Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento) - Poveri, precari e sovraistruiti. Non è un paese per giovani

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Sergio Brasini

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Apr 2, 2026, 1:28:10 PM (2 days ago) Apr 2
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Poveri, precari e sovraistruiti. Non è un paese per giovani

L’esito del referendum può essere interpretato anche come il paradosso di un ex ministro della Gioventù – Giorgia Meloni – che perde soprattutto a causa del voto dei giovani. Non vi è dubbio che la condizione economica delle nuove generazioni sia peggiorata, in Italia, negli ultimi decenni, e va registrato che ciò è avvenuto in larga misura prima dell’insediamento dell’attuale governo. L’incremento dell’occupazione nell’ultimo biennio ha riguardato principalmente i lavoratori adulti, mentre continua a crescere – tra i giovani – la quota di lavoratori poveri, con livelli ancora elevati di Neet. Dai primi anni novanta, come rilevato dall’Istat, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sistematicamente superiore alla media europea, passando dal 25 per cento in media negli anni novanta al 43 per cento nella fase immediatamente successiva alla crisi finanziaria del 2008, aggravata dalle intense politiche di austerità del periodo. A partire dal 2015 – escludendo il biennio 2020-2021 – il tasso di disoccupazione giovanile si riduce, continuando a contrarsi nel triennio 2011-2025, passando dal 20 per cento circa al 18 circa. 
Nonostante questa tendenza, il tasso di occupazione giovanile rimane circa il 20 per cento inferiore alla media europea. La tenuta dei livelli occupazionali non è però legata alla buona qualità del lavoro dei giovani: i salari sono bassi e decrescenti, è elevata la precarizzazione del lavoro, crescono le emigrazioni – soprattutto di individui con elevato titolo di studio – e la sottoccupazione. Si stima che circa il 35 per cento dei giovani svolga una mansione inferiore rispetto al titolo di studio acquisito. Ciò implica perdita di capacità produttiva per il sistema economico italiano ed erosione dei risparmi per la crescente dipendenza delle giovani generazioni dal welfare familiare. 
L’evidenza empirica mostra che i giovani italiani percepiscono salari reali più bassi della media europea, significativamente inferiori a quelli dei coetanei francesi e tedeschi (con una differenza che può raggiungere i 40 punti percentuali), sebbene in riduzione nel tempo, e minori – a parità di mansione – rispetto ai lavoratori adulti. Svimez stima che, dal 2011 al 2024, sono emigrati dall’Italia circa 630mila giovani di età compresa fra i 18 e i 34 anni, con flussi di rientro irrisori. Ciò accade in un contesto in cui, a differenza degli altri principali Paesi europei, i salari reali decrescono sia per i giovani sia per gli adulti. 
Il grado di precarizzazione del lavoro – quantificato con la legislazione a tutela del lavoro elaborata dall’Ocse – è molto elevato tra i giovani. L’Italia ha sperimentato una forte riduzione della protezione dei lavoratori a partire dagli anni Novanta, con la diffusa somministrazione di contratti a tempo determinato a coloro che sono entrati nel mercato del lavoro a partire dagli anni Duemila. Nel confronto con Francia e Germania, la precarietà del lavoro dei giovani italiani è più persistente, la stabilizzazione più lenta e l’ingresso nel mercato del lavoro più tardivo. 
Si aggiunge inoltre il fatto che l’istruzione funziona sempre meno in Italia come strumento di mobilità sociale, e il nostro paese è tra gli ultimi in Europa per mobilità sociale. 
A questo esito hanno contribuito almeno due fattori. Dal lato dell’offerta di lavoro: le “riforme” del sistema formativo messe in atto negli ultimi decenni sono state realizzate con l’obiettivo dell’”occupabilità”: e tuttavia, l’aumento della platea di giovani sovraistruiti (l’Italia ne ha una percentuale in linea con la media europea, ma una minore percentuale di laureati) mostra che l’istruzione diffusa può determinare sviluppo economico solo se si traduce nell’imparare ad apprendere (e nello sviluppo del pensiero critico), non nell’imparare a fare. In più, la riduzione dei finanziamenti alle università e la precarizzazione dell’accesso al ruolo di professori hanno incentivato le emigrazioni all’estero dei giovani, con impatti negativi sulla qualità della ricerca, dell’insegnamento e, quindi, sulla qualità del titolo di studio. 
Dal lato della domanda di lavoro: la prevalenza in Italia – e ancor più nel Mezzogiorno – di imprese di piccole dimensioni poco innovative, unita all’assenza di politiche industriali e a sistematiche decurtazioni dei finanziamenti pubblici per la ricerca scientifica, ha accentuato la tendenza alla riduzione della domanda di lavoro qualificato. 
L’inerzia di Meloni rispetto a questi problemi le è stata fatale.
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