Nemmeno l’era della sorveglianza globale, con il suo cielo saturato di droni e i confini presidiati dai cecchini, ha cancellato la possibilità di svanire nel nulla. Anzi, è proprio da quel lembo di terra su cui sono puntati gli occhi di tutto il mondo, ridotto a un limbo refrattario alle leggi, immune alla diplomazia e isolato dalle istituzioni internazionali, che persino nel bel mezzo di un’evacuazione internazionale, si può sparire senza che di sé resti alcuna traccia.
A livello puramente giuridico, nei testi cardine del diritto internazionale umanitario il termine «corridoio» non esiste. Non lo si trova nelle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, né nei Protocolli Addizionali del 1977. Siamo nel regno ambiguo del cosiddetto soft law, un vuoto di codificazione rigida che poggia interamente sul pilastro del diritto consuetudinario. Certo, i riferimenti normativi ci sono: l’articolo 17 della Quarta Convenzione impone l’impegno a concludere accordi locali per l’evacuazione di feriti, malati, infermi, vecchi, bambini e partorienti dalle zone assediate; l’articolo 70 del Primo Protocollo estende l’obbligo di far transitare i soccorsi in modo rapido e imparziale. Ma si tratta di principi, non di automatismi.
QUI SI CONSUMA il nodo politico: nessun organismo sovranazionale, nemmeno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha il potere giuridico di imporre unilateralmente una via di fuga sicura. La nascita di un corridoio è, per sua natura, un atto strettamente negoziale, un accordo speciale bilaterale che richiede il consenso formale dei belligeranti. Attraverso la mediazione di attori neutrali – gli Stati terzi e storicamente il Comitato Internazionale della Croce Rossa o l’Onu – le parti devono accordarsi al millimetro su confini, orari e liste. Solo in quel momento, per una finestra temporale limitata, quel tragitto perde la qualifica di obiettivo militare.
In questo scenario, dove la sopravvivenza diventa una concessione negoziata e dove intere categorie di civili rimangono escluse per principio, si consuma il paradosso più atroce: da Gaza anche chi riesce a incanalarsi in questa fessura miracolosa rischia di restare impigliato e sparire.
È quello che è accaduto in questi giorni a Mahmoud Al-Najjar, un uomo a cui questo conflitto ha già sottratto tutto. In un solo istante, il 25 ottobre 2024, un missile ha polverizzato la sua casa, sua moglie e i loro quattro figli: Yazan, Rinad, Mohammed e il piccolo Amr, che era appena un neonato. Della sua vita, devastata dalla perdita di venticinque membri della famiglia allargata, non gli era rimasto che il rigore, l’impegno accademico come ingegnere informatico e matematico.
NELLE SCORSE SETTIMANE, Mahmoud insegnava ancora sotto le tende dei campi profughi, un gessetto tra le mani e formule matematiche sulla lavagna, per dare un senso di futuro ai piccoli gazawi che, come lui, hanno perso tutto.
Selezionato per meriti accademici aveva vinto una borsa di studio per un master all’università di Tor Vergata Roma e dopo mesi di trattative estenuanti tra università, ambasciate e ministeri, era stato inserito in una lista ufficiale provvisto di regolare visto per l’Europa. Eppure, nel bel mezzo di un’evacuazione coordinata verso l’Italia, le forze israeliane lo hanno prelevato al valico di Karem Abu Salem. L’esercito israeliano lo ha accusato di aver preso direttamente parte al massacro del 7 ottobre.
Oggi per la prima volta è stato comunicato alla famiglia che Mahmoud si trova nella prigione di Ashkelon, una delle strutture detentive più controverse dell’intero sistema carcerario israeliano. Al suo interno, una sezione speciale e interamente blindata del carcere è gestita direttamente dallo Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna israeliana.
È qui che vengono condotti i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza arrestati per i cosiddetti «reati di sicurezza» o sospettati di terrorismo per essere sottoposti a intensi cicli di interrogatorio. Il complesso ospita cinque sezioni principali, tra cui diverse aree adibite all’isolamento totale e punitivo: celle singole molto strette, prive di finestre o di contatto visivo con l’esterno, alcune così piccole da impedire il movimento fisico della persona.
La prigione di Ashkelon è costantemente al centro dei rapporti di organizzazioni per i diritti umani internazionali, come Amnesty International, e israeliane, come B’Tselem. Nei dossier medici e legali vengono documentate pratiche sistematiche quali la privazione prolungata del sonno (per giorni consecutivi), l’esposizione a temperature estreme (caldo o freddo artificiale nelle celle d’attesa) e la costrizione su sedie sbilanciate o troppo piccole, con le mani e i piedi legati per ore di fila.
Come previsto dalle normative d’emergenza o dalla legge sui combattenti illegittimi, i detenuti possono essere privati del diritto di vedere un avvocato o i familiari per settimane. Nel caso di Mahmoud, Israele ha comunicato alla famiglia che il suo avvocato potrà visitarlo dopo il 15 di giugno. La verità è che spesso le date vengono cambiate: soprattutto se i segni delle torture fossero troppo visibili, i tempi per l’incontro tra il detenuto e il suo legale possono essere rimandati in continuazione.
MAHMOUD È STATO accusato, come tanti prima di lui senza elementi, di appartenere ad Hamas. In questo contesto, il richiamo formale o informale alle indagini sugli eventi del 7 ottobre viene utilizzato come un’accusa massima che cala su base indiziaria, senza che l’opinione pubblica o i legali possano verificare la fondatezza delle prove. La madre e i tre fratelli sopravvissuti di Mahmoud hanno testimoniato che la mattina del 7 ottobre l’uomo si trovava nella propria casa, e che fu svegliato di soprassalto come l’intera popolazione civile di Gaza. Ma l’arbitrio del sistema rende impossibile un riscontro.
La combinazione tra l’assenza di vigilanza esterna indipendente, l’isolamento totale dei prigionieri e il blocco delle visite del Comitato Internazionale della Croce Rossa rende i rischi di abusi gravi, torture e decessi in custodia drammaticamente concreti, evocando lo spettro delle peggiori violazioni dei diritti umani della storia recente.
Per tutte queste ragioni, sebbene Mahmoud non sia un cittadino italiano, la sua sparizione interroga direttamente l’Italia, la diplomazia e la comunità accademica che si preparava ad accoglierlo in Italia. Secondo il principio internazionale della due diligence (l’obbligo di diligenza e protezione), lo Stato ha il dovere di tutelare l’incolumità di chi ha intrapreso un percorso formale con le sue istituzioni.
SUL PIANO internazionale, la giurisprudenza consolidata della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) stabilisce che uno Stato risponda delle violazioni dei diritti fondamentali ovunque eserciti un controllo formale o un’influenza decisiva. Se dietro la scomparsa vi fosse una complicità, anche solo omissiva o informativa, delle autorità italiane con governi terzi, si configurerebbe una violazione diretta dell’Articolo 2 (Diritto alla vita) e dell’Articolo 3 (Divieto di trattamenti disumani) della Convenzione Europea.
Quando il diritto viene sospeso, il silenzio cessa di essere una postura diplomatica e si trasforma in complicità. Esigere la verità sulla detenzione di Mahmoud Al-Najjar è un obbligo inderogabile. Difendere la sua integrità significa difendere il principio universale di giustizia e il diritto alla vita di ogni individuo.