Il diritto di studiare. Le donne che resistono all’Afghanistan talebano

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Sergio Brasini

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Nov 28, 2025, 12:16:44 PM (2 days ago) Nov 28
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Articolo di Mario Leone pubblicato oggi da Domani.

Il diritto di studiare. Le donne che resistono all’Afghanistan talebano

Roya Mahboob lavora nel campo delle nuove tecnologie ed è scappata in New Jersey, con una app sta cercando nuove vie per non abbandonare le ragazze al loro destino

Una delle prime cose che i Talebani hanno fatto, tornando al potere in Afghanistan, è stata escludere le donne dall’istruzione secondaria e limitarne la libertà di movimento attraverso la legge della sharia. Si parla di oltre un milione di adolescenti alle quali, nel giro di quattro anni, è stata tolta la possibilità di studiare per sostituirla con una “vita” fatta di matrimoni combinati, violenza domestica, suicidi, tossicodipendenze. L’unica alternativa è frequentare una delle tante scuole religiose nate dopo la salita al potere dei Talebani. 

Scuole religiose 
I dati dicono che alla fine dello scorso anno in Afghanistan si contavano più di 21.000 scuole religiose islamiche, o madrase. Tra settembre 2024 e febbraio 2025, i Talebani hanno costruito o gettato le fondamenta di quasi 50 nuove madrase in 11 province.
Le scuole sono gestite dai mullah, stipendiati dal ministero dell’Istruzione. Per quanto riguarda il personale scolastico, a 21.300 ex studenti di madrasa sono stati rilasciati certificati che consentono loro di insegnare alle scuole superiori, ai corsi di laurea triennale e persino a quelli post-laurea nelle università. 
Le famiglie spingono le proprie figlie in queste scuole, nella speranza di ottenere aiuti alimentari e piccoli sussidi per la sopravvivenza. Non si studiano né matematica né scienze. I libri di testo vengono importati dal Pakistan e stampati in pashtu. Questo avviene anche nelle regioni di lingua dari, creando in molti bambini difficoltà di comprensione. 

Roya Mahboob 
In questo quadro si stanno affermando molte donne che, riuscite (e non) a scappare dal paese, continuano una lotta – spesso clandestina – per permettere più ragazze possibile di ricevere una vera istruzione. Una di queste è Roya Mahboob, classe 1987, imprenditrice nel campo delle nuove tecnologie, scappata nel New Jersey per le crescenti minacce di morte che, dal 2021, riceve per la sua attività a favore delle donne e della loro istruzione. 
Nel 2013 Mahboob ha fondato la Digital Citizen Fund (DCF), organizzazione no-profit che gestiva tredici centri tecnologici nelle scuole di tutto il paese, oggi chiusi. È fuggita con la sua famiglia dall’Afghanistan, ma lei resta decisa a trovare nuove vie per non abbandonare le donne al loro tragico destino. 
Nel 2017 ha fondato “Afghan Dreamers”, un team di robotica tutto al femminile con giovani donne afghane che ora vivono in Canada, Svezia, Italia e Stati Uniti. Alcune risiedono ancora in Afghanistan e rischiano costantemente la vita per poter partecipare alle iniziative. 

Edy 
L’ultima iniziativa in ordine di tempo è la presentazione di Edy, un’app gratuita basata sull’intelligenza artificiale, che funziona offline. Attualmente è in versione beta e il suo lancio è previsto entro la fine dell’anno. Contiene lezioni per le classi dalla prima alla seconda superiore, materiali didattici open source, oltre 100 riassunti di libri, traduzioni, podcast e programmi di tutoraggio.
Le lezioni riguardano matematica, scienze, inglese, storia e altri argomenti non controversi: un rischio calcolato, che evita temi considerati pericolosi dai Talebani, come politica, diritti umani e democrazia. 
Sul New York Times Mahboob ha raccontato di essere in stretto contatto con «centri clandestini dove le ragazze si riuniscono per studiare insieme e utilizzare velocemente Internet per scaricare materiali da conservare quando la linea non c’è». Il diritto alla formazione è solo una delle iniziative di resistenza femminile in Afghanistan, pur tra mille cautele. L’“Osservatorio sull’Afghanistan” parla di tante, piccole iniziative quotidiane che sfidano i divieti con gesti coraggiosi: oltre alle scuole ci sono medici che continuano a curare i pazienti a domicilio; operatrici sanitarie in prima linea ma anche imprenditrici che lavorano da casa. 
Le donne si organizzano in reti informali per documentare gli abusi, sostenersi a vicenda moralmente e materialmente, promuovere la pace all’interno delle comunità. Si sono viste anche sporadiche manifestazioni di piazza, dove piccoli gruppi marciavano al grido «lavoro, pane, giustizia» – sebbene queste proteste siano sistematicamente represse dal regime. 
Ogni volta, i Talebani hanno arrestato, picchiato o intimidito queste coraggiose attiviste. Tuttavia, l’esistenza stessa di tali proteste dimostra che la fiamma della libertà è ancora viva e, quando si potrà ripartire, ci saranno ancora persone pronte a insegnare e testimoniare, prima di tutto, che si può dire “io” anche nel buio più totale.
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