceco degli Esteri, Karel Schwarzenerg, il suo omologo francese Bernard Kouchner, quello svedese Carl Bild e l’Alto rappresentante per la Politica estera, Javier Solana, non hanno alcun obiettivo definito. Si limiteranno a partecipare ad una serie d’incontri al Cairo, a Gerusalemme, Ramallah e in Giordania, auspicando che tempo e discussioni lavorino a loro favore. A rendere ancora più evidenti le divisioni dei 27 ci pensa il primo cittadino francese, Nicolas Sarkozy. Il presidente continua a lavorare come se fosse ancora il presidente di turno europeo e inizia oggi un solitario tour mediorientale dagli obbiettivi per ora indefiniti, ma sicuramente in competizione con quelli dei rappresentanti dell’Unione. Sarkozy comunque in un’intervista non fa sconti ad Hamas che «ha una responsabilità pesante nelle sofferenze dei palestinesi a Gaza».
La missione Ue punta invece a determinare le condizioni per una tregua, anche se «sarà assai difficile ottenerla - ammette Schwarzenberg -. Una piattaforma precisa ancora non c’è - ha spiegato il capo delegazione durante un incontro con la stampa -, dovremo prima deciderla con Israele». Il punto è proprio qui. L’esercito con la stella di David è impegnato in un’operazione di cui nessuno, al di fuori dei vertici israeliani, conosce l’obiettivo e che di certo richiederà almeno una settimana. Finché l’esecutivo di Gerusalemme continuerà ad avere dalla propria parte una Casa Bianca pronta ad avallarne l’operato e dall’altra un’Europa divisa e indecisa sarà difficile attendersi uno stop alle operazioni militari. «Non possiamo accettare l’idea che Hamas continui a sparare mentre noi dichiariamo un cessate il fuoco», ha chiarito ieri il presidente israeliano Shimon Peres definendo l’offensiva una «guerra giusta». Anche i tentativi di Javier Solana di connettersi alle richieste di monitoraggio della tregua avanzate da Ehud Olmert restano abbastanza vaghi e prevedono soltanto una presenza di osservatori europei simile a quella incaricata in passato di verificare i transiti al valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto.
A rendere ancor più complessa la missione dei quattro inviati europei contribuiscono le esternazioni fuori controllo della presidenza di turno ceca. Non più tardi di sabato il portavoce del premier ceco Mirek Topolanek ha definito «più difensiva che offensiva» l’operazione israeliana evidenziando le divisioni sulla necessità di raggiungere una tregua in tempi rapidi. Sull’incauta uscita ha messo una pezza, bollandola come «grave errore», lo stesso ministro degli Esteri di Praga, Karel Schwarzenberg.
La debacle della diplomazia internazionale ha raggiunto il suo apice al Consiglio di Sicurezza dove la Libia ha cercato di far passare una risolu

>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione

Souad Sbai: «Altro che dialogo, cacciamo gli estremisti» di Felice Manti
«Non aspettavano altro per muoversi». La parlamentare Pdl Souad Sbai è ancora sconvolta per quelle immagini rimbalzate da giornali e tv. Il sagrato del Duomo di Milano, San Petronio a Bologna, e ancora le sfilate a Roma e Torino.
È preoccupata?
«Sì. Solo qualche mese fa mi sono detta: “Mi spaventa questo silenzio”. Ed eccoli qua. Non aspettavano altro per muoversi, persino gli immigrati di prima generazione. Quello che ho visto a Milano, quelle bandiere bruciate davanti a donne e bambini non è stato solo vergognoso. Di più».
Chi e che cosa c’è dietro quelle manifestazioni?
«Non certo l’islam moderato, che da tempo fa continui richiami al dialogo e alla pace. Ci sono gli integralisti. L’estremismo avanza in modo spaventoso. D’altra parte qualcuno li guida...».
C’era anche l’imam del centro islamico di viale Jenner, Abu Imad...
«C’era chi vuole alimentare altro odio, come l’Ucoii».
Nei giorni scorsi l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi ha fatto un appello alla libertà di culto, per le moschee...
«E ha fatto male, malissimo. Abbiamo i nemici in casa. Si è chiesto come mai a Milano c’era l’imam e a Roma la moschea non ha manifestato con loro? E Firenze, dove vogliono fare la moschea a Colle Val d’Elsa. Che fine ha fatto l’imam? È sparito, e nessuno si è chiesto dove sia finito».
Che cosa può fare la politica?
«Intanto io non avrei mai autorizzato quella manifestazione. L’Ucoii, ad esempio, non ha mai firmato la Carta dei valori, non riconosce la Costituzione, né l’uguaglianza uomo-donna, la lotta al terrorismo. Questa gente va allontanata, bisogna revocare la cittadinanza a chi fiancheggia il terrorismo».
Qualcuno da sinistra la accuserà di razzismo...
«Chi non rispetta le regole va cacciato. Quegli estremisti andavano fermati ieri, anzi 10 anni fa. Altro che mantenere i fiancheggiatori del terrorismo in galera. A casa loro, con il primo volo. La sinistra buonista e quelli che ancora sono scettici dovrebbero farsi un esame di coscienza».
E il dialogo?
«Con l’islam moderato sì. Con i radicali non si dialoga. Quella di Milano è stata una sfida all’Occidente, al musulmano moderato. Il messaggio è: “Noi ci siamo, voi state attenti”».
E l’Occidente non reagisce...
«Siamo deboli. Deeeboli. Questa gente se ne sbatte dei diritti umani, dell’uguaglianza della donna. Se ne sbatte di tutto. Bisogna educarli alle regole, appena mettono piede. Ma così passiamo per razzisti, contro un debole che non è debole. Loro invece mandano fatwe (sentenze di morte, ndr) a tutti noi moderati, minacciano le famiglie in Marocco, in Tunisia. E noi che facciamo? Dialoghiamo con questa gente? Nooo. Assolutamente no».
Neanche coi giovani islamici?
«Alcuni integralisti si sono infiltrati in posti importanti. E sono pericolosissimi. Sono educati alla scuola dell’estremismo, vengono dalle famiglie dell’Ucoii ma fanno finta di essere moderati. Attenti a chi gli dà spazio e voce. Spero che il ministro dell’Interno Maroni riparta dalla bozza Amato. Chi non rispetta le regole, chi non firma la Carta dei valori è fuori».

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Dopo settimane di pungenti polemiche, la Cdu di Angela Merkel e i “cugini” bavaresi della Csu, capeggiati dal loro nuovo leader Horst Seehofer, hanno ritrovato la tradizionale coesione nel corso di una maratona notturna, tra ieri e oggi, che ha fatto cadere la riluttanza della cancelliera a una riduzione della pressione fiscale da attuare ancora entro l’attuale legislatura che finisce a settembre. Il combattivo Seehofer ha tenuto duro e l’ha spuntata con la cancelliera, ma non sarà facile trovare sul versante tributario un compromesso con l’Spd che anzi da ieri propone inasprimenti a carico dei redditi più elevati (il prelievo per i redditi familiari oltre i 250mila euro dovrebbe essere innalzato dal 45 al 47,5 per cento). Da notare che Steinmeier, come braccio destro di Gerhard Schröder nel precedente governo rosso-verde, era stato l’ispiratore della manovra riformista “Agenda 2010” che tra l’altro ha abbassato l’Irpef per i redditi medio-alti.

Enzo Piergianni

-----------------------------------------------------------
Colpo a Obama, ministro sotto inchiesta rinuncia

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Indagini su un appalto. E Richardson rinuncia al ministero offerto da Obama

Il governatore del Nuovo Messico era stato indicato come nuovo ministro del Commercio

NEW YORK - Un altro governatore democratico finisce sotto inchiesta negli Stati Uniti. A poche settimane dall’arresto di Rod Blagojevich, il governatore dell’Illinois che ha tentato di «vendere» il seggio del Senato di Barack Obama, è ora il suo omologo del New Mexico, Bill Richardson, a finire nel mirino dei magistrati. Richardson, che ha già annunciato di rinunciare all’incarico di prossimo segretario al Commercio affidatogli da Barack Obama, rientra nell’inchiesta che vede una società californiana accusata di aver «comprato» un appalto pubblico nel New Mexico.

LE ACCUSE - Richardson, che è uno dei più importanti esponenti politici della comunità latina americana, avrebbe aiutato, secondo l’accusa, la società privata a vincere un contratto pubblico del valore di 1 miliardo di dollari. La stessa società ha finanziato con diverse donazioni (la maggiore delle quali di 75.000 dollari) la corsa alle primarie di Richardson, che fu tra i primi sfidanti dello stesso Obama. Il nome del governatore era circolato con una certa insistenza anche per il posto di segretario di Stato. Il presidente eletto Barack Obama ha fatto sapere di aver accettato le «dimissioni» di Richardson «con profondo rammarico». «E’ un gesto espresso di sua volontà che pone la Nazione avanti al resto», ha detto Obama che ha aggiunto come «Richardson avrebbe dato un grande contributo al dipartimento del Commercio ed alla squadra economica». Il governatore del New Mexico, che resterà dunque nel suo attuale incarico, ha detto di aver rinunciato alla nomina perchè l’inchiesta lo costringerebbe a ritardare il suo arrivo a Washington. «Vista la gravità della situazione economica non posso chiedere al presidente eletto di ritardare anche di un solo giorno l’importante lavoro che deve essere svolto». Il governatore ha poi aggiunto di essere disponibile a lavorare per l’amministrazione Obama in futuro «in qualunque modo il presidente eletto ritenga opportuno».

-----------------------------------------------------------
Napoli: uomo in semilibertà ucciso dinanzi al carcere

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione
Salvatore Mignone raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco a Secondigliano
NAPOLI - Un uomo di 37 anni, Salvatore Mignone, è stato ucciso in un agguato a Napoli. Mignone, in regime di semilibertà, è stato freddato dinanzi al carcere di Secondigliano. A sparare, secondo le prime ricostruzioni delle forze dell’ordine, due persone in sella a una moto. La vittima era appena scesa dalla sua auto, una Fiat Multipla, quando è stato raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco. Trasportato all’ospedale San Giovanni Bosco per lui non c’è stato nulla da fare. Sono in corso indagini per risalire al movente e agli autori del delitto.

-----------------------------------------------------------
Carlo Panella: Veltroni si è accorto della guerra

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Walter Veltroni ha scoperto ieri, con il suo abituale ritardo, che il centro dell'attenzione del Pd non deve essere la Commissione di Vigilanza o l'Iva per Sky Tv, temi su cui si è incredibilmente infervorato nelle settimane scorse.

Avesse solo letto i giornali, Veltroni si sarebbe infatti accorto sin dal 20 novembre scorso (in pieno "caso Villari") che a Gaza stava per scoppiare l'inferno, perché Hamas aveva rotto unilateralmente le trattative di pacificazione con Abu Mazen. Avrebbe cioè avuto la conferma che Hamas intende continuare la guerra civile palestinese, proprio perché vuole sconfiggere Abu Mazen che intende trattare con Israele.
Scoppiata la crisi di Gaza, dopo ben otto giorni e 500 morti, Veltroni deve dunque avere letto finalmente un giornale, ed essersi così accorto che il caso Villari non è esattamente al centro dei problemi del mondo. Purtroppo, li ha letti male e - come spesso gli accade - ha detto cose prive di senso, ma comunque malevole. Veltroni infatti non si è neanche accorto così che la sua critica durissima alle scelte di Israele, definite «fallimentare strategia di chi riteneva che le crisi non vadano affrontate con le armi della politica bensì con la politica della forza» sono riferite ad una strategia gestita oggi in Israele da Ehud Barak, laburista, riferimento specifico suo e del suo partito in Israele.

Non si è neanche accorto che il socialista Ehud Barak applica esattamente la strategia indicata da Barack Obama durante la sua visita a Sderot: «Se in una di queste case dormisse una delle mie figlie, farei di tutto per impedire ad Hamas di bombardarla», tanto che ieri i due leader democratici del Senato Harry Reid e Dick Durbin, hanno avallato la scelta di guerra di Israele: «Quello che Israele sta facendo è molto importante.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Quest'organizzazione terrorista, Hamas, deve essere spinta a farsi da parte». Altro che tregua! Sempre se avesse letto i giornali invece di occuparsi di Villari, Veltroni si sarebbe anche accorto che Israele ha affrontato per 38 giorni la pioggia di 500 razzi sul suo territorio, senza sparare un colpo, scegliendo di dispiegare le armi della politica, cercando di ricostruire, con la mediazione egiziana, la tregua con Hamas, ma che alla fine ha dovuto difendere il suo territorio con la forza. Ma tutto questo non interessa a Veltroni, che peraltro ritiene - allineandosi in pieno con i bruciatori di bandiere israeliane - di non sprecare neanche una parola per criticare la politica omicida di Hamas. Quello che gli interessa è rimestare nel torbido, captare un po' di consenso a sinistra e fare demagogia, accusando il governo italiano di non essere riuscito a imporre la tregua a Gaza. Ma che senso ha accusare Frattini di non essere riuscito a imporre la tregua a Gaza? E chi ci può riuscire? E poi: è ora che la sinistra la smetta di proporre ogni volta che inizia una guerra, che si faccia una tregua. Questa è una posizione etica, non politica, sintomo di mancanza di idee, esattamente quella mancanza di idee che caratterizza una vecchia Europa che in questi giorni sta facendo - con Sarkozy - una figuraccia dietro l'altra, dopo avere lasciato che dello strapotere guerrafondaio di Hamas a Gaza si occupasse solo Israele, senza avere mosso un dito, neanche quando Hamas ha massacrato centinaia di uomini di Abu Mazen nella Striscia, proprio per arrivare allo scenario di oggi. Infine, stia attento Veltroni: questa guerra non finirà il 20 gennaio. Il 21 gennaio Barack Obama, finalmente, parlerà e deciderà. Allora si vedrà se - su Israele - è più vicino alle posizioni sue o di Berlusconi e Frattini. Scomettiamo che Veltroni anche qui avrà una delusione. L'ennesima.

-----------------------------------------------------------
L'intervista a Giorgia Meloni

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione
"Il federalismo? Sì ma di pari passo al presidenzialismo"

Di vacanze vere e proprie ne ha fatte poche: solo qualche giorno in montagna, vicino Roma. Per il resto, Natale in famiglia, qualche chiacchierata con gli amici. Il tutto all'insegna del «riposo assoluto», anche perché «nei prossimi mesi ci saranno tante cose importanti da fare».

Tra le prime scadenze di Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, una strategia per la prevenzione e il contrasto al fenomeno delle stragi del sabato sera, progetto ancora in via di definizione, ma «già a buon punto».


Un fenomeno ancora molto diffuso?


«Il dato principale è che oggi rappresentano la causa principale di morte tra i giovani. È una questione che va affrontata a 360 gradi».


E come?


«Per esempio, responsabilizzando i ragazzi, o collaborando con i gestori dei locali. Pensiamo anche al coinvolgimento degli enti locali: questo è un fenomeno che va affrontato sicuramente anche sul territorio. Quello che però tengo a dire è che, come per altri fenomeni, non bisogna fare l'errore di generalizzare».

Concetto che lei ripete spesso, l'esistenza di una parte sana dei ragazzi, che va tutelata.


«Esatto. Oggi, purtroppo spesso si compie l'errore di partire da un caso di cronaca ed estenderlo a tutti. Non è giusto. Il messaggio che deve passare invece è un altro. Vale a dire che non sei più figo se, per esempio, bevi di più. Anzi è il contrario, sei uno sfigato. Sei molto più figo, se dopo aver bevuto un mojito hai la capacità di dire: "io mi fermo qui"».


Lei è il ministro più giovane e conosce il mondo giovanile molto bene. In cosa pensa siano cambiati i ragazzi di oggi rispetto al passato?


«Innanzitutto penso che ogni generazione abbia il diritto di essere giudicata in base al contesto in cui si trova. Non lo si può fare utilizzando canoni ormai superati. Detto questo, penso che questa generazione sia diversa in tutto: è soprattutto molto più coraggiosa delle precedenti».

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione
Ma non era una generazione di bamboccioni?


«Anche su questo ci sarebbe tanto da dire. Se sapesse quanto casi di "meglio gioventù ci sono in giro per l'Italia».


Ministro veniamo al Pdl: a che punto siamo con la fusione tra Fi e An?


«Siamo ad un buon punto, sia a livello verticistico, che di base sul territorio. Forse ci potrebbe essere qualche problema sulla classe dirigente intermedia. Ma, come in tutte le cose, ci vuole del tempo. Noi stiamo procedendo passo passo e questo aiuta anche a conoscere le rispettive realtà».


Come la mettiamo con i movimenti giovanili dei due partiti? Ci sarà una fusione anche per loro?


«Stiamo ancora discutendo e valutando. La decisione finale sarà quella che avrà il maggior numero di consensi e comunque verrà presa in piena autonomia».


Berlusconi ha annunciato la prossima nomina di due ministri, Fazio e Brambilla per Sanità e Turismo. La Lega frena. E An con Maurizio Gasparri chiede che siano riviste tutte le poltrone. Cosa ne pensa?


«Sono d'accordo con Gasparri. Non è certo una questione personale verso Fazio o la Brambilla. Penso però sia giusto, a questo punto, ridiscutere l'equilibrio complessivo della squadra di governo».

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

In giro per Roma ci sono manifesti di Ag con il volto di Gianfranco Fini e una frase dedicata ai giovani. Perché il presidente della Camera e non Berlusconi?


«Non c'è nulla di strumentale in questi manifesti. Li abbiamo realizzati in occasione dei gazebo Pdl di dicembre. Volevamo partecipare anche noi all'iniziativa e lo abbiamo fatto mettendo una frase della terza carica dello Stato sui giovani».


Che le sembra dell'operato di Alemanno come sindaco della capitale?


«Sta facendo un ottimo lavoro. E questo nonostante la situazione che ha trovato in Campidoglio, con il buco economico lasciato da Veltroni. Mi è piaciuto molto anche come ha gestito l'emergenza pioggia e inondazione del Tevere. Ha avuto un approccio un po' militante: zuccotto in testa, in strada a parlare con la gente...»


Ecco, parlare con la gente. Qualcuno accusa il sindaco di parlare poco con i romani.


«Guardi, penso che i romani oggi abbiano desiderio di un politico che parli con i fatti più che con le parole».

Questa sarà anche la legislatura dei Didore?


«Penso che ci sono ancora tante cose più importanti da fare. Detto questo, se esistono davvero delle forme di discriminazione verso qualcuno ritengo che ci possa essere un intervento in merito sul codice civile. Cosa diversa è intervenire sul "favor familiae" della Costituzione».


Mercoledì si ricomincia. Lo farete con giustizia e federalismo?


«Sono due questioni molto importanti. Sulla prima è evidente che un problema esiste e sono contenta che dall'opposizione siano arrivati segnali importanti di apertura. La riforma della giustizia non deve essere contro qualcuno ma per deve avere al centro il bene dei cittadini».


E il federalismo?


«Beh diciamo che mi piacerebbe che il federalismo andasse di pari passo con il presidenzialismo, proprio perché strumento di maggiore garanzia per una riforma come quella federale».

Giancarla Rondinelli

-----------------------------------------------------------
I capi di Hamas si nascondono negli ospedali travestiti da dottori

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Ufficiali della Difesa israeliana hanno comunicato che Hamas sta perdendo il controllo del territorio e avrà grosse difficoltà a mobilitare una forza sufficiente a respingere l’attacco dell’IDF.

La sconfitta imminente non sembra abbassare il morale dell’organizzazione islamista che anche ieri ha sparato qualche decina di razzi sulle città israeliane (nel raggio di azione dei missili vivono 180.000 persone), minacciando di rapire altri soldati israeliani per fargli fare la fine del caporale Shalit.

I capoccia di Hamas sanno che Israele non deve pensare solo alla campagna militare ma anche ai riflessi che l’attacco sta avendo sulla comunità internazionale e soprattutto sulla stampa occidentale. Sai che facciamo, devono aver pensato i dirigenti islamisti, togliamoci il cappuccio e nascondiamoci nell’Ospedale Shifa di Gaza City. Magari dietro un bel camice bianco. Il generale dell’intelligence militare israeliana, Amos Yadlin, ha confermato che i suoi avversari usano gli ospedali, le moschee e le abitazioni private come santabarbare. In confronto Arafat rinchiuso nella Muqata era un cuor di leone.

Questo sprezzo assoluto della vita (dei palestinesi) da parte di chi dovrebbe difenderli non colpisce più di tanto le diplomazie internazionali, l’opinione pubblica occidentale, figuriamoci quelli che bruciano in piazza la bandiere con la Stella di Davide. Nessuno sembra interrogarsi sulla filosofia di fondo che anima l'organizzazione palestinese. A loro la morte gli fa un baffo. Vi ricorda nessuno della storia europea del Novecento?

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Dopo più di una settimana di guerra e dopo aver visto crescere le perdite, distrutti gli uffici, rasi al suolo i tunnel, i silos e le rampe dei missili, Hamas non ha nessuna voglia di una tregua. “Siete entrati a Gaza come topi – ha urlato lo speaker di Hamas sulla tv Al Aqsa – e questo sarà il vostro cimitero, Dio volendo!”. Il telecronista non ci ha informato su quanti altri morti procurerà questa barbara propaganda tra la popolazione palestinese.

Perché stavolta Israele non si ferma. “Non vogliamo né occupare Gaza né rovesciare Hamas – ha detto alla BBC il presidente israeliano Shimon Peres – vogliamo fermare il terrore. E Hamas ha bisogno di una lezione seria. Gliela stiamo dando”.

-----------------------------------------------------------
Kouchner incontra Mubarak

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

di Kawkab Tawfik

Oggi il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, incontra il presidente egiziano Mubarak. Kouchner è accompagnato dal ministro ceco Schwarzenberg, dalla commissaria Ue Benita Ferrero Waldner e dal ministro svedese Carl Bildt. "Facciamo tutto il possibile per fermare la guerra", ha detto Kouchner appena sbarcato al Cairo. Ma qual è la politica egiziana nei confronti di Gaza?

Nel 1171 il Saladino usò la sua armata per detronizzare il califfo egiziano al-Adid mettendo la parola fine al califfato fatimida. Oggi la storia sembra ripetersi. Venerdì scorso la barriera che segna il confine tra il territorio palestinese e quello egiziano è stata abbattuta da decine di palestinesi in fuga, provocando la reazione armata delle guardie di frontiera egiziane. Una crepa nel muro di confine, una nuova crepa nei rapporti tra Egitto e Gaza, tra il Cairo e il fronte dei Paesi arabi nemici di Israele.

Il presidente egiziano Hosni Mubarak non può appoggiare apertamente Israele nella sua guerra contro Hamas, considerando il numero dei caduti palestinesi che continua a crescere e le pressioni degli attori regionali e internazionali arabo-islamici. Mubarak ha l’obbligo morale (e religioso) di condannare gli attacchi israeliani onorando il lutto palestinese, ma anche il dovere politico di biasimare le azioni terroristiche portate avanti dalla dirigenza di Gaza.

Questo disponibilità verso le ragioni di Gerusalemme deriva dalla storica politica egiziana della infitah (“apertura”), inaugurata dal presidente Sadat verso lo stato ebraico; ma anche e soprattutto dall’alleanza del Cairo con gli Stati Uniti che, attualmente, costituiscono il maggiore sponsor internazionale del “National Democratic Party”, il partito di governo egiziano.

Quando Israele ha attaccato Gaza, le tv e i giornali arabi si sono riempiti di articoli traboccanti di solidarietà verso gli abitanti della Striscia. Sembrava quasi che ci fosse una gara tra le istituzioni della regione nell’elargire quanti più soccorsi umanitari possibile. Una smania che ha preso i Paesi del Golfo, la Giordania e lo stesso Egitto. Tutti questi governi, con toni e modi diversi tra loro, manifestano compassione per i palestinesi ma nessuno di essi vuole compromettersi difendendo Hamas.

E allora come si fa a soccorrere i civili senza confrontarsi con Hamas? E’ una domanda a cui è abbastanza arduo rispondere considerando che, proprio dall’Egitto, partono i tunnel che riforniscono Gaza di viveri, medicinali e armi per combattere Israele.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

La questione si complica se introduciamo nel teatro di crisi anche la Siria. I rapporti di Damasco col Cairo sono diventati tesissimi negli ultimi giorni: “Non ci stanno aiutando affatto – ha commentato sul quotidiano al-Ahram un funzionario egiziano che mantiene l’anonimato – La Siria sta causando solo dei danni e vuole bloccare qualsiasi possibilità, per quanto remota, di porre fine a questa lunga fase di ostilità”. Giorni fa si è svolta una manifestazione di protesta davanti all’ambasciata egiziana di Damasco, con slogan e urla anti-egiziane che dipingevano il Cairo indifferente alla crisi umanitaria di Gaza. Mubarak è stato accusato di tenere chiuso il valico di Rafah tra Gaza e il Sinai con una decisione unilaterale.

La diffidenza egiziana verso Damasco è giustificata se consideriamo l’alleanza tra Siria e Iran – il vero burattinaio di Hamas – e i tentativi messi in campo da Teheran per dominare la scena politica araba. Così, mentre l’Egitto disapprova l’aiuto fornito da Damasco ad Hamas, la Siria si batte contro quella che percepisce come una propensione tutta egiziana verso le formule occidentali che mirano a portare stabilità in Medio Oriente.

Il 30 dicembre scorso, sul quotidiano siriano "Al-Watan", Iyad Wanus ha accusato l’Egitto di “cospirare con Israele per eliminare un milione e mezzo di palestinesi”. E ancora: “Oggi il popolo egiziano ha bisogno di un’altra Rivoluzione degli ufficiali (come quella degli “Ufficiali liberi” del 1952, nda) che restituisca all’Egitto l’onore che ha perduto con Hosni Mubarak”. Sono le stesse accuse rivolte al Cairo dall’Iran.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Ma per renderci davvero conto della tensione che c’è tra i due fronti del mondo arabo e islamico bisogna ascoltare le affermazioni fatte lo scorso 29 dicembre dal direttore Generale di “Al-Arabiya”, Abd Al-Rahman Al-Rashed, che ha accusato Hamas di sottrarsi alle sue responsabilità per il disastro di Gaza – proprio con la scusa della cospirazione egiziana. Un’operazione che farebbe parte di una campagna più ampia ingaggiata dall’asse siro-iraniano per screditare il Cairo.

La situazione in Egitto rischia di aggravarsi sempre di più, visto che l’opposizione alla linea tenuta da Mubarak arriva anche dall’interno del Paese. La scorsa settimana la polizia egiziana ha arrestato circa 40 membri dei “Fratelli Musulmani”, il movimento egiziano che appoggia il governo islamista di Gaza. La Fratellanza ha organizzato una serie di manifestazioni anti-israeliane e critiche verso la politica “permissiva” dei Paesi arabi moderati.

Mubarak non ha ceduto: “Vi avevamo messo in guardia – ha detto il presidente rivolgendosi ai palestinesi – il vostro rifiuto della tahdiya (tregua) spingerà Israele contro Gaza”, aggiungendo che ogni ostacolo alla politica di apertura con Gerusalemme portata avanti dal Cairo è un invito a nuovi attacchi israeliani.

Nello stesso tempo, con il doppiopesismo che lo contraddistingue, Mubarak ha recriminato contro la “mano insanguinata” di Israele che “suscita rabbia e allontana le speranze di raggiungere la pace”. Da una parte l’Egitto non può dimenticare la nakhba (“la distruzione”) e la gurba (“l’esilio”) – così vive nella memoria collettiva palestinese – dall’altra è sempre più convinto che il problema sia Hamas, e che gli islamisti abbiano condotto il loro popolo verso una nuova distruzione, una nuova nakba, una nuova gurba. L’inossidabile Mubarak riuscirà a superare questa contraddizione?

-----------------------------------------------------------
Se le donne vanno in pensione più tardi ci guadagnamo tutti

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

di Giuliano Cazzola

Sulle pensioni l’ala riformista del Governo, impersonata dal ministro Renato Brunetta, ha "battuto un colpo", all’unisono con Emma Bonino ed altri, compreso chi scrive.

Approfittando della sentenza dell’Alta Corte di Giustizia della Ue (che ha condannato il nostro Paese per discriminazione di genere perché consente alle lavoratrici del pubblico impiego di andare in quiescenza a 60 anni, cinque anni prima degli uomini) il ministro ha avviato, non senza contrasti all’interno del Gabinetto, una procedura per ottemperare all’invito comunitario. Per ora si tratta solo di un discorso aperto nei settori pubblici, ma è fin troppo evidente che il problema è aperto (o si aprirà) anche nel campo privato.

Del resto, al di là di ogni considerazione di principio, prima o poi diventerà indispensabile interrogarsi sul futuro delle pensioni anche sul piano pratico, per almeno due ordini di motivi. Il primo, riguardante l’esigenza di reperire risorse più adeguate per politiche a sostegno del reddito e dell’occupazione; il secondo, relativo al fatto che l’elevazione dell’età pensionabile di vecchiaia delle donne si rivelerà ben presto una misura assai più efficace di quelle – invero vaghe ed incerte – riguardanti la c.d. razionalizzazione degli enti previdenziali che tanta parte hanno nella copertura finanziaria dei maggiori oneri derivanti dalla trasformazione dello ‘scalone’ in ‘scalini + quote’. Sarebbe sufficiente elevare a 62 anni (in due tranche, entro il 2013) il requisito anagrafico di vecchiaia per le lavoratrici (il calcolo è stato fatto, a suo tempo, riservatamente dall’Inps) per consentire il recupero, nell’arco temporale compreso tra il 2009 e il 2013, buona parte di quei di 7,5 miliardi di euro cumulati che verranno a mancare per effetto del nuovo requisito di anzianità, meno rigoroso, previsto nella legge n.247 del 2007.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Il presupposto di tutto ciò - ovviamente - consiste nella fissazione di regole di carattere obbligatorio.

Già adesso le donne possono continuare a lavorare oltre i sessant’anni (nel pubblico impiego possono spingersi addirittura fino a 67 anni). Non servirebbe prevedere dei meccanismi volontari modestamente incentivanti, consistenti in qualche decimale o punto in più di rendimento (tra l’altro una siffatta prerogativa fu già riconosciuta alle donne nel contesto della riforma Amato del 1992 e si rivelò un clamoroso fallimento). Proprio le norme di innalzamento dell’età legale di vecchiaia (salita dal 1993 al 2000, da 55 a 60 anni) hanno largamente contribuito a determinare, negli ultimi anni, un forte incremento dell’occupazione femminile nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni e più in generale delle lavoratrici over 50.

L’incremento dell’occupazione della fascia d’età compresa tra 55 e 64 anni (un target strategico per la Ue che a Lisbona 2000 assunse l’obiettivo di un tasso pari al 50% entro il 2010) è risultato, infatti, maggiore per le donne che per gli uomini. Dal 2001 al 2006 questo segmento di popolazione occupata è passato, nella Ue-27, dal 28,2% al 34,8% per quanto riguarda le donne; dal 47,7% al 52,6% nel caso degli uomini. In Italia si sono avuti, invece, gli andamenti seguenti: le donne occupate sono passate dal 16,2% al 21,9%, gli uomini dal 40,4% al 43,7%. Ciò dimostra che gli interventi sull’età pensionabile (negli ultimi anni più consistenti, nei fatti, per le donne che per gli uomini, in particolare il passaggio da 55 a 60 anni per la pensione di vecchiaia che è la tipologia più usata dalle donne) hanno aiutato anche l’aumento dell’occupazione femminile.

Bisognerebbe introdurre nell’ordinamento pensionistico un requisito anagrafico più congruo (rispetto alle dinamiche demografiche) per le lavoratrici, in cambio di migliori tutele per la maternità, il lavoro di cura, la carriera professionale, operanti in presenza di esigenze reali: ciò renderebbe più equo e moderno il sistema previdenziale (nella legge Maroni del 2004 c’era una norma di delega in tal senso, rimasta purtroppo inattuata).

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Secondo uno studio della Ue (predisposto per la Conferenza di Parigi del luglio scorso) il vero gap di genere (in Italia e nella Ue) lo si trova osservando il tasso di occupazione nel caso di donna o di uomo senza o con figli. In Italia le lavoratrici senza figli sono occupate (il dato è del 2006) in misura del 66,7%; gli uomini addirittura dell’80,7%. Se hanno dei figli la quota degli uomini sale addirittura al 93,8%, mentre quella delle donne scende al 54,6%. Un analogo fenomeno, seppur meno marcato, si rileva nella Ue-27. Le donne senza figli sono impiegate in misura del 76% (gli uomini dell’80,8%); se hanno figli la percentuale scende al 62,4 (mentre per gli uomini sale al 91,4). In sostanza, da noi, quasi una donna su due (con figli) non entra o esce dal mercato del lavoro, mentre gli uomini-padri sono sollecitati ad entrarvi, se ancora ne sono esclusi.

Oggi sarebbe possibile intervenire sull’età di vecchiaia delle donne proprio perché si è data una sistemazione al problema dell’anzianità. E’ bene chiarire questo passaggio. Nel mondo del lavoro privato (subordinato ed autonomo) sono poche le lavoratrici (nel Fpld-Inps, ad esempio, appena il 17%) che riescono a maturare i necessari requisiti contributivi dei 35 anni. Soggetti deboli del mercato del lavoro, le donne “private” sono praticamente costrette ad attendere i 60 anni (quando bastano i 20 anni di versamenti previsti per la vecchiaia) per andare in quiescenza (ogni anno i due terzi delle nuove pensioni di vecchiaia sono erogate a donne). Così, quando si poteva andare in pensione di anzianità a 57/58 anni, sarebbe stato iniquo elevare il requisito anagrafico di vecchiaia delle lavoratrici, perché l’esito sarebbe stato quello di continuare a mandare, nei fatti, le donne in pensione ad un’età più elevata di quella degli uomini.

Scalone o scalini, il requisito dell’anzianità arriverà a 62 anni nel 2013. Ecco perchè la risposta può venire dal progetto di legge (AC 1299), presentato dal sottoscritto insieme ad altri colleghi. Tale progetto prevede, tra le altre cose, un incremento graduale – fino a 62 anni - del limite anagrafico delle donne - nel sistema retributivo – in vista del ripristino di un pensionamento flessibile e unificato, nel modello contributivo, in un range compreso tra 62 e 67 anni, correlato agli effetti di incentivo/disincentivo prodotti da appropriati coefficienti di trasformazione. Non si tratta pertanto di un allineamento tout court, ma di una soluzione modulare che non è sorda alle propensioni e alle esigenze delle persone. Tale proposta, trattandosi del medesimo trattamento per ambedue i generi, risolverebbe la questione posta dall’Alta Corte. Quanto al riconoscimento delle specificità femminili, sarebbe sicuramente più equo ed utile predisporre delle tutele operanti nel corso della vita lavorativa (il progetto di legge propone agevolazioni per la maternità, il lavoro di cura e la formazione fino a 2 anni di ulteriore contribuzione figurativa) piuttosto che attardarsi in una logica di risarcimento forfetario a fine carriera.

-----------------------------------------------------------
L'Università migliore non è quella che fa tutti laureati

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

di Francesco Forte

Il nono rapporto del Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario (CNVSU) pubblicato a sei anni dall'introduzione generalizzata dei nuovi corsi di studio ne dà un giudizio negativo, solo in parte condivisibile. La prima cosa che il Ministro dovrebbe fare è cambiare la sigla del CNVSU: perché non chiamarlo semplicemente CVU? La parola “Nazionale” dopo Comitato è superflua. Infatti se il Comitato valuta le Università, al plurale è implicito che non è un comitato della Lombardia o del Lazio ma dell’Italia. Ed è inutile la parola “sistema”. L’obbiettivo del Comitato non deve essere solo di valutare la riforma, ma in primo luogo l’efficienza e l’efficacia delle Università. E’ dal concreto che la si può giudicare e modificare .

Il CVSU afferma che la riforma dell' università che ha introdotto il "3+2" non ha prodotto i risultati sperati perché il numero totale di iscritti alle università si è praticamente stabilizzato da circa quattro anni un po’ sopra il milione 800 mila unità, di cui poco più di 1milione 500 mila sono gli iscritti a corsi del nuovo ordinamento: circa 1,3 milioni gli iscritti alla laurea breve e 280mila iscritti a corsi di laurea specialistica o di laurea a ciclo unico. Ci sono ancora 272 mila gli studenti che sono rimasti nel vecchio ordinamento (è ovvio che questi accada, visto che allora per molti tipi di laurea bastavano 4 anni di corso per laurearsi, ora ce ne vogliono 3+2).

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Dopo un triennio di aumento degli immatricolati, con la punta di 338 mila nel 2004/05 è iniziata una diminuzione. E il 2006/07 si attesta a 308 mila. Nel 2000/01 si registravano 45 immatricolati ogni 100 diciannovenni. All'avvio della riforma (2001/02) erano il 51%; superavano il 56% nel 2005/06 e nel 2006/07 sono 53%. Non mi pare che ciò sia negativo. Non tutte le persone che lavorano hanno bisogno di una laurea breve o specialistica. E non tutti i giovani hanno cervelli adatti all’Università o sono desiderosi di impegnarli nei corsi universitari, se questi sono seri.

Se si vuole aumentare il numero di iscritti all’Università e di laureati è facilissimo: basta promuovere tutti, come si sta facendo nelle scuole inferiori. Ma ciò è deleterio. Gli stati con una percentuale troppo alta di giovani che si laureano, in ogni generazione, sono quelli con università non serie o meglio con alcune università di elite assieme a moltissime altre non serie. E ciò alimenta la disuguaglianza sociale ed è uno spreco di risorse. Quindi ha torto il CVSU quando considera negativo il fatto che ogni dieci studenti iscritti, ben quattro sono fuori corso e che la loro percentuale, il 40,7%, rappresenti il valore più alto del periodo considerato. Ed ha torto a lamentare che resti invariata al 20% la quota degli abbandoni, dopo il primo anno.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Il Rapporto, poi, sbaglia quando come rimedio indica la necessità di una più efficace attività di orientamento e tutoraggio nei confronti dei nuovi ingressi. Questi valutatori non hanno capito che la selezione è un fenomeno inevitabile che fa bene a chi vi partecipa, sia che riesca a superarla bene, sia che non ci riesca. L’unico modo di imparare a sciare è di cadere. I pannicelli caldi del tutoraggio servono essenzialmente a giustificare l’aumento di docenti. Il CSVU lamenta che gli ''immatricolati inattivi'' sono una quota alta del 15,7 Il rimedio anche qui non è l’aumento di tutoraggio. È l’aumento delle le tasse per chi non dà alcun esame durante l’anno. Il CSVU ammette che il fatto che ogni anno in Italia ci siano 300 mila nuovi laureati è un fatto positivo, che contribuisce ad elevare la quota di laureati sulla nostra popolazione ma sbaglia a pensare che l’obbiettivo sia quello di raggiungere una quota di laureati massima. E sbaglia a lamentarsi che meno di uno su tre si laurei nei tempi previsti. Il culto degli alti tassi di crescita quantitativi e del breve periodo che informa questa metodologia è sbagliato.

L'attuale crisi finanziaria è in parte dovuta al fatto che per non pochi anni ci si è esaltati per l’elevato tasso di rendimento e di crescita dei valori di banche, di fondi di investimento e di altre istituzioni finanziarie o imprese senza porsi la domanda se questi alti tassi fossero compatibili con una buona qualità degli impieghi, nel medio e lungo termine. E alla fine è esplosa la “bolla” . E si è scoperto che un mutuo subprime aveva un elevato rendimento perché conteneva un elevato rischio di insolvenza. Ma quando le insolvenze hanno cominciato ad aumentare il rischio è emerso e si è finalmente scoperto che l’elevato rendimento immediato cela spesso un basso rendimento futuro, cioè che la quantità priva di valutazione della qualità e del tempo non ha significato.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 4 della discussione

Il rapporto del CSVU però merita consenso là dove evidenzia l'eccessivo proliferare dei corsi di studio. Dall'avvio della riforma i corsi sono aumentati da 3.234 a 5.734 , e il numero degli insegnamenti, sono passati da 116mila nel 2001/02 a 180.001 nel 2006/07. E 71.038, valgono solo 4 crediti. Il 10,1% dei corsi di studio attivati ha meno di 10 immatricolati . Ciò dice il CSVU è accaduto ''a dispetto delle raccomandazioni a livello centrale di razionalizzare l'offerta formativa''. Ma a mio parere le raccomandazioni servono a poco. Va abrogata la norma che stabilisce che per ogni corso di laurea ci deve essere un numero minimo di docenti di ruolo di 3 per anno di corso di laurea, indipendentemente dal numero di iscritti . Norma che è espressione della teoria burocratica che ha animato questa riforma, che in tal modo contraddetto lo scopo vero del 3+2: che non è di aumentare il numero di laureati, ma di dare alla offerta formativa una struttura più snella e aderente alla realtà della società. Ciò comporta che una quota dei docenti debba non essere di ruolo e debba provenire dall’esterno, per collegare l’Università con la realtà che la circonda. E i docenti di ruolo dovrebbero insegnare più ore di quelle che risultano dallo schema dei 3 docenti di ruolo minimi per anno di corso di laurea. In cambio di ciò, si dovrebbero togliere dalle ore che contano per le ore di servizio dei docenti di ruolo, quelle passate nei numerosi comitati assembleari con cui l’Università, dopo il 1968, è stata trasformata in una sorta di “comune di Parigi”. Per questi comitati dovrebbe valere la presenza per delega, anche per ridurre il gruppo che discute a proporzioni adatte per delibere efficaci ed efficienti.

Questi suggerimenti, di cui non vedo traccia nel CSVU li giro direttamente al Ministro Gelmini

-----------------------------------------------------------
Giustizia e federalismo ai blocchi di partenza

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

di Dario Caselli

Il Governo ha già scaldato i motori ed è pronto a ripartire. Del resto, dopo la lunga pausa festiva, i punti da affrontare sono diversi e tutti fondamentali. Ci sono la riforma della giustizia e della costituzione, ma prima ancora federalismo fiscale e la complicata vicenda Rai (rinnovo del CdA e la presidenza della Vigilanza di Riccardo Villari). Senza dimenticare l’ipotetico allargamento della compagine di governo a due nuovi ministri: turismo e sanità. Per la verità questa ipotesi (già bocciata alla Lega) circola dalla scorsa estate e fino ad ora è rimasta semplicemente un ballon d’essai anche perché il timore è che mettendo mano alla squadra di governo si possano creare nuove tensioni nella maggioranza. Non a caso due giorni fa il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, ha fatto notare come un allargamento del governo imporrebbe una revisione di tutte le "caselle". Come dire, meglio aspettare perfino a parlare.

Insomma, le questioni sul tavolo del governo alla ripresa dalla pausa saranno molte e quasi tutte di estrema delicatezza. Lo stesso Berlusconi è da diversi giorni chiuso nella sua villa in Sardegna. L'obiettivo? Individuare ostacoli ed studiare possibili vie d’uscite. Al primo punto, nell'agena del Cavaliere, c'è la giustizia, tanto che dalle colonne de Il Giornale ha già annunciato la presentazione della bozza di riforma al primo CdM del nuovo anno.

Il momento potrebbe essere di quelli propizi, considerato soprattutto il polverone giudiziario che ha investito, e sta investendo, il Pd. Nello specifico, come ha spiegato lo stesso Berlusconi, il provvedimento si limiterà soltanto “a separare gli ordini dei magistrati giudicanti da quelli dei pubblici accusatori”, mentre sul fronte delle indagini Berlusconi ha assicurato che sarà restituito “alla polizia giudiziaria il ruolo che aveva fino al 1989” visto che “ora l'iniziativa è interamente nelle mani dei pm, che sono di fatto sottratti a ogni controllo, con conseguenze devastanti”. Il Cavaliere stavolta sembra intenzionato ad andare fino in fondo, forte anche di un clima generale favorevole. Proprio nel partito di Veltroni si starebbe facendo sempre più strada l’idea che ormai sia giunto il momento di mettere mano alla riforma della giustizia, magari procedendo per tappe. Insomma, la vicenda del sindaco di Pescara e lo stillicidio sulla giunta Iervolino dopo lo scandalo Romeo hanno mutato gli orientamenti. In questo senso, infatti, deve essere letta la proposta lanciata qualche giorno fa dal ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia, e cioè di affidare le decisioni sulla custodia cautelare ad un collegio di tre giudici e non più solo al gip. Un’ipotesi che, anche se nel Pdl è stata giudicata insoddisfacente, dà la misura di quanto nel partito di Veltroni ci sia la consapevolezza di dover intervenire sul tema giustizia e di voler dialogare con la maggioranza. Da qui la decisione del Cavaliere di aprire subito la partita, che potrebbe perfino allargarsi coinvolgendo addirittura le riforme costituzionali. Un’eventualità auspicata in primis dal presidente della Repubblica Napolitano che nel suo discorso di fine anno ha richiamato tanto la maggioranza quanto l’opposizione a dialogare e lavorare di concerto. Un’ipotesi, quella delle larghe intese, a cui ha fatto esplicito riferimento il vicecapogruppo del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello: “E’ obbligatorio trovare l’intesa sulle riforme”. D’accordo anche Italo Bocchino c

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Insomma tra i due schieramenti qualcosa inizia a muoversi, il segnale che forse la stagione del dialogo stavolta si aprirà davvero. Ma a non tutti piacciono i "venti di pace". La Lega teme infatti che questa ventata di riformismo possa ritardare il varo del federalismo fiscale. Il ministro Calderoli infatti vuole a tutti i costi presentare per il 20 di gennaio in Aula a Palazzo Madama una proposta condivisa di riforma federale. Il che per il Carroccio significa che fino ad allora la maggioranza dovrà lavorare compatta al provvedimento senza “distrazioni”. Quindi per la Lega di giustizia e riforma costituzionale se ne dovrà riparlare a fine mese.

Nel frattempo però Berlusconi dovrà tenere sotto controllo anche un’altra grana e cioè quella della Rai, ad incominciare dal rinnovo del CdA scaduto dallo scorso maggio. Un compito non facile visto che il Pd ha annunciato di voler disertare le riunioni della Vigilanza, a cui spetta il compito di eleggere i membri del CdA, fino a quando Villari non si dimetterà dalla presidenza. E le probabilità che quest’ultimo si faccia da parte per fare posto a Zavoli sono davvero poche. Un empasse che rischia di aggravare la situazione di crisi in quella Rai che ormai vive senza un “governo” da oltre sette mesi. Molti in realtà pensano che alla fine una via d’uscita si troverà, magari con il Pd pronto a tornare in Vigilanza ma solo per votare i membri del CdA e con l’impegno solenne di dimissioni da parte di Villari, il quale nel frattempo potrebbe trovare risarcimento alla Regione Campania. Infatti i rumors campani danno come sempre più probabile l’addio anticipato di Bassolino per un seggio a Bruxelles. Da qui l’ipotesi di uno scambio di poltrona per Villari: da quella della Vigilanza a San Macuto a quella della Regione Campania a Palazzo Santa Lucia in quota Pdl.

Di certo, per il centrodestra il rientro dopo le feste sarà estremamente intenso.

-----------------------------------------------------------
E' inutile parlare di risparmio di risorse se non si fa pulizia dentro gli Enti

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

di Giovambattista Palumbo

Il controllo e il risanamento della finanza pubblica passa non solo attraverso il legittimo contrasto all’evasione fiscale, ma anche attraverso il controllo della gestione delle risorse finanziarie pubbliche, in particolare di quelle degli enti locali. Se i due controlli non sono tra di loro collegati, infatti, si rischia da una parte di riscuotere le somme derivanti dal contrasto all’evasione fiscale e dall’altra di sperperare le stesse somme nell’ambito di una gestione “allegra” delle finanze locali.

La concreta possibilità di attuare il federalismo fiscale passa anche attraverso questo tipo di controllo. L’impegno politico di chi è stato eletto per rappresentare la collettività passa dunque anche attraverso l’attività di denuncia alla Corte dei conti delle eventuali responsabilità amministrativo – contabili nella gestione dell’ente locale.

In base all’art. 103 della Costituzione la Corte dei conti ha giurisdizione in ordine alla cognizione di ogni tipo di danno erariale e in base all’articolo 100 della Costituzione essa ha comunque il compito di partecipare al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Secondo quanto previsto poi dall’articolo 3 della L. 20/94 l’oggetto del controllo della Corte dei conti è individuato nella gestione del bilancio e del patrimonio della amministrazioni pubbliche.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 2 della discussione

Spesso infatti i bilanci non sono scritti in maniera chiara e trasparente e si possono rilevare gravi e ripetute violazioni dei Principi Contabili predisposti dall’Osservatorio per la Finanza e la Contabilità degli Enti Locali, tra cui, per esempio:

- che molti residui attivi iscritti a bilancio potrebbero non avere più ragione di esistere, in quanto non più esigibili;

- la violazione del principio di competenza finanziaria;

- la violazione della necessaria correlazione fra entrate a destinazione specifica o vincolata per legge e spese con esse finanziate.

Un principio spesso dimenticato è in particolare quello della competenza finanziaria.

Il momento fondamentale della rilevazione della contabilità degli enti locali si concretizza infatti nella registrazione degli accertamenti di entrata e degli impegni di spesa, la cui contabilizzazione deve avvenire però secondo il principio di "competenza finanziaria".

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha dunque ritenuto a tal proposito che per il principio della competenza finanziaria possono trovare iscrizione nel bilancio preventivo soltanto quelle entrate per le quali sia ragionevole presumere che saranno riscosse entro l’esercizio e che, pertanto, la eventuale mancata riscossione (residui attivi) sia da collegare a circostanze non prevedibili in sede di accertamento e che il principio della competenza finanziaria deve ritenersi vincolante per gli enti locali, essendo una diretta estrinsecazione del principio di integrità del bilancio cui devono conformarsi i bilanci pubblici, al fine di tutelare i principi generali posti a presidio della corretta tenuta della contabilità pubblica, funzionali alla redazione di bilanci attendibili e finanziariamente equilibrati.

Possono dunque essere iscritte in bilancio soltanto quelle somme relative ai crediti che scadono nell’anno di riferimento, con ciò assicurando una corretta tutela degli equilibri finanziari dei bilanci locali. Del resto, in assenza di tale equilibrio finanziario, un notevole indebitamento dell’ente rende particolarmente rigida la gestione della spesa corrente. In un tale contesto non sarà allora possibile riportare voci generiche a titolo di “Mutui” senza far riferimento a quale specifico intervento di investimento si riferiscono, né sarà possibile iscrivere in bilancio importi di residui passivi in conto capitale che però poi non trovano riscontro in altrettanti residui attivi della stessa gestione in conto capitale.

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 3 della discussione

Ciò significa infatti che l’ente, visto e considerato che non dispone di liquidità di cassa tali da poter far fronte al pagamento complessivo dei residui passivi iscritti in conto capitale, per poter completare le opere iscritte in bilancio, dovrà ricercare le risorse finanziarie nella gestione corrente del bilancio, magari ricorrendo a operazioni di finanziamento o investimento (vedi per esempio la nota vicenda dei derivati) che, come sappiamo, hanno gettato sul lastrico molti comuni della penisola. Sarà quindi in particolare necessaria un’oculata gestione dei residui, in particolare quelli attivi da cui dipende l’equilibrio economico e finanziario dell’Ente.

Vista peraltro la endemica carenza di liquidità dei nostri Enti sarà necessario procedere ad una solerte ricognizione dei residui attivi al fine di verificare il loro mantenimento in bilancio ed attivarsi per la loro riscossione. L’Ente dovrà allora provvedere ad una revisione dei residui attivi, per verificare posta per posta l’esistenza dei presupposti necessari per mantenere gli stessi residui nella parte entrata del Bilancio relativo all’anno successivo. Se infatti risultano iscritti nel bilancio residui attivi derivanti da esercizi pregressi, non movimentati, l’Ente dovrà provvedere ad accantonare le somme necessarie affinché vengano estinti quei residui per i quali non risultano esistere i presupposti per il loro mantenimento in bilancio.

Si ricorda infatti ancora come mantenere in bilancio residui attivi privi dei necessari presupposti giuridici costituisce esposizione non veritiera, finalizzata ad evidenziare (spesso solo per motivi politici) un risultato di amministrazione migliore rispetto alla realtà.

Quando dunque un consigliere comunale, provinciale o regionale rileverà gravi e numerosi irregolarità contabili e di bilancio tra cui, a mero titolo di esempio, la violazione dei principi del bilancio e delle corrette modalità rappresentative e l’attendibilità delle previsioni di entrata e di congruità delle previsioni di spesa, al fine di rilevare eventuali illeciti contabili e danni, diretti, indiretti o potenziali (anche di immagine) all’Amministrazione e al fine comunque di perseguire il sostanziale mantenimento in equilibrio della gestione potrà (rectius: dovrà) presentare un dettagliato esposto alla Sezione di controllo della Corte dei Conti, adempiendo così al proprio dovere civico e ottemperando al proprio mandato di rappresentante della collettività.

E’ inutile combattere l’evasione fiscale e tagliare le spese inutili se poi nei meandri della contabilità locale si perdono miliardi di euro. Anche quando, nella migliore delle ipotesi, tale sperpero avviene solo per colpa e incapacità di chi è deputato alla gestione delle risorse dell’Ente, tale colpa, trattandosi di risorse della collettività, non è accettabile.

Al di là e prima, dunque, della questione morale, che in queste ultime settimane sta investendo molte amministrazioni locali del centro sinistra, andiamo a controllare se esiste una questione “contabile”. Il risultato infatti è sempre lo stesso: lo sperpero delle risorse pubbliche.

MSN Gruppi

unread,
Jan 7, 2009, 6:41:15 AM1/7/09
to Club azzurro la clessidra & friends
-----------------------------------------------------------

Rapporto quotidiano dei messaggi in Club azzurro la clessidra & friends

-----------------------------------------------------------
Nuovi messaggi di oggi
Se vuoi rispondere, visita la bacheca del gruppo.
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/messageboard

-----------------------------------------------------------
AUGURI!

>>Da: LAURA39398
Messaggio 13 della discussione


Carissimi, Buon Natale,
che sia ricco di tante Sorprese

Buon nuovo anno,
che ogni giorno
possa regalarvi nuove e meravigliose Emozioni

Auguri Sempre,
per ogni sogno che realizzerete,
per ogni sorriso che vi sarà donato,
per ogni bacio che vi scalderà il cuore. Un caro abbraccio,
Laura
Visualizza allegato/i:
http://groups.msn.com/Clubazzurrolaclessidrafriends/_notifications.msnw?type=msg&mview=1&parent=1&item=238376

>>Da: andreavisconti
Messaggio 13 della discussione
Buona Epifania a tutti!

-----------------------------------------------------------
Iervolino: Aspetto fino a lunedì, poi nuova giunta o elezioni

>>Da: Carlotta3691
Messaggio 6 della discussione


“O si finisce con questa tarantella o elezioni a primavera. La mia pazienza dura al massimo fino a lunedì”. Così il sindaco di Napoli Rosa Iervolino Russo rientrando a Palazzo San Giacomo, sede del Comune, dopo una mattinata trascorsa tra telefonate e incontri per lavorare alla composizione della nuova giunta che “probabilmente sarà annunciata domenica mattina”. “Credo di aver avuto una pazienza infinita – sottolinea la Iervolino - ma si tenga conto che anche la persona più paziente e responsabile ha una riserva di pazienza che, però, non è infinita”. “Sono una persona per la quale quello che va bene il venerdì va bene anche il sabato. Ma all’interno del mio partito pare che non tutti la pensino così”. Il sindaco di Roma è in attesa del rientro da Parigi di Veltroni e ribadisce di non aver avuto nessun diktat da parte della segreteria nazionale del Pd, “ma – precisa - non si può continuare con questa tarantella per cui si concorda una cosa il venerdì e il sabato non va bene”.

Intanto per un vizio di forma il tribunale del riesame di Napoli ha emesso un provvedimento che annulla le ordinanze di custodia agli arresti domiciliari nei confronti dell’ex assessore Giuseppe Gambale (accusato fra l’altro di associazione a delinquere con l’imprenditore Alfredo Romeo) e dell’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone. In pratica il tribunale ha accolto le eccezioni avanzate dai difensori che non avevamo ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza davanti al riesame. Secondo quanto si apprende la Procura intende emettere un decreto di fermo ai domiciliari per entrambi gli indagati. La dodicesima sezione del tribunale del Riesame ha invece confermato gli arresti domiciliari per gli ex assessori Felice Laudadio e Ferdinando Di Mezza.


>>Da: andreavisconti
Messaggio 6 della discussione
Il segretario provinciale lascia l'incarico in polemica con la decisione: "Il rinnovamento non c'è stato", la replica: "Fatto il massimo possibile"

Napoli - Nessuna contrapposizione con il Pd, nessuna lacerazione, solo molto rumore dice lei. Dimissioni immediate da segretario provinciale del Pd, la replica di lui. Il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, presenta la sua nuova giunta a Palazzo San Giacomo, sconfessando della frattura che si è verificata ieri con il Pd. Ma l’onorevole Luigi Nicolais rassegna a stretto giro le dimissioni da segretario provinciale del partito inviando una lettera al segretario nazionale Walter Veltroni. Un gesto da mettere in relazione alla formazione della nuova giunta del Comune.
Iervolino tranquilla "C’è stato molto rumore attorno a questa giunta ma io posso affermare che non c’è stata alcuna lacerazione e alcuna contrapposizione con nessuno - spiega la Iervolino -. Il sindaco non ha alcuna intenzione di contrapporsi ad alcuno, il sindaco ha tenuto con correttezza, e la correttezza è dimostrata anche da alcune registrazioni se qualcuno volesse metterla in dubbio i rapporti con il suo e con gli altri partiti i rapporti con il suo partito e con gli altri partiti della coalizione, che ringrazio per lo stile costruttivo con cui hanno lavorato, e per aver messo davanti a tutto l’interesse della città". Il sindaco ha varato la sua giunta, assumendosene pienamente la responsabilità, per rispondere al dovere istituzionale di dare un governo alla città, anche di fronte agli ultimi dubbi sorti ieri all’interno del partito. Lo ha spiegato il primo cittadino presentando a Palazzo San Giacomo la sua nuova squadra di governo. "Ho aspettato con pazienza che si maturassero gli eventi, per due volte, venerdì sera e ieri mattina, sono arrivata a una linea di composizione perfettamente concordata anche con il mio partito. Quando sono cominciati a sorgere ancora una volta dubbi - ha aggiunto - io ho avuto il dovere istituzionale, (come sindaco ricordatevi che io ho giurato sulla costituzione per l’undicesima volta, avendolo già fatto dieci volte da ministro), io ho avuto il dovere di dare un governo alla città e di darlo assumendone pienamente la responsabilità". Nella nuova squadra di governo sono stati confermati dieci assessori già in carica, sei i nuovi ingressi.
Nicolais se ne va È mancata una "svolta coraggiosa che consentisse di recuperare la fiducia dei cittadini". Così Nicolais, in un passaggio di una sua dichiarazione, spiega le sue dimissioni dall’incarico di segretario provinciale del Pd. "Ho comunicato al segretario nazionale Walter Veltroni e al segretario regionale Tino Iannuzzi le mie irrevocabili dimissioni da segretario del partito Democratico di Napoli" scrive Nicolais (l’ex ministro era stato eletto segretario del Pd provinciale di Napoli lo scorso 30 giugno). "La città di Napoli - afferma - in questi giorni ha attraversato una tra le più gravi crisi istituzionale degli ultimi anni. Il Pd napoletano, interpretando la crisi di fiducia manifestata dai cittadini verso il governo locale, ha adottato una linea politica tesa a sostenere un profondo rinnovamento dell’azione amministrativa della città e degli uomini che sono chiamati a rappresentarla. Purtroppo, non essendo riuscito a concretizzare il mandato ricevuto dal partito napoletano e a trasferire ai vertici del Pd nazionale la drammaticità del mome

-----------------------------------------------------------
Alitalia, Air France alza l'offerta Formigoni: "Scontro"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione


Air France è sarebbe pronta ad alzare da 250 a 300 milioni di euro l’offerta per la partecipazione del 25% nella nuova compagnia. Questa settimana Alitalia dovrà scegliere il proprio partner.

Roma - Air France-Klm sarebbe pronta ad alzare da 250 a 300 milioni di euro l’offerta per una partecipazione del 25% nella nuova Alitalia, che questa settimana dovrà scegliere il proprio partner internazionale. Lo si legge sul sito internet del quotidiano economico francese Les Echos, che però non cita fonti. In questo modo il vettore franco-olandese dovrebbe riuscire a prevalere sulla concorrente tedesca Lufthansa, ancora in gioco.
Alemanno: "Non staremo a guardare" "Ci preoccupa questo atteggiamento unilaterale che guarda ai soli interessi territoriali", dice in un’intervista al Messaggero Gianni Alemanno che annuncia: su Fiumicino "ci faremo sentire con forza". Alla chiamata alle armi sulla partita Alitalia in difesa di Malpensa si contrappone il fronte preoccupato delle ripercussioni sullo scalo romano del Leonardo da Vinci. "Mi sembra positivo - spiega il sindaco di Roma - che anche Letizia Moratti abbia cominciato a parlare di hub complementari per Malpensa e Fiumicino". Ma avverte: "se dovessimo verificare che il piano industriale va a peggiorare la situazione dell’aeroporto da Vinci, che gli atteggiamenti localistici hanno avuto effetto, saremmo pronti anche noi a mobilitarci". Alemanno dice di aver avuto colloqui con Sabelli e Colaninno, con i ministri Matteoli e Ronchi, ma precisa che ogni decisione seguirà la presentazione del piano industriale. Il sindaco capitolino critica la semplificazione "Air France uguale Roma, Lufthansa uguale Milano" e ribadisce che "la cordata italiana sia stata la soluzione migliore". Alemanno non nasconde le preoccupazioni soprattutto in vista dei nuovi progetti turistici per la Capitale, dal parco tematico al gran premio di Formula Uno.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Alitalia, aut aut della Lega in difesa di Malpensa
di Sabrina Cottone Bossi: "O Lufthansa come partner o la liberalizzazione immediata delle rotte, compresa la Milano-Roma". E per Sea "gli stessi ammortizzatori sociali della compagnia". Intesa con Formigoni e la Moratti

Milano - Continuano a chiamarlo partito del Nord, anche se gli iscritti fanno a gara per spiegare che il tifo per Lufthansa e la difesa di Malpensa non sono scelte regionali, ma prese di posizione nell’interesse del Paese. Il caso Alitalia sarà di attualità nell’incontro tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il leader della Lega, Umberto Bossi, in calendario per domani.
Il Senatùr ieri a Milano in via Bellerio ha riunito i suoi ministri e poi ha incontrato il sindaco, Letizia Moratti, e il presidente della Sea (la società di gestione degli scali milanesi), Giuseppe Bonomi, per valutare il da farsi. La linea arriva con un comunicato: «O Lufthansa o la liberalizzazione con effetto immediato dei diritti di traffico aereo, compresa la tratta Milano-Roma». Inoltre, la richiesta è di «ammortizzatori sociali» per i lavoratori coinvolti nell’abbandono di Malpensa, pari a quelli concessi ai dipendenti Alitalia.
Il Carroccio e buona parte di Forza Italia stanno con i tedeschi, perché l’offerta è economicamente vantaggiosa e tutela insieme gli interessi di Malpensa e di Fiumicino. Come ricorda l’europarlamentare e coordinatore lombardo di Forza Italia, Guido Podestà, «il presidente del Consiglio si è molto speso nel colloquio con il cancelliere tedesco, Angela Merkel, perché è convinto, come lo siamo tutti, che Lufthansa sia la scelta migliore per il sistema Paese, grazie alla sua strategia multihubbing». La compagnia tedesca, infatti, ha non uno solo, ma vari aeroporti di riferimento e potrebbe così valorizzare sia Malpensa che Fiumicino.
Inevitabile però, anche per i fan di Lufthansa, prepararsi allo scenario di alleanza con Air France, anche perché la compagnia francese ha presentato un rilancio. «La segreteria politica della Lega ha confermato la risoluta volontà di difesa e di sostegno dell’aeroporto di Malpensa quale hub internazionale» recita il comunicato del Carroccio. Ma non si tratta certo di un ultimatum, dal momento che contempla un secondo scenario: «In caso di decisioni industriali diverse da parte di Cai, il governo non potrà che liberalizzare i diritti di traffico aereo con effetto immediato, garantendo così l’effettiva concorrenza di tutte le tratte, ivi compresa quella Milano Roma».
L’ipotesi di liberalizzazione totale non può che irritare Cai e Air France, che invece puntano a operare in un regime di semimonopolio simile a quello che aveva Alitalia (un emendamento alla finanziaria che andava in questa direzione è stato addirittura bocciato in Parlamento). Ribadisce il ministro Roberto Calderoli dopo il vertice: «È chiaro che il governo rispetto a Cai può dare un indirizzo e non assumere decisioni. Le offerte sono libere e libere sono le scelte».
Ma il fronte dei cieli aperti anche sulle rotte intercontinentali è sempre più vasto e trasversale: va dal Pd (il segretario Maurizio Martina e il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati) a Forza Italia passando per gli industriali di Assolombarda, che definiscono la scelta di Air France «irrazionale e inaccettabile». Quasi sulle barricate il governatore della Lomb

-----------------------------------------------------------
Di Pietro, ecco la prova delle sue bugie

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione


Il leader Idv avrebbe trasferito Mautone nell’agosto 2007 perché "chiacchierato". Ma una registrazione ora dimostra che anche 5 mesi dopo i due erano insieme a Montenero. Tonino: "Mario? Ha tanta pazienza a stare appresso a me". All'evento partecipò anche il figlio Cristiano

Sentite come Di Pietro presenta l’uomo che dice di aver conosciuto appena e di non aver mai frequentato: «Guardo il provveditore Mautone, che è il mio direttore generale al ministero e che c’ha tanta pazienza, da venire appresso a me...» (risatine e applausi del pubblico). La scena si svolge a Montenero di Bisaccia, il paese dove il leader Idv è nato e dove suo figlio Cristiano fa il consigliere comunale (il file audio originale di quel passaggio si può sentire sul sito del Giornale). Ma è la data quella che conta di più. La conferenza pubblica nella sala consiliare del piccolo comune molisano si svolge il 29 dicembre del 2007, vale a dire nemmeno cinque mesi dopo il trasferimento di Mario Mautone dal Provveditorato della Campania al ministero delle Infrastrutture, spostamento deciso da Di Pietro perché informato da qualcuno sulle indagini a carico di Mautone e di suo figlio.
Di Pietro si trovava nel suo paese natale per presentare un intervento memorabile per Montenero di Bisaccia, il rifacimento di una torre del 1500 (da parecchi anni in pessimo stato) reso possibile grazie allo sblocco di 750mila euro caldeggiato proprio da Tonino. «Un finanziamento che Montenero aspettava da tempo – spiegò in Consiglio comunale un trionfante Di Pietro jr – e che si è realizzato grazie anche all’intervento del ministro Antonio Di Pietro, il quale ritiene la torre un simbolo per tutti i molisani». Insieme con il ministro e le autorità molisane (il presidente della Regione, quello della provincia e il sindaco di Montenero) in quell’occasione c’era anche il figlio Cristiano e, in prima fila, il dirigente del ministero ed ex provveditore Mario Mautone. Nel giro di pochi mesi, l’uomo che Tonino aveva spostato perché «chiacchierato» (così ha poi detto Di Pietro) si era miracolosamente redento. Quell’uomo «chiacchierato», con il quale a Di Pietro jr fu consigliato di troncare ogni rapporto, cinque mesi dopo, per Di Pietro senior, era tornato ad essere un professionista senza macchia. Dev’essere così se Di Pietro lo descrive affettuosamente agli astanti come «il mio direttore generale», uno che ha la pazienza di stargli sempre «appresso». E che stranamente viene presentato ancora come «provveditore», benché in quell’incarico gli fosse subentrata un’altra persona già da mesi. Anche Giuseppe D’Ascenzo, sindaco di Montenero - che ha recentemente espresso tutta la sua solidarietà a Di Pietro jr. - in apertura dei lavori saluta davanti a tutti il «provveditore Mautone», come fa Tonino.
Un calore incomprensibile da parte del leader Idv, se si confronta con le sue dichiarazioni successive. «Mautone non è il mio uomo di fiducia, non lo è mai stato» dice all’Ansa il 3 dicembre scorso. Pochi giorni dopo Mautone diventa quasi uno sconosciuto per Di Pietro: «Non so nulla più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale». In un altro comunicato poi Di Pietro parla vagamente di «un certo dottor Mario Mautone». Ma delle due l’una: se il leader Idv non sapeva nulla, perché ha trasferito in fretta e furia Mautone nell’estate del 2007? E se invece era a conoscenza di comportamenti scorretti, perché lo h

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Ora Di Pietro insulta il Giornale. Mautone nel mirino dei giudici
Le nuove indagini della procura di Napoli puntano sulle attività del provveditore Mautone, amico di Di Pietro (il maestro del "vabbuò"). L'attacco al Giornale arriva via web. A Napoli scoppia il partito dei livori

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Napoli - Un’altra inchiesta starebbe per tirare nuovamente in ballo Di Pietro junior e più esponenti dell’Idv. La Dda di Napoli, dopo aver concentrato le sue attenzioni sul «sistema-Romeo», avrebbe cominciato a muovere i primi passi di un filone parallelo. Quello iniziale, incentrato sul sotto-sistema illecito collegato alle attività particolari dell’ex Provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone. Sì, proprio lui, l’uomo che Antonio Di Pietro portò con sé al ministero delle Infrastrutture rimuovendolo dall’incarico napoletano non appena seppe (non si è ancora capito da chi) delle prime avvisaglie dell’inchiesta che coinvolgeva lo stesso Mautone e il figlio Cristiano, consigliere provinciale Idv a Campobasso, intercettato mentre a Mautone chiedeva «favori» per persone a lui vicine.
Nelle «nuove» indagini, ancora in fase embrionale, sarebbe dunque finita l’allegra gestione della cosa pubblica da parte di Mautone e il conseguente «sistema di potere illecito» di cui si trova iniziale cenno nel procedimento penale (numero 30624/06) avviato per «verificare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nei rilevanti e onerosi lavori pubblici in corso d’opera nel bacino idrografico del fiume Sarno, con particolare riferimento alla zona costiera». Tantissimi gli input investigativi e i personaggi sott’osservazione: funzionari pubblici, politici locali, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine (tra cui l’ex questore Oscar Fioriolli). Tra i nomi dell’indagine-bis spunta anche quello di Cristiano Di Pietro, figlio dell’ex pm di Mani Pulite, che al momento risulta non ancora indagato secondo quanto ha riferito ieri il quotidiano Il Mattino (non smentito dalla Procura).
L’inchiesta-bis sul «sistema» del Provveditore avrebbe origini lontane, e se ne trova una timida traccia nell’informativa 15 febbraio 2008 laddove si fa anche cenno a una precedente indagine sul rifacimento del Sarno, riguardante il versante Nolano-San Giuseppe. «È d’uopo rappresentare - sottolinea la Dia - che il ruolo ambiguo del Provveditore (Mautone, ndr) era già emerso in pregresse attività di indagini condotte da questo Centro Operativo nell’ambito del procedimento 14451/03 (...) in relazione ad infiltrazioni della criminalità organizzata nella S.O.A. nazionale Costruttori spa». L’indagine sul «sistema-Mautone» è dunque figlia di più indagini, in parte confluite in quella sul «sistema-Romeo». Scrive la Dia: «Dalle conversazioni registrate sul numero di Mautone è emerso da subito, in modo inequivocabile, un quadro generale nel quale il Provveditore risulta essere al centro di un sistema di potere molto forte e costituisce il volano di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici,

-----------------------------------------------------------
Israele assedia la roccaforte di Gaza Hamas: "Pronti centinaia di kamikaze"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Il cielo di Gaza è denso di fumo. I carri armati israeliani sono entrati a Khan Younis, roccaforte del movimento islamico. Le due guerre di Gerusalemme. La prima sconfitta è la diplomazia dell'Europa. La minaccia di Hamas: "Useremo i kamikaze contro i carri israeliani". Sarkozy in Siria: "Immediato stop alle armi". Oggi si riunisce il Consiglio di sicurezza dell'Onu: ma l'accordo su una risoluzione comune è lontano

Gaza - E' battaglia casa per casa. Dal cielo, da terra e dal mare le forze armate israeliane continuano a martellare le roccaforti di Hamas. Prima dell'alba i carri armati con la stella di Davide sono entrati prima dell’alba a Khan Younes, la più grande città del sud della Striscia di Gaza. L'incursione nel quartiere di Abassa (area est di Khan Younes) è la prima delle forze israeliane nel feudo di Hamas dall’inizio dell’offensiva di terra, sabato sera. Appoggiati da elicotteri da combattimento i carri di Israele sparano contro gruppi armati di Hamas e di altri movimenti islamici che rispondono al fuoco. Intanto prosegue la fitta ragnatela diplomatica tessuta dall'Unione europea. Il presidente francese Nicolas Sarkozy prosegue il suo tour in Medio Oriente: "Lavoriamo per la pace con Siria e Turchia. Le armi devono tacere subito". E il Consiglio di Sicurezza dell'Onu torna a riunirsi.
Sarkozy in Siria: stop alle armi Appena arrivato a Damasco, accompagnato dall’alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Javier Solana, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha incontrato il suo omologo siriano Bashar el Assad. La tournée in Medio Oriente di Sarkozy, volta ad ottenere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, è iniziata ieri da Egitto, Israele e Cisgiordania e si concluderà domani con una tappa in Libano. Poco prima di arrivare in Siria, a Gerusalemme Sarkozy aveva incontrato il leader del Likud, Benjamin Netanyahu. "Le violenze devono cessare subito", ha ribadito più volte il presidente francese agli israeliani. Sarkozy, che ha detto di lavorare a "un’iniziativa comune" con l’Egitto, ha chiesto "una tregua umanitaria provvisoria" nella Striscia di Gaza ma denunciando anche il comportamento "imperdonabile" di Hamas.
Assad: fermare carneficina "Se non facciamo ora e subito un summit arabo, allora quando mai lo faremo?". Così il presidente siriano Bashar Assad ha risposto alla domanda dei giornalisti sulla posizione di Damasco sull’opportunità della convocazione di un vertice dei capi di stato arabi per fare fronte alla situazione di Gaza chiesta nei giorni scorsi dall’Emiri del Qatar. Assad,, che parlava durante la conferenza stampa tenuta con il suo omologo francese Nicolas Sarkozy, ha aggiunto che "quello che sta succedendo a Gaza è una carneficina in corso e dobbiamo darci da fare per fermarla", spiegando che "l’emergenza umanitaria è stata al centro del mio colloquio" con Sarkozy.
Hamas: kamikaze contro soldati israeliani "All’alba di oggi un nostro kamikaze si è fatto saltare in aria nel nord della striscia di Gaza per fermare un carro armato israeliano, e ce ne sono diverse centinaia che attendono di fare lo stesso": è quanto annunci

-----------------------------------------------------------
L'Ucraina accusa: "Blocco del gas all'Europa"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Ue: anche l'Italia colpita dai tagli alle forniture

Gazprom nella notte ha interrotto le forniture all'Europa meridionale e occidentale come misura di ritorsione verso l'Ucraina. A secco Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Macedonia, Austria, Grecia e Turchia. Gazprom ha assicurato all'Italia meno del 20% della quantità prevista per oggi

Mosca - Come da ordini dello zar Putin. Il gigante russo Gazprom ha "drasticamente" ridotto a circa un terzo il transito attraverso l’Ucraina di gas destinato ai Paesi dell’Europa occidentale, fatto che creerà problemi all’approvvigionamento europeo "da qui a qualche ora". Lo afferma un responsabile della società ucraina Naftogaz. I russi "hanno ridotto le forniture (di gas) a 92 milioni di metri cubi al giorno dai 221 milioni di metri cubi promessi, senza alcuna spiegazione. Noi non comprendiamo come faremo per far proseguire il gas verso l’Europa" ha dichiarato Valentin Zemlianski, portavoce dell’ucraina Naftogaz. "Ciò significa - ha aggiunto - che da qui a qualche ora cominceranno problemi di approvvigionamento in Europa". E a metà mattinata ecco la conferma. Naftogaz Ukraini, la compagnia energetica di Kiev, ha ammesso il blocco totale del transito di metano russo verso l’Europa. L’annuncio è stato dato dal numero uno della compagnia, Oleg Dubina.
La reazione dell'Ue La riduzione di gas russo ai Paesi membri dell’Unione europea è "completamente inaccettabile" e le forniture devono riprendere "immediatamente". Lo affermano la presidenza ceca di turno della Ue e la Commissione europea in un comunicato congiunto. "Senza nessun preavviso e in chiara contraddizione con le assicurazioni date dalle più alte autorità russe e ucraine all’Unione europea, le forniture di gas ad alcuni Stati membri sono state sostanzialmente tagliate" affermano la presidenza ceca e la Commissione. "Chiediamo che i rifornimenti di gas alla Ue vengano immediatamente ripresi e che le due parti riprendano i negoziati con l’intento di raggiungere una soluzione definitiva alla loro disputa bilaterale commerciale" aggiunge la nota. L’Unione europea annuncia inoltre l’intenzione di intensificare il dialogo con entrambe le parti per poter raggiungere al più presto un accordo.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

La replica di Mosca Nuove accuse a Kiev da parte di Gazprom: il numero due del gruppo russo Aleksandr Medvedev ha detto che l’Ucraina ha chiuso tre dei quattro gasdotti utilizzati per il transito del metano russo verso l’Europa. "Non vogliamo disegnare scenari da incubo, ma la situazione è molto grave" ha detto il vice presidente di Gazprom. E alla domanda di un giornalista "Cosa succederà in caso di mancato risarcimento del debito ucraino?", Medvedev, ha risposto: "Se non paghi per il tuo cellulare, che cosa succede?". I tre gasdotti bloccati dagli ucraini sono l’Urengoi-Pomari-Uzhgorod, il Progress e il Soyuz, ha precisato Medvedev. "Il risultato è che da stamattina i volumi di gas consegnati ai nostri partner dell’Unione europea sono stati divisi per sette". Il calcolo corrisponde a quanto dichiarato da parte ucraina, dove però le accuse hanno senso opposto. Secondo Kiev, infatti, è la Russia che ha interrotto i flussi verso Ovest.
I Paesi colpiti dai tagli Nella guerra del gas tra Russia e Ucraina l’Italia è tra i paesi a rischio insieme ad Austria, Ungheria e Slovenia. Secondo un portavoce della Commissione Europea, infatti, questi quattro paesi "potrebbero essere colpiti" dalla riduzione delle forniture di gas dalla Russia. A subire le conseguenze della crisi, secondo la stessa fonte, sono state già Romania, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Turchia e Slovacchia. Il flusso di gas russo verso Bulgaria, Grecia, Turchia e Macedonia è stato interrotto durante la scorsa notte: "Alle 3,30 (le 2,30 italiane) le forniture alla Bulgaria oltre che il transito verso la Turchia, la Grecia e la Macedonia sono stati sospese", ha detto il ministero bulgaro aggiungendo che il Paese si trova "in una situazione critica". Anche l'Austria avverte di aver visto ridotte al 10% le sue forniture di gas e l’Omv ha fatto sapere che dovrà ricorrere alle riserve. Stessa condizione per Ungheria, Croazia e Repubblica Ceca. Anche la Germania ha registrato un calo della pressione di metano in uno dei gasdotti che trasportano il gas russo attraverso l’Ucraina.
Il calo in Italia Questa notte c'è stato un blocco totale delle forniture di gas russo anche verso l’Italia. Oggi, invece, è prevista una fornitura pari al 20% della quantità richiesta. Gazprom, secondo quanto si apprende, avrebbe infatti assicurato solo 7 milioni di metri cubi, ovvero meno del 20% della quantità prevista per oggi che, essendo una giornata festiva, ammontava a 45 milioni di metri cubi. In genere, in questo periodo, la media giornaliera che l’Italia importa dalla Russia è pari a 60 milioni di metri cubi. La fornitura russa rappresenta circa un quinto del fabbisogno, pari a 300 milioni di metri cubi.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Vertice Eni È in corso a Milano una riunione dei vertici dell’Eni per valutare la situazione della fornitura del gas dalla Russia alla luce delle interruzioni verso l’Europa decise oggi da Gazprom. Secondo indiscrezioni alla riunione sono presenti, oltre all’ad del gruppo, Paolo Scaroni, il direttore generale della divisione Gas and Power, Domenico Dispenza, l’ad di Snam rete Gas, Carlo Malacarne, e quello della Stogit (la società che gestisce gli stoccaggi di gas), Enrico Cingolani.
Scajola tranquillo La situazione non "presenta particolari preoccupazioni grazie agli altissimi livelli di stoccaggio e consumi relativamente bassi che possono assicurare riserve per alcune settimane". È quanto fa sapere il ministero per lo Sviluppo economico spiegando che il ministro, Claudio Scajola, ha attivato il decreto che prevede il potenziamento delle importazioni di gas da paesi diversi dalla Russia e "la convocazione del comitato di emergenza e il monitoraggio del sistema del gas" per affrontare il taglio delle forniture deciso da Gazprom nell’ambito delle tensioni con l’Ucraina. Il ministro fa sapere di aver firmato il decreto che "assicura la massimizzazione degli approvvigionamenti dagli altri Paesi nostri fornitori, come Libia, Algeria, Norvegia, Gran Bretagna e Olanda", e di aver "predisposto la convocazione del comitato per l’emergenza e il monitoraggio del sistema del gas, formato dai rappresentanti del Ministero dello Sviluppo economico, dell’Autorità per l’Energia, di Snam, gestore del dispacciamento, di Stogip ed Edison, titolari degli stoccaggi, di Terna, per la rete elettrica, e delle società di shippers".
Le cifre Il colosso del metano russo Gazprom ha affermato di aver pompato oggi 65,3 milioni di metri cubi di gas in meno nei gasdotti ucraini perché ha intimato a Kiev di restituire attraverso i suoi stoccaggi, con tempo fino alle 10 ora di Mosca (le 8 italiane), il metano sottratto in questi giorni (per necessità tecniche, sostiene la parte ucraina) ai flussi diretti agli altri Paesi europei. "Gazprom chiede con urgenza all’Ucraina di compensare una quantità di gas equivalente (ai 65,3 milioni di metri cubi) immettendola verso il confine occidentale entro le 10 del 6 gennaio 2009. Un telegramma in quel senso è stato inviato a Naftogaz Ukraini", l’azienda ucraina del gas. La decisione di riappropriarsi del metano involatosi nei tubi ucraini è stata annunciata ieri dal numero uno del colosso russo, Aleksei Miller, al premier Vladimir Putin, che ha approvato l’idea.


-----------------------------------------------------------
D’Alema gela Bassolino: "Ora deve andarsene"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Pugnalata finale: "Gli voglio bene, ma serve rinnovamento".

Roma - Parla a lungo della crisi di Gaza, sottolineando «la preponderante responsabilità di Hamas» ma puntando soprattutto l’accento sulla «reazione sproporzionata» di Israele, con il conseguente «rischio che tra i palestinesi prenda piede qualcosa di molto peggio di Hamas, cioè Al Qaida». Fosse per lui, Massimo D’Alema si limiterebbe alla politica estera, perché la distanza con il suo successore alla Farnesina, Franco Frattini, è siderale e la questione mediorientale è da tempo uno dei suoi pallini. Dopo un’ora e passa di Matrix, però, non può sottrarsi alle vicende italiane del Pd e D’Alema come al solito non delude gli estimatori.
Le sue critiche al «progetto del Partito democratico» sono note da tempo e l’ex premier si cura solo di non affondare troppo i colpi, senza però rinunciare all’immancabile sarcasmo. Tanto che alla fine Enrico Mentana non rinuncerà a ironizzare sulla sua «maniera un po’ civettuola» di ripetere che di incarichi di partito ormai non ne ha più. Concetto che D’Alema tiene a ribadire in almeno tre occasioni. «Io - spiega - ho fatto un passo indietro e chiesto di non far parte di nessuno degli organismi di partito». Insomma, «non sono uno dei massimi esponenti del centrosinistra» perché «non faccio parte né della direzione né del governo ombra». Certo, «non sono disoccupato» perché «sto facendo moltissimo con la fondazione Italianieuropei». E via a elencare i tanti convegni organizzati in questi ultimi mesi.
Formalizzata e ribadita la sua presa di distanza dal partito - «non mi presento alle riunioni a cui non sono invitato», dice - D’Alema non perde però l’occasione per una neanche troppo velata critica. «Quello del Pd - spiega - è un progetto che fatica a prendere quota, un percorso faticoso su cui dobbiamo impegnarci di più». «C’è un problema di alleanze?», chiede Mentana mentre sugli schermi al plasma dello studio troneggia l’immagine di Di Pietro. La risposta l’ex premier la dà tra le righe. Perché prima sembra elogiare «un uomo che gode della fiducia di milioni di italiani» per poi definire la sua politica un «populismo di minoranza». «Il Paese - dice - è stretto tra il populismo di maggioranza che fa capo a Berlusconi e quello di minoranza rappresentato da Di Pietro». D’altra parte, lascia intendere D’Alema, le alleanze non sono eterne e in futuro chissà come finirà («il nostro interlocutore non può essere solo Di Pietro»). Il pensiero va all’Udc di Pierferdinando Casini e pur non sbilanciandosi l’ex titolare della Farnesina lancia un messaggio lapidario quanto eloquente: «Con l’Udc in Parlamento ci troviamo d’accordo il 90% delle volte».
Si passa al capitolo inchieste giudiziarie e questione morale. Sui maxischermi scorre il servizio su Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Cristiano Di Pietro. D’Alema è impassibile. «Non voglio chiederle di fare il pm aggiunto...», prova a far breccia Mentana. «E neanche l’avvocato difensore», replica l’ex premier chiudendo la querelle giudiziaria. Sul caso Napoli, invece, non si tira indietro: «Ad Antonio Bassolino voglio bene, ha fatto molto in questi 15 anni. Ma a Napoli e alla Campania ora serve un profondo rinnovamento perché c’è una classe dirigente che ha esaurito la sua spinta propulsiva».
Un ragionamento che vale anche a livello nazionale, tanto che D’Alema torna a ripetere che la politica ha bisogno di «un forte rinnovamento g

-----------------------------------------------------------
Rignano, indagini chiuse: rinvio a giudizio per 4

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Chiusa l’inchiesta sui presunti abusi sessuali subiti dai bimbi di Rignano Flaminio. Dopo più di due anni di accertamenti inviati gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari. A rischiare il processo sarebbero però solo 4 indagati: per gli altri tre il pm sarebbe pronto a chiedere l’archiviazione

Roma - Chiusa l’inchiesta sui presunti abusi sessuali subiti dai bimbi di Rignano Flaminio. Dopo più di due anni di accertamenti, come rivelano oggi alcuni quotidiani, la Procura di Tivoli infatti ha inviato gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, atto che in genere prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. A rischiare il processo sarebbero però solo quattro indagati: per gli altri tre il pm Marco Mansi sarebbe pronto a chiedere l’archiviazione.
L'inchiesta sulla scuola materna L’inchiesta sulla materna Olga Rovere, ricostruisce il Corriere della Sera, inizia nel 2006, con una una mamma che nota "strani" comportamenti nella figlia, la filma, si confida con altri genitori. Panico nella famiglie, altri video, denunce, indagini. Fino al 24 aprile dell’anno successivo, quando i carabinieri arrestano le maestre Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci, la bidella Cristina Lunerti, l’autore televisivo Gianfranco Scancarello (marito della Del Meglio) e il benzinaio cingalese Kelum De Silva. Un’altra insegnante, Assunta Pisani, è solo indagata.
Indizi insufficienti e contraddittori Le manette fanno rumore, ma il caso esplode davvero quando, dopo un paio di settimane, gli arrestati riguadagnano la libertà: il 10 maggio 2007 il tribunale del riesame annulla gli ordini di custodia cautelare con un provvedimento che demolisce le ipotesi dell’accusa: "indizi insufficienti e anche contraddittori", scrivono i magistrati. Un giudizio duro, poi confermato in Cassazione. E la Suprema Corte aggiunge che i bimbi potrebbero essere stati manipolati dagli adulti. "Interrogati con domande inducenti" osservano gli ermellini, i piccoli "tendono a conformarsi alle aspettative dell’interlocutore".

-----------------------------------------------------------
Mastella: "Il Pd si divida, meglio Ds e Margherita"

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

L'ex Guardasigilli: "Io almeno mi sono dimesso subito. Santoro indaghi sui veri 'figli di'. Perché lui e Travaglio non fanno una trasmissione sugli altri familismi? Insopportabile la doppiezza morale"

Che fa Clemente Mastella in questi giorni che gli rendono giustizia, quella morale almeno?
«Sto come il cinese», risponde, quello seduto sulla riva del fiume che non ha visto passare ancora tutti i cadaveri, politicamente s’intende, di quanti lo avevano criminalizzato distruggendo il suo partito. Ma è così magnanimo, da permettersi anche un consiglio al Pd: si dividano, tornino a fare i Ds e la Margherita, se non sono in grado di comportarsi come «un grande partito».
Soddisfatto? Adesso è comprovato che la pecora nera non era affatto lei, e i lupi più famelici erano certi suoi ex alleati...
«Noto che appena sono stato tagliato fuori dai binari della vita politica attiva, di Casta non si parla più, la parola “sicurezza” che veniva pronunciata 750 volte a settimana sui giornali ora è scesa a 50 pur se i margini della sicurezza in Italia sono gli stessi di ieri, comunque ben distanti dagli 800 morti l’anno della sola Chicago, la città del Presidente americano. Sembrava che tutto fosse riconducibile in negativo all’attaccapanni della mia persona».
Ma eliminato Mastella, invece del paradiso si scopre che i diavoli erano altri e ben più numerosi.
«Ora la gente scopre e inizia a rendersi conto che nei miei riguardi è stata fatta una scientifica opera di distruzione morale con l’affondo sul piano giudiziario. Oggi vedo che se figli di altri fanno raccomandazioni non ci sono colpe, solo “leggerezze”, mentre io sono finito davanti ai magistrati per aver portato mio figlio sull’aereo di Stato, pur avendo chiesto il permesso. Non c’era alcun rilievo sul piano penale, ma son finito davanti ai magistrati, mentre aspetto ancora di sapere se sono state avviate procedure nei confronti di chi, all’interno di un aeroporto militare, ha scattato foto senza i regolamentari permessi».
«Dimenticando» tra l’altro, di fotografare anche il figlio di Lusetti e la moglie di Rutelli.
«Questo, non mi interessa. Però eravamo in un aeroporto militare».
Vuol dire che c’è stato un complotto contro di lei?
«Un complotto mediatico e giudiziario, scientifico e determinato alla distruzione mia e dell’Udeur».
Perché?
«Perché si voleva ristrutturare il sistema, si voleva determinare una condizione politica diversa da quella esistente, in cui si giudicava peccaminoso che un piccolo partito potesse condizionare».

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Non lo sapeva che a voler fare il Ghino di Tacco te la fanno pagare?
«Io non l’ho scelto, mi ci sono trovato».
Tornando al complotto contro Mastella, nella cabina di regia c’era il Pd? Veltroni e Di Pietro?
«Questo, io non lo posso dire. Ma certamente c’è stata una regìa politica, e arriverà il momento che dirò pubblicamente quello che penso e che per ora tengo per me».
Che cosa la colpisce maggiormente, in questi giorni?
«C’è un aspetto che mi lascia stupefatto: dopo aver lasciato agli avvoltoi mediatici persone come Del Turco, il sindaco di Pescara, oggi si dice che le Procure hanno sbagliato o quanto meno esagerato. Però non viene mai citata quella di Santa Maria Capua Vetere, come se là tutto fosse stato regolare, anche gli arresti. Io almeno mi sono dimesso. Credo di essere uno dei pochi, assieme a Cossiga e qualche altro forse, che nei momenti drammatici della propria esistenza umana e politica si sono dimessi. È un istituto questo, non molto considerato dalla classe politica».
Di che si lamenta?
«Di una cosa, in particolare: se io ero una persona per bene, come lo sono, andavo difeso; se non lo ero, il Pd doveva assumere comportamenti più limpidi. È questa doppiezza che trovo intollerabile: se oggi il sindaco di Napoli deve dimettersi, la stessa cosa dovevano chiederla a me. Se io ero il Provenzano della vita politica nazionale, dovevano chiedere lo scioglimento del Parlamento come ora chiedono quello del consiglio comunale di Napoli. O mi difendevano, o se ero il capo di una banda di affamati e delinquenti, la cosca mastelliana, dovevano chiedere scusa ai cittadini italiani per aver accettato i miei voti determinanti ma inquinati e imporre immediatamente le elezioni anticipate, che loro chiedono per Napoli e per la Regione. E invece ancora insistono e rimproverano “ah, Mastella ha fatto cadere Prodi”. Ma io, sono stato fatto cadere, e di proposito».
La cosa più bizzarra?
«Mi sembra singolare come tutto il moralismo peloso innalzato contro di me sia improvvisamente scomparso. Immagini che cosa sarebbe successo se quelle telefonate le avesse fatte uno dei miei figli: se mio figlio avesse fatto raccomandazioni dal telefono del ministero mio, era incriminato per peculato o no? Il mio era un partito familista, e questo del figlio, del cognato che cos’è? Perché Santoro e Travaglio non fanno una trasmissione su altri familismi che ora emergono, come hanno fatto con me? È questa doppiezza morale, questa arroganza culturale, che trovo insopportabili. Ma hanno idea di quanto hanno fatto soffrire ingiustamente i miei figli? Io sono un perdonista nato e non vorrei mai che i figli degli altri soffrissero alcunché. So che i figli dei vip pagano sempre un prezzo, ma quello imposto ai miei è stato disumano».

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Non la gratifica, che anche il Pd scopra sulle sue carni la questione giustizia?
«Non si può scoprire il cancro solo quando colpisce te. Il cancro bisogna prevenirlo».
La questione morale non fa sconti?
«C’è sempre e riguarda tutti. Anche in politica devi sapere distinguere tra il bene e il male».
Come vede il futuro del Pd?
«Il Pd non è diventato partito, non riesce ad esserlo, e tanto varrebbe un ritorno all’indietro, che postcomunisti e postdemocristiani si separino, tornando ad essere alleati ma autonomi, come propone lo stesso presidente della provincia di Trento».
È stata deleteria per loro l'alleanza con Di Pietro?
«Anche a sentire i militanti e autorevoli esponenti del Pd, certamente sì. Trovarsi costretti a fare scelte che sono l’esatto contrario di quanto spetta a una grande forza politica, soprattutto quando è all’opposizione, porta all’autodistruzione. Non si può vivere nell’idea di una guerra permanente, con nemici da abbattere a qualsiasi costo, nemmeno il Pci si comportava in questo modo nei confronti della Dc, anzi: e quello è stato un grande periodo storico. Veltroni che fa riferimento alla cultura americana dovrebbe sapere quali sono i rapporti tra opposizione e maggioranza negli Stati Uniti».
Dunque, meglio per tutti tornare a Ds e Margherita?
«Se non riescono rapidamente a diventare un vero partito, certamente. Veda quel che succede a Napoli. Non do giudizi su quel che fa la Iervolino, non mi interessa, noi a Napoli non siamo voluti entrare in giunta. Ma se io sono stato accusato di concussione perché minacciavo di far saltare tutto, le dimissioni del segretario campano dei Ds perché la Iervolino non obbedisce, che cosa sono, concussione morale? L’Udeur in Campania si sta ricostruendo, e forse siamo ancora determinanti per la Regione e le province. Ma a Napoli ora ci sono due Pd, e io alleato con quale dei due mi devo accordare? Meglio forse che tornino all’alleanza tra Ds e Margherita».
Gianni Pennacchi

-----------------------------------------------------------
Benedetto gelo, così riscopriamo che d’inverno fa freddo

>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Il mio amore per i giornali, una sorta di imprinting, penso sia dovuto al fatto che per anni li ho tenuti sul cuore, nel senso che mi foderavo il petto col Corriere della Sera - il migliore, se non altro per numero di pagine - prima di chiudere il giaccone e avviare la Lambretta. Ieri mattina all’alba, appena salito in auto, un istinto primordiale mi ha dettato un Sms che ho inviato a mio figlio tredicenne: «Oggi meno 6 gradi! Non devi uscire con quel giubbetto. O ti metti il piumino o stai in casa». In altri tempi sarebbe stato impensabile che mio padre, allo scopo di difendermi dal freddo, mi ingiungesse di rinunciare al mio capo d’abbigliamento preferito. Per vari motivi: innanzitutto non disponeva di un telefono, né portatile né fisso; in famiglia ciascuno aveva un solo cappotto, e bello pesante, da passare eventualmente al fratello più piccolo; la moda griffata non esisteva; e soprattutto anche il più sprovveduto fra gli sprovveduti era consapevole che i rigori del clima avevano la precedenza sulle frivolezze estetiche.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Gennaio, che permette dunque ai nostri figli di scoprire ciò che fu chiaro naturaliter ai loro nonni e bisnonni: d’inverno fa freddo, talvolta molto freddo. Ce n’eravamo quasi dimenticati anche noi padri, pur appartenendo all’ultima generazione che ha usato lo scaldino con le braci, un’arca rovente da infilare sotto le coltri per sgelarle. Che festa quel rito serale prima d’andare a letto.
Boom o non boom, allora, a cavallo fra gli Anni ’50 e ’60, per la maggioranza degli italiani il freddo era ancora una cosa seria, da uomini. Provate voi, cari ragazzi del terzo millennio, ad affrontare imbacuccati il gabinetto collocato all’esterno, sul poggiolo, e a poggiare le natiche sulla ciambella ghiacciata del water, com’è capitato a me per tutta l’infanzia. E avete mai sentito parlare di geloni, quelle tumefazioni violacee, lucenti, pruriginose, che comparivano sulle dita delle mani e dei piedi, sulla punta del naso, sulle orecchie e tendevano a ulcerarsi, fino a trasformarsi in necrosi cutanea? Graziaddio queste mi sono state risparmiate, e con esse ho evitato anche la cura, di certo peggiore del male, che secondo la medicina popolare era in grado di sconfiggerle: una pisciatina calda sulla parte dolente.
Però subivo l’immancabile precettazione della domenica sera: il povero don Luciano non aveva trovato uno straccio di chierichetto che per la settimana entrante gli servisse messa alle 6. Ricordo la camminata nella neve fresca fino alla chiesa; ricordo il gelo mitigato solo dalle candele, l’odore della cera fusa nel quale ristagnavano ancora gli effluvi dolciastri d’incenso del Tantum ergo domenicale. Era un gelo molto simile, credo, a quello che stordisce gli alpinisti dispersi sulle vette e che precede il passaggio indolore dal sonno alla morte. E infatti una mattina, al termine della messa da obito con tanto di catafalco ma senza il defunto, fracassai la lunga croce astile nera contro il muro del corridoio a gomito che portava in sagrestia: un difetto d’attenzione provocato dallo stato di trance polare in cui ero piombato.


>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Non posso lamentarmi. In casa avevamo solo una stufa Fargas, piazzata strategicamente in corridoio, e i miei due fratelli maggiori erano costretti a studiare in una stanzetta dove, su un fornello, tenevano capovolti tre vasi di terracotta. Indossavano cappotto, berretto e guanti. A me è andata meglio: dalla terza media ero già in un appartamento provvisto di termosifoni.
Al freddo ci si preparava per tempo. Durante la villeggiatura estiva dai nonni - appena 8 chilometri da casa, ma non ho mai più avuto vacanze così belle, nemmeno a 8.000 miglia di distanza - il mio compito era trasferirmi una mattina sì e una no sul poggiolo della zia Valentina alle Case Nuove, nuove in quanto popolari, e mettere in ammollo nel mastello centinaia di copie della Gazzetta dello Sport, il quotidiano preferito dello zio Arturo, da trasformare in palle di carta pressata che sarebbero state bruciate l’inverno seguente nella stufa Bechi.
Mi accorgo solo adesso di parlare come un nonno, e a 52 anni stona. Ma quando i nostri ragazzi avranno la nostra stessa età, che cosa racconteranno ai loro figli? Che il cellulare non prendeva perché i ripetitori avevano ceduto sotto il peso della neve? Capirai che poesia. Nel freezer dei ricordi è custodita la forza di una nazione che ha battuto i denti ma ha saputo anche stringerli. Benedetto il freddo se ci permette di riaprire questo scrigno di ghiaccio.
È destino che ogni generazione denigri se stessa e rimpianga quelle passate, per poi essere rivalutata dalle successive, mi diceva Cesare Marchi. I pochi soldati dell’Armir tornati dalla Russia avevano le scarpe di cartone: benché catafratti, noi ci buschiamo il raffreddore solo a portare le immondizie fino al cassonetto. Appena tredicenne, d’inverno mia madre veniva mandata a fare il bucato al lavatoio del paese quando non erano ancora le 4 del mattino: la proprietaria dell’abitazione e della vita dei miei nonni voleva essere sicura che nessuno avesse risciacquato i panni in quell’acqua. «Rompevo il ghiaccio con lo zoccolo», rammenta la mamma. È sopravvissuta, non so come, e oggi si tiene stretti i suoi 87 anni non meno della sua artrite reumatoide che le ha tramutato le dita delle mani in rami d’albero stortignaccoli.
Non sopportiamo più né il freddo freddo né il caldo caldo. Il benessere ci ha resi tiepidi. È una forma di relativismo termico dalla quale faremmo bene a guardarci, se non altro per via dell’oscura sentenza contenuta nell’Apocalisse di Giovanni: «Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca».


>>Da: andreavisconti
Messaggio 3 della discussione

Dovremmo reimparare ad affrontare le stagioni e i loro estremi. Faceva così Mario Rigoni Stern, il sergente nella neve, che fino all’ultimo dei suoi inverni sull’altopiano di Asiago s’è sempre organizzato per durare sino alla primavera in una splendida autarchia. Fanno così il mio amico Renato Magnoni e i padri Bernard, Frédéric, Yvan e Hilaire al Colle Gran San Bernardo, nel cuore delle Alpi, sepolti vivi da ottobre a maggio sotto 18 metri di coltre bianca, e se qualcuno muore lo seppelliscono nella cripta, senza lapide, però con il De profundis e i canti gregoriani.
Nel mio piccolo ho fatto in tempo, da caporedattore di un quotidiano locale, a rimproverare un cronista che mi andava alle conferenze stampa - in municipio, in prefettura, in questura, dai carabinieri - bardato con una giacca a vento rossa e un berretto di lana provvisto di paraorecchie. Ero più imbarazzato io di lui il giorno in cui lo convocai in una saletta dell’archivio per fargli capire che quel look alpestre mal si conciliava con gli obblighi di rappresentanza. Sbagliavo, e infatti oggi è capocronista.
Per affrontare l’emergenza, domenica in casa mia è bastato poco: un pullover in più e qualche ciocco nel camino. Mia moglie s’è accorta che erano i ceppi del calicanto tagliato da suo padre nel nostro giardino prima d’andarsene per sempre. Nella fiamma profumata, ci è sembrato per un attimo di risentirli vivi, l’uomo e la pianta.
Siamo fortunati, e non lo sappiamo. In fin dei conti il Re del Cielo cantato da Alfonso Maria de’ Liguori, di cui tanto si parla in questi giorni, da duemila anni viene in una grotta al freddo e al gelo, è sempre qui a tremar, continuano a mancargli panni e fuoco. Di che ci lamentiamo?
Torna in mente il Racconto di Natale di Dino Buzzati, con don Valentino, segretario dell’arcivescovo, che respinge un povero sull’uscio del duomo e subito vede scomparire Dio dalle navate. Sarà costretto ad andarlo a cercare, il suo Dio, nel buio della notte santa, con i piedi gelati, affondando nella neve fino al ginocchio. Lo ritroverà in una chiesa di campagna, nelle sembianze del suo vescovo, che sussurrerà al pretino irto di ghiaccioli: «Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?».
Dev’esserci un motivo se Dio viene con il freddo.
Stefano Lorenzetto

-----------------------------------------------------------
Matthias Pfaender: MOSCHEA A CIELO APERTO

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Nessuna volontà di provocare, semplicemente una situazione dettata dall’orario, dal correre dell’orologio. Secondo il responsabile del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, il migliaio di islamici che sabato scorso hanno pregato rivolti alla Mecca in piazza del Duomo lo hanno fatto perché «era semplicemente giunta l’ora della preghiera, e ormai si trovavano lì. Fossero stati in un’altra piazza, l’avrebbero fatta dove si trovavano». Dunque, a un certo punto, dopo aver forzato i cordoni delle forze dell’ordine in piazza San Babila (termine ultimo del corteo pro-Palestina autorizzato) una massa incredibile di persone si sarebbe accorta con sgomento, una volta raggiunta la piazza principale della città, che era già l’ora della preghiera del pomeriggio. Riesce a non scoppiare a ridere perorando questa tesi anche il portavoce dell’Ucoii, Ezzedine Elzir: «La manifestazione si è conclusa proprio nel momento della preghiera. Assolutamente - dice - non c’era alcuna intenzione di offendere nessuno, né mancanza di rispetto verso i nostri fratelli cristiani».
Chi però, in quanto successo sabato scorso, di rispetto non ne vede affatto è l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini: «C’è stata da parte dei musulmani in preghiera di fronte alla cattedrale quantomeno una mancanza di sensibilità».
Non di sensibilità, ma di rispetto della legge parla invece il parlamentare di An e vicesindaco di Milano con delega alla Sicurezza, Riccardo De Corato: «Il ministero degli Interni può, se vuole, denunciare gli organizzatori del corteo pro-Hamas di sabato scorso, per manifestazione non autorizzata, adunata sediziosa, e per pratica religiosa al di fuori del luogo di culto. I manifestanti - ha sottolineato - avevano infatti l’autorizzazione della Questura a sfilare fino piazza San Babila. Gli arabi poi hanno pregato sul sagrato senza aver dato alcun preavviso alla Questura, come prevede la legge. Infatti l’art 25 del codice penale dice che “chi promuove o dirige funzioni, cerimonie o pratiche religiose fuori dei luoghi destinati al culto deve darne avviso almeno tre giorni prima al questore”. Per questi motivi - ha concluso - mi aspetto che il ministro degli Interni prenda seri provvedimenti nei confronti di chi continua a violare le leggi».
«Chi brucia le bandiere di Israele e trasforma piazza del Duomo nel luogo improvvisato della preghiera islamica, non manifesta ma provoca. Non protesta ma cerca l’intimidazione». Questo il pensiero di Alberto Grancini, assessore socialista della Provincia di Milano, per il quale quella «non era una manifestazione politica ma l’espressione del fanatismo religioso che non cerca il dialogo ma incita alla violenza. È bene dirlo in maniera chiara, questo tipo di manifestazione è fuori dalla cultura e dalla concezione occidentale della convivenza tra diversi».

-----------------------------------------------------------
Io, musulmano convertito dico: Hamas è soltanto una banda di torturatori

>>Da: andreavisconti
Messaggio 1 della discussione

Il racconto del figlio di un leader palestinese: "Il mio sogno da ragazzino è diventato un orrore"

New York - «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici». Fu ascoltando la lettura di questo passaggio del Vangelo secondo Matteo che Mosab Hassan, nel cuore di Gerusalemme, capì di voler abbandonare Hamas.
Hassan era nato nelle strade di Ramallah e Hamas aveva sempre rappresentato i suoi sogni storici, l'immaginario religioso e le sue ambizioni represse di un ragazzino cresciuto nelle moschee dove si inneggiava l'odio dell'estremismo musulmano. Aveva giocato a pallone nel cimitero di Ramallah prima che fosse calpestato dai funerali dell'intifada. Hassan aveva sposato l'estremismo e la violenza spinti ai massimi livelli. Dopotutto lui era un «eletto», un ragazzino privilegiato poiché suo padre era lo sceicco Hassan Yousef, uno dei fondatori, nel 1987, di Hamas. Ma poi, dopo essere stato arrestato e dopo aver visto che l'odio di Hamas portava i sui leader a torturare anche i suoi confratelli, Hassan aveva rifiutato l'ideologia che ne aveva fatto un ragazzino che lanciava sassi contro i soldati israeliani e credeva negli attentati suicidi.
«Quando fui imprigionato nel carcere israeliano di Megida - ha raccontato Hassan al giornalista della rete televisiva Fox, Jonathan Hunt, che nei giorni scorsi ha bucato gli indici d'ascolto trasmettendo l'intervista - cominciai a riflettere. Mio zio Ibrahim Abu Salem, era un capo delle brigate di Hassam ed era imprigionato con me. I suoi uomini erano ossessionati dal dubbio che tra di noi ci fossero delle spie. Avevano istaurato un punteggio chiamato «punti rossi». Se uno si soffermava troppo a lungo nella doccia calcolavano che probabilmente era un collaborazionista dei servizi segreti israeliani. Poi, quando il punteggio raggiungeva una certa quota, partivano le torture. Sentivo le urla, di notte. Torturavano ragazzini e vecchi infilando chiodi sotto le unghie, bruciando loro la pelle con brandelli di plastica scottante. Quando vidi che mio zio, che per me era stato un eroe come mio padre, era quello che dava ordine di torturare, provai orrore».
In quei tre mesi di carcere si rese conto che Hamas non avrebbe mai risolto i veri problemi della sua gente. Aveva poco più di 27 anni quando, camminando davanti al Muro del pianto, aveva incontrato un missionario cristiano. «Vieni e ti insegnerò il Vangelo», gli aveva detto. Aveva seguito questa sua ricerca spirituale, sapendo di rischiare la morte perché Maometto aveva detto che «bisogna uccidere chiunque si converta a un'altra religione».
Adesso Hassan vive in California, si è convertito al cristianesimo, aiuta l'Fbi a svolgere la complessa matassa dei segreti di Hamas e promette di dedicare la sua vita a combattere l'estremismo islamico. Al Qaida l'ha messo sulla sua lista dei most wanted, con una taglia sulla sua vita. Non molti sanno che nei giorni di Natale i legislatori di Hamas hanno approvato a pieni voti un codice della Sharia che ha legalizzato l'uso della crocefissione per i nemici dell'Islam. Anche per questo Hassan sta chiedendo asilo politico negli Usa.
«La forza di Hamas sta non solo nelle loro armi ma nelle basi religiose su cui si regge - ha detto alla Fox -. Ma sono convinto che tutte le pareti che l'Islam ha eretto negli ultimi 1400 anni non esistono più. La gente non è più ignorante. Se un p

-----------------------------------------------------------
Usa, la svolta di Obama: Panetta a capo della Cia

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

A capo della Cia va l’italo-americano Leon Panetta. Era stato capo di gabinetto della Casa Bianca al tempo di Bill Clinton. Dato il suo background, Panetta è una scelta poco convenzionale per guidare la Cia che ha mostrato di non gradire direttori venuti dall’esterno


New York - Il presidente eletto Barack Obama ha scelto l’italo-americano Leon Panetta come capo della Cia. Panetta è stato capo di gabinetto della Casa Bianca al tempo di Bill Clinton. Dato il suo background, Panetta è una scelta poco convenzionale per guidare la Cia che ha mostrato di non gradire direttori venuti dall’esterno. È stato deputato e poi Chief of Staff con Clinton dimostrando competenze in materia di budget ma scarsa esperienza nei servizi segreti.
Un calabrese al timone della Cia A due settimane dall’insediamento, Obama completa la propria squadra colmando le caselle ancora vuote sul fronte dell’intelligence. Panetta, calabrese d’America ed ex capo di gabinetto di Bill Clinton, sarà il nuovo direttore della Cia mentre l’ex ammiraglio Dennis Blair è stato additato alla testa del direttorato per l’intelligence nazionale. La nomina di Panetta annunciata in forma ufficiosa dalla squadra di transizione, ha creato sorpresa tra i media Usa. 70 anni, californiano di Monterey dove i suoi genitori Carmelo e Carmelina avevano un ristorante, il futuro capo della Cia è considerato una scelta poco convenzionale per guidare un’agenzia che in passato ha mostrato di non gradire troppo direttori venuti dall’esterno.
Una squadra da rifondare Panetta eredita una squadra in crisi sul fronte del morale dopo le stragi dell’11 settembre, la mancata cattura del loro mandante Osama bin Laden e il clamoroso fiasco dell’intelligence americana in Iraq. Nel background di Panetta, sia da deputato che alla Casa Bianca ci sono forti competenze manageriali e in materia di budget, ma scarsa esperienza diretta nel settore dei servizi segreti. Altri capi della Cia venuti dall’esterno sono stati Stansfield Turner e John Deutch e non hanno avuto vita facile. Che Obama si sia deciso a nominare Panetta è un segnale delle difficoltà del presidente eletto a trovare un direttore senza legami con i controversi programmi antiterrorismo dell’amministrazione Bush.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

I compiti di Panetta "Panetta porta una vasta esperienza di governo al posto di capo della Cia", ha commentato l’ex collega Lee Hamilton, che ha guidato la commissione intelligence della Camera e ha fatto parte del’Iraqi Study Group. Come capo della Cia Panetta dovrà riferire a Blair che, una volta confermato dal Senato, prenderà il posto di Mike McConnell. Panetta è stato deputato per otto mandati prima di diventare nel 1993 direttore del bilancio di Clinton e, dal 1994 al 1997, capo di gabinetto. Le sue radici italo-americane sono solide e profonde: "I miei genitori hanno attraversato l’oceano per dare ai figli un futuro migliore. Da loro ho imparato a credere nella famiglia, nella fede, nel lavoro, nell’onestà. Sono valori che ho cercato di trasmettere ai miei tre figli", aveva detto nel 2004 in una intervista alla Niaf, l’organizzazione-ombrello degli italo-americani: "Loro sono perfettamente nelle società Usa ma nel profondo del cuore sono orgogliosi di essere italiani".
L'ostacolo al Senato La scelta di Leon Panetta come direttore della Cia ha incontrato un pericoloso ostacolo in Senato. La senatrice Dianne Feinstein, democratica e californiana come il futuro capo degli 007, ha detto che a suo avviso il timone dell’agenzia di Langley deve essere affidato a un "professionista dell’intelligence". Come dire che Panetta, ex direttore del Bilancio e poi ex capo di gabinetto con Bill Clinton, non ha sufficiente esperienza. Il parere della Feinstein è di grande peso: la senatrice è la futura presidente della Commissione Servizi Segreti attraverso le cui forche caudine Panetta dovrà passare per strappare la ratifica parlamentare prevista dalla Costituzione. In una dichiarazione diffusa a Capitol Hill la Feinstein è apparsa sorpresa e indispettita dalla nomina: "Non ne so niente, so soltanto quello che ho letto sui media".

-----------------------------------------------------------
Scuola, dl Gelmini farà assumere 4 mila nuovi ricercatori

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Più finanziamenti alle università migliori, più borse di studio per i ragazzi meritevoli e 1.700 posti letto in più per studenti universitari. Sono queste alcune delle misure introdotte dal dl Gelmini 180 contenente importanti modifiche per l’università italiana che verrà discusso alle 16 alla Camera. Lo rende noto un comunicato del ministero della Pubblica istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il provvedimento, sul quale la Camera voterà la fiducia mercoledì prossimo alle 17, prevede tre importanti iniziative che permetteranno di assumere quattromila nuovi ricercatori. La prima riguarda il blocco del turn over che viene elevato al 50 per cento (nelle altre amministrazioni è a quota 20 per cento). Inoltre, delle possibili assunzioni presso le università, almeno il 60 per cento dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. La seconda stabilisce che i bandi di concorso per posti da ricercatore già banditi siano esclusi dal turn over. In questo modo 2300 ricercatori saranno esclusi dal blocco del turn over. Infine, gli enti di ricerca sono esclusi dal blocco delle assunzioni che è entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Il decreto, poi, “bacchetta” gli atenei che spendono di più: “Le università con una spesa per il personale troppo elevata - si legge nella nota del ministero - (più del 90 per cento dello stanziamento statale) non potranno effettuare nuove assunzioni”. Da oggi le università che spendono più del 90 per cento dei finanziamenti statali (Fondo di finanziamento ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo.

>>Da: andreavisconti
Messaggio 2 della discussione

Il testo del provvedimento vuole anche intervenire sul problema della trasparenza dei concorsi per il reclutamento dei professori universitari e dei ricercatori. “Le commissioni che - afferma il comunicato - giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino a ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da un solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare”. “In attesa di un riordino organico del sistema di reclutamento dei ricercatori universitari - spiega il ministero - le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da un professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da due professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale”.
Per la prima volta in Italia si distribuiscono soldi alle università in base a standard di qualità e si offre a tutti gli aventi diritto la borsa di studio. Più finanziamenti (cioè il sette per cento del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) saranno distribuiti alle università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche migliori. L’incremento di 135 milioni di euro sarà destinato ai ragazzi capaci e meritevoli, privi di mezzi economici. Cento ottanta mila ragazzi oggi sono idonei a ricevere la borsa di studio e l’esonero dalle tasse universitarie, ma solo 140 mila li ottengono di fatto già oggi. Le università più virtuose saranno individuate in tempi molto brevi attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario)”. Il Velino

Reply all
Reply to author
Forward
0 new messages