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Le maestre e l’albo che chiuderà gli asili
Mancano i nidi, ma mancano anche educatrici ed educatori adeguatamente formati e con stipendi decenti. Le potenziali educatrici ed educatori sono legittimamente scoraggiati dall’enorme difformità dei contratti e dei compensi a seconda che si lavori in un nido pubblico, di terzo settore o privato, con un contratto a tempo determinato o indeterminato o addirittura di consulenza; una difformità che può esporre al concretissimo rischio di prendere anche solo 5 euro l’ora pur essendo laureata e specializzata. Si aggiunga che ancora oggi, a distanza di sette anni dalla legge 66/2017 che ha incardinato a pieno titolo i nidi di infanzia nel sistema educativo, come parte del primo “modulo” 0-6, richiedendo al personale educativo il possesso della laurea triennale in scienze della formazione e educazione, non solo molti nidi privati, anche alcuni comuni continuano a non richiederla neppure per le nuove assunzioni, ritenendo bastante un diploma di maturità in un liceo socio-pedagogico. Tutto ciò contribuisce ad una immagine del lavoro educativo nei nidi e servizi integrativi per la prima infanzia come professionalmente poco qualificato e perciò a bassa e talvolta bassissima remunerazione, con buona pace dell’importanza di un lavoro di qualità nei primi anni di vita dei bambini.
A fronte di questa situazione, invece di fare chiarezza, anche instaurando un dialogo con le università da un lato perché si attivino nella acquisizione di un numero di studenti adeguato nelle lauree dedicate, con l’ANCI e gli altri gestori del servizio nido e i sindacati dall’altro, al fine di omogeneizzare standard sia professionali sia remunerativi, il governo ha scelto di procedere in un modo che genera ulteriore confusione e, secondo ANCI, rischia persino di rendere difficile la riapertura dei nidi dopo l’estate. La recente Legge 15 aprile 2024, n. 55, infatti, nell’introdurre gli albi professionali, rispettivamente, dei pedagogisti, degli educatori socio-educativi e degli educatori socio-sanitari, prevede anche per gli educatori dei servizi educativi per l’infanzia, quale requisito per l’esercizio della professione, l’obbligo dell’iscrizione all’albo degli educatori socio-pedagogici. Si può discutere sulla opportunità di moltiplicare gli albi professionali (e di spezzettare la figura degli educatori che di norma lavorano – su strada, nelle comunità, nelle carceri, nelle cooperative sociali, negli ospedali – con le persone, non necessariamente solo di minore età, nella loro interezza). Ma non è accettabile la confusione che viene fatta tra educatrici/educatori dei nidi ed educatori socio-pedagogici. Il loro ambito di lavoro è totalmente diverso, così come la laurea richiesta. Aggiungo che non si capisce perché venga richiesta l’iscrizione ad un albo (come se esercitasse una libera professione) a chi lavora con i bambini molto piccoli, e non a chi lavora nella scuola dell’infanzia e negli altri ordini di scuola.
L’intenzione di garantire il possesso di una adeguata preparazione professionale è apprezzabile, ma essa dovrebbe essere già garantita dall’osservanza della normativa nazionale che definisce titoli di studio, competenze formative, obblighi operativi e deontologici. Osservanza che dovrebbe essere monitorata con attenzione. L’iscrizione ad un albo non aggiunge nulla, salvo qualche procedura burocratica. In compenso oscura il profilo professionale specifico, il mandato educativo di chi lavora nei nidi, separandoli ulteriormente da chi lavora nella scuola dell’infanzia, in contrasto con l’idea di un sistema 0-6 integrato e inter-comunicante.
Molti comuni sono preoccupati perché una parte del personale attualmente al lavoro nei nidi non possiede i requisiti richiesti (una laurea triennale e un periodo di tirocinio) per iscriversi all’albo; quindi, se la norma non venisse revocata, non potrebbe più essere impiegato. È un problema serio, di cui sono in parte responsabili gli stessi comuni e tutti gli enti privati e di terzo settore che in questi anni hanno ignorato le norme della legge 66/2017 in tema di requisiti formativi. Occorrerà assicurare un periodo, non prorogabile, di transizione perché possano mettersi in regola. Ma la questione vera riguarda l’inappropriatezza della richiesta di iscrizione all’albo, anche per chi possiede i requisiti, perché si tratta di un altro profilo professionale. È quanto sostiene anche il Gruppo Nazionale Nidi e infanzia, che ha lanciato un appello perché quella norma venga cancellata, rapidamente sottoscritto da molte altre associazioni e singole persone che operano sul campo.