Francesca Subioli (Università di Roma Tre) - L’istruzione non basta più. La mobilità sociale si salva solo con la Costituzione

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Sergio Brasini

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L’istruzione non basta più. La mobilità sociale si salva solo con la Costituzione

In un dibattito organizzato presso il dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre, a partire dai volumi Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Laterza) e La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), sono emerse alcune riflessioni utili in merito ai luoghi comuni sulla disuguaglianza: si potrebbe pensare che la mobilità sociale sia irrilevante purché ci siano meritocrazia e crescita. Ma è proprio il legame tra la mobilità, il merito e la crescita che rende la situazione del nostro paese particolarmente critica

La mobilità sociale in Italia, ci dicono le statistiche, è in calo da decenni. Il Rapporto Istat 2026, pubblicato a maggio, conferma un quadro ormai consolidato: quello di un paese sempre più immobile. La mobilità si è ridotta ai livelli più bassi mai registrati: per i nati tra il 1980 e il 1994, la probabilità di avere un’occupazione peggiore di quella dei genitori (27,1 per cento) ha superato per la prima volta quella di migliorarla (25,1 per cento). Alla base c’è il restringimento delle posizioni qualificate, sempre più rare. Misurare la mobilità sociale significa capire quanto il passato pesi sul presente: quanto il successo economico dipenda dalla famiglia di origine, dal genere o dal luogo di nascita. Ovunque, le opportunità sono influenzate dalle risorse familiari – economiche, culturali e relazionali – e dal livello di istruzione, a cui il mercato del lavoro attribuisce un valore decisivo. Ma perché occuparsi di mobilità? Perché è il motore della società: incentiva le famiglie a investire nella formazione dei figli e i giovani a impegnarsi nello studio e nel lavoro. Quando però le opportunità di avanzamento risultano bloccate da meccanismi non competitivi, discriminazioni o scarsa domanda di lavoro qualificato, questo motore si inceppa. 
In un recente dibattito organizzato presso il dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre, a partire dai volumi Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Laterza) e La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), sono emerse alcune riflessioni utili in merito ai luoghi comuni sulla disuguaglianza: si potrebbe pensare che la mobilità sociale sia irrilevante purché ci siano meritocrazia e crescita. Ma è proprio il legame tra la mobilità, il merito e la crescita che rende la situazione del nostro paese particolarmente critica. L’Italia è storicamente caratterizzata da una forte persistenza delle élite, ma nel Dopoguerra ha conosciuto una significativa mobilità durante il boom economico. Da allora si è verificato un progressivo irrigidimento della struttura sociale. Come premiamo dunque il merito, se di merito si può parlare, considerando quanto pesano le condizioni di partenza? Un esempio letterario è efficace per rispondere a questa domanda. È la storia di Elena e Raffaella, protagoniste del celebre romanzo di Elena Ferrante, due amiche di umili origini cui la vita offre opportunità molto diverse. Elena, grazie allo studio, diventa una scrittrice affermata; Raffaella, pur brillante, deve abbandonare gli studi e resta intrappolata in una vita fragile. Se la storia di Elena è quella di un sogno americano realizzato, quella di Raffaella mostra il costo sociale delle opportunità negate: non solo un’ingiustizia individuale, ma anche uno spreco collettivo di talento. 
Eppure l’accesso all’istruzione – e a un’istruzione di qualità – è ancora oggi un tema. Secondo il Rapporto Istat, il livello di istruzione dei genitori ha ancora molta influenza sui percorsi educativi dei figli e sulle loro opportunità di vita, in particolare tramite la scelta del liceo, molto più frequente (quasi otto volte di più) tra chi ha almeno un genitore laureato, e, a cascata, il conseguimento della laurea (oltre dodici volte più probabile). Si aggiunga che, nel confronto internazionale, l’Italia è un caso unico: combina una disuguaglianza medio-alta con una bassa mobilità sociale, vicina a Stati Uniti e Regno Unito, sui quali però pesa il forte impulso alle carriere dato dall’istruzione superiore, costosa – e quindi poco accessibile – e remunerativa. In Italia, invece, il rendimento dell’istruzione superiore, anche se positivo, è molto più basso. 
L’istruzione da sola quindi non basta. Per far ripartire la mobilità sociale, il principale motore della società, abbiamo un faro nella Costituzione. Come ricordato durante la discussione da Elena Granaglia, co-coordinatrice del Forum disuguaglianze e diversità, bisogna ricominciare dal principio di uguaglianza sostanziale, dall’articolo 3, che è un principio di uguaglianza delle opportunità, e concentrare gli sforzi sul «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».


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