«Riportare gli iraniani all’età della pietra, che è il loro posto», ha detto Trump. Sarebbe facile ironizzare sull’ignoranza del palazzinaro catapultato per la seconda volta alla Casa bianca il 20 gennaio 2025: l’Iran è una delle civiltà più antiche del mondo.
La città di Susa (oggi Shush) esiste da 7mila anni e, nel 646 a.C. divenne la capitale di un vasto impero multietnico con territori in Asia, Europa e Africa. Purtroppo non c’è nulla da ridere: Donald-Caligola è capace di portare la sua follia distruttiva all’estremo, con il suo complice Netanyahu.
I bombardamenti per ricacciare il nemico To the Stone Age non sono però una novità nel lessico bellico americano: durante la guerra del Vietnam la frase fu usata dal generale Curtis LeMay, che rimproverava all’amministrazione Johnson la sua presunta timidezza nel condurre la guerra. Negli stessi anni il governatore della California Ronald Reagan, che nel 1980 sarebbe stato eletto presidente, diceva del Vietnam: «Potremmo asfaltare l’intero Paese, disegnarci sopra le strisce dei parcheggi e tornare comunque a casa per Natale». Naturalmente non era vero, ma l’atteggiamento di LeMay e di Reagan esprimeva bene le idee americane di disumanizzare il nemico, giustificare la distruzione totale delle infrastrutture, presentare la guerra come un’occasione per riportare il nemico al suo stadio «primitivo».
Questo concetto, in realtà, è sempre stato presente nella cultura americana, fin dallo sbarco dei colonizzatori puritani nel 1620 in quello che avrebbero poi chiamato Massachusetts. I Padri Pellegrini consideravano l’America un continente «vuoto», una Wilderness da civilizzare, un luogo dove costruire una nuova Gerusalemme. La conseguenza di questo approccio, allora come oggi, è la necessità di sterminare chiunque si opponga a questo «progetto divino»: un tema che Pete Hegseth, il segretario alla Guerra, ha citato ripetutamente nei giorni scorsi, esibendo il suo tatuaggio in latino Deus vult, «Dio lo vuole».
Nella storia degli Stati uniti dal 1776 a oggi, due secoli e mezzo dopo, è impossibile trovare un singolo decennio di vera «pace», cioè senza guerre indiane, spedizioni navali, interventi nei Caraibi e small wars. Il Paese è stato in guerra o comunque coinvolto in conflitti armati per circa il 95% del tempo, con forse 15-17 anni senza alcuna ostilità attiva, distribuiti in brevissimi periodi.
È questo lo sfondo storico (ma forse dovremmo dire il peccato originale) necessario per capire non solo le minacce di Trump nel 2026 ma anche l’uso della bomba atomica per annichilire Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Quel bombardamento fu preceduto dai raid incendiari contro Tokyo, che fecero più vittime di quante ne fecero le due testate nucleari usate il 6 e il 9 agosto 1945. Si trattava della cosiddetta filosofia del bombardamento strategico contro le città durante la Seconda guerra mondiale, condivisa anche dagli inglesi.
La giustificazione era che, distruggendo industrie, trasporti, infrastrutture e, soprattutto, il morale dei civili, si potesse indebolire la capacità di combattere di un paese fino a costringerlo alla resa. In pratica, si passò dalla teoria del «colpo decisivo» contro i nodi vitali del nemico a campagne di bombardamento sempre più estese sulle città. Per esempio, nell’estate del 1943, il bombardamento di Amburgo produsse una devastante tempesta di fuoco che uccise decine di migliaia di persone e distrusse gran parte della città. Lo stesso accadde a Dresda nel febbraio 1945, un apocalisse descritto, molti anni dopo, in Mattatoio n. 5, dallo scrittore americano Kurt Vonnegut che era prigioniero dei tedeschi ma sopravvisse.
L’Italia ha inventato il fascismo, con tutte le sue conseguenze, ma ha anche inventato il bombardamento strategico per far crollare il morale della popolazione: fu il generale italiano Giulio Douhet a scrivere, nel suo libro Il dominio dell’aria (1921) che l’aviazione dovesse colpire i centri vitali del nemico – industria, trasporti, comunicazioni, governo e morale della popolazione – per spezzarne la volontà di resistenza. All’epoca, le capacità distruttive degli aerei da combattimento erano insignificanti rispetto a quelle che divennero disponibili durante la Seconda guerra mondiale ma l’idea c’era. E c’è anche oggi: è sufficiente andare sul portale della Air University Press, che sta in Alabama, per trovare l’edizione inglese del libro di Douhet, con il titolo The Command of the Air, pubblicato nel 2019.
Dopo un secolo di fallimenti, la cinica e criminale idea di colpire i civili per spezzarne la volontà di resistenza è ancora lì, benché chiunque abbia studiato gli esempi storici – dalla Germania del 1945 al Vietnam del 1972 – sa che le popolazioni in guerra semplicemente non sono in grado di ribellarsi contro il regime.