Gli elettori hanno bocciato una riforma vendicativa e malfatta. E da escludere che al momento del voto fossero appieno consapevoli cosa stavano decidendo. La campagna elettorale ha loro sottoposto quattro referendum diversi.
Il primo pro e contro la riforma, il secondo pro e contro la magistratura, il terzo pro e contro la Costituzione, il quarto pro e contro il governo. Chissà per quale, o quali, ha votato ciascuno. Il risultato è stato il successo del no.
Due i dati più inattesi. Primo: l’alta partecipazione dei giovani, che hanno anche votato in larga prevalenza no. Smentendo lo stereotipo che li vuole distaccati dalla politica. E' invece la politica ufficiale ad essere distaccata da loro. Questo governo ha trasformato il distacco in ostilità. Perseguitati dall’inizio con misure e azioni poliziesche brutali e sproporzionate, l’ultima beffa è stata impedire di votare ai fuori sede.
Il secondo dato saliente è il paradosso del Mezzogiorno. Dove l’affluenza è rimasta molto bassa. In compenso, il no è stato maggioritario sia nei centri urbani, sia in provincia. Ciò fa pensare che ad astenersi siano stati gli elettori dei partiti di maggioranza. In generale il non voto del Mezzogiorno è conferma del suo malessere. La sinistra ha gravi colpe. Ma la destra, a trazione lombardo-veneta, vanta un quarto di secolo di bistrattamenti. Ha favorito il progressivo svuotamento del sistema produttivo. Ha saccheggiato scuola e sanità. Il dissesto idrogeologico è fuori controllo. Il sistema dei trasporti cade a pezzi. Col governo Meloni lo spregio nemmeno più si nasconde. Bocciata l’autonomia differenziata, insiste coi Lep. Irride ai meridionali con la promessa di un ponte inutile e costosissimo. Gli elettori d’opposizione hanno reagito votando no. Gli elettori di destra sono rimasti a casa.
Infine. Se il no ha vinto molto è merito dei partiti. Ma ancor più dell’inedita mobilitazione civile, che, a dispetto del considerevole vantaggio mediatico di cui godevano maggioranza e governo, ha rovesciato le previsioni iniziali. L’attivismo è stato imponente: tra comitati, associazioni, dibattiti, che, con civile contraddittorio, si sono svolti nelle sedi sindacali, nelle parrocchie, nelle proloco, nelle università.
Sarebbe grave errore non tesaurizzare l’esperienza. I nostalgici dei partiti hanno buone ragioni. Ma i tempi cambiano e magari è impossibile resuscitarli com’erano. Ma si può intanto raccoglierne l’eredità: quella della «politica condivisa».
Fatta di opportunità di riconoscimento, incontro, discussione, azione comune, persino festa. Questo è stata la campagna del no, canalizzando le energie democratiche già espresse da mesi di manifestazioni pacifiste, operaie, ambientaliste, studentesche, dalla sfortunata mobilitazione per i referendum sul lavoro di giugno scorso e dalle ultime proteste contro le frenesie repressive del governo.
Le seduzioni del direttismo, della disintermediazione, della tecnocrazia, che precipitano nell’arroganza del leader di turno, vanno archiviate. Va riscoperta piuttosto la politica come lavoro sul campo. I cittadini tengono a esprimere i propri bisogni, chiedono ascolto e vogliono essere presi sul serio. Sono, se del caso, disposti a sopportare sacrifici, purché ne conoscano le ragioni.
Ci sarebbe da discutere a lungo sullo stato civile e morale della società italiana, sugli effetti del declino economico che ne affligge gran parte e del desolante decadimento dei servizi pubblici, a cominciare dalla scuola. Ma non è detto che la polarizzazione, le paure, il razzismo alimentati dalle destre, dai media e dai social corrispondano ai sentimenti della maggioranza dei cittadini.
Si prospettano importanti scadenze. C’è da difendersi dai decreti sicurezza e incombe la legge elettorale. Da tempo le possibilità di scelta degli elettori sono ridotte al lumicino. In più la legge attuale distorce i risultati. Il governo Meloni rappresenta una minoranza, ampia, ma pur sempre minoranza. Ciò non gli impedisce di sfigurare ulteriormente il paese.
La legge elettorale proposta dalla maggioranza riesce ad essere peggiorativa. Va perciò contrastata in ogni modo e a questo servono i comitati del no. Quale snodi di una rete di autodifesa democratica, in grado anche di costringere le opposizioni a fare fronte comune. Le sciagurate divisioni delle politiche del 2022 hanno prodotto abbastanza disastri.
Il vento autoritario e bellicista che scuote il pianeta non risparmia l’Italia. Per fermarlo serve una società irta di contropoteri, luoghi di aggregazione, discussione, critica, proposta e, per l’appunto, di resistenza. In passato è stata la premessa e il sostegno di tutte le grandi esperienze democratiche di governo. Il consenso elettorale basta appena a vincere le elezioni. La sinistra l’ha dimenticato. E bene che ne recuperi la memoria.