Giorgia Serughetti (Università di Milano Bicocca) - Le giravolte della destra per salvare faccia e consensi ©

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Sergio Brasini

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Apr 16, 2026, 1:13:56 PM (2 days ago) Apr 16
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Le giravolte della destra per salvare faccia e consensi

È stato davvero coraggio quello della premier? O piuttosto abilità nel cogliere il momento opportuno, fiutando l’aria non più favorevole al tycoon, alle sue intemperanze, alla sua megalomania, soprattutto alle sue guerre, quando ha compreso che dal ruolo presunto di “ponte” tra le sponde dell’Atlantico c’era ormai poco o nulla da guadagnare?

Secondo il ministro Tajani «una persona coraggiosa» come Giorgia Meloni «non rinuncia mai a dire ciò che pensa». E l’avrebbe fatto anche questa volta, difendendo papa Leone XIV dagli attacchi di Donald Trump, anche a costo di provocare l’ira del presidente Usa. Il quale ha reagito con parole di sdegno e disprezzo per il voltafaccia della sua più pervicace sostenitrice tra i capi di governo europei, l’ultima vera alleata dopo la disfatta elettorale di Viktor Orbán. 
Ma è stato davvero coraggio quello di Meloni? O piuttosto abilità nel cogliere il momento opportuno, fiutando l’aria non più favorevole al tycoon, alle sue intemperanze, alla sua megalomania, soprattutto alle sue guerre, quando ha compreso che dal ruolo presunto di “ponte” tra le sponde dell’Atlantico c’era ormai poco o nulla da guadagnare? 
Il governo e i suoi solerti megafoni mediatici intendono convincerci che sia Trump ad aver passato il segno, questa volta. Ma chiunque osservi con preoccupazione o angoscia l’operato del presidente Usa fin dal suo insediamento vede più continuità che discontinuità nell’aggressione a ogni contropotere capace di ostacolarlo o contrariarlo. Vede con chiarezza il filo che unisce le deportazioni illegali di migranti alla violazione del diritto internazionale, la «pace attraverso la forza» all’affarismo e agli attacchi alla Chiesa cattolica. Si può provare allora, certo, sollievo per la (tardiva) presa di distanza del governo dall’amministrazione Usa, e tanto più dall’annuncio immediatamente successivo del mancato rinnovo dell’accordo militare con Israele. Ma si resta anche disorientati, e in un’attesa inquieta di quel che verrà. Perché è pur sempre lo stesso governo che ha sostenuto il rapimento illegale del presidente del Venezuela Maduro; che ha sostenuto contro ogni opportunità e logica il progetto di un Occidente atlantico; che ha taciuto di fronte ai dazi come ai rastrellamenti di migranti e alle uccisioni di cittadini americani; che ha «non condannato» l’attacco all’Iran. 
Si comprende bene che Meloni stia cercando di rinnovare la sua immagine, dopo la sconfitta al referendum, dopo la caduta del principe dei sovranisti in Ungheria, e in clima già pre-elettorale in cui si avverte che i rincari dei carburanti e il costo della vita peseranno più delle retoriche sull’“identità occidentale” o degli allarmi sulla “sostituzione etnica”. Ma non è chiaro quali mosse abbia in serbo la maggioranza nella sua corsa al recupero del consenso. 
Qualcosa capiremo forse sabato in piazza Duomo, a Milano, dove Matteo Salvini ha convocato il raduno dei Patrioti europei. Al centro dell’appuntamento, secondo le intenzioni dichiarate a Pontida, avrebbe dovuto esserci la difesa della “civiltà occidentale”, o altrimenti detto il contrasto dell’immigrazione illegale, anzi il progetto della “remigrazione”, che dagli ambienti dell’estrema destra è ormai transitato stabilmente nel lessico dei partiti della destra mainstream. Remigrazione – vale la pena di ricordarlo – significa deportazione di massa di persone di origine straniera. Significa la visione razzista di una società europea “bianca”, da proteggere contro la minaccia di cancellazione o decadenza portata dalle popolazioni non bianche. 
Ora, gli organizzatori del summit dichiarano che avranno priorità i temi economici, l’attacco a Bruxelles e alle regole del Patto di stabilità. Ma è difficile credere che Salvini perda l’occasione di intestarsi la battaglia sull’immigrazione, proprio quando la presidente del Consiglio viene accusata da Trump di debolezza su quel versante; «l’immigrazione sta uccidendo l’Italia e tutta l’Europa»: il passaggio dell’attacco che (forse) al governo fa più male. 
Tra radicalità e moderazione, tra remigrazione e economia, tra stretta sul dissenso e apertura al dialogo con le opposizioni: non è chiaro su quali capitoli Meloni, Salvini e l’intera maggioranza concentreranno maggiormente i loro sforzi nei prossimi mesi. Di certo, da una confusa corsa al recupero del dissenso difficilmente potrà venire qualcosa di buono. 
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