Mariano Croce (Università La Sapienza) - Gli Usa e la forza della legge. La democrazia festeggia

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Sergio Brasini

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Feb 22, 2026, 1:54:48 PM (yesterday) Feb 22
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Gli Usa e la forza della legge. La democrazia festeggia

La Corte Suprema ha stabilito che l’azione del potere presidenziale incontra limiti non derogabili, neppure per mano del suo più disinvolto interprete. Così ha riaffermato senza esitazione un principio che restituisce speranza alle precarie sorti della democrazia costituzionale: quando l’esecutivo pretende di avocare a sé un potere di portata eccezionale, deve ottenere l’autorizzazione esplicita e inequivoca del Congresso

Come in tutti i momenti più delicati del nostro affaticato Occidente, pure stavolta il destino di una civiltà era affidato alle sapienti mani della giurisprudenza, che ha saputo rispondere ancora una volta con avvedutezza: con sei voti contro tre, la Corte Suprema ha stabilito che l’azione del potere presidenziale incontra limiti non derogabili, neppure per mano del suo più disinvolto interprete. Al netto delle sue vistose inclinazioni conservatrici, la Corte presieduta dal Chief Justice Roberts Jr. ha riaffermato senza esitazione un principio che restituisce speranza alle precarie sorti della democrazia costituzionale: quando l’esecutivo pretende di avocare a sé un potere di portata eccezionale, deve ottenere l’autorizzazione esplicita e inequivoca del Congresso. 
Dal suo ritorno alla Casa Bianca, per imporre modalità negoziali più prossime al ricatto che alla trattativa, Trump aveva ripristinato l’ormai desueto International Emergency Economic Powers Act (1977), che, tra le molte competenze, autorizzava il Presidente a “regolare” l’importazione di beni esteri. Con la consueta iper-flessibilità interpretativa, Trump aveva ricondotto a tale facoltà di regolazione anche l’ulteriore potere di imporre dazi, benché la legge neppure menzionasse il termine. A fronte di tanto libertinaggio formale, la sentenza della Corte si distingue per un incisivo richiamo alle regole della democrazia: il ricorso di Trump alla legge del 1977 viola il principio secondo cui, quando il Congresso intende delegare il potere di regolare la vita economica e politica, ciò deve avvenire attraverso procedure chiare e rigorose, dunque mediante termini espliciti che sottopongano il potere presidenziale a limiti stringenti. Qui risiede il cuore della decisione: il rispetto delle forme giuridiche garantisce la valenza effettiva di limiti procedurali e temporali. 
In questo senso, il forte richiamo della Corte costituisce la prima netta presa di posizione rispetto all’agenda Trump, il cui fine ultimo è quello di indebolire le forme e le procedure che definiscono la democrazia. Nel tentativo reiterato di esercitare l’incantesimo tipico degli autoritarismi, ossia persuadere il popolo ad affidarsi alle cure esclusive del suo Pastore, Trump ha inteso minare sistematicamente i vincoli di legge, nazionali e internazionali – come nel caso del Board of Peace, presentato come vicario e prossimo subentrante dell’Onu. La Corte Suprema ha invece ribadito che il potere presidenziale non dipende né dal carisma del suo interprete né da una nerboruta volitività decisionistica né dal progetto messianico talora adombrato dall’ideologia para-millenarista del mondo Maga. La presidenza è un istituto giuridicamente regolato, che diventa abusivo quando vengono violate le norme che lo disciplinano. Lamentando il caos politico e finanziario che la sentenza minaccerebbe di provocare, i tre giudici dissenzienti hanno espresso la propria contrarietà richiamando altre leggi che potrebbero in futuro autorizzare l’azione del presidente in materia di dazi. Anche ammesso che ciò sia plausibile, il principio ribadito dalla Corte conserva intatta la propria forza simbolica prima ancora che materiale: la democrazia presuppone la giustificazione dinanzi agli organi competenti, e dunque dinanzi alla cittadinanza che da quegli organi è rappresentata. Negli Usa la presidenza gode di un’investitura elettorale ma opera all’interno dell’insieme reticolare di istituti e istituzioni che, solo nel loro complesso, rappresentano il popolo nella sua integrità. In tal senso, questa sentenza si configura anzitutto come un sobrio elogio della democrazia: richiama al bilanciamento dei poteri, censura l’opacità delle decisioni e ribadisce la necessità ineludibile della collaborazione tra gli organi costituzionali. Tutto ciò che devia da questo solco è revisionismo costituzionale.
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