Re: Download Un Poliziotto Violento

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Alke Stilwell

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Jul 10, 2024, 6:47:45 PM7/10/24
to etinchieha

Quando alla Centrale arriva una nuova giovanissima recluta, Adriano Costantini, viene subito coinvolta nel mondo violento e pericoloso che è quello degli agenti antisommossa, ma diviene anche la speranza per i tre celerini di riscattarsi e risollevarsi. Il ragazzo è in accordo con un politico locale per risolvere l'occupazione abusiva dell'appartamento assegnato alla madre da dei tunisini irregolari, ma viene deluso.

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Arrabbiati e sconvolti dalla morte del loro collega Filippo Raciti, gli agenti effettuano un raid nella sede degli ultras coinvolti nel ferimento di Mazinga e picchiano selvaggiamente i presenti: uno di loro, a sorpresa, è proprio il figlio di Mazinga, che viene lasciato andare. L'irruzione che avrebbe dovuto concludersi con l'arresto dei rei, viene conclusa senza informare la DIGOS. Tutto questo indigna Adriano al punto di spingerlo ad informare la Magistratura di quanto è avvenuto, con la conseguente denuncia per aggressione aggravata nei confronti dei suoi compagni di squadra; la moralità del ragazzo infatti gli impone di voler essere un poliziotto giusto e non un punitore al di sopra della legge.

Alla notizia della morte di Gabriele Sandri, i poliziotti reagiscono con indifferenza e ostilità. Mentre Adriano si reca a ritirare i suoi effetti personali in sede (in quanto reo confesso è stato solo brevemente sospeso dal servizio), la Celere è chiamata a fare servizio d'ordine fuori dallo stadio, nonostante la partita sia stata sospesa. Cobra avvisa i suoi superiori che li stanno mandando al massacro: ha avuto infatti notizia certa che per la serata si stanno radunando diversi gruppi di ultras sportivi. L'intenzione sembra quella di coprire la morte di un tifoso con quella di un altro poliziotto, in modo da togliere dai riflettori la morte di Gabriele Sandri. I pochi celerini schierati si preparano all'imminente scontro.

Un agente capoturno della Polizia stradale di Milano è stato condannato a un anno e sei mesi e al pagamento di una multa pari a 5mila euro per violenza sessuale ai danni di una collega. Una condanna arrivata con rito abbreviato, dopo che il poliziotto si è reso conto che né il giudice per le udienze preliminari Roberto Crepaldi né il pubblico ministero Pasquale Addesso avevano mai creduto ai suoi racconti.

Al momento della convocazione il capoturno si difendeva dicendo: "È la sua parola contro la mia". Inoltre, nella sua prima versione dei fatti il poliziotto accusava la collega di essersi inventata tutto in modo da creare un'incompatibilità ambientale che le avrebbe favorito il trasferimento. Trasferimento che la donna non aveva mai chiesto e per il quale sarebbe stata sufficiente fare domanda. Gli inquirenti non credono al capoturno. Allora lui cambia versione: la vittima voleva una storia sentimentale, ma lui era sposato. Ecco perché si era inventata la storia della violenza sessuale. Un cambio che ha convinto il gup Crepaldi e il pm Addesso a condannarlo. La poliziotta è stata poi trasferita, mentre per il capoturno l'accusa aveva chiesto 3 anni, aggiungendo alla violenza l'abuso di autorità. Al momento della condanna si è, invece, tenuto conto dell'attenuante di minore gravità.

Ventuno anni di reclusione per l'accusa di avere ucciso con 14 colpi della pistola di ordinanza il figlio violento e con problemi psichici che da anni lo picchiava e gli estorceva soldi. La Corte di assise di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, ha condannato Gaetano Rampello, 59 anni, poliziotto in servizio al reparto mobile della Questura di Catania, che ha confessato l'omicidio del figlio ventiquattrenne Vincenzo. I giudici hanno escluso le aggravanti della premeditazione e riconosciuto le attenuanti generiche e della provocazione che hanno consentito di contenere molto la pena.L'omicidio e' avvenuto il primo febbraio in piazza Progresso, a Raffadali, dove i due si erano dati appuntamento perche' il ragazzo avrebbe preteso 30 euro. In quella circostanza il ventiquattrenne, secondo il racconto dell'imputato, avrebbe strattonato il padre costringendolo a consegnarli altri soldi. Rampello, secondo quanto lui stesso ha ammesso, dopo essere stato aggredito ha estratto l'arma e gli ha sparato alle spalle consegnandosi poi ai carabinieri a una fermata del bus. Dietro l'omicidio c'erano anni di violenze e sopraffazioni da parte del giovane al padre, alimentati dai problemi psichici del ragazzo, che viveva insieme a uno zio in un clima conflittuale fra gli stessi genitori che si erano separati con ripetuti contrasti. Il pubblico ministero Elenia Manno, all'udienza precedente, aveva chiesto la condanna a 24 anni. "Non e' stato un omicidio d'impeto - aveva detto - ma ha premeditato il gesto andando, probabilmente, a prendere la pistola in caserma prima dell'appuntamento. Tuttavia ha subito anni di violenze e sopraffazioni ed e' stato l'unico che ha provato ad aiutarlo contrariamente alla madre del ragazzo che e' venuta qua a testimoniare sminuendo e negando i problemi psichiatrici". Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio il difensore dell'imputato, l'avvocato Daniela Posante, ha illustrato per quasi quattro ore la sua arringa finalizzata a smontare la tesi del pm sulla premeditazione e invocare il riconoscimento delle attenuanti legate alla provocazione. "Non e' andato in caserma a prendere l'arma - ha detto -, e' andato semplicemente in bagno. Per quale motivo avrebbe dovuto portare con se' da Catania uno zaino con gli indumenti personali se avesse progettato l'omicidio? E davvero - ha insistito il difensore - non ci sarebbe stato posto migliore della piazza principale del paese, davanti alle telecamere della banca, per progettare il delitto del figlio?". La difesa ha pure ricordato che in alcune telefonate (registrate volutamente dall'imputato, secondo il pm per "precostituirsi una finto alibi") Rampello parla col fratello di una questione legata all'affitto di un magazzino dimostrando di avere preso alcuni appuntamenti per i giorni successivi e mostra di impegnarsi per trovare una soluzione per fare curare il figlio. Tutto va nella direzione opposta - ha concluso il legale - di un omicidio premeditato". L'avvocato Posante, infine, si era soffermata sulle ripetute violenze ed estorsioni subite dal poliziotto da parte del figlio che, in alcune, circostanze erano state denunciate "senza che sia stato attivata alcuna procedura per tutelarlo o per farlo curare adeguatamente". L'imputato dovra' risarcire l'ex moglie, l'ex cognato e l'ex suocera, che si sono costituiti parte civile con l'assistenza degli avvocati Alberto Agiato e Pietro Maragliano. Tuttavia la madre e lo zio del ragazzo sono finiti sotto inchiesta per falsa testimonianza: la Corte, ritenendo che abbiano mentito o siano stati reticenti, ha trasmesso gli atti alla procura.

Ventuno anni di reclusione per l'accusa di avere ucciso con 14 colpi della pistola di ordinanza il figlio violento e con problemi psichici che da anni lo picchiava e gli estorceva soldi. La Corte di assise di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, ha condannato Gaetano Rampello, 59 anni, poliziotto in servizio al reparto mobile della Questura di Catania, che ha confessato l'omicidio del figlio ventiquattrenne Vincenzo. I giudici hanno escluso le aggravanti della premeditazione e riconosciuto le attenuanti generiche e della provocazione che hanno consentito di contenere molto la pena.L'omicidio e' avvenuto il primo febbraio in piazza Progresso, a Raffadali, dove i due si erano dati appuntamento perche' il ragazzo avrebbe preteso 30 euro. In quella circostanza il ventiquattrenne, secondo il racconto dell'imputato, avrebbe strattonato il padre costringendolo a consegnarli altri soldi. Rampello, secondo quanto lui stesso ha ammesso, dopo essere stato aggredito ha estratto l'arma e gli ha sparato alle spalle consegnandosi poi ai carabinieri a una fermata del bus. Dietro l'omicidio c'erano anni di violenze e sopraffazioni da parte del giovane al padre, alimentati dai problemi psichici del ragazzo, che viveva insieme a uno zio in un clima conflittuale fra gli stessi genitori che si erano separati con ripetuti contrasti. Il pubblico ministero Elenia Manno, all'udienza precedente, aveva chiesto la condanna a 24 anni. \\\"Non e' stato un omicidio d'impeto - aveva detto - ma ha premeditato il gesto andando, probabilmente, a prendere la pistola in caserma prima dell'appuntamento. Tuttavia ha subito anni di violenze e sopraffazioni ed e' stato l'unico che ha provato ad aiutarlo contrariamente alla madre del ragazzo che e' venuta qua a testimoniare sminuendo e negando i problemi psichiatrici\\\". Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio il difensore dell'imputato, l'avvocato Daniela Posante, ha illustrato per quasi quattro ore la sua arringa finalizzata a smontare la tesi del pm sulla premeditazione e invocare il riconoscimento delle attenuanti legate alla provocazione. \\\"Non e' andato in caserma a prendere l'arma - ha detto -, e' andato semplicemente in bagno. Per quale motivo avrebbe dovuto portare con se' da Catania uno zaino con gli indumenti personali se avesse progettato l'omicidio? E davvero - ha insistito il difensore - non ci sarebbe stato posto migliore della piazza principale del paese, davanti alle telecamere della banca, per progettare il delitto del figlio?\\\". La difesa ha pure ricordato che in alcune telefonate (registrate volutamente dall'imputato, secondo il pm per \\\"precostituirsi una finto alibi\\\") Rampello parla col fratello di una questione legata all'affitto di un magazzino dimostrando di avere preso alcuni appuntamenti per i giorni successivi e mostra di impegnarsi per trovare una soluzione per fare curare il figlio. Tutto va nella direzione opposta - ha concluso il legale - di un omicidio premeditato\\\". L'avvocato Posante, infine, si era soffermata sulle ripetute violenze ed estorsioni subite dal poliziotto da parte del figlio che, in alcune, circostanze erano state denunciate \\\"senza che sia stato attivata alcuna procedura per tutelarlo o per farlo curare adeguatamente\\\". L'imputato dovra' risarcire l'ex moglie, l'ex cognato e l'ex suocera, che si sono costituiti parte civile con l'assistenza degli avvocati Alberto Agiato e Pietro Maragliano. Tuttavia la madre e lo zio del ragazzo sono finiti sotto inchiesta per falsa testimonianza: la Corte, ritenendo che abbiano mentito o siano stati reticenti, ha trasmesso gli atti alla procura.

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