Il discorso pronunciato dal papa nella città universitaria della Sapienza di Roma appare, anche a un laico non credente, come un reiterato invito, quasi un sentito e convinto appello, al dialogo, al confronto e alla collaborazione intergenerazionale tra docenti e studenti.
Per immaginare, costruire, condividere le possibilità di un mondo nuovo. «Contro il mondo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra, collaboriamo insieme, siamo costruttori di pace nel mondo».
Certo l’accesso ai viali dell’ateneo ieri era blindatissimo, per un protocollo di sicurezza che non ha neanche permesso il bagno di folla, date le poche centinaia di studenti ammessi al rito. In ogni caso si respirava un’aria diversa, per chi ricorda il clima di aperta contestazione che accolse Giovanni Paolo II nella primavera del 1991, un anno dopo il movimento della Pantera. Così come la mancata visita di Benedetto XVI per l’inaugurazione dell’anno accademico del 2008, grazie alla forte mobilitazione della comunità universitaria, partita da una lettera aperta del celebre fisico e docente emerito sapientino Marcello Cini, storico collaboratore del manifesto che infatti la pubblicò il 17 novembre 2007.
I tempi sono radicalmente cambiati, in un «mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie», così papa Prevost si rivolge direttamente a quei giovani «abitati da sentimenti contrastanti», nell’inquietudine della giovinezza, che da un lato li rende spensierati e lieti, consentendo di dire che «il futuro è ancora da scrivere e nessuno ve lo può rubare». Un’invocazione radicale che attraversa le giovani generazioni, se pensiamo al The future is unwritten (il futuro non è scritto) nel retro-copertina di Combat Rock di The Clash, 1982. Un anno prima la milionaria manifestazione romana del 23 ottobre 1983, contro l’installazione degli euromissili a Comiso, in cui il giovane agostiniano Prevost viene fotografato da Gianni Novelli dietro l’inequivocabile cartello «Agostiniani per la pace».
Così papa Leone sa benissimo che quell’inquietitudine giovanile ha un volto anche triste, ansiogeno, generatore di malessere, causato dalla pressione di una società che esaspera la competitività, nel ricatto delle aspettative e delle prestazioni, ma «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». E questa esortazione, letta insieme al passaggio in cui si biasima l’«inquinamento della ragione» e l’urgenza di vigilare sull’applicazione civile e bellica dell’intelligenza artificiale, dall’Ucraina a Gaza, a noi ricorda quel «siamo esseri umani, non macchine» proclamato da Mario Savio, leader del Free Speech Movement nel 1964 a Berkeley, agli albori della Silicon Valley degli attuali negromanti dell’illuminismo oscuro, tecno-oligarchi digitali al di qua e al di là del Pacifico, da Nick Land a Peter Thiel. Perché l’ossessione per il riarmo aumenta insicurezza, riduce investimenti in istruzione e salute, «arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».
Ma Prevost intravede «l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico» che impone ai giovani di «studiare, coltivare e custodire la giustizia: c’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia».
«Istruitevi, organizzatevi, agitatevi», invocava Antonio Gramsci dopo quella grande guerra dei nazionalismi, primo dramma del Novecento, da non dimenticare mai, per «non chiudersi tra ideologie e confini nazionali», per continuare a lottare anche per la questione ecologica, cara al papa Francesco dell’enciclica Laudato sì.
Qui papa Leone ci ricorda la responsabilità della pratica critica dell’insegnare come «forma di carità», come «soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata» e che il sapere non serve solo agli scopi lavorativi, ma a comprendere chi si è, nell’interazione con la città e la società in trasformazione, dalla parte di una concordia tra i popoli, di una pace disarmata e disarmante, costituente un mondo nuovo, che forse proprio nella relazione tra studenti e docenti può germogliare.