Continua la distruzione del paesaggio ligure

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Apr 18, 2007, 3:36:49 AM4/18/07
to Ecoage
Tratto dalla celebre pubblicazione Le vie d'Italia, rivista mensile
del Touring Club Italiano - Anno LXV - N. 12 - Dicembre 1959

Commenti in parentisi quadra di Giorgio Stagni
Anche l'introduzione che segue, le fotografie e le didascalie
provengono dall'articolo citato.

Questo articolo di Mario Fazio, frutto dei continui viaggi dell'autore
lungo la Riviera ligure, analizza i progressi che la spietata
speculazione edilizia in due anni ha compiuto sotto il sole della
Liguria, tra mare e monte. Non bastando le "tutele" esistenti a
contrastare la marcia del cemento armato, tocca al Ministero del
Turismo e dello Spettacolo di intervenire, creando organi audaci e
forniti di mezzi adeguati che facciano rispettare leggi e buon senso:

L'opera di distruzione del paesaggio continua con metodo e con ritmo
sempre più rapido. I suoi risultati sono più gravi e più
immediatamente visibili nelle regioni dove la ristrettezza delle aree
e la concentrazione degli abitati si accompagnano a caratteristiche
ambientali profondamente incise; è il caso della Liguria, regione
singolarissima avendo una lunghezza di circa 300 chilometri con una
profondità che in certi tratti si riduce a 300 metri, intendendo la
profondità utile a uno sfruttamento edilizio e al tempo stesso ricca
di bellezze naturali, unite a una architettura inconfondibile.

Si sta preparando l'assalto a una delle parti più belle e meno note
della Liguria, così nascosta da essere meta di un turismo limitato: la
fascia compresa fra Lérici e Bocca di Magra, verso il confine toscano.
Soltanto pochissimi raffinati intenditori delle bellezze liguri e
poche comitive di gitanti spezzini o toscani frequentano nei mesi
estivi località come Tellaro, zone quasi vergini come monte Marcello,
il massiccio verdeggiante che chiude a levante le asperità della costa
ligure per far posto alla distesa della Versilia. Tellaro, villaggio
costiero tipicamente ligure, fatto di poche case a picco sul mare,
ornato da vigneti e orti, fu reso celebre come Fiascherino da
soggiorni di scrittori e poeti, cominciando da D. H. Lawrence, i cui
ricordi sono ancor vivi fra la gente del luogo. Come Fiascherino,
corre il rischio di essere devastato da un turismo gretto. [...]

Disgraziatamente, essendo la regione poco nota e pochissimo
frequentata, i progetti maturano nel silenzio, lasciando agli ideatori
la responsabilità di "valorizzare turisticamente" la zona senza
deturparla, come è stato fatto in tutte le altre parti della Liguria.

Se il monte Marcello diverrà teatro di esperimenti rovinosi per il
paesaggio come quelli dei villaggi turistici di Bergeggi ("Torre del
Mare") e di Capo Mele ("Sito di Sogno") sarà definitivamente
compromesso l'ultimo angolo bellissimo della regione spezzina, tanto
deturpata dalle installazioni militari e industriali che hanno
soffocato uno dei golfi più stupefacenti del mondo. [...]

[a oltre quarant'anni di distanza, possiamo dire che il territorio di
Lerici sia riuscito a conservarsi ragionevolmente integro, forse anche
grazie all'obiettiva difficoltà di uno sviluppo di massa, in una zona
morfologicamente assai complessa. I luoghi citati presso Bergeggi e
Capo Mele rimangono invece autentiche "pietre miliari" nel triste
panorama dello scempio edilizio ligure]

*

Non c'è dunque più un angolo che si salvi: per "valorizzare"
turisticamente la Liguria si insiste in una febbrile opera di
trasformazione che potrebbe perfino apparire insensata. Già lo avevamo
scritto nei precedenti articoli: nessuno oserebbe affermare che non si
debba costruire, ma perché mai costruire in modo cosi contrastante col
paesaggio, perché cancellare ogni macchia verde, perché tagliare con
furia gli alberi superstiti, perché inondare di cemento le spiagge e
le scogliere?

Il fenomeno ha due cause principali. Una di ordine economico: la
speculazione sulle aree conseguente all'espansione del turismo di
massa. L'altra di ordine morale assai più complesso: mancano talvolta
nelle autorità locali, provinciali e regionali la sensibilità e la
preparazione, e mancano, soprattutto, i mezzi - non legali ma pratici
- per fronteggiare l'attività dei costruttori, per armonizzarla con le
caratteristiche fondamentali del paesaggio e dell'architettura
regionale. La speculazione è talmente spontanea e vigorosa da potersi
dire irrefrenabile. Facciamo un esempio: un palazzotto situato sulla
spiaggia di una cittadina balneare come Sestri Levante o Laigueglia;
tre piani, quattro appartamenti distribuiti irrazionalmente, privi di
conforto. Il tetto di ardesia cade a pezzi; la facciata caratteristica
in rosso genovese è da rifare. I quattro appartamenti, affittati a
gente modesta, rendono circa ottocentomila lire l'anno. Arriva un
impresario, offre questa combinazione: demoliamo il palazzo, ne
costruiamo uno nuovo a cinque piani, ottenendo dieci appartamenti che
vendiamo a quindici o venti milioni luno, essendo la posizione sul
mare ricercatissima. Al proprietario toccano due appartamenti e un
negozio. Egli si trova improvvisamente con un capitale di cinquanta
milioni che gli rende tre milioni all'anno senza fastidi.

Ci sono speculatori che hanno accaparrato enormi aree, ricavandone
profitti altrettanto enormi. Ma spesso la moltiplicazione miracolosa è
andata a tutto beneficio di povera gente: certi pescatori hanno visto
trasformare le casette in cui vivevano miseramente, in un gruzzolo di
dieci milioni, accompagnato da un appartamentino nuovo. Ortolani che
ricavavano stentatamente qualche pomodoro e un po' di insalata da
mille metri quadrati di terreno, si sono trovati a disposizione trenta
milioni di lire. Si deve scendere a questi esempi per capire le
esitazioni degli amministratori locali nel frenare la febbre edilizia,
che ha portato un'ondata di benessere ben visibile ovunque, sommata ai
benefici del turismo sviluppatosi in misura spettacolare.
Le lamentazioni degli amanti del bello, di chi vorrebbe conservare
inalterata la Riviera, cadono nel vuoto, soffocate da più convincenti
ragioni economiche. Sarebbe sterile e vano insistere per il blocco
delle costruzioni; l'equivoco che ha finora svuotato di efficacia la
lotta per la difesa del paesaggio, sta proprio in questo: non si
devono combattere genericamente i costruttori, ma si deve fare il
possibile perché le loro costruzioni sorgano in armonia col paesaggio,
senza offendere il quadro ambientale ben definito da secoli.

[in realtà, nei luoghi più favorevoli alla cementificazione, si
scivolò presto verso pratiche costruttive per le quali non aveva più
nemmeno senso parlare di una possibile armonizzazione con il
paesaggio, tanto uniformi, massicce, dilaganti si erano fatte le
volumetrie edificate. Il comprensorio di Pietra-Loano-Borghetto,
costituisce senza dubbio il caso più drammatico di tale degenerazione]

Siamo di fronte a un problema regionale che aggrava e complica quello
generale della distruzione del paesaggio. [...] Noi difensori del
paesaggio non abbiamo certamente l'autorità per giudicare le opere in
senso assoluto; ma possiamo osservare come tali opere, anche quando si
tratti di pregevoli saggi di architettura contemporanea (assai rari
per la verità), fanno a pugni col paesaggio.

Tale concetto fondamentale dovrebbe essere sempre presente nelle
autorità che tutelano la bellezza della Liguria. Purtroppo, accade che
tali autorità giudichino invece i progetti facendo astrazione dal
quadro locale, sottovalutando l'importanza di elementi classicamente
liguri, come i tetti di ardesia, le facciate in rosso genovese, i
balconi in ferro battuto o in legno, le finestre verticale con
persiane verdi, le fasce orizzontali in bianco e nero, le passiere in
mattoni, e murature in pietra locale, grigio-azzurro o ocra.
Altrettanto per la vegetazione: non si può sostituire una macchia di
pini marittimi o di pini di Aleppo con una fila di alberelli
d'importazione; un maestoso carrubo con un minuscolo oleandro. Peggio
ancora con un palo in cemento, com'è uso ovunque.

La chiave del problema è tutta qui: si costruisce talvolta
egregiamente, ma non tenendo conto del paesaggio e dei caratteri
regionali. [...]

Abbiamo letto attentamente i regolamenti edilizi delle cittadine
liguri: si pongono vincoli dettagliati alle altezze degli edifici, ai
rapporti fra altezza e area disponibile, ma non si impone luso di
materiali e di colori caratteristici, né si vieta quello di materiali
e colori stridenti, come certe piastrelle in ceramica, come certi
rivestimenti blu, gialli, rossi e verdi, zabaglione e violetto,
addirittura neri e verdi. [come accennato sopra, l'evolversi
successivo della situazione dà oggi l'idea che non solo sull'aspetto,
ma anche sulla struttura stessa degli edifici, le Amministrazioni
comunali dovettero agire molto "di manica larga"] [...]

*

Esaurite o quasi, le aree fabbricabili (orti e giardini) si dà ora
l'assalto alle vecchie case caratteristiche, privilegiate perché
affacciate direttamente sulle spiagge. Si pensi alla fila di vecchie e
caratteristiche abitazioni sul mare di Sestri Levante, di Celle
Ligure, di Albisola, di Noli, di Varigotti, di Laigueglia. Alassio,
trasformata in una cittadona come Sanremo, allinea ancora sulla
spiaggia un chilometro di antiche facciate policrome, di tetti grigi,
di sporgenze e di abbaini, di archivolti che le danno un ultimo tratto
inconfondibilmente ligure. Si demolisca tutto per far posto a file di
case in cemento armato, come già si sta facendo, e la Riviera sarà
veramente irriconoscibile.

[questo fortunatamente non avvenne, e oggi che i nuclei storici sono
in larga misura intatti, alcuni addirittura valorizzati (stavolta
dando al termine un'accezione positiva!). Quello che però accadde, e
di cui forse nemmeno l'autore si era ben reso conto, fu la completa
copertura di ogni superficie edificabile, a formare un'autentica
"città infinita", fuori dai centri tradizionali, lungo tutta la costa.
Un effetto collaterale particolarmente significativo è, oggi, la
pressoché totale assenza di aree residue, destinabili a uso pubblico,
sia esso un parco, un parcheggio, una nuova stazione]

A questo punto si deve chiarire un altro equivoco: sindaci, dirigenti
turistici, soprintendenti ritengono di potere intervenire soltanto
quando siano violati i regolamenti edilizi locali o si siano infranti
espressi vincoli su talune zone e taluni monumenti. Ma si dimentica
anzitutto che ogni cittadina ligure di maggior interesse turistico ha
una Azienda autonoma di soggiorno e che la legge istitutiva di tali
aziende (numero 1380, del 1926) poneva i loro territori sotto uno
"statuto di privilegio" contemplando fra l'altro il beneficio della
legge di Napoli per gli espropri e l'automatismo di applicazione della
legge sulla tutela delle bellezze artistiche e panoramiche. I
territori delle stazioni turistiche sono dunque interamente sotto il
vincolo della successive legge del 1939 per la tutela del paesaggio,
legge tutt'altro che ripudiata e oggi ancora valida, se venisse
veramente applicata.

Non c'è dunque fila di case o borgo caratteristico, o semplice albero,
che possa essere toccato senza autorizzazione. Si aggiunga l'esistenza
di un vincolo esplicito sulla fascia costiera per una profondità di 50
metri a monte e a mare della Via Aurelia nelle province di Genova e di
Imperia, di 100 metri a monte e a mare nella provincia di Savona.
Praticamente, nulla dovrebbe sfuggire all'approvazione delle Belle
Arti: neppure i grattacieli di Capo Nero [uno degli scempi più
drammatici dell'ultimo ponente], le casette anonime dei villaggi di
Capo Cervo e di Capo Mele, di Rapallo e di Nervi, i palazzoni e le
muraglie e i lampioni in cemento armato che deturpano il lungomare di
Laigueglia, gli enormi muraglioni che hanno sconciato la conca fra
Zoagli e Rapallo. [...]

Il Soprintendente professor Dillon ha il merito di avere imposto
vincoli speciali per mezzo di piani paesistici, previsti dalla legge
del 1939, sulla bellissima zona delle Cinque Terre, minacciata
dall'apertura della nuova strada litoranea fra La Spezia e Sestri
Levante [la strada venne incominciata ma fu aperta solo nel primo
tratto da La Spezia a Riomaggiore; il suo completamento venne
definitivamente abbandonato, proprio per motivi di tutela ambientale,
al principio degli anni Ottanta]. I mezzi legali non mancano, dunque.
A coronare questa asserzione citiamo un chiaro passo della legge del
1939: "I lavori che rechino pregiudizio all'attuale stato esteriore
delle cose e delle località protette dalla legge, indipendentemente
dalla loro inclusione nell'elenco delle località e dalla notificazione
della dichiarazione di notevole interesse pubblico, possono essere
vietati con provvedimento del ministro dell'Educazione nazionale.
Possono essere sospesi, anche indennizzati e demoliti".

[la legge qui più volte citata è la 1497 del 29 giugno 1939,
"Protezione delle bellezze naturali", che, insieme con la 1089 del 1°
giugno 1939 "Tutela delle cose di interesse artistico e storico", ha
costituito il caposaldo della protezione del patrimonio storico e
naturale italiano. Entrambe le leggi sono tuttora vigenti]

[...] Poiché sono previste "deroghe" per la costruzione di alberghi,
si segue solitamente questa strada: si progetta un albergo di
proporzioni inusitate su aree dove normalmente non si potrebbe
costruire nulla, si ottiene l'approvazione, poi, col tacito consenso
delle autorità locali o con altri fantasiosi arrangiamenti, si
costruisce un palazzone da rivendere con largo margine di profitto.
Oppure si progettano tre palazzine defilate e poi si costruisce un
solo palazzo occupando la stessa area su un fronte unico, fingendo di
credere che questa trovata non arrechi nessun danno. Non sono
fantasie: questo sta avvenendo, ad esempio, sulla punta di Santa Croce
ad Alassio, nei pressi della famosa "Cappelletta", dove inizialmente
si dovevano fare tre modeste costruzioni, poi sostituite, col consenso
delle autorità, da un palazzo a diversi piani dal fronte imponente,
che trasforma radicalmente l'aspetto di una zona chiave per il
paesaggio locale [l'intera strada che conduce alla Punta di S. Croce è
oggi interamente edificata, e la Cappelletta stessa è circondata dalle
pesanti strutture del porto "turistico"]. Il tutto, ripetiamo, è sotto
il vincolo delle Belle Arti come la sovrastante pineta di Santa Croce,
ridotta a 60 alberi e in via di distruzione, senza che nessuno
intervenga, non dico ventilandone l'esproprio per farne un parco
pubblico [mai realizzato], come consentirebbe la legge, ma almeno il
parziale acquisto. La destinazione a pubblica utilità di una parte di
queste ultime aree verdi sarebbe in definitiva più conveniente per i
loro proprietari, oggi costretti dal vincolo a tenerle inutilizzate e
costretti a sperare nella scomparsa dei pini per poterle vendere ai
costruttori. Ma i Comuni preferiscono spendere somme molto superiori
in distese di cemento sulle spiagge (lungomare), nella costruzione di
campi sportivi e altre cose del genere.

Ma la trasformazione brutale del paesaggio ligure non si limita
all'attività degli impresari edili e al taglio degli alberi. Abbiamo
già detto che ora sono in pericolo i nuclei di antica costruzione, dai
rilevanti e caratteristici elementi architettonici, come i vecchi
borghi di Ventimiglia alta, di Bordighera alta, della "Pigna" di
Sanremo, di Porto Maurizio, di Diano Castello, di Bussana vecchia, del
"Budello" di Laigueglia e di Alassio, del centro di Noli, della
vecchia Albisola, della parte frontale di Celle. Altri esempi cospicui
si hanno a levante, da Camogli a Portofino e al centro di Chiavari. La
trasformazione non viene limitata alle demolizioni e ricostruzioni: i
nuclei antichi, citati prima, sono trasformati anche senza essere
demoliti. Le facciate dai colori antichi (come il rosso, il rosa e il
verde marcio steso a "fresco") vengono "ripulite" e soffocate dal
manto di "terranova", o rivestite con materiali moderni; le finestre
strette e alte sono trasformate in aperture orizzontali, munite di
saracinesche; i balconi in ferro battuto sono sostituiti da altri in
cemento; i tetti grigi sono svuotati per far posto a terrazze. La
vecchia casa resta, ma il suo aspetto è un altro. I Comuni, credendo
di fare cosa bella e utile, sostituiscono le vecchie pavimentazioni,
gli acciottolati bianchi e neri, le cordonate di mattoni rossi, con
battute di cemento o con tappeti di asfalto nero. [...]

Tutto questo è frutto di mancanza di cultura: non esiste, purtroppo,
una cultura dell'abitazione, dell'arredamento e del paesaggio, a
differenza di altri Paesi europei, chissà perché considerati inferiori
al nostro per naturale disposizione all'arte: si pensi al rispetto del
paesaggio, al gusto dell'arredamento e dell'armonia fra natura e
abitazione in tante parti della Germania e della Svizzera. Il
confronto è più diretto e istruttivo quando si considerino regioni in
tutto simili alla Liguria per paesaggio, per architettura, per
sviluppo turistico. Prendiamo l'esempio della vicina Costa Azzurra: le
spiagge più celebri e più ricercate conservano gelosamente una
primitività selvaggia che sulla nostra Riviera è soffocata
coscienziosamente in nome di un presunto "progresso delle
attrezzature". A St-Tropez, sulla Riva fra Cannes e St-Raphael e Se-
Maxime, ancor più su quella verso Hyères e Tolone, la natura non è
industrializzata, ma offerta al libero godimento. [...]

[In questo caso, dissento completamente: la Costa Azzurra ha subito e
subisce ancora oggi una massiccia edificazione turistica, in forme
forse più lussuose ed esteticamente più curate, ma non per questo meno
pesanti e meno estranee al contesto urbano preesistente]

Fortunatamente non mancano in Liguria esempi positivi; gli esempi
migliori di conservazione ambientale vengono dalla Riviera di Levante,
cominciando da Portofino, grazie alla tutela esercitata dall'Ente
Autonomo per il Monte di Portofino, creato con legge del 1937 e avente
giurisdizione su tutto il monte di Portofino, includendo la costa da
Camogli a San Fruttuoso, a Portofino, a Paraggi, fino a Santa
Margherita. Recenti polemiche sorte sull'operato dell'Ente Autonomo
hanno confermato un dato fondamentale: l'Ente riesce a impedire
alterazioni del quadro esistente, grazie anche a una più sviluppata
sensibilità della gente del posto, che ha compreso il valore
inestimabile della conservazione. [Nel 2001 il territorio protetto del
Monte di Portofino - progressivamente ampliato negli anni - venne
riportato all'estensione del 1937, su pressione delle Amministrazioni
comunali interessate; due di esse erano di sinistra, due di destra e
una era guidata da una lista civica]. [...]

Santa Margherita si conserva discretamente: trasformata malamente
nella, parte interna, è rimasta quasi integra nella parte più
caratteristica, affacciata sul porticciolo e sul lungomare. Ma c'è chi
progetta una gettata di cemento sulle scogliere di levante, per
costruire un "lungomare" fino a San Michele di Pagana. Qui si
coltivano altri progetti pericolosi, come la costruzione di alberghi e
palazzi sulla penisola. Altri alberghi colossali e grattacieli sono
progettati a Paraggi: insisto sui progetti perché le autorità possono
fare qualcosa, sono ancora in tempo.
Camogli è quasi intatta [lo è ancora oggi]. Superfluo descriverne la
bellezza, deturpata da alcune isolate costruzioni, come l'autorimessa
del centro e il palazzone moderno nei pressi della stazione. Da
Camogli si offre un esempio prezioso per i progettisti e i costruttori
che ragionano soltanto in termini economici: essi dicono di essere
obbligati a costruire palazzi enormi, in contrasto col quadro naturale
della Riviera, dalla necessità di sfruttare al massimo le aree, pagate
a prezzi altissimi. Ebbene, a Camogli si hanno veramente caseggiati
enormi, più alti di qualsiasi palazzo moderno stretti gli uni agli
altri. Ma l'effetto è di un'armonia sorprendente. Volumi, colori,
disposizione, furono studiati nei tempi passati con tale maestria da
creare un quadro affascinante.

Purtroppo non può dirsi altrettanto dell'altra capitale della
marineria ligure, Noli. Le vecchie case sul mare sono in parte
demolite e trasformate; nel cuore della città medievale si trasformano
le facciate con rivestimenti moderni, sorgono attorno alle mura e alle
torri palazzi dai colori incredibili, il tutto con approvazione, si
intende, delle autorità competenti. Altrettanto si dica di Varigotti,
ultima testimonianza di una architettura di ispirazione moresca oggi
in via di sparizione.

La trasformazione sembra inarrestabile. Quando si sarà avvertito il
danno compiuto sarà troppo tardi: un'intera regione d'Italia, fra le
più belle e più note del mondo, avrà perduto il suo volto antico.

MARIO FAZIO

Fotoservizio di Leoni >>

Fonte da: "www.miol.it/stagniweb"

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