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Contro la tecno-tirannide. Papa Leone in difesa delle nostre democrazie
Nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, papa Leone XIV ha sottolineato un punto importante che tocca il cuore della democrazia. Il problema dello sviluppo dell’Intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali non riguarda soltanto il rischio di un futuro distopico: un mondo in cui milioni di persone perderanno il lavoro, in cui i conflitti si moltiplicheranno grazie ad armi autonome, in cui i legami umani si dissolveranno, come già avviene tra molti adolescenti che confidano i propri segreti a chatbot invece che agli amici. Il problema è più radicale: la perdita collettiva di controllo sul futuro, indipendentemente da quale futuro si desideri. Il papa ha sottolineato il carattere oligopolistico del mondo tecnologico, dove sono pochi privati a controllare lo sviluppo delle tecnologie e i fini per cui vengono utilizzate.
Potere illegittimo
Ma il regime delle Big Tech supera l’oligopolio e anche l’oligarchia: è una vera e propria forma di tirannide. La tirannide, a differenza dell’oligarchia, non indica semplicemente il governo dei pochi. Indica, con Locke, l’esercizio del potere politico al di fuori del diritto; o, con Rousseau, l’usurpazione del potere sovrano. La tirannide rappresenta il caso emblematico di potere illegittimo.
A tutti gli effetti, il potere esercitato dalle grandi aziende tecnologiche è potere politico. L’esercizio della sovranità degli Stati dipende da esse: queste compagnie controllano informazioni da cui dipende la difesa nazionale, ospitano dati sensibili di governi e agenzie di intelligence, orientano il dibattito pubblico attraverso algoritmi opachi. In alcuni casi le prerogative della sovranità vengono direttamente usurpate: si pensi a Starlink di Elon Musk, che ha condizionato le operazioni militari ucraine decidendo quando attivare o disattivare la rete satellitare.
Tale potere è esercitato al di fuori del diritto non solo perché il peso economico di questi attori rende gli Stati incapaci di regolamentarli seriamente, ma anche perché, grazie alle delocalizzazioni e alla mobilità del capitale, essi possono scegliere la giurisdizione cui sottoporsi. Apple in Irlanda, Google nelle Bermuda, Meta in Lussemburgo: la sovranità fiscale e normativa degli Stati diventa negoziabile. Viviamo dunque nell’era della tecno-tirannide.
Scelte trasformative
Ma vi è di più. Questi attori usurpano il potere che sta al cuore dell’autogoverno democratico: quello dei cittadini di decidere il futuro della propria società. Lo fanno attraverso il controllo sugli investimenti. Solo nel 2024 le grandi piattaforme americane hanno investito oltre 200 miliardi di dollari nell’Intelligenza artificiale, con la loro spesa proiettata a raggiungere mezzo trilione di dollari entro il 2026.
Queste decisioni ridisegneranno radicalmente il mercato del lavoro, i sistemi educativi, le infrastrutture sanitarie e i processi democratici su scala globale. Nel frattempo si registra un cronico sottoinvestimento nelle tecnologie verdi, nonostante l’urgenza della transizione energetica. Sono scelte trasformative, ma non vengono prese da rappresentanti eletti, né attraverso processi deliberativi: vengono prese da un pugno di consigli di amministrazione, in risposta alle aspettative di redditività dei mercati azionari, aspettative spesso irrazionali e volatili. Il concetto di autodeterminazione democratica viene così completamente svuotato.
Non basta dunque cercare di regolamentare le Big Tech, cosa già di per sé straordinariamente difficile. È necessario che il controllo sui grandi investimenti tecnologici ritorni alla sfera pubblica. Le forme possono essere diverse: fondi sovrani democraticamente governati, sul modello norvegese, con mandato esplicito di orientare le tecnologie verso priorità sociali; licenze pubbliche obbligatorie per le tecnologie sviluppate con finanziamenti statali; agenzie pubbliche per l’Intelligenza artificiale sul modello delle agenzie spaziali; processi di deliberazione collettiva sulle grandi scelte tecnologiche, come le conferenze pubbliche sperimentate in Danimarca.
Nessuna di queste soluzioni è semplice, e ciascuna si scontra con la resistenza delle Big Tech e con i limiti della sovranità nazionale nell’economia globalizzata. Ma l’alternativa – lasciare che il futuro sia deciso da un pugno di consigli di amministrazione guidati dalla logica della capitalizzazione – non è solo democraticamente inaccettabile, è socialmente alienante. Vuol dire essere condannati a vivere in società che non possiamo riconoscere come prodotto delle nostre scelte.