Francesco Ramella (Università di Torino) - Non basta difendere Electrolux e gli altri grandi gruppi. Il declino visto dal Piemonte

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Sergio Brasini

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May 15, 2026, 1:30:11 PM (yesterday) May 15
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Non basta difendere Electrolux e gli altri grandi gruppi. Il declino visto dal Piemonte

Il caso dell’azienda di elettrodomestici è solo l’ultimo segnale della difficoltà che attraversa l’industria italiana. Il caso piemontese mostra i limiti di una politica industriale troppo concentrata sulla tecnologia e troppo poco su una visione complessiva dello sviluppo

Il caso Electrolux – con nuovi licenziamenti e riorganizzazioni produttive – è solo l’ultimo segnale della difficoltà che attraversa l’industria italiana. Dopo mesi di crisi e domanda internazionale debole, torna una questione rinviata da troppo tempo: quale futuro industriale vuole costruire l’Italia? 
I dati Istat mostrano che la produzione industriale è rimasta in calo per quasi tre anni consecutivi e che i segnali di recupero emersi dalla metà del 2025 restano fragili. Per capire il problema conviene guardare al Piemonte. A offrire uno spunto utile è anche il nuovo numero dei Quaderni del Circolo Rosselli – la rivista diretta da Valdo Spini – che, sotto la cura di Sergio Scamuzzi e Laura Pompeo, dedicano un fascicolo monografico al caso piemontese. Non solo perché Torino è stata la capitale storica dell’industrializzazione italiana, ma perché oggi la regione rappresenta una sintesi delle contraddizioni del modello di sviluppo nazionale. Il paradosso piemontese è evidente: la regione possiede molte delle caratteristiche considerate decisive per la crescita – grandi imprese, forte presenza manifatturiera, investimenti privati in ricerca superiori alla media europea, specializzazione nei settori a medio-alta e alta tecnologia – ma continua a crescere meno della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. 

Governare la trasformazione 
Negli ultimi trent’anni il Piemonte ha progressivamente perso slancio. All’inizio degli anni Duemila era tra le regioni più ricche d’Europa; oggi è arretrato nettamente nella classifica del Pil pro capite. Eppure resta una delle aree più industrializzate del continente, con competenze avanzate in diverse filiere strategiche. Il problema non è soltanto nella struttura produttiva. Il vero nodo riguarda la capacità di governare la trasformazione economica. 
Negli ultimi decenni il ridimensionamento della Fiat prima e di Stellantis poi non è stato accompagnato da un nuovo progetto di sviluppo regionale. Il caso piemontese mostra che oggi la competitività dipende sempre meno dalla sola presenza di fabbriche e sempre più dalla capacità di costruire sistemi territoriali innovativi. La nuova manifattura richiede servizi avanzati, ricerca, capitale umano qualificato, infrastrutture digitali e coordinamento tra imprese, università e istituzioni. È qui che emergono le fragilità piemontesi, e italiane. 

Servizi avanzati 
Il Piemonte soffre, ad esempio, di una debolezza nei servizi ad alta intensità di conoscenza (Kis). Tra le 40 regioni più industrializzate d’Europa alla fine del secolo scorso, quasi tutte hanno continuato a crescere grazie all’espansione dei servizi avanzati. 
Il Piemonte rappresenta invece un’anomalia negativa: è tra le regioni con la dinamica del Pil più debole ed è anche quella in cui questi servizi sono cresciuti meno. Dal 2008 l’occupazione nei Kis è aumentata appena del 5,6 per cento, molto sotto la media europea. È lo stesso limite che caratterizza l’Italia: una manifattura ancora forte ma troppo poco integrata con ricerca, digitale e servizi innovativi calibrati sulle esigenze delle Pmi. A questo si aggiungono il declino demografico e i ritardi nella governance. 
Secondo la Banca d’Italia, il Piemonte resta indietro rispetto alle regioni più dinamiche del Nord negli aspetti che incidono direttamente sull’attività economica: tempi amministrativi, efficienza dei servizi pubblici, gestione degli appalti. Nel frattempo cresce anche il disagio sociale: nel 2024 il 22 per cento delle famiglie piemontesi dichiarava di arrivare con difficoltà alla fine del mese. Senza una domanda interna solida, anche gli investimenti rallentano. L’equità sociale non è soltanto una questione di giustizia: è una condizione della competitività e della sostenibilità economica. 

Visione di lungo periodo 
È questo il punto decisivo. Il declino relativo del Piemonte rivela i limiti di una politica industriale troppo concentrata sulla tecnologia e troppo poco su una visione complessiva dello sviluppo. Non basta difendere i grandi gruppi. Occorre costruire complementarità tra manifattura, servizi avanzati, ricerca, formazione, società e territori. 
Per questo il Piemonte è una cartina di tornasole dell’Italia. Se una regione con una forte tradizione industriale e importanti investimenti in innovazione fatica comunque a crescere, significa che il problema è anche socio-istituzionale e politico. La sfida non è solo “salvare l’industria”, ma governare la trasformazione attraverso un nuovo patto per lo sviluppo, sostenuto da una coalizione sociale e produttiva, capace di tenere insieme competitività, coesione e sostenibilità ambientale. Una visione di lungo periodo che, finora, è mancata al governo.
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