Ricordiamo l'incontro online del 12 luglio - dalle ore 18:00 alle ore 20:00 - organizzato dai Disarmisti esigenti coinvolgendo l'associazione MASCHILE PLURALE nella ricerca di alternative al modello dominante del maschio-guerriero, per sperimentare soggettività accudenti e cooperanti all'insegna dell'I CARE
https://www.limesonline.com/articoli/vogliamo-la-guerra-totale-il-numero-626-di-limes-22303107/
"Vogliamo la guerra totale?" il numero 6/26 di Limes
Di cosa tratta
Mai negli ultimi decenni l’Europa è stata tanto vicina a precipitare in un conflitto allargato. Mentre l’America arretra e gli europei riarmano, il confronto tra Occidente e Russia si avvicina pericolosamente alla soglia dello scontro aperto. L’Italia, formalmente in pace ma cobelligerante di fatto, non ne resta fuori. L’Alleanza Atlantica sopravvive solo nella forma, mentre al suo interno crescono rivalità, gelosie nazionali e ambizioni divergenti.
Al centro di questo scenario, ritorna la questione tedesca. La storia non si ripete mai nelle stesse forme, ma certe rime sono difficili da ignorare. Come alla vigilia della prima e della seconda guerra mondiale, l’Europa orientale è di nuovo il campo d’attrito tra Germania e Russia, con l’Ucraina al centro. Oggi Berlino individua nella minaccia russa la leva per riattivare le proprie capacità militari e rilanciare un ecosistema industriale in crisi profonda. Per un paese che ha a lungo fondato la propria identità sul rifiuto assoluto del proprio passato nazionalsocialista, il riarmo è anche (forse soprattutto) una svolta psicologica e culturale.
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Caracciolo è da un po 'che ci mette sull'avviso che dalla degenerazione ucraina stiamo rischiando una guerra vera con la Russia che farebbe di noi dei gazawi (e non sulla scala di un quartiere di Roma). Le paure della maggioranza del popolo italiano sono messe in luce dagli stessi giornali del complesso militare industriale italiano. E noi che facciamo? Teniamo conto in qualche modo del buon senso popolare?
Ora vogliamo proprio vedere che succede con l'immagine provocatoria appena postata del simbolo della pace in tricolore. Per certuni, infatti, il tricolore, cioè la bandiera piu amata dagli italiani, identifica automaticamente una posizione fascista. Stiamo parlando di un simbolo nato piu di 200 anni fa che ha accompagnato il Risorgimento sfociato nello Stato unitario italiano. Carlo Cassola distingueva tra patriottismo e nazionalismo. Come Kant pensava al superamento degli Stati nazionali l'un contro l'altro armati dal militarismo in un federalismo mondiale. Dovremmo mettere in primo piano i simboli universali che esprimono la nostra aspirazione alla cittadinanza mondiale pacifica, alla Terrestrità. Ma anche mostrare una certa tolleranza verso le manifestazioni patriottiche delle comunità locali che dovrebbero elevarsi in "matriottiche". In ogni caso perché reagire automaticamente, di fronte a un tricolore, come un toro cui stanno agitando sotto il naso un drappo rosso, quando la moda è tappezzare le piazze con fiumi di bandiere non arcobaleno, ma di entità nazionali straniere?
Il limite di molte avanguardie politiche attuali non risiede solo nei numeri, ma in un errore di metodo che già segnò il fallimento di esperienze passate: la scelta dell'estraneità. Quando un movimento definisce la propria identità esclusivamente "contro" — negando legittimità alla comunità nazionale in cui vive e operando perennemente in una condizione di alterità rispetto al corpo sociale — si condanna all'irrilevanza.
Il cuore della questione è il "NOI". Molte formazioni, nel loro desiderio di sostenere le lotte di popoli oppressi nel mondo, finiscono per percepire il popolo italiano non come una comunità con cui dialogare, ma come un'entità da disprezzare, subalterna e colpevole. Molto spesso si nega addirittura l'esistenza di questo "popolo": non esisterebbe, esisterebbe solo lo Stato... In questo modo, si crea una frattura insanabile: se neghi il valore della comunità a cui paradossalmente, nella scadenza elettorale, ti rivolgi, a chi stai parlando? Una politica che rifiuta la mediazione con il "Paese reale" — con le sue paure, le sue bollette e le sue fatiche quotidiane — smette di essere alternativa per diventare mera testimonianza, rumore di fondo incapace di trasformare il "potere su" in "potere con".
Come Disarmisti esigenti, la nostra prospettiva dovrebbe essere diversa. Noi non scegliamo tra il "qui" e l' "altrove", perché siamo cittadini terrestri. La nostra è una visione di appartenenza universale al Pianeta Terra (ecosistema vivente unitario) che non cancella, ma include, il legame profondo con i nostri prossimi: i concittadini, le famiglie, le persone che incrociamo nelle nostre città. Non ci sentiamo estranei alla comunità nazionale: ne facciamo parte, ne condividiamo i pesi e ne avvertiamo il bisogno di riscatto.
La nostra proposta di pensare globalmente, agire localmente, con un orizzonte internazionale, fonda su tre pilastri:
Identità in dialogo: se viviamo in Italia, riconosciamo il popolo italiano come il terreno fertile su cui seminare la pace. Non guardiamo dall'alto di una cattedra morale, ma dal basso, con l'empatia di chi condivide lo stesso destino precario.
Patriottismo terrestre: interpretiamo il disarmo e la denuclearizzazione non come posizioni astratte, ma come atti di alta responsabilità verso il nostro territorio implicando l'intera umanità. Essere "terrestri" significa capire che la "pistola alla nuca" (la deterrenza nucleare) minaccia la vita di un bambino a Roma esattamente come quella di un coetaneo in un conflitto lontano.
Dalla testimonianza alla trasformazione: la politica non è un esercizio estetico di bandiere, ma una pratica di cambiamento. Vogliamo costruire un movimento che dica al cittadino italiano: "Parlo anche di te, perché la tua sicurezza, la tua dignità e la tua giustizia sociale dipendono dallo stesso disarmo che chiedo per il mondo".
La sfida non è scegliere tra un internazionalismo astratto e un nazionalismo chiuso. La sfida è praticare un "patriottismo/matriottismo" che sia radicato nei territori, capace di prendersi cura dei propri prossimi senza mai voltare lo sguardo di fronte alle tragedie globali. Solo ricucendo questo legame emotivo e politico potremo sperare di trasformare l'aspirazione alla pace in una forza capace di incidere realmente sulle leggi e sul futuro del nostro Paese; e per la nonviolenza efficace di tutte/i a livello globale: i progressi nel diritto internazionale.