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Un’infanzia da piccoli manager. La povertà educativa dei ricchi
La povertà educativa è un problema di chi ha poche risorse, ma attraversa anche i contesti più agiati. Molti figli di famiglie benestanti hanno giornate scandite da agende fitte, con sport, corsi e attività in cui eccellere. Ma l’infanzia si nutre pure di tempi vuoti utili a coltivare affetti e legami: un’educazione che non lascia spazio alla libera iniziativa non è un modello da seguire
È diventata una delle categorie più ricorrenti nel dibattito pubblico sull’infanzia e sull’adolescenza: la povertà educativa. Con questa espressione si indica la mancanza di opportunità formative e culturali che impedisce a bambini e ragazzi di sviluppare pienamente capacità e talenti. In Italia, dicono i dati Istat, riguarda oltre 1,3 milioni di minori e si traduce in bassi risultati scolastici, alti tassi di abbandono e accesso limitato a libri, sport e cultura. Un fenomeno che si intreccia strettamente con il disagio economico e contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze sociali.
Attorno a questa emergenza sociale si sono moltiplicati negli anni bandi, progetti, interventi pubblici e privati, volti a contrastare una delle forme più odiose di disuguaglianza. Ma dentro questa narrazione c’è una rimozione che merita di essere messa a fuoco: la povertà educativa viene pensata quasi esclusivamente come un problema di chi ha poche risorse, mentre invece attraversa diffusamente anche i contesti socio-economici più agiati.
Da qualche tempo, anche chi si occupa di infanzie vulnerabili ha cominciato ad allargare il campo della riflessione e a interrogarsi sulla fragilità degli attuali modelli educativi in maniera più ampia e critica. Paola Milani, in un libro di qualche anno fa dal titolo evocativo Nelle stanze dei bambini, alle nove della sera, racconta sei storie di infanzie vissute in contesti vulnerabili: bambini che vivono in case sovraffollate alle periferie delle città, figli di madri sole che stentano ad arrivare alla fine del mese, minori ricongiunti da terre lontane che devono ricostruire relazioni perdute.
Ricchi ma poveri
Tra di loro c’è la storia di Ginevra Lavinia, che a cinque anni incarna l’ideale educativo delle famiglie benestanti: scuola dell’infanzia privata e bilingue, corsi di musica, sport a livello agonistico e un’agenda piena di opportunità.
La bambina ha tutto, ma alle nove di sera, accompagnata nella sua stanza dalla tata, non riesce a prendere sonno: fatica a metabolizzare le attività che hanno costellato la sua giornata e le è mancato un tempo per coltivare i suoi affetti e legami. Vivono spesso così bambini e bambine delle classi alte: con giornate scandite da agende fitte, un susseguirsi di attività extrascolastiche, weekend puntellati da feste di compleanno a cui presenziare è un obbligo sociale precocemente imposto.
Un ritmo intenso di vita che non conosce tregua neanche nel periodo estivo: campus organizzati e volti ad acquisire nuove competenze, vacanze in resort che consentono ai genitori di riprendersi dalle fatiche lavorative mentre i figli sono impegnati in attività gestite da animatori e intrattenitori. L’agiatezza rende tutto questo possibile e l’infanzia “senza vuoti” e senza relazioni autentiche diventa un modello culturalmente accettabile.
I tempi dell’infanzia di questi bambini sono stabiliti dai ritmi del lavoro e dal mercato, che non concede esitazioni o eccezioni. Non si può saltare la lezione di scherma già pagata, non si può rinunciare alla lezione di inglese col madrelingua.
Il modello del lavoratore a tempo pieno viene già inculcato in età precoce.
Ma l’infanzia si nutre di tempi vuoti, di iniziative senza scopo, di appuntamenti saltati per coltivare affetti e relazioni: il gioco improvvisato coi fratelli, una partita a pallone coi vicini di casa, un pomeriggio sul divano con la nonna in un giorno feriale.
Piccoli manager crescono
La povertà educativa delle famiglie benestanti non si esaurisce tuttavia nell’iper-organizzazione del tempo. Un ruolo importante è svolto anche dal sistema di aspettative a cui i bambini sono sottoposti e che diventa ancor più vincolante man mano che crescono. Devono eccellere a scuola, nello sport, nelle lingue straniere. Devono essere competitivi e trasformare ogni esperienza in un vantaggio futuro. Devono prepararsi a diventare uomini e donne di successo entro contesti professionali socialmente riconosciuti. Non c’è tempo per ascoltare i loro desideri, le loro incertezze, le passioni che effettivamente vorrebbero coltivare: la famiglia e il rango hanno già deciso per loro.
Non possono fallire, non possono deviare, non possono sottrarsi alle aspettative della classe sociale di appartenenza. È una povertà educativa che riguarda i desideri e la libertà di scelta e che si traduce in modelli che si ripetono immutati da una generazione a un’altra, in un sistema di riproduzione sociale che influenza negativamente queste infanzie e adolescenze.
Leggere la povertà educativa come deprivazione materiale può essere fuorviante e rischia di diventare un’operazione ideologica: consente di intervenire sui poveri senza mettere in discussione i privilegi, di finanziare progetti senza interrogare il modello di successo che li orienta. Un’educazione che non lascia spazio all’imperfezione, al desiderio, alla libera iniziativa, non è un modello desiderabile. Siamo proprio sicuri di volerlo estendere a chi vi è escluso?