Carmelo Monaco è ordinario di Geologia strutturale all’università di Catania ed è referente per la Sicilia della Società geologica italiana. In quasi 40 anni di ricerca, di frane ne ha viste tante. Ma quella degli scorsi giorni a Niscemi lo ha sorpreso. «Non per l’evento in sé, si poteva prevedere. I primi eventi franosi a Niscemi sono noti dal 1790. Nel Piano per l’assetto idrogeologico del 2006 diverse aree del comune erano già classificate a rischio molto elevato» spiega.
Allora cosa c’è di straordinario?
È una frana immensa con un fronte lungo 4 chilometri. Davvero qualcosa che anche chi lavora sulle frane ha visto raramente.
Dopo quella del 1997 cosa si poteva fare per aumentare la sicurezza?
In questi casi si drenano le acque sotterranee con pozzi e tubazioni. Ma sono interventi che forse non bastano per frane di queste dimensioni. Più importante, come per i terremoti, è agire sulla prevenzione. L’unica cosa da fare era costruire lontano dal ciglio crollato nei giorni scorsi. Molte di quelle case risalgono a un periodo in cui le regole urbanistiche non erano rigide come oggi.
Dove si fermerà la frana?
Nel breve termine il ciglio di scarpata può indietreggiare di qualche altra decina di metri. La zona a rischio è stata individuata in una fascia di 150 metri a partire dal ciglio. Il resto della cittadina è costruita su un altipiano ed è in sicurezza.
Quante sono le Niscemi della Sicilia?
Molte altre città sono costruite su piastroni di arenaria che sovrastano strati argillosi come a Niscemi. Nel 2010, il paese di San Fratello nel messinese fu interessato da una frana simile che portò ad abbattere una chiesa e una scuola danneggiata e ad abbandonare gli edifici. Enna ha subito crolli anche in questi giorni dopo il passaggio del ciclone Harry. Ad Agrigento pochi giorni fa a due passi dal tempio di Giunone è crollato un costone di roccia dello stesso tipo. Situazioni del genere sono frequenti nell’isola.
Le foto delle case di Niscemi in bilico sul precipizio fanno impressione. È un miracolo che non ci siano state vittime?
In genere le frane di questo tipo sono piuttosto lente. Dalle prime crepe c’è il tempo di evacuare le case e proteggere la popolazione. Per questo difficilmente creano vittime. Sono molto più pericolosi altri fenomeni come le colate improvvise di fango. Nel 2009 a Giampilieri (Messina) una valanga di fango dovuta a piogge torrenziali uccise 37 persone. E molti ricordano i 160 morti dell’alluvione di Sarno nel 1998.
Nelle frane gioca un ruolo anche il cambiamento climatico?
Ancora abbiamo pochi dati per fare statistiche. Ma sappiamo che gli eventi estremi aumentano e come si comporta l’argilla quando si alternano siccità fortissime e precipitazioni intense. La siccità spacca l’argilla e crea fratture. Le piogge improvvise penetrano in queste fessure e la indeboliscono. Precipitazioni molto intense ci sono state, ma adesso sta cambiando la frequenza e questo rende più instabile il terreno.
La carta geologica moderna dell’Italia non include un’area sensibile come Niscemi. Com’è possibile?
Non è un problema che riguarda solo Niscemi. Appena il 50% del territorio italiano è coperto dalla cartografia moderna. L’ultima carta geologica completa è quella realizzata a partire dal 1880 e terminata quasi un secolo dopo. È uno strumento del tutto superato. Basti pensare che nell’Ottocento non era ancora nota la tettonica a placche, che si è affermata solo negli anni Sessanta del secolo scorso e su cui si basa tutta la geologia moderna. La cartografia geologica odierna va molto più in profondità ed è uno strumento fondamentale per la pianificazione dei territori. Eppure la copertura cartografica dell’Italia va a rilento per mancanza di fondi, mentre negli altri paesi europei è già al 100%. Da noi, solo gli ultimi due governi hanno mostrato una maggiore sensibilità al tema.
L’assemblea regionale siciliana ha deciso di dirottare i miliardi per il Ponte sullo Stretto agli interventi contro il dissesto idrogeologico dovuto al ciclone Harry.
Il progetto del Ponte risale al 2004 e da allora sono emerse molte scoperte nuove sulla geologia dell’area. Quindi il progetto andrebbe perlomeno aggiornato. Ma la decisione di investire sul dissesto mi sembra un’idea saggia. In questo momento l’urgenza per la Sicilia non è un Ponte e credo che lo abbiano capito tutti.