Forse, prima o poi, doveva
succedere...
Che fosse uno di noi, docente preoccupato, e non giornalista di
provincia, a dare una valutazione della vita universitaria a 65 km
dal centro amministrativo-direzionale del suo Ateneo, a Forlì.
Vivendo a Bologna, dove sono nato e dove nascono da tutte le
generazioni documentabili i Bersani Berselli e le loro mogli.
Io. Professore a contratto negli ultimi anni Novanta a Ravenna e a
Forlì, ricercatore a Forlì nel 2000, professore associato nel
2005, SSD L-LIN/01, ex-SSLMIT ed ex-SITLeC (sì, quello che era
l'unico dipartimento di Forlì), ora DIT della Scuola di Lingue e
Letterature, Interpretazione e Traduzione. Linguista di
Linguistica generale, con passioni per Filosofia del Linguaggio e
Logica, qui faccio didattica su Linguistica applicata; mi è stata
lasciata la piccola soddisfazione di un corso (a scelta e senza
frequenza, anzi in sovrapposizione con corsi obbligatori) di
Semantica, che mi riempie ogni anno di orali.
Scuola professional(izzant)e in una società senza professioni e
senza lavoro, la fu SSLMIT nacque, in maniera più ambigua, da una
costola di espatriati da Lingue di Bologna - credo che la distanza
fosse nei patti. Diversi gli interessi: certo, per molti la prima
fascia; poi, l'ingresso dei propri allievi: non io tra quelli,
allievo piuttosto di Rosiello e Sandri a Lettere di Bologna, e di
Maria-Elisabeth Conte nel Dottorato a Pavia. Scarsa la concorrenza
a livello nazionale, dove c'era una sola altra SSLMIT pubblica, a
Trieste, beh... le private non contavano. L'una e l'altra
pervicacemente avvinte alla convinzione che troppa Linguistica
teorica facesse male ad interpreti e traduttori o meglio,
nell'una e nell'altra, una polemica triste tra i
professionalizzanti e gli acculturati. Poca linguistica e poco
pensiero: ma, si sa, "per chi non è abituato / pensare è
sconsigliato" (F. Guccini, "Canzone di notte n. 2", da Via Paolo
Fabbri 43, 1976). Certo, con grandi, nobili eccezioni.
Linguistica fu tenuta per anni per supplenza da ordinari o associati
di Bologna, salvo una stella brillante e coltissima, Daniela Zorzi,
allieva di Heilmann, sanscritista di origine, lì convertita alla
Glottodidattica.
Mantengo una mia vita culturale - a Bologna, ovunque mi porti un
congresso nei limiti ristrettissimi dei miei fondi di ricerca, dove
c'è una mostra o una conferenza o un concerto che valga la pena, ...
-; la valutazione dei miei ormai pochi scritti la lascio alla decina
di studiosi, nel mondo, che sono certo sappiano bene di che cosa
scrivo e che conosco e mi conoscono come fratelli, non agli anonimi
ANVUR-Männer, dimostratamente ignoranti, o in malafede, in
almeno un caso, il mio. A Forlì, ma che cosa potrei trovare a Forlì?
E a Cesena, Ravenna, Rimini? Forlì ha il Diego Fabbri, vero; Forlì
ha i Musei S. Domenico, altrettanto vero: ma basta una visita una
volta ogni tre-quattro mesi. Ravenna è bellissima senz'anima, la
conosco bene. Purtroppo, ci ha lasciato un grande vuoto.
Portare la SSLMIT-ricerca a Forlì? Félix San Vicente, uomo
personalmente colto, ma sfortunato coordinatore di dottorato - è
banale: le leggi bisogna capirle... -, sfortunatissimo presidente di
campus - a maggior ragione! - riesce involontariamente ad essere
divertente, senza averne proprio il physique du rôle. Ma
come: è dal '98 che non ho mai avuto uno studio mio in cui leggere,
studiare, pensare, scrivere senza che altri due, tre, quattro
colleghi stessero ricevendo studenti, berciassero al telefono,
comunicassero su frequenze pericolose per gli aeroplani, molti, che
ci sorvolano. Soluzione: si studia a casa, c'è silenzio, ci sono i
libri. Il vantaggio delle scienze umane è che è necessaria una buona
testa e buoni libri, non un buon laboratorio.
Il campus? Se ne parlava come cosa del domani nel '98.
Naturalmente, non c'è ancora e non ci sono più - il Comune se li è
ripresi - gli accrocchi in cui riuscivamo a sederci a un tavolo a
parlare con uno studente. Il campus - ma chiamiamola "sede
decentrata": a qualcuno potrebbe far venire in mente un campus
americano! - è stata una splendida furbata: c'era una sede
d'ospedale vuota nel centro di Forlì. Il Morgagni, ospedale
d'eccellenza, che ha bisogno di strutture all'altezza, si era
trasferito in periferia. E, allora, perché non riciclarla per una
sede universitaria distaccata, visto che alcuni siti erano già usati
dall'Università: la biblioteca Ruffilli, gli uffici tecnici, Scienze
Politiche... Abbattere un po' di cartongesso, rialzarlo dove
serviva, dar di bianco, creare passaggi - su questo siamo molto
deboli! E poi sì, qualcosa si doveva pur costruire: l'ottava
meraviglia del mondo, il Teaching Hub! Non ridete, abbiate
pietà! Perfino la Giannini si è vergognata di venire per
l'inaugurazione... Per chi ha la fortuna di non averne nozione è un
insieme di stanzoni sfalsati, di diverse cubature, in cui DIT,
Scienze Politiche, Economia fanno lezione. Per quei pochi che ancora
parlano italiano, lo si potrebbe chiamare "Area Didattica", senza
offesa. Forlì non è mai stata fortunata quanto ad architettura, si
sa. Qui, un po' peggio: sarebbe interessante sapere di chi è il
progetto e chi era in Commissione al momento della scelta.... Ma non
è questo che importa di più: non mi darebbe poi fastidio far lezione
in un palazzo decisamente brutto: sì, mi farebbe piacere che le
toilette fossero separate l'una dall'altra da qualcosa di più solido
che un pannello di plastica, basterebbe il cartongesso; esulterei
per delle doccette che permettessero un'igiene personale all'altezza
del secolo. Ma è il meno. È che dubito che se l'abitabilità fosse
concessa da altri che l'ufficio tecnico del Comune, l'Area Didattica
l'avrebbe mai ottenuta. Ultimamente, stiamo giocando alle prove
d'evacuazione a sorpresa. Bene: immaginate una fila continua di 6-7
m di banchi, non interrotta come buon senso avrebbe richiesto da un
corridoio centrale. Anzi, pensatene una decina o quindicina, una
dietro l'altra. Se mai vi capitasse una posizione centrale e
l'urgenza di uscire, pregate: è tutto quello che potete fare.
Abbiamo altre meraviglie: gli scalini invisibili, anche un po'
smussati, così è più facile cadere. A me è successo. Poi, porte a
doppia anta di vetro, con la serratura a dieci cm da terra: il che
sarebbe un problema per me, plurierniato, se non bastesse
appoggiarcisi lievemente per aprirla, chiave o non chiave.
Certo, c'è chi ama vivere in provincia e ne ha il pieno diritto. Io
no, io che trovo piccina e miserella e provinciale Bologna, che non
è più la Bologna del mio liceo o della mia università. Io, che ho
vissuto felicemente dieci anni a Milano. Io, che l'ho buttata lì,
qualche anno fa, al mio preside di allora e di adesso: "e se
cercassi di trasferirmi in città?", ricevendone un "non se ne parla
nemmeno; non ti do il nullaosta. E poi a Bologna ci sono fin troppi
linguisti!"
Alla lunga, muovendomi in treno dal novanta, credo d'aver già dato
molto a Trenitalia. Da casa mia, Bologna Fossolo, al mio non-studio
a Forlì, sono due ore, due ore e mezzo a tratta. Sì, non guido: né
auto né patente. Costerebbe troppo, ma già costicchia anche il mezzo
pubblico, sono 25 euro a giornata, ad andare e tornare. A Forlì
esiste, oltre tutto, l'unica Foresteria Docenti a pagamento del
mondo occidentale. E chi mi paga il tempo, chi mi rimborsa le spese?
Nessuno?
E così, a sessantun'anni compiuti, inizio a sentirmi un po'
demotivato. Restano le soddisfazioni della didattica: le mie
studentesse, i miei studenti. Per quanto basterà? La gloriosa marcia
di UniBO verso la Romagna non era poi tanto gloriosa, vista a
vent'anni di distanza. Sembra più un business, in cui pochi hanno
guadagnato, molti ci hanno perso.
Cordialmente
Gabriele Bersani Berselli