Attore irlandese. Studia arte drammatica a Londra e dal teatro approda ventitreenne al suo primo film, Alive and Kicking (1958) di C. Frankel. Gagliardo nel fisico e dotato di una vigorosa maschera anglosassone, trova il successo nei panni infangati di un giocatore di rugby in Io sono un campione (1963) di L. Anderson. Salito alla ribalta internazionale, si concede un ruolo introspettivo in Deserto rosso (1964) di M. Antonioni, per poi tornare ai prediletti personaggi di rudi avventurieri in una lunga serie di super-produzioni hollywoodiane, dal western Sierra Charriba (1965) di S. Peckinpah al thriller Cassandra Crossing (1976) di G.P. Cosmatos. Particolarmente fortunata la minisaga inaugurata con Un uomo chiamato cavallo (1970) di E. Silverstein, che avr due sequel, in cui si narra di...
Annoiato dalla vita inglese e preda della nostalgia per le praterie del Nordamerica, Lord Morgan torna nella regione dove visse la sua avventura di indiano bianco. I suoi amici Sioux sono stati scacciati dalle loro terre da una trib rivale, alleata a bianchi avidi. Morgan addestra anche donne e bambini e li guida alla riconquista. Seguito di L'uomo chiamato cavallo: il regista cambiato, protagonista e sceneggiatore sono gli stessi. Non vale. Fiacca e schematica ripetizione, ma non si pu negare a Kershner un robusto mestiere narrativo e un prezioso gusto figurativo. Seguita da Shunka Wakan-Il trionfo dell'uomo chiamato cavallo.
Il riferimento non era specifico al nome, quanto al film che prende spunto dal detto: diretto da John Hough, la pellicola aveva come protagonista Richard Harris, ed era il terzo e ultimo film della trilogia iniziata con 'Un uomo chiamato Cavallo' (1970) e proseguita con 'La vendetta dell'uomo chiamato Cavallo' (1976).
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Non avevo avuto la speranza che l'aria di lassmi purificasse lo spirito; soltanto avevo pensatoche la famigliarit con gente di cuore potrebbescuotermi il cuore. Tre anni innanzi, quandocombattevo i primi fieri assalti del nemico insortoin me, non avevo attinto lass, nuove forzealla resistenza? l non avevo provato il sollievodi lunghe tregue?
Ma invano! Avevo fatto invano il lungo viaggio![2]Fortunatamente, se io ero a tal punto da nonsentire pi nulla e da rincrescere agli altri oltreche a me stesso, fortunatamente io avevo trovatola famiglia Moser in condizioni diverse: Claudio,sovraccarico di faccende, s'assentava interi giorni;la moglie, non era ancora in piena convalescenzad'una malattia quasi mortale; Marcella, dabrava massaia diciannovenne, s'intratteneva a dirigerla casa; Ortensia, assisteva la madre; eil fanciullo, prossimo ormai all'et della discrezione,preferiva, al trotto delle mie ginocchia,tamburi, pifferi e schioppi.
Cos indifferente ero divenuto, che non mi eroaccorto della differenza delle cose intorno; nonavevo riconosciuto i vecchi alberi, non osservatele nuove piante e le recenti aiuole, quasi fosseroper me luogo e paesaggio nuovi ma senza novit,o vecchi e sempre uguali, e sempre vistiuguali.
E non per intimo impulso, ma come per inerzia,salivo ogni d, alle ore solite, dall'inferma.Ne' suoi occhi freddamente io scorgevo un velodi rassegnazione se la fede di guarire le venissemeno; e al suo orecchio le mie parole giungevanofredde, perch non confortavano, ma soltanto confermavanouna cosa certa alla mia scienza: laguarigione. N a vederla cos emaciata mi venivafatto di ripensarla quale era ancora in salute,[3]tanto bella e fiorente una volta! Quanti anni innanzi?Non pi di quattordici. Allora io, ero appenalaureato; essa aveva Marcella di cinque o seianni e Ortensia piccolina. Che bellezza a vederlacon la fanciulletta a lato e quell'angiolo biondoin braccio! Una bellezza materna. E come Eugeniaera bella allora, io ero baldanzoso e ambizioso.Rapito nel mio sogno di scienza e di gloria,appena mi accorgevo di quel fiore di donna; enon l'invidiavo all'amico. Restavo chiuso nella miacamera quasi tutto il giorno a studiare; non midistraeva la delizia del luogo; non mi rimproveravala cortesia della buona signora, a cui tenevos povera compagnia.
Talvolta, nella passeggiata avanti desinare perandar incontro a Claudio, Eugenia, come senzavolere, ingenuamente, mi aveva detto di esseretroppo racchiuso in me stesso, richiamandola mia attenzione alla vita esterna, ai bei tramonti,al bel paesaggio; e che soggezione era inlei se io mi inducevo a discorrere delle mieidee e dei miei studi! Mi ascoltava avvolgendomidel suo sguardo; lo sguardo che abbelliva ora Marcella.Per la via chi ci vedeva sogguardava forsemalignamente: Eugenia non aveva ombra di alcunamalizia; e quando incontravamo Moser edessa sorrideva e s'accendeva di gioia, oh alloraio mi compiacevo che neppur l'ombra di un pensierosinistro offendesse, entro di me, l'amore ela gioia di Claudio! Non avevo avuto mai, non ebbimai per Eugenia un pensiero di profanazione;sempre ebbi per lei una devozione affettuosa epura.
Ma ora quasi mi pareva naturale che Eugeniafosse cos intristita e smunta, quasi fosse stata[4]sempre cos. A udirla narrare adagio e piano dellasua malattia e delle pene de' suoi, mi pareva d'ascoltareun racconto non pi doloroso; mi parevanaturale che nello sguardo di Marcella passassel'ombra di tante angosce; naturale cheOrtensia poggiasse il capo accanto al capo dellamadre e che le rosee guance e le guance emaciatestessero insieme un poco sul cuscino bianco,e che le labbra vive di sangue ricercassero aquando a quando, come per riscaldarla, la fronteesangue.
Quantunque ardita innanzi a me, Ortensia m'interrogavacon un sorriso incerto; col dubbio manifestoche non le rivelerei il mio segreto, e col[5]rammarico che neppur lei, la mia piccola amicad'una volta, meriterebbe tal confidenza. Dubitavad'un mistero. E io, che non sapevo chedirle:
[7]Ma tosto io non le badai pi affatto. Mentreproseguiva a discorrere, io, non so perch, o perchtalora ella acuisse la voce al tono fanciullescoe da ci fossi condotto a ripensarla ragazzetta,o perch in quell'ora i suoi occhi avesserouna luce pi viva, o perch la tinta rossa del tramontomi rappresentasse, d'improvviso, un altrosimile tramonto; non so perch e come, io ebbil'istantaneo presentimento d'un risveglio in menel rinnovarsi d'un ricordo. La memoria, repentinamentee spontaneamente ridesta, mi ridiedein quello stato mortale una fugace coscienza divita.
Non rammentavo un fatto che importasse, allora,alla mia esistenza; era anzi un fatto minimoche rivedevo e nel quale mi rivedevo con precisionee reintegrazione di circostanze, di azioni,di aspetti, di suoni. Con ogni senso percepii ilricordo.
Un giorno d'autunno salivo al poggio dove unavolta i frati del vicino convento riposavano dagliozi della preghiera svagando l'occhio nel paesaggiointorno, ascoltando capinere e rosignoli,odorando effluvii di menta e di ginepro, bevendoaria vitale e dimenticando, paghi, che il paradiso per dopo la morte. Ma quel giorno, a vespero,il dominio della mia solitudine era stato invaso;e da chi mi dichiararono alcune voci pi altefra il chiasso che mi giunse a mezza costa. Eranoi miei amici; ragazzi e ragazze. Che facevano[8]lass? Quale nobile impresa? Volli sorprenderli.M'inerpicai di traverso; mi celai a spiare trauna macchia.
Ma bravi! ma bene! Non ci mancava nessuno.Le signorine Marcella Moser e Anna Melvi diricciavanocastagne a colpi di pietra e parlavanosommesse; di contro, Guido Learchi, gi studentedi medicina, zufolava interrompendosi per sgridare,quale direttore all'opera, e finiva di comporreun forno con mattoni e sassi. Gli servivanoda manuali Ortensia Moser e Pieruccio Fulgosi,affaticati a raccogliere il combustibile.
Ma (approssimava il tramonto) dal fondo dell'animaio mi sentiva sorgere a poco a poco un'uggiache oscurava il sollazzo cercato con simpatiapuerile; e in me avvertivo come uno sforzoa dimenticare la differenza dell'et fra me e coloro,e provavo come il rimpianto di quell'et, emi chiedevo se a quindici anni io avessi avutouna giornata di cos piena giocondit, di cos assolutaspensieratezza. I compagni ridevano, motteggiavano,bofonchiavano, si eccitavano a vicenda,maggiori e minori, per esilarare ed esilararsisempre pi; e il giorno era per morire, nelmodo dei giorni d'autunno.
Finch, sazii, si levarono; avventarono nel fuocoquanto fogliame poterono raccogliere d'intorno,e dopo nuovi applausi ed evviva, a rincorse,strillando gi per il viale, tutti m'abbandonarono:un drappello di passeri che aveva spiccatoil volo.
[12]Intanto il sole cadeva in un'onda di vivo sanguee i raggi che ne sprizzavano, colpendo il monteavverso, vibravano tra i faggi, gli abeti e i castagnidella densa costa boschiva, s che pareva,a fusti d'ametista e di zaffiro, una selva incantata,tutta fulgida d'oro, sfavillante. A nord imonti in cerchia dove non avevano luce o non ricevevanriverbero, annerivano; mancavano i profilie i contorni; scemavano e sfumavano le ultimevette; e dalla parte di mezzod, sulla plagache scampa alle due catene protese quasi per unimpotente abbraccio, su per la pianura immensaaperta all'orizzonte, il cielo digradava dalle tintadi viola e un'opalina bianchezza, a un cilestre chediventava azzurro, a un azzurro che incupiva semprepi; finch terra e cielo insieme terminavanonell'oscurit.
E silenzio. Non pi voce alcuna; non una squilla.D'improvviso, come non mai, neppure in unanotte serena lontano agli uomini e perduto sottol'infinito; neppure in mezzo al mare ricordandola patria e cercando indarno un limite terrestre,io mi sentii allora, come non mai, solo. Non ungrido, non un suono; oblio. E in quell'oblio d'ognicosa viva per me, d'ogni mio pensiero, smarrendominella percezione dell'attimo, veramenteio patii il senso di un superstite che scorgevadall'una parte la cruenta morte del sole e dall'altral'estrema illusione della vita, mentre dadietro incalzavano le tenebre, la morte precipitava;e avevo dinanzi l'infinito per rifugio, etutte le mie forze vi tendevano quasi in un disperatoritorno per una disperata salvezza; e invano,ch una forza pi valida mi avvinceva lass:solo.
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