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«Abituatevi al caldo». L’inazione del governo che punisce tutti
Gli italiani muoiono per il caldo, e si tratta di morti evitabili – come evitabili sarebbero i disagi sofferti da chi non arriva a morire – e le persone che dovrebbero proteggerle dicono loro di abituarsi. Più o meno come Maria Antonietta ai francesi affamati
Chissà se Ignazio La Russa, dicendo che al clima caraibico portato dal cambiamento climatico ci abitueremo, pensava alla famosa storia della rana bollita, che si abitua al lento aumentare della temperatura dell’acqua in cui è immersa, fino a morire inconsapevole.
La perla arriva alla presentazione del manifesto del nuovo negazionismo morbido, a opera di Nicola Procaccini (L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura, Giubilei Regnani, 2026). Procaccini adotta una strategia retorica più pericolosa del negazionismo classico: non nega più i dati scientifici, ma contesta le soluzioni (soprattutto il Green Deal) e sparge ottimismo a piene mani sulla possibilità di adattarsi senza limitare lo sviluppo. Quindi, è proprio come dice La Russa: diventeremo rane felici, Kermit che sorseggiano margarita sulle spiagge.
Abituarsi a cosa?
Ci sono solo alcuni piccoli problemi. Primo: quello che ci aspetta non sono i Caraibi, ventilati e confortevoli, ma i 50°C dell’estate di Dubai. Il cocktail lo berremo in ambienti raffreddati artificialmente. E l’aria condizionata raffredderà noi e surriscalderà l’esterno, con le emissioni che produce. Secondo: empiricamente, la storia della rana è falsa. La letteratura scientifica più recente ha mostrato che le rane saltano via appena la temperatura diventa eccessiva. E gli esseri umani non si abituano facilmente al surriscaldamento. Terzo: il suggerimento di abituarsi a cambiamenti in peggio (perché è peggio vivere a 50°C d’estate invece che in climi temperati, è peggio morire per un’ondata inaspettata di calore) è politicamente oltraggioso. È un’ulteriore forma di ingiustizia, che si aggiunge all’ingiustizia di un governo che non fa nulla per soccorrere i più vulnerabili e per prevenire queste ondate di calore e all’ingiustizia delle diseguaglianze, che rendono alcune persone più esposte di altre.
La sindrome di Maria Antonietta
Si tratta di una forma di ingiustizia che consiste nel mancato riconoscimento, da parte della seconda carica dello Stato e del governo, delle proprie colpe e delle ingiustizie che portano a tutto questo. Gli italiani muoiono per il caldo, e si tratta di morti evitabili – come evitabili sarebbero i disagi sofferti da chi non arriva a morire – e le persone che dovrebbero proteggerle dicono loro di abituarsi. Più o meno come Maria Antonietta ai francesi affamati.
L’unica sicurezza che preoccupa questo governo è quella dei decreti liberticidi: la sicurezza dal presunto pericolo di manifestazioni di piazza, dei rave, delle presunte invasioni migratorie. La sicurezza legata a un’aspettativa ragionevole di vita, la sicurezza di poter sopravvivere all’estate, non è rilevante.
I dati sui morti per caldo del 2026 in Italia non sono ancora stabili (l’Oms parla di 1.300 morti in eccesso in Europa). Sicuramente, ci sono tre decessi: due anziani a Genova e un lavoratore a Treviso. I dati degli anni scorsi in Italia (secondo Nature Medicine) sono 18.010 morti nel 2022, circa 13.790 nel 2023, circa 19.038 nel 2024. Si tratta di morti in eccesso: cittadini e cittadine, forse anche elettori ed elettrici di destra, che hanno vissuto meno di quanto avrebbero potuto. Il nesso causale fra cambiamento climatico e ondate di calore è chiaro secondo tutti gli studi più recenti. Quindi, alcune persone muoiono per condizioni evitabili, condizioni che potrebbero essere evitate o alleviate dall’azione di governo, e un esponente della maggioranza dice ai sopravvissuti che quelle condizioni tutto sommato sono confortevoli e, alla fin fine, ci abitueremo.
La memoria delle vittime
La memoria delle vittime del caldo viene calpestata sminuendo le condizioni che hanno portato alla loro morte, facendo di una concatenazione di negligenze e interessi di parte una fatalità. È un oltraggio alla memoria, in un certo senso. E le condizioni di disagio di molti – lavoratori, soprattutto, e anziani, e persone altrimenti vulnerabili – vengono sminuite e negate. È un negazionismo molto simile ad altri (a negare la realtà della Shoah, per esempio). È ingiustizia epistemica e di mancato riconoscimento.
È un’ingiustizia non solo moralmente e politicamente oltraggiosa, ma anche pericolosa. Perché erode non solo il rispetto per le vittime e per i vulnerabili, ma anche le vie democratiche per rettificare le altre ingiustizie. Se nella discussione pubblica s’insinuano queste argomentazioni, gli appelli a prevenire altre ondate di calore, a fare di tutto perché questo non accada più, a farsi trovare preparati, ne risulteranno indeboliti. E l’inazione sarà più facile, sarà elettoralmente proficua. E il prezzo lo pagheranno di nuovo, nei prossimi anni, lavoratori e anziani.