“Lo stampatello è la calligrafia di chi urla, il corsivo di chi riflette” spiega, per fare un esempio, al Corriere della Sera. Gli si potrebbe obiettare che lo stampatello è anche la scrittura di chi ha difficoltà a leggerne altre, come gli studenti con dislessia. Ma questa è solo una delle molte anticipazioni – latino dalla prima media, lettura della Bibbia in aula e poesie a memoria sono altre – che hanno già suscitato dibattito e polemiche.
Dopo mesi di dichiarazioni, però, ora il Ministero ha rilasciato il testo delle Indicazioni elaborato da una commissione tecnica composta, perlopiù, da professori universitari. Non si tratta ancora di un documento definitivo – forse per questo è lungo oltre 150 pagine, quasi il triplo del suo predecessore – perché è aperto a una nuova fase di consultazione nel “dibattito pubblico”. Ma è già possibile paragonarlo a quello in vigore, adottato nel novembre 2012 dal ministro Francesco Profumo del governo Monti, per capire cosa c’è di nuovo e cosa è stato rimosso.
Prima di entrare nel vivo, cominciamo dalle premesse. Nelle prime pagine delle Indicazioni nazionali, gli esperti descrivono sempre il contesto culturale in cui si fa scuola ed elencano le finalità dell’intero curricolo. Nel testo del 2012, si parla di un “nuovo scenario” in cui si intrecciano “scuola, persona e cultura”. Oggi i presupposti sono simili, ma alla “cultura” si sostituisce la “famiglia” e l’insegnante diventa “anche Maestro”. Se, poi, davvero “le parole sono importanti”, ancor più rilevante è l’assenza del termine “Europa” tra le finalità generali della formazione alle elementari e medie. Nel testo del 2012 si definisce a chiare lettere che l’obiettivo “della scuola è lo sviluppo armonico e integrale della persona, all’interno dei principi della Costituzione italiana e della tradizione culturale europea”. Nelle indicazioni targate Valditara, invece, manca un cenno all’Europa e si parla della “insostituibile funzione pubblica assegnata alla scuola dalla Costituzione della Repubblica”. L’Ue tornerà nel testo soltanto per elencare le competenze-chiave degli studenti, definite dal Parlamento di Strasburgo.
“Solo l’Occidente conosce la Storia”. Esordiscono così le nuove Indicazioni per spiegare perché la storia, alle elementari e alle medie, diventerà storia dell’Occidente o, al più, “dei rapporti della scena mondiale con l’Occidente”. Di fatto, la commissione tecnica continua giustificando la subordinazione delle culture lontane alla nostra: “Altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia – si legge, facendo riferimento alla tradizione storiografica di popoli diversi da quelli europei – altre culture hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo”. Questa premessa, che menziona anche Erodoto e gli storiografi cristiani, fa da anticamera a un programma che, di fatto, si concentra sulla sola storia dell’Occidente, sulle sue “radici” e sull’apporto che altre civiltà – si fa una rapida menzione alle “mediterranee e al Vicino Oriente” – hanno dato alla formazione dell’“identità storica dell’Italia”.
Premesse molto lontane da quelle impostate nel 2012 dal ministro Profumo, che parlava di “storia nella sue varie dimensioni – mondiale, europea, italiana e locale – come un intreccio significativo di culture [...] che hanno costituito processi di grande rilevanza per la comprensione del mondo attuale”. Uno sguardo, in altre parole, più rivolto al mondo globalizzato.
Di intelligenza artificiale, naturalmente, nel 2012 non si parlava. È la grande novità delle Indicazioni di Valditara: “L’accelerazione dell’innovazione scientifica e tecnologica, soprattutto in riferimento all’intelligenza artificiale, sta trasformando la geopolitica mondiale in ogni settore” si legge nelle premesse del documento. Quello che non si legge, però, è come impiegarla in aula. I riferimenti, nelle 154 pagine di testo, sono sparuti e contraddittori. Nel capitolo dedicato a “Lingua e Letteratura”, per esempio, si spiega che “L’IA potrà essere utilizzata a integrazione degli approcci tradizionali, per sviluppare competenze critiche di uso della tecnologia in relazione alla lingua e alla letteratura”. Quando, però, qualche riga sotto si discute di come affrontare la lettura in classe, le indicazioni suggeriscono di non “assegnare ‘riassunti a casa’ che verrebbero delegati all’IA”. Come se, in questo contesto, lo strumento digitale diventasse detestabile.
“Capire le potenzialità dell’IA” – continua il documento – è “dovere” di tutti gli insegnanti. Per capire come “come spiegarla in aula”, però, abbiamo cercato istruzioni più precise nella pagina dedicata alla disciplina “Tecnologia”, ma invano: in tutto il capitolo non si fa mai riferimento all’IA e la maggior parte degli obiettivi di apprendimento sono ricalcati su quelli del 2012.
Lo dicevamo: la scrittura è prioritaria nelle nuove Indicazioni nazionali. A partire dalla grafia o, meglio, dalla calligrafia. Le nuove indicazioni, cercando di spiegare “perché si studia l’italiano”, parlano chiaramente di “valorizzazione del patrimonio” del nostro Paese “in un mondo caratterizzato dall’uso strumentale dell’inglese internazionale”. E come farà l’italiano, insegnato in aula, a difendere questo tesoro culturale? “Trasmettendolo nelle forme riconosciute come legittime dalla comunità colta – risponde il documento – comunicando la necessità della correttezza”. Così, tornano rilevanti il corsivo e la scrittura a mano. Ma si perdono i dialetti, mai menzionati nelle nuove Indicazioni nazionali, e la varietà linguistica che invece copre un ruolo importante nel testo vigente: per insegnare l’italiano in aula bisogna tenere conto – si legge nel testo del 2012 – della “persistenza della dialettofonia; della ricchezza delle lingue minoritarie e della compresenza di più lingue di tutto il mondo”.
Lo studio della letteratura già a partire dai primi anni delle elementari non è una novità per l’Italia. La differenza nelle nuove Indicazioni è che la commissione stessa individua alcuni autori e titoli da proporre in classe, lasciando implicitamente meno discrezionalità ai docenti. Tra i poeti da studiare entro la terza media si accenna a Saba, Valeri, Gozzano, Pascoli e Lamarque. Nella prosa, si spazia da Percy Jackson a Jules Verne, passando per Harry Potter e Zanna Bianca. A suscitare le maggiori polemiche è la menzione della Bibbia, tra le “grandi narrazioni” in grado di spiegare “le radici della cultura occidentale” già in prima elementare. In un curricolo che, al secondo anno, propone Mameli e i canti del Risorgimento.
Non solo: a più riprese, il testo proposto da Valditara sottolinea l’importanza di imparare “a memoria” estratti in prosa o poesie (eventualità mai paventata dalle Indicazioni in vigore). E codifica anche un numero “minimo” di libri da leggere adatto per ogni anno scolastico alle medie: tre. Le indicazioni vigenti, invece, si preoccupano soltanto di insegnare agli studenti a “leggere testi letterari di vario tipo individuando temi principali e intenzioni comunicative dell’autore”.
La matematica e la novità stem
I prossimi passi
Ora il testo passa dalla Commissione – guidata da Loredana Perla, ordinaria di Pedagogia speciale a Bari e composta da membri di spicco come il professor Ernesto Galli della Loggia e il violinista Uto Ughi – ai docenti, alle associazioni professionali, dei genitori e alle organizzazioni sindacali, che potranno proporre emendamenti in tempo per la prima campanella di settembre 2026. Quando avremo il documento definitivo.